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LE CENTO CITTA D'ITALIA
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ISTRIA
CITTÀ, BORGATE E CASTELLI
L'ISTRIA è vecchia e nobile terra. Le origini, il nome, i primi abitatori sono nella leggenda. Quello che è acquisito alla storia rileva gli aborigeni per genti celtiche e di Tracia, Era popolata all'età della pietra; tribù primitive vivevano nelle sue caverne e nelle sue grotte, e ne popolavano le sommità, dove si costruivano abituri nei « castellieri » di cui è ancora traccia in tutta la regione. Erano, questi « castellieri » cinti di muraglioni messi insieme con pietre senza cemento, con una cinta per la gente e una, di dia-
delle città, dei fiumi, dei laghi, alcuni di origine celtica, altri di origine tracica.
Confinava l'Istria antica con la Liburnia abitata da arditi navigatori che popolavano un vasto tratto di terra dall'Arsa fino alla Dalmazia; a settentrione confinava con i Giapidi, gente celto-illirica, più a nord con i Carni, e, a ponente, con i Veneti. Al tempo delle guerre contro Cartagine, gl'istriani devono essere abbastanza potenti se osano molestare navi romane, compiere piraterie lungo la costa italiana, dare
Nesazio. Rovine della capitale preromana dell'Istria ; veduta degli scavi, presso Pola.
fot. Plr.tnt OpiQlia. Trieite.
metro più largo, per gli animali. Celti o Traci, sommersero gli aborigeni, i primi sistemandosi all'interno, scendendo i secondi al mare. Di civiltà più alta i Traci sottomisero o si accordarono con i Celti; certo, imposero il nome alla regione. Istro era il nome che, per comune accordo di scrittori greci e romani, si dava al Danubio nel suo corso inferiore; i Traci, di tipo greconico affini ai greci, calati in Istria battezzarono Istro il fiume Quieto, e la nuova patria nominarono Istria a ricordo della vecchia. La coesistenza di Celti e Traci è dimostrata, oltre che dalle lapidi, dai nomi
Froprteta lettrrarln « artistica
una mano ai greci Etoli contro Roma e, alla fine, contrastare la creazione della colonia di Aquileia ordinata dai consoli a difesa dell'Impero. Nel 183 a Cr. il console Manlio ottiene di saldare la partita contro siffatti confinanti indocili, allestisce un esercito e occupa l'Istria. L'anno dopo gl'Istri, per vendicare l'affronto, danno noie ad Aquileia e compiono atti di guerra contro Roma. Stavolta è il pretore Fabio Bu~ teone che ottiene di andar loro addosso. Due anni passano tranquilli, in capo ai quali Epulo, succeduto al padre nel Regno d'Istria, leva gente contro i Romani.
. Fascicolo 72.
fui. Pietro cfp.Ui.u, 4nc«i
Nesazio. Sculture micenee nella necropoli preromana.
Fot. Pietro Opiglia. Trieste
Nesazio. Cornicione romano finemente scolpito.
Il console Aulo Manlio Vulsone gli muove contro; a Sistiana, vuoisi, o a Duino, i due eserciti si scontrano. I Romani son messi in fuga e gl'Istri si abbandonano alla crapula nel campo nemico; così li trova il console quando ritorna all'offensiva, distri, battuti, si disperdono. L'anno appresso (177 a. Cr.) il loro fato si compie : assediati nella capitale Nesazio (nei pressi di Pola) dalle milizie dei consoli Manlio e Giunio prima, da quelle di Claudio poi, uccidono le donne e i figli e ne gettano i cadaveri oltre le mura; superata ogni disperata resistenza, i Romani prendono la città e la radono al suolo. Epulo sfugge alla prigionia uccidendosi. La sorte di Nesazio è condivisa dalle vicine città di Faveria e Mutila. Di Nesazio oggi non sono che rovine. Scavi praticati dove sorgeva la vecchia capitale istriana misero in luce preziosi frammenti che esprimono la fiorente civiltà preromana della regione :
vasi, lapidi, e, notevolissime fra le altre, eleganti sculture micenee.
Domata e conquistata l'Istria, repressa una successiva sommossa, i romani danno mano a impiantare le colonie di Pola e Trieste, mandano a popolarle 10.000 latini, fabbricano strade, mura, ed elevano il grande vallo che, partendo da Fiume rasenta l'Àlbio, corre al sommo delle Alpi Giulie, e sbarra la strada ai barbari minaccianti.
Sotto Roma la provincia, amministrata da un consolare residente in Aquileia, fiorisce rapidamente. Nelle città si fabbricano ville, templi, campidogli, fori, teatri, bagni; nelle campagne si coltiva l'olivo e l'uva che dà il prezioso Pucino o vin di Prosecco, caro agli imperatori; lavoratori sorgono per la lavorazione della lana e, vuoisi, a Cissa, per la tintura della porpora riservata ai Cesari. La provincia dà a Roma guerrieri.
Fot. ut!. Belle Arti, Triette.
Gallesano, fra Pola e Dignano. Architrave con fregio romano, rappresentante leoni alati.
tribuni, consoli, senatori, ammiragli, madri di imperatori; prende parte alle guerre civili; partecipa intimamente alla vita romana della quale oramai gode tutti i diritti. Di questa terra Cassiodoro può scrivere nell'epistola del 537 : « L'Istria, fortuna ai mediocri, delizia ai ricchi, ornamento dell'Impero, dell'Italia, dove imperatori e patrizi romani si ritiravano a godere vita degli Dei ».
NEL MEDIOEVO
Alla caduta di Roma la provincia segue la sorte delle altre regioni di Italia. Passa ai Goti, subisce invasioni di Unni, torna a Bizanzio, è presa dai Longobardi, è assoggettata ai Re d'Italia, e, alla deposizione di questi (962), agli imperatori del Sacro Romano Impero. Nel 1077, anno fino al quale il Re o l'Imperatore le nominava, di volta in volta, i marchesi, il marchesato passa in feudo ereditario ai secondogeniti dei duchi di Carinzia Eppenstein, prima, indi a quelli degli Spo-nheim e degli Anderhs e, nel 1208, ai patriarchi di Aquileia. Al tempo degli Eppenstein avviene un fatto che dividerà l'Istria per secoli in due parti distinte : la veneziana e l'imperiale. Morto il Duca padre e resosi vacante il marchesato, il terzogenito Engel-berto avanza pretese sull'Istria contro i fratelli; rinviata senza esito la contesa alle armi, si finì col creare per Engelberto, dai nuclei di Pedena e Pisino, la contea d'Istria. Poi la contea si ampliò dall'Arsa al Mon-temaggiore, comprese nel suo territorio borghi, ville, le castella di Lupolano, Cosliaco, Bellai, Passo ed altre, ebbe giurisdizione di capitani senza i diritti municipali delle consorelle andate nel frattempo sotto S. Marco, fece leve su leve per conto degli imperiali, fu vessata di tasse e imposizioni, passò in proprietà,
affittanza o pegno per denari prestati a duchi e imperatori successivamente ai Duinati, ai Walsee, infine ai Montecuccoli. In complesso, ebbe tristi governi e una vita grama ed agitata.
