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GRANDE

I) E L

LOMBARDO-VENETO

OSSI A

STOMA DELLE CITTA, DEI BORGHI, CO HI IJ IVI, CASTELLI, I FINO AI TEMPI MODERIMI

PER CURA

DI CESARE CANIT

E \Y ALTRI LETTERATI

VOLUME QUARTO

M I L A N 0

PRESSO CORONA E CAJM1 EDITORI -Contrada di S. Antonio N. 4SOH

116024

Tipografa ótiglidmihi.

A SUA ECCELLENZA IL CONTE

ANDREA CITTADELLA VIGODARZERE

UOMO DI FAMA INTEMERATA IN TEMPI E POSTI DIFFICILISSIMI

GLI EDITORI DEVOTAMENTE INTITOLANO QUESTA STORIA DELLA SUA PATRIA CH' EGLI FE CHIARA COLLA PENNA COL CARATTERE COLLE DIGNITÀ

PADOVA

E SUA PROVINCIA

PEL

D.R AUGUSTO MENEGHINI

STABILIMENTI E CHIESE PRINCIPALI

Accademia dietro al Duomo......N. 25

Archivio Notarile, contrada S. Gaetano ... 8 BibliotecadelL'Univcrsità, cortedelGapitaniato» 27 Biblioteca Capitolare, contrada del Duomo. » 84 Camera di Commercio, contrada S- Lorenzo » 44 Carceri criminali, piazza delle Erbe . . . » 20 politiche, contrada S. Matteo .... 14 Casa di Pena, piazza Castello . . . • . » 40 » di Ritiro di Vedove ed Orfanello , contrada di S. Francesco......., 4G

» di Ricovero per famiglie civili, Ga Landò . 49 d'Industria, contrada S. Anna . ... 38

» di ricovero femminile...... . 2

- degli Invalidi a S. Giustina . . . . „ 5'» Gollegio maschile Benctello, ponte S. Sofia \ 9 . » Pratense, conlr- del Santo . 47

» femminile di S. Luigi, contrada Pao-

lolli......... il

t » delle dimesse, strada di

Vanzo.......» 58

dello Zitelle di Vanzo. » S9 » » privato della Beata Elena

contr. Santa Maria Iconia » 12 » • delle Vergini di S- Croce

contrada di Santa Croce » 6(1 » o delle MM. Erem., contrada

Santa Maria delle Grazie . 57 Comando di Piazza, Piazza de' Signori. . . 2fi Commissariato superiore di Polizia, contrada

del Capitan iato.......... » -29

Congregazione Municipale, contrada San Martino ...............18

Conservatorio di Donzelle, santa Rosa, contrada S. Rosa...........,37

Conservatorio di Donzelle, santa Caterina,

contrada santa Caterina......,48

Conservatorio di Zitelle Gasparine, contrada delle Zitelle............52

PIANTA DELLA CITTA DI PADOVA

Pori.-.

SaracincscaJIIIH ';

. ' ::; ////

^P/aS. Croce

Delegazione e Congregazione Provinciale, contrada S. Lorenzo.........» 44

Duomo..............„24

Ginnasio S. Stefano......... . 44

Gran Guardia, Piazza de' Signori. . . . » 26 Intendenza di Finanza e Dogana centrale,

contrada S. Bernardino.......> 13

Ipoteche, contrada S. Martino......» 18

I. R. Ispettorato delle Poste, Via Pedrocchi » 15

Monte di Pietà, al Duomo.......,26

Orfanotrofio ed Ospizio per mendicanti, Santa

Maria delle Grazie........ . » sr;

Orto Agrario, contrada S. Croce ..... Se Orto Botanico, contrada delle Priarc . ... ria Ospitale civile, contrada dell' Ospitale nuovo » 51 ■ militare, riviera di S. Agostino. . •> 35 Ospizio porgli Esposti, S. Giovanni di Verdura » t Osservatorio Astronomico, Riviera S. Michele • 4t

Piazza de' Signori.........., ge

Prato della Valle..........» gì

Pretura Urbana, contrada Paololli . ...» io Sala della Ragione, piazza delle Erbe . . » 13

S. Antonio.............» 47

S. Giustina..............54

Scuola elementare maggiore maschile, Borgo

Schiavino..........• 32

» elementare femminile, Borgo Livello » :ìi di Chimica, cont. del Beato Pellegrino » ;ì Veterinaria, Seliciala del Santo . . » 45

Seminario Vescovile...... ...» 44

Teatro Diurno, Via Pedrogc'bi.....»16

Nuovissimo, cont. del Teatro Nuoviss. » 22 nuovo, Piazza dei Forzate .... - 30 » S. Lucia , volto della Malvasia . . » 19

Tribunale, contrada S. Gaetano.....» 8

Uffizio delle pubbliche Costruzioni, contrada

S. Lorenzo............» 18

Università,............„17

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Vesso va to......... «* 23

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Grande Illustrazione del L,~V.. mi IV.

Origini. I Romani.

Le origini di Padova, città che fa primaria de'Veneti, si perdono nella notte dei tempi '.

Crede il Filiasi primi abitanti di questa terra appena emersa dalle acque essere stati i Veneti Paftegoni, che cacciati dalle lor sedi da una invasione di Sciti calati dalP altopiano centrale dell' Asia, dopo lungo ramin-

i Chronicon Patavinuiii, autore anonimo, ab anno Christi 1174 usque ad annum !3!M> A. Vi. È... Tomo IV. La cronaca di Iìolandino narra i casi della Marca Trevisana dall'nono 1188 al 12(52; testimonio ed attore, non gli scema fede la parzialità guelfa e resta lo storico più importante di quell'età. Il Monaco Padovano racconta le nostre sciagure tra li anni 1207-1270 ; guelfo più appassionato, merita minore credenza. Le.crona-

Itlustraz. del L. V. Voi. IV. *

gare, sempre incalzati da questi ed a quel modo che più fondatamente sappiamo essere avvenuto nelle grandi invasioni che diedero il crollo all'impero romano, avutine usi, costumanze e persino credenze religiose, frammisti ad essi si fermarono in questi paesi. E di origine scitica ed asiatica vuole egli la tradizione di Fetonte, dal quale tanti luoghi dc'nostri contorni ricevettero il nome. Di origine asiatica fu certamente quei bizzarro modo di maritar le venete donzelle, raccontatoci da Erodoto, e, secondo lo stesso Erodoto e Strabone, praticato anche dai Babilonesi e dai Persiani, per cui. raccolte in certo giorno tutte le fanciulle di ciascuna borgata, venivano i giovani scegliendo tra esse la sposa, con questo che, a seconda della bellezza della prescelta , dovevano pagar una soni-

chette aggiunte ai predetti son aride di fatti , errate in molli luoghi. Le cronache padovane, per la massima parie inedite, sedotte quasi tutte dalle favoloso invenzioni di Giovanni da Nono o Kaone e di Zambon Andrea di Favafosclii porgono lieve ajuto ; quelli' dei Corlusj dal f2!»3 al 1358 con due aggiunte anònime (i:>'>))-l."l>o e 1354-13JU) somministrano scarsi particolari.

Albertino Mussato, Bistorto Augusta Henrici VII et de Rebus Gestis, ecc., coi Cor-tusj e la cronaca di Fendo Vicentino, porgono materiali per l'epoca seconda repubblicana, dalla cacciala di Fzelino alla signoria de'Carraresi.

L' età di questi raceogliain dal Vergerlo e da Andrea e Galeazzo Gallaci sincroni e il primo lor segretario. Interessanti sono i capitoli in versi, dettati nella prigione di Monza da Francesco il Vecchio da Carrara , narrando la ricuperazione di Padova per opera di Francesco Novello.

Guglielmo Ongarello nel Wi cominciò la sua cronaca in lingua triviale; è laborioso compilatore, ma senza critica. La fama alla quale pervenne negli scorsi secoli è dovuta alla cura colla quale, alla line delle, epoche, registra le carte ed i documenti, che così ci conservò. È manoscritto stranamente sfigurato dagli amanuensi.

Di minor conto il Portenari, il Pignoria, lo Scardeone, l'Orsato, Io Zacco, il Caldcrio, l'Abiiani, lo Sprtzzarino, il Cavaceio, lo Sberti e altri. Il Brunacci scrisse della Storia lìc-clesiaslica fino alla metà del secolo XII, interrotto dalla morte dell'autore (Venezia, 4744), ed c peccalo che tanta erudizione sprecasse in quasi inutili critiche su materia meno importante che la storia civile. Di questi e di molli altri meno importanti si valsero i tre più insigni nostri storici. L'abate Giuseppe Gennari dettò gli Annali di Padova dallo origini Uno all'anno 1173, poi ripigliando dall'ali al 1318. Opera pesante che manca d'indici, di sommario in fronte ai capitoli, e le poche cose degne nuotano tra inutili citazioni di documenti ; eppure c necessario a chi voglia scrivere di quo' tempi. Giambattista Verci nella Storia degli Ecelinìe eccessivamente parziale, ma lodevolissimo d'aver raccolto d'ogni parte documenti per appoggiare ogni suo dello. Chi dopo lui scrisse degli Ecelini potrà giudicarne diversamente le azioni: narrarne alcun che di più non potrà mai. Cesare Cantò die forma più popolare ed autorevole ai falli narrali dal Verci, rettificandone alcune inesattezze ed i torti gimlizj, corredando il suo scritto con interessanti digressioni. Giovanni Cittadella, anch'egli vivente, dettò in due volumi la storia della dominazione carrarese, e c piccole mende non diminuirono gli elogi autorevolissimi.

A questi principalmente ci confessiamo debitori per averci agevolala la via, e doL-tamo dichiarare che la lunga fatiea durala a confrontarli cogli anlichi cronisti, ben pochi falli ci fruttò da aggiungere al nostro lavoro.

Manca questo povero scritto di numerose citazioni , ma ce ne dispensava P indole di questa pubblicazione. Però ci crediamo in diritto di dichiarare, che non un solo fatto per minimo rifi rimino senza confrontai!;! col testo.

ORIGINI 11 ma, che serviva a dotar le più brutte. Con maggior fondamento possiamo credere all'invasione dei Toseani, Euganei ed Umbri a cui il Filiasi vorrebbe attribuir la fondazione di Padova, Alcste , Verona , Vicenza , Adria e Mantova. Molto lottarono essi coi Pelasgi che, venuti forse dalla Grecia, posero la città di Spina alla bocca del Po, e soccorsero più tardi gli Argonauti quando erano pressoché disfatti dagli Etruschi. Non si sa per qual motivo, circa tre secoli dopo la fondazione di Spina, abbandonarono la Venezia, e se dobbiamo credere a Servio nel Commento all'Eneide, si ritirarono in Grecia ove egli dice che gli Aonii originali duxerunt ab eo loco ubi nane Venetia maritima est. Tornati cosi gli Etruschi, e particolarmente la loro colonia di Adria, padroni dell' Adriatico, stettero in pace circa ottani' anni fino alla presa di Troja. Raccontano antichi* storie che Antenore, raccolta grossa mano di Eneti o Veneti Frigi, venisse per terra attraversando i paesi de' Traci, Illirj e Liburni fino al limavo, ove rotti gli Etruschi, ebbe poi in potestà gran parte dell'attuale Venezia. Non si può indovinare se, prima di Padova-, avesse egli già fondato altro castello: ma sembrano accordarsi gli scrittori che, dopo aver istituito certi giuochi detti iselastici, egli mori in pace, avendo appese ad un tempio le armi. Fin qui le congetture dèi Filiasi, che nulla più permettono la lontananza dei tempi e le favole onde Greci e Romani riempirono le storie. Ma gli antichi cronisti municipali ne vanno tessendo a gara storie bizzarre, in cui innestano le costumanze de'loro tempi a quelle dell'età favolose, fanno giostrare gli eroi della Grecia come i Paladini de' loro giorni , e vengono a descriverci perfino minutamente le porte della città ed i monumenti che la abbellivano.

I Galli, popolo celtico, scesi per la prima volta in Italia sotto la condotta di Belloveso, indi rinforzati da sempre nuove torme di Cenoni ani, Salluvj, Boj, Lingoni e Senonì, avevano poco a poco occupato tutto i! territorio, di cui oggi si compongono il Piemonte, la Lombardia, i Ducati e gran parte della Romagna, cacciandone o riducendo servi i Taurini, gli Insubri, i Toscani e gli Umbri che prima abitavano quei territori*. I Veneti però, difesi tra i loro naturali confini, l'Adige ed il Po. non solamente seppero resistere alla furia dei Galli invasori, ma tanto alta idea incussero ai Barbari del loro valore, che, allorquando Brenno sia entrato nella città eterna, minacciava dell'ultima rovina la nascente

'2 I dilettanti di etimologia possono derivare il nome di Padova da lì ad tedesco significante bagno, per le acque termali che v'abbondano; dal greco irtTttf&«< rotare,perete prima di fabbricarla si presero gli auspica" dal volo degli uccelli ; da una ritta di simil nome fra Amaslri e Cromna india Paflagonia , abitata dagli Eneti, secondo Plinio A'. II. VI, c. 2. $ ì; dal celtico patis e pndopr pascolo e pascolare , o dal Padvs limne un tempo ossili vicino alla cillù. C. C.

12 STORIA DI PADOVA

potenza romana, alla notizia che i Veneti avevano fatto una incursione nel paese dei Galli, abbandonò frettolosamente la conquistata Roma, che dovette sua salute ai popoli della Venezia.

E delle continue ostilità fra1 due popoli altra indiretta memoria abbiamo da Livio, quando racconta della rotta data dai Patavini allo Spartano Gleonimo (Lib. X. c. 2.) Avevano i Tarantini, memori dell'antica origine, chiamato costui a difenderli contro i Romani che sempre più gli stringevano colle loro conquiste, ma noi vollero più ricevere nelle loro mura, accortisi come più alla pirateria egli attendeva che a prestar loro Pimplorato soccorso. Ond'egli, viste fallite sue brame di arricchirsi a spese di quelli, giunse colla sua llotta depredando sino al fondo dell' Adriatico alla foce del Medoaco. Lasciate quivi le navi grosse, e messa parte della truppa su battelli leggeri, risalendo il fiume si diede a devastare il nostro territorio. Ma la gioventù de'Patavini « che a cagione de'confinanti Galli stava sempre in sull'armi », partitasi in due schiere, circondò quegli staccati drappelli de'Greci, e gli obbligò a rendersi a discrezione. Con forze riunite assalirono poi la flotta spartana , che mal potea moversi in quei bassi fondi, e sì valorosamente si adoperarono, che a pena potè salvarsi Cleonimo colla quinta parte de' suoi vascelli.

Delle arse navi portarono a Padova i rostri in trionfo, e li posero a monumento nel tempio vecchio di Giunone, e al tempo di Livio vivevano alcuni i quali ve gli avevano veduti. Per festeggiare l'anniversario di tal l'atto instituirono giuochi navali, da celebrarsi nel fiume che scorre in mezzo alla città ; giuochi che, se così può spiegarsi un passo di Albertino Mussato, continuarono fin oltre il 1200.

La potenza romana frattanto più sempre s'avvicinava alle nostre frontiere A distogliere i Galli-Senoni dall'assedio d'Arezzo, Marco Curio facendo una* audace diversione, valicato l'Apennino, era sceso nel paese che i Gali' aveano tolto agli Umbri, e trovatolo indifeso, ne cacciò i pochi abitanti, riducendolo deserto: donde lunga e complicata guerra, a cui prese parte tutta l'Italia; avendo gli Insubri chiamato in sussidio i Gessati, Roma col mezzo di ambasciatori cercò l' amicizia de'Cenomani e dc'Veneti, che persuasi e lusingati preferirono l'amicizia de'Romani a quella de'Galli, e promisero ventimila soldati, sicché poterono i consoli romani dopo varie vicende sconfigger interamente i Galli a Telamone sulle rive del mar Tirreno, e compier la conquista della Gallia Cisalpina (.*>32 di Roma).

Adunque Cenomani e Veneti erari popolo di gran conto per Roma, indipendenti da essa, che li trattava con preghiere. "' Ma nella seconda

3 Strana cosa clic, di tanti scrittori antichi a imi pervenuti, ninno faccia xicnzione del coinè i nostri maggiori vennero in soe'gey.:o:ii> ha Repubblica, méntre ci particolare^*

ORIGINI 15 guerra Punica, quando, inanimiti dal terrore che spargeva in Italia Annibale , alleati e colonie si staccarono da Roma, i Veneti duraronlc amici, e se dobbiam prestar fede a Silio Italico (lìdi. Punk, lib, vin), Della fatai giornata di Canne combattevano co" Romani, e fra loro si distinse un concittadino nostro chiamito Pediano,

Tra la seconda guerra Punica e la Cimrica vogliono riferirsi la costruzione delle strade di cui abbiamo sopra parlato, e la fissazione detonimi tra Padova e Atcste, fatta con decreto del senato dal proconsolo L. Cecilio, e quella fra Atestini e Vicentini per opera del proconsolo Lucio Acilio Serrano, monumento delle quali rimasero due iscrizioni,

[scrizione de' confini.

piarono l'assoggettamento di nazioni ben mono imporlanti. Trascorre senza dubbio il Por-tenari pretendendo, contro il Pijjnoria, dimostrare la indipendenza de'Veneti anche ai tempi dell'impero; ma e certo che i nostri non ebbero mai guerra col popolo romano o ne furono anzi fedelissimi alleati, onde Slrabone dice clip, e prima e dopo la guerra punica, socia junxerunt orma a quelle dei Romani. Il Sigonioed il Panvinio, autorità somme in questa materia, giudicando per analogia e riconoscendo in tanti modi provata la soggezione dei Veneti a Roma in tempo di poco posteriori alla conquista della Gallia Cisalpina, vogliono adattarvi una delle formolo riconosciute nel diritto pubblico del popolo conquistatore (Sigonio. Se suaque omnia ftdei populi romani permittere. — Panvinio. In consuetudinem parendi romanis dementar provocantibus venire). Se fosse lecito a noi

Illustraz. del L. V. Voi. IV. 3

posta la prima a metà del monte Venda negli Euganei, la seconda appiè dei colli Berici verso Lonigo 4.

La guerra sociale terminò collo stabilire definitivamente la potenza di Roma , mentre in apparenza era il senato che faceva concessioni ai vinti Il prudente senato, a confermare gl'incerti, decretò sarebbe concessa la cittadinanza a tutti que' popoli che erano rimasti fedeli alla Repubblica : col che venivano a conseguirla anche i Veneti e gli Insubri che non s'erano accostati alla lega italica. Però, e non ne sappiam le ragioni ( forse per quella massima dei tiranni, prometter lungo coir attender corto) non ebbero allora i Cispadani il diritto promesso, giacché poco tempo dopo vediamo le nostre città, per opera del console Pompeo Strabene, padre di Pompeo il Grande, ascritte alle colonie latine. Era questo un dei tanti gradi di cittadinanza inventati dai Romani , per cui coloro che in patria avessero conseguito alcune determinato dignità, potevano votare ne'comizj di Roma cogli Onorio privilegi dei veri cittadini romani, avendo perfino diritto d' ottenere le cariche primarie della Repubblica. Tale favore riuscì quasi illusorio perchè, distribuiti i nuovi cittadini in poche tribù, il voto di queste veniva reso inutile dal voto delle tribù antiche che erano in maggior numero. Poi Mario promosse l'ampliazione del diritto romano e più efficacemente Cesare che, dopo lo guerre civili riuscito dittatore, quasi nella repubblica ridotta a servitù avesse ancora valore il titolo di cittadino romano, intese rimeritare i Traspadani dei

emettere un' opinione nel disparere di tali gravissimi autori, propenderemmo alla sentenza del Panvinio, che ci sembra suffragala dall'analogia di fatti consimili.

L'artificiosa politica dei Romani, che, malgrado le frequenti ribellioni, manteneva ai socj Ialini i privilegi,non,avea bisogno di ricorrere all'aperta violenza per riuscire al dominio di questi popoli, circondati da possedimenti romani. Le stesse strade militari , argomento principale con cui il Pignoria pretende mostrare 1' antico dominio dei Romani, forse altro non furono in origine che concessioni, scaltramente ottenute dal prudente senato, onde intimiditi ed assuefatti i Veneti dal continuo passaggio delle vittorioso legioni si lasciarono a poco a poco ridurre all'ubbidienza. Anche in tempi non lontani da'nostri le arti usate dalla Russia a condurrò ad effetto la rovina della Polonia e quelle con cui l'Inghilterra, Roma moderna, fondava la sua colossale dominazione nelle Indie, co' varj gradi di soggezione che lilialmente conducevano all'assoluta corporazione ne' dominj della Compagnia, ci porgono vivo esempio de'modi usati dall'ambizione del popolo romano; dividi e regna.

4 La pietra che ricorda la fissazione dei confini fra Padova ed Este, riferita dal Salomone, dalI'Orsato e dal Muratori, ma scorrettamente, fu dalPAIcssi trasportata in Este ad adornare la propria abitazione, di dove, comperala da varj cittadini., fu trasferita nel patrio museo. Chiaramente si scorge che la iscrizione superiore più antica , fu ripetuta con alcune variazioni nella inferiore. È da osservarsi die lo scarpellino nella iscrizione inferiore aveva tra le parole Pro cos e tcrminos della seconda linea inavvertitamente scolpito un Ex che doveva essere nella terza, del che accortosi cancellò quelle due letlere, non però in modo che ancora non si possano leggere.

SOTTO I ROMANI 15 soccorsi prestatigli, onde ebbero questi popoli ad ottenere il diritto per cui tanto avevano combattuto, ma privo de1 suoi più importanti attributi. Padova venne ascritta alla tribù Fabia, Ateste alla Romilia.

Continuarono i Veneti, finché durò la vita di Cesare, a favorirlo, ed è memorabile il fatto di una coorte di Opitergini comandata dal tribuno Vultejo, i quali, circondati da ogni parte sulla nave che li portava, e faceva parte di una piccola armata sconfitta dai Pompejani, a ciò esortati dal tribuno, si difesero fino all'estremo, e anziché arrendersi Pun l'altro si trucidavano.

Alla battaglia di Farsalo le legioni del dittatore componevansi per la massima parte di Traspadani, come avverte Labieno, nè quindi è tanto a fantasticare sul fatto di Cornelio augure, che, dal santuario di Apono circondato da folto popolo, raccontano gli antichi aver descritto la pugna farsalica al momento in cui succedeva, e toltasi di capo la corona che come augure portava, aver votato di non rimetterla, ove non si confermassero i suoi vaticinj.

Ma ucciso il dittatore, forse a ciò stimolati da Decio Bruto che ne reggeva il governo, i Veneti aderirono ai Repubblicani, e fino all'ultimo perdurarono a difendere la libertà, e quando, formatosi il triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido, già ogni speranza era morta, resistettero essi ad Asinio Pollione che con sette legioni travagliava il loro paese, e di Padova racconta Macrobio che nascostisi i cittadini per non dare a Pollione nò armi nè denari, nulla valsero i tormenti inflitti agli schiavi, nulla la promessa della libertà, per far che rivelasser l'asilo de' padroni. Fatto che, se onora gli schiavi, non è piccolo argomento della umanità dei padroni. Assegnate dai triumviri le terre italiche ai veterani, le città più ricche, per la mediazione di Cornelio Gallo, preposto al collocamento dei soldati, poterono redimersi, e fra queste fu Padova. Altre più povere, come Ateste, dovettero ricevere i nuovi padroni.

Ottaviano, per togliere questa provincia dall'influenza di qualche nuovo nemico, fe che il senato la decretasse libera da qualunque preside o magistrato romano, conoscendo, come dice Appiano, quanto era terribile a Roma tal vicinanza.

Da quell' ora la storia di Padova si confonde con quella delle altre città, soggette all' immenso impero romano. Nella generale divisione dell'Italia fatta da Augusto, i Veneti ebber posto nella decima regione, nè sotto i primi imperatori furono turbali dalle armi, anzi mirabilmente cominciarono a prosperare. Neppure regnando Marco Aurelio oltrepassarono i Barbari la Piave, e solo circa ottant'anni dopo videro i nostri invaso e disertalo il loro paese da orde barbariche. Dei danni .sofferti in tale oc-

casione sembra che Padova a stento abbia potuto rimettersi e non la troviamo nominata negli antichi libri, se ne togliamo alcune leggi date in Padova da Graziano e Teodosio, e la notizia della dimora fattavi alcune volte da Onorio. Devastata poi da Alarico la Venezia, traversata da Radagaiso, tale era la miseria di questi paesi, che Onorio si trovò obbligato di concedere le terre rimaste senza padrone ai proprietarj confinante esentandole per due anni dal tributo. Attila distrasse ed arse tutte le città che gli resistevano, e Padova in fra queste; e confusamente raccontano i cronisti di zuffe accadute sotto le sue mura, in cui forse, a molto d1 immaginario, qualche cosa trovasi frammisto di vero. Favola è certamente quella ripetuta dal Dandolo, il decreto dei consoli di Padova addi 25 marzo 421, per cui fu fondata Venezia, e mandativi a reggerla tribuni, edificandovi anche la chiesa di San Jacopo, consacrata, tra gli altri, da Severiano, vescovo di Padova. Alla partita di Attila, è certo la maggior parte de1 cittadini esser tornata a riedificare il nido natio.

Caduto l'impero d'Occidente, ubbidirono ad Odoacre, indi a Teodorico s e successori, finche regnando Vitige, udite le vittorie di Belisario, scosso il giogo barbarico, dieronsi ai Greci (anno 540). Ma Totila, rialzata la gotica fortuna ebbe Padova d'assedio, e la riunì ai suoi Stati (5H). Per poco; che Nafseté ridusse tutta l'Italia a soggezione di Giustiniano (563).

Calati i Longobardi, Padova e Moriselice si tennero per i Greci, unitamente a Mantova ed alle città marittime, nè Alboino, Clefi od Autari poterono conquistarla. Rovinato poi il paese dalla violenza delle acque ingrossate per soverchie pioggie (589), nella qual occasione l'Adige lasciò 1' antico letto che da Montagnana volgeva ad Este, solo dopo molti anni scavandosi l'alveo attuale, Agilulfo potè sottometter Padova, e ne disperse e trucidò i cittadini (600;. Vogliono i più che ne spianasse le mura e le abitazioni e che il vescovo impaurito rifuggisse a Malamocco. Checché ne fosse, certo poco dopo ritoruaronvi gli abitatori e con loro vennero a stab.lirvisi alcuni Longobardi, giacché al tempo di Rotari (656) vi troviamo due vescovi, l'uno cattolico pei vinti, ariano l'altro pei vincitori. Per tante sciagure però sembra Padova esser assai decaduta.

;> Tcodorico, intento a mascherar il regno d'un barbaro col blandire i sentimenti e le arti, de' vinti, fece a Padova risarcire il palazzo pubblico e la piscina Ncroniana, delta cosi per la somiglianza colla piscina da Nerone costruita alle termi! di Baja. Credesi fosse questa la gran vasca incrostata di lini marmi, che fu trovata a Monlegrutto»

C. G.

CONDIZIONE ANTICA

17

II.

Condizione di Padova antica.

La pianura veneta è costituita quasi per intero da terreni di trasporto e quindi, a seconda delle correnti che ne attraversano le parti, riesce svariata la sua fertilità. — A pie delle Alpi, che confinano verso Germania, sorgon dapertutto colline, le quali gradatamente abbassandosi, formano dalla cima delle nevose montagne fino alla pianura quasi tanti scaglioni di un immenso anfiteatro. Solo nel Vicentino un gruppo di colli detti Bòrici, staccandosi allatto dalle Alpi, s'internano a mo' di penisola, continuata poi dai monti Euganei che ne sono come un prolungamento.

Questi due gruppi di colli quando ancora non era emersa dalle acque la circostante pianura, forse racchiudevano vulcani ancora in attività e devono aver dato origine alla tradizione delle Isole Elettridi, come un grande cataclisma, seguito ad una delle loro eruzioni, deve aver servito di base alla favola di Fetonte.

Gli antichi scrittori concordano nclPesaltare la fertilità di queste regioni; ove furono le famose raz/.e di cavalli, tenute fra le migliori nei circhi della Grecia, e ricercati dal vecchio Dionigi di Siracusa per migliorare quelle della Sicilia, e più rinomati eran quelli nati dalle cavalle lupifere, cosi dette perchè portavano sulla coscia una marca colla figura di una lupa. Delle lane nostre si facevano varie qualità di tessuti e preziosi tappeti, e le cos'i dette mappce villosa e drappi trilices, che al dir di un antico, a pena si potevano tagliar colle forbici. Le foreste di quercie bastavano a numerosi branchi di porci, materia di vantaggioso commercio fino con Roma.

Prima forse che altrove, per opera degli Etruschi, furono nell'odierno Polesine scavati canali artificiali, se a loro è da atiribuir la grande opera delle Fossce Philislinoe. Certo l'abbondanza delle acque in queste Provincie, ed i gran danni dei loro straripamenti devono buon'ora aver condotto a mettervi un riparo. Vanto di profondi conoscitori delle leggi idrauliche ebber sempre i nostri, e Dante a parlar d'argini giganteschi qui e nelle Fiandre trovò esempj al suo dire , ed anche a' giorni nostri qui si esercitarono valentissimi idraulici, di cui uno fra i massimi, il Paleocapa,

chiamato a consultare fino dai Francesi, intolleranti di ogni superiorità che a loro non appartenga.

La romana dominazione portò a noi il beneficio di aver intersecato tutto il paese da magnifiche strade; oppure, le vie militari servirono ad assoggettare i nostri maggiori alla Repubblica. La via Gallica, che da Torino per Verona e Vicenza giungeva fino a Padova; la Postumia che da Genova per Cremona, Isola della Scala, Vicenza, Udine, Cividale, Tarvis andava in Germania; la Claudia Augusta che dalla Baviera per Trento e Verona metteva capo oltre Ostiglia nella Emilia Altinate, e la Claudia Augusta Altinate che dalle sponde del Danubio per Belluno, Ce-neda e Treviso aveva fine in Aitino; e la importantissima Emilia Altinate che dal Modenese girando attorno le paludi per Este, Padova, Aitino, Julia Concordia, Aquileja, Trieste conduceva nell'Oriente, erano benefici monumenti del genio di Boma. Oltre alle nominale vie militari, costruite sopra saldo argine, 1 astricate di pietra, interrotte da religiose cappelle, dalle stazioni de' cavalli, imperfetta ma viva idea della posta moderna , minori vie chiamate vicinales congiungevano i diversi paesi.

Di Padova, città popolata molto e ricchissima, scrisse Strabone che negli antichi tempi poteva inviare ventimila uomini alla guerra, e che aveva fra' suoi abitanti cinquecento dell'ordine equestre, quanti ne numerava sola Cadice tra tutto l'orbe romano. Delle antiche età pochi ma insigni monumenti ci restano, i quattro ponti romani, detti oggidì Molino, Alti-nate, di S. Lorenzo e Corbo, indizio della non mula'.a posizione della città. Altri avanzi di grandiose fabbriche il Zairo, che esisteva nel Prato della Valle 6, il Foro di cui scoprironsi alcune parti in occasione di scavi nel fabbricar Io stabilimento Pedrocchi e l'Arena. Ecco tulio.

6 Simone Siratico (Dell'antico teatro di Padova, 1793) l'avea supposto ben più piccolo clic non apparve dai nuovi scavi dd 182.1; donde si conosce che il suo raggio era, non di piedi 125, bensì di 1jj5. L'arena formava un'dissi di metri HO, sopra 03, costruita di pielra colombina. Negli scavi del calle Pedrocchi si trovò una lapide Ialina, die Pcr-rucina faceva incidere per Ingenuo suo marito, gladiatore. Dei pònti ecco le dimensioni in metri

MOLINO altinate s. lorenzo corbo

PARTI

corda

freccia

conta

freccia

corda

treccia

corda

freccia

Arco maggiore

11.47

3.40

12 30

3 30

14.US

4.27

11 00

5;*S

Laterale a destra

8. SO

2.74

13.52

3 *j2

Laterale a sinistra

8.31

2.87

11.02

3.00

8.70

3.00

Minore a destra

7.00

2.1,0

Minore a sinistra

7.15

2.20

7.70

2.s0

Grossezza dd piloni

1.7s

_

2.30

_

1 44

 

i.:ì7

Lunghezza del ponte

1ìo.40

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_

45.22

50.08

Larghezza

.20

7.77

8 SO

5.53

TITO LIVIO 19 Ricorre alla mente di tutti quel Tito Livio, che ci tramandò notizia delle geste de' Romani, intorno a' cui libri, tanto sudarono gli eruditi, e

Ti lo Livio.

singolarmante i moderni intenti solo a distruggere senza potere o voler poi ricostruire: quel Tito Livio di cui pur troppo ci mancano tanti frammenti, onde restiamo in assoluta oscurità intorno ad alcuni periodi di storia, campo alle congetture di chi cerca denigrare il senno antico italico; quel Tito Livio, a cui nei secoli del risorgimento fu prestato un culto quasi idolatrico 7.

Varj scavi di colonne e basi avevano dato indizio d'un grande edificio, quando nel 18111 il Pedrocchi caffettiere facendo sterrare per una conserva di ghiaccio, rinvenne molti piedi sotto al suolo, fondamenta e rottami di abitazioni, interrotti da strati di terra vegetabile. Giunti a cinque metri sotto, si scorsero due tronchi di colonne sulla base ben lavorata, poi segno di altre, distanti fra loro quattro metri, e piedistalli di colonne anche con iscrizioni; e tutto esaminato, si venne in chiaro quello essere il foro. Preziosi avanzi di antichità sono poi le iscrizioni, sia laterizie, sia su pietra, e che vengono conservate ; si ha a stampa VIUusfrazione delle antiche lapidi patavine. C. C.

7 Se sul merito storico di Tito Livio grandemente disputò, ai dì nostri, una critica severa certo, ma forse non ingiusta, tutti cadono d'accordo ch'esso è il miglior narratore che esista in qualsivoglia lingua. Foggia egli la sua opera a guisa di un'epopea, disponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconcie all'effetto; il resto tralasciando o trasvolando. Al suo tompo, era moda che storici, oratori, poeti gemessero sulla decadenza di Roma. Livio, quantunque ne confessi i vizj presenti, toglie a mostrare in qual modo essa montò a tanta grandezza; e volendo restar abbagliato da quella, e crederla eterna, non discerne la virtù e la giustizia dai loro «pposti ; oppres-

Altri scrittori celebri ebbero in Padova natali; Volusio, scrittore di Annali Storici in versi ora perduti, Ascanio Pediano poeta e grammatico, di cui ci rimangono pochi frammenti, Valerio Fiacco autore dell1 Arsioni e perfidie dissimula, o se noi può, le attenua eoll'csagcrare i torti de'vinti; Ira gli obblighi di questi ripone il credere a Roma quand'essa si proclama divina di origine e di alti; ed ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino sempre, anziché uomo. Non ripeteremo col Niebuhr che il dubbio noi tocchi mai, bensì non se ne inquieta; come s'addii ebbe la discussione colla magnificenza del poema"? sarebbesi forse arrestalo Virgilio a discuter se era possibile che una ventina d'eroi si chiudessero nel venire d'un cavallo di legno? Tito Livio sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di ripeterle, senza nè affermarle nò infirmarle. Gli stanno davanti arcbivj immensi; non ha che a salire in Campidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, di cui si valsero e Polibio e Diodoro; ma egli non se ne briga, perchè non ne verrebbe tamtyoco un solo nuovo abbellimento al suo quadro. Talvolta cita gli animi antichi e ne libra le asstr/kwii, ma su peilicialmenle, e non per desumerne il preciso vero, ma per retorica elaborazione. Più comodo gli terna il ricopiare e sovente tiadurre Polibio, neppur semi re cogliendo nel sejrno, fin là dove questo descrive la costiluzione romana 11 meraviglioso è più poetico; i prodigi vengono opportunissimi a tal uopo, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportuno il grandeggiare soperchiale de'palrizj, opportune le parlate, e l'affettar di credere alle cagioni divine più che alla terrestri. Vaglia il vero, chi scrivesse la storia romana senza i prodigi, i valicinj, gli augurj, la sv serebbe, quanto chi ommettesse i frati e i miracoli nella storia delle crociale ' o di Ezelino; pure assai più die qualunque cronicaccia del medio evo trascese Livio in tali fatterelli; colpa maggiore perchè scriveva in un secolo ove più nulla si credeva. • So bene (dic'egli) « che quell'indifferentismo (ncgtùjevtia), pel quale gli spiriti forti non credono « che gli Dei nulla presagiscano, vorrebbe non se ne raccontassero portenti, ma a « me, che scrivo di cose antiche, si fa in certo modo antico l'animo, e un tal (piale «senlimenlo religioso m'insinua che, quel che persone prudcnlissime pubblicamente cre-<• dettero d'accettare, sia degno d'esser riferito ne' mìei annali». Di rimpallo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco le particolarità sulla forma del governo? ed egli le trasvola, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze dalle quali uscirono l'eguagliamento del db ilio e la libi ria di tulli i cit ladini, poi dei soej, poi degli Italiani. Egli domanda perdono se, di mezzo alla guerra Punica, si divaga sopra le quidioni clic recò la legge Appia intorno al lusso. Sempre poi sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti. Non volendo o sapendo piegarsi ad intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo l'indole di ciascuno, lutti li foggia sul tipo preconcetto, come di lutti i personaggi fa dogli ideali di vizj e di virlù. L'epoca regia e l'aristocrazia patrizia intende a rovescio: nei tribuni del quarlo secolo, muta tutela della libertà plebea, egli disapprova i chiassosi demagoghi dell'ottavo; mentre applaudisce a quelle che giudica virlù, non s'avventa iracondo al vizio, contentandosi di dipingerlo Pende verso la repubblica come tutte le persone colle del suo tempo, o per dir meglio, verso l'antica aristocrazia, e non tanto per convincimento quanto perchè lo esigea la moda; innocuo liberalismo di cui Angusto rideva, che vedendo Livio diceva: « Ecco qua il nostro Pom-pejano». Nè Livio s'irrita contro le nuove forine imperiali, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e riconciliare i cilladini colla presente condizione; s'assodi pure la monarchia, purché non leda la legalità. E per questo spirito di legalità, che era eminente in Roma, trova giusti i primi sei re, tiranno il settimo che non consultò col senato, e si pose disopra della volonlà generale. « Ma non è dubbio (soggiunge) che Hruto, • tanto glorialo per l'espulsione d'un tiranno, sarebbe a considerarsi sovvertitore della t pubblica cosa se, per desiderio prematuro di libertà, avesse strappalo lo scettro ad al-« curo dei re precedenti». Nè ad esso Bruto, istitutore della repubblica, pur una concede

TRASEA PETO 21 gonaatica e Arrunzio Stella che sotto Domiziano ottenne in Roma il consolato, lodato pe'suoi versi da Marziale.