Nel 300 le condizioni dell'Istria presentavano un aspetto desolato. « Dalle vie di terra — scrive Giuseppe Caprin —> scendevano, menando strage, le masnade affamate del Patriarca, la soldatesca ladra del conte di Gorizia, le milizie oltramontane del duca d'Austria, l'esercito orribilmente sconcio del Re d'Ungheria. I croati bruttavano di sangue le loro frequenti scorrerie. Capodistria in ribellione, Pirano straziata dalla disdegnosa superbia dei nobili e dal rancore dei popolari, con movimenti in Rovigno, tumulti in Albona e Pola; sulle vie del mare i genovesi che fanno sacco di Capodistria, incendiano e spoglialo Umago, Parenzo, Rovigno e Pola, e distruggono Muggia.
IL DOMINIO DELLA SERENISSIMA
E pure, anche in sì tristi condizioni di vita, fioriva l'arte in tutta la regione, prec'Duamente in quella veneta; e Venezia stessa doveva alla fedele penisola le sue fondamenta, le sue navi, i suoi palazzi, i suoi monumenti, per i quali squadre di boscaiuoli tagliavano nelle foreste d'olmi di Montona e del Leme, e cavavano lastre di pietra bianca dalle cave di Pola, di Rov igno e di Orsera. Da Roma a Bizanzio, a Venezia, al Rinascimento, l'arte si esprime nobilmente in quasi tutta la regione. Non vi è quasi cittadina senza qualche scultura dell'epoca bizantina, tra le quali emergono le belle colonnine a gigli, grappoli d'uva, croci, nastri e cervi a Momorano, a S. Michele di Bagnole, al cimitero di Caroìba, a S. Pietro di Bogliuno, per
Il Leone nella cittadina di Barbana
Villaggio di San Canziano a stiapiombo sulle celebri grotte.
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/ L'altezza e disegnata in scala ZO volte maggiore 'di quella della lunghezza )
Profilo longitudinale del Carso, da San Canziano a Duino, lungo la traccia presumibile del percorso sotterraneo del Timavo (dallo. Universo» pubblicazione dell'« Istituto Geografico Militare n).
non dire delle cittadine costiere. Il Rinascimento sfolgorò di luce su tutta la provincia; pittori, scultori, architetti, intagliatori lasciarono di se tracce imperiture un po' in ogni città. Tutto si illeggiadriva, marmi, metalli, legni, ricami, stipi, stoviglie, cofani, alari. Perfino certe curiose tazze per puerpere che ancor si conservano in quel di Rovigno, erano internamente ed esternamente pitturate a grotteschi. Il lusso diventò così sfrenato da indurre la Repubblica a severi provvedimenti. Seguì la decadenza ; peste, carestia, invasione di Uscocchi, spopolamento. È. il periodo che Venezia da una parte, i feudatari della Contea dall'altra, importano in paese bosniaci, morlacchi, uscocchi, gente che gli aborigeni detestano.
Fino alla caduta della Serenissima si viene formando una classe dirigente italiana nella costa e tedesca nella Contea ; come nelle città di S. Marco, il ceto medio è anche esso italiano : nella campagna, di là dalle frontiere di Venezia, accanto a vecchi gruppi romanici infittiscono gli slavi d'immigrazione vecchia e recente. Così trova Napoleone la provincia quando i francesi l'occupano. A ricordo della conquista Bo-naparte fa coniare una medaglia che reca, da un lato, il tempio Augusteo di Pola e la leggenda
a Tempie d'Auguste a Pola — Istrie conquise, anno MDCCCVI». Otto anni dopo l'Austria occupava l'Istria con le armi; Contea e Istria veneziana furono unificate; dall'Arsa il confine della provincia fu portato a Cantrida; Piume restò all'Ungheria. Cento-quattro anni dovevano passare prima che a Vittorio Veneto, nel fatidico 1918, si chiudesse per sempre la secolare partita con gli oltremontani per l'aggregazione di queste vecchie terre italiane all'Italia.
Topografia dei dintorni di San Canziano.
GLI ABISSI DEL CARSO
LE GROTTE DI SAN CANZIANO
Facciamo cenno in questo fascicolo delle famoso grotte che si trovano nella regione e nelle regioni vicine (San Canziano non appartiene strettamente parlando all'Istria ma fa parte della regione Carsica) per dare un'idea complessiva del caratteristico fenomeno speleologico della regione.
Conosciute fino dalle età più remote, quando servivano di dimora all'uomo primitivo, come lo dimostrano gli avanzi trovati nella caverna preistorica, furono in seguito oggetto di curiosità e ammirazione, non di rado fonte di paurose leggende e, dal secolo scorso, specialmente oggetto di studi e ricerche
sia storiche che speleologiche. I Romani avevano vicino ad esse innalzato opere probabilmente di fortificazione delle quali esistono resti e si stanno, da appassionati dell'Alpina delle Giulie, eseguendo scavi che diedero risultati di indubbia importanza.
Tutto il Carso è seminato di avvallamenti (doline), di grotte e d'inghiottitoi che si sprofondano nel suolo e formano, qua e là, abissi ricchi di formazioni calcaree. Celebri tra tutte, a non parlar di quelle di Postumia, sono le meravigliose grotte di San Canziano, ai piedi del villaggetto omonimo, dove il Timavo, a una quarantina di chilometri dalla sorgente, s* inabissa e, percorso un lunghissimo tratto sotterra, esce presso S. Giovanni di Duino e sbocca nel mare.
Partendo da Trieste e scendendo alla non lontana stazione di Divaccia, una strada di circa tre chilometri conduce al luogo delle meravigliose caverne. La discesa s'inizia dalla Vedetta Jolanda, costruita nel 1885, che domina da 164 metri la Grande Voragine ; lungo il cammino, molto pittoresco, ci s'imbatte nelle Vedette Eugenio Gairinger e Napoleone Cozzi, finchò si arriva a uno sbarramento; quivi, su due tabelle, sono segnati i limiti massimi raggiunti dalle acque del Timavo nel 1826 e nel 1851 (sessanta metri sopra il livello normale). Lo spettacolo a questo
punto è superbo : sotto è il fiume che forma il Lago Virgilio, di un diametro di 400 metri, diviso da un grande scoglio sul quale è costruito il sentiero d'accesso al Portale d'Italia; dal Portale d'Italia si vede il fiume spumeggiante erompere dalla Piccola nella Grande Voragine, formando la prima delle ventiquattro cascate in cui l'acqua precipita nel suo corso sotterraneo.