Padova si gloria di esser stata la culla delP integerrimo Trasea Peto , la cui virtù tenne per alcun tempo incerto della vendetta il feroce animo di Nerone. Marito ad Arria, figlia di quell'altra Arria che vedendo trepidante ad uccidersi il marito Cecina Peto, condannato a morte, ferissi con un pugnale e portolo poi allo sposo, disse quelle memorande parole : Bete, non dolci; specchio di ogni civile virtù, ebbe le prime cariche dello Stato; fu due volte console, proconsolo dell'Asia, sacerdote quindecem-virale; mai non piegò l'austero animo ad adulare il mostro che allora sedeva sul trono, nè celò l'orrore che gli destavano le pazze e scellerate proposte che il tiranno faceva al senato. E quando Nerone, uccisa Agrippina, volle far approvare il parricidio dai Padri, e quando spenta d' un calcio la moglie Poppea, volle poi fosse divinizzata, e quando doveansi celebrare solenni sacrifìzj per la conservazione della divina voce di Nerone , Trasea usciva dal senato per non restare contaminato dalla viltà dei compagni. Nò sempre inutile era la virtù di Trasea, che più d' una vittima riusci a strappare al tiranno, e quasi solo in senato sostenne la dignità di quel!' insigne collegio e quasi lo costrinse a far uso del suo potere. Venuto perciò in odio a Nerone, fu stabilito di spegnerlo, e scelto a tal uopo il tempo in cui, per la venuta a Roma di Tiridate re dell'Armenia, era il popolo distratto da giuochi e spettacoli d' ogni sorte. Convocato il senato nel tempio di Venere, ed atterriti i Padri dalle guardie che li circondavano, cominciarono due infami delatori, Cossuziano Capitone e Marcello Eprio, la loro querela. E lo accusarono di delitti gravi per quei tempi e sotto quel principe, di non riconoscere la divinità di Poppea, e di non adorare per invidia la voce di Nerone, eppure aver lui cantato in patria in abito tragico all'occasione dei giuochi iselastici, ivi istituiti dal trojano Antenore; e gli venne imputato a colpa il frequentar anticamente il senato, come ora astenersene. Come era da aspettarsi in tanta viltà, fu dannato a morte, scegliesse egli il modo. Pochi ma sinceri

delie Iodi, con cui suole congedarsi da ciascuno de' suoi eroi ; precauzione clic tributava ad Augusto. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò sospetti, allorquando alla patria si surrogava un imperatore; e forse perciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto «he Mezio Pompeiano ne estraeva arringhe che andava in giro recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei MI libri che pare fossero , soli trenlacinquo ci sopravanzano, neppur essi seguiti ; manca tutta la seconda decade, e la narrazione lanto interessante degli ultimi tempi della repubblica; pure queste mine sono il più augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza d'una nazione. C. C.

tllustraz. del L. V, Voi. IV. A

amici ed ammiratori non vollero in questi estremi abbandonarlo; anzi Rustico Àruleno tribuno della plebe, si ofTerse d1 usar del veto tribunizio contro il voto del senato , ma Trasea non volle trascinare V amico nella sua rovina. Intimatagli la condanna, fattesi segare le vene, con forte animo spirò, prima impedito alla moglie Arria di seguire sua sorte, e lieto che al genero Elvidio Prisco altra pena non fosse data che dell'e-siglio. Costui, cacciato in bando al tempo di Vespasiano perchè inflessibile odiatore della monarchia, fu finalmente dannato a morte dal senato per aver con pompa solenne celebrato il natalizio di Bruto e Cassio. La moglie Fannia mai non l'abbandonò nell'avversa fortuna, erede delle virtù avite. Nè qui finirono le virtù e le sventure di questa famiglia. Ritornata Fannia in Roma dopo la morte del marito, fu sotto Domiziano accusata di avere, sciente la madre Arria, col mezzo del figlio Elvidio somministrato a certo Senecione, memorie per scrivere la vita del padre Trasea, nome anche dopo trent'anni inviso a regnanti. Non volle difendersi negando, ed ebbe condanna di relegazione in un' isola quasi deserta , dannati a morte Elvidio c Senecione. Le vite di Trasea Peto e di Elvidio ricerche dapertutto dai satelliti del tiranno, ne furono distrutti col fuoco gli esemplari ritrovati, bandita pena di morte a chi li ritenesse. Trasea ancor morto faceva paura. Spento Domiziano ed assunto al trono Nerva, Fannia ritornò in Roma da questo terzo esiglio, ma indi a poco, curando una sua parente ammalata, ne contrasse il morbo, sicché in breve dovette soccombere. Donna di singolare virlù e d'amabilità insieme, proposta da Plinio a modello a tutte le mogli non solo, ma a tutti i mariti.

Il qual Plinio loda nelle epistole un'altra padovana per nome Serrana Proemia, di tal costume d'esser d'esempio perfino alle concittadine, quantunque ne fosse conosciuto il rigido costume. Della onestà delle nostre antiche donne rende testimonianza anche Marziale, che inviando ad una donzella suoi versi, la avverte che può leggerli quantunque padovana 8.

Negli oscuri tempi nulla più troviamo degno di ricordo, e le sole cose che ci restano, storia o leggenda che sieno, di san Prosdocimo, san Daniele e santa Giustina, più alla ecclesiastica che alla civile storia appartengono.

E altri fatti avremo a registrare; che nella storia di Padova più abbondano le generose azioni che le perverse, e per quanto i tempi sini-

8 Marziale loda pure (L. X, ep. 93) una Sabina, che abilava in Calaone, uno dei colli Euganei, e a lei manda in dono il nono libro de' suoi epigrammi. Di Ascanio Pe~ diano, vissuto imperante Claudio, restano commenti sopra Orazioni di Cicerone.

C. C.

SECOLI BARBARI 23 stri il comportarono, sinché stette alzata la nostra comunale bandiera, fu questa città propugnatrice costante di quel partilo, che, raccoltosi poi sotto il capo della Chiesa, sostenne lunga ed allìnc infelice guerra contro l'Impero, guerra d'indipendenza degna di sorte migliore.

ni.

I Barbari.

Ne'tre secoli dalla caduta de' Longobardi al risorgimento dei Comuni come potrem noi sceverare dalla storia generale i pochi fatti, solo spettanti alla nostra città?

I principi longobardi aspiravano alla conquista di tutta Italia e le forze dell'impero d'Oriente non v'erano ostacolo. Ma in Róma sedevano allora pontelici scaltri ed ambiziosi; i quali appoggiàronsi ai Franchi e (storie note), mediante la donazione di Carlo Magno divennero sovrani.

Prese, alla foggia barbarica, stabile assetto la nuova dominazione dei Franchi tra noi, quando sedata la ribellione di Rotgando duca del Friuli, e depostolo, venne nuovo duca più bencviso ai Franchi a governare quel tratto di paese, che ora Marca del Friuli, ora ili Treviso o Veronese fu indi appellata, e comprendeva più che l'attuale Venezia di terraferma. Al governo di Padova fu preposto un conte, ed il reggimento feudale si introdusse negli antichi municipi de'quali la conquista di Carlo Magno, non poteva rispettare la forma, ignorata e non compresa dalle razze germaniche. E di qui comincia a nostro parere la lunga lotta tra il popolo conquistato ed il conquistatore, tra la civiltà latina e la ferità settentrionale, lotta sorda ed incessante, che scoppiò alta e fragorosa al tempo degli imperatori di casa Sveva , ebbe giorni splendidi nella floridezza delle repubbliche guelfe, e non è ancora terminata ai nostri giorni, sia nel campo delle speculazioni che in quello della vita sociale.

Pochi di numero e dispersi, i vincitori non poterono assimilarsi il resto della nazione, anzi dovettero in molte islituzioni piegarsi a' suoi modi. I Longobardi, ariani da prima, si volsero al cattolicismo ; ma a qualunque religione ascritti, Goti, Longobardi e Franchi restarono sempre barbari e conquistatori, nemici del popolo soggetto, in mezzo al quale erano accampati, sdegnosi del viver cittadino, al modo che racconta Tacito fossero i loro padri; e quando il Comune, o V antico municipio della stirpe latina,

acquistò il sopravvento, ebbe a castigare T insolenza dei signori rurali, improvvido in ciò , che credette poterli ridurre nel suo grembo a vita civile, e riscaldò invece la vipera che dovea poi avvelenarlo. Carlo Magno ci ò dipinto quale un santo , domatore della barbarie, civilizzatore dei popoli, fondatore di studj, legislatore ed amministratore forte e sapiente. Vero è aver egli molto dato alla Chiesa, molto più ancora promesso, ma è vero altresì che non l'uomo è fonte alle nazioni di civiltà, ma sorge quando i tempi sono maturi alla civiltà l'uomo che ad essa indirizza le nazioni personificandone le aspirazioni e Carlo Magno non fu quell'uomo. La luce non doveva venire dal Settentrione, e la conquista dei Franchi aggiunse nuovo peso a quello grandissimo, sotto il quale si dibatteva la razza latina, sola depositaria della antica sapienza: rese per tempo lunghissimo impossibile la unità d'Italia , diede non origine ma forza al reggimento feudale, del quale ancora a'nostri giorni lottiamo a distruggere gli avanzi, e corruppe i costumi del clero beneficalo, dalla sua meta tutta spirituale volgendolo ad acquistar ricchezze indebite, dominio territoriale, ingerenza temporale.

Ed alla reazione contro il clero feudale ed imbarbarito vorremmo ascrivere il fanatismo che, in secoli posteriori e più vicini al maturarsi degli avvenimenti, invase le menti in favore degli ordini mendicanti, clero nazionale e latino o plebeo, contrapposto al clero baronale, barbarico e nobile dei vescovi e loro capitoli.

Chi non confessa la immensa parte che ebbe la Chiesa al risorgimento d'Italia, ed al rinascere delle lettere? Ma la conservazione dei monumenti della gloria antica italica è dovuta ai monasteri non alle cattedrali, e i Comuni italiani nel mentre accettavano il papa a capo della guerra d'indipendenza, erano ben lungi dall'ammelterne tutte le pretensioni, lo consideravano più come un principe temporale italiano, interessato a liberarsi dal contatto di prepotente dominio forastiero, che come capo spirituale. Le città più guelfe d'Italia (e fra esse spero poter dimostrare aver occupato Padova posto eminente) furono più spesso in lotta con la curia romana a reprimerne le trascendenze.

Ma ripigliamo la narrazione dei fatti. Regnante il degenere Lodovico il Pio , fu novamcnfe cangiata l'organizzazione di queste provincie. Imperocché, sdegnato egli contro il marchese Baldrico, che 'gnominiosamenle s'era ritirato dinanzi ai Bulgari invasori dell'Istria, gli toìie in una dieta tenuta in Aquisgrana (anno 828) la marca del Friuli, che restò divisa fra i quattro conti, di Cividal di Friuli, Treviso, Padova e Vicenza.

Nelle guerre domestiche succedute, sembra abbia dovuto poco soffrire la nostra città, giacché per esse poco si battagliò sui campi d'Italia, e

SECOLI BARBARI 23 la frequente assenza de'nostri magnati e vescovi che accorrevano sotto le bandiere di questo o quel principe straniero, recava poco pregiudizio al popolo, libero cosi dall' immediata sorveg'ianza del Barbaro. Da alcuni indizj possiamo congetturare, che nelle lotte per la corona italica fra Lodovico il Bavaro e Carlo il Calvo, indi tra i successori di questi fino all'estinzione dei Carolingi la politica di Berengario duca del Friuli aspirante fin d'allora al trono abbia preservati questi paesi, tenendoli quasi neutrali tra i varj contendenti, con simulata inclinazione a favorire le imprese di quei di Baviera.

Abbiamo scarsissime notizie dello stato della nostra città in quei tempi, e se a crederla decaduta abbiamo il trattato concluso da Lotario I coi Veneti a definizion de'confini ed a norma del commercio, trattato in cui vengono nominati i Monselicani ed ommessi i Padovani, se a confermarci nella stessa opinione osserviamo la ristrettezza del territorio padovano, che si estendeva a poche miglia dalla città, mentre di dò che forma l'attuale provincia di Padova buon tratto obbediva a Monselice, quasi tutti i nostri colli erano soggetti a Vicenza, e Treviso estendeva la giurisdizione sulla contea di Sacco e sui distretti di Mirano e Camposampiero, restan però argomenti del contrario. Padova non è più ommessa nel trattato, concluso quarantanni dopo, tra Carlo il Grosso t i Veneti, e (non unico ma raro esempio) in un diploma di Lodovico II vediamo nominati due vescovi contemporanei, fatto da cui vorrebbero gli eruditi trar la conseguenza della molla popolazione della nostra città.

Nelle lunghe contese di Berengario del Friuli contro Guido di Spoleto e Lamberto suo figlio, Arnolfo bastardo di Carlomanno, Lodovico di Provenza e Rodolfo di Borgogna, la Venezia tenne pel primo, che di qui trasse i principali mezzi a difendere la perpetuamente minacciata sua dominazione. Lui regnante, una irruzione di Ungheri, i quali prima egli sconfisse, poi ridotti alla disperazione sconfissero lui sulle rive della Brenta forse a Fontaniva, fu cagione che si incominciassero a fortificare le nostre terre dianzi indifese. Ed i vescovi di Padova, cui Berengario donò la Corte di Sacco, onde ancora al giorno d'oggi ne prendono il titolo di conti, e molte giurisdizioni nel Pedemonte, ancora comprese in questa diocesi, ottennero da lui non solo la conferma degli antichi privilegi distrutti dalla rabbia dc'Pagani (così suona il diploma), ma autorità eziandio di opporre a novelle invasioni torri e fortezze. Fu allora che il Duomo fu circondato da mura, e varj castelli si alzarono nel territorio, primi de'moltissimi che ne'secoli posteriori coronarono la cima di ognuno de'nostri colli, e assicurarono le signorili abitazioni dei baroni del piano, e le ricche abbazie, gli ospedali e le chiese. Da Berengario furono con-

ermate al vescovo ed al capitolo molte decime, confermato il ripatico o teloneo nella città, accordato diritto di tener mercati, esentati essi e loro vassalli dai militari servigi e dai pubblici giudizj, fatti insomma immuni dalla imperiai giurisdizione e sottoposti solo alla vescovile. Mozza così la regia autorità, più facilmente poterono poi i risorti Comuni a brani a brani tarpar la vescovile.

Berengario, resosi odioso per aver chiamato in soccorso i ferocissimi Ungheri, fu proditoriamente ucciso da Lamberto, da lui beneficato, e nuovi dominatori straziarono la misera Italia. Primo Rodolfo di Borgogna, poi Ugo duca di Provenza che si associò il figlio Lotario ed ebbe a combattere Arnolfo di Baviera, e finalmente dovette cedere il posto a Berengario Marchese di Ivrea , che approfittò della esecrazione in cui per le sue crudeltà era venuto Ugo agli Italiani: crudele ancor esso se vero è che abbia propinato il veleno al giovane Lotario che prima, avvertendolo dei disegni del padre, gli avea salvata la vita; costumi che rivelano i tempi. Ma Adelaide vedova di Lotario, sfuggita dalla fortezza di Garda, fu prepretesto alla calata di Ottone I, che causò la totale rovina e prigionia di Berengario.

Tediosa ed inutil cosa sarebbe menzionare tutti quelli che tennero il governo delia marca Veronese, e quelli creduti discendenti della ducal famiglia Candiana di Venezia, che ottennero in Padova e Vicenza il titolo di conti. Altra memoria non ne abbiamo che il nome registrato in contratti di donazione a chiese o monasteri, e la lunga opera del Salici sui nostri conti ribocca di favole e di errori.

Il regno degli Ottoni è notevolissimo per la crescente e rapida disorganizzazione di quel fatale sistema dei feudi, di quel sistema che, a parer di taluni, fu allora nel suo fiore. E noi ravvisiamo cotale disorganizzazione appunto in quell'eccessivo moltiplicarsi degli enti infeudati , talché d ogni cosa si fe oggetto ad investitura, e per poco V. aria stessa non fu pretesto ad omaggio feudale. Quella gerarchia che, ai partigiani delle tenebre, appare tanto mirabile e regolare, non ebbe, crediarn noi, in alcun tempo esistenza di fatto, ed il diritto non trovò nelle feroci menti altro fondamento che la ragion del più forte. Nulli i giuramenti, invalide le promesse, stabilita la pace solo per rifarsi di forze, a rinnovare più sanguinosa la lotta, solo di nome la soggezione al regnante ; frequenti quasi quanto or sono le liti civili, le guerre private, ecco i costumi dei tempi.

S'inauguravano le crociate colla strage e col saccheggio delle dimore degli Israeliti, e V apostolo della pace, del quale avremo a parlare in appresso, fra Giovanni da Schio, chiamava ad abbracciarsi fra loro i ne-

SECOLI BARBARI 27 mici e i rivali, al chiarore dei roghi nei quali, per suo ordine, si abbruciavano vivi gli eretici. V ha alcuno che alla ignavia dei nostri giorni contrappone la fortezza d'allora, quasiché non fosse destino dell' umanità la imperfezione, e le lezioni dell'esperienza fossero state tutte infruttuose. Ed a coloro che dal fanatismo e dalla superstizione, dalla mol-tiplicilà dei miracoli, dell'erigersi di innumerevoli chiese, dai pellegrinaggi, dai lasciti pii, traggono argomento a lodar la fiorente religione di quei secoli, noi opporremo i tanto or moltiplicati istituti di beneficenza e i mille modi in cui si esercita nelle nostre città la più sublime tra le cristiane virtù , la carità : e mentre nel secolo decimoterzo troviamo logico Francesco d'Assisi che invita i suoi seguaci a spogliarsi d'ogni avere, e seguirlo gridando pace ed amore , non possiamo a meno di tributare venerazione, per esempio, a quel Ferrante Aporti che si dedicò tutto a sollievo di chi, appena entrato nello spinoso cammino della vita, ha bisogno di guida per la mente ed il cuore

Alla morte del terzo Ottone, i baroni italiani fecero un supremo tentativo per separare la corona d'Italia da quella di Germania, ed elessero a re Arduino d'Ivrea. Ma contrastavano a quella elezione il duca Ottone reggilor della Marca e molti conti e vescovi; onde si fu alle armi, ed Arduino sulle rive del Brenta sconfisse gli avversarj, costringendo i nemici a rifuggirsi di là delle Alpi (1002). Tardo accorse il germanico re Arrigo II alla riscossa, nè fece gran frutto alle chiuse dell'Adige, onde si volse per dirupati sentieri alle sorgenti del Brenta (1004), e d'accordo cogli abitatori di quelle montagne assalì i soldati d'Arduino li mise in volta, e venne sino a Bassano inseguendoli.

Trionfante dappoi giunse a Pavia , ove la festosa accoglienza ben pre sto si mutò in aperta inimicizia, ond'egli quasi a forza ne dovette uscire, e rivalicar le Alpi a sedar altre guerre, altri tumulti. Allora Arduino uscire dalle ròcche ove s'era rinchiuso, e ricuperar il regno, ed opprimere la nazione, finché chiamato da papa Benedetto VIII , dall' arcivescovo di Milano, da altri signori, ritorna Arrigo in Italia (1013), c;nge in Boma la corona imperiale, mentre l'emulo Arduino veste nel monastero di Fruttuaria l'abiio monastico, e presto vi muore (1015).

1 II medioevo è mal giudicato perchè, malgrado le smentite e le concessioni parziali, in fondo persiste il pensiero di formarne un tutto omogeneo, o interamente buono, o interamente malvagio, ma sempre in un'unita, clic lo fa in ^complesso vituperare 0 esaltare senza restrizione. Nella ingenua presunzione d'allora parea facilissimo il raggiungere l'ideale a cui si aspirava: è difetto dell'inesperienza lo sperar troppo dell'umanità, e non tenere conto delle sue debolezze. Ma eccoci anche noi condotti a una veduta generale! Tanl'è più facile avvertir un difetto che lo schivarlo. Lasciamola correre, perchè non disdice a tempi, che s'ingloriano di valer tanto di più che quelli del medio evo.

C. C.

Ad Arrigo successe (1024) Corrado il Salico, che, nella dieta tenutasi in Roncaglia, credette poter regolare la materia dei feudi con leggi, che pur troppo ancora servono non a salvar la giustizia, ma a rendere malsicuri ed incerti i diritti. Celebre è sotto questo regno la guerra che ad Eriberto arcivescovo di Milano mossero i valvassori, e la invenzione del carroccio , palladio in appresso della comunale indipendenza. Arrigo IH (lOoO) salì poscia al trono, ed è notevole in questo regno la quantità di prelati germanici che occuparono sia la sedia pontificia che le cattedre vescovili d'Italia. A sorreggere il dominio degli Oltramontani erano necessarie novelle reeluto, e l'accorto imperatore non amava la tiara sul capo di chi fosse nato al di qua dell'Alpi.

Poche memorie di que' tempi ha la nostra città, e le pazienti ricerche degli eruditi non valsero che a disseppellire vecchie pergamene, contenenti privilegi e donazioni ai vescovi e ai monasteri, e più spesso ancora conferme di privilegi, di continuo rinnovale; prova indubbia dell'incertezza de' diritti. E lungamente si trattengono gli scrittori sullo scoprimento di corpi di santi, sulla erezione di una cappella ; trascrivono i nomi degli intervenuli ai piacili regj e vescovili, e credono di trovarvi gli ascendenti di famiglie divenute poi illustri e potenti. Due altri fatti ci ricordano. Il privilegio dato da Arrigo al vescovo nostro Bernardo in Goslar il giorno 16 aprile 1049, e la definizione dei doveri e diritti degli abitanti di Sacco verso il loro signore. Con quel privilegio l'imperatore dava facoltà a Bernardo e suoi successori di balter moneta, solo volendo che fosse di peso eguale alla veronese, e portasse da un lato l'imagine ed il nomo dell'impera tore, dall'altro la figura della città 2. Il lungo tempo trascorso e le tante rivoluzionf monetarie da quei giorni avvenute, fecero sì, che agli infaticabili ricercatori di antichità non sia stato possibile rinvenire alcuna di queste monete. A sollievo degli abitanti di Sacco che si lamentavano delle violenze del Vescovo, Arrigo statuì, restituisse egli ciò che per forza avea tolto, e fossero nulli gli atti estorti coll'inganno o colla forza, sottostessero agli obblighi ai quali erano soggetti gli arimanni, secondo gli usi e le consuetudini del contado trevisano, ma non più.

D'altra parte non potessero essi vendere la terra della Arimannia ad altri signori o a persone potenti, onde ne nascessero ostacoli alla libera giurisdizione del vescovo; pagassero come prima la decima alla regia camera, e quando veniva il re a prendere la corona gli dessero sette lire di moneta veneta.

2 È documento importantissimo per l'immunità vescovile. Si sa che dal brutale dominio de' feudatari si passò a quel de' vescovi, che fu scala al regime municipale.

C. C

I COMUNI 29 Quella popolazione, altro privilegio fino dal 1005 ottenne dai Veneti, quando, ricorsi al doge contro le esazioni dei pubblicani, i quali voleano da essi più che le annue dugcnto libbre di lino, mercè il qual tributo aveano assicurato il diritto di commerciare tra i Veneti, ottennero la conferma del favore anticamente loro concesso. Notiamo intanto questi due fatti, che diedero origine alle cosi dette buone costumanze, delle quali la lega Lombarda ci assicurò il libero godimento. A brani a brani conveniva ai nostri maggiori riacquistare ciò che la forza avea lor tolto.

IV.

Formazione de' Comuni

Assunto pontefice Gregorio VII, zelatore di ciò che chiamavasi la libertà della Chiesa, sorse ben presto fra lui e l'imperatore Enrico IV atroce discordia, non volendo Cesare rinunziare all'uso di concedere ai vescovi l'investitura mediante lo scettro e l'anello, uso che al papa sembrava portare la dignità per tutt'altre vie che pel merito e la scienza.

Padova, allora sotto la giurisdizione dei vescovi, tenne le parti imperiali. Che se vacillò tra i due partiti al nascere della controversia, essendo il vescovo Odelrico non abbastanza fidato mediator di concordia alla Corte germanica, i successori apertamente sposarono la causa degli antipapi, e ne ebbero dagli imperatori privilegi e benefizj.

Ad esempio dei vescovi, molti nostri nobili seguirono le bandiere imperiali, e tra essi Milone da Carrara, che al servizio di Cesare perdette la vita, come si ha da un posteriore diploma di Arrigo V.

Nè furono senza compenso i vescovi nostri, e ne è prova la tradizione , quantunque non confermata da documenti, che fa di Arrigo e della imperatrice Berta sua moglie i benefattori della nostra Chiesa. Ad Olderico concesse Arrigo diritto sui fiumi Bacchiglione e Brenta entro i confini del territorio , vietando ad ogni altro lo stabilirvi molini o peschiere, e gli concesse il ripatico, i porti ed i mercati nel territorio. A Milone scismatico suo partigiano le confermò e v'aggiunse il dono della città di Padova colla sua arimannia di tutto il distretto , 1' Arena col Zairo, ponti, strade pubbliche, dazj e gabelle. Ma niun documento conferma la tradizione popolare di possessioni donate, e stranamente favo-

llluslvaz. del l. V. Voi. IV.

leggiarono i cronisti, dicendo ricostrutto per privilegio imperiale il Carroccio ch'era stato distrutto fino dai tempi di Attila, e dai Padovani riconoscenti chiamato col nome di Berta a memoria della intercessione della regina. Falso è pure esser morta Berta in Padova ed ivi seppellita, e probabilmente è pur favola quella Berta, povera contadinella, che credette far grato dono alla imperatrice offerendole del lino filato, e n'ebbe in ricompensa tanto terreno quanto attorno alla povera casa a San Pier Montagnone ne potè circondare quel filo. Piacevole invenzione è forse pur la risposta che, ad altre donne allettate dall'esempio, si dice aver fatto l'imperatrice: « Passò il tempo che Berta filava ». Ne è vero esser discesi da questa Berta i signori di Montagnone, già prima-di questo tempo nominati *,

Lo scisma non scemava la liberalità verso le chiese, che anzi è forse questa l'epoca più feconda in donazioni e lasciti ai pii luoghi, particolarmente a monasteri; e nelle molte carte conservate negli archivj delle chiese, troviamo ora per la prima volta distinguersi con cognomi le potenti famiglie, che forse ad espiazione di atroci misfatti, eran larghe dispensatrici di beni temporali a chi credevano potesse colle preghiere acquistar loro i celesti. Alla prima crociata sappiamo aver preso parte Aicardo di Mon-temerlo che vi morì, ed Isnardo di Sant'Andrea del Musone.

A Milone era successo Pietro, scismatico vescovo pur egli ; e quando, morto Enrico IV, coll'assenso del figlio Arrigo V, papa Pasquale li convocò in Guastalla un concilio a definire la contesa , a Pietro, dichiarato intruso, venne surrogato Sinibaldo. Ma Pietro che s'era fortificato in Sacco, riuscì ben presto, coll'ajuto degli Imperiali, a cacciar di Padova Sinibaldo, il quale si ricoverò in Este sotto la protezione di quei marchesi. Gli abitanti delle città, approfittando della debolezza dei due partili, andavano acquistando esenzioni e diritti , parte col denaro , parte anche colia violenza, e ne abbiamo prova nei frequenti ricorsi che i nostri vescovi facevano ai messi imperiali contro le usurpazioni dei cittadini. E quantunque governatori della Marca in questi tempi troviamo prima un

1 Pare fuor di dubbio clic Berta non fu mai a Padova: e sarà curioso, per chi una volta indaghi l'origine e la trasformazione delle tradizioni, il chiarire come tal visita e le donazioni si radicassero tanto nelle menti, che di Berla ed Enrico si pose l'effigie sulla porla occidentale del vescovado, poi più tardi un allro monumento nel conile d'esso vescovado. Nel piano sotto la biblioteca capitolare constrvasi lapide che dice:

Prcesuiis ac cleri presenti praidia Phano

Donavit regina jacens hoc marmare Herta

Enrici reyis Patavi celeberrima quarti

Conjux tam grandi do?w memoranda per cevum. Pare fattura del XIV secolo C. C.

I COMUNI 31 Liutaldo, poi un Enrico che reggeva anche il ducato di Carintia, al principio dell1 undecimo secolo era già stabilito il governo municipale, con un Generale Consiglio per decidere delle cose più importanti, ed un Consiglio di Credenza al quale spettava l'ordinaria amministrazione.

Se uno dei principali diritti attinenti alla sovranità si è il dichiarare la guerra e contrarre alleanze, ben presto ne fece uso il Comune padovano che, venuto in discordia coi Veneti, probabilmente a cagione del corso del Brenta, anche nei secoli posteriori frequente causa di guerra, unitosi ai Vicentini, Trevisani e Ravennati, insofferenti della veneta superbia, mandò assalire la torre delle Bebbe tra l'Adige e il Brenta, non lungi dalle lagune; con esito infelice però, che vi toccarono i nostri una solenne sconfitta, e da seicento furono quelli caduti in mano al vincitore, oltre gli uccisi sul campo (4 ottobre 4HO). Si ristabilì poi la concordia per la mediazione di Enrico V, sollecito forse a scioglier queste leghe che potea prevedere infeste alla imperiale autorità, e furono con trattato stabiliti i confini, rinnovati i passi di commercio, liberati i prigioni, fissato annuo tributo di cinquanta libbre di pepe, altrettante lire venete ed un pallio da offrirsi i primi di marzo all'imperatore in nome del doge.

Prosperando, la nostra città attendeva ad allargare il ristretto dominio sulla circostante campagna, rioccupando la giurisdizione di tratti di paese, già fin dal tempo dei Longobardi incorporati ai contadi di Treviso e Vicenza. Di qui nuova guerra coi Vicentini, ed a sostenerne il peso nuova alleanza coi Comuni di Treviso , Feltro e Concgliano , mentre i Vicentini chiamavano a soccorso i Veronesi, e svoltarsi con nuovo canale a Longare, P acqua del Bacchigliene sicché più verso Padova non scorresse, ed a rimediare a tal danno accorrere i Padovani cogli alleati, e sanguinoso combattimento, con grave perdita d'ambe le parti, ma più de' nostri (1140). I quali non inviliti attendevano a rifarsi di forze, quando per interposizione del pontefice fu conchiuso un accordo, e ritornali in libertà i prigioni, volsero novamente le acque del Bacchigliene per l'antico lor letto (1142). Lamentandosi i Veneti per tagli del Brenta ad essi perniciosi, risposero i nostri esser padroni sul loro territorio di far ciò che sembrasse vantaggioso, nè altri aver diritto ad impedirglielo. Si venne alla suprema ragion delle armi, ed a Tomba ebbero la peggio i Padovani, mortine molli, quattrocento rimasti in man del nemico. Deposto l'ardire, si mandarono a Venezia dodici ambasciatori, i quali del danno occasionato con quei tagli scusassero il pubblico, caricandone privati cittadini. Accettata la scusa e confermate le cose come prima della guerra, rifatti i danni, furono rilasciati i prigioni (1143).

Quali fossero le operazioni fatte allora intorno al Brenta, non è chiaro dalle carte di quei tempi, ma V abbate Gennari (Corso antico de* fiumi in Padova e contorni e dei cambiamenti seguiti) provò, contro il Temanza che le voleva operate nei contorni di Noventa, essere state eseguite molto più in giù, talché ne restava inondato il territorio del Monastero di Sant'Ilario, e le torbide del fiume minacciavano di interrir parte della laguna, perpetua preoccupazione dei Veneti, dietro alla quale diressero poi essi, quando ci ebbero sudditi, tutte le loro Costruzioni idrauliche, con grave danno del nostro territorio.

Terminata la grande lotta delle investiture, non troviamo più menzione del vescovo Pietro, e tutte le carte portano le sottoscrizioni di Sinibaldo e Bellino suo arciprete , indi successore. Grande occupazione di ambedue fu il ricuperar alle chiese ciocché nei luttuosi tempi dello scisma aveano i potenti occupato, e viaggi e liti senza numero a tal uopo intraprendendo. Lo zelo di Bellino fu cagion di sua morte, che Tommaso Gaponegro dei Capodivacca, accerrimo suo nemico a cagion di certe decime le quali era stato obbligato dal vescovo a restituire, mentre viaggiava alla volta di Roma ad implorarla protezione del pontefice, presso la villa di Fratta nel Polesine, da sicarj lo fe uccidere. Bellino dalla popolare devozione fu posto nel novero dei santi, e nella diocesi di Padova e di Adria gli si tributa culto religioso con chiese ed altari. Il vulgo adottò che il santo vescovo sia slato inseguito ed ucciso dai cani di Tommaso Gaponegro, mentre cangiato cammino, fuggiva dalle avvertite insidie; laonde Bellino fu tenuto valido intercessore contro i morsi dei cani rabbiosi. A guarire dai quali si reputano efficaci certe chiavi che arroventate si applicano alla ferita ed insieme al capo dell'animale colpevole. Il Caponegro non ebbe per allora punizione, ma molti anni dappoi trattenuto in carcere dai creditori, terminò infelicemente. « Così (dice un insigne scrittore) le leggi accordarono air oro di sudici usuraj la protezione negata al sangue di un vescovo ».

Dalle usurpazioni con cui i Comuni andavano allargando V autorità a spese di quella dei vescovi, prova abbiamo in una antica carta del 1138, nella quale si vedono i 17 consoli di Padova decidere una controversia tra il nostro capitolo ed Ugozone da Baone, il quale violentemente avea spogliati i canonici di alcune possessioni. E altri documenti dimostrano non essere allora stati i chierici tanto tenaci della ecclesiastica immunità, che rifiutassero di comparire dinanzi alle magistrature laicali.

Delle tante naturali calamità, fedelmente rammentate dai cronisti, abbiamo taciuto, ma fece epoca nelle nostre storie e se ne datarono molte carte, lo spaventoso tremoto che, nel 1117, rovinò la nostra città, ab-

I COMUNI 33 battendo la cattedrale e la chiesa di Santa Giustina, cagionando straripamenti di fiumi e fenomeni terribili, esagerati forse dal popolare terrore. Esempio della poesia di quei tempi riferiremo qui l'iscrizione che fu posta a rammemorare la ricostruzione della cattedrale.

Me terre primo moius subverlil ab imo: Seal Macili limo pulchre me struccli ab imo. Anno ab Incarnai. Domini MCXXIV lndktione II Arte magistrali Macili conslruxit ab imo.

E l'altra anteriore sulla chiesa di Pieve di Sacco.

Pmsulis esl templi finitio tempore Pelri Milo fandaviì vir pnesul et imperialis MCX MCX

E finalmente i versi dei quali si serviva il notajo Giona a chiuder le carte da lui rogate :

Causidicus sacri tabularius alque palaci

Qui soles pulchre nomen gestore columbe

Literulis fixi Jonas ceti lamine vidi

Que preesul monuit, seu que mihi scribere jussil.

Male da questi rozzissimi versi si potrebbe argomentare alla assoluta mancanza di studj. Olderico predecessore di Milone promoveva la giurisprudenza, e troviamo spesso nominati dottori di legge, titolo che probabilmente non accennava ad un grado accademico, ma a chi delle leggi faceva materia d'insegnamento; e crede taluno ravvisare il celebre Irne-rio in quel Guarnieri giudice, sottoscritto ad una decisione imperiale del 1116 per causa tra le monache di Santo Stefano ed Uberto di Fontaniva.

L'epigrafe poi di Giovanni Cacio, succeduto nell'episcopato a Bellino, chiaramente lo dice perito nelle leggi canoniche.

Qui cum prole sua cinctura fulsit equestri Inque sacerdolum canone doclor erat, Hic iacel antktes Caci de stirpe Johannes Cuius nomen fauni, mens viget astra super.

Ecco versi migliori dei precedenti, e lasciando quando parleremo della Università il trattare dello stato delle scienze in Padova, diremo alcun che delle arti belle. La pittura non fu mai spenta in Italia , e senza investigare a quale stile appartenessero i dipinti dei quali, a detto di Venanzio Fortunato, erano ai giorni suoi coperte le pareti del tempio

Si STORIA DI PADOVA

di Santa Giustina, si conserva nella sacrestia del Duomo un prezioso Evangeliario, miniato nel 1170, come ne fa fede la iscrizione: Anno D. N. Jhi Xpi MCLXX Inditione IH, XVIII VI Oclobris expletum est ab Ysidoro hoc opus in Padua feliciler. Gerardo Epo presidente et Wilfrido archiprcsbilero cum XXVIII Can. comorante.

11 Moschi ni ed il Gennari vollero dal nome indovinar la patria del pittore, e lo fecero greco, ma il Selvatico dallo stile di lui induce fosse italiano, e non seguace della greca maniera ».

V.

Gl'imperatori Svevi, Case d'Este e di Romano.

Federico Barbarossa, nome caro agli Alemanni quanto a noi inviso come di rapitore delle nostre libertà, sentiva altamente della imperiai dignità, e voleva ricondurre i popoli a quella soggezione, a cui dai Romani imperatori erano stati ridotti. Mal gliene colse, che quando concorde un popolo alza la testa e proclama suoi voleri , si spezzano davanti a lui le armi degli oppressori, e trionfa ; stolto poi ed improvvido so , dalle lezioni della storia ammaestrato, non spinge fino all'estremo lo sforzo suo a sostegno dei diritti conquistati col sangue. Tal fu delle città lombarde , le quali, riposando sui mietuti allori, non seppero svincolarsi dalla fatai soggezione all'impero, non videro con quanto facili arti potesse lo straniero sconnettere quella loro gloriosissima unione , e con errore ancor più funesto, non s'accorsero che, in mezzo a loro, in ogni castello, perfino in mezzo alle città , da loro stessi invitati o sforzati a stabilitisi, stavano altri ed innumerevoli stranieri, legati a quelli d'oltralpe con molteplici vincoli di memorie, di parentele, di lingua, di interessi; gente che tutto doveva all'impero, ed a quello in ogni caso si sarebbe accostata. Gran causa della rovina d'Italia fu la discordia, ma non malediciamo alle

1 La chiosa di Santa Sofia si slava rifabbricando nel 1123, come appare da una carta esistente nell'archivio dei canonici, colla quale il vescovo Sinibaldo concesse cerio decime ai chierici regolari di quella. Però il chiarissimo Pietro Selvatico, osservando il nessun legame tra l'abside ed il rimanente della chiesa, confrontando quelle due, parti di fabbrica con altri monumenti de'quali abbiamo la data sicura, dimostrò doversi ritenere l'abside opera dei (empi longobardi, ossia del settimo secolo, e del duodecimo le navale aggiunte dal pio vescovo Sinibaldo in sostituzione a quelle che prima esistevano, lasciando sussistere il coro forse a risparmio di spesa. Si leggano a questo proposilo le sue Notizie sloriche sull'architettura padovana de' tempi di mezzo.

BARBAROSSA 35 ire de'padri nostri più che non meritino. La discordia lacerò bensì l'Italia, ma non sempre per mano di Italiani. Erano forse tali gli Estensi, i da Romano, gli Scaligeri, i Carraresi, i Collalto ?

Colpa principale de' risorti Comuni fu lasciar a mezzo l'opera ben avviata, fu il non disperdere affatto ogni reliquia delle invasioni barbariche, il feudalismo che era penetrato ogni dove, e portava con sè i germi della sociale dissoluzione, il non aver abolito la ereditaria nobiltà, il non aver cacciato oltre l'Alpi, ognuno che di schiatta latina non fosse, il non aver ristabilito in tutta la sua potenza eliminando ogni avanzo di rivale opposizione , quel precipuo e distintivo elemento della civiltà italica di ogni tempo, la città.

La prima calata di Federico in Italia fu segnata di stragi e di incendj, preludio a maggiori, onde l'imitatore degli antichi imperatori Romani voleva fare sgabello alla ripristinata sua autorità. I fatti della lega Lombarda troppo son noti ad ogni Italiano; tratterò solo della parte che vi presero i Padovani. Colle milizie delle altre città anche le nostre intervennero all'assedio di Milano, e contribuirono all'opera fratricida, ma ben tosto lavarono l'onta sorgendo i primi contro la soverchiamo potenza imperiale.

E narrato in una vecchia cronaca, che reggesse allor Padova per l'imperatore il conte Pagano, il quale, innamoratosi di Speronella Dalesmanino , figliuola di Dalesmano e Mabilia, ricchissima donzella, la rapì e trattala alla rócca di Pendice, la tenne per concubina. Di che adirato Dalesmanino fratello di lei, indettatosi con Alberto da Baone ed altri maggiorenti della nostra e delle vicine città, fu convenuto di cacciare, ad un giorno stabilito, i vicarj imperiali, e fu scelto il 23 giugno, solenne per la festa dei fiori. Fuggì Pagano al primo moto in Pendice, ma quivi assediato, saputo esser stati cacciati i vicarj anche dalle città vicine, e inutile lo aspettar soccorsi, venne a patti e di sua presenza liberò il nostro territorio2.

2 In tal racconto trovatisi molte inesattezze, perchè si dice Speronella ancor pulzella mentre la troviamo già moglie di Giacobino da Carrara, nè si intende conte questi non si sia risentito dell'affronto fattogli (ove avesse avuto luogo il rapimento), anzi come fautore della parte imperiale sia slato costretto a fuggire, con rovina delle sue case. Me dopo Pagano prese ella immediatamente per marito Pietro da Zaussano, ma messer Traversano, dopo il quale venne il Zaussano, indi Ezelino il Monaco e finalmente Oldenco Fontana di Monselice.da cui ebbe quell'Jacopo da Sant'Andrea di cui tocca Dante nel canto XIII del-1 Inferno. E qui, se il lettore non è stanco di digressioni, a conoscere quali fossero i costumi di allora, cerchi nelle Antiquitates Italica del Muratori, tom IV, patr. Ili, e vi vedrà raccontalo queslo fatto e le posteriori avventure di Speronella da un anonimo, che scrisse delle cose di Padova dal 1174 al 139!>, con particolarità che non giova qui riportare. Speronella, in pochi anni di vita congiunta a sei mariti, ed in ,qual modo lo dice la cronaca, va annoverata tra i benefattori delle chiese, che in testamento lasciò legati a

<

/tócca di Pendice.

quante gliene vennero alla mente. Del moto dei Padovani non sembra esatta la data del 23 giugno ilM, attribuitagli, poiché Acerbo Morena dice cominciala la sollevazione nel verno, ed un diploma di Federico concesso ai signori d'Arco il 27 giugno dello

FAMIGLIE 57 Anche spoglio del romanzesco derivante dal ratto di Speronella, è certo essersi prime dal ferreo giogo di Barbarossa sottratte le città di Verona, Vicenza, Padova, strette a comune difesa in una lega, nucleo ed origine della Lombarda. La quale, iniziata nella nostra Marca, diede prove ben presto della propria forza obbligando alla ritirata l'imperatore, il quale furiosamente veniva colla speranza di soffogare ne' primordj questo germe di indipendenza: si accrebbe di possa dopo il congresso di Pontida (7 aprile il67), riedificò Milano, fondò Alessandria, vinse a Legnano, costrinse Fim-peratore ad una tregua (Venezia, 24 luglio 1177), e finalmente alla pace di Costanza (25 giugno 1183) nella quale furono stabiliti i diritti delle città, e tolta quasi ogni ombra di soggezione all' impero. Accordò Federico « colfimmensa e benigna serenità dell'imperiale clemenza » alle repubbliche tutti i diritti signorili acquistati coll'uso e colla prescrizione, la facoltà di fortificarsi, levar milizie, far leghe e rinnovar la lega generale : annullò le infeudazioni fatte in odio alle repubbliche, e promise di non soggiornar lungo tempo nelle città : ma ritenne il diritto di confermare i consoli, o in luogo suo lo diede ai vescovi conti delle città; si riservò le appellazioni in cause civili e le prestazioni della parata e del fodero, volle ogni dieci anni giuramento di fedeltà. Con tali basi si regolò per molti anni il diritto pubblico in Italia.

Ma vinti gli esterni nemici, le redente città aveano a combattere con stranieri acquartierati in Italia, quella lunga lotta che, vincitrici o vinte, doveva distruggere il frutto di tanta gloria, e ridur noi, nepoti di quei forti, allo sterile vanto di illustri memorie.

A ben comprendere i fatti ci è forza discorrere prima della origine di alcune famiglie , potenti sui destini della nostra città. Rolandino, nel suo principio della storia, avverte esser stato allora sovr' ogni altra potenti nella Marca Trevisana le famiglie dei marchesi d'Este, dei Sanbonifazio, dei Caminesi, dei Camposampiero, e quella che dai castelli ove dominò appelossi di Onara, poi da Romano. Come meno direttamente attinenti a noi, lasceremo di parlare dei Sanbonifazio e dei Caminesi, per dire alcun che degli altri. L' adulazione cortigianesca non ebbe limiti

stesso 1164, nomina espresso quali nemici dell'impero i Veronesi, Vicentini, Padovani e Veneti, i maneggi e V oro dei quali giovarono a compier la sollevazione. In altro diploma di cui parla il Muratori ad An. 1161, Federico richiede d'ajuto i Ferraresi « prò motionc et guerra Venelorum , Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quas cornua rebellionis et superbite contra nos et Imperium erexerunt. » in data 25 maggio. 11 castello di Pendice finalmente non venne in mano dei sollevati se non l'anno seguente.

Illusimi. <l*l L. V. Voi. IV.

6

nel tessere la genealogia della casa d'Està, ed il Pigna, che ne scrisse quando erano duchi di Ferrara, seguace forse del bolognese Giovanni Gasola, il quale nel 1388 dettò su tal soggetto un poema in provenzale, li fa discendere per lunga serie di eroi dalla gente Azzia, favole che il Tasso ripetè nell'immortale poema. Con immensa erudizione, non però senza qualche taccia di parzialità, ne scrissero due sommi ingegni, il Leibniz ed il Muratori, cercando dimostrarli discesi dagli antichi marchesi di Toscana, quantunque non riescano a bene spiegar la relazione di Adalberto, vero stipite dei nostri marchesi, con Ugo il grande marchese di Toscana. Da questo Adalberto, il quale resse la Marca Milanese e la Liguria, discese Oberto, che primo forse ottenne da Ottone imperatore giurisdizione sopra Este, Monselice e Montagnana, indi altro Oberto, e finalmente Alberto Azzo I, il quale tenne in Monselice un placito in favore delle monache di San Zaccaria di Venezia, contro l'abate di Vangadizza, primo sicuro documento della autorità di essa famiglia in queste regioni. Solo con Azzo II sembrano essersi quei marchesi fissati in Este , donde poi trassero il nome, e crebbe la loro potenza per due matrimoni d' Azzo, P uno con Cunizza dei duchi Guelfi di Baviera, da cui figliò Guelfo, il quale trasportato in Germania, fu stipite dei duchi di Brunswick, e quindi degli attuali regnanti in Inghilterra; l'altro con Gar-senda figlia d'Ugo II duca del Maine, che gli partorì Ugo e Folco, il primo de'quali per dappocaggine non ebbe fortuna eguale a Guelfo. Giacché, morto lo zio Erberto duca del Maine, fu scelto da quo'popoli a duce, ma per la incapacità e viltà sua dovette ritirarsi dinanzi a Guglielmo duca di Normandia, quello che poi fu detto il Conquistatore , prode in armi, e forte del testamento di Erberto; onde si ritrasse in Este alla casa paterna.

Nelle guerre per le investiture, Azzo, col figlio Guelfo e la contessa Matilde, tenne pel pontefice, e nel celebre abboccamento di Canossa ottenne la conferma de'suoi possedimenti italiani a favore dei figli Ugo e Folco. Trasvoleremo alle avventure di questi due principi, alle lotte di loro contro la linea primogenita dominante in Baviera, alla convenzione, mediante la quale (1154) Arrigo il Leone investì i marchesi Bonifazio e Folco de'suoi possedimenti in Italia; di che venne la definitiva separazione dei due rami della famiglia. Begnante Federico Barbarossa, perdettero i marchesi il dominio di Monselice, passato allora nelle mani dei vicarj imperiali, poi del Comune di Padova, ma ben presto fecero tale acquisto, che li compensò largamente della perdita sofferta. Imperocché, rimasta orfana in Ferrara Marchesella degli Adelardi di ricchissima famiglia guelfa, lasciata dal padre a sopir le discordie sotto la tutela di

GLI EZELINI 39 Torello Salinguerra capo dell'avversa fazione s, tanto potente fu lo spirito di partito, che rapita al tutore la donzella e recata in Este, ivi fu fidanzata ad un di quei marchesi. Ma morta ancor nubile, gli eredi di lei, amarono meglio rinunziare ai diritti che torre alla parte guelfa l'ajuto degli Estensi. Così Obizzo d'Este ottenne dominio in Ferrara, a consolidar il quale ebbero i suoi successori a sostenere fierissime contese delle quali avremo a parlare.

Passiamo ora alla famiglia di Onara o di Romano. II Verci, al quale, se non puossi toglier taccia di parzialità, spinta in alcuni casi fino alla dabbenaggine deesi per altro fede negli argomenti di storica erudizione, stabilisce al 4030, epoca della seconda calata dell'imperatore Corrado in Italia, la venuta di Ecelo figlio di Arpone, il quale fu investito delle due signorie di Onara e di Romano 4.

Ecelo o Ezelino aumentò di forze, avendogli il vescovo di Vicenza, per obbligarlo a sè stesso ed al suo vescovado , concesso in feudo Bassano col suo distretto, e le due ville di Angarano e Casigliano, col mero e misto imperio, salvo l'omaggio e l'assistenza da prestare a se ed a' suoi successori. E tanto crebbero le ricchezze di Ecelo , che lui e la moglie Gisla troviamo in molte carte donatore di vaste possessioni alle chiese. Morì forse nel 1092, lasciando due figli Ecelo ed Alberico, i quali ai beni ereditati dal padre, aggiunsero il feudo di Godego, di cui furono investiti dal vescovo di Frisinga che ne era signore. Alberico ebbe per moglie Cunizza, unito alla quale riccamente dotò il monastero di Cam-pese, poco prima fondato da Ponzio abate cluniacense e di lui dopo tal fatto sappiamo solo che nel 1154 era già morto lasciando un figlio per nome Ezelino, e per soprannome il Balbo. Cominciò questi la militar** carriera in Palestina, nella crociata mossa dalla eloquenza di san Bernardo di Chiaravalle e guidata da Lodovico VII di Francia e Corrado III imperatore. Forse saran favole le illustri imprese del Balbo in Terrasanta, ma è da notarsi ciò che racconta il Verci di pitture, fino al principio del passato secolo esistenti nella chiesa di San Francesco in Bassano, 1« quali alla detta spedizione si riferivano e portavano : Anno Domini 1177 Gaidus Bononiensis pingebat (Verci , tom. 1, pag. 55). Checché ne sia, Ezelino il Balbo fu grandemente benificato dai vescovi, e fra gli altri ebbe da quel di Belluno, oltre l'avvocazia di quella Chiesa, i castelli

3 Rico-baldo. Ut eam (Ferrariam) marchiones haberent et adjutores et capita-nei suce pariis esserti Ferraricc.

4 Roland. Curiam de Bonaria, quarti olìm Eccilis avus ejus habuerat ab antiquis a rege Corrado, cum quo venerai de Alemannia ìniles ab uno equo.

importantissimi di Oderzo e Mussolente. Da alcune carte appare avesse abitazione in Treviso e Vicenza.

Fino allora non era ancor temibile questa famiglia, ma crebbe d'assai in potenza ed ambizione vivente Ezelino il Balbo, chiamato al grado di rettore della lega Lombarda in unione a Buoso da Dovara. È strana cosa che quella Lega, al momento della massima sua gloria, sia stata retta da tali due personaggi, capi di due famiglie, principalissime poi fra le aderenti all'impero s.

Ad ogni modo vediamo Ezelino guidar il grosso esercito dei collegati attendato a Tortona, poi intervenire al congresso di Venezia, e nella pace di Costanza essere dall'imperatore espressamente ricevuto di nuovo in grazia.

Castello di Camposamptero

8 II primo movimento della rivoluzione municipale in Lombardia fu aristocratico, e sol dopo assodate le repubbliche alzossi l'elemento [democratico. I castelli |eran la più parte tutela anziché minaccia delle .libertà", finché queste consistettero nell' emanciparsi dall' Impero: C. C.

GOVERNO MUNICIPALE 41 Da quel punto troviamo i signori da Romano tanto strettamente legati a tutti gli importanti avvenimenti e il nostro paese, che più non possiamo parlare separatamente di questa famiglia.

Dei Camposampiero, come di casato meno potente ci limiteremo a dire, esser venuti essi in Italia probabilmente col primo Ezelino, ed aver avuto quindi grandi possessi nel territorio, che dal loro castello di Camposampiero prese il nome. Della influenza che essi ebbero alle nostre sventure avremo a parlare in appresso.

Durante ancora la guerra d'indipendenza, non cessavano di svolgersi nelle nostre città le politiche e civili istituzioni ; civili al modo d'allora, cioè a colpi di spada e di lancia. Non è ben certo Tanno in cui per la prima volta subentrò il governo del podestà a quello dei consoli, in Padova, nè fu senza interruzione la serie dei nostri pretoritì.

È cosa le mille volte ripetuta essersi nelle novelle repubbliche istituita tal forma di governo a reprimere le insolenze dei grandi : e che anche in Padova ciò sia accaduto racconta, benché un poco confusamente, il Calderio, autore del secolo XV, compilatore di ogni antica scrittura spettante alla storia di Padova, autore poco stimato forse perchè non letto, ma ad ogni modo curioso per interessanti particolari. Attribuisce egli la istituzione fra noi di questa magistratura alle discordie tra i consoli e la potente famiglia dei Dalesmanini, degenerate in aperta guerra civile , sicché giornalmente si combatteva nelle contrade della città, si asserragliavano le strade; le torri molte ed altissime si guernivano di macchine atte ad offendere, e tanto si erano i cittadini assuefatti al continuo battagliare, che si mescolavano poi ne'conviti, e le gloriose geste vicendevolmente si raccontavano. Anche a Padova sarebbe stato oltremodo perniciosa la nobiltà, ed anche qui avremmo avuto lo spettacolo di una parte della popolazione costretta dall'altra ad abbandonare la patria, ove alla novella magistratura dei podestà non si fosse concessa larga sfera di azione.

Palesossi poi vigorosamente la forza della democrazia in quello statuto, che riflette alcun che della Ordinanza di giustizia di Firenze, per il quale furono i magnati esclusi dalle cariche dello Stato. Non fu però

6 L'Orsalo, o qualunque, altro sia l'autore della Cronologia delti Reggimenti di Padova, non esattamente estratta dalle antiche scritture, fa primo podestà nel 117o Alberto de Ossa milanese, e dopo un anno d'intervallo, nel quale fummo governati da consoli, Obizzo d'Esle per due anni podestà. Cattiva guida ci sono le cronache nostre, quantunque varie di esse, contenute nel volume Vili della grande raccolta del Muratori, sembrino specialmente destinate a darci la serie dei nostri podestà. Ma la diversa ortografia e l'inesattezza delle date, generano confusione ed errori.

ne' suoi primordj regolarmente esercitata la nuova magistratura, e troviamo alternarsi consoli e podestà, reggere due anni di seguito la repubblica Obizzo d'Este, mentre era carattere generale di quel magistrato non durare che un anno, e solo ad estranei essere conferito. Forse il marchese, quantunque cittadino di Padova, non era come tale interamente riguardato, rimanendo indipendente per tutte le sue possessioni non comprese nel territorio ; o forse Fatta sua potenza indusse i cittadini nostri ad affidargli in diffìcili tempi le redini del governo. Se puossi prestar fede alle cronache, solo nell'anno 1204 cessarono i consoli, e fino alla dominazione di Ezelino governarono podestà annui, confermati quali fedeli ministri di tirannide finche fummo oppressi da Ezelino ; regolarmente ristabiliti ed eletti prima per un anno, poi per sei mesi all'epoca della seconda repubblica ; mantenuti con grande irregolarità sotto l'impero dei Carraresi. .

Giordano Forzale.

Grande importanza ebbe pure non solo in Padova, ma in tutta la Marca, Giordano Forzate priore di San Benedetto , uomo di santissimi costumi e di singolare saggezza, ad arbitrio del quale si reggevano le città di Padova

GLI EZEL1NI 43 e di Vicenza. Giovane ancora, ebbe fiera lotta con Losco dei Transelgardi7, onde divisa la città in due partiti, nacquero quegli infiniti tumulti, che forse inesattamente il Calderio sopra citato attribuì ai Dalesmanini. A sbramar la sete di vendetta, il feroce Losco appiccò fuoco alle case di Giordano, e ne nacque tale incendio, che tre parti della città rimasero distrutte 8 Tale sventura indusse Giordano a ritirarsi dal mondo e vestir l'abito religioso !l, ma dal fondo del chiostro lo trassero le preghiere dei concittadini, che solamente alla saggezza di lui vedcano potersi affidare la salvezza della repubblica. I panegiristi di Giordano vogliono attribuire ai consigli di lui 1' abolizione del consolato, ma è ben difficile il dimostrarlo. Merito suo principale si fu il mantener la concordia per quanto il consentirono i tempi, costante ed infaticabile mediatore di pace finché ebbe vita.

Ora ci convien raccontare un fatto, fonte di atroci discordie. Era rimasta orfana, sotto la tutela di certo Spinabello da Hendino, fedelissimo servo del padre di lui, Cecilia figliuola di Manfredo conte di Baone, donzella potente e ricca oltre ogni modo. Pensò Spinabello ad accasarla, e si recò a tal uopo a Tisone da Camposampiero, proponendola in moglie al figlio di lui Gerardo, purché a lui fosse data certa somma di denaro. Volle Tisone, in affare di tanta importanza, aver il parere ai Ezelino Balbo, di cui avea sposata la figlia Cunizza; e recatosi a lui, gli espose la cosa, e la somma richiesta da Spinabello. Lo scaltro Ezelino vide come quel matrimonio sarebbe vantaggioso pel figlio suo, da poco separato con solenne divorzio da quella Speronella, della quale abbiamo già sopra narralo, e rimandato il genero sotto colore di voler riflettere, inviò a Spinabello segretamente messi, offerendogli premio doppio del richiesto, purché al figlio desse la fanciulla, e così ottenutala, con forte scorta la fece condurre all' augurate nozze in Bassano. Arsero di sdegno i Camposampiero alla vile frode; ed anelanti vendetta, presto se l'ebbero; che incontrata, poco tempo dopo , Cecilia da Gerardo mentre si recava a

7 II Gennari a sufficienza prova ossero stato Tanselgardi il nome di questo casato, ma noi, seguendo l'uso comune dei nostri storici, li chiameremo Transelgardi.

N Ne conserva memoria una pietra infissa alla facciata della chiesa di san Galiziano, e laconicamente dice « MCLXXIV Arsii Padua », ed alcuni versi riferiti dallo Scardeoni, portano a 21»! 4 le case in tale occasione rovinate, al qual proposito giova avvertire come la maggior parte delle case d'allora erano coperte di tavole o come nel linguaggio di quei tempi si diceva, scamlola'e.

9 Così raccontano il fatto i biografi di Giordano: secondo altri scrittori più antichi la cosa sarebbe andata altrimenti. Losco de'Transelgardi e Giordano degli Steni ancor giovani avrebbero imprudentemente appiccato fuoco ad alcune case per vedere le fiamme, e questa sarebbe stato l'origine del grande incendio, effetto di protervia giovanile, non di civili discordie. Gli scrittori posteriori avrebbero alterata la cosa , ingannali dal nome di Giordano.

visitare le proprie possessioni nel Padovano , rapitala se la tenne a sue voglie, poi svergognata la rimandò al marito. Ripudiolla tosto Ezelino , ma col desiderio di lavare nel sangue raffronto. Da Cecilia avea egli avuto una fanciulla , chiamata Agnese, la quale maritata in uno dei Guidotti, fu madre a quelPAnsidisio, degno ministro in Padova delle crudeltà dell'ultimo Ezelino suo zio.

Pensò poi a nuovo matrimonio, e scelse Adelaide dei conti di Mangona, detti anche conti Rabbiosi in Toscana, donna versatissima nei misteri della astrologia , la quale vogliono i creduli cronisti aver predetta la crudeltà e le disgrazie dei figliuoli Ezelino ed Alberico.

Frattanto, malgrado le cure dei confederati, arse guerra fra Padovani e Trevisani, ed ecco in qual modo. I signori di Camino, por sottrarsi all'obbedienza dei Trevisani, aveano stretta alleanza coi Coneglianesi e con Feltre, per maggiormente rafforzarsi s' erano dati ai Padovani, come risulta dall' istromento riportato dal Verci nel Codice Ezeliniano sotto la data IO giugno 4180. S' armarono quelli di Treviso, e volsero le loro armi contro Conegliano, costretti prima quelli di Feltre alla sommessione, togliendo loro i passi per le vettovaglie. Nulla valse la resistenza dei Coneglianesi, che vòlti in fuga dopo fìerissima zuffa, non poterono impedire agli inseguiti di entrar nella terra, e mandarla miseramente a sacco.

Accorsero in ajuto dei confederati i Padovani, e tentato invano Noale, corsero le terre di Ezelino fino a Godego, devastando ogni cosa.

Saziati forse di stragi gli animi, mercè le cure dei rettori della Lega si venne a patti, e fu deciso : lasciassero i Padovani il castello di Noale ai Trevisani, e fossero liberi i Coneglianesi ed i Cenedesi (20 gennajo 1181) i quali però (1 giugno 1181) credettero utile rinnovare i loro patti con Padova. Non tedieremo il lettore delle contese tra i Trivisani da una parte e i Cenedesi, i Bellunesi ed il patriarca dall'altra, contese in cui i Padovani sussidiarono i loro alleati contro Treviso. Diremo di guerra più ostinata ed importante.

Continuavano le città ad ingrandirsi a spese dei signori rurali; e Vicenza, quantunque indebolita dalle interne fazioni, avea tolto Bassano ad Ezelino, costretto Ottone signore di Montegalda a cederle questa rócca , la quale convenientemente fortificata, dovea servir di baluardo contro l'ambizione dei Padovani.

S'erano colà annidati alcuni faziosi, i quali scendeano dal loro ricovero a devastare il territorio di Padova, poi carichi di bottino vi ritornavano a salvamento. iVane essendo riuscite le doglianze, \ Padovani (1188), fatta massa di gente, corsero a Montegalda, e l'ebbero d'assalto. I Vicentini allora ricorrere al mezzo altre volte usato, e serrare il Bacchigliene a

GLI EZELINI 45 Longare, sicché a Padova venisse a mancar l'acqua; ed i Padovani accorrere , sforzare i guarnimenti dei nemici, riaprire alle acque P antico letto. Ma mentre ritornavano a Padova gli armati, un corpo di loro, rimasto di là dal fiume, fu dai Vicentini assalito e fatto prigione, onde molto denaro occorse a riscattarlo. Quindi non pace ma tregua, in attenzione di sicura vendetta. Vicenza era lacerata dalle fazioni dei Maltraversi e dei Viva-resi, capo della prima il conte Ugoccione, della seconda'Ezelino. Riuscirono i conti, nel giugno del 1194, a far eleggere un podestà del loro partito, Giacomo de'Bernardi di Bologna, il quale suscitate a bella posta turbolenze, ne approfittò a bandir dalla città i Vivaresi con Ezelino, che però solo sopraffatti dalla forza delle armi cessero il posto agli avversarj. Se ne vendicò Ezelino acerbamente togliendo a Vicenza Bassano , già castello di sua famiglia ; poi, forse per averne denaro, come si potrebbe argomentare da alcune parole di antico documento, lo ceditte ai Padovani. Giacche è da notare che, malgrado la influenza che avevano nella loro patria i Camposampiero, secondati in ciò da Giordano Forzate, per i consigli del quale non poterono gli Ezelini avere soddisfazione della sofferta ingiuria, molti della nostra città aderivano a quei da Romano, preparando così la rovina della patria. Ricorsero i Vicentini ai rettori della lega, e ne ebbero favorevole sentenza (4 novembre 1196), che ingiungeva ai Padovani di restituir loro Bassano, e non molestare Ezelino per crediti od altre pretese verso di lui professate. À tale sentenza non acchetatisi Ezelino e i Padovani, corsero i Vicentini fino a Marostica, grossa terra di quei da Romano, ne arsero il borgo, e condotto in Vicenza gran numero di prigioni, ne uscirono tosto novamente dirigendosi alla volta di Bassano. Difendeva quel luogo Ezelino, talché rabbiosamente vi si combattè, restando d'ambedue le parti molti prigionieri e fra i Vicentini Io stesso storico Maurisio. Quantunque fosse riescito a respingere il nemico, ben a ragione diffidava Ezelino della propria forza, e deliberò venir a patti coi Padovani, traendone promessa di soccorso e venticinque mila lire e dando loro in pegno il castello di Onara.

Prima però di venire alle mani, Jacopo Stretto da Piacenza, allora podestà di Padova, tentò la via degli accordi, e scelse a portar parole di pace il Maurisio stesso, incaricandolo di trattare dello scambio dei prigionieri. Ma i Vicentini imbaldanziti non vollero accordi, onde il podestà, uscito in campagna col carroccio, secondato dalle forze del marchese Azzo d'Este e di Ezelino, strinse d*assedio il castello di Carmignano, ove accorsero anche le schiere di Vicenza. Nacque fiero combattimento, infelice dapprima ai Padovani che vi lasciarono molti prigioni,

ìixmlrokz. del l. V. Voi. IV. 7 »

ma coronato alla fine dalla vittoria, colla presa di Carmignano, la distruzione dell'esercito dei Vicentini, la cattura dello stesso loro carroccio,

Carròccio di l'adoro.

il quale esposto nel cortile del palazzo del vescovo, stette oggetto a sozze contumelie della plebaglia.

Ed è cosa stranissima che, in un secolo nel quale la carità verso la patria comune impone un termine alle ire municipali, e cerca di bandirne perfino la memoria, sia opinione del vulgo e forse non solamente del vulgo, che quella festa, la quale con solenne pompa si celebra ogni anno in Vicenza al Gorpusdomini, traendo per le vie una gran macchina che si chiama la Rua, o la Ruota, sia destinata ad eternare la vittoria dei Vicentini in tale occasione , colla presa di una ruota dal carroccio dei Padovani. Poco giova alle glorie delle nostre città il sapere chi in quelle lotte fratricide , abbia ottenuto la vittoria, ed a coloro che delle nostre antiche cose hanno fatto studio, è manifesta la falsità della popolar tradizione, nè è sconosciuta l'origine di tale solennità, nè quella della macchina che ne fa l'ornamento, istituita nel 1441 a cura e spese del coli egio dei notaj, dismessa da loro per la soverchia spesa, poi per i consigli di Pietro Paolo Bissaro continuata a spese del Municipio, onde il

GLI EZELINI 47 popolo, senza forse saperne il perchè, si arresta al palazzo di quella famiglia facendo acclamazioni ló.

I Veronesi, invitati dai Vicentini, tentarono piegar gli animi alla concordia, ma respinti dalla ostinazione dei Padovani, presero le parti dei deboli, tanto efficacemente che dalla città si vedevan le fiamme delle ville incendiate; onde si venne a patti, rendendo il carroccio ed i prigioni. Di ciò tanto sdegno ebbe Ezelino, che dato in ostaggio ai Veronesi il figliuolo, li costituì arbitri delle contese sue con Vicenza (1199). Quindi i Padovani distruggere il castello di Onara che tenevano in pegno, e devastare le possessioni degli Ezelini poste nel loro territorio, seme di nuovi odj e di nuove stragi.

E forse non poco contribuì il rancore d'Ezelino a suscitar la guerra (1201), nella quale i Vicentini, alleati a quei di Verona, Treviso, Mantova, Ferrara, Trento, Feltre e Belluno, chiuso il Bacchigliene a Longare, preso il castello di Garturo, eretta la torre di Ganfredoli, penetrarono nel territorio padovano sino al ponte di Brenta, ove i due nemici eserciti alcun tempo Tubo di fronte l'altro, per cagioni a noi ignote conchiuser la pace.

Ma ben presto Ezelino, anelante a vendicarsi degli odiati Camposampiero, ne ebbe opportuna occasione, e nel disonore degli avversar] potè lavare l'onta fatta al suo nome. Era posseduto il castello di Campreto per metà, da Maria figlia di Gerardino Camposampiero, e per l'altra metà dai cugini di lei Tiso e Gerardo. Seppe Ezelino così adescare la incauta donna che, trattala in un suo castello, ivi la tenne per concubina, ed avutane una figlia che si chiamò Adelasia, vituperosamente rimandò Maria a' suoi, ritenendo la figlia, la quale, Dio sa con quali ragioni, seppe far dichiarare dai giudici imperiali, legittima signora di Campreto, spingendo nello

10 E a notar l'orrore corso ad un nostro concittadino, eruditissimo in ogni ramo di patria storia. In una memorielta sull'origine della testa della Rua, e la insussistenza della popolare tradizione, così egli si esprime: « Tal Ruda dicesi esser simbolo di quella tolta dai Vicentini al carroccio di Padova nella battaglia di Carmignano; falsa credenza, cavata dalle favolose invenzioni di Carlo Dottori____ Nè occorrevano prove di storia a smentire ciò ch'ebbe inventato quel bizzarro poeta, quando si pensi al fine suo di svergognare quei turpi e funestissimi odj municipali ecc. • Mi sono dato la briga di leggere per intero l'Asino, poema eroicomico del Dottori, al quale ahude l'egregio scrittore^ e devo confessare che non vi si trova mai parlato di ruote del carroccio perdute. Il Dottori, seguendo un'antica tradizione, ed annestandola alla storia, fa derivar la guerra di Carmignano dall'insulto fatto ai Vicentini da alcuni Padovani, i quali, rapito, in una di quelle scaramuccie che si facevano ai confini, uno stendardo con dipintovi un asino , Io appiccarono alle forche, nè fu staccato di là che alla conclusione della paco, e restituito in cambio di varj panieri di salsiccie. È poi vero che il Dottori mette in ridicolo le guerre municipali, e non mostra alcun odio verso i Vicentini, de'quali anzi si mostra amicissimo. Se l'autore di cui parlo non ha letto quel poema, s'è risparmialo una noja ed ha latto bene, ma non credo avrà a male che io rettifichi questo suo erroruccio, e mi compatirà se di maggiori fossi per commetterne.

stesso tempo valida mano d'armati ad impadronirsene. Accorsero a difesa dei Camposampiero il marchese Azzo ed i moltissimi amici, talché per un misero castelluccio, minacciavano grandi disastri a tutta la Marca, se apostolo di pace (1204) non accorreva Gerardo vescovo di Padova con molti principali cittadini, promettendo soddisfazione ad ambe le parti. Però Campreto restò in potere dei Camposampiero, e forse la gelosia verso Ezelino, il quale colla influenza esercitata in Treviso, Vicenza e Verona, e colle forze tratte da' suoi possedimenti del Pedemonte, non nascondeva gli ambiziosi disegni, impedì agli arbitri di dar retta alle voci della giustizia, onde tremenda vendetta prese poi Ezelino il tiranno delle moltiplicate offese fattegli dai Padovani.

Noi abbiamo già veduto Ezelino potente in Treviso e capo in Vicenza dei Vivaresi, ora lo troviamo nelle mischie di più potente città; principale guidatore dei Montecchi di Verona, avverso quindi al partito dei Sambo-nifazio, i quali, costretti a cercare appoggio di fuori, si misero sotto la protezione dei marchesi d'Este. E prima vediamo (1205) cacciati da Verona i Sambonifazio , poi Tanno seguente (1206) rientrare e bandire gli avversi , i quali, ricorsi ad Ezelino, e spalleggiati da Salinguerra di Ferrara e da'Vicentini, novamente rimpatriarono (1207) e di là cacciarono il marchese ed i seguaci di lui, i quali, raccolte truppe di Bologna, Mantova, del Polesine e della Romagna, tornarono all'assalto, ed ebbero vittoria. Anzi, se crediamo a Rolandino, fecero prigione lo stesso Ezelino, e con raro esempio di generosità il rimandarono a Bassano w.

Dopo Barbarossa, poco avevano avuto queste Provincie a temer la possanza dei sovrani germanici. Ma assassinato Filippo, Ottone rimasto senza competitori, pensò venir a Roma ad incoronarsi, e raccolto lo stuolo de'suoi baroni, accampò ad Orsaniga sul territorio veronese (1209). Accorsero a corteggiarlo i signori d'Italia e tra essi il marchese parente dell' imperatore, Ezelino e Salinguerra, solleciti ad esporre le loro querele, offrendo provar la verità dei lor detti colla punta della spada. Ottone impedì lo sfogo alla loro ira, e con destrezza giunse a far loro promettere di ripigliare T antica amicizia. Accompagnato dai due emuli antichi pigliò poi il cammino di Roma, licenziando ad Imola il marchese, e seguito nel rimanente viaggio da Ezelino, a cui toltone il governo al Sambonifazio, diede la podesteria di Vicenza e l'incarico di esigere la multa di sessantamila lire cui avea condannati quei cittadini. Immagini il lettore in qual modo Ezelino trattasse i suoi avversar).

i\ Il racconto,confermato da Lorenzo de'Monaci e dall'autore della vita di Rizzardo Sambonifazio, non è appoggiato dall'autorità del Maurisio , probabilmente spettatore dei fatti e quintii potrebbe mettersi in dubbio.

GLI EZELINI 49 Molti ne fece morire ; ai molti ricovratisi presso il marchese in Verona, confiscò i beni, arse i palagi, abbattè le torri (1211). A istanza dei fuorusciti dimenticò il marchese la pace di recente conchiusa, e forte del-Fajuto delle vicine città, si avviò verso Vicenza col carroccio veronese, ma poco lontano dalla città Ezelino co'suoi Bassanesi gli die tale sconfitta, che a briglia sciolta dovette fuggire in Verona, ove poco appresso morì, alcuni giorni dopo che era spirato il Sambonifazio (1212).

Aldobrandino, successo ad Azzo VI, in Ferrara dovette accontentarsi di partire con Salinguerra la suprema autorità. Meditava ricuperar la Marca di Ancona, concessa già dal pontefice al suo genitore, ma invasa dai conti di Celano; quando ebbe a difendersi dai vicini Padovani.

Aspiravano le repubbliche di allora ad allargare l'autorità a spese dei signori rurali. Padova sottratta ai tempi della lega Lombarda dai marchesi d'Este Monselice, tentò fino dal 1203 di avere anche Montagnana. mandandovi a podestà un Ugoccione, il quale a furor di popolo fu trucidato. In quest'anno si offri favorevole congiuntura di indebolire il potente feudatario, giacché, avendo alcuni Estensi, ibrse in obbedienza ad un ordine che vietasse l'estrazione di viveri da'suoi Stati, tolte alcune vettovaglie che quei di Montagnana portavano a Padova, la repubblica, non ottenuta soddisfazione, intimò guerra ad Aldobrandino, e ad Este pose l'assedio (1213). In favor dei Padovani accorse Ezelino contro l'odiato rivale, e condusse seco il figliuolo, il quale ancor non avea compiti i diciannove anni, ma del valore e ferocia futuri die prove in quest'assedio non dubbie. Resistè a lungo Aldobrandino, ma alla fine gli convenne cedere alla forza, e sottomettersi; smurate le porte del castello di Este, per i suoi beni situati nel Padovano, dovette riconoscersi cittadino di Padova, obbligandosi ad abitarvi alcun tempo dell'anno. S'era intromesso il pontefice in favor dell' Estense, valida difesa nella rinascente guerra contro l'imperatore, minacciando anche i Padovani delle censure ecclesiastiche, ma il suo messo arrivò tardi1-.

D'allora Este scadde, abbandonato dai marchesi, i quali alle cose di Ferrara, sede di lor futura grandezza, applicarono l'animo. Aldobrandino recatosi all'impresa di Romagna, vi morì non senza sospetto di veleno (1215).

Intanto un frivolo accidente avea ridesta le guerra. S'era bandita in Treviso magnifica festa, invitando le vicine città (1214). Si fabbricò un castello, foderato di pelli di ermellini, di vaj e di stoffe preziose, scia-l'i In questa occasione sembra che gli uomini della parrocchia di Sant'Andrea abbiano tolto da Este quel leone di pietra che stava davanti a quella chiesa fino al 1707 e distrutto a quell'epoca, fu poi surrogato da quello che attualmente si vede. Però il fatto è variamente ed oscuramente riferito, e non merita la pena di soffermarvisi.

miti, scarlatti, velluto e zendadi. Lo difendevano donzelle delle più illustri famiglie assistite dalle loro ancelle, e protette il capo da corone gioiellate. Assalire lo dovevano i giovani con datteri, noci moscate, fiori d'ogni sorta, acque odorate, ambra, canfora e simili preziosità. Lietamente procedeva la festa quando, urtandosi all'ingresso del castello già vicini ad entrarvi alcuni Padovani coi Veneziani, furono i primi svillaneggiati da colui che portava il gonfalone di S. Marco; quindi un affrontarsi, uno scompiglio, ed il veneto stendardo andarne a pezzi. E già stavasi per venire alle spade, se non si frammetteva la prudenza dei direttori della festa, i quali riuscirono a mandar alle case loro i giovani inferociti. Però rimasero alterati gli animi, e, primo segno di ostilità, si chiusero i passi al "commercio, e presto dichiarata la guerra, misero assedio i Padovani alla torre di Bebbe, e forse in quel primo assalto se ne sarebbero impadroniti, se il podestà non ne moderava l'ardore. Alzatosi poi vento gagliardissimo, furon quelle basse pianure coperte dalle onde, ed i Padovani fuggenti dalle acque, inseguiti dai Veneti che erano accorsi colle navi leggiere, lasciarono molti prigionieri; ed era tanto il terrore di perire affogati, che molti promisero denari a Chioggiotti per esser sottratti alla certa morte andando a Venezia prigioni (Roi.andino).

Ai Chioggiotti in memoria del loro intervento, fu dalla veneta repubblica rimesso l'annuo tributo. Coi Padovani fu fatta la pace, colla mediazione del patriarca d'Aquileja, a condizione si mandassero venticinque di quei giovani che avevano insultato lo stendardo del leone in Treviso a far loro sommessione al doge, ed in certo giorno d'ogni anno si spedissero dai Padovani a Venezia trenta galline.

Ristabilita in patria la pace, pensò il b. Giordano Forzate alle cose di Vicenza sempre travagliata dalle fazioni. Riuscì egli a farsi eleggere arbitro delle contese tra Ezelino e quel Comune ( ed esaminate le cose sentenziò, fosse Marostica dei Vicentini, e ne avesse Ezelino in prezzo quarantamila lire di denari veronesi : non si ergessero fortezze fra Vicenza e Bassano; le mura di Marostica si atterrassero (alla qual condizione non badarono poi i Vicentini) : si rimettessero in patria i banditi d'ambe le parti, e si esaminassero le pretese dei danneggiati (1218).

S'accrebbe di molto in que'giorni lo splendore della repubblica nostra per la cittadinanza ottenutavi dal patriarca d'Aquileja (1220). Impegnato in aspra lotta per i confini coi Trevisani, i quali tanto si erano maneggiati, che quasi tutti i vassalli del patriarca gli si erano ribellati, conosceva non essergli sufficiente difesa bolle del papa e minaccie di scomunica, onde pensò procurarsi l'assistenza della repubblica padovana, potente anche di là della Piave per la sua autorità su Ceneda e Conegliano. Perciò fattosi ascrivere fra i. cittadini, si obbligò ad aver in Padova abitazione, e la fab-

GLI EZBLlNt 5t bricò nel luogo che ancora porta il nome di patriarcato, comperò beni nel territorio, si sottomise agli aggravj degli altri cittadini. Lo stesso fece il vescovo di Belluno e Feltre. Quindi guerra, dai Trevisani nel Friuli portata, ed a richiamar il nemico dalle terre dei nuovi alleati, correre i Padovani su Castelfranco. Bastò questa mossa a dar fine alle ostilità, ma i Padovani a raccogliere loro truppe su quel contine e difendersi dal vicino Castelfranco, deliberarono ergere una fortezza che, si chiamò Cittadella. Ebbe l'incarico Benvenuto da Carturo, uomo di nobilissima schiatta ; e per le cure di lui in due anni (1220-21 ) fu costrutto l'ampio recinto che misura ben 1350 metri, coronato da 32 torri, con quattro porte, su una delle quali torreggiava il castello, mezzo a prolungata difesa, mentre su quella che guida a Padova s'ergeva una torre detta Malta,

Cittadella.

infame poi per le crudeltà dei ministri d'Ezelino. Tanto gloriossi Benvenuto della ben condotta opera, invero pei tempi ragguardevole, che la-

sciato il Dome paterno, si chiamò Cittadella, e così i suoi discendenti lino a' dì nostri.

Ezelino, stanco del mondo, si ritirò in Oliero (1221), ove avea fondato un convento, spartendo prima le possessioni tra i figliuoli Ezelino e Alberico , riservando a sè alcune prerogative. Fu perciò soprannominato il Monaco, quantunque non abbia mai fatto voti di religioso, e qual sorta di monaco si fosse ci sarà veduto.

VI.

Tempi di Ezelino il tiranno.

Con zelo attendevano i Padovani a mantenere la tranquillità in Vicenza, e già nel 1220 aveano trattenuto il giovane Ezelino, vincitore a Bressan-vito dei Vicentini, i quali, aizzati dal podestà, non cessavano di molestare quelli del suo partito, e novamente al principiare del 1221, operando che, in luogo del torbido Rambertino, fosse eletto podestà di Vicenza Guglielmo Amato, frenarono per alcun tempo le ire, divampate alla vista del sangue e degli incendj.

All'Amato successe ilMartinengo di Brescia (1222), il quale, col troppo favoreggiare i popolani, suscitò una congiura dei nobili contro di lui, capo Alberico da Romano. Avvedutosene, li chiamò all' obbedienza, e trovatili renitenti, fatti venire da Brescia ducento valorosi, si apparecchiava alle armi, quando Giordano Forzate accorso, data sicurtà ai congiurati, li persuase a comparire dinanzi al podestà, il quale acerbamente rimbrottandoli, li condannò per le spese incontrate alla propria difesa, a settemila lire di multa, che i Padovani pagarono in nome lóro per amor della concordia.