Tra le fiancate del Portale è gettato il ponte Tommasini, costruito nel 1885, attraverso il quale si accede al Cunicolo della Cascata ed al Belvedere Guido Paolina; meraviglioso è il colpo d'occhio che si gode dal Belvedere sulle cascate e sul « Forame dei Gorghi ». Da qui. per un sentiero scavato sulla viva roccia della Grande Voragine per una quarantina di metri, si arriva all'Arco Tominz; l'arco si apre sulla Grotta preistorica, così chiamata per gli oggetti preistorici che vi si trovarono in quantità. La grotta si prolunga, da una parte, verso l'enorme formazione stalagmitica detta « 11 Leone » e, dall'altra, sbocca nella Grotta degli Scheletri, rispettivamente, attraverso un camminamento di circa duecento metri, nella Grotta Krause, ricchissima di stalagmiti. Scavi praticati in queste caverne misero in luce ossa, oggetti di ferro, di bronzo, di silice e d'argilla, armi e quattro sepolcri. Un passo, detto le Malegrotte e ribattezzato ora Cavernetta dei Pittori, conduce all'Arco dell'Edera, il quale dà accesso alla Grotta Schmiedl, alta 30 metri. Da questa grotta s'inizia l'esplorazione degli abissi, ed è necessaria la luce; gradini di pietra menano alla Grotta Rudolf, alta 80 metri, larga 15-20, lunga 130, un vero tempio; lungo le sue pareti un sentiero munito di guide e parapetto sale e scende fino al Lago Caronte, e mette, a destra, nella Grotta XXX Ottobre e nelle Malebolge, attraverso le quali il Timavo scorre diritto per circa duecento metri ; sopra, a una ventina di metri, è il sentiero che immette nella vastissima caverna Federico Miiller, con la vòlta che arriva a 100 metri. Sotto è il laghetto omonimo.
Qui lo spettacolo, alla luce delle torce e dei bengala, è fantastico. In continuazione s'apre il canale Hanke che dà nelle Grotte del Silenzio, dove finisce il cosidetto Giro grande, della durata di circa tre ore. Più avanti le grotte non sono praticabili dal pubblico; solamente esploratori e speleologhi, appro-
Fot. Alpina -trllr Giulie
« Il Portale d'ital ia > con la grande cascata nelle Grotte di San Canziano che misurano uno sviluppo complessivo di 5088 metri e si sprofondano nella terra per 253 metri.
Fot. Pietro Opijlia. Triette.
Cernicale, nel distretto di Capodistria. Le rovine dell'inaccessibile castello di San Sergio, fatto erigere da un marchese dell'Istria nel secolo XI ; dominava la via che dalla Valle del Risano saliva all'Altipiano.
fittando di magre eccezionali, vi si spingono attraverso la caverna Caprin, il canale Tomaso Luciano, la caverna Leonardo Da Vinci, la caverna Torquato Taramelli, la caverna Antonio Stoppani, la caverna Martel, il lago omonimo, la caverna Mar-chesetti ed il lago Morto, ultimo esplorato nel 1924. Nella grulla Martel, a due chilometri e mezzo nell'interno di San Canziano, sorge il celebre Pulpito, enorme escrescenza calcarea.
Nel 1924, prendendo possesso formale delle caverne, l'Alpina delle Giulie lanciò nel Timavo, da un ponte costruito quasi nel mezzo delle grotte, una corona intrecciata con nastri tricolori, omaggio ai morti dal sacro fiume durante la guerra di redenzione. Per l'occasione la grotta fu illuminata. Non si può nemmeno pensare a un'esplorazione anche superficiale senza l'aiuto di guide che illuminino i passaggi. Allora Io spettacolo è fantastico; ai riflessi delle torce e delle candele, alla luce violenta di qualche riflettore collocato sui culmini, ai fuochi di bengala, bianchi, verdi tossì, le caverne riverberano mille raggi opalini, e dalle acque del fiume e dei laghi vengon su e si rompono contro le pareti fasci luminosi nell'iridÌBcenza dell'arcobaleno, Lontanissime si scorgono le teorie delle migliaia di fiaccole che punteggiano i passaggi a zig-zag sul vivo delle erte Tocce.
Il paesaggio richiama veramente i gironi dell'inferno dantesco, © la fantasia presta ad ognuna delle infinite figurazioni calcaree in cui ci si imbatte le linee e. si direbbe, l'anima di cose e di esseri soprannaturali. Chi scrive questi cenni, così descrisse nel 1924 l'esplorazione delle grotte compiuta per solennizzarne il passaggio all'Alpina delle Giulie, ossia all'Italia:
« 11 sole mandava giù raggi diritti e infocati dal riverbero delle pareti a picco sul vasto imbuto, donde veniva il rombo delle cascate. La parete era immacolatamente grigia e rossa come un sasso dolomitico; un gruppo di persone sulla vedetta Jolanda sembrava uno sperduto punto di riferimento su tanta vastità. La folla s'inabissava passando dal sole all'ombra, dalla luce alla tenebra, sempre pij silenziosa e come smarrita. Punteggiature bianche, punteggiature nere erano lungo il sentiero in discesa. Sotto, il lago c'i Virgilio azzurreggiava tra le spume. Una svolta : la cordata umana aggrappata ai parapetti passa a picco sotto le cascate. Il brivido che percuote i visitatori non li lascia più. Ora sono entrati nelle voragini e camminano trasognati ; la penombra li avvolge ; l'ombra si stende sopra e sotto, ampliando smisuratamente le profondità. Ogni passo, una luce gialla di candela ; ogni cento metri, una luce bianca di aceti-
h'ol. ult. Belle Arti, Trieste.
Vermo. Le caratteristiche pitture murali nella chiesa della Madonna delle Lastre. « La Danza macabra » di Vincenzo da Ca-stua (1474). La scena ha significato simbolico ed insieme potenza tragica di realtà.
lene; sopra, sotto, da qualche punto inaccessibile, l'occhio di un riflettore frastaglia triangoli e cerchi nebulosi sulle pareti e sulle acque; qualche volta è il riverbero rosso di un bengala che tinge di porpora uomini e cose. Più si conviene all'aspra natura del luogo la penombra delle candele e quel loro esile ardere silenzioso che sviluppa teorie ascendenti e discendenti, o si dispone in figurazioni simmetriche sopra le pareti precipitanti nell'abisso dove, signore assoluto nell'alveo conteso, il fiume passa scrosciando».
LA GROTTA PIÙ PROFONDA DEL MONDO
L'abisso più profondo della terra è a Raspo, in Istria, un villaggio di 120 abitanti sul ciglio dell'altipiano dei Cicci, a 700 metri di altitudine. L'esplorazione dell'abisso, dopo parecchi
tentativi audaci, è stata fatta radicalmente nel novembre del 1920 da un gruppo di speleologhi triestini. Gli esploratori hanno assodato che l'inghiottitoio è il più profondo della terra, rappresentando il record della profondità del suolo mediante pozzi naturali raggiunto a 365 metri.
Partendo da Trieste, si segue per una trentina di chilometri la strada di Fiume fino a Obrovo, poi si avanza nel Carso per una profondità di altri venti chilometri, fra boschi e doline, fra villaggi sperduti e petraia che non finisce mai : un mare di pietra. L'abisso non è lontano da Raspo, che si può raggiungere da Trieste in tre ore di camion. Quasi all'orlo della strada — dice Bruno Astori, che fu del gruppo degli esploratori — s'apre la prima caverna che appare come un immane antro misterioso.