Si riaccendeva più feroce la guerra sulle rive del Po. Azzo VII, successo al fratello Aldobrandino, vincitore prima, poi escluso di Ferrara dall'emulo Salinguerra (1222), radunato grosso stuolo de' suoi del Polesine, con molti amici delle vicine città, tentò ricuperarne il dominio. Ricorse Salinguerra all'inganno, e sotto colore di trattar della concordia, tratto il marchese con cento cavalieri in Ferrara, suscitato ad arte un tumulto, fe dar loro addosso. Fuggì Azzo e molti con lui, ma vi perdette tra gli altri miseramente la vita Tisolino figlio di Gerardo Camposampiero. Ritornò (1224) Azzo all'impresa col conte nizzardo Sambonifazio, ma il Salinguerra, usando l'eguale astuzia, seppe trarre in città il conte, e ve

EZELINO IL TIRANNO 53

10 ritenne prigione. Si'ritirò il marchese dall'assedio di Ferrara, per vendicarsi poi aspramente sul castello di Fratta che si teneva per Salinguerra , dove Giacomo Camposampiero fece orrido scempio dei nemici, in vendetta del trucidato Tisolino. Salinguerra ricorse per messi al cognato, e ne ebbe in risposta che, entro un anno, i nemici loro avrebbero a pentirsi dell'oltraggio, e tenne la promessa, imperocché con l'oro e coi maneggi tanto seppe fare, che il conte Rizzardo, il quale, per le istanze dei rettori della Lega, era stato da Salinguerra rimesso in libertà, e primeggiava in Verona, fu dai Montecchi scacciato. Ricorse il Sambonifazio all'Estense , e già s'erano avvicinati a Verona , quand'ecco Ezelino per dirupi orrendi, in mezzo alle nevi, con grande segretezza e velocità accorso, piomba loro addosso e dopo ostinato combattimento li sconfigge; poi di nuovo poco dopo, malgrado gli ajuti che Rizzardo avea tratto da Mantova. Così Ezelino rimase signor di Verona (1226), e ajutò il fratello Alberico a cacciare di Vicenza la parte avversa. •

A malo stato eran le cose guelfe in queste regioni, sola Padova ed

11 marchese tenendovi alzata quella bandiera, senza comunicazione coi Guelfi di "Lombardia, onde la Lega, rinnovata in San Zenone di Mosio sul Mantovano (2 marzo 1226), solo contribuì a mantener la pace nell'interno della città.

Ezelino deliberato a saziare l'ereditato odio contro i Camposampiero, all' impensata assalì il loro castello di Fonte, vi fe prigione Guglielmo , figlioletto di quel Giacomo che alla Fratta avea fatto strage delle genti di Salinguerra. All'inaspettato annunzio si commossero i Padovani, e deliberata tumultuariamente la guerra, portato a spalle in piazza il carroccio, guidati dal podestà Stefano Badoero, a Cittadella sj arrestarono, poi, distrutta Fontanaviva, furono sotto Bassano. Invano s'interposero gli ambasciatori della veneta repubblica; l'assedio si continuò con sommo ardire., come con grande sforzo si sostenne la difesa. Ma il vecchio Ezelino, che si era ritirato dal mondo senza tor V occhio dagli avvenimenti, pensò opportuno alla salyezza di sua casa l'in-terporsi, e con lettera esortò! figliuoli a cedere (1228). « Ho costantemente osservato (diceva, egli) che l'uomo prudente nulla perde se a tempo lascia una parte del suo abbigliamento. Badate che ancora non è da pareggiarsi la potenza vostra a quella dei Padovani. Potrà però col-l'ajuto di Dio accadere che Padova non solo, ma tutta la Marca venga in ootere di uno di voi, o di ambedue. Mi ricordo averlo predetto la icw'-^e vostra, peritissima nell'astrologia. Perciò, sino a che non sia cresciuta la potenza di Bassano, sino a che San Zenone e gli altri castelli non ■siano in condizione di resister ai vostri nemici, vi impongo di. cautamente procedere. Rendete a Padova il castello di Fonte, come già rendeste il llltistraz. del L. V. Voi. IV. 8

piccolo Guglielmo, onde agli arroganti Camposampiero non resti appicco di accender contro di voi i Padovani. Verrà tempo ed ora, che delle ingiurie vostre e degli amici farete con lieto animo piena vendetta ».

Cosi Rolandino ne accerta aver egli scritto; donde apparisce che già era stato rimesso Guglielmo in libertà. Mosso dalle esortazioni del padre, a bella posta recatosi in Bassano ad appoggiar con la voce quanto avea espresso scrivendo, dai consigli degli amici che aveva nel campo dei Padovani, forse dalle preghiere di sant'Antonio, cesse Ezelino, a condizione di rendere il castello di Fonte al Comune di Padova, giurare obbedienza e fedeltà. E tal giuramento prestò egli, a detta di Rolandino, montato sopra un alto destriero, nell' alveo della Brenta, al podestà, che sulla riva lo aspettava. Giuramento da ladrone.

Per vendicarsi ad un tratto e dei Padovani e dei Trevisani, molti nobili de' quali avea veduto nelle schiere di Padova , offriangli propizia occasione le fraterne -accozzaglie. Perciò simulando amicizia, venne in Treviso, si scrisse cittadino, e magnificando le loro ragioni sopra i territorj di Feltre e Belluno allora soggetti ai Padovani, s' offri pronto ad appoggiarle colle sue forze. Forse li guidò egli stesso nella conquista di quelle vallate, compita pi-ima che i Padovani avessero il tempo di accorrere alla difesa. Il Badoero, nulla curando le esortazioni del beato Giordano e dei rettori della Lega , chiamati in ajuto i confederati Azzo d' Este e patriarca d'Aquileja, corse a Treville, indi si spinse fino a Codego, e preso quel castello, l'atterrò, espugnò Asolo, arse Nar-vesa, offerse sotto le mura di Treviso guerra non accettata, ed a Padova ritornò caricò di bottino (1229). Ezelino intanto costringeva i Caminesi a cedergli i castelli d'Oderzo, Motta, Camino, Serravalle, i quali tenne fino alla morte. Le truppe dei Trevisani,, reduci dal Bellunese, cominciavano a devastar il Padovano, e già presso Lorcggia stava per cominciare un generale combattimento, quando i Trevisani citiraronsi atterriti in Castelfranco, onde al Badoero altro non restò che munir le frontiere e rientrare in città. Documento funesto della ferocia d'allora, fu fatto in Padova uno statuto, che due volte l'anno si corressero le terre dei Trevisani, e questi per rivalsa, non solo permettean ad ognuno il danneggiar i nemici, ma eon premj incitavano agli incendj, alle stragi. S'interpose il pontefice, e col mezzo del suo legato Gualla vescovo di Brescia, pregando e minacciando, ottenne si ritirassero i Trevisani da Feltre e Belluno e si facesse la pace. Tanto sangue sparso, tante famiglie prive di tetto, spoglie ed orbe dei loro trucidati parenti, solo pe/chè si ingrandisse Ezelino!

Sceglievansi quasi sempre fra i gentiluomini di Venezia i podestà delle vicine repubbliche, -e quindi animati tutti da uno stesso spirito, di niuna cosa maggior cura si prendevano che di ■ conservare la pace. Vediamo

RZEL1N0 IL TIRANNO 55 Filippo Zuliani podestà di Vicenza frammettersi qua] giudice nelle 'discordie tra Alberico da Romano ed i suoi uomini di masnada sollevati, poi conchiudere lega con Padova.: Renier Zeno podestà di Verona, a mantener tranquilla quella sconvolta città, mandare a Venezia i principali e più turbolenti fra i cittadini. Volle tentare il rimedio medesimo Matteo Giustiniani successo allo Zeno, ma non riuscì che ad eccitare grande malcontento, ed irritò viepiù la fazione dei Moriteceli! per la dimestichezza usata da lui col conte Rizzardo. Quindi sollevarsi costoro, e chiamar in Verona Ezelino e Salinguerra; nulla curando gli ordini del podestà, attaccare risse cogli avversar], cacciar finalmente (1231) gli aderenti del Sambonifazio, far lui stesso prigione, e poco appresso deposto il Giustiniani, eleggere podestà Salinguerra Torello cognato ad Ezelino; e gli sbanditi ricoverarsi nel castello di Sambonifazio, chiamar a rettore Gerardo Rangoni di Modena , e questo ed il Giustiniani spedire ai Padovani ricercandoli di soccorso.

Ai danni d'Ezelino pronti erano sempre quelli di Padova. Si unirono a loro l'Estense e i Mantovani, e la guerra fu combattuta sul territorio veronese, d'ogni lato devastando le campagne, prendendo alcuni castelli, senza però far fazione di conto, e neppur tentando di por b'assedio a Verona. E tradizione aver inutilmente sant'Antonio cercato di piegar Ezelino a mettere il conte Rizzardo in liberià, ma quelle dimostrazioni di pentimento, di che fanno gloria al santo alcuni panegiristi, anzichò segno di rispetto, noi saremmo inclinati a riguardar come frutto di sopraffina ipocrisia.

L'anno dopo, alla forza delle armi pensarono i Padovani unire quella della persuasione (1231), e spedito il podestà Goffredo da Lucino ai rettori, di Lombardia, interessarono, alla loro querela le, città della Lega. Con tale mediazione fu stabilito, fosse ai rettori consegnato il conto Rizzardo da tenersi in custodia sino a che al podestà di Verona non si rimettesse il castello di Sambonifazio. Giurarono poi Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso e Ferrara di tenersi in pace, e ripatriar gli sbanditi, lasciando facoltà ad Ezelino di entrar nella Lega. Non ebbero però adempimento queste promesse, che fu il conte posto in libertà senza che a' Veronesi fosse consegnato il castello, ed Ezelino cosi ingannato non volle entrar nella alleanza, poi si diede affatto alla parte imperiale, stimolando continuamente Federico II. ad umiliare le prepotenti città , e cacciato di Verona il podestà, ne prese possesso a nome dell'imperatore, chiamati in soccorso il conte del Tirolo ed altri due signori tedeschi. Non furon pronte le confederate repubbliche a spegnere quel seme di future usurpazioni, occupate allora in guerricciuole con minori castellani, nè valsero le esortazioni del legato pontificio, il quale scomunicò Ezelino e gli aderenti suoi, ostacoli alla pace.

Non descriveremo minutamente le guerre dei due anni seguenti (1232-33), guerre senza altro risultato che di indebolir le città guelfe, interrotte per brevi istanti dalle esortazioni del pontefice e dei rettori di Lombardia, i quali scorgevano la necessità di riserbare le forze a combattere l'imperatore, spronato sempre da Ezelino a compiere la •sommes-sione d'Italia. Alla qua] impresa pur troppo era inclinato il suo animo, erede dell'ambizione dell'avo, ma forte, oltrecebè della settentrionale ferocia, anche di tutte le arti italiane, apprese nel regno di Napoli a lui dilettissimo. Si venne a rimedio creduto infallibile. Fra Giovanni da Schio, benedetto per paci da lui conchiuse in Bologna, fu scelto ad apostolo di cori-

Acce di Pagliara.

cordia, ed incontrato dai Padovani col carroccio fino a Monsenue, fatto in città ingresso trionfale, nel vastissimo Prato della Valle cominciò la

. EZELINO IL TIRANNO 57 sua missione, poi nelle vicine città rimise pace, costituendosi arbitro delle contese, e convocò alla fine una generale adunanza poco lunge da Verona in luogo chiamato Paquara. Vi intervennero coi loro carrocci Veronesi, Mantovani, Bresciani, Vicentini, Padovani; in numero grandissimo cittadini di Venezia, Treviso, Feltre, Belluno, Ferrara, Bologna, i signori d1 Este. da Romano, da Camino, il patriarca d'Aquileja ed altri infiniti, sicché, a detta di storici che furono presenti, trova-ronsi ivi raccolte da quattrocentomila persone. Fra Giovanni, salito sopra palco eminente cominciò la predica colle parole, La pace mia vi do, la paco mia vi lascio, esortò alla fraterna concordia, stabilì le condizioni ed i patti, conchiuse matrimonio tra Rinaldo d'Este ed Adelaide figlia d'Alberico da Romano, ordinò agli Ezelini rinunziassero a tutte le possessioni sul territorio padovano, in premio ricevendone quindicimila lire, e la cittadinanza. Poscia implorate le benedizioni del Cielo a chi fosse per osservare la pace, e maledetti e scomunicati coloro che osassero turbarla, tra i vicendevoli baci ed il pianto degli intervenuti si sciolse l'adunanza. Chi crederebbe esser stato senza frutto, un atto si solenne, tanto spontaneo, compito in mezzo alla generale commozione ? Eppure Rolandino, che fu presente e merita la nostra credenza 1, narra che ritornando a casa le turbe congregate a Paquara, mostravasi già ne' loro discorsi la poca efficacia di quelle lagrime di quegli abbracciamenti. E chi diceva essere stati colà chiamati quasi pecore a macello, che molti vi stavano con l'armi nascoste pronti alla strage ; chi, e forse con miglior senno, vedeva un maneggio del papa a tener uniti i Guelfi contro il minaccioso Federico. Fatto sta che, ancora non era corso un mese, che novamente s'impugnarono Tarmi, e lo stesso fra Giovanni smentì la santità del suo nome, resosi quasi signore di Vicenza e Verona, a modo suo fece e disfece gli statuti, volle ostaggi, richiese le chiavi delle fortezze arse vivi i sospetti di eresia.

Primi a moversi furono i Vicentini ; e spinti forse, secondati, certo dai Padovani* tolsero al frate il governo, e lui combattente per conservar l'usurpata autorità fecero prigioniero. Allora in Verona fu corso addosso ai partigiani del Sambonifazio, creduti complici del movimento, ma Giovanni liberato dai Padovani, fatti rilasciar gli innocenti, conosciutosi inabile a frenar quei moti, abbandonò la signoria, e tornossi a Bologna, lasciando libero il campo ai fratelli da Romano. I quali ebbero a lottare contro i Mantovani alleati del Sambonifazio, ed il marchese d'Este, con guasto orrendo del Veronese, e restando alfine vincitori. Il

4 torse non tanto. Scrivea colle passioni d'un contemporaneo, e dovendo legger le sue storie al pubblico, mirava all'effetto e a secondar le vulgari passioni come un giornalista.

C. C.

Trevisano puro correvano Padovani e Vicentini in soccorso de'Caminesi oppressi da Alberico e dai Trevisani; ma s'intromisero i Veneziani, i quali approfittando di discordie nate per gelosia di comando con Ezelino, lece che que' di Treviso , si unissero ai Guelfi e si conchiudesse coi Caminesi la pace (1234). Non cessarono però le ostilità, che quei da Romano, desiderosi vendicarsi dei Trevisani, seguitarono le devastazioni, imitati da quc'ciltadini. In Vicenza Alberico da Romano, con altri nobili, s'erano legati contro gli usuraj favoriti dal podestà, c sarebber venuti, alle mani, se da Padova, superba della sua potenza, e bramosa di dominare (scrive il Maurisio, fanatico panegirista di Ezelino), non fossero accorsi soldati a mantener la tranquillità. Giunto il tempo di scegliere un nuovo podestà, i due partiti si rimisero all' arbitrio di Giordano Forzate, il quale se ne scaricò su frate Giovanni di Verzario, presso il quale tanto bene si maneggiarono gli avversarj di Alberico o gli usuraj che ne restò eletto iì marchese Azzo d'Este. Alberico ricorse alle armi, combattendosi con varia fortuna , sinché fattisi mediatori i Padovani e l'instancabile Giordano, furono composte le differenze, mettendo anche ad effetto il matrimonio già combinato nel congresso di Paquara tra Rinaldo e Adelaide, pagandosi dai Padovani le quindicimila lire, allora ad Ezelino promesse, ed ascrivendolo nei cittadini.

I nostri cronisti, i quali, usi a vivere in mezzo al fragor delle armi, fanno le meraviglie se per qualche mese durò la tranquillità, come gran cosa notano in quell'anno essere stata pace in tutta la Marca. Ad Ezelino però gravavasi il non poter continuare la guerra, causa di piccoli ma successivi ingrandimenti alla sua famiglia e occasione di vendicarsi dei nemici, e singolarmente dei Padovani. A raggiunger le sue brame , incessantemente stimolava Federico a calare in Italia promettendogli soccorso, e forse andò egli stesso in Germania a sollecitarne la venuta.

Frattanto il marchese, riconfermato podestà di Vicenza (1230), non curando gli ordini dell'imperatore, il quale avea mandati ad informar del suo arrivo, assegnando luogo e tempo ai deputati delle città per recargli l'omaggio, smesso qualunque segno di soggezione, bandita pena di morte a chi osasse non pur favorire, ma nominar l'imperatore (ce lo narra pieno d'orrore il Maurisio) tentò togliere a'Ghibellini Verona, ma sopraggiunto Ezelino volse in fuga i sollevati, e non restò al marchese che di tornarsene pien d'ira e di vergogna a Vicenza, ove ai danni dell'emulo chiamò Padovani e Vicentini a ricominciar le solite rapine, i soliti incendj nei contorni di Bassano.

Venne finalmente l'imperatore, e dai fratelli da Romano fu incontrato fino a Trento. Unite alle genti che seco conduceva di Germania quelle dei Veronesi, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, e Reggiani, e 1« audaci

EZELINO IL TIRANNO 59 schiere che dal Pedemonte traeva Ezelino, devastò una parte del Manto vano ed era già arrivato a Cremona, sempre alla causa imperiale fede lissima, quando verso i nostri confini lo chiamarono le mosse delle nostre repubbliche. Già fin dal primo arrivo di Federico in Italia, Azzo d'Este podestà di Vicenza, ai messi di lui che giorno ed ora aveangli prefisso per recarsi a prestare omaggio al sovrano, altra risposta non aved data che raddoppiar di rigore contro chi tentasse favorir l'imperatore K Esortava fra Giordano i cittadini e gli alleati a star tranquilli, ma armati spettatori di quanto facesse l'imperatore, e non attirare nel paese la guerra che altrove pòtea decidersi anche a nostro vantaggio, senza i danni che inevitabilmente le sono compagni. Ma il podestà, Ramberto de' Ghislieri di Bologna, temendo, dice Rolandino, che sulla patria sua, nemica di Federico, si scagliasse quella tempesta, unitosi ai Vicentini, ai Trevisani, agli Estensi ed ai Caminesi, senza indugio prese l'offensiva, ed andò a porre l'assedio a Rivalla sulle rive dell'Adige. Accorse Federico alla chiamata di Ezelino che mal potea reggere da solo a tanto sforzo,, e i collegati senza ordine, abbandonando armi e bagagli, corsero dietro le mura della città. Azzo, non ebbe tempo di gettarsi in Vicenza, onde ricondusse .in Padova le reliquie dell'esercito. Federico, giunto alle porte di Vicenza, chiese gli si aprissero, e troppo tardi ebbero i cittadini a pentirsi della tentata resistenza che, superate le mura, aperte a forza le porte, la misera città sofferse gli orrori del saccheggio. Sfogato quel primo furore, ordinò Federico ai suoi vicarj Ezelino e Gaboardo , trattassero umanamente la città, non turbassero i possessori, decidessero secondo giustizia de' prigionieri. Caso singolare! Ezelino usò clemenza anche coi nemici, forse macchinando più tarda ma più atroce vendetta. All'imperatore che avea deciso tornare in Germania, consigliò Ezelino la via del Friuli, lusingandolo che la sma presenza sarebbe stata sufficiente a ridurre al dovere le terre presso cui sarebbe per passare. Ma s'ingannò, che di Cittadella altro non vide che le turrite mura, coperte d'armati pronti alla difesa , e Treviso, presidiata da' suoi e da dugento cavalieri venuti in fretta da Padova, difficilmente sarebbesi potuta prendere. Seguitò quindi Federico il suo viaggio, lasciando ad Ezelino il conte Gaboardo con buon numero di soldati a tutela dei diritti imperiali in Italia.

Alla nuova della presa di Vicenza , grande fu in Padova la costernazione, e varj i discorsi e le opinioni circa quello che far si dovesse, altissime le mormorazioni contro il podestà, alla cui imprudenza

" Sembra fra i più importanti ghibellini di Viceru pena mille lire, divieto di abboccarsi coi messi imper a Padova, donde con molli pregili e difficoltà grand palriare.

giacche ebbe, dato in bando ci potesse li-

si attribuiva il disastro. Per consiglio di fra Giordano si elessero sedici dei più stimati cittadini con amplissime facoltà di provvedere alla salvezza della città, e questi richiamarono tosto i dugento cavalieri spediti in soccorso di Treviso, ed al marchese Azzo diedero, col grado di capitano del popolo, suprema autorità sulle armi. Ma fra i sedici, i più propendevano per Ezelino, fosse desiderio di ingrandirsi nei movimenti, fosse brama di sottrarsi alla gelosa sorveglianza della democrazia, fossero corrotti dall'oro e dalle promesse dell'ambizioso" signore. Ne ebbe contezza il podestà, e vedendo maggiore il pericolo per l'assenza del marchese che s'era recato in Este, fatti nottetempo chiamare i sedici, ingiunse loro, sotto pena di ribellione, si recassero a Venezia e vi attendessero i suoi ordini. Rolandino fu incaricato di ricevere il giuramento d'obbedienza, e fra Giordano, sempre vigile ai bisogni della patria, era stato il consigliatore di quella risoluzione. Fra tutti, solo il vecchio Schinella dei Conti obbedì al comando del podestà; Arturo Dalesmanini, riconosciuto innocente, fu lasciato in patria, anzi ricercato di consiglio in quelle angùstie; gli altri apertamente si ricovrarono presso Ezelino, nulla curando di bando contro loro dal podestà fulminato, quali rei di fellonia e ribelli alla patria. Per dar termine ai sediziosi discorsi, al Ghislieri fu sostituito podestà Marino Badoero (13 febbrajo 1237). Invano egli raddoppiò le difese a Monselice, a Carturo, a Montagnana; certo della vittoria per le moltissime ed importanti intelligenze che aveva in città, con forte esercito ingrossato dai molti suoi partigiani profughi dalla patria, moveva Ezelino da Vicenza alla agognata conquista di Padova (19 febbrajo) e costeggiando i colli per Rovatone, Montemerlo, Monterosso ebbe .il castello Carturo e fugati prima dal fratello Alberico i soccorsi che da Padova accorrevano. Pesce dei Paltinieri, che comandava a Monselice, già d'accordo col nemico gli aprì le porte di quella fortezza, per que'tempi inespugnabile, e la vergognosa conquista si celebrò con discorsi, fuochi e canti, come fosse combattuta vittoria. Il marchese, richiesto a qual parte tenesse, atterrito alla possanza dell'emulo, rispose, per l'imperatore, purché alle terre e cose sue non si desse alcun danno. Che poteano fare i miseri Padovani circondati da nemici, abbandonati dagli amici, conscj dei tradimenti che nella città stessa si macchinavano dai faziosi? Eppure quando Ezelino, pochi giorni dopo, da Monselice si avanzò fino alla Mandria , gli uscirono incontro in bell'ordine alla Stangata del Bassanello per attaccar battaglia. Non accettolla Ezelino, che aspettava l'esito de'suoi maneggi in città , e non andò molto , che la plebe, eccitata dagli agenti suoi, cominciò a tumultuare, che si vuole la rovina di Padova; perchè tentare un'impossibile resistenza? insomma si comportò come fa sempre in tali casi, e fc recentemente la plebe, e anche chi plebe non si crede.

EZELLNO IL TIRANNO B| Il podestà dovette ritornare a Venezia, perduta ogni speranza, ed in Monselice col mezzo di Arturo Dalesmanini e di fra Giordano , fu convenuto che Padova si assoggettasse al vicario imperiale, salve le leggi, le usanze, le persone, le robe, i privilegi. Allora (25 febbrajo) mosse Ezelino da Monselice, ed incontrato da gran numero di gente, fece ingresso per porta Torricelle, ove si notò essersi piegato alquanto da un lato, e lasciato cader Telmo aver impresso alla porta un bacio. Se d'amore lo vedremo bentosto.

Il lettore, il quale osserva T accentramento di governo e di ammini-strazione degli odierni Stati Europei, spinto fin a piegare popolazioni diverse per nazionalità, per abitudini, per lingua, per storia, e per clima, a reggersi colle medesime forme, non creda alTegual modo foggiati i governi del secolo decimoterzo ; solo Federico II concepì T idea di una centrale e vigorosa amministrazione, pure non seppe se non incompletamente raggiungerla. La città, elemento italico anteriore a Roma, lottava contro le due forze, della monarchia e del feudalismo, più spesso, almeno fra noi, congiunte che separate, a salvezza di comuni interessi, perchè amendue straniere e conquistatrici; mentre in Germania ove non era tradizione nazionale il municipio, non ebbero gli imperatori a combattere se non contro Telemento feudale, e non riuscirono mai vincitori. Noi ci accostiamo a quella eletta parte de" nostri scrittori, i quali stimano vero partito nazionale essere stato quello de' Guelfi, col qual nome non intendiamo grettamente significare i fautori della Chiesa contro la potenza degli imperatori, bensì i couservatori dello spirito italico, amico alle federazioni delle varie città, le quali voleva lasciate libere nello svolgimento delle loro forze, direi quasi individuali, ed avverso alla concentrazione, la quale richiama tutta la vita al cuore dello Stato, inaridendo le parti più lontane. E vorremmo supporre generosa utopia il ghibellinismo di alcuni sommi, quali furono Dante e Machiavelli, menti eccelse le quali, squarciando il velo al futuro, anticiparono di secoli le idee de' loro connazionali, e scorsero nel papato T inciampo alla politica unità d'Italia. Non li diremo ghibellini se non per analogia, e vorremo sceverarli dai Ghibellini veri, i quali non lo straniero a farsi italiano chiamavano, ma dello straniero facevan puntello a' loro interessi, sgabello alla smania di dominare, alla tirannide di una famiglia. Dopo tanti contrasti la casa da Romano primeggiava anche nella repubblica padovana, non però assolutamente; che vi aveva il primo grado, quale vicario imperiale, il conte Gaboardo al quale pochi giorni dopo si sottopose Treviso. Ma Ga-boardo era straniero e senza appoggio di amici e partigiani, onde non fu difficile ad Ezelino sbarazzarsene, consigliandolo a recarsi in Germania

Uluslraz. del L V. Voi. IV.

a portare il fausto annunzio alla Corte imperiale, e a lui frattanto affidar il carico di vicario imperiale e la autorità necessaria in quelle circostanze, lasciandogli a sostegno dei nuovi acquisti cento cavalli tedeschi e trecento saracini, fatti venire di Puglia, pagati coi denari cavati aile città soggette. Restò così sotto l'immediata soggezione dell'imperatore il solo castello di Monselice, rifugio a molti, i quali, quando Ezelino cominciò a deporre la maschera, dalla città vi si ricovrarono.

Con strane norme si regolava il diritto pubblico di allora. Non assoluto principe era, per esempio, Ezelino di Verona, nè a tutti i suoi cenni obbedivano gli uomini del castello feudale di Bassano. La cittadinanza padovana, ricercata dai prelati friulani, poco più importava che una confederazione, a termini di reciprocità. Nelle dedizioni anzi è sempre in chiare parole espressa questa condizione. Il Comune sussisteva in ogni caso, ma non impediva le violenze contro i privati per parte del feudatarie potente che, o dai proprj castelli, o d'oltremonte, come fece Ezelino, traevano bande d'armati, pronti ad ogni cenno. Contro i diritti del Comune quei feroci signori non tentarono mai stabilire altri diritti; la ragione teneano sulla punta della spada, nè al di là vedevano Ezelino, a' cui cenni si volgevano i Ghibellini in Verona, non pensò mai a render stabile in sè la suprema autorità, non tenne che saltuariamente la carica di podestà, affidandola più spesso ad uomini del suo partito. Ma non cessò mai d'esser capo di masnada, e coll'ajuto delle milizie feudali, quantunque non atto a concepire un vasto progetto politico, desolò tanta bella parte d'Italia. È osservabile eziandio la doppia esistenza della città d'allora; interna alle mura per la fazione trionfante, esterna per quella che momentaneamente avea dovuto cedere il posto, per ritornar poi alla s ua volta , e con alterna vicenda trionfatrice ed espulsa. Ad Ezelino obbedivano Verona, Trento, Vicenza, Padova, Treviso; però in Verona i Quattroventi conservavano ancora gran parte della loro influenza, ed in Trento che da Verona dipendeva. Del contado piccola parte era sottomessa, e nel Veronese i Sambonifazio, nel Padovano gli Estensi, Ugoccion Pileo nel Vicentino, i Caminesi nel Trevisano, ed altri minori signori ne' ben muniti castelli, turbavano quell'orme, il quale tanto p:ace a' regnanti.

Fino dall'ingresso in Padova di Ezelino, molti principali cittadini si erano rinchiusi nella fortissima rocca di Montagnone, dove, sotto la direzione di Alessio de' Musuragni, si apprestavano a disperata resistenza. Prima di movere lor contro, Ezelino provide al governo della città, « finto di rigettare con indignazione il voto del consiglio, che a lui voleva a fidata la carica di podestà, accettò poi di nominarlo egli stesso, scegliendo il conte Simone Teatino pugliese, colà presente (26 febbrajo 1237).

EZELINO IL TIRANNO 63 S'affrettò quindi all'impresa di Montagnone, ma affaticatosi lungo tempo indarno, dovette partirsene non prima di aver costrutto due forti l'uno a Montegrotto, l'altro a San Pietro de' Bagni. Unitosi al fratello, mosse contro il castello di San Bonifazio, difeso dal giovane Leonisio figlio del conte Rizzardo e di Cunizza sorella di Ezelino , e maggiormente si infervorava all' impresa quando ebbe notizia che il conte intanto gli avea tolto Peschiera.

Contro i rimasti in Padova si volse Ezelino, e molti ostaggi mandò a popolare le carceri di Bassano, delle città ghibelline di Lombardia e de' remoti castelli della Puglia. I magnati temendo assalire riuniti , mandò ne' loro feudi sotto pretesto di lasciar passare i primi sospetti, poi ad uno ad uno presi, inviò nel castello di Prata, sotto la custodia di que'signori a lui stretti di parentela; ed a scusar la frode, sparse voce che dal processo erano stati riconosciuti ribelli all' impero. Quindi terror grande in città, e molti sospettando egual sorte darsi alla fuga, ed Ezelino i fugiaschi dichiarar ribelli e traditori, confiscarne i beni, atterrarne i palagi. I cronisti tengono, nel principio della dominazione d'E-zelino, esatto conto delle vittime, e primi ad aver diroccate le case, narrano esser stati Pace di Solimano, Giudice ed Antonio Malizia. Cresciute le stragi e le rovine, poco più badano alle particolari sventure, occupati a narrare quelle di tutti.

Al tiranno incuteva timore, chi ? un frate 1 ma egli era il Forzate, stato per tanti anni consigliere alla patria in ogni bisogno, il quale, forse ancora non disperando giorni più fortunati, era ritornato in Padova al monastero di San Benedetto. Colà verso la fine del mese di giugno, il venne a ritrovare Bonaccorso Fonzae, satellite di Ezelino, con buona scorta di armati, invitandolo a recarsi presso il suo signore che voleva richiederlo di consiglio. Giordano, non illudendosi sulla sorte che lo aspettava, salì un cavallo, che, a risparmiargli fatica, diceano gli sgherri, aver condotto per lui, e fu guidato al palazzo di Ezelino. Qui discordano gli storici, alcuni narrando che il tiranno non ebbe coraggio di sostenere la presenza del virtuoso frate; altri che 1' abbia aspramente rimbrottato accusandolo di cospirare a danno dell' impero. Comunque siasi, quando la notte involse sgherri e prigioniero, fu tratto dal palazzo alle carceri di San Zenone. E ben avea ragione Ezelino di celare al popolo quello spettacolo; che tanta era la fama di Giordano, tanta la riverenza di tutti i Padovani, che saputosi della prigionia di lui, il vescovo Corrado portossi con tutto il clero ad Ezelino, rimproverandogli l'eccesso. Il tiranno si sdegnò contro il vescovo, e dichiarando non sarebbe impunemente sprezzata l'autorità sua e quella dell' Imperio dagli ecclesiastici, multò Corrado di 2000 marche d'argento minacciando peggior sorte a chi

ancor il facesse. Fu allora che Arnaldo, abaie di Santa Giustina, ricovrossi in Monselice, seguito giornalmente da altri molti cittadini. Ed Ezelino a restar solo padrone di Padova, scelse dugento cavalieri padovani e li mandò guidati dal podestà Simone Tiatino, al soccorso dei Ghibellini di Ravenna, travagliati allora fortemente dai Guelfi fuorusciti.

Poco appresso giunse in Ralia F imperatore, ed Ezelino accorse a lui per discolparsi delle accuse dategli dal marchese, dall'abate di Santa Giustina e da Jacopo da Carrara fino a Trento andati incontro all'imperatore. Credevano essi venisse a recare la tranquillità e la giustizia, ma l'ateo, il filosofo Federico, non curava che l'incremento della propria potenza. Prima sua cura fu procurare la sommissione dei Mantovani, i quali atterriti dalle immense forze dell'imperatore, consistenti in due mila cavalli tedeschi, milizie feudali e delle città ligie all' Impero, altre settemila Saracini venuti di Puglia, stipulata la conferma de' loro privilegi e consuetudini, prestarongli omaggio, per scuotere il giogo appena si fosse allontanato. Respinse i legati del papa, i quali gli recavano proposizioni di pace, irritando viepiù quella potente corte di Roma, non meno di lui ambiziosa, la quale, dopo avergli d'ogni parte suscitato nemici e attraversata la via, doveva alla fine restar vittoriosa, ed alla razza sveva preparare il palco sul quale a Corradino fu tagliata la testa.

Ben si giovava Federico de' nobili i quali a lui erano ricorsi contro Ezelino, ma non perciò pensava restituirli alla patria e ne' loro antichi diritti. Al tempo dell' impresa di Mantova, narra Rolandino essere venuti a contesa Ezelino e Jacopo da Carrara, e questi, nulla curando la presenza dell' imperatore, aver provocato a duello 1' avversario, tratta dal fodero mezza la spada. In allora Federico chetò quegli animi feroci, ma Ezelino non dimenticò F offesa, e qual vendetta ne traesse lo vedremo.

Quando Federico era per abbandonar questi paesi, volle che alcuni de' nobili principali si allontanassero da Padova, assegnando Mantova a Jacopo da Carrara ed Avveduto degli Avvocati, Vicenza ad Uberto Da-lesmanini, Enrico Forzate ed altri magnati. Fra Giordano chiamato a Vicenza a colloquio coli' imperatore, fu a' prieghi del patriarca d' A-quileja lasciato libero, sotto condizione che non tornasse più in Padova. Il santo vecchio stette alcun tempo presso il patriarca, poi recossi a Venezia nel monastero della Celestia, ove terminò la vita nell'anno 1248, funge dai rumori del mondo.

Recossi l'imperatore nel Bresciano, predando, incendiando, distruggendo; nella battaglia di Cortenova (27 novembre 1237 ) ebbe in potere il carroccio milanese, abbandonato da' suoi custodi, dopo spogliato d'ogni ornamento, e Pietro Tiepolo figlio del Doge di Venezia, podestà di Milano che fe impiccare (V. vol. I, pag, 104).

EZELINO IL TIRANNO 68 Tornato Federico in Germania, Ezelino ne approfittò per estorcere dai Trevisani 60,000 lire a titolo di compenso per danni recati alle sue possessioni nella guerra del 1234, ed a sicurtà del pagamento scelse cinquantaquattro principali cittadini, ed inviolli nel castello di Mon-teopardo nel tenere di Asolo. Poi ritornò in fretta a Verona ad ossequiare Pimperatore già reduce, e sposò Selvaggia figlia naturale di lui con grandi feste. Però non seguì Federico air assedio di Brescia, richiamato in Padova da gravissime turbolenze. Il marchese, d' accordo con alcuni cittadini, forse collo stesso podestà Aldobrandino Cacciaconti, comparve la mattina del 13 luglio in Prato della Valle, seguito da1 suoi Estensi e da molti fuorusciti, fra' quali Jacopo da Carrara, movendo verso la porta di Torricelle, la quale i congiurati avean promesso d' aprire. Ma Ezelino già arrivato in città, aveva cambiate le guardie, e agli assalitori, stretti a consulta nel Prato della Valle, piombò addosso, uscendo per la porta di Santo Stefano, sicché soprafatti si diedero alla fuga. Il Carrarese, inseguito fino al suo castello di Agna ed ivi assediato, fu preso e condotto in Padova al vincitore, il quale, ad istanza di Avveduto degli Avvocati fattosi mallevadore della futura fedeltà di Jacopo, rimise in libertà lui e i suoi compagni, solo richiedendo gli si consegnasse il castello di Carrara fi.

Mosso contro il territorio estense, abbandonato dal marchese, ritiratosi in Rovigo, ebbe senza fatica la terra di Este e la ròcca , ma tentò invano Montagnana; anzi incendiata dagli assediati una gran torre di legno presso la quale egli si trovava, corse pericolo della vita.

Ancora Ezelino non avea gustato del sangue, ma presto gli si offerse occasione di far prova di sua crudeltà. Fu accusato Goffredo de' Gizj (1239) capitano del castello di Bovolenta, di aver promesso cederlo ad Avveduto degli Avvocati, il quale, anziché andare a confine, s' era fortificato nel suo castello di Brenta. Quindi decapitato Goffredo, altri ritenuti suoi complici abbruciati vivi nel Prato della Valle. E dimenticando

6 Tale effetto (dice il Verci) ebbe la prima congiura che si tramò in Padova contro Ezelino. Vedremo in appresso che altre moltissime ne andarono di quando in quando sorgendo assai più gravi e pericolose, le quali fecero cangiar la natura piacevole di E-zelino e lo costrinsero in certo modo a diventar barbaro e crudele; poiché è cosa naturale e con varj esempj dimostrala che l'amore della libertà cresce sempre in ragione del rigore che usa il sovrano,e il rigore del sovrano in ragione dell'amore di libertà; sicché fra loro sono cagioni reciproche. • Dopo questa citazione non credo ci si potrà rinfacciare V accusa da noi datagli di parzialità, spinta talvolta fino alla bonomia. Troppi altri potremmo addurre, ma li sopprimiamo.

i servigi prestati fe mozzar il capo a Monaldo de' Zemizoni, accusato di trattative col marchese d'Este e con Jacopo da Carrara, altri cittadini impiccare.

Ezelino e suoi; pittura nel Santo.

L' anno seguente pensò far arrestare quel giovane Guglielmo Camposampiero, che già era stato preso nel castello di Fonte. Accorsero i signori di Vado parenti suoi e Guanfo Giudice, chiedendo con grandi istanze non si togliesse al giovane la libertà, costituendosene mallevadori, ma per loro sventura; che Guglielmo, appena libero, fuggi nel suo castello di Treville, nè valsero a farnelo uscire le istanze di Ugo da Vado; onde Ezelino fatti carcerare i miseri signori di Vado, li tenne quattro anni nella torre di Cornuda, e finalmente tolto il cibo, sbarrate le porte, racconta Rolandino che per trenta giorni si inlesero gli urli di quegl1 infelici, i corpi dei quali, quando poi furono aperte le torri, si rinvennero disseccati e coperti da magrissima, orrida pelle.

Poco appresso, saputo che Jacopo da Carrara era fuggito da Mantova nel suo castello di Agna, il podestà Tebaldo Franceschi (13 agosto 1240) con buon nerbo di milizia cinse quella fortezza. Il Carrarese, uscito ad incontrare il nemico dopo accanita resistenza, spenta la maggior parte de1 suoi, fu fatto prigione e condotto in Padova, ove quattro giorni dopo

EZEL1N0 IL TIRANNO 67 vestito di cappa nera, come s'usava ai nobili ribelli all'Imperio, fu tratto al ponte di San Giovanni ed ivi decapitato. Le donne carraresi dalle alte torri veduto eh' ebbero il mal successo di Giacomo, seco trasportando le ricchezze ed i documenti, montarono una navicella che stava alla riva del lago di dietro al castello, ma la barca soverchiamente carica affondò, e tanti tesori divennero preda dell' acqua. Il lago ebbe dappoi il nome di Lago delle donne in memoria del tristo fatto, e gli storici hanno a deplorare la perdita di carte preziose le quali forse varrebbero a rischiarare 1' antica storia di quella potente famiglia.

Avveduto degli Avvocati ebbe sorte eguale. Assediato dal podestà nel castello di Brenta, usci fuori a combattere, oppresso dal numero restò prigioniero, e fu decapitato nella piazza di Padova (settembre 1240). '

Federico non poteva più indugiare a decidere sulle querele, le quali d'ogni dove gli si portavano contro Ezelino , e d' altra parte da questo gli erano co'più neri colori esposte le perfidie del marchese, il quale già aveva ricuperata la terra d'Este. Venne con magnifico seguito (gen-najo 1239) in Padova, e prese alloggio nel convento di Santa Giustina, mentre l'imperatrice stabilì sua dimora nella villa suburbana di Noventa. Incontrato da tutta la popolazione col carroccio, Iacopino Testa cittadino popolare, calata dall' antenna di esso la bandiera della città, gliela presentò dicendo: « Questo stendardo vi offre il Comune acciocché per vostro meazo si conservi la giustizia » parole che parvero gradite da Federico. Intanto fra passatempi e caccie clamorose non si trascuravano gli affari, e visitato un giorno in compagnia di Ezelino il castello di Monselice, dichiarato della camera dell' Imperio, ne lodò l'amenità, ma sopratutto avvisando alla importanza militare del luogo, ordinò si restaurassero le munizioni, e se ne fabbricassero di nuove. Vagheggiò dall' alto colle le terre soggette ai marchesi d' Este, e conosciutosi forse allora impotente a spodestarli, ebbe con Azzo un abboccamento, indi ritornò in Padova seco conducendo Arnaldo abate di Santa Giustina, il quale in Monselice s' era ricovrato dalla tirannide di Ezelino.