Si scende su di un ripiano di una decina di metri quadrati.
Fot. ufi- Belle Arti, Trieste.
Vermo. «L'adorazione dei Magi» di Vincenzo da Castua ; nel dipinto l'artista ha rappresentato un lungo corteo di cavalieri,
di paggi, di Re, con fogge stranamente fantastiche e colorate.
costituito da terreno friabile di detriti molto pericoloso; trenta metri più sotto cominciano i pozzi.
Nel punto d'inizio la caverna ha la forma di una enorme marmitta, terminante a callotta. Le pareti, ricoperte da un primo strato di marna, continuano, avvicendando varie formazioni calcaree. L'età dell'abisso è calco-Iato in circa cinque milioni di anni.
Il primo pozzo è profondo 150 metri, il secondo poco meno. Il terzo pozzo, anch' esso verticale, strapiomba per più di 60 metri terminando in un piccolo bacino d'acqua. Dopo il terzo pozzo la grotta, improvvisamente, si restringe, e forma un budello alto cinque metri e strettissimo, alle volte meno di 30 centimetri. Un uomo vi passa a fatica. Dopo dodici metri di questo cunicolo, la grotta si allarga nuovamente e sprofonda in un salto di una ventina di metri. Il passaggio è a spirale, e chi scende si trova sempre incastonato fra due rocce. Poi la grotta si allarga ancora per venti metri, circa, con bacini e salti d'acqua, e scende, per un'altra serie di piccoli salti, finché, attraverso un corridoio di 125 metri, sbocca in una grande caverna dalle pareti così alte che il soffitto non si vede. La caverna è pianeggiante, quasi quadrata, e misura forse 150 metri di superficie. È attraversata, nel mezzo, da un ruscello che poi, arricchendosi d acque, continua, attraverso una nuova galleria tortuosa, per altri 200 metri. Infine
la caverna è ostruita da una frana più grande che chiude del tutto il passaggio. Fino a questo punto arrivò l'esplorazione del
Vermo. Altro particolare degli
novembre 1924, raggiungendo, come si è detto, la profondità massima finora raggiunta: 365 metri. Alla grotta di Raspo gli esploratori diedero il nome di grotta Bertarelli.
DA P1SINO A DIGNANO
IL CASTELLO MEDIOEVALE
Pisino sorge nel centro dell'Istria. 11 suo castello medioevale, con mediocri sculture araldiche sul portale è uno dei meglio conservati. Costruito sopra una roccia accanto a una voragine detta foiba (dal latino fovea) è, scriveva di esso nel 1600 il vescovo Tommasini « cinto di gros-sissime mura duplicate, con ponte levatoio e cinque mani di porte avanti vi si entri dentro. Dentro è una comoda piazza, con un palazzo a tutto volto, chs ha saloni grandissimi e camere bellissime», Deve aver veduto scene paurose, il castello, sotto i conti feudatari ; in un documento il vescovo di Pedena impetra pietà per i coloni contro la crudeltà del capitano che, per estorcer loro maggiori aggravi, usa spesso gettarli nella torre del castello e torturarli.
Le origini di Pisino non sono antiche ; molto verosimilmente — come opina Camillo de Franceschi — la fondazione della cittadina coincide con quella del castello, avvenuta nel IX secolo. Il castello, sorgendo a breve distanza dall' antica Pisino, che, insieme con Pedena, vantava rango e diritto di città, ne prese il nome; cominciò quindi a circondarsi di qualche casetta rustica; il nucleo, via via, ingrandì; altre case s'aggiunsero alle prime,
Albona. Veduta pittoresca della cittadina che fu rocca dell'Istria contro le invasioni dei pirati Uscocchi.
e, gradatamente, presso al castello, la cittadina andò sviluppandosi fino a diventare centro e capitale della Contea. Nel 1500 Pisino contava, col borgo esterno, 1500 abitanti, e, a differenza della gente del contado, non nominava nella Banca (amministra-trice di giustizia) il zupano bensì il gastaldo ed i giudici rettori.
Accanto al castello si leva una nobile casa antica. Entrando in qualche chiesa della pittoresca cittadina, troviamo, nel convento di S. Francesco, qualche buona tela di Gerolamo di S Croce, del quale è la pala nell'altare di S. Francesco raffigurante la Vergine in trono col Bambino e quattro santi. Dello stesso pittore è un'altra pala in questa chiesa, che possiede inoltre una pregevole Madonna in legno. Preziosissimo il tabernacolo del 1543 con la croce d'argento e santi, custodita al Duomo. Interessante e famosa la citata foiba, voragine profonda 128 metri che s' inabissa ai piedi del castello.
LE DANZE MACABRE DI VERMO
Poco lungi da Pisino è Vermo, che, nella sua povertà, custodisce uno dei tesori più caratteristici della pittura popolaresca istriana: le pitture murali della Chiesa della Madonna delle Lastre. Sorge la Chiesa un po' discosta dal paese ed è chiamata così per le stratificazioni di roccia sulla quale fu costruita. La Chiesetta è affrescata, e gli affreschi si conservano abbastanza bene. La pittura più caratteristica è quella della « danza macabra». 11 pittore, con un certo senso di libera ironia molto audace per quei tempi di dominio feudale, ha voluto raffigurare il concetto dell'eguaglianza di tutti dinanzi alla morte, ed ha composto una teoria di Re, di monaci, di conti, di nobili, di giovani, di vecchi, di ricchi, di guerrieri, ognuno affiancato da uno scheletro, la morte, che ha per ognuno dei soggetti un atteggiamento diverso, allo stesso modo che i soggetti esprimono sentimenti diversi di paura, di attaccamento ai beni della terra,
Facciata del Duomo dì Dignano, cittadina caratteristica per le costumanze tradizionali e per l'abbigliamento delle sue donne.
di rassegnazione. 11 soggetto, dice a proposito di queste pitture Antonio Morassi, già da per se indica l'origine nordica; lo stile la conferma. Sulla parete sinistra corre un altro pregevole affresco raffigurante l'adorazione dei Re Magi. Le figure sono tutte sullo stesso piano; i cavalli bianchi bardati portano un ccrteo di cavalieri cavalcanti sopra fiori ed erbe, tra cani, paggi, anitre, volpi, lepri. Meravigliosa ed accurata pittura. Nelle pareti laterali fioriscono altre numerose figurazioni dell'Annunciazione, della Nasc'ta, del Fattesimo, della Passione. L'affrescator? ha lasciato il suo nome sopra una scritta sulla porta laterale: Vincenzo da Castua. «Che il pittore, dice il citato Morassi, si sia formato sugli esempi della pittura tede-sco-tirolese-carintiana non ha bisogno di prove, E che in essa si riscontrino altresì una infinità di elementi derivati dalla pittura quattrocentesca italiana, è altrettanto chiaro. L'importante è che i dipinti rappresentano una creazione superba, già al limite estremo dell'arte popolare — con l'arte raffinata e colta».
Notevoli pitture murali ha pure Gimino, a qualche chilometro
da Vermo. Le sue due Chiese, della SS. Trinità (secolo XV), prossima al Duomo, e di S. Antonio, costruita nel 1381, sono tutte affrescate, la prima con scene della vita e passione di Gesù (fattura nel '500), la seconda con episodi della vita di S. Antonio. Affreschi, anche questi, de! '500, malamente conservati. L'opera, nel complesso, è mediocre, sebbene costituisca un elemento notevole per lo studio della pittura popolaresca in [stria. Simili pitture si trovano a Dragucchio e altre, di minor pregio, sono nella Chiesa del cimitero di Portole e in quella di S. Mauro di Carcauze. Carcauze, oltre a questi affreschi, vanta nella Chiesa di S. Antonio una pala di Vettor Carpaccio raffigurante S. Antonio.
UNA PICCOLA POMPEI
Sulla stessa linea ferroviaria Pisino-Pola viene, dopo Gimino, Canfanaro, in una posizione tra le più belle, ridenti e salubri della provincia. La cittadina è di costruzione relativamente recente ; la prescelsero a dimora gli abitanti di Duecastelli, quando, ridottasi la borgata allo stremo per guerre, carestia e peste, con le mura e gli edifici crollanti, l'abbandonarono definitivamente. Questo avveniva nel 1719. Sorgeva Duecastelli a due chilometri da Canfanaro, nel vallone di Leme. Della Chiesa di S, Sofia non sono rimaste che le mura e tre absidi interamente affrescate. Duecastelli, che per le sue rovine somiglia a una piccola Pompei, dell'antica benessere conserva a ricordo l'arma del podestà Francesco Almerigoti (1475) e i bellissimi ai-freschi nella chiesetta di S. Antonio, e nell'altra detta Madonna del La-cuzzo, raffiguranti, i primi. Cristo, l'Annunciazione, i Re Magi, i secondi raffiguranti quattro santi. Il Morassi ha potuto recentemente scoprire l'autore dell'opera; raschiando la calce dell'arco è venuto alla luce il nome di Giovanni degli Orefici da Pingue n-te (1487).
Nella Chiesa di Canfanaro si conserva il bel pergamo marmoreo del 300 che decorava S. Sofia di Duecastelli. Poco lungi da Canfanaro è un'altra rovina : la disfatta abbazia di S. Petronilla di cui è ancora in piedi la porta.
SAN VINCENTI, VALLE E DIGNANO
Andando più avanti nel nostro viaggio il carattere del paesaggio cambia. Lasciata Canfanaro viene avanti S. Vincenti, che ci saluta" festosamente col suo bel castello tra i meglio conservati della Regione. S. Vincenti sostenne validamente e ributtò un assedio di uscocchi. Il suo castello, di proprietà in proprietà, passò ai Morosini di Venezia che lasciarono sulla facciata il loro stemma.
Notevoli gli affreschi del primo quattrocento nella Chiesa di S. Caterina. La Chiesa è una caratteristica opera regionale, a' blocchi di pietra e portico. Le pitture murali presentano scene dell'Annunciazione, della Deposizione, figure di sante e santi, episodi della vita di S. Caterina. Nella Chiesetta del Cimitero sono affreschi più
Belle Arti, Trieste.
vecchi, ferse, di un secolo, non ancora messi
*ot. Upiglta e UH. Belle Arti, Triette.
A sinistra: Bellissimo balcone a trifore con colonnine ad eleganti capitelli, nel palazzo comunale di Albona. — Canfanaro, ruderi pittoreschi di Duecastelli, edificio feudale rovinato dalle guerre e dalle carestie finché fu abbruciato àfitgii abitanti nel 1719. — Imponente maniero di Pisino che fu residenza dei Conti e dei Marchesi d'Istria. — A destra: Mondano, la tor.e del castello. —
Una casa antica situata presso il Castello di Pisino.
in luce. Di pitture S. Vincenti possiede una buona pala dello Scbiavoni.
Da S. Vincenti a Valle sono pochi chilometri. Valle (Castrum Vallis) era castello e centro di guarnigione romana, e fu sede di illustri famiglie. Lungo la via verso marina a ogni passo ci si imbatte in rovine e tracce dell'antico splendore. Il Duomo fu fabbricato nel 1800 so-pra un edificio molto vecchio, Della cripta, con intagli del IX secolo, fu fatto un altare. Preziosa la pianeta del XV secolo ricamata in filigrana. Si leva elegante nella placida cittadina il palazzo dei Bembo. Al cimitero notevole un sarcofago, a carattere simbolico, di un marchese d'Istria.
Proseguendo verso Po-la e in sua prossimità appare Dignano « nobile e ricca terra con castello non murato» come la chiamavano i provveditori veneti. Terra classica per la ricchezza di cimeli romani rintracciati nel suo terreno: cisterne, are, monete, lapidi, urne. Belle le sue case, di nobile ed elegante linea, ricco il suo Duomo che conserva la celebre custodia del Beato Bembo. Era questa un'arca di legno interamente dipinta nel 1321, che custodiva la salma del Beato Leone Bembo. Da Venezia la custodia fu portata a Di-gnano. Ne è rimasto il solo coperchio e una parete. Nella Collegiata si ammira un bellissimo cenacolo di Giovanni Viva-rini (1549-1605). Più avan-ti è Galìesano con i suoi superbi ricordi romani, è il mare, è Pola.
Bonazza, maestro del Canova. Gli affreschi ariosi che ingentiliscono le pareti interne sono di Giuseppe Bisoni (secolo XVIII). Della Serenissima, Montona conserva il leone scolpito su una cisterna comunale recante lo stemma del Podestà Giovanni Molino (1322-23). La cittadina diede a S. Marco il celebre cancelliere Girolamo Diviaco, sepolto a Padova, e all'arte della stampa il chierico Andrea Antico, uno dei primi, se non il primo intagliatore in legno di note per la musica (1490). Montona aveva nell' età di mezzo singolari privilegi, tra gli altri quello di imporre in Gran Consiglio l'investitura ai propri Podestà toccandoli sulle spalle con uno scettro finemente lavorato. Lo scettro è finito a Vienna. Ammiriamo, passando, e sostiamo sotto il cielo che inazzurra i bei ci-pressetti, al cimitero di Montona. Il paesaggio ha qui la clemenza del paesaggio toscano, ed il cimitero, lindo, quieto richiama i versi del poeta veronese Berto Barbara ni :
O bel camposantin perso \per strada Morir onesti e capitarie \ dentro
No, la morte no l'è sia [gran secada.