Il fastoso monarca a suo vantaggio volle rivolgere l'affluenza di popolo, che per antico costume accorreva nel Prato della Valle il dì delle Palme, e dal suo cancelliere Pier dalle Vigne vi fece leggere un' ampollosa orazione, in cui s'esaltava la somma clemenza e benignità imperiale verso {Padovani, e si esortavano a continuare ad esser fedeli, ove di tanta grazia amassero godere per 1' avvenire. Nel giorno di Pasqua in tutta la pompa de' regali adornamenti volle assistere nella cattedrale alle sacre funzioni, mostrandosi al popolo con in capo la corona. Pervenne intanto la nuova che il papa nel giovedì santo aveva contro di lui fulminata la scomunica, onde Federico, radunato nel palazzo pretorio il po-

polo fece dal cancelliere leggere un altro discorso, nel quale scelse a testo la sentenza di Ovidio:

Leniter ex merito quidquid patiare ferendum est; Quce venti immerito peana, dolcnda venit.

Forse la eloquenza di Pier dalle Vigne non era stata sufficiente a rischiarare le menti del popolo sulla illegalità della pena inflitta al monarca, perlochè si vide egli costretto di render quella giustizia che tanto avea ritardato. Pacificò adunque molte famiglie in Treviso, al marchese perdonò la ribellione, ma della obbedienza futura volle ostaggi il figlio Rinaldo, il quale colla moglie Adelasia figlia di Alberico da Romano, mandò in un castello di Puglia, e nelle fortezze dell'Estense pose guarnigione imperiale. Degli altri nobili molti sotto pretesto di tranquillità furono mandati a confine, altri liberati da carcere, d'altri riveduto il processo e no-vamente condannati.

1\ destino della figlia teneramente amata accorava Alberico, il quale unitosi ai Caminesi sorprese le truppe che per Federico guardavano Treviso, e cacciato il podestà Guglielmo Morra pugliese, tolse quella città all'obbedienza dell'imperatore. Questi fremendo accorse per punir il ribelle, accompagnato da Ezelino e dal marchese d'Este, ma i Trevisani sprezzarono le sue minaccie e si preparano alla resistenza. Federico, il cui esercito si componeva di troppo disparati elementi, dopo le solite devastazioni, approfittò del caso di una grande ecclissi per la quale gli animi di quegli ignoranti soldati s'erano grandemente commossi, per desistere dalla impresa. Colla consueta boria donò ai Padovani in compenso di loro fedeltà la città di Treviso, Castelfranco e tutto il territorio di qua dal Sile verso Padova fino alla laguna ; donò insomma con una carta ciò che con 1' armi non avea potuto conquistare.

Si ritirava Federico non senza aver prima cavata dai suoi fidi gran quantità di moneta a riempire 1' esausto erario, e lo accompagnava il marchese, il quale, avvertito con cenni da uno fra'baroni alemanni a lui amico, che si trattava di tagliargli la testa, mentre si trovava nella vicinanza di San Bonifazio, spronato il cavallo, si rifuggi in quelle mura, nè valsero a trarnelo fuori le insidiose promesse che a lui ed al conte Rizzardo fece a nome dell'imperatore il cancelliere Pier dalle Vigne. Anche in tale occasione mancarono a Federico le forze sufficienti ad espugnare quella fortezza, e gli convenne ripassar l'Adige colla magra soddisfazione di mettere al bando dell'impero quali traditori e ribelli, il marchese, il conte Rizzardo, Alberico da Romano ed i loro aderenti. Ma quanti si trovarono nell'esercito amici al marchese, e quanti lo festeggiarono quando venne in Padova, diligentemente notati da Ezelino, furono rinchiusi nelle prigioni di Cremona e di Parma.

EZELINO IL TIRANNO C9 I Guelfi, momentaneamente oppressi, ritornavano alle offese, rinforzati da Alberico, il quale s? era pesto sotto la protezione del pontefice, e ne era stato assolto dalle incorse censure. Il marchese, liberato della presenza dell'imperatore, ricuperava facilmente Este, e pochi giorni dopo a forza ne espugnava la rócca ed il castello di Baone. Il castello di Lozzo, difeso da'Saraceni dell'imperatore, non ebbe che quando mancarono le vettovaglie, e quello di Calaone colla forza delle macchine. Assediò poi Cerro, della quale impresa tentò vanamente sviarlo Ezelino, che vedendolo trincerato in favorevole posizione, dovò ritirarsi, e poco dopo i Saraceni furono ridotti a capitolare.

Perdita di ben maggiore importanza sovrastava alla parte imperiale. Per le suggestioni del pontefice, il quale aveva■a tal uopo eletto in suo legato Gregorio da Montelongo, unitisi Lombardi, Bolognesi, Veneziani, Estensi, Trevisani e Mantovani, fu posto (2 febbrajo 1240) l'assedio a Ferrara, ove signoreggiava il vecchio Salinguerra. Durò quattro mesi 1' assedio, nè potè Ezelino colle devastazioni portate nel Trevisano, nè col togliere ad Alberico Bassano disturbare i collegati dall' impresa. Convien credere che sotto il peso dell1 elmo si rendessero ottusi i cervelli di que' ferocissimi signori d'allora, vedendo Salinguerra preso con frode eguale a quella usata da lui tanti anni prima e ben due volte. Chiamato con un salvocondotto , per trattare della pace, fu trattenuto prigione unitamente al figlio Torello, poi condotto in Venezia il padre vi terminò la vita, e Torello lasciato libero, andò ad ingrossare il numero dei cortigiani di Ezelino suo zio. Così i marchesi d'Este ricuperarono la signoria di Ferrara.

All' incontro prevalse la fortuna di Ezelino nel combattimento dato pochi giorni dopo (19 luglio) da Tebaldo Franceschi pugliese podestà di Padova, presso Monlerosso ad Azzo, il quale si era spinto a devastare il Padovano; e novamente presso Trevenzolo ove i Veronesi sconfissero i Mantovani, co' quali erano in lotta per cagion di confini, restandovi ucciso il podestà di Mantova Gerardo Rangone, e prigione i! condoltiere dell' esercito Boccadasino, condotto con molti altri incatenato a Verona. Poco appresso venne in mano di Ezelino anche il castello di Lonigo, difeso dal conte Rizzardo e da Uguccion Pileo a nome dei Guelfi.

L'animo irrequieto d'Ezelino lo spinse poscia a devastare le terre dei. Trevisani, in odio al fratello Alberico. I Trevisani, con generoso decreto statuirono compensare ognuno che per tal modo di guerra avesse ricevuto nocumento. Stava pure a cuore al tiranno di vendicarsi de) marchese , e perciò si diede a maneggiare con alcuni apparentemente amicissimi di Azzo, del come avere a tradimento la terra. Sventò !a

lllustraz. del L. V. Voi. IV.

IO

(rama una donniciuola, la quale avendo veduto certo Olderico leggere alcune lettere in luogo appartato, corse a renderne avvertito il podestà, il quale potè punire i colpevoli e prevenir un colpo di mano. Ben riesci ad Ezelino d? aver Montagnana. Da alcuni appostati fece appiccar fuoco nottetempo a varj punti nè il marchese accorso dalla vicina Este, vide altro rimedio che alimentare le fiamme onde non restasse ai nemici che un mucchio di ceneri, e trar seco i miseri cittadini senza tetto e senza avere. Ezelino, rimasto padrone di quelle rovine, ordinò si rialzassero le mura, e vi si lasciassero milizie sufficienti a difenderle.

Mentre era occupato da imprese Ezelino, respiravano alquanto i cittadini, ma venuto egli novamente in Padova, poi che il podestà Tebaldo dall'imperatore era stato richiamato in Puglia, furono accusati Rainerio Bonelli giudice ed Alberico de Tadi nobilissimo cavaliere , di cospirare per dar la città in mano al marchese, e quindi, malgrado le loro proteste, dannati all'estremo supplizio. Forse allettarono il tiranno le grandi ricchezze de' due accusali, devolute al fisco.

Furono nel 1242 da Zilio milanese, in fondo alla grande torre del castello di San Tommaso novamente ampliato a maggiore difesa contro ogni moto popolare, murate quelle orrende prigioni, dal nome del loro inventore chiamate le Zilie. E degno premio di sua fatica ebbe lo sciagurato architetto, il quale chiuso ne'tenebrosi recessi da lui immaginati, v'ebbe a terminare la vita.

Nel carico di podestà a Tebaldo Franceschi era succeduto Galvan0 Lancia pur egli pugliese, di cui Ezelino avea sposata la figlia. Poi ben presto venutagli a noja la ripudiò, ed a liberarsi del padre, venne a Padova, ed accusato il Lancia di non so quali ribalderie, impostagli prima grossa multa, lo balzò dal seggio ritenendo prigioni i giudici che seco avea condotti. Fu atto di giustizia o di vendetta? Ci mancano le prove a decidere la questione, però con buona pace di chi vorrebbe scusare Ezelino, crediamo potersi dubitare della di lui giustizia. Il nuovo podestà Bizzardo di Roaldesco bresciano, giurò la sua carica il 4 marzo 1244.

Fra ciò Ezelino combattea continuo contro i Trevisani, gli Estensi ed i Mantovani, con varia fortuna, ma alla fine indeboliva con guerre perpetue 1' avverso partito , ad uno ad uno s' impadroniva dei castelli del contado, asilo a chi fuggiva alla sua crudeltà.

Il pontefice frattanto in Lione convocava un generale concilio, islando Federico a scolparsi dei delitti appostigli. L'Imperatore si fece rappresentare da suoi ambasciatori Taddeo da Suessa e Pier delle Vigne, il qual ultimo colla fiacchezza mostrata in tale occasione preparò forse la sua rovina. Si recò per altro Federico fino a Verona per essere più vicino al luogo ove si teneva il concilio; e il buon Rolandino ci narra esser corsa in quei

EZELINO JL TIRANNO 7-5 giorni voce fra il popolo, che Federico volesse torre ad Ezelino la signoria di Verona, voce forse avvalorata dall'1 essersi le torri e parte della città in quei giorni guardate dai soldati imperiali. E quando nacque rissa tra quei d'Ezelino e i Tedeschi terminata colla peggio di questi, Rotondino la credette mossa dallo stesso imperatore ad espcrimentare le forze del fedele ma troppo pericoloso vassallo. Liberato dalla presenza imperiale, andò Ezebno, come al solito, a' danni dei Trevisani, poi richiamato sul Veronese dalle mosse di Sambonifazio, Io attacca e lo vince sulle sponde del Mincio. Nel frattempo Guglielmo Camposampiero improvvidamente si era messo in sue mani, cedendogli anche Castelfranco e Trcville.

Trasvoliamo all' assedio di Parma, ove malgrado gli ajuti di Ezcìino, Federico senz'armata e senza denari dovette abbandonare Pirapresa. Ezelino più fortunato, colla forza e con Parte ebbe Feltre e Belluno; poi veduta vacillante la potenza di Federico, per la prigionia di Enzo re di Sardegna, deliberò torgli il castello di Monselice, e trovò un traditore, il quale persuaso il capitano del presidio ad uscire verso Solesino contro alcuni i quali devastavano quella villa, gliene aperse le porte. Improvvisamente assalite le terre del marchese, in poco tempo si rese padrone di tutti i luoghi forti, salvo Cerro e Calaone che lasciò bloccati d'ogni parte; indi sciolto l'esercito, in Verona giurò fede di sposo a Beatrice de'conti di Castelnuovo, e nelle solennità per tal festa celebrate dai miseri Veronesi, i quali confidavano l'amore alla giovane sposa avrebbe mitigata la innata di lui ferocia, fu acclamato signore. Ben s'ingannavano : che, morto Federico (1250) la crudeltà del tiranno non ebbe più freno, nè più incrudelì contro qualche individuo, ma d' ogni condannato volle spenta l'intera famiglia e gli amici e fin, dice Rotondino, gli amici degli amici, ai quali lasciasse la vita, acciecava, o evirava. Unito a Buoso da Dovara, aiutò in Lodi la fazione degli Averganghi, ma non ottenne lo scopo, che i Vistarini, assistiti dai Milanesi, soverchiarono gli avversar) e li cacciarono di città. Indi per opera del vescovo Egnone gli si ribellò Trento, ma la primavera seguente ne ricuperò il dominio (1250) e tornato in Verona , vedendo d' ogni parte nemici , senza riguardo ai preghi della moglie fece torre la vita al conte Buontraverso suo suocero , come 1' anno innanzi per simili sospetti avea carcerati e spenti Ziramonte suo fratello naturale, ed il nipote Ezelino da Egna.

Abbiamo veduto Guglielmo Camposampiero rifuggirsi in Treville. Conoscendosi debole, avea cercato mettersi sotto la protezione di Alberico e de' Trevisani, e s' era perciò recato parecchie volte in Treviso , ma da Alberico non avea mai avuto udienza. Sdegnato volle vendicarsene, e resosi col tradimento padrone di Castelfranco, ne fece prigioni il podestà e la guarnigione (28 dicembre 1245). Poi non sentendosi forte a

resistere contro lo sforzo di Alberico, maneggiò di ceder que*' castelli Ezelino, il quale accolse graziosamente il nipote, e diede ordine si fabbricassero tosto a Castelfranco nuove fortificazioni, lasciandovi scelto presidio.

Si trattò di uccider Ezelino in un convito, ma scoperti i colpevoli, furon condannati a perder la testa Giordano de' Bonici, Patavino Murario , Alberico e Niccolò signori di Lendinara. A Pietro de'Bonici salvò la vita Gisla sua madre, ricordando ad Ezelino l'antico all'etto ch'egli le avea portato e protestando che Pietro era frutto del loro illecito amore. E qui raccontano gli istorici che, ammalatosi in Padova Ezelino il Monaco nel i!219, fu ospitato nella casa de'Bonici, e in tale occasione Gisla cedette alla seduzione del giovane Ezelino venuto ad assistere il padre. E questa la sola memoria d'amori di Ezelino ; il fatto di Bianca de' Rossi non essendo ricordato da storici comtemporanei. Notarono i Padovani che, pochi giorni avanti che si scoprisse la congiura, una cicogna la quale avea nido sulle case de'Bonici, lo distrusse e volò a fabbricarsene un altro sul vicino palagio de' Cuticelli, amicissimi ad Ezelino. L' abate Arnaldo di Santa Giustina accusato egli pure di aver partecipalo alla congiura de'Bonici, fu mandalo nelle carceri d'Asolo ove mori.

Molto timore e poco danno cagionò ai Guelfi la venuta in Balia di Corrado imperatore, il quale non fece che breve soggiorno fra noi, e presto a Porto Naonc si imbarcò sulle galere veneziane per la Puglia, liberando di sua presenza amici e nemici. Però fu occasione quel viaggio che in Brescia rinnovasse la lega Lombarda a danno specialmente di Ezeìino e del marchese Oberto Pelavicino, ed a difesa di Alberico, dei Caminesi, dell'Estense e del Sambonifazio, il qua! ultimo inori poco tempo dopo quel trattato.

Le discordie civili in Brescia richiamarono l'attenzione del tiranno, il quale, unito al Pelavicino, coi rinforzi loro spediti diede agio ai Ghibellini di cacciare da quella città il contrario partito. Già s\ era egli avanzato fino a Montechiaro colla speranza di essere accolto in Brescia, ma sembra che i prudenti Ghibellini abbiano rifiutato riceverlo.

Antica era l'accusa di eresia data dai pontefici a quei da Bomano, e anche a questo Ezelino; contro cui fu slanciata terribile scomunica il giovedì santo del 1248 4.

4 Parlato prima della pazienza avuta per sei anni, sempre prorogando il termine concesso ad Ezelino per comparire in persona, e che gli ambasciatori non furono ammessi dal pontelice, così si^àompendiano le atrocità del tiranno. « La truculenta rabbia di un t solo uomo inumano, e la cruda barbarie di Ezelino da Romano cui fece insigne la « enormità di sua malizia e la moltitudine dei fatti atroci non ignota al mondo, la so-« cieta umana istituita a fiaccare la tirannide dei potenti vilmente forse sostenne, ma « senza dubbio più vilmente sosterrebbe in avvenire. Costui, nascondendo sotto volto « umano animo ferino, sitibondo di sangue cristiano, imbaldanzito per l'appoggio altrui,

EZÈL1N0 IL TIRANNO 75 Innocenzo ricorse a mezzi estremi, e da Anagni il 20 luglio 1254, commise agli inquisitori di Lombardia, predicar contro gli eretici la crociata, con tutti i privilegi accordati a chi passava in Terrasanta, « non interessando meno, anzi più essendo necessario, difendere la « fede nei luoghi vicini che ne1 lontani ». E ad essi inquisitori accordò piena autorità di assolvere chi prendesse la croce dalle incorse censure, eccettuati però Ezelino, il marchese Oberto Pelavicino, e chi altri avesse violato le ecclesiastiche libertà.

Alessandro IV, continuando F opera del predecessore ai 120 dicembre del 1255 deputò legato in Lombardia e nella Marca Filippo Fontana eletto arcivescovo di Ravenna, comandando ai vescovi lo favorissero nella santa guerra da intraprendersi contro Ezelino.

Il legato pensò prima dirigersi ai Veneziani nemici ad Ezelino che alla

« muove guerra implacabile contro i diritti comuni dell' umanità. Nè solo con ferale « eccidio infellonisce contro i corpi degli uomini, ma oltrepassando ogni limile, non <• contento di un profluvio di sangue, a mezzo dei corruttori della fede, tenta danneggiar « la vita spirituale ad esizio delle anime. Che se nelle sue atrocità seguitasse i rancori « suoi proprj od i paterni contro i nemici, l'ardente ferocia sarebbe oggimai sbollita in « lui pel refrigèrio della vendetta compiuta contro coloro che esecrava. Ma la efferata « crudeltà di lui contra ognuno infuria talmente che nè a forluna nè a vita d' amici « perdonò, non ebbe compassione a sesso od età, non venerazione a religione od a grado, « accecò i fanciulli innocenti, uccise gli adulti co'più raffinali «'diversi marlirj. E (ver-« gognoso a pensare non che a dire) con orride incisioni, comesi narra mutilò sì uomini « ebe donne, spegnendo la speranza di prole futura ne' superstiti degli uccisi, per l'in-« lenzione facendosi omicida di coloro che natura ancor non porlo nei lombi. Chi dubi-« terà perseguitar egli negli uomini non le persone solo ma la natura? Chi esilerà a

• dichiararlo pubblico nemico, quasi non fosse uomo dell'uman genere? Costui tìglio di « padre palesemente eretico, e parente di eretici, di costumi e d'opere contrarie alla

• Religione di Cristo, noi concorrendo l'assenso della pubblica opinione, giudicammo una « delle maligne volpi che non desistono di guastar la vigna del Signore Sabaoth, corrom-

• pendo il testamento dell'eterno Evangelio. Anzi sulla via del delitto a tale effetto per-

• venne di scelleratissima intenzione che col terrore della morto ridusse i sopravissuti « uomini in fanciulli, affinchè, tolta la confidenza degli animi, il privilegio della libertà, « l'oracolo della verità, per mezzo dei maestri dell'errore, che all'ombra sua pubblica-« mente si innalzano nella Marca Trevisana, a sovvertir le menti dei fedeli, potessero « più facilmente insinuarsi i dogmi dell'eretica infezione. Esecrando poi il sacramento « del matrimonio, comune a tutte le genti, e grande nella chiesa di Cristo, non stabilito « da volontà umana, ma corroborato dall'autorità di divina istituzione, cui onorò tempo-« ralmento la natività del Salvatore figlio dell'uomo, egli con dannabile audacia proce-« dente da abominevole presunzione ereticale, contro le leggi evangeliche, separa i Iegit-« timamente sposali, ordendo fra i complici suoi scellerati connubj, ed adulterine convi-« venze, da cui esce uno spurio vitellame, che non metterà profonde radici di prospe-« rifa. »

Preghiamo il lettore ad osservar di passaggio la definizione dell'umana società data dal zelante pontefice: « humana socìetas ad elidendum improbas male potentum tyrannides in-stituta » da aggiungersi alle tante altre date dagli scrittori di pubblico diritto. Se non iia merito di storica realtà, è però abbastanza originale per non lasciarla passare senza rimarco.

chiamata del legato risposero promettendo navi, armi e vettovaglie: d'ogni parte della Lombardia si vide accorrer armati alla distruzione di Ezelino. Capo dell'armi o maresciallo fu messo il nobil uomo Marco Badoero; e podestà dei furosciti padovani, naturalmente più numerosi che da ogni altra città, Marco Querini. Guidava Tommasino Giustiniani mille balestrieri veneziani, e frate Carello padovano portava il vessillo della Croce.

Al conte di Roaldesco era successo podestà Guccello da Prato, ed a Gueceilo il troppo celebre Ansedisio de' Guidotti (1249) nipote di Ezelino , il quale lasciò ben addietro nelle vie della crudeltà lo stesso zio. 11 malcontento del popolo non potendo far altro, si sfogava in epigrammi , e contro tali delitti ebbe ad infierire Ansedisio. Girò per Padova una lettera, supposta scritta da Ezelino all'imperatore subito dopo la presa di Padova, nella quale egli chiedeva scusa a Federico di non potere, conforme all'invito, recarsi a lui, per un caso gratissimo accadutogli. E seguitava la lettera: « È morta in questi giorni una matrigna, « per la qual cosa io non posso venire alla maestà vostra, se prima ad « essa non ho data onorevole sepoltura. » E per matrigna inlendevasi Padova, e la lettera circolando dava origine a discorsi contro Ezelino, i quali dalle spie erano rinvcsciati al tiranno.

Pochi giorni dopo, mentre stavano alcuni Padovani aspettando udienza dal podestà, un letterato che era fra loro, veduto uno sparviere appolla-jato sulle gruccie, quali usavano tenerne allora i grandi per servirsene nelle caccie, si sovvenne della favola ove Esopo racconta che le colombe, in guerra col nibbio, elessero lo sparviero per loro re, ma non n'ebbero alcun vantaggio, che lo sparviero più crudelmente che il nibbio le veniva uccidendo. Perlocchè diceano querelandosi, che era meglio patir la guerra del nibbio, che la tirannide dello sparviero. Piacque la favola e divulgatasi ne parlarono e la ridissero tutti i cittadini. Ma Ansedisio fatti arrestare dodici de'più maligni commentatori, fra'quali lo stesso suo giudice Bonaventura de'Caranzoni da Bergamo, ne informò Ezelino, il quale venuto a Padova, ai parenti ed amici dei carcerati che gli chiedevano grazia, tanta collera mostrò che tutti fuggirono, e due soli più coraggiosi rimasti andarono ad aumentare il numero delle vittime. Poi circondatosi di soldati, fe radunare il popolo, ed alla presenza di lui, in un veemen-tissimo discorso, disse non esser egli uno sparviere che volesse divorare le colombe, ma benevolo padre di famiglia che desidera cacciar di casa gli scorpioni, e schiacciare il capo a' serpenti. Aggiunse, conoscer egli benissimo i traditori, nominando primi fra tutti i Dalesmanini. Cercò insomma mostrarsi amico all'infima plebe, quasi erigendosi in di lei difensore contro le oppressioni dei signori. I Dalesmanini erano stati arrestati pochi giorni prima, ed il loro segretario messo a' tormenti, poi in piazza

EZEL1N0 IL TIRANNO 75 decapitato. Si accusavano di essere autori della favola, si accusavano di trattare a danni di Ezelino col Sambonifazio. E trattavano davvero con lui, ma non d'altro che di matrimonio, giacche rimasta vedova in quel tempo Palmeria Dalesmanini, stata già da Ezelino maritata ad un Cavalcano di Cremona, e parlando allora il conte Rizzardo di darla ad un suo famigliare, avevano spedito il loro segretario ad informarsi del come procedevano que' negozj.

I Bergamaschi aveano spedito ambasciatori a sollecitare la liberazione del loro concittadino , i quali s' erano recati al campo di Ezelino che allora assediava Este (1249). Finse il tiranno di accordare la grazia, ma Ansedisio con celeri messi avvertito , avea fatto decapitare il giudice prima che i legati apportatori della grazia fossero giunti in città. Al Caranzoni tennero dietro molti altri infelici, accusati dello stesso delitto, i cui nomi registra Rolandino.

Tra gli arrestati erano i Caponegro parenti ad Ansedisio; eppure spediti incatenati a Verona Tommaso e Zambonetto figlio di lui, fu il padre fatto morire fra' tormenti, poi non perdonandosi neppure agli estinti, il di lui cadavere fu portato a Padova per esservi in piazza decapitato. E Zambonetto , a deludere i giudici i quali colle torture speravano costringerlo a scoprire i suoi complici, co' denti si recise la lingua, terminando poi in prigione la vita. Cancellerio fratello di lui ebbe in Padova reciso il capo. Restavano i Dalesmanini , chiusi allora nelle carceri di Angarano. Convien credere avessero molti partigiani, vedendo quali precauzioni prese a farli morire lo spieiato Ansedisio. Fattili venire in Padova, e messe sotto le armi tutte le genti del Pedemonte che formavano il presidio, prima mandò a morte Ubertello, il più giovane fra loro >9 poi veduto che niuno si moveva a soccorrer le vittime, dopo otto giorni si decapitarono gli altri due fratelli Gumberto ed Artusino. Guglielmo Camposampiero era marito ad Amabilia de' Dalesmanini, onde fu consigliato da Ansedisio rompesse ogni vincolo con quella razza di traditori, con solenne divorzio. Volle Guglielmo recarsi in Verona a ricevere la conferma di quest' ordine dallo stesso Ezelino , ma questo già avvertito dal nipote, lo fece arrestare al suo arrivo, e tosto condurre nelle torri di Angarano. Dopo un anno fu tratto di là ed in Padova decapitato , con simulata forma di giudizio. Egual sorte toccò ai parenti e amici delie due odiate famiglie; cacciati in orrende prigioni, più felici se immediatamente fatti morire.

In Padova tanto erano stivate le prigioni, che si dovette fabbricarne di nuove nella famosa torre di Cittadella, chiamata Malta.

Non registreremo i nomi delle vittime più segnalate. Tavella da Conselve balzò dalla finestra del palazzo pretorio e cos'i si solrasse alle torture.

i due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, tratti in ceppi ad Ezelino, e non cessando dal protestare della loro innocenza, e da lui villanamente derisi , Monte gli si getta addosso a corpo perduto, e non trovando alcuna arma a ferirlo, coi denti e colle unghie gli lacera il volto e presolo alla strozza lo avrebbe soffocato, ove Giacobino degli Schinelli padovano, tratto la spada, non avesse trafìtto quel disperato.

Una congiura scopertasi nel giugno 1252 diede occasione a nuove stragi. Erra il Verci riferendo a quest'epoca dietro gli antichi cronisti introdotta da Ansedisio nuova pena, quella cioè di castrare ed accecare i figli degli estinti , che fino dal 1248 vedemmo il pontefice rimproverare ad Ezelino questo delitto. Raddoppiate le guardie ed i delatori, cadde nelle lor mani un giovane , Michele, cremonese, che nella Università nostra attendeva agli studj. Accusato di portare ai congiurati la formola del giuramento, fu posto alla tortura, poi a palesare veri o supposti rei mantenuto lautamente in carcere per più anni. Il Verci dice che fu posto ai tormenti, ma che cosa fosse da lui manifestato, Roland ino o non volle tramandarlo alla posterità, o non potè penetrarlo. È verissimo che Rolandino non dice espressamente quali cose abbia rivelato, ma racconta ben chiaramente che quello sciagurato, sperando colle più false accuse date agli altri salvar la propria vita, fu cagione della morte di moltissimi innocenti cittadini, del che poi si confessò quando nel 1255 fu condotto al patibolo.

Nè Monaro medico, il quale avea già ad Ezelino prestato il soccorso dell'arte sua, ebbe salva la vita. A Ottone Volpe padovano, il quale dimorava in Verona alla corte di Ezelino , fu un giorno recata una lettera, ed essendo egli assente fu consegnata nelle mani di ZÌ-ramonte fratello di Ezelino. Costui osservando quel foglio s' avvide che era di un fratello d'Ottone detto Albertino il quale fattosi frate era allora alla Corte di Roma. Quindi tosto portar la lettera ad Ezelino , il quale apertala trovò che frate Albertino confortava il fratello a star di buona voglia, giacché entro tre anni sarebbe finita quella guerra delia Marca. Tanto bastò per giudicare Ottone e tutti i parenti di lui rei di ribellione, e dar mano a nuove stragi.

Ansedisio non avea mancato ai neccsiarj provvedimenti : quindi divertite le acque del Brenta e del Bacchigliele onde i Veneti non s'avvantaggiassero risalendo que'fiumi co'loro navigli, munite le fortezze di Bovolenta e Concadalbero, e di fosse profondissime circondato Conselve. Ma i Crociati, fatta alla torre delle Bebbe generale rassegna, tragittato a Carezzola il fiume, vanamente difeso da Ansedisio, rinforzati da' Padovani, condotti da Tisone, unico rampollo dei Camposampiero, il quale fu tosto acclamato gonfaloniere, fugato col solo mostrarsi l' esercito di Ansedisio che avea

EZELINO IL TIRANNO 77 tentato resistere di piò fermo a Pontelongo, preso Concadalbero, Bovo-lenta e Conselve, mossero contra Piove di Sacco. Dapprima avea divisato Ansedisio difendere quella terra, poi veduto P avvilimento de' suoi, temendo si suscitassero turbolenze in Padova, vi lasciò con alquanti soldati uno de' più fidati capitani chiamato Gorzia, quasi a trattener i Crociati. Pochi giorni dopo richiamò in Padova lui pure, ma ad ingannar il nemico, fe spargere esser giunto il signore Ezelino, e dalla parte che guardava gli assedianti fare la spianata, colmando le fosse e tagliando gli alberi, quasi ad invitar il nemico a battaglia. L'esercito del legato, ingannato da quei preparativi, in buon ordine aspettava un assalto, mentre Gorzia già s' affrettava verso Padova. Scoperto V inganno, e preso il castello di Piove, rimasto indifeso, poterono i Crociati, assicurati di comunicazioni col mare , avviarsi alla conquista di Padova. Non avea mancato Ansedisio di prendere que' provedimenti, che richiedeva la scienza militare dei tempi; collocati balestrieri a difesa delle porte, alcuni de"1 più prodi cavalieri mandati fuori alla campagna a molestare al loro arrivo i Crociati ; dai procuratori del Comune estorta somma considerevole. Nè dimenticò la usata ferocia, che ad un pover uomo, il quale ferito in rissa dalla parte di Pontecorvo, era venuto verso la piazza gridando, e fu creduto aver dato il segno dell'arrivar de'nemici, ordinò si cavassero gli occhi, e lingua e piedi si recidessero.

Il 19 giugno 1256 mosse da Piove l'esercito de'Crociati, rinforzato dagli ausiliarj Estensi, cantando Vexilla regis prodeunt, e dispersi i cavalieri di Ansedisio, guadati senza pericolo il fiume a San Nicolò e le fosse dell'esterna cinta, rimasti in secco per le operazioni fatte da Ansedisio ad impedir la navigazione ai Veneziani, entrarono fin da quella sera nel borgo, accolti con giubilo dai miseri abitanti. Vegliò tutta la notte Ansedisio, osservando ogni cosa, assicurandosi de' serramenti delle porte, alcune facendone murare, rinforzando con travi i luoghi più deboli, animando i soldati coll'annuncio dell'arrivo di Ezelino. All'alba seguente, con grida l'esercito crociato diede l'assalto in più luoghi, dal ponte de' Contarmi fino alla chiesa di San Michele. Facevano quei di dentro, specialmente i Pedemontani, validissima resistenza, quando per strano accidente fu aperta una porta della città. I numerosi frati che erano nelP esercito crociato, non contenti di pregare Iddio ad incoraggire i combattenti, si erano messi all'opera essi pure e costrutto un ingraticolato di legname, detto vigna o gatto, protetti da esso avean potuto gli assalitori avvicinarsi alla porta di ponte Altinate. I difensori con pece ed olio bollenti riuscirono ad appiccar il fuoco alla macchina, ma le fiamme s'appigliarono alla porta, onde restò ai Crociati aperto l'ingresso. Ansedisio si vide perduto, però Illustra?, del L. V. Voi. IV. Il

non dimentico della nativa ferocia, ad un Padovano che lo consigliava a render la città a buoni patti, d' una stoccata trapassò il petto. Pure accortosi dell'inutilità d'ogni resistenza, montato a cavallo usci per porta San Giovanni, ritirandosi a Vicenza, inseguito dal Camposampiero, il quale, se non potò raggiungere il capitano, menò buona strage tra i soldati fuggiaschi (20 giugno). Il giorno appresso s'arrendevano il castello di San Tommaso e la porta Torricelle, fortissima per le torri della vicina casa dei Picacapra.

Padova frattanto era preda dell'esercito liberatore, e rapine, morti, stupri, violenze d'ogni genere per otto giorni afflissero i cittadini, scampati alla barbarie ezeliniana; sicché Rotondino dice esser allora stata ridotta più povera che quando la sperperò Attila flagello di Dio. Ma intanto si aprivano le prigioni, e quella moltitudine rifinita dagli stenti, dal lezzo, dalla fame, dall'incessante terrore della morte, benediceva ai liberatori. E le chiese da tanti anni chiuse al culto divino si riaprivano alla celebrazione dei santi misteri, e giungevano continue le nuove di altre terre tolte al tiranno, e da Cittadella tornavano i miseri nella torre Malta seppelliti. Poi si arrendeva Monselice, eccetto la ròcca, poi Mestre restituito al vescovo di Treviso, ed Azzo marchese ricuperava i suoi stati fuorché Cerro e Calaone. Insomma si consolavano i Padovani delle sciagure patite nel sacco, perchè vedeano riacquistato il sommo dei beni a' loro occhi, la libertà del loro Comune. Il carroccio da tanti anni spoglio de'suoi ornamenti ed abbandonato, ora novamente addobbato, colla bandiera della croce pendente dall'antenna, in mezzo al giubilo della popolazione, indicava altri oppressi da liberare, altre battaglie da combattere in nome della libertà contro la tirannide.

Di fatti Ezelino, alla nuova de'progressi del Legato toltosi dall'assedio di Mantova, pur confidando nel nipote e nella guarnigione di Padova a lenta marcia veniva verso Verona. Al passar del Mincio gli venne innanzi un messo che avendogli detto esser Padova perduta, fu dal tiranno fatto immediatamente impiccare. Il secondo nunzio più prudente volle segretamente comunicargli la cosa, e schivò l'egual sorte. Giunsero a confermar l'annunzio altri molti, e anche capitani della guarnigione, onde dissimulando il mal successo, a marcia forzata si ridusse in Verona. Colà prima sua cura fu radunare un consiglio a deliberare sulla sorte dei Padovani i quali militavano nel suo esercito, e fu risolto dovesser richiudersi nelle carceri di San Giorgio. E volle primi aver quei di Sacco, poi quelli di Bovolenta, indi gli abitanti del contado, e questi chiusi in carcere dai cittadini di Padova, fe arrestare da' cavalieri anche coloro che lo aveano ajutato ad imprigionar gli altri, poi dai Tedeschi incatenare anche i cavalieri. Rotondino li somma a undicimila; il monaco padovano e

EZELTNO IL TIRANNO 71) Lorenzo de'Monaci a dodicimila, le cronache aggiunte a Rolandino a diecimila; ammessa anche esagerazione nel computo, il numero dei Padovani fatti allora prigionieri resterà sempre grandissimo.

Frattanto il legato, dato il comando dell'esercito al marchese d'Este, ed accolti nuovi rinforzi, deliberò tórre ad Ezelino Vicenza, allora custodita da Ansedisio, incerto se più avesse a temere degli interni o degli esterni nemici. E prima mosse l'oste a disfar le dighe fatte a Lon-gare, per le quali sviata l'acqua del Bacchiglione non correva verso Padova, ed ivi venne a zuffa coi Vicentini, costretti da Ansedisio a combattere, restando ai Crociati la vittoria. Stette colà varj giorni accampato l'esercito, con grande abbondanza d'ogni vettovaglia e di vino rinvenuto nelle vicine grotte o covoli di Custozza. Non senza diffidenza de' più ivi raggiunse i Crociati anche Alberico da Romano, con salvocondotto del legato. Ma fu turbata la tranquillità dalla nuova che con rabbia s'avvicinava Ezelino; onde invasi da forsennato terrore, primi gli ausiliarj Bolognesi, senza combattere tutti si diedero a fuga precipitosa, alla volta di Padova. Seguitò anche Alberico, ma gli fu negato l'ingresso, che il podestà temendo un tradimento, avea mandato ordine non si lasciasse entrare alcuno, on-d'egli fremente ricoverossi in Treviso.

Abbiam veduto Alberico ribellarsi all' Impero, ed alzar la bandiera della Chiesa, ed Ezelino a vendicarsene devastare a più ripresse il Trevisano. Poi lo troviamo occupato a farsi confermar da Guglielmo re dei Romani, nel dominio de'suoi Stati non solo, ma di quelli eziandio dello scomunicato fratello, e dal pontefice più volte farsi rinnovare tal donazione, forse per tema che, alla morte di Ezelino, i beni di lui, dichiarato eretico, non fossero confiscati e tolti così alla famiglia. Vediamo a di lui protezione ordinarsi la lega delle città Lombarde ; e lui timoroso che il pontefice, venendo Ezelino a penitenza, non lo rimetta nel legittimo possesso de' suoi beni, avere (13 agosto 1254) formale assicurazione del contrario. Fu dunque sola avarizia che lo tenne inimico al fratello? E non era emulo a lui nella feroce natura? Non lo crede il Verci, anzi ci parla della pacifica sua natura, lo mostra tutto applicato alla felicità de' suoi popoli, procacciarsi la stima, l'amore, il rispetto. Ma sappiamo qual conto possiamo fare delle opinioni di quello scrittore, intento retoricamente a magnificar gli eroi del suo racconto. Ma il Monaco padovano lo descrive « disonesto senza vergogna, inumano senza misericordia, « superava in ferocia ed in vendetta tigri e leoni, non pianti o gemiti « di donne e fanciulli lo toccavano. E basti per saggio che, avendo or-« dinato s'appiccassero per la gola certi cavalieri, prima che il carne-« fice stringesse il laccio, fece condurre le mogli di essi, affinchè assi-« stessero all'orribile spettacolo, indi alle misere fe mozzare i capelli,

« recidere le vesti dal seno in giù, e poi eh' ebbero veduto impesi i ma-« riti, le cacciò in tal arnese dalla città. »

E il Da Canal, citato da Cantù nel suo Ezelino, nel rozzo francese di allora lo accusa di aver fatto tagliare agli uomini capo , piedi e mani, ed alle donne le mammelle ed il naso, a danno dei nemici della Chiesa, in quel modo che Ezelino faceva ogni nefandità in nome dell1 Impero. Nè senza gravi motivi i Trevisani si sarebbero ridotti a quella tremenda esecuzione dopo la presa di castello di San Zenone, dalla quale vedremo in parte confermati i detti del Monaco padovano.

Il legato, non perdutosi d'animo per la viltà de'suoi, aveva inteso a munir validamente la città, e fatto perciò scavar una gran fossa fuori, con steccati e torri di legno, dietro di essa avea raccolto l'esercito, vietando ad ognuno uscir dalle trincee sotto gravissime pene. E nuovi rinforzi erano pervenuti ai Crociati dal Friuli, da Ferrara, da Venezia, da Mantova, talché, se non poteva tener la campagna contro truppe numerose ed agguerrite come quelle del tiranno, poteva ben resistere dietro i ripari a qualunque assalto. Ezelino, radunati Veronesi, Vicentini, Fel-trini, Bellunesi, Bassanesi, Cremonesi e d'altre città e molti Tedeschi, confermata Vicenza nell'obbedienza, presi i castelli di Montegalda e Mon-tegaldella, un momento perduti, sviato novamente il Bacchigliene giunse il 27 agosto a Villa Vieta, detta ora Chiesanuova, appena un miglio distante da Padova, devastando i villaggi ed ardendo le messi per via.