Il palazzo veneziano già
DA MONTONA A FIANONA
Alla sinistra del Quieto, Montona si leva a 152 metri sul mare. È, un nido grigio-verde sul ripido altipiano. Era castelliere preromano, castello romano, e, nel medioevo, diventò rocca. È ancora oggi dentro il giro delle sue mura veneziane, rifatte nel 1330 che hanno il sigillo dell'epoca nell'arco acuto. Aver mura per le città era nobile segno. Che Montona fosse nobile e tenuta in grande pregio, lo dice una leggenda seconda la quale la cittadina era residenza antica dei Re degli [stri. Ma leggenda non è che fu culla o tomba alla famiglia degli Statilia che diedero a Roma quattro consoli. Si affidò a Venezia nel 1278, ed alla Serenissima fornì legnami, tagliandoli nel suo fittissimo bosco. In compenso s'ebbe dal Doge un calice d'oro. Altro oggetto ricchissimo che forma la gemma del suo bel Duomo, le fu regalato da Venezia nel 1509; è la pala d'argento dorato, opera d'arte finissima, che fu già altarino portatile di Bartolomeo Colleoni. Il Duomo fu costruito su disegni del Palladio e si fregia, come quello di Portole, di due preziose statue d'altare, S, Lorenzo e S. Stefano, dovute alla mano di Francesca
PÌNGUENTE, ROZZO E PORTOLE
Volto il fronte a Montona, più su, dall'altra riva del Quieto, si leva Pinguente, nel centro della sua opulenta campagna. Pinguente custodisce nella sua chiesa parrocchiale una preziosa lampada donatale nel 1652 da Marco Antonio Grimani. II vecchio Palazzo comunale conserva la linea dell'epoca; fu però scoperchiato nel 1626. Nella facciata aveva immurata la bocca del leone per le denunce segrete contro i tagliatori di viti e di olivi. Pinguente, al pari di Montona, diede un , nome famoso all'arte tipografica del canto
figurato: Jacopo Moderni, vissuto nel 1500; e alle pitture diede quel Giovanni degli Orefici che abbiamo veduto affrescatore delle chiesette di Duecastelli.
Pinguente era castelliere come la vicina Rozzo, la quale conserva ancora, dei tempi veneti, il leone con l'acidaro in testa.
Ritornando verso il mare, verso Trieste, nell'incanto di una campagna meravigliosamente varia e tutta coltivata a vigneti, si presenta Buie con la sua bella chiesa ed il suo alto campanile, con i suoi pili in piazza. Buie è detta dal popolo spia dell'Istria perchè dà veduta su un bel tratto della regione. Nella Chiesa di S. Maria, Pietro della Vecchia (1600) dipinse fresche scene del Nuovo Testamento, e il padovano Giulio Cirello (secolo XVII) una pregevole S. Anna con altri santi, fastosa ci colori e tratteggiata con vigoria. Grazioso e finissimo l'intaglio d«l coro che palesa l'epoca in cui fioriva o stile Luigi XIV.
I giacimenti carboniferi dell'Istria. 1
Portole, in quel giro di territorio, vanta un capolavoro : un Vettor Carpaccio che dipinse per il suo Duomo il bellissimo quadro della SS. Trinità, e ci mise, accanto alla firma, la data, 1530. Jl Molmenti è però un po' in dubbio se attribuire il quadro al celebre pittore, poiché il Lanza asserisce che l'ultimo quadro, 1' autoritratto, il Carpaccio lo compose nel 1522 nè più riprese il pennello. Nello stesso Duomo si ammirano geniali sculture di santi, opera del maestro del Canova, Francesco Bonazza, e un « S. Giorgio » di Baldassare dell'Anna, seco-lo XVII.
ALTRE CITTADINE
FIANONA E BARBANA
Da Pisino verso il Quarnero è una collana di pittoresche ville, borgate e cittadine : Gal-lignana con la sua caratteristica Casa dei vescovi, con un' eie--gante casa barocca, con la chiesa parrocchiale e con la Torre del castello ; Pedena, città feudo di vescovi, con la sua porta a piombature; Fianona dominatrice del Quarnero.
Alle sue storie e a quelle di Venezia, Fianona ha consegnato
il nome di Gaspare Gallavani. Fianona. Scult
Quando, ributtati da Albona nel 1599, gli uscocchi si gettarono
su Fianona, prendendola, Gaspare Gallavani, rifiutandosi di acclamare l'arciduca Federico di Graz, e ostinandosi a gridare viva a S. Marco, fu scorticato vivo. Tra molti pregevoli oggetti, la cittadina conserva, nella Chiesa parrocchiale, un elegantissimo altare barocco, con le colonne intrecciate assai vagamente da
ure nel coro
tralci e grappoli d'uva. Finissima opera gli intagli del coro.
Seguendo il corso dell'Arsa, sopra il suo canale si leva Barbano, al cui nome si associa un avvenimento storico : forse nel canale dinanzi alla città Tiparò quella nave di Cesare in guerra con Pompeo, di cui parla Lucano nella Farsalia. La nave, bloccata da legni liburnici e greci, assalita dagli istri calati dai monti, fu predata, e il suo comandante Vulteio si uccise. Barbana aveva nella casa del Comune la Loggia considerata la più bella dell'Istria. Dei tempi veneziani conserva ancora un superbo leone. Ha un bel Duomo con pregevoli pitture, altari e tabernacoli del Rinascimento. Nel suo agro finiscono di crollare le rovine di dodici castellieri. Il porto di Barbana è Pessacco.
ALBONA
LA SUA STORIA - GLI EDIFICI
Fabbricata in cima ad un colle, la gentile cittadina che ha nobili tradizioni, letterarie e artistiche in tutta l'Istria e fuori, si leva a 315 metri sul livello del mare. Esisteva all'eooca dell'occupazione della regione da parte dei romani, e, domata l'Istria, fu romana anch'essa. Plinio la nomina con onore. Forse Agrippa possedeva qualche terra nel suo agro. Fu Municipio, ebbe decurioni, duumviri, edili, bagni pubblici, edifici. Lapidi rintracciate recano nomi di illustri fami-
Fot. Pietro Opinila. Triistr
della chiesa parrocchiale.
Fot. uff. Belle Arti, Trieste
Gallignana. Piccola piazza e una chiesetta del boTgo.
Fot. uff. Belle Arti, Trieste. Pedena. Caratteristica porta d'entrata in una via.
glie che la abitavano, insigne fra tutte la Gavillia. Vi si veneravano Giano, Silvano, le Ninfe, Ica e Sen-tona. Sotto Roma salì in grande prosperità, come fanno fede i frammenti d'armi e di arnesi, le monete, i rocchi di colonne, le urne, tratti alla luce in tutto l'agro. Nel resto, declinata la potenza di Roma, seguì, su per giù, la sorte delle altre città dell'Istria, con la differenza che, ultimo rifugio dei marchesi della Provincia, ultimo lembo di terra istriana posseduta dai Patriarchi, giurò a Venezia nel 1420 garantendosi larghi diritti municipali. Fu di Venezia fino a! 1797, poi della Francia, infine dell'Austria.
cora la porta barocca detta di San Fiore, con immurati la lapide e gli stemmi della città e del rettore Francesco Grimani. Albona è ricca di edifici, di chiese, di oggetti artistici : il Duerno, del secolo XIV, rifabbricato nel 1450, con colonne su alti plinti e capitelli ionici; il Palazzo Comunale con l'elegante trifora ornata (secolo XV): il Palazzo Scampicchio costruito nel 1776, con bifore e balconi assai vaghi; il / bellissimo e ricco Palazzo Lazzarini, della seconda metà del secolo XVII, ed altri edifici. La cittadina è superba del suo leone che tiene in bocca una palla mobile. Il leone è immurato sulla facciata del Duomo.
Strada di Santa Domenica verso Albona.
Respinse con valore parecchie invasioni, la più sanguinosa la notte sul 19 gennaio 1599, in cui una banda di 800 uscocchi diede l'assalto alle sue mura; l'assalto fu respinto dal popolo, guidato da Pietro Rini, Giovambattista Negri e da don Priamo Luciani,
Albona diede i natali, nel 1520, a Matteo Flacio, che, recatosi in Germania ed abbracciato il luteranesimo, ne divenne uno dei propugnatori più caldi e dotti, nei libri che pubblicò e nelle cattedre universitarie che occupò per 30 anni.
Nel 300 la cittadina aveva mura a grandi massi, qualcuno piantato sulla roccia viva. All'epoca della sottomissione a Venezia era però, in buona parte, sguarnita; sicché i veneziani diedero subito mano alla costruzione di cinque torrioni quadrati. In piedi è an-
II Municipio si orna di un monumento funebre a Ve-sclevesio Petronio, con la faccia molto rovinata (opera del III secolo dell'era volgare) e di un altorilievo del secolo XVI, raffigurante un nudo di donna con pesci. L'altorilievo era certamente nella facciata di qualche fontana. Il Duomo ha qualche buona tela del 700 e dell'800, una bella scultura di Cristo, ed un gruppo molto pregevole, rappresentante la Trasfigurazione con ai lati Mose e San Paolo. Le figure del gruppo sono piene di movimento. Nel tesoro sono conservati calici, croci, ostensori, paci, reliquiari di gran pregio.
La chiesa della Beata Vergine della Consolazione è pur essa ricca di sculture e di quadri, tra i quali, sulle pareti laterali, nove tele del Moreschi (sec. XVI), rappresentanti scene della vita di Maria e di Gesù.
A sinistra: Il palazzo Lazzarini preceduto dall'alta gradinata, ad Albona. — Casa di stile barocco a Gallignana. — A destra: 11 castello di Sanvincenti, di forma quadrata che fu proprietà dei Morosini e dei Grimani e che si presenta ancora in buon stato di conservazione. — Case antiche di Dignano. — Casa dei vescovi a Gallignana, antica sede episcopale che durò fino al 1788; il palazzetto è caratteristico per le sue finestre lavorate ; a destra il campanile, uno dei più belli di tutta la regione.
Sotto Albona, che ha cinque porti sul Quarnero mura merlate e munite di feritoie, qualche volta con fossato, e quattro sul canale dell'Arsa, sono le miniere di Sorgevano sui culmini, all'orlo di qualche voragine, su creste di carbone di Carpano. [Vedi t>ag. 10). montagna. A poco a poco furono trascurati e, sulla fine del XVII
secolo, essendosi anche sosti-
I CASTELLI VALDARSAN1
Camillo De Franceschi afferma, a ragione, che una delle parti meno conosciute della penisola istriana è senza dubbio quella remota regione stendente-ai ai piedi del Monte Maggiore, tra Lupolano e Cosliaco, e costituente il bacino idrografie > dell'Arsa, il fiume destinato da Cesare Augusto a confine d'Italia. 11 paesaggio è vario e pittoresco ed i suoi abitanti, cosa particolarmente interessante, erano, in buon numero, di stirpe rumena, immigrati nel XIV o XV secolo. Ancor oggi, in sei o sette villaggi, la parlata corrente di quei contadini è la rumena. Valdarsa è tutta coronata dalle rovine di antichi castelli, sorti, salvo poche eccezioni, intorno al mille, forse su ruderi di costruzioni più vecchie, che formarono oggetto di continuo contrasto tra i Patriarchi ed i conti di Gorizia per il diritto di alto dominio. 11 potere autocratico dei feudatari di Valdarsa andava fino al diritto della « jus primae noctis»; i miseri contadini dovevano sottostare ad
ogni sorta di tasse, di prestazioni personali, di oneri, tanto che, spesso, si ribellavano, e, dato l'assalto al castello, come i villani di Cosliaco, lo prendevano e facevano strage dei difensori. I castelli erano di forma rettangolare con torre quadrata, alte
Buie, la «Spia dell'Istria», sorge dominante; e fu patria d Domenico Ragosa, compagno di Oberdan. Chiesa e campani?
tu ita la proprietà delle rocche, che, dalla nobiltà tedesca, era passata a quella italiana, i feudatari preferirono scegliersi una residenza più comoda, e le castella furono abbandonate. Oggi se vivono nella memoria dei contadini, è per le paurose leggende che vi sono connesse : nella torre di Vragna la bella principessa Urania subì prigionia atroce per una colpa d'amore ; nella torre di Bellai era un ferocissimo capitano che obbligava la moglie ad allattare i cagnolini ; il capitano di Cernigra-do, invitato a banchetto di pacificazione dal capitano di Castua, ha da questi, al brindisi, notizia, che, mentre egli banchetta, la sua rocca è preda al fuoco. Banchetto traditore per allontanare il nefliico dalla residenza. Vediamo un po' da vicino qualcuno di questi castelli.
LUPOLANO
Il castello di Lupolano ricostruito da Pompeo Brigido si leva ai piedi della montagna. È. un fabbricato vasto, a due piani, con cinta di mura e quattro torrette. Sulla porta posteriore sono murate una lapide e l'arma dei Brigido. AI pianoterra, di una costruzione accessoria, si vedono ancora le antiche carceri, cinque o sei celle oscure e bass^. In una delle torri è una cella cieca, riservata ai reati più gravi. Le celle ospitarono spesso i poveri villici recalcitranti ali annuncio di qualche nuovo balzello, l'ultima volta nel 1847. Ma allora
Panorama della cittadina di Pisino, fondata intorno al secolo IX, presso la quale vi è l'orrido, detto la Foiba, che strapiomba f per un' altezza di 130 metri.
Fot. Pietro OpigUa, Trieste.
Panorama dell'Altipiano istriano. Nello sfondo il seno di Rabaz, uno dei porti di Albona nel Quarnero.
non erano più in giuoco balzelli bensì la stessa proprietà feudale che subiva l'ultimo crollo. L'antica rocca ebbe misera fine. Un vecchio contadino, al quale, anni sono, Camillo De Franceschi chiedeva qualche notizia del castello, rispose additando le rovine sulla vetta scoscesa : « La giustizia divina distrusse ciò che gli uomini avevano maledetto ».
BOGL1UNO E VRAGNA
Dalle rovine pittoresche che ancora restano appare che le rocche di Bo-gliuno e Vragna erano fortini preponderantemente militari, rifugio e difesa degli abitanti in tempo di guerra. Furono ricostruite nel secolo XV contro i turchi. Dovevano essere in posizione imprendibile se, nel 1616, il provveditore veneto Marco Loredan scriveva: « Vragna è fondata sopra il sasso vivo imprendibile da tutte le bande fori che per il ponte posto sopra un precipizio profondissimo et sotto al quale passa un'acqua che discende dal Monte Maggiore». E di Bogliuno scriveva : « Vi è Bogno forte per la torre che lo custodisce et comodo per i bisogni della guerra ». Il castello di Vragna era difeso da un muro rettilineo rasentante il ciglio della rupe; negli altri
fui. Pietro ji,u. inette.