Al furore del nemico seppero i capitani dell'esercito crociato opporre gagliarda resistenza, nè riuscirono a trarli dalle trincee i due assalti dati nei due ultimi giorni di agosto, nò un terzo improvviso verso porta Santa Croce; laonde inferocito, dopo aver dato fuoco a' suoi alloggiamenti ed alle ville di Brusegana e Carturo, si ridusse novamente in Vicenza. Colà, dopo aver in un discorso dileggiato la pusillanimità del legato che non avea osato mostrarsi e venir seco a battaglia, aggiunse: « Io dico que-« sto a' miei fedeli Vicentini, perchè non voglio che alcuno possa rimpro-c verarli, che per timore stiano rinchiusi entro le mura, come han fatto « ora que' Padovani o piuttosto Padovane. Io voglio che tutti andiate nei « borghi fuori della città, e quivi opponendovi valorosamente a' nemici, « li chiariate quanto sia grande il valor vostro ».

Con ciò fatti destramente uscire dalla città i Vicentini della cui fede dubitava, misevi guarnigione dei suoi fedeli Pedemontesi e Tedeschi; lo perchè malti, esacerbati dallo scherno aggiunto al danno, corsero a Padova ad ingrossar le file de' Crociati.

Struggeasi Ezelino di vendicarsi de'Padovani, onde corse a Verona ove tanti di que' miseri eran custoditi prigioni, e quivi licenziati con grandi ringraziamenti i soldati delle città ghibelline, chiese a' carcerieri conto

EZELINO IL TIRANNO 81 de'meschini che avevano in custodia: e coloro, vili quanto crudeli, lo assicurarono aver i Padovani continuamente imprecato alla sua impresa, e con arte diabolica averne predetta la sorte. Fu deciso sterminarli col ferro e col fuoco: di tanta moltitudine, scrisse Rotondino solo duecento aver evitata la morte, ed il Monaco padovano narra che a chi tentò fuggire furon troncate mani e piedi, onde poi si videro tanti miseri storpiati implorare la pubblica beneficenza.

Compita sua vendetta, corse Ezelino a punire la terra di Cologna, che s'era a lui ribellata, ma Legnago, datosi al marchese, neppure tentò, richiamato a più importanti imprese.

Stabilite le cose di Padova, eletto podestà Marco Querini, decretata la celebrazione di pubblica festa nei giorni 19 e 20 giugno a memoria del fausto evento, fatti dichiarare al Comune i possessi già di Ezelino, e coi beni confiscati a'principali partigiani, ri compensato chi s'era distinto nella impresa, parti il legato per Mantova. Di colà, col mezzo di fra Eve-rardo de' Predicatori, seppe così bene trattare le cose di Brescia, che, liberati i Guelfi prigioni e rimessi ne' loro beni, richiamati gli esuli, potò lo stesso legato farvi ingresso ricevendone promessa di adesione alla Chiesa. Lo stesso in Piacenza, donde i Guelfi cacciarono i fautori del Pelavicino e di Ezelino, eleggendo in podestà Alberto da Fontana. Nelle nostre parti Ezelino, pel tradimento dei due suoi capitani Gerardo e Profeta, perdeva la ròcca di Monselice, vedeva le fortezze di Cerro e Ca-laone in poter del marchese; e presso Villanova toccava quasi una disfatta per opera dei fuorusciti Vicentini e di que' di Montagnana. Ezelino aveva accettate le proferte fattegli da Gerardo e Profeta, di dar morte al marchese, senonchè scoperta la trama, a Gerardo furono cavati gli occhi e tagliato il naso, e cosi malconcio mandato a Ezelino in Vicenza; a Profeta e ad un suo complice tagliata la testa a Monselice.

Frattanto pei maneggi di amici comuni, rinnovò col fratello la pace antica (8 maggio 1257) in Castelfranco; i due fratelli si baciarono, e si promisero amore ed assistenza; ma Ezelino volle da Alberico i tre figliuoli in ostaggio, mandandoli sotto buona custodia nel castello di San Zenone.

Mal poteano tollerare tal cambiamento i Trevisani; quindi malcontenti e sopiti colla forza ; molte le vittime, più i fuggiaschi ; e tentativi falliti contro Alberico e contro Ezelino, occasione di eccidj. Emulando la ferocia di Ezelino, i Padovani a 34 soldati di lui fatti prigioni cavarono gli occhi. Tanto può il desiderio lungamente represso di vendetta. I prigionieri bassanesi furono dati in cambio di altrettanti padovani.

Della lega tra Ezelino, Buoso da Dovara ed il Pelavicino, della presa di Brescia in nome dei tre collegati che se la divisero, non parleremo

82 STORIA DI PADOVA

come di cose che da vicino non spettano alla nostra storia. Intanto i Padovani (aprile 1259) uniti ai fuorusciti Vicentini, misero a sacco il ter-

roso da Dovara.

ritorio di Lonigo e Gustozza, poi preso il castello di Tiene, ne riportarono grossissima preda, e nel mese seguente impadronitisi della Friola nel tenere di Bassano, vi eressero un forte a contenere la guarnigione ezeliniana. Ezelino, da Brescia accorse ad assaltar quel nuovo castello, e presolo, sul presidio e sulla infelice popolazione fece Pultimo atto di crudeltà, ma non il minore. E volle che, a chi fu lasciata fa vita, si troncassero o le mani o i piedi, onde molti poi si videro storpiati, privi del naso, o degli occhi, miserande vittime. Già a lui, venuto in odio a

CIVILTÀ' 83 lutti, si opponevano in formidabile alleanza tutti i popoli dell'alta Italia, ma quell'anima indomita, accecata dall'ambizione meditava ancora la conquista di Milano, stimolato dalla fazione de'nobili (V. vol.],pag. 100, m. II, pag. 46). Tragittato l'Oglio a Palazzoto, guadò l'Adda. E già era perduto Milano se Martin Torriano non fosse frettolosamente accorso al riparo. Ezelino, impedito nell'impresa, si gettava contro Monza, ma ne era respinto, e mentre tentava ripassar l'Adda, circondato da' nemici, fu fatto prigione e ferito (16 settembre 1259).

I duci dell'esercito vincitore tradottolo in Soncino, gli usarono ogni cortesia, fosse sentimento di cavalleresca generosità, fosse coscienza di non esser molto migliori al loro prigioniero, fosse memoria di antica amicizia. Ma aggravandosi ogni giorno le ferite, disperando di perdono, come egli non avea mai perdonato, morì pochi giorni dopo (28 settembre 1259) onorato di esequie reali dai vincitori (V. vol NI, pag. 592).

Alla nuova della morte di Ezelino le città a lui soggette prontamente ripigliarono la loro libertà. I Bassanesi si posero sotto la protezione del Comune di Padova. Alberico andò a rinchiudersi nel fortissimo castello di San Zenone, ma gli fu addosso una lega formidabile di Trevisani, Padovani, Veneziani, Vicentini, Bassanesi, col marchese d'Este ed i signori da Camino, i quali strettolo d'assedio, guadagnarono Mesa da Porcilia, il quale aprì loro l'ingresso alla cinta inferiore del castello. Alberico dovette arrendersi in compagnia della moglie Margherita, di sei figliuoli e due figlie ancor nubili ; ed il popolo per tanti anni oppresso, feroce vendetta compì (26 agosto 1260). Sugli occhi del padre furono decapitati i figliuoli, de' quali uno ancora in fasce, e sbattute sul viso ad Alberico le carni ancor palpitanti; le figlie e la moglie arse vive, mozzo lor prima il naso ed il seno, e condotte seminude attorno pel campo. Poi Alberico a coda di cavallo, trascinato pe' dirupi, lasciò la vita.

VII.

Aneddoti. Civiltà padovana.

D'uomo sì straordinario come fu Ezelino , molto si occuparono le menti, nè quindi è meraviglia, se tanti, veri o favolosi, corsero aneddoti. Albertino Mussato, nato gli ultimi anni della tirannide ezeliniana, scrisse una singolare tragedia in cinque atti di una o due sole scene; pochissimi i personaggi, non animato il dialogo, supplito dal racconto che degli avvenimenti viene a fare un nuncio: alla fine di ciascun atto un coro abba-

stanza poetico. Nel principio fa che Adelaide, moglie di Ezelino il Monaco, racconti ai figliuoli Ezelino ed Alberico, che non sono figli di uomo, ma nati da mostruoso accoppiamento di lei col figlio delle tenebre, al quale li raccomanda. Leggendo le esclamazioni che il poeta mette in bocca ai figliuoli per tal rivelazione, mi parve intravvedere un terrore in Alberico indizio di più mite natura, mentre Ezelino fieramente risponde esser ben contento di tal genitore, e confidare nelP ajuto di lui a sottomettere molte nazioni.

Una volta Ezelino bandi che a quanti poveri si presentassero a lui un tal giorno, darebbe nuovi abiti e molto da mangiare. Moltissimi ne vennero in Verona, e qui variano i racconti, dicendo altri che, radunatili entro una casa, ed erano tremila, ve li fece abbruciare; altri che spogliatili de'loro cenci, furono vestiti di nuovo, pasciuti, poi congedati. Nelle vesti invano da loro ridomandate, raccolsero gl'incaricati di Ezelino, tanto denaro, da ricompensarlo a josa della strana beneficenza.

Un giorno l'imperatore mostrandogli la sua spada adorna di finissimi lavori, ebbe a dichiarare non potersi trovare l'eguale. La lodò Ezelino, ma disse che la propria senza tanti ornamenti era ben migliore; e nel-1' atto che la sguainò, seicento cavalieri che lo seguivano fecero altrettanto, onde l'imperatore ebbe a dichiararsi vinto.

Al barbiere che lo radeva sentendo tremare la mano, poich'ebbe finito gliela fe recidere; secondo una versione meno probabile, postolo prima alla tortura, continuò poi a lasciarsi radere da esso.

Incontrato un giorno alcuni de' suoi sgherri i quali conducevano prigione uno per debiti, chiese chi fosse, e poiché intese che era un ol-laro, come nel dialetto si chiama il pentolajo, egli intendendo un ladro ordinò s'impiccasse lì lì, nè sgannato volle ritirar quella parola. Quando decise far in Verona quell'orrendo macello de'Padovani, chiamò il sovrastante alle carceri, e chiesto se aveva il registro de' prigionieri, ricevuta risposta affermativa, ordinò si uccidesse lui pure, onde al diavolo potesse portare la lista dei nuovi arrivanti all'inferno.

Di libidini non fu accusato, e solo più tardi si parlò del caso di Bianca de'Rossi. Costei, moglie a Giambattista dalla Porta governatore di Bassano, dopo che questo fu ucciso, continuò a difendersi contro P assediarne Ezelino e virilmente combattendo fu presa colle armi alla mano. Ezelino brutalmente la desiderò, ma la intrepida si gettò da una finestra e fiaccossi una spalla. Medicata e guarita, fu per forza contaminata ; ma la misera corse alla chiesa ove stava sepolto il marito, e sollevatone il coperchio se lo lasciò cader sul capo, restandovi schiacciata.

Come tutti i grandi di quel tempo tenne Ezelino alla corte giocolieri, buffoni, giullari e trovatori ; e la tradizione ci narra che Sordello da Man-

ANEDDOTI SU EZELINO 85 tova fosse bene accetto a lui e molto tempo ospitato, e che amoreggiasse dirizza sorella ad Ezelino, e che, dovendo Sordello traversare un viottolo immondo per recarsi ai notturni convegni, si faceva portare sulle spalle da un servo ; quando una sera , gli prestò quelP ufficio lo stesso Ezelino , il quale poi postolo a terra e scopertosi, lo esortò a non voler più andare por quel sozzo cammino ad opra ancor più sozza.

Predilesse gli astrologhi, e molti ne teneva ai suo seguito; e secondo il Monaco padovano, quando andò all' impresa di Brescia, aveva seco il celebre Guido Bonatti, Riprandino Veronese, un canonico padovano detto Sa-lione , ed un Saracino venuto dal Baldach nell'estremo Oriente, il quale colla lunga barba ed il fiero aspetto rendeva vera immagine di Balaamo. E consultava per lettere, alcune delle quali si conservavano in un Codice MS. della Vaticana, il principe degli astrologhi Gerardo da Sabbioneta cremonese. Eppure convien dire volessero ingannarlo, o non la sapessero cosi lunga come spacciavano, che il buon Rotondino, per quel secolo tanto elegante scrittore, il quale conosceva la cagione delle eclissi, e la tendenza dei gravi al centro della terra, versato ne'misteri dell'astrologia, dimostra ad evidenza come si ingannarono quando predissero a Federico felice successo nella spedizione contro Alberico e i Trevisani, e non si accorsero, mi sembra a cagion della nebbia, che lo scorpione nella terza casa indicava che Pesercito dell'imperatore dovea essere offeso alla fine dell'impresa, come è manifesto ad ognuno il quale pensi alla velenosa coda d'esso animale. Mostra poi con validi argomenti l'erroneità delle predizioni che fecero in Brescia ad Ezelino, palesandosi oltremodo periti in quella scienza. Chi sa come sarebbero andate le cose, se Ezelino in luogo di quegli impostori avesse consultato il nostro cronista?

Ezelino fu di mediocre statura, nero di pelo, e secondo Benvenuto da Imola avea sul naso un lungo pelo il quale rizzavasi quando montava in collera. Menò quattro mogli: prima nel 1221 Zilia sorella del conte Rizzardo Sambonifazio; ripudiatala sposò nel 1238 Selvaggia, figlia naturale dell'imperator Federico; la terza volta si maritò nel 1244 con Isotta figliuola di Galvano Lancia, parente per lato materno alla casa Sveva ; e ripudiata Isotta tolse nel 1249 Beatrice di Caslelnuovo , quella che dovea mitigare la ferocia di quelP animo, ed ebbe invece il dolore di non poter sottrarre alla morte il misero padre. Da tante nozze non ebbe prole, se pur non fu di Gisla de'Bonici quel Pietro che dicemmo.

Conchiuderemo col Denina che, senza supporre in Ezelino virtù insigni e singolari , non è credibile che ci si fosse per tanti anni mantenuto, e quasi sempre cresciuto in stato e potenza? No certamente. E al Denina, al Verci, agli altri , di qualunque epoca e di qualunque na-lllustraz. dd L. V. Voi. IV. 12

zìone sieno stati, panegiristi di Ezelino, noi risponderemo non aver trovato in lui altre qualità ohe quelle di valente generale.

Noi noi troviamo superiore se non di potenza a que'famosi capi di banditi, de'quali ne informa la storia come essi valente nelle armi, intrepido ne1 pericoli, vendicativo e crudele nella vittoria. Ma e le crudeltà che di lui si narrano, dirà qui alcuno, si dovranno poi creder tutte? Noi ammettiamo che lo spirito de'Guelfi, che Podio degli ecclesiastici contro l'eretico e scomunicato e rapitore de' loro beni, abbiano spinto in esagerazione ; ammettiamo in parte quell' altra supposizione formulata dal Veni, che cioè lutti i vagabondi, gli accattoni, i ladri da lui puniti con qm'IP orrendo castigo dell'aver tagliato i piedi o le mani od il naso , quando cadde si siano sparsi per Italia, gridandosi vittime della tirannide, ad eccitare la compassione, e Pira. Non deve però sotto il dubbio di parzialità rigettarsi la testimonianza degli storici, e del più importante di tutti, il nostro Rotondino, che delle vittime di Ezelino porla i nomi, e non son pochi, nè oscuri. Ed il suo libro, terminalo nel 1262, fece approvare solennemente da un congresso dei professori, baccellieri e scolari dell'Uni versità.

0 finalmente penseremo noi col Leo (autore meno di ogni altro imparziale e troppo lodato dagli Italiani) che quella ferocia non fu se non conseguenza della barbarie de' tempi, e che Ezelino in altra epoca potrebbe essere stato, colle insigni sue qualità, oggetto di ammirazione? Non ci accostiamo a coloro, che, sull'esempio di Orazio Walpole, il quale tentò giustificare i delitti di Riccardo III, vogliono riabilitare i grandi scellerati. In Ezelino vediamo un grande guerriero come ne furono molti a? suoi tempi, ma altresì uno de'più mostruosi tiranni.

Del resto per quanto diligentemente seguissimo il corso delle sue conquiste, non abbiamo potuto mai rinvenire quell'unità di divisamente che farebbe supporre il genio. Ninna istituzione atta a perpetuare il potere nella sua famiglia; ma appoggiarsi unicamente sulla spada de'suoi mer-* cenar) pedemontani e tedeschi, senza saper crearsi e mantenersi devoto un partito nella popolazione. Parve alcune volte amico all' infima plebei ma poi ad un lieve sospetto, dimenticava la predilezione e da ogni classe toglieva le vittime.

Iti Padova i podestà , toltone solo Ansedisio , furono nominati e richiamati dall' imperatore , e portavano il titolo di vicarj imperiali. In Verona Ezelino modificò il governo a suo modo , rendendolo più popolare. Era insomma la Marca retta in fatto da una sola volontà , mentre in apparenza sopravvivevano le istituzioni municipali, e per dirla colle parole dei cronisti, le città si reggevano per partem, non per co,n-nmìw. L' opera di tanti anni si sciolse colla morte di lui, e le redente

LEGGI CONTRO L'ARISTOCRAZIA 87 Città non ebbero a fare se non piccoli interni cangiamenti per tornare alle antiche forme repubblicane.

(n mezzo allo strepito delle armi, chi crederebbe avessero fiorito in Padova le arti della pace, e tanta fosse fattività di questo primo periodo dell'età repubblicana, che inai non polo essere eguagliata in appresso? Del governo civile non parleremo per ora, che l'esame del nostro antico statuto potrà offrircene speciale trattazione alla line della seconda epoca repubblicana. Solo accenneremo a quelle leggi, colle quali la prevalente borghesia mirò a pone freno alla prepotenza dei grandi; pallida imitazione della famosa Ordinanza di giustizia della fiorentina repubblica. Narra alcun cronista esser slati mossi i nostri padri a tale statuto da sdegno alla vista di una povera donna, alla quale, per un furto commesso, d'ordine del signor di Salvazzano erano stati cavati gli occhi. Le giovani repubbliche aveano rbastanle gelosia della nobiltà rurale per non abbisognare di stimolo ad abbassarne il potere, approfittando a tal fine del più lieve pretesto. Si statuì doversi senz'altro credere al giuramento di chi asseriva essere stato danneggialo da un grande , e magistrati appositi furono incaricati di ricevere tal genere di querele. À chi giurava non poter vivere tranquillamente sulle sue terre per le molestie portategli da un magnate, possidente in quella viila , si prestava fede, malgrado le prove o testimonianze del signore, obbligato questo a comperare entro due mesi i fondi del querelante, a doppio prezzo. I dipendenti o servi dei signori si esclusero da ogni pubblico ufiìcio nelle ville, pena una multa che aumentava a proporzione del grado del trasgressore. Limitate hi esazioni a carico de'vassalli, proibito l'esercitare giurisdizione a tilolo di comitato, tolto il diritto di sangue, proveduto con forti multe che non s'impedissero i villici dal recarsi a Padova a chieder giustizia. Nominatamente furono nel codice statutario indicati i signori, contro i quali doveano valer queste leggi, ed erano i da Carrara, i Papafava, i Forzale i Dalesmanini, i Leoni, i Camposampiero, i Carturo, i da Peraga, i da Mentemerlo , i Castelnuovo, i Conti di Lozzo, gli Schineili, i Conti, gli Avvocati. Se la storia che abbiamo sopra raccontata fosse vera, saria strano il non trovarvi compresi i signori di Selvazzano. Forse a queste leggi dovettero i padri nostri la tranquillità interna, della quale godettero, salvo qualche breve interruzione, mentre vediamo turbar Treviso continuamente i Caminesi, in Vicenza accapigliarsi i Conti coi Vivaresi, in Verona i Sambonifazio con alterna vicenda cacciare i Montecchi, ed essere da questi costretti ad abbandonar la città. Nò lo stesso marchese d'Este, quantunque capo della parte guelfa, fu sempre rispettato da' Padovani, e

lì vedemmo collegati col loro eterno nemico Ezelino il Monaco, per aumentare la propria sfera di giurisdizione.

Alla suprema autorità della repubblica era necessario si apprestasse magnifica residenza, e Padova al suopodestà edificò tal palazzo, che per vastità e singolarità di costruzione, a ben pochi è secondo. Della sala della Ragione o salone si è detto e ridetto esser la più vasta sala pensile eh

Salone della Ragion. \

esista in Europa. Si cominciò fino dal 1172, su disegno di Pietro Cozzo di Limena, il quale diede alla gran mole forma romboidale, come più atta a resistere all' urto dei secoli : a torto poi od a ragione non giova qui investigare. Convenne però interrare un rivo che attraversava la piazza, e forse per dar tempo alle fondamenta di assodarsi, si sospese la costruzione fino all'anno 1209, indi ripigliata, venne dieci anni dopo condotta a termine, essendo podestà Giovanni Rusconi da Como. Non si creda fosse quel primitivo disegno quale ora l'ammiriamo, chò a varie mutazioni andò soggetto. 11 coperto, prima a foggia di chiesa, fu nel 1306 fatto col vòlto e coperto di lastre di piombo sul progetto di fra Giovanni degli Eremitani, il quale ne avea portato il modello dalle Indie, e fu in

ARTI DELLE E UTILI 89

quella circostanza che fra Giovanni aggiunse ai lati della fabbrica le logge che ora vediamo. L'interno della sala era diviso in tre parli; a Levante stava la chiesetta di San Prosdocimo, ove si celebrava la messa per il podestà e la sua corte ; nel mezzo stavano i tribunali ; a ponente le carceri , cioè la dimora del custode, una stanza per le donne, ed una prigione chiamata la Fasann, falla a modo di gabbia, per gli uomini. Che vi dipingesse Giotto è confermato da tutti gli scrittori ; che i soggetti da lui trattati fossero ispirali ai dolirj della astrologia giudiziaria, e vi avessero parte i consigli di Pietro d'Abano, come narrano alcuni, è credibile, ma non così*che sian di Giotto le pitture che ora si vedono. Senza badare che questi, .evidentemente ispirati da una sola idea, coprono tutte le pareti del salone , ne si può credere che le divisioni sieno state fatte dopo le pitture. Sappiamo, nel 1420 per un violentissimo incendio essere stata distrutta la volta, riedificata sullo stesso modello a cura della veneta repubblica da Bartolomeo Rizzo e Maestro Pierino architetti. Se non interamente distrutte, furono certo enormemente guaste le pitture di Giotto in tale occasione , e forse degli avanzi di esse si giovarono Zu;in Miretto padovano e quell'anonimo ferarrese che il Campagnola afferma autori degli affreschi odierni, ne'quali il Selvatico, malgrado i tre restauri a cui soggiacquero, ravvisa disegno e colorilo affatto giotteschi. Dopo 1' incendio del 1420, tolte le interne divisioni ed aggiunte le botteghe a pie della fabbrica, era il salone quasi come oggigiorno, toltone il letto che, schiantato da furiosissimo turbine nel 1750, fu ricostrutto dal meccanico Bartolomeo Ferracina, (Vedi qui dietro) con robustezza e leggerezza insieme meravigliose.

Il fiorente commercio di quei tempi male poteva accontentarsi delle cattive strade le quali intersecavano il nostro territorio, e le minacciose acque dei fiumi si fecero servire alla pubblica utilità. Già fino dal 1189 si cominciò a scavare il canale, che dal Bassanello va verso la Battaglia, e fu aperto alla navigazione nel 1201 (Anno 1119 dominus Guglielmus

de Osa de Mediolano poleslas Padue____co tempore factum fuil navigium per

quod itur ad Monlem Siliconi, e 1201 PosUa full aqua hoc anno in navigio Montissilkis , et copptum est navigali in Uh). Secondo l'eruditissimo Gennari, alla Battaglia le acque del nuovo canale si incontravano con quelle del Yigenzone , fiume così nominato da Plinio negli antichi manoscritti, finche Ermolao Barbaro (credendo correggere il testo, lo mutò in Togisono, con grande confusione degli eruditi. Poco appresso (1209), ad agevolare il commercio con Venezia, da Padova a Strà venne scavato quel canale di cinque miglia) che si chiamò poi Piovego, il quale mette in comunicazione il Bacchigliene col Brenta, in tal modo risparmiando il lungo circuito che prima conveniva fare seguendo il corso del Bacchigliene dal

Bartolomeo Ferracina.

porto dì Fistomlia, dove ora sta la chiesa di Ognisanti, fino a Ghioggia, per poi di là risalire a Venezia pei canali interni delle lagune.

Nè solo a servirsi delle acque badarono i nostri maggiori, ma eziandio a schermirsi da gravi danni che esse arrecano colPimpaludare; onde fino da quei tempi troviamo alcun indizio di quelle associazioni che ora chiamiamo Consorzj, e precisamente per quei terreni che formano ora il Consorzio Oltoville. Nella città, a comodo degli abitanti, vediamo erigersi i molini di Torricelle e d1 Ognisanti, e farsi ponti sopra i molti canali che in tante direzioni la attraversano. Non si trascurò neppure di metter in comunicazione con Padova quelle parti del territorio, per le quali non poteva usarsi la navigazione iluviatile, onde vediamo in questa età fatte le strade per Piove e per Bovolenta.

In tempi di guerre continue doveva altamente curarsi l'arte militare. Il castello di Cittadella è splendido monumento del quanto fosse avanzata l'arte delle fortificazioni. Delle vecchie mura di Padova, in parte costrutte in questa età, di cui rimangono grandi avanzi, non occorre parlare, che la difesa consisteva particolarmente nel fiume che la circonda,

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COSTUMI 9i e non occorrevano quindi quelle frequenti torri, le quali in altri luoghi coi loro sporgere rendevano diffìcile l'approccio. Erano coronate da merli, gran parte dei quali furono distrutti per adoperarne i materiali a livellare il Prato della Valle, allorché lo scorso secolo, uscente, per gli eccitamenti del proveditore Andrea Memmo fu ridotto alla forma d'oggi.

Né minor cura avevasi di quanto apparteneva all' assalire le piazze, e Rotondino ci racconta che, nel 1249, all'assedio di Este, adoperò Ezelino trahocchi, che, lanciavano pietre di milleducento libbre. Da una miniatura del 1170 presso il nostro capitolo si potrebbe argomentare che alla armatura di sola maglia avessero i nostri fin d'allora sostituito tonache a squamme, primo passo alle pesanti armadure di piastra. Dei brevi intervalli di pace approfittavano i padri nostri a celebrar feste, le quali quanto fossero splendide si può racorre dalla descrizione che abbiamo dato del Castello d' amore in Treviso. Qui in Padova, se crediamo ai cronisti, celebravasi il giorno della liberazione di Speronella con canti e musica, spargendo fiori lungo le rive del fiume. Il vestito ed alcuni costumi dei Padovani in que'terapi così stanno descritti nella cronaca comunemente attribuita a Giovanni da Naone, scrittore del secolo decimoquarto. — Prima del dominio di Ezelino ed alcun tempo dopo, andavano i Padovani a capo scoperto fino a vent' anni, e toccata quella età, portavano berrette a foggia di mitre, e cappelli alla friulana, o cappucci con becchi dinanzi la fronte, tendenti più all'insù che all'in-giù. Portavano camicie aperte ai fianchi, e sopravesti sparato sul petto, le tonache aperte ai lati e davanti, e una zimarra sopra. Il panno costava al più venti soldi al braccio. Le grandi famiglie avean armi e generosi cavalli. I giovani nobili padovani ne'giorni festivi facevano debc compagnie, e colla permissione dei loro maggiori, che non si negava, imbandivan conviti alle loro dame. E quando si tenevano tali conviti que' nobili giovani tenevansi appresso alle loro signore per servirle, e si facean in casa di qualcuno di loro, o per pranzare o per cenare conforme s'era stabilito. E dopo il pranzo o la cena ballavano con le dame, o facevano giostre. I nobili padovani nelle ville ove avevano giurisdizione tenevano ai giorni festivi corte bandita splendidissima (curias pulcherrimus). E sui campi padovani avresti allora trovato ducento o trecento dei primarj giovani della città far cavalcate, nelle quali molte volle cadevano da cavallo, restando privi di sensi. E perchè quei nobili vi possedevano e pos-sedono molti amenissimi luoghi, fu il paese chiamato ■ Marca Amorosa. In Padova, lino a che stette sotto il dominio di Ezelino e per quindici anni dopo, le donne portavano le camicie coi falbalà; le loro vesti come pure quelle degli uomini erano increspate alle spalle ed ornate dinanzi e di dietro pure con falbalà, coi quali anche ornavano le zimarre

alla cintura e di dietro. Le maritate come le vedove portavano manti dietro le spalle, con crespe larghe più di mezzo piede. Tali manti dice-vansi grosse, e li portavano anche gli uomini di età matura. Le dame, in luogo di vesti di pignolato (stoffe fatte di filo e lana) portavano cotte di finissima tela di lino tutte increspate, della quale occorrevano da cinquanta a sessanta braccia, secondo il comportava la ricchezza e condizione loro. Prima del dominio di Ezelino se le signore faceano alcun convito non avrebbe alcun popolano osato mettervi piede, perchè i giovani nobili ne li avrebbero cacciati a schiaffi, e se alcun nobile avesse avuta per ganza una popolana, non l'avrebbe condotta ai convili delle dame senza averne ottenuto prima la permissione '.

E che fosse ornato di pelli preziose il vestito dei nostri magnati nelle occasioni solenni si può argomentare da quanto si racconta, benché con alcuna variazione, dal Maurisio e da Rolandino, seguito dal Monaco padovano, a'quali forse l'amor di parte fece alterare la verità. Racconta il primo che, tenendosi in Venezia corte bandita, vi intervenne Ezelino il Monaco con molto seguito, tra cui undici cavalieri vestiti alla medesima foggia del loro signore, salvo che, mentre il suo mantello era foderato d'ermellino, i loro erano di preziosi vai di Schiavonia. Passeggiando un dì in piazza in compagnia del marchese d'Este, fu proditoriamente assalito da sicarj del detto marchese e dei Camposampiero, e corse grave pericolo della vita essendo stato dall'Estense trattenuto per un braccio; vi perirono però due de'suoi seguaci. Il Rolandino poi ed il Monaco padovano raccontano che il cavalier Bonaccursio da Treviso fu da prezzolati sicarj ucciso in piazza a Venezia, tolto in cambio d'Ezelino del quale aveva indossato il mantello.

Viveva in Padova di que'giorni certo Montanaro, il quale compose un poema latino sui chierici che cantano in coro disposti a mezzaluna, e lo intitolò De luna cleri.

La pittura altresì vi era coltivata, e a'giorni di Rolandino, alla cattedrale erano con molto artifizio ritratti il re Corrado, la regina Berta ed il vescovo Milone, e nel 1271 fu dato il bianco a pitture che esistevano nella sala della Ragione, per dipingetene di nuove, cosicché su quelle pareti Gioito non lavorò che dopo altri due maestri.

I. Ta!o descrizione si trova solo in alcune copie delle più antiche di quella cronaca, piena del resto di favole nella parie che riguarda la fondazione della ci Ita e la sua storia aulica; dalla (piale trassero materiali molli altri, aggiungendo nuove favole, specialmente a gratificare la vanità delle famiglie , falle discendere dagli eroi compagni di Antenore. Il manoscritto dal quale ha copiala e tradotta il Verci quesla descrizione portava il titolo: De generatone aliquorum civium urbis Paduce tam nobilumi quam ignobilium; quello che ehbi io occasione di esaminare si intitola semplicemente Cronaca Paduana. Fu anche tradotta in italiano, ma con molte lacune.

COSTUMI 95 I molteplici matrimoni di Speronella, il fatto della Cecilia da Baone, e della Maria da Camposampiero, che acconsenti di rimanere presso Ezelino in qualità di concubina, non sono certo argomenti di puri costumi nelle classi superiori. Troviamo frequenti i divorzj, non rari i casi di ecclesiastici . ammogliati, frequente ricordo di adulterj nelle nostre principali famiglie, e ho letto di nobile donzella la quale, dopo essersi ne'postriboli prodigata, trovò illustre parentela, perchè ricchissima.

La religione, rozza quale comportavano i tempi, era vilipesa sacrilegamente nelle burlesche cerimonie, nelle quali daremo ora succinta descrizione, tratta da quella, che il vescovo Scipione Dondi dall'Orologio, nel 1816 dedusse da un codice dell'archivio capitolare del XIII secolo, li giorno degli Innocenti si rappresentava in chiesa la fuga in Egitto del Bambino, perseguitato da uno dei sicarj di Erode, il (piale con un'asta che teneva in mano sfogava sui devoti la sua collera. All'Epifania, Erode, avvolto in vesti vilìssime, tutto furore ascendeva il pulpito, e quanto più poteva gridando cantava la lezione, Tarn adimpletum est. Poscia co' suoi seguaci, rotando gonfie vesciche, nel coro percoteva all'impazzata vescovo e clero; all'apparire della stella dei Magi, (lavasi alla fuga. Meno indecenti, ma altrettanto materiali erano le cerimonie del giorno della Purificazione, dell1 Annunziazione, di Pasqua e della domenica in Albis, che durarono (in oltre il XV secolo.

La cerimonia del piccolo vescovo, ad imitazione del re de' pazzi in altre città , non cadde in disuso se non nel secolo XIV. Si eleggeva questo vescovo dagli accoliti della cattedrali; la notte di san Nicolò; e nel giorno degl'Innocenti, in abito pontificale con mitra e bastone pastorale, seguito dal suo clero, si recava dal vero vescovo. Dato prima l'incenso al vescovo da burla, poi al vero, si ponevano a sedere, ed il vescovuccio, con impertinenti domande, chiedeva conto al vescovo della sua amministrazione; poi benedicendo gli astanti, si partiva per assistere alla messa nella cattedrale, dove riceveva le oblazioni del popolo. Finita la messa, invitava a pranzo i canonici e il clero, indi con solenne corteggio, in tutta la pompa dei paramenti episcopali, salito a cavallo andava alla visita dei monasteri, ricevuto dagli abati e dalle badesse con incenso ed acquasanta ; da ogni convento ricevendo tributo d'una spalla porcina e d'una focaccia, ed a quello che avesse negata la contribuzione fulminava P interdetto, in forza del quale il vero vescovo dovea considerarlo come sospeso, e non andarvi nei giorni delle Rotazioni, nè si levava l'interdetto se non col soddisfare al vescovuccio il debito tributo.

Altre feste e più convenienti si usavano in Padova. Nel 1208 troviamo essersi dato spettacolo in Prato della Valle con un uomo selvaggio (fa-

Itlustroz. del L. Y. Voi. IV,

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clus magnus ludus de quodam nomine siwatico in prato Vallis), al quale intervennero quasi tutti i cittadini, vestiti di nuovi abiti. Anche nel 1224 si diede al popolo ludus cuoi gigantibus.

Spettacoli, non sempre senza sangue, erano i duelli giudiziari, i quali presso di noi soleano essere di due sorta. Combattevano i campioni vestiti di cuojo con mazza e rotella di legno; i bravi senza alcuna difesa percotevansi con sacchetti pieni di arena. Lo steccato stava fuori della città, presso al Bassanello, nel luogo che da ciò ebbe nome di Stangata. Appositi statuti fissavano la mercede di questi duellanti, da'quali discesero due nobili famiglie di Padova, i Cavacci ed i Bravi, e prese nome di Pozzo del campione, quello intorno al quale soleano radunarsi.

Nè a proposito di duelli è da ommettersi la storia raccontataci da alcuno di Aldobrandino da Conselve, il quale, alla presenza di Federico Bar-barossa, sfidò a singolare tenzone un barone alemanno, che vilipendeva il valore italiano, e venuti al cimento, lo vinse, onde n'ebbe dall'imperatore grado ed insegne di cavaliere.

VIII.

Dalla cacciata di Ezelino alla signoria de'Carraresi 1.

Allorquando la lega de' Guelfi ebbe abbattuta o sciolta in Lombardia e nelle Marche la tirannica unione de1 signori ghibellini (1259), senza alcun eccitamento delle autorità ecclesiastiche (cosi il Monaco Padovano), senza prediche di vescovi nè di frati, ma a persuasione di alcuni uomini semplici ed ignoranti, cominciarono a Perugia, poi a Roma e di là per tutte le città e campagne d'Italia a radunarsi uomini d'ogni condizione, e nudi fino- alla cintola, percotendosi con funicelle a nodi, recitando orazioni, andar visitando le chiese, preceduti da sacerdoti colle croci e gli stendardi, mentre le donne nell'interno delle loro case cum omni hone-state flagellandosi, invocavano la divina misericordia. E si videro pacificarsi antichi nemici, restituirsi i beni violentemente occupali, rendersi dagli usuraj il mal tolto. Ostarono i principi ghibellini a tali manifestazioni, e

i L'autore essendosi allontanato dalla sua patria non potemmo ohe valerci di materiali da lui apprestali pei due capitoli che seguono. Egli dunque non n' ha veruna re* «pensai ila.

REPUBBLICA 95 lo svevo Manfredi ed Uberto Pallavicino minacciarono perfino di morte i sospettati penitenti, giacché, come dice il Monaco, siccome il pesce si trova contento ne' gorghi profondi, cosi i tiranni godono delle dissensioni cittadine. E pur troppo i tiranni ebbero a rallegrarsi e far lor prò delle nostre discordie 1

I magistrati della padovana repubblica non ne vollero però affidata la salvezza alle sole preghiere ed alle flagellazioni, anzi con ogni sollecitudine si diedero a rimpiazzare con salda muraglia quello spalto di terra fuori porta San Giovanni, il quale avea sì ben servito a rintuzzare le forze di' Ezelino. Poi richiamarono in città gli sbanditi, e favorirono l'università degli studj decaduta.

Si è già detto che i Bassanesi, liberatisi dalla servitù, s'eran messi sotto la protezione della repubblica padovana, conservando però i beni, le consuetudini, i privilegi. Se ne dolsero i Vicentini come di un'usurpazione, e stavano per ricorrere alle armi, quando il loro vescovo Bartolomeo da Breganze li persuase a rimettersi al giudizio di Marco Querini, podestà di Padova, il quale sentenziò (9 settembre 1260) che Bassano dovesse essere soggetta a Vicenza, conservando i privilegi antichi.

Di tal signoria perduta compensò la nostra repubblica la cittadinanza in quest'anno richiesta da Aldigieri vescovo di Feltre e Belluno, coll'obbligo di ricevere da Padova i podestà; esentando i Padovani commercianti in quel territorio da qualunque imposta, obbligandosi a non far trattati di pace o d'alleanza senza il consenso del consiglio di Padova.

Anche il marchese Azzo dovette impegnarsi a soccorrer co'suoi soldati i Padovani nelle guerre, dichiararli immuni da qualunque angheria o balzello passando per le terre estensi con merci od altro; essi in ricambio riconoscevano i suoi dominj coll'autorità d'imporre gravezza, ma senz'obbligo di contribuire alle spese del Comune di Padova. Meno rispettosa coi minori signori, Padova con Vicenza, Verona e Treviso si collegava per conservare la pubblica tranquillità e la sicurezza delle strade ( 23 aprile 1262).

11 partito guelfo allora dominante in Vicenza si pose sotto la protezione del Comune di Padova (gennajo 1264). Allargamento di potenza che fu poi cagione di mali infiniti alla nostra repubblica, e per l'odio suscitato ne'Vicentini, e per la lunghissima guerra co'Veronesi pel dominio di quella città. Egano conte di Arzignano, dopo inutili rimostranze al consiglio di Padova, si chiuse con molti ghibellini nel suo castello di Arzignano, soccorso da Mastino della Scala; nè poterono snidarlo le truppe da Vicenza e da Padova mandale, se non quando i nostri, ottenuta da' Vicentini piena balia in quella città (20 settembre 1266), uscirono col carroccio e dopo ostinato combattimento presero Lonigo.

Malgrado le querele de' Vicentini, non solamente lo ritennero per sè, ma in Vicenza eressero due castelli con grande malcontento di que'cittadini. I Bassanesi lagnandosi delle oppressioni de' Vicentini, esposero le loro quereli; al consiglio di Padova, il quale decise (H giugno 1267) che Bassano si togliesse alla signoria del Comune di Vicenza, e si aggregasse a quello di Padova.

La repubblca padovana non temè di suscitare la gelosia della potente Verona, accettando la dedizione che Enrico vescovo di Trento fece di sè e del suo popolo al Comune di Padova (1278). Reggeva allora Verona, col titolo ni capitano del popolo, Alberto della Scala, ghibellino ambizioso, che eccitato da'fuorusciti di Vicenza, dichiarò guerra a'Padovani; i quali uniti a'Vicentini, Bassanesi, Trevisani, al marchese d'Este, ai Bellunesi e Feltrini guidati da Gerardo da Camino, mossero all'assedio di Cotogna, e dopo quaranta giorni avutala a patti, la lasciarono al marchese d'Este. Lo Scaligero, non bastandogli l'armi, maneggiò segretamente perchè Trento si togliesse a'Padovani; tentò far altrettanto a Vicenza, ma invano.

Quinci guerra, e i nostri mosser a vendicarsi della perdita della ròcca di Trento e della sconfina avuta da'Veronesi in un' imboscala presso Cotogna ; ma dopo i soliti guasti si conchiuse la pace (2 settembre 1280); stipulando che dovesse esser raso fino da' fondamenti il castello di Cotogna, p tto che i nostri non mantennero. Ma quando da prezzolati sicarj Alberto fece uccidere alcuni degli assassini del fratello Mastino, viventi in Padova, il podestà a mantenere inviolata la propria giurisdizione fe prendere gli uccisori e con crudeli tormenti lordi vita. Quinci nuove guerre e tentativi di sommosse: e per assicurare i confini verso i Veronesi, i nostri eressero sulle rive dell'Adige la fortezza di Castelbaldo.

Pure Alberto Scaligero si uni ai nostri quando, nel 1293, si v nne a guerra col marchese, nella quale distrutte le ròcche d'Este, Cerro e Calaone, altre tene prese; era imminente sanguinosa battaglia, quando inviati del patriarca d'Aquileja combinarono an trattato, promettendo il marchese non riedificare le distrutte fortezze, cedendo a' Padovani la Badia, la terza parte di Lendmara (essi già possedevano il resto), Lusia, Venezze, Barbuglio; allo Scaligero si restituì la dote portata da Costanza della Scala sua matrigna.

Altre guerricciuole taciamo , ma nel 13C0 troviamo essersi celebrate grandi feste in città propler Padue maximam l'tbertatem, alle quali da palchi e poggioli assistevano dame in ricchi abbigliamenti.

Altri narrerà come la casa d'Este perdette Ferrara, data dal legato pontifizio a Roberto re di Napoli; e allora i nostri comprarono la città eli Rovigo dal marchese Francesco per 10,000 lire.

VICARJ IMPERIALI 97 Ormai la repubblica padovana, unica ancor si conservava allatto libera in tutta la Marca; i suoi cittadini erano chiamati d'ogni parte a cariche insigni; Vicenza, Rovigo, Lendinara, la Badia e altri luoghi di minor conto dipendevano da podestà padovani: dell'imperatore appena parlavasi.

L'autorilà imperiale quasi dimenticata in Italia volle ripristinare Enrico di Lucemburgo, il quale, signore di piccolo Slato, senz'armi quasi e senza denaro, confidando nell'ambizione de'grandi, in poco tempo ebbe in mano quasi tutte le città di Lombardia, ove mise vicarj imperiali, impinguò il vuoto erario colle multe inflitte a ribelli, o coi donativi estorti. Anche i Padovani mandarongli ambasciatori, due frati, poi lo storico Albertino Mussalo ed Antonio da Vigodarzere, che convennero fossero confermate ai Padovani le loro franchigie; a podestà si proponessero quattro persone, tra le quali egli, o il suo vicario, scegliesse uno e lo insignisse del titolo di vicario imperiale; in ricognizione di vassallaggio pagassero alla regia Camera 15,000 fiorini d'oro ogni anno, e 5C00 ai preside di Lombardia per stipendio delle truppe; alla venula del re gli dessero 60.000 fiorini; con formale investitura godessero a titolo di feudo la giurisdizione di Vicenza.

Umiliati i Ghibellini e i signori, era rimasta la citlà in mano de' Guelfi i quali si divisero in due parti; degli ottimali cioè o de' cittadini facoltosi, amanti della libertà, ma più della quiete, e sopra ogni cosa gelosi dei nobili, e dei minori cittadini ascritti alle arti, i quali, seguendo i loro gasialdi o tribuni, tendevano più ai fatto della liber.à che al nome, combattano la tirannia, venisse d'oltremonti o da Roma, e tenaci delle franchigie della città, ebbero col clero quella lotta singolarissima di cui tratteremo più avanti. Meno pratici degli affari che non .gii ottimali, de' quali era quasi c;ipo Albertino Mussato, non seppero i popolani schermirsi dalle carezze de' nobili, spesso accusati di parteggiare pe1 Ghibellini.

Come ai popolani, riescisser ingrate le condizioni ottenute dal Mussato e dal Vigodarzere è,facile immaginarlo. Appena valse l'eloquenza del primo e la riverenza al luogo del consiglio a salvarlo da uno sfogo di popolare indignazione; sclamavasi esser meglio impiegare la somma richiesta dall'imperatore in armi e fortificazioni; e quando Cane Della Scala ajutò i fuoruscili Vicentini a soltrar la patria da' Padovani, i quali accorrendo in folla a ricuperare la perduta città, furono malamente rotti dal feroce Scaligero, (14 aprile 1311), il popolo negò ratificare il trattato, e deliberò affidare alle armi la causa della libertà.

Non ristettero gli ottimati dal predicare la pace e i danni che derivavano alla città in causa della ribellione, ed ottennero dal popolo versatile che nuovi ambasciatori si mandassero al campo imperiale sotto le mura di Brescia. Fra gli eletti furono ancora il Mussalo ed il

Vigodarzere, i quali, ottennero patti più duri; restasse fermo il modo d'elezione del vicario imperiale, nessun salario al preside di Lombardia, si portasse a 20,000 fiorini l'annua contribuzione alla regia camera ed a 100,000 quella per le spese dell'incoronazione. Non si parlò del dominio su Vicenza, ma si ordinò fossero restituite ai Padovani le loro possessioni in quel distretto, salvo al Comune di Vicenza o ai cittadini di esso il diritto di acquistarle a giusto prezzo, i crediti ed i beni mobili si rendessero ai legittimi proprietarj.

Ai cittadini riuscì grave quel nuovo titolò di vicario imperiale e quel giuramento: ed eccitati segretamente da' Guelfi di Toscana e da Rolando da Piazzola, distrusser le insegne imperiali e si apparecchiaron a sostenersi colle armi (15 febbrajo 1312). Cangrande accorso, ebbe facilmente Montegalda, ma da Camisano fu ributtato, mentre i nostri, condotti da Vinciguerra Sambonifazio, a Quartesolo sconfìggevano le milizie vicentine e se con era l'estremo rigore di Cane verso i sospetti, coll'ajuto de' loro partigiani stavano già per entrare in Vcenza.

Ma non era ancora da tanto lo Scaligero che resistere potesse ai Padovani, ai quali dovette ben tosto abbandonar Montegalda, prontamente riedificata dai nostri. E poco dopo toccò nuova sconfitta a Quartesolo.

Mentre altrove accampava l'esercito, credette Cane poter sorprendere la città, ed uscito da Vicenza, s'era avanzato fino a Curtarolo, ma il vescovo Pagano della Torre e Gualbertino abate di Santa Giustina, fratello allo storico e guerriero Mussato, prelati più spesso coperti di ferro che de'sacri ornamenti, andati incontro al nemico, gl'impedirono di prender Padova. Onde Cane si ridusse in Vicenza, senza che ingiuria o danno lo potesse indurre ad uscir a battaglia, dubitando della fede dei Vicentini, i quali tardi lamentavano il men duro giogo de' Padovani.

Era in Padova potente per ricchezze e per grado Nicolò da Lozzo, uomo torbido e fazioso, usato a sostener ne' consigli il peggiore part'to con insigne eloquenza, abilissimo a procurarsi aderenti coli'oro. Sospetto più volte agli ottimati governatori della città, seppe schermirsi dalle accuse, ed a meglio ingannare i concittadini, simulando contro Cane odio acerrimo, giunse fino a propor 10,000 fiorini d'oro a chi l'uccidesse. Stretto con nefando amore ad Antonio da Curtarolo, lo adoperava ne'secreti maneggi contro la patria, mediante i quali, consegnò il castello di Lozzo a Cane/1'. I nostri accorsero, banditi Nicolò e il Curtarolo, e atterratine

2 Delle imprese degli Scaligeri ragionasi nell'illustrazione di Verona. Per chiarimento delle vicende di Padova basterà qui inserire la serie di que' principi.

Principi della Scala. M'istino I, signore di Verona . . . . . 42K9 — 4277

Alberto suo fratello........ 1*277 — 4301

SCALIGERI ' 99

i palagi e confiscati i beni, sconfissero le bande condotte dal Curtarolo a devastar il Pedevenda, ma Lozzo non poterono aver per sorpresa; intanto Cane, uscito di Vicenza col conte Guarnerio capitano di ventura, preso Carni-sano, tentato invano Montegalda, per la via dei colli, ardendo e devastando, ridottosi a Lozzo, manda lettere al nostro Comune, proponendo decisiva battaglia il giorno seguente presso Montegalda. Accettano i Padri ad una voce la sfida, ma chieggono tre giorni a ridur nel luogo stabilito le truppe. E Cane, pentito forse di sua audacia, ritirasi, senza rispondere, in Vicenza, mentre i Padovani, abbandonata la malagevole impresa di Lozzo, passavano l'Adige a Legnago, e si spingevano sul territorio veronese, tornandone carichi di bottino.

Poco dopo Cane abbandonava Lozzo, ove Nicolò ebbe il rammarico di vedere in frutto del tradimento, diroccate le sue case, e da alcuni Veronesi, che il ritenevano complice dell'uccisione di Mastino, disperse le ceneri degli avi.

Enrico VII intanto da Pisa metteva al bando la città di Padova, e s'univa allo Scaligero, al re di Boemia, al conte di Gorizia, al vescovo di Trento ed ai signori di Castelbarco.

I nostri, a sperimentare le forze di una città sola ma libera contro le molte soggette a Cane (sono parole del Mussato) per Montagnana entravano nel territorio veronese, prendevano Arcole, spingevansi fin sotto Verona (giugno 1313); ma essendo privi delle macchine militari necessarie all'impresa ritiraronsi ; nella qual ritirata molte terre andarono a sacco ed i luoghi di delizia degli Scaligeri furono rabbiosamente distrutti. Qui avvicendaronsi ostilità e alleanze, massime coi Trevisani; ma l'imperatore moriva a Buonconvento (24 agosto 1313), e se il Mussato non esagera retoricamente, con gioja smodata si festeggiò quella morte; e solenni processioni guidate dai vescovi, grandi luminarie per le città, feste

Bartolomeo}....., , . . . l'Ol — 1.104

Alboino \ figli di Alberto......l'Oi — 1.111

Cangrande *.........1312 — 1329

Alberto Hi......... 1352

\ ligli di Alboino......132»

Mastino 11 ) ......... 1351

Cane II i ....... 1359

Cane HI Signorio i lìgli di Mastino li ... 1351 — 1375

Paolo Alboino ) ....... 1574

Bartolomeo li) ........ 4

? figli naturali di Cansignorio . . 1375

Antonio *......... 1387 m. 1388

Guglielmo.......... 44Q4

Antonio e Brunoro suoi figli proscritti.

e giuochi abbelliti dallo sfarzo di nuove e splendide vesti, liberazione di prigionieri, sospensioni degli affari, grazie solenni rese all'apostolo San Barlo'omeo, quasi avesse egli avuto parte alla morte di Enrico, avvenuta il giorno della sua festa, che si decretò celebrarsi con annuo spettacolo.

La guerra collo Scaligero non fu interrotta perciò; bensì complicata per le interne dissensioni Poiché, per la lunga assenza degli imperatori tedeschi poterono svolgersi liberamente gli ordini mun'cipali, l'instabilità delle popolazioni lasciando in cima al governo il podestà forestiero, potere esecutivo, si variava a seconda del prevaler dei partiti il potere legislativo. Elementi prineipdi ne erano sempre i consigli: il maggiore cioè, quello detto di credenza, quello dei sessanta, ed il generale detto della Comunanza.

In Padova il consiglio maggiore si componeva allora di 600 cittadini, e quello di credenza, o degli anziani, era composto dei tribuni o gastaldi delle arti. Ma avuto il sopravento gli ottimati, cioè le persone ricche ed istruite, si decise allargare il consiglio fino a mille persone a bilanciare l'influenza della plebe, e soppressa la podestà tribunizia, si misero quattro anziani conservatori di libertà e stato, e otto saggi di credenza, con facoltà di rescindere le leggi fatte dal senato (novembre 1313). Si decretò anche che parte guelfa e Comune di Padova fossero una cosa sola. Ma il governo, ridotto in tal maniera in mano degli anziani e conservatori, si vide degenerare in oligarchia pessima, ed intollerabile sopra tutto alla plebe per la influenza che v'acquistarono due famiglie arricchite con enormi usure, e famose per ogni genere di scelleratezza. Dell'una era capo Pietro degli Alticlini, abile giureconsulto, imparentato co' primarj cittadini, padre di ire figliuoli, de'cui delitti il buon costume vieta parlare. Capo dell'altra Ronco degli Agolanti di vilissima origine, con figli non meno da abborrirsi che quelli di Pietro. Invidiosi costoro della potenza de'signori di Carrara, ma temendo offenderli direttamente, convocato il consiglio de' sapienti proposero di mandare a confine come ghibellini e turbatori della pace dodici principali amici o dipendenti de' Carraresi. Primeggiavano in questa famiglia Giacomo, che fu poi detto il grande, ed Ubertino, i quali a stento moderavano l'ardore di Obizzo e Nicolò figli ad Ubertino, giovani prodi e di feroce animo. Congiunti al Mussalo, tentarono Giacomo ed Ubertino un ultimo sforzo per la conservazione della pace, chiedendo al podestà Dino de' Rossi si sospendesse P esecuzione del decreto; ma invano. Chiamati allora dalle ville loro soggette molti cittadini armati, la mattina seguente i due g:ovani Carraresi avviansi alla piazza, e trovalo per via Pietro coi figli, lo feriscono nel capo, ma fu salvato dalla velocità del cavallo. Al tumulto accorsero il podestà colla famiglia, e le milizie de' quartieri, ma la plebe corsa furiosamente alle case degli Alticlini, le spoglia de' preziosi arredi, e più infuria quando

1 CARRARESI 101 trova in stanze sotterranee uomini e donne, alcuni uccisi, altri lasciati perir di fame.

All'alba i Carraresi furono in traccia di Ronco, e lo uccisero. Ne andò a ruba la casa, con quella di altri suoi partigiani, poi il furor popolare si volse 'contro Albertino Mussato. Aveva egli, per sovvenire a' pressanti bisogni della repubblica, proposta una tassa sui contratti, chiamata carpellari quaternum assem ex libra carpendum dalor acceplorque ex quibuscumque commenti* Comuni persolmrel). Si trovava allora in casa di Alberto Dente, e non credendosi sicuro, montato a cavallo si ricovrò a Vigodarzere. A difesa della sua casa s'era mossa la milizia del quartiere di Pontemolino col podestà, ma erano inutili sforzi alla difesa, se i Carraresi arrivati con preci e minaccie non avessero calmalo il popolo sfrenato.

Erano ancora in vita gli odiati Alticlini, riparati nel palazzo vescovile. Trasse colà il popolo chiedendoli ad alte grida, ed è singolare che quella stessa plebe, la quale non aveva esitato a saccheggiare il venerato monastero di Santa Giustina, abbia poi esitato a rapir colla violenza i scellerati che il vescovo rifiutava consegnare. La notte, Pagano, avuta prima solenne promessa di salvarli, li consegnò ad Obizzo da Carrara, il quale travestiti li conduceva fuori di città, quando incontrato per via dal fratello Nicolò, gli furono levati di mano. Pietro e i figliuoli esposti tutta la notte alle ingiurie della plebe, il giorno furono viluperosamenle messi a morte. Sfogata l'ira della plebe, radunato il consiglio, si deliberò rimettere in grado i diciotto tribuni delle arti, richiamare con onorifico decreto, proposto da Giacomo da Carrara, Abertino Mussato, congedare il podestà Dino de'Rossi, e chiamare in suo luogo Ponzino de' Ponzoni cremonese Ponzino, periti i peggiori, tentò sorprender Vicenza, ma fallitogli l'intento, corse il Pedemonte predando. Cane intanto moveva verso Padova sprovista d'armati, ma trovava ancora pronti alla difesa il vescovo Pagano e l'abate Gualpertino.

Per la lunga guerra restando sempre chiuso il Bacchigliene a Longare, pensarono i Padovani rimediarvi conducendo in città l'acqua del Brenta. Perciò nel luglio di quest'anno (1314) Ponzino fece escavare da Limena fino a Brusegana un canale che congiungesse il Brenta al Bacchiglione 4,

3 Leggasi l'invettiva del Mussalo contro la plebe alla rubrica II, lift iv, De gestié llalicorum posi Henricum VII Ccesarem. È ampollosa, ma diflieilmente si potrà irovar simile brano d'eloquenza scritto in quei tempi- Forse è il più bel passo delle opere in prosa del Mussato.

4 Crede il Gennari che lo scavo di questo canale, che fu poi dello Brentella debba intendersi con qualche restrizione, trovandosi in documenti anteriori fatta menzione del

Illuslraz. del L. V Voi. IV.

li

e sollecita a dar briga a Cane per distorlo dall'ajutare Matteo Visconti; raccolti 1500 carri a trasportar i bagagli ed i viveri, senza strepito di trombe, uscì con truppe mercenarie, il 16 settembre, alla volta di Vicenza. Antonio da Nogarolo che comandava in Vicenza solo ebbe contezza del pericolo quando già era in poter de' Padovani il sobborgo di San Pietro; tosto mandava messaggieri a Verona, chiudeva le porte della città, ordinava si incendiassero le case del sobborgo più vicine alle mura onde non se ne facessero scala gli assalitori. Dandone l'esempio i mercenari, furon rotti gli ordini per correr a saccheggiare il sobborgo, nonostante i capitani, i quali pure aveano ordinato si rispettassero i Vicentini, e dopo il saccheggio sbandarsi i soldati avvinazzati, e gettar le armi, e le munizioni portate sui carri scaricare, e mettervi invece il fatto bottino.

Cane accorse con circa 100 cavalieri, e sconfìsse i nostri, prendendo il Mussato ed altri prodi. Sommo lo sgomento: Padova stessa minacciata, se non che i principali padovani prigionieri in Vicenza, introdusser parole di pace, e vinta l'ostinazione di Cane, che voleva rimessi i banditi, fu in Padova (4 ottobre 13l4i rogato il solenne istrumenlo di pace. Ritenessero ambe le parti i luoghi che allor possedevano, riavessero i Vicentini nel territorio padovano ed i Padovani sul vicentino le Ior possessioni, senza indennizzo de'guasti fatti ai castelli di privata proprietà; liberati i prigioni, rimesse le ingiurie, delle possibili controversie arbitri i Veneziani, pena 20,000 marche d'argento a chi violasse l'accordo.

Poco durò la tranquillità. Si lamentava Cane perchè si vendevano i beni de'cittadini ribelli e si perseguitavano i sospetti di amicizia per lui. Temevano i Padovani la di lui ambizione, e collegavansi più strettamente co'Trevisani, poi ajutarono Vinciguerra Sambonifazio a riconquistar Vicenza (1317). Cane li respinse, poi per tradimento ebbe Monselice e la sua ròcca. Tal fu in Padova il terrore, che si spedirono a Venezia le donne e i fanciulli, gli oggetti preziosi, e si fecer munizioni; ma Cane prendeva anche Este; Antonio Filarolo cedeva Montagnana senza colpo ferire; il podestà Gusberto Capodivacca, soprafatto dal terrore, abbandonava Rovigo, di cui prendevano possesso i marchesi d'Este, da poco ritornati al dominio di Ferrara.

Di conquista in conquista Cane era giunto fino a Terradura, cinque miglia da Padova. Per le difese fatte da'nostri ed il rigore della stagione

Brenla nel tenere appunto di Brusegana, e suppone che i Padovani abbiano o rettificato ed ampliato l'antico alveo, il quale forse non era che un fosso, o che abbiano tollo da Limena, l'acqua, che innanzi da un altro punto era tolta. Però i motivi che egli adduce a sostegno di questa opinione non sono forse tali che possano distruggere le prove tolte da tutte le antiche cronache, le quali parlano della Brenlella come di lavoro affatto nuovo.

I CARRARESI 105 non potendo tener Padova stretta d'assedio, ritirossi in Monselice, donde con perpetue scorrerie danneggiava il territorio. Poi sfidando i rigori del verno, prima che giungessero ai nemici gli aspettati rinforzi, mosse da Monselice (25 gennajo 1318), invase il Pievato, piantò il campo a Ponte San Nicolò, di là spingendo le sue truppe fino ne' sobborghi di Padova.

Fu necessario pensare alla pace: per la quale restò a Cane, sua vita durante, la custodia di Monselice, della torre presso Este, di Montagnana, e di Castelbaldo, salva al nostro Comune la giurisdizione su quelle terre e loro distretto; Bassano rimase ai Padovani, ma essi dovettero accordare il ritorno de'banditi, e non dar ricovero ai fuorusciti veronesi.

Rientrati in Padova i fuorusciti, tra quali primeggiava Nicolò da Lozzo, del quale abbiamo già narrato il tradimento, cominciarono le vendette, sicché i principali cittadini guelfi, tra cui i Macaruffi, i Mussato, i Po-lafrisana abbandonarono la città; e a tanto giunsero i guai che alcuni proposero si nominasse Giacomo da Carrara capitano generale di Padova e del distretto, mostrando da lui solo, amico ai Guelfi e non odiato da' Ghibellini, potersi sperare la salute della patria. Portata la cosa in solenne consiglio (24 luglio 1318) Rolando da Piazzola, si fece promotore del decreto, che togliendola all'universale, conferiva a Giacomo suprema autorità sulla città.

Fu dunque stabilito che il nobile signor Giacomo da Carrara fosse di fensore, protettore e governatore del popolo padovano, della città e del distretto, e capitano generale degli abitanti ; avesse mero e misto imperio, e giurisdizione in affari criminali e civili, quale s'apparteneva a tutto il popolo e Comune di Padova; dovessero obbedirgli e giurargli fedeltà tutti i cittadini e magistrati ; a lui solo competesse il fare e disfaro statuti e l'interpretazione delle leggi ; fosse tale autorità concessa a Giacomo irrevocabilmente; si elegessero 8 uomini sapienti, i quali avessero a determinare l'autorità del Signore, stabilirne il salario, aumentando sempre le facoltà a lui concesse; e mai restringendole, restasse con ciò derogato a qualunque statuto in contrario.

E gli otto sapienti, scelti fra i più dotti nelle leggi stabilirono : esser dovere nel nuovo signore conservare la pace tra'cittadini, punire i malvagi, procurar l'abbondanza delle vettovaglie, favorire l'università, aumentandone i privilegi, e chiamarvi in numero sempre crescente gli scolari; spettare a lui la nomina dei podestà, i quali rendessero giustizia a ciascuno secundum beneplacitum dicti Dui Jacobi; poter egli licenziarli anche a suo talento; fosse in sua mano l'amministrazione delle entrate della repubblica; a lui solo appartenesse stabilire l'imposte pe'bisogni dell' erario ; a lui facoltà di nominare i tribuni delle arti, i podestà del territorio, ed ogni genere di magistrati; spio dietro suo ordine si potesse

radunare il Consiglio. Si provedesse di magnifica abitazione a spese del Comune e per suo salario ricevesse 12,000 lire Panno, oltre quanto credesse necessario per la sua famiglia, pe1 giudici, cioè, damigelli, berrovieri ed altri occorrenti alla custodia della sua persona e al disimpegno dell'uffizio suo. A lui solo spettassero la direzione delle armi e la difesa del popolo padovano, posto cosi sotto la sua protezione. Finalmente (e questo non è l'articolo meno singolare di questa assoluta rinunz a de'diritti della repubblica in mano di un solo), fosse primo et prcecipuum uffizio di lui punire gli sprezzatori di questo decreto e i trasgressori di esso e dello statuto, fatto riguardo alla balia e potestà concessagli dal Comune e dal popolo padovano, come pure qualunque tramasse o tentasse alcuna cosa contro lo stato o l'onore del nuovo signore.

Così, ultima tra le città dell'Italia settentrionale tranne Venezia, cadeva anche Padova sotto il dominio di un solo, chiamandosi fortunata di ottenere col sacrifizio della libertà, protezione contro gli interni ed esterni nemici. Triste speranze quelle che fondansi sulla rinunzia della libertà I

IX.

Padovani illustri — Belle Arti — Sconcordie col clero —

Statuti.

Pochi nel medio evo acquistarono tanta popolare celebrità quanto Pietro d'Abano. Nato nel 1250 attinse i rudimenti delle scienze alle scuole padovane , a Costantinopoli erudivasi nella lingua greca e latina pel consorzio d'uomini sapienti, poi, a Parigi studiò medicina, ottenendovi la laurea. Colà gli fu da alcuni invidiosi data taccia di magia, e prima di venire in Padova ove la repubblica lo chiamava ad insegnare le mediche scienze collo straordinario stipendio di C000 lire, fu in Roma da papa Onorio IV a scolparsi delle fattegli accuse, nella quale occasione prestò al pontefice i lumi dall'arte sua. In Padova giunto (1306) pubblicò il Conciliatore già cominciato a Parigi, varie altre opere, per le quali destatasi la gelosia di Pietro da Reggio, si rinnovarono le accuse di magia, si che a difendere l'illustre cittadino non vi volle meno della decisifa protezione della repubblica , la quale a patroni di lui nominò l'illustre poeta Lupato, Jacopo Àlvarotto e Pietro Alticlinio, per gli sforzi de'quali

UOMINI ILLUSTRI 105 fa dichiarato innocente. Ma alla taccia di magia aggiuntasi quella di eresia, veniva incamminalo al tribunale della inquisizione nuovo processo, dal quale difficilmente sarebbesi Pietro potuto salvare, ove la morte non lo avesse tollo a1 suoi persecutori (1316), i quali violarono il suo sepolcro, e ne abbruciarono gli avanzi *.

Non ci occuperemo ad esaminare se realmente Pietro meritasse nome di eretico; certo egli, come tulli al suo tempo, pose gran fede nell'astrologia; narrano anzi alcuni che a'suoi conciltadmi proponesse di distrugger Padova e fondarne una nuova sotto una congiunzione di stelle da lui scoperta, come dceva, felicissima. Ebbesi abbastanza senno da trascurare il folle consiglio. In Padova si mostra un pozzo che egli con arte magica trasportò dall'interno di una casa sulla pubblica via, e molte strade del Padovano si dicono fatte da legioni di demonj in una sola notte sotto la direzione di Pietro. Del quale l'ignorante e superstizioso villano ancora a dì nostri s'augura alle volte il libro, atto a soddisfare qualunque desiderio del possessore. Opera primaria di Pietro è il Con- . cilintore, nel quale cerca, esaminando le opinioni degli antichi sopra varj punti dello scibile, porle a confronto con quelle de'suoi tempi. Alcune cose dimostra egli con esperienze molte volle ingegnosissime. Pensò secoli prima del Torri< ehi, che l'aria si spingesse con violenza ad occupare lo spazio della materia che si toglie, non per l'orrore della natura al vu«to ut forlassis aliquis dicet, ma per tendenza di gravità. Disse l'iride prodursi da'raggi solari rif-atti nella nube piovosa (Solaris radii causante* iridem a nube rcfranguntur regulari aquosa). Degna ancor da studiarsi dopo tanti progressi è l'opera sua sui veleni. Tradusse dal greco varj scritti importanti; dettò molli altri tratlati di medicina; diresse le pitture di Giotto nella sala della Ragione.

Il nome di Albertino Mussato già ripetemmo. Nato da poveri parenti, fu costretto ancor giovine procurar a sè ed ai minori fratelli la sussistenza copiando libri per gli scolari dell'Università. Protetto poi da Giovanni Gavalerio, potè darsi alla giurisprudenza per sollevarsi alle prime cariche della repubblica. Abile negoziatore, fu inviato a Bonifazio Vili per reclamare contro i frati Minori, i quali troppo aspramente perseguitavan gli eretici. Quando, dopo la uccisione degli Alticlini, fu richiamato in Padova, ricevette onori grandissimi, fregiato della poetica laurea, fatto decreto del senato che ogni anno nel di di Natale il corpo dell'Università si recasse in processione alla sua casa portandogli alcuni presenti,

1 Ne fa testimonianza fra Tommaso d'Argentina che vi fu presente. Lo Scardeon» che narra la cosa alquanto diversamento, è di molto posteriore e merita minor fede. Vedasi una dotta memoria del signor Giacobbe Trieste.

e che le opere di lui si leggessero pubblicamente ogni anno, onore in que'tempi singolarissimo. Alla storia delle gesta di Enrico VII, aggiunse dodici libri, de'quali tre in versi, arrivando fino alia signoria di Can-grande sui Padovani ; e la vita di Lodovico il Bavaro, non terminata per morte. In versi compose due tragedie ['Ezelino e I1'Achille, e minori poesie, e ire libri dell'assedio di Padova. Ninna altra opera scritta dalla decadenza delle lettere poteasi paragonare agli scritti del Mussato. La persecuzione che ebbe a soffrire per parte de'Carraresi, nocque alla imparzialità dello storico.

Del Lovato ebbe a dire il Petrarca , che, ove non avesse abbandonato lo studio della poesia per quello delle leggi, sarebbe riuscito il primo fra' poeti di quel secolo. A noi non è noto se non per la pretesa scoperta del corpo di Antenore !, e per alcune cattive epi-

2 Nel 1274 fabbricandosi nella via di|San Biagio il ricovero della casa di Dio, fu rinvenuto un cadavere racchiuso in un'arca di piombo, contenuta in altra di cipresso, e

Tomba di Antenore.

UOMINI ILLUSTRI 407 grafi 3. Si narra avesse composti alcuni trattati di poesia e volte in versi leonini le leggi delle dodici tavole. Morì nel 1309.

Architetto ed idraulico insigne, fu Giovanni degli Eremitani. Viaggiò nelle Indie e ne riportò il modello del coperto per la sala della Ragione, alla quale aggiunse anche le logge esteriori. Diresse i lavori per render atto ai pubblici spettacoli il Prato della Valle, molte strade del Padovano, gli argini ed il ponte della Piave sul Trevisano e probabilmente lo scavo della Brentella.

Fra Alberto eremitano, discepolo di Egidio Romano, molti ann: insegnò teologia nell'Università di Parigi e vi morì nel 1328 ancor giovane d'anni, dopo operosissima vita.

Marsiglio de' Raimondini, detto Marsiglio da Padova, dotto nella giurisprudenza, nella medicina, nelle armi, rettore dell'Università di Parigi, nel 1312 s'applicò poi alla teologia; e cavato denari da creduli amici, recossi in Germania alla corte di Lodovico il Bavaro; e unitosi a Giovanni di Gand, con violentissimi scritti, fra cui è noto il Defensor Pacis più volte ristampato da' Protestanti, trasse fimperatore fino allo scisma. È forse lo scrittore che con magior diligenza ed eloquenza abbia combattuta l'autorità del pontefice. Viveva ancora nel 1336 e s'ignora se siasi ravveduto de'suoi errori.

a fianco del cadavere una spada sulla quale stavano incisi versi di barbaro latino. Il Levalo credette indurne che quel corpo (probabilmente di un soldato miglioro del nono secolo) fosse quello di Antenore, e gli anziani ed il consiglio della città ordinarono solenni funerali, e mausoleo, in segno di grato animo, posto a fianco delle case del Lovalo. Ben più importante fu la scoperta di due vasi contenenti monete d'oro pel valsente di 47,000 lire di piccoli, adoperate poi a dotare l'ospizio.

3 Sulla tomba di Antenore:

Inclytus Antenor patriam vox nisa quietem

Translulit ime Henetum Dardanidumque fugas Expul'd Eugaiieos, Palavinam condidit urbem Quem lenet hic humili marmorc coesa domus. Sul proprio sepolcro:

Id quod cs aule fui. Quid sim posi fxinera querisY Quod sum quicquid id est, tu quoque leclor eris-Ignea pars ccelo, ewsec pars ossea rupi Leclorì cessit nomen inane lupi D. M.

V. più sotto:

Mors morlis morti morlcm si morte dedisset Hic farei in terrts aut integer astra petissel

Sed quia dissolvi fuerat, sic juncta nccesse Ossa temi saxum, proprio mens gaudet in esse.

Marchetto da Padova scrisse di musica, ii Lucidarium in arie musica plance ed il Pomerium in arte musicai mensuratw.

Esimj giureconsulti furono Antonio Lio o Leoni, Corrado, Paganino e Benedetto della nobile famigia da Sala, Simone Engelfredo, Bonicordo Valdizocco, Geremia da Montagnone, e più di tutti Rolando da Piazzola, autore di un libro de'Feudi e di un trattato de Regibus.

Scrisse versi italiani Bandino, nominato da Dante. II qual Dante nel 1306 si trovava in Padova, come risulta da un documento ov'egli si firma qual testimonio, dicendosi abitatore della contrada di San Lorenzo ; nella casa già dei Carraresi, ora gabinetto di lettura.

Nicolò da Santa Sofia fu stipite di illustre famiglia di medici. Delle opere di lui non resta che l'elenco.

Gaibone canonico del Duomo ammassava molto denaro miniando, e se ne conserva nella sagrestia della cattedrale un Epistolario miniato nel 1259. Le figure ritraggono lo stile de' greci maestri, meno rozze che nell'Evangeliario miniato da Isidoro 80 anni prima. E 1' arte in Padova era magnificamente illustrata da Giotto, il quale, oltre le pitture della sala della Ragione, copriva di freschi la cappellina dell'Annunziata dell'Arena,

Sepolcro di Scrovegtw.

UOMINI ILLUSTRI 109 fatta murare nel 1303 da Enrico degli Scrovegni figlio di Reginaldo, ch'è collocato da Dante nelF inferno tra gli usuraj; e nella cappella del capitolo del monastero di Sant' Antonio faceva altre pitture, barbaramente imbiancate ne'secoli successivi e poc'anzi ridonate in parte alla luce.

Dell'architettura glorioso monumento è la basilica del Santo, terminata nel 1407; la cupola centrale fu aggiunta nel 4424, alla spesa contribuendo molti cittadini ; e la padovana repubblica, devotissima a quel protettore della città, v'assegnava 4000 lire di piccoli annui, fino al compimento. Il tempio insigne di Sant'Agostino fu nel principio del presente secolo vandalicamente atterrato, disperdendo le ossa dei principi Carraresi, ivi sepolte in magnifici mausolei, ed adoperandone le colonne ad ornar la facciata del pubblico macello. Della seconda metà del secolo XIII è pure il battisterio della cattedrale, abbellito poi nel secolo successivo di grandiosi affreschi a cura di Fina Buzzacarina.

Un rarissimo esempio di poesia in dialetto scoprì il Brunacci a tergo di un atto notarile del 1277. È una donna che lamenta la lontananza del marito, passato in Terrasanta colla crociata bandita da Urbano IV. Asseriscono che i caratteri lo mostrin contemporaneo al rogito; e dei 108 versi ecco alcuni:

Responder voi a dona Frixa

Ke me conseia en la soa guisa

E dis keo lasse ogni grameza

Vezando me senza alegreza

Ke me mario se ne andao

Kel me cor cum lui a portao...

Co guardo en za de verso el mare

Si prego Deo che guarda sia

Del me segnor en pagania

E faza si kel mario meo

Alegro e san sen torne andereo :

E done vencea ai Cristiani

Ke tutti vegna legri e sani

Ke quando ai fatto questo prego

Tuto el me cor roman entrego (rimane intero)

Si kel me viso, ke sia degna

Kel me segnor tosto sen vegna.

Eo no crearave altro consejo.

El vostro è bon, ma questo è mejo,

E questo me par de tegnirc

Nexun men porave de partire....

Illustra*, del L. V. Voi. IV.

La pretesa de'cherici d'andar esenti dalle comuni imposizioni e dal Foro ordinario civile, trovò aspra opposizione ne' nostri maggiori. Fin dal 1221 avendo il podestà Bonifazio Guidone da Guizzardo a sostener la guerra co'Trevisani, ed a provedere alla fabbrica di Cittadella, gettava una dadia su tutti i beni, compresi quelli degli ecclesiastici. Ugolino , legalo apostolico residente in Venezia, proclamò ingiusta quella contribuzione, minacciando pena di 1000 marche d'argento al podestà ove persistesse. Nè prima del dominio di Ezelino la repubblica ottenne, se non che ogni cherico debitore ad un laico avesse a sottostare al foro civile. Cresciuta in potenza, cominciò dal torre ai vescovi ed abati ogni giurisdizione sui loro vassalli, proibì a chi si faceva monaco di ritenere più che 200 lire de' proprj beni, e tassò il clero in 300 lire annue per la manutenzione delle strade e dei ponti. Bifiutarono il pagamento gli ecclesiastici, si diedero anzi a moltiplicar le insolenze de quibus, dice la Mantissa, nulla fiebat juslilia, ed il Comune decretò sulle prime che, ove il podestà avesse inutilmente avvertito il vescovo delle olfese fatte •da un cherico ad un laico, si negasse ai cherici l'ajuto della giustizia. Non giovando questo, nel 1274 si sottomisero alla giurisdizione del podestà i cherici rei di crimine verso un laico, e fino a che non fosse dal clero pagata la contribuzione delle 300 lire, fu vietato ai coloni e lavoratori di terre delle chiese o de' preti transitare sulle vie e ponti della città .e del territorio. Poi si dichiarò assolto da ogni molestia il debitore di un cherico quando avesse giurato non aver di che pagarlo (1276); si proibì ai laici farsi conduttori od esattori di decime ne'termini di Padova (1278); finalmente all'omicida d'un cherico si die sola pena un grosso veneto C32 denari piccoli). Tali statuti vennero raccolti in un volume, ora perduto, che si chiamò Donatello, perchè eguale in mole ad un Donato.

E credibile che sotto l'impero di tale statuto molti ecclesiastici siano stati uccisi da privati nemici: i magistrati stessi della repubblica ebbero dubbio sulla convenienza di siffatta legge, e nel 1287 ricorsero a due sommi giureconsulti Guido da Suzara e Jacopo dell'Arena, i quali però ripetutamente scrissero a favor di essa legge (Sahti).

Non giovarono le ponlifizie scomuniche; nel 1288 Nicolò IV direttamente citò podestà e Comune di Padova dinanzi a Bonaventura arcivescovo di Ragusa, a giurare che entro quindici giorni avrebbero cancellato quegli statuti. Ma i cittadini non si piegarono, e l'arcivescovo da Monselice dichiarò scomunicati i Padovani, privando la città de'suoi privilegi, togliendone lo studio. I nostri invocarono allora l'ajuto del cardinale Pietro Colonna: la cui sentenza fu approvata dal pontefice con bolla data in Orvieto il 2 agosto 1290. Condizioni principali dell'accordo furono: non potesse il vescovo od altro prelato investire alcuno di una decima o d'un

IL COMUNE HI fendo da Tenti anni goduto da un altro (con troppa facilità i vescovi toglievano i beni a' privati accusati di eresie, concedendoli a proprj partigiani); potessero i laici far testimonianza dinanzi al giudizio ecclesiastico; le liti di cherici con laici si trattassero avanti il podestà; concorressero anche gli ecclesiastici alle spese per le strade e ponti; dovessero pagare i debiti incontrati prima della loro ordinazione verso il Comune di Padova o le ville del territorio; non fossero esenti dalle comuni gravezze i frati e confratelli della penitenza, della crozzola, del T, della croce ed altri simili, i quali assumevano l'abito clericale solo per sottrarsi alle imposte.

Da queste ed altre disposizioni è chiaro quanto fossero corrotti i costumi del clero, parziale la giustizia de' tribunali ecclesiastici, e violenta quella de' secolari.

Gelosi delle franchigie conquistate col sangue, i nostri maggiori vollero circondato da cautele il grande potere accordato al podestà ; quindi non concesso a lui condur uomini dello stesso suo paese per giudici; vietato l'acquistar possessioni nel territorio soggetto; vietato l'accettar inviti dai cittadini; limitato il numero degli scudieri ch'egli poteva condurre, e finalmente sottoposto a sindacato alla fine del reggimento. Nè poteva il podestà senza il concorso del minor consiglio aprir le lettere a lui dirette, nè da sè condannare alcun cittadino. Numerose formalità rendevangli difficile 1' essere dispensato dall' osservanza degli statuti, e la dispensa non poteva chiedersi che per un solo statuto nel medesimo consiglio.