Albona, chiamata per la sua devozione alla Repubblica « La Fedelissima di Venezia». Il Palazzo Scampicchio.
punti cadeva a strapiombo sulla voragine. Il castello di Bogliuno, a tre chilometri da Vragna, sul culmine di un monte, era recintato ed aveva torre rotonda e tre giri di porte. Bogliuno, ai suoi piedi, era un tempo ben popolato anche di borghesi e nobili, tra i quali i Do-micelli da Fiume. In piazza si vede ancora la loggia a tre arcate, sotto la quale la Banca dei Giudici teneva pubbliche adunanze.
COSLIACO
Appaiono maestose le rovine di questa rocca, vero nido di falchi, costruita sopra un alto masso isolato. Sotto il castello era il borgo, oggi quasi scomparso. Qua e là, sulla roccia, appaiono tracce di sculture; scudi con figure araldiche. Il Dj Franceschi riuscì a identificarne una, quella dei Barbo col leone rampante. Il maniero era a due piani, con torrione quadrato, e, verso mezzogiorno, con baluardi e torri-celle. Altre difese e vedette lo proteggevano nella parte settentrionale. Era il castello più famoso della vallata. Fu assediato per parecchi mesi dai veneziani, nel 1332, senza esito. La rocca era imprendibile. Dopo sei secoli, avendo allargato il suo territorio giurisdizionale in modo da superare quello di qualsiasi al-
Rovine romane a Castua, che ricordano le terme di Caracalla, situate a circa sei chilometri da Fiume.
tra signoria feudale della Regione, avendo ospitato tra le sue mura famiglie di gran nome e guerrieri, il castello andò in rovina. Oggi l'edera lo ricopre e ne ingentilisce le macerie.
PASSO
Del bel castello di Passo, costruito sul ciglione del monte omonimo, dentro la cornice di un paesaggio prettamente alpino, di fronte al Monte Maggiore, e, a sinistra, dell' altipiano della Vena, non resta che la torre con qualche tratto di mura. Era difeso, il castello, da un mura-glione merlato alla ghibellina. La torre aveva tre piani, mura solide, feritoie e bertesche.
CHERSANO 81
11 castello di Chersano è certamente il più caratteristico e interessante della vallata. Fu restaurato e subì numerosi cambiamenti ; comunque, conserva il tipo della costruzione del secolo XV. Sorge la rocca bu un rialzo alla sinistra dell'Arsa, e, a suo tempo, era recintata. Si vede ancora al piano della torre una cortina con la porta ad arco; nel maniero si accede da ima porta archiacuta. Dà accesso alla sala dei feudatari una scala esterna. Sopra un uscio a destra della sala è incisa la data 1567. A destra, sulla viva roccia, è piantata la torre, con tracce dei merli che la coronavano un tempo. Agli angoli sono scolpite quattro teste di leone.
■ Promontori
Tratteggio delle nuove linee ferroviarie progettate nell'Istria.
ORNAMENTO D'ITALIA
In forma di cuore, attraversata dall'Arsa, dal Quieto, da acque minori, col laghetto di Cepic sotto il Monte Maggiore, l'Istria, nel suo complesso, presenta aspetti diversi e mutevoli, sempre pittoreschi, spesso incantevoli. Alte montagne le fanno una cintura superba alle spalle, scendendo, di piano in piano, di contrafforte in contrafforte, da 1300 metri al livello del mare. Doviziosa di terra rossa, fittamente piantata a vigneti e a olivi, ricco il sottosuolo di minerali, di carbone, di bauxite, — ad abbracciarla dalla cima del Monte Maggiore o dalla cima della Grande alpe istriana, sparsa fin dove l'occhio arriva di borgate, di ville e di cittadine bianche e grigie tra il verde della campagna, con le rovine dei suoi castellieri e dei suoi castelli, con i suoi ruderi, le sue antichità, le sue pietre, le sue chiese, le sue case, 1 Istria, dall' altipiano al mare, dalla costa alle isole occupa un posto degnissimo accanto alle Province consorelle del Regno. Quando avrà risolto i suoi problemi tecnici di acquedotti, bonifiche, strade e ferrovie, e quelli agrari, questa terra, popolata di gente d' iniziativa, di studio e di lavoro, industriali, commercianti, pescatori, salina-roli alle coste, agricoltori e grandi possidenti all'interno, tornerà ad essere quella che Cassiadoro descriveva, nel 537 dopo Cristo, «Ornamento d'Italia».
// fremente fascicolo è stufo compilato da Emilio Makcuzzi.
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ILLUSTRATE
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Ogni fascicolo contiene circa 40 illustrazioni. I primi 90 fascicoli hanno l'ordine seguente:
i ROMA ANTICA 23.
2. ROMA MODERNA 24.
3 MILANO 25
4. NAPOLI 26
5 POMPEI 27
6. TORINO 28.
7- PALERMO 29
8. FIRENZE 30
9 GENOVA 31
10. BOLOCNA 32
ir. VENEZIA 33
12. LACUNA VENETA 34
13 PISA 35
14 SIENA 36.
15 BRESCIA 37
16. VERONA 38.
17. VICENZA 39
18. BAS8AN0 40. 10. PADOVA 41. 30. TREVISO 42-2i ME8TRE 43
(Porto di Venezia) 44-
22. LIVORNO 45
ARCIPELAGO TOSCANO
RAVENNA
AREZZO
LUCCA
PRATO
PERUGIA
FERRARA
PIACENZA
PARMA
REGGIO EMILIA
MODENA
PAVIA
LA CESTOSA DI PAVIA SAN MARINO (Repubblica) CATANIA
LA REGIONE ETNEA
MONZA
LA BRIANZA
VIAREGGIO
FANO
MONDOVI*
EST E E ARQUA PETRARCA LEGCO
46 SALERNO
47 ROVICO E ADRIA
48 COMO
49 LACO DI COMO
50. CREMA
51, PISTOIA
52 BRINDISI E OTRANTO
53 VOLTERRA
54 CALTANISETTA
55 CUNEO
56 PESARO
57 LECCE
58 EMPOLI
59 LUCO
60. GUBBIO
61. SPOLETO
62. NOVARA
63. MONTE AMIATA
64. CREMONA
65. MONTECATINI
66. MONREALE 67 URBINO
68 AQUILA 69. SPEZIA
70 TRIESTE
71 POLA
72 ISTRIA
73. FIUME E LE ISOLE 74 LODI
75, UDINE
76. AQUILEIA
77 GROSSETO
78 SALSOMAGGIORE
79 FABRIANO
So. CAMPAGNA DI SIENA 81 SALUZZO
82. MESSINA
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GLI UCCELLI.
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