Numerosi erano i magistrali del Comune, oltre il podestà ed i suoi giudici. I procuratori vigilavano alla conservazione de' beni del Comune; gli estimatori provedevano alla vendita di beni dei pubblici debitori; i giustiziarj soprintendevano ai pesi ed alle misure; i cataverì riscotevano le condanne pecuniarie; i canevari o tesorieri avean cura del denaro del Comune e custodivan i pegni; gli ingrossatovi conservavano le strade, i fiumi, gli scoli, gli argini, e definivano le controversie derivanti da' confini.

A ciascun magistrato era addetto un notajo, incaricato di registrarne gli atti. Nelle terre soggette si mandavano podestà con limitata giurisdizione, e vicarj nelle ville aperte. De' privilegi concessi ai cittadini godevano solamente coloro i quali sottostavano alle gravezze del Comune di Padova. Tutti i cittadini dai 18 ai 70 anni eran obbligati ad accorrere sotto il gonfalone del proprio quartiere ad ogni chiamata. Breve il tempo assegnato a terminar le liti, quaranta giorni per quelle in materia civile, sessanta in affari criminali. Ammessa la prescrizione di trent'anni a favore del reo, contro i privati però solamente, non contro il Comune. Severe e feroci le pene, tortura, taglio della mano, arder

* "vìvi i colpevoli, chiuderli in gabbia di ferro esposta a cielo sereno. Per consiglio e preghiera di sant'Antonio, infamante, non crudele la pena, ai debitori insolvibili, ch'eran condotti in camicia nella sala della Ragione, e fatto loro tre volte battere col deretano la pietra del vitupero, dicendo ogni volta cedo i miei beni, poi vietato loro portare vestimenta, che per ogni pezzo eccedessero il valore di sette soldi, e contravvenendo era concesso a qualunque de1 creditori levarle loro di dosso e pigliarsele senza ricorrere al magistrato. A chi, in frode de'creditori, avesse ceduto i suoi beni, oltre la pietra del vitupero, versavansi tre secchi d'acqua sul capo e poi si rimandava in camicia, restando le vesti ai creditori.

Legalmente riconosciuta ancora la schiavitù ; permesso ai padroni per-cotere, battere e punire i servi e le ancelle che fossero con loro aduno vino e ad uno pane; permesso a'genitori battere i figliuoli; a'maestri gli scolari, purché non ne restassero uccisi, feriti od ammaccati. Attiva, la inquisizione contro le eresie, ed ancor praticato il duello giudiziario; concesse le rappresaglie, per le quali, ove alcuno vantasse un diritto verso un soggetto di vicina città e non potesse averne giustizia, otteneva di farsi da sè giustizia fino all'ammontare della sua pretesa sulle persone e le cose de' concittadini del debitore.

Molteplici erano le imposte. La dadia si vuole corrispondesse alla decima, fondata sull'estimo, il quale si desumeva non dalle notifiche dei beni fatte da proprietarj, ma da catasti compilati da pubblici uffiziali. Mancano i dati a conoscer le basi sulle quali era fatto il catasto, nè la proporzione tra l'estimo e la dadia, la quale aumentava coi bisogni della repubblica. A spese straordinarie si suppliva col vendere i beni del Comune e con prestiti dai privati. Altre fonti di rendita erano i telonei o dazj, d'ordinario appaltati, dai quali numerose però erano le esenzioni; il boccatico, la imposta sui carri, sulla macina, le multe pecuniarie. Alle ville era lasciato libero tassarsi, sempre però col consenso di due terzi de1 consorti, e complicate norme regolavano gli obblighi di chi, ritenendo in villa professione di coltivatore, recavasi ad abitare in città. Gli artieri stavano divisi in fraglie o congregazioni, fra le quali principalissima quella della lana. L'agricoltura favorivasi con leggi che non tutte alla moderna scienza economica parranno opportune; quindi dichiarato per 5 anni immune chi venisse nel tenere di Padova a coltivar terreno; accordato sollecito processo sui danni portati alle campagne; ingiunta la piantagione di dieci olivi per ogni campo coltivato a vigne sui colli, e di un campo a viti ogni venti campi coltivati nella pianura; puniti i furti campestri e regolate da apposite leggi le vendemmie; proveduto che le capre ed i porci non avessero a recar guasti al seminato ; ordinata la conservazione de'boschi di roveri; protetta la piantagione degli alberi

LEGGI 113 fruttiferi, solo che piantar si potessero a distanza minore di venti piedi dalla casa, dall'orto, dall'aja del vicino; fissati i diritti e gli obblighi dei padroni e dei coltivatori ; regolate tutte le controversie che poteano sorgere tra conduttori e locatori d'opera; istituiti i Saltarj a scoprirei danneggiatori dei campi e notificarli ai magistrati. Ghe molte delle ville del' Padovano sorgessero, ove prima impaludavan le acque o sorgevan boschi, ce lo additano i nomi, molti derivati dalla parola roncare, che equivale' a diboscare; altri, come Albarella, Bosco di Rubano, Carpenedo, Conselve, Frassenèdo, Gazzo, Guizza, Legnaro, Olmo, Onara, Salboro, Selvazzano e simili, derivati pure dalle foreste o boscaglie che coprivano il terreno; altri, come Prà, Prà di Botte, Praglia, dai prati; altri, come Vegrà, Vegro-lungo, dai luoghi incolti; altri finalmente, come Anguillare, Lago morto, Palù, Pescara, Val Nogaredo, Vò, dalle paludi che occupavano prima que' fertili terreni 5.

Il commercio era protetto da leggi speciali, favorito da fiere, agevolato da vie di carro e canali, ma lo inceppavano le stesse norme onde vo-leasi protetto, vietando l'asportar frumento ove il prezzo ne fosse giunto ad 8 soldi lo stajo, e il seme di lino e il bestiame; e dazj esorbitanti. Le usure, colpa antica de'Padovani, de'quali Dante volle alcuni eternamente infamati nella Divina Commedia, eran punite dalle leggi canoniche e dalle civili, ma sempre continuarono, perchè continuava sempre il bisogno di denaro. Moneta principalmente in corso era la lira veneta; disusata ormai la lira veronese, comunissima nel secolo XII. Abolite nel 1274 tutte le monete che non fossero denari grossi veneti, veronesi, padovani, trentini e denari piccoli veneti, veronesi e padovani. In Padova mancano documenti a dimostrar l'esistenza della zecca prima del 1271.

Leggi ispirate alla rozzezza de' tempi escludevan le donne dal succedere co'fratelli ai retaggi paterni e materni; tassavano il prezzo delle vettovaglie non solo, ma di molte altre mercanzie; punivano gl'incettatori di grani, ed ordinavano si ricercassero e costringessero a portarli sulla piazza; mantenevano e favorivano le decime e i quartesi ; impedivano la facile divisione de' fondi di uso comune; proteggevano la caccia a comodo

3 Vedi l'opera di Andrea Gloria pubblicata a cura della Società d'incoraggiamento: Leggi e cenni storici sull'agricoltura net Padovano. Dallo statuto di Padova del 123« si conosce come quivi fosse già stabilito il sistema della mezzaria, e fin determinalo il tempo, in cui dar licenza ai contadini. La rubrica XXII porta : • se il padrone della possessione vorrà dar congedo e licenziare il villano lavoratore dalla sua possessione, deva dar della licenza avanti la festa di sant'Antonio confessore del mese di giugno; se poi avvenisse che il padrone fosse stato negligente in fargli dar detta licenza avanti la festa, non possa il padrone scacciar il villano infino all'anno avvenire ».

C. C.

de* soli cittadini, finalmente con barbara disposizione ordinavano si struggessero le case, e si schiantassero gli alberi dei condannati per omicidio, salvi pero i diritti de' terzi.

Soccorreva agl'infermi l'ospedale di San Massimo con un medico salariato dal Comune, e la Casa di Dio novamente edificata. Mantenevan l'abbondanza un fondaco delle biade, e pubblici forni. In solenni occasioni, con atto pietoso ma improvido, si liberavano i prigionieri, e qui giova avvertire, che solo i rei di delitto di sangue, di furto, di falso e di rapina tenevansi prigioni, restando gli altri in libertà, purché fornissero sicurtà di comparire.

Alle leggi però obbedivano i deboli, non chi poteva resistere colla for^a. Abbiamo veduto di quali delitti si fossero macchiali i figliuoli di Pietro degli Alticlini. Nel 1313, essendo podestà Bornio de'Samaritani di Bologna, si pensò a castigar la baldanza di Solimano de' Rossi, il quale, chiuso nella sua torre di Brazzolo, impaziente del viver cittadino, sordo ai comandi del podestà, fino a lasciar atterrare il palazzo che egli aveva in Padova, rifiutava partecipare alle gravezze, nè militare nelle schiere de'concittadini. Chiamato innanzi agli Otto della guerra, venne egli a presentarsi all'abate Gualpertino, gli consegnò in ostaggio di suo obbedienza il figliuolo, solo pregando non si demolisse la sua fortezza di Brazzolo, ove corse tosto a rinchiudersi. Chiamato novamente non comparve. Allora il podestà mandò truppa ad assalir Brazzolo, con minaccia di esporre ai colpi de'difensori il figliuolo e due tenere fanciulle. Ma Solimano, finto trattar della resa, chiamò a' piedi delle mura l'abate Gualpertino e Zambonetto Capodivacca, e condottili ragionando fino alla porta, fatto impro-visamente alzar il ponte, li tenne ostaggi per la vita de' figliuoli. Malgrado l'opposizione di alcuni più incrociti, fu deliberato salvar due distinti cittadini col perdonare a Solimano, patto che egli cedesse il castello. Ma quando egli, assicurato della vita, ebbe liberati i prigionieri, fu dagli amici del Zambonetto ucciso e gittato nel fosso della fortezza, nè potè il podestà punire gli uccisori, proclamati innocenti dal popolo, che volle immediatamente spianato il castello e colmate le fosse, ed i figli di Solimano spogli d'ogni avere, banditi in perpetuo.

I Carraresi *.

Lo stesso Pietro Paolo Vergerlo segretario degli ultimi principi che ne scrisse la storia, disponendo di numerosi materiali, non potè scoprire donde venisse ne' nostri paesi la famiglia da Carrara. Li credevano i più venuti da Germania, altri dal Hossiglione fin da' tempi di Carlomagno, altri da Milone uccisor di Clodio. Vogliono avessero prima dominio nel Vicentino, solamente più tardi in Carrara, e ne traessero il nome e l'arme gentilizia, che era un carro rosso in campo bianco. In un documento del 970, compare qua! testimonio Gumperto, che professava la legge longobarda, e che presumono de'Carraresi per tale professione e per essere stato l'atto rogato nel Castello di Àgna, ove quella famiglia aveva grandi tenimenti. Figlio suo si vuole Litolfo, il quale nel luglio 1027 fondava l'abazia di Santo Stefano di Carrara, dotandola di 15 possessioni. Enrico figlio di Litolfo sedeva tra' messi regj in Verona nel 1077. Nel 1114, l'imperatore Enrico IV con privilegio dato da Vormazia, concedeva ad Enrico ed Adelasia di lui moglie, a Marsiglio, Umberto e Ugone fratelli, e ad Enrico, Litolfo e Gumberto pure fratelli, piena giurisdizione su tutti i loro beni e sull'abazia di Carrara, dichiarandoli esenti da qualunque magistrato, salvo che dalla Curia imperiale. Il privilegio fu rinnovato e confermato dagli imperatori successivi, ma non valse in confronto della forza preponderante della repubblica padovana, la quale comprese i Carraresi fra' magnati spogliati de' loro diritti. Seguaci una volta del partito imperiale,

4 Non potendo noi far la storia della famiglia di Carrara, rimandiamo ehi ne volesse di più all'opera di Giovanni Cittadella, e qui offriamo la cronologia di e&si.

Giacomo I, principe del popolo......

1318 -

1324

 

15584 —

132«

 

1524 —

1558

Ubertino nipote di questo.......

1338 —

1345

 

134!)

 

4545 —

1550

Giacomino suo fratello.......

4530 —

1572

 

13!Ì0 —

1588

Francesco II Novello, strozzato a Venezia coi ligli Fran-

   

cesco e Giacomo . . . ...

4390 -

1406

H6 STORIA DI PADOVA

diedero in Giacomo, tanto odiato da Ezelino, e ne' figli di lui, prodi ed illustri difensori delle cittadine franchigie.

mas».

Giacomo il grande seppe ottenere il favor popolare e con questo il dominio della patria. Saggio nel consiglio, valoroso nelP armi, forte di aderenti e di numerosa famiglia, non era egli odiato dallo Scaligero, col quale è probabile tenesse segreta corrispondenza. Narrasi che, ammassate, dimorando in villa, grandi ricchezze, parte ne impiegò a pagare i debiti, e parte ne diede a mutuo agli amici, de' quali egli era prima debitore. E che, patrocinando un giorno una causa, il patrono dell'avversario, plebeo nemicissimo ai nobili, vomitò un torrente d'ingiurie contro il Carrarese, il quale avvicinatosi gli disse all'orecchio gli taglierebbe la lingua; poi all'impaurito mandò a casa un carro di frumento ed un majale.

Salito al supremo dominio, per assicurare la tranquillità dello Stato si amicò i Veneziani, blandi Can della Scala, il quale invece cercò torgli Treviso e anche Padova; poi tratta la maschera, venuto a campo a Monselice, indisse guerra ; prese una forte torre che stava a difesa del Bassanello, sviò l'acqua della Brentella, la conquistata torre allargò con nuove opere e vi pose il governo per il territorio di Padova. Poi mandò ad assediar Cittadella, mentre gli Estensi toglievano a' Padovani Rovigo e il Polesine, ed i banditi riconquistavano le loro castella e quelle degli assediati occupavano. Lunga e varia durò la guerra, ove, a dir del Vergerio, non tra Guelfi e Ghibellini, nè tra nobili e plebei si combatteva, ma sotto allo stesso stendardo vedevansi uomini di tutti i partiti, e della stessa famiglia, alcuni sotto le insegne della Scala, altri alla difesa della patria sotto quella del Carro. Gelosia,

I CARRARESI 117 spirito di parte, ambizione e desiderio di vendetta animavano i fuorusciti; amor di municipale libertà, più che devozione ai Carraresi, sollecitava i cittadini. Liberata alfine Padova dall'assedio, convenne riconquistar il territorio, coll'ajuto anche del contedi Gorizia, che aspirava ad acquistar Padova, del duca di Carintia e di altri Tedeschi, funesti ai nostri campi.

Giacomo da Carrara, oppresso dall'età, spoglio di potere, ma padrone ancora dell'animo del popolo, sentendosi presso a morire, invitava ognuno che avesse di lui a querelarsi a far valer le sue ragioni. Raccontano i cronisti solo esser venuto un tale, che a forza di denari era stato assolto da capitale condanna, richiedendo l'oro con che aveva compra la vita, e Giacomo aver detto esser egli in vero colpevole, ma solo per non aver spento uomo si vile. Morì ai 22 novembre 1324. Nel breve e turbato suo dominio si edificarono le mura dalla chiesa di Sant'Antonio alla porta del Prato della Valle , e restauraronsi in più luoghi quelle de' borghi. Fu di mediocre statura, di aspetto benigno, di modi principeschi anche in condizione privata. Istituiva erede il nipote Marsiglio raccomandandogli i molti figli naturali.

Per rotti costumi e ferocia distinguevasi tra i Carraresi Ubertino, al quale s'univa nel vizio e nella violenza Tartaro da Lendinara. Avuto briga a cagione di donna con Guglielmo de'Lemizoni, lo uccisero: banditi perciò dal podestà Pollione de' Beccadelli di Bologna. Gli altri Carraresi avevano mostrato approvare queir atto di giustizia ; ma Paolo Dente, fratello dell'ucciso, si presentò con molti armati, assalì i Carraresi, i quali riportarono nella pugna molte ferite. Pure, malgrado l'ajuto che prestavangli il podestà ed i cavalieri tedeschi, Paolo dovette con pochi ricoverarsi in Treville, ed i vincitori band:ronlo co'suoi.

Ritornato Ubertino in città, primo pensiero fu di uccidere il podestà. E la turba seguace arse i documenti che si custodivano nell'archivio, quasi a distruggere la memoria dei delitti che in quelli erano registrati.

Continuava intanto la guerra cogli Scaligeri e l'occupazione de'Tedeschi, disputantisi fra Lodovico il Bavaro e Federico d'Austria. Padova era in preda dell'anarchia; solo quasi de'Carraresi lottava Marsilio contro le esorbitanze de' parenti, e le esigenze del tedesco Ovenstein, restava arbitro de' destini della patria ; sempre occupalo a consigliar moderazione allo sfrenato Ubertino, al fazioso Nicolò, a Tartaro da Lendinara, che sempre èra pronto a volgersi ove ravvisava favorevole la fortuna; costretto ad appoggiare contro i suoi l'autorità del podestà, che in faccia a tanto disordine parlava di abbandonare la carica per non alienarsi gli amici, comunque malvagi, doveva accontentarsi di una vana

Illustra-, del L. v. Voi. IV.

16

sembianza di giustizia, e sollecitar il favore dell'imperatore contro i continui ribelli e contro l'ostinazione dello Scaligero. Ma desolato il paese, ridotte le cose all'estremità, non vide Marsilio altro scampo che cedere alla fortuna di Cane, col quale convenne di farsi conferire il titolo di signore della città, poi cederlo a Cane, serbando titolo di vicario in Padova ed i confiscati beni de' ribelli : a Mastin della Scala dare in sposa Taddea figlia di Giacomo il Grande. Riuscita la trama, Cane entrò in città il IO novembre 1328 con immensa solennità: egli padrone di tre grandi città, favorito dall'imperatore, abile a guadagnarsi partigiani ed amici, forte per numeroso esercito. Marsilio fu lasciato giudice de'fuorusciti; e i beni de' condannati donogli Cane, sicché egli restò più ricco di tutti uniti i cittadini di Padova. Fu anche adoprato in difficili missioni, comandò le truppe dello Scaligero nel conquistare Treviso. Ma tre giorni dopo tal conquista, il 22 luglio 1329, Cane moriva giovane ancora, dopo operosissima vita, istituiti successori i nipoti Mastino e Alberto, affidandoli ai consigli di Marsilio. Men confidenti di Cane, essi non credettero prudente lasciar Marsilio in patria, e destinando a missioni lontane nelle guerre che allora proruppero tra Veronesi, Veneziani e Fiorentini.

Il dominio degli Scaligeri in Padova restò minacciato non solo dai nemici esterni, ma dall'odio eccitato dalle gravi imposte e dalla sfrenatezza de' mercenarj tedeschi. Difficilmente potette Alberto rinviarne una parte a Este; gli altri, in borgo Santa Croce, azzuffaronsi cogli artieri, e ce ne volle a quetarli. Intanto gli amici dello Scaligero se gli avversava, e a capo delle loro forze Pietro de' Rossi spingevasi fin ne' borghi di Padova, la cui difesa era affidata ad Alberto, o piuttosto a Marsilio Carrarese. I nemici avcan promesso a questo il dominio di Padova, ed infatto per opera sua i nemici v'entrarono. Alberto fatto prigione o condotto a Venezia, e Marsilio acclamato signore (agosto 1337), tra le feste consuete ad ogni cambiar di padroni.

Vero è che erasi recuperata la comunale indipendenza, e Marsilio, assistito dai collegati, assali Monselice, reputata inespugnabile; ma la morte del prode Rossi e l'infedeltà de'Tedeschi, condotti all'assedio, obbligarono i Padovani a tentar quella presa per via di fame. Intanto Marsilio provedeva agli ordinamenti civili, otteneva che Alberto della Scala fosse tenuto prigione in Venezia, poi sentendosi morire, propose a successore Ubertino, cui fu consegnato il vessillo del popolo (IO maggio 1338).

Ubertino, dissoluto in gioventù, aveva poi recuperato il favor de'Padovani per l'amicizia con Marsilio e pel valore mostrato all'assedio di Monselice. Questo continuava con reciproca ferocia e avvicendati successi, finché Pietro dal Verme, che governava la terra, consegnala a patti a Ubertino (19 agosto 1338). Ma Fiorino da Lucca si rinchiuse nella ròcca, per-

I CARRARESI 119 suaso che per forza non poteva esser presa: se non che Ubertino l'ebbe a tradimento. Anche gli Scaligeri alfine dovettero segnare la gravosis-sima pace (il 23 gennajo 4330), per cui Ubertino si trovò padrone di tutto l'antico territorio padovano.

Cessata la guerra, volse Ubertino l'attenzione agli ordinamenti civili. Protesse efficacemente l'arte della lana; eresse fabbriche di carta di lino, industria qui portata da Pace di Fabriano; cercò con provide leggi impedire l'eccesso della ricchezza fondiaria del clero; in grave carestia, fece dalla Svevia venire frumento; rivendicò, quale erede di Tiso Novello, il castello di Camposampiero; cinse di nuove mura quello d'Este; le mura di Padova restaurò e compi, fe lastricare le fangose vie; condusse la strada da Padova a Camposampiero; congiunse con nuovo canale Este a Montagnana, la quale opera poi, per incuria degli uomini, o per difetto del piano o dell'esecuzione fu abbandonata; chiamò con 600 fiorini Rainero Arsendi da Forlì ad interpretare le leggi della nostra Università; inviò dodici giovani ad imparare nelle scuole di Parigi la medicina; ampliò e abbellì il palazzo ove già abitarono gli Scaligeri; nella torre del palazzo pose un orologio, da non confondersi con quello che si vede sulla torre di piazza de' Signori, collocatovi circa un secolo dopo.

Inflessibile e crudele nell'esercizio della giustizia, condannò a morte una sua sorella monaca per aver peccato con un religioso. La moglie Giacobina da Correggio aveva tolta non per amore, ma por i consigli di Marsilio. L'insegna che egli portava delle corna dorate sul cimiero tene-vagli desta la memoria dell'oltraggio che ella gli aveva fatto, corrispondendo ad Alberto Scaligero. Salito in potere, trovò facilmente giudici che pronunziarono il divorzio, ed egli volò a nuove nozze con Anna Ma-latesta, chiara per sapienza; e poco dopo corse in Romagna a rimettere in possesso i parenti di Anna.

Accorava il superbo Ubertino il non possedere Vicenza, sfortunata ma perpetua aspirazione de'Padovani. Da un anno s'era fatta la pace, quando, uniti a segreto colloquio in Lendinara Obizzo d'Este, Taddeo Pepoli e gli ambasciadori di Firenze, conchiuse lega a danno di Mastino, il quale, venutone a conoscenza, congiunto a Luchino Visconti e Lodovico Gonzaga prevenne i nemici, assalendo il Bolognese; ma prima di venire alle mani interpostosi Luchino Visconti, si conchiuse la pace, ed Ubertino dovette licenziare i soldati inutilmente condotti.

Nè riuscì egli maggiormente quando contrasse nuova lega col Visconti ed il Gonzaga, i quali divisarono tor Parma allo Scaligero per darla ad Azzo da Correggio. Si devastò il Veronese fino alle porte della città, ma quando Ubertino già si disponeva ad attaccar Vicenza, e all'uopo aveva già rac-

colte in Montagnana macchine e munizioni, la defezione del Gonzaga lo obbligò a pace.

Raccontano che, essendogli venuto a notizia che nel senato di Venezia nn patrizio teneva continuamente discorsi ingiuriosi contro di lui, gli fece somministrare una pozione sonnifera, e così addormentato lo fe condur a Padova e collocare nel proprio letto. Desto colui, e trovatosi in una stanza ornata dalle insegne del carro, tentava uscirne, quando gli comparve Ubertino, il quale, finto prima di crederlo portato colà da malvagie intenzioni, e mossogli gravi minaccie, disse poi non aver altro voluto se non mostrargli quanto egli potesse contro un nemico; ora contentarsi del presente terrore di lui, colla speranza di averlo più favorevole in avvenire. Soggiungono non aver quel patrizio mai più cessato dal sostenere Ubertino.

Ubertino attese a mantenersi in pace co* vicini fino a dar soccorso di truppe a'Veneziani per sedare la ribellione nell'Isola di Candia. Alcuni tratti generosi fanno contrasto colt'ordinario di lui rigore. A Giovanni da Vigonza , chiaro per magistrature e ambascerie, caduto in vecchiaja e in povertà somministrò decente mantenimento. Falsi accusatori, i quali credevano fargli cosa grata accusando un onesto cittadino di aver tenuto discorsi ingiuriosi a lui, li fece condurre per la città a suon di tromba con in capo la mitra di falsarj e poscia troncar loro la lingua. Accolse ed ospitò magnificamente i principi che passavano pel territorio colmandoli di doni, de'quali poi si disse aversi voluto compensare esigendo forti somme da alcuni ingiustamente accusati.

Crudelissimo punitor degli adulteri, si diede però egli stesso ad ogni libidine, da'quali eccessi fu tratto a morte immatura (29 marzo 1345). Nominò erede delle private sostanze e della Signoria, Marsilietto Papafava da Carrara, facendolo confermare dal popolo, escludendo cos'i Jacopo e Ja-copino figliuoli di Nicolò, quello che fu detto principe del territorio, che egli avea liberati dalle carceri ove stavano custoditi in Alemagna; e per grado di parentela più gli erano congiunti.

Richiesto dal sacerdote, che stava per amministrargli i soccorsi della religione se veramente fosse pentito delle colpe commesse, rispose esserlo; ma aggiunse esser pronto a far novamente quanto aveva operato per aumentar la grandezza della sua casa, ed esser certo che Dio gliel'aveva perdonato. Niuno de'principi Carraresi fu di lui più fortunato, niuno mantenne tanto inviolata la propria autorità. Compi opere grandiose senza aggravare di soverchio i sudditi, favorì il commercio e l'industria; ristabilì la pace, solo in ciò errando, che preferì il timore all'amore del popolo. Il corpo di lui fu deposto nella chiesa di Sant'Agostino, e demolita questa barbaramente al principio di questo secolo, il suntuoso mauso-

I CARRARESI 121 Leo venne trasportato, unitamente a quello di Jacopo V signore di Padova, cella chiesa degli Eremitani.

Monumento di Ubertino da Carrara.

L'elevazione di Marsilietto si dovette alle arti di Pietro da Campagnola vicario di Ubertino, il quale troppo acerbamente avendo offeso Nicolò, temeva tristi conseguenze dall'innalzamento de' figliuoli di lui. Nel breve suo dominio non fece se non confermare l'antica amicizia de'Carrara coi Veneziani, aggiustando anche alcune differenze per i confini tra Bassano e Treviso. Mal sopportando Jacopo e Jacopino la superiorità di Marsilietto, ne deliberarono la morte; e 40 giorni dopo che aveva assunto il principato, lo trucidarono. Chiamati la notte stessa i magistrati ed i principali cittadini, sconcertati alla vista del trucidato signore, Jacopo ed il fratello ricevettero il giuramento di obbedienza. Usando poi disigillo di Marsilietto, Jacopo chiamò a corte i più stretti parenti di

lai, che mandò prigionieri nel castello di Pendice, e s'impadronì delle castella del territorio.

A rassodare la propria autorità, Jacopo ottenne promessa di servirlo dei soldati già al soldo di Marsilietto, e forte del loro appoggio e de'partigiani, imprigionò gli avversi, ne confiscò i beni, e doni e cariche distribuì agli amici. A tal brutto principio segui regno glorioso; richiamò alcuni dall'esilio, mise in libertà 200 carcerati, liberò i debitori del pubblico, congiunse in matrimonio il figlio Francesco con Fina nata da Pataro Buz-zacarino ricco e nobile cittadino di Padova. Della veneta repubblica ebbe a nemici proprj i nemici, ed il senato, grato a' benefizj, gli fece grandi onoranze, e lo volle ascritto co'suoi nel novero de'veneti patrizj, onore non mai profuso. Ansioso di conservare ai sudditi i vantaggi della pace, andò egli stesso in persona a Ferrara a conciliarsi il marchese d'Este ; e nel ritorno visitò in Verona Mastino.

Per conservarsi amici i Veneziani, rifiutò cedere alla lega del Visconti, dello Scaligero e dell'Estense contro i Gonzaga: valente nelle armi, tenne lontana la guerra; mediocremente versato nelle lettere, protesse i sapienti, tra quali Francesco Petrarca; favorì l'Università, e il commercio, die splendido saggio di divozione nella traslazione del corpo di sant'Antonio.

Fu assassinato da Gugliemo da Carrara, bastardo di Giacomo Grande , che fu immediatamente fallo in pezzi dagli astanti (21 dicembre 1350). Il Petrarca ritornava allora da Roma dopo il giubileo, e tanto dolore ne provò, da riuscirgli insopportabile il soggiorno di Padova. Volle però adempiere alla promessa di scrivere Y elogio del morto si-

gnore, e cercata ispirazione presso la tomba di lui, dettò varie composizioni delle quali lasciò la scelta agli amici.

Jacobino fratello e Francesco figliuolo di Jacopo giungevano la notte

TOME. SS DJ II ©fé

1 CARRARESI 123 seguente in Padova, e furono in comune investiti della suprema autorità , in tal modo che a Iacopino rimanesse la cura delle cose civili, a Francesco, come più animoso, le armi.

Costanti sempre nell'amicizia co1 Veneziani, mandarono truppe in loro ajuto contro Lodovico re d'Ungheria e i Visconti. Margherita Gonzaga figliuola di principe, superba d'aver partorito a Iacopino un figliuolo, mortificava crudelmente la più mite Fina de' Buzzacarini. Stimolato da Margherita, decise Iacopino rendersi unico signore colla morto del nipote Francesco, scegliendo a ministro di sì orrendo delitto uno de' più intrinseci famigliari di lui, Zambone Dotto. Ma Francesco fece arrestare Zambone, e recatosi con armati al palazzo, fece prender Iacopino e condurre nel castello di Trambacche. Zambone fu dannato a carcere perpetuo. Poco vi stette però, che i parenti in carcere lo fecero morire di veleno. Iacopino nella ròcca di Monselice mori l'anno 1372, dopo 17 anni di carcere.

Assodato nel dominio, ebbe Francesco incarico dal patriarca del Friuli di proteggerlo contro il conte di Gorizia. Ma sovrastando al Padovano il re d'Ungheria Lodovico, avverso ai Veneziani, Francesco persuase i suoi a tenersi neutrali, al qual uopo cedette al marchese di Brandeburgo quanto egli possedeva nel Trentino, mediatore dell'accordo il re d'Ungheria. Perciò la repubblica prese odio contro Francesco, chiuse al commercio le vie, negò la consueta provista di sale, pretese immunità per le possessioni dei cittadini.sul Padovano, sollecitò lo Scaligero ai danni di Francesco. Ma stretto dal re d'Ungheria, dovè, alla pace, rinunziare alla Dalmazia e Croazia, lasciando al re il titolo di signore di questi possessi.

Francesco recossi a Venezia a complimentar la Signoria, e riebbe onoranza ; ma ad assicurarsi da futuro attacco fece edificar due fortezze; Castelcarro sul fiume che mena a Chioggia, Portonuovo sul canale che conduce a Venezia allettando con molte franchigie gli abitatori, istituendovi mercato settimanale, esente da tassa a vantaggio anche de' Veneziani.

Ad istigazione del pontefice s'era intanto collegato Francesco coll'E-stense e lo Scaligero, a' danni di Barnabò Visconti; e dal re d'Ungheria riceveva la cessione di Feltre e Cividal di Friuli. Unito al patriarca d'Aquileja ebbe guerra (1364-65') con Rodolfo d'Austria ed i signori di Spilimbengo. Senza ridir le guerre a cui prese parte, accenneremo come, a francare il territorio dalle piene del torrente Musone, con un canale scavato tra Camposampiero e Noale egli ne facesse correre parte nel fiumicello Vandura; come edificasse alla bocca del canale Brentella a Limena i così detti colmelloni, a regolare la quantità d'acqua che potea correre a Padova, celebri nella storia dell'architettura idraulica; come

traesse dal Brenta verso Bassano un canale irrigatorio, benefizio singolare in un paese ove le acque traboccbevoli non servono se non in piccolissima parte all'adacquamento de'campi.

Portavano i Veneziani rancore a Francesco per l'amicizia che lo legava al re d'Ungheria, per le violenti trasposizioni de'termini del Trevisano, per nuove opere da lui fatte sui confini del Bellunese, a fronteggiare il territorio di Treviso, poi per una villa eretta nelle paludi di Oriago, che chiamò Villanova. Dopo trattative, indugi, tradimenti cominciò la guerra con vantaggio de'Veneziani, distrutte le ville sul margine delle lagune, devastato il Pedemonte, mentre i Padovani spingevansi fin sotto Treviso riconducendone prigioni in gran numero e molto bestiame.

Il territorio padovano è intersecato da numerosi canali, i quali, come con tante linee concentriche, racchiudono la città. Si chiamavano serragli, e difese da bastile di legname o di terra, rendevano necessario ad ogni passo un combattimento. Le torri del Curan, di Lova e Lugo erano poste sulla prima linea al margine della Laguna; sforzata quella, era aperto il passo al Piovalo. Avvicendaronsi i successi: prendevansi e conquista-vansi alcuni castelli, con danno maggiore de' Padovani meno proveduti di denaro, nerbo della guerra: i tentativi di pace fallivano: Ungheri e Austriaci mescolavansi ; 1 Veneziani chiesero al soldo 5000 turchi, e gente d'armi d'ogni parte ; tagliati gli argini dell'Adige inondarono buon tratto del Padovano.

Oppresso il popolo dalle grandi spese della guerra, devastate le campagne del Padovano, malcontenti gli Ungheresi per la prigionia del Voivoda, esausto l'erario, indebolito l'esercito dalla diserzione del fratello Marsilio, volse Francesco l'animo a pensieri di pace. Mediatore il patriarca di Grado; i patti, da Francesco sottomessi all'approvazione del consiglio, furono i seguenti: Francesco od il figliuolo ai piedi del doge giuri aver fatto guerra ingiusta e ne chiegga perdono; le genti al soldo del Signore di Padova licenziate; le bastile erette in difesa del Padovano contro i Veneziani gettale a terra; Francesco determini il re d'Ungheria alla pace; paghi alla Signoria ducati 250,000 in IO anni, e 60,000 subito, oltre 300 per ciascuno de'IO anni il giorno dell'Ascensione; la torre di Curan con un giro di 7 miglia appartenga alla Signoria; si demoliscano i castelli di Oriago e Castelcarro; non possa Francesco edificar fortezza a 7 miglia di distanza dalle palafitte verso Venezia e Chioggia; quattro gentiluomini veneziani definiscano le questioni pe'confini; i prigioni delle due parti liberati; possa Francesco far vendere a qualunque prezzo il sale nel Padovano, comperandolo in Chioggia. Ricuperando Feltre e Belluno ceda Francesco alla Signoria la Chiusa di Quero, la Camatta e San Boldo; i Veneziani commercianti nel Padovano restino esenti da balzelli.

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1 CARRARESI 125 Marsilio ricuperi i beni, esenti da gravezze, e ne goda in Venezia od altrove il frutto; fino all'adempimento di tutte le condizioni ed al ritorno del Giustiniani dall'Ungheria restino quattro ragguardevoli Padovani ostaggi in Venezia (21 settembre 1373).

Pace estorta dalla necessità, poco sincera d'ambe le parti, dannosissima a' Padovani, costretti a pagare incomportabili imposte per supplire alla mancanza di rendite die ne derivava al signore. Francesco Novello, figlio di Francesco detto il vecchio, andò a Venezia col Petrarca, che doveva recitarvi un'orazione, ma fu si compreso dalla maestà d■■! Senato, che non vi riusi ì. Solo il giorno dopo trovò parole adeguate, degnamente app audite da que'padri. Francesco Novello, a tener viva la memoria della patita umiliazione, levò la divisa del bue con in bocca un breve che diceva Meviar, e troppo a danno de'Veneziani giustificò quella divisa, talché alla line ebbe miseramente a perire.

Della pace approfittò Francesco a munirsi contro gli esterni ed interni nemici. Contro i primi fabbricò la porta del Portello, sulla via che mena a Venezia; cominciò le mura dal Ponte Pidocchioso al Portello; rialzò quelle da Poreiglia a Codalunga ; rinforzò la torre del Bassanello. Contro i secondi, sotto la direzione di maestro Nicolò dalla Bellanda, edificò presso San Tommaso un castello, chiudendovi le torri già infami per le prigioni di Ezelino.

Nè si mostrò Francesco meno zelante della fama avvenire che della sicurezza presente. Amicissimo al Petrarca, col quale teneva continua corrispondenza di lettere anche per le più intime cose, e visitava frequentemente nella sua dimora d'Àrquà, ammiratore della potenza, che lo studio delle lettere avea procurato a quell'uomo insigne, eccitava il poeta a voler a lui dedicare qualche opera sua- Ed il Petrarca, dopo mollo studio compose un trattato sul governo degli Stati e sulle doti del principe, prendendo occasione dall'argomento a lodar le virtù dell'amico, badando a non incorrere nella taccia di adulatore. Compita quest'opera, stava lavorando l'illude poeta forse al poema latino dell'Africa o forse al suo compendio degli uomini illustri, quando morte im-provisa troncò il filo a' suoi giorni (18 luglio 1374). Portala a Padova la notizia di tanta sciagura furono chiuse le scuole, il principe colla sua corte, il vescovo col clero, il corpo tutto dell'Università accorsero nella villa d'Arquà a render magnila la funebre pompa.

Il corpo del poeta venne portalo alla chiesa da sedici dottori sopra una bara coperta di panno d'oro con un baldacchino eguale, foderato d' ermellini, e collocato in una cappella eretta dallo slesso Petrarca. Fra Bonaventura da Peraga, il quale poi fu cardinale, lesse l'elogio del

Mwsli'az. del L. V. Voi. IV.

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poeta, tenendo parola delle opere tutte di quel sommo. La tomba ove ora ne stanno le ossa al difuori della chiesa, fu fatta più tardi a' cura di Francesco da Brossano marito alla figlia del Petrarca ed erede di lui.

Sepolcro del Petrarca.

Ad assicurare la domestica successione il Carrara chiese ed ottenne pel figlio Francesco Novello la mano di Taddea figlia di Nicolò signor di Ferrara. Stretto dalla lega de'Veneziani coir Estense, dovette Francesco soccorrere la Signoria colle proprie milizie nella guerra contro i duchi d'Austria per le ragioni pretese sul Bellunese e Feltrino. Ma troppo gli era gravosa memoria l'umiliazione sofferta poc'anzi, troppo gli rincresceva combattere senza speranza di vantaggio, onde combattutosi con alterna vicenda alcun tempo, uni le sue istanze a quelle del re d'Ungheria, desideroso di por fine alla guerra, e riuscì a combinare una tregua di due anni, prolungata poi per, la insorta guerra di Chioggia (1376).

Le pretese vantate da Bernabò Visconti al dominio di Verona, quale marito a Regina della Scala, unica superstite legittima degli Scaligeri, in confronto dei duo fratelli spurj Bartolomeo ed Antonio, le rivalità tra i Veneziani ed i Genovesi per il possesso di alcune isole dell'Arcipelago, le sollecitazioni di Pietro Lusignano impaziente della perdita di Fama-gosta, furono 1« prossime cagioni di tale funestissima guerra. 11 Visconti

I CARRARESI 127 ed i Veneziani da una parte, i Genovesi, gli Scaligeri, Francesco da Carrara , il re d' Ungheria ed il Patriarca d' Aquileja dall'altra, si unirono in comune difesa. Sleale forse Francesco nel rompere il trattato che lo legava a Venezia, non improvido certo se cercava schermirsi contro i due potenti rivali che gli si stringevano attorno, ognuno s'apparecchiava alla difesa; ma ben presto, e non sempre per sua colpa, Francesco fu travolto in guerra contro Venezia, dove chiamò a soccorso il re d' Ungheria con 50,000 soldati, e assediò Mestre. Vi si affaticò numerosissima armata, ogni rinforzo che potesse somministrar l'arte militare del tempo fu messo in opera. Il borgo di San Lorenzo preso dai Padovani, parve acconcio il momento a movere all'assalto. Guidato dal! Obizzi, da Francesco Novello, dal Vaivoda, più di 30,000 tra cavalieri e fanti stavano sotto le insegne del carro. Impetuoso l'assalto , disperata la difesa ove adopraronsi strani ausiliarj, arnie di api lanciate contro i nemici, le quali entrando per le aperture dell'elmo, diedero noja grande agli assalitori : ma i Veneziani, liberato Mestre, lo circondarono di nuove fortissime difese. La guerra prolungossi nel Trevisano, sostenuta sempre dal re d'Ungheria con uomini ed oro: e dal giovane Francesco da Carrara col valore.

È fuor del nostro quadro il descriver la guerra di Chioggia, tanto pericolosa a Venezia, e dove il Carrarese giovò tanto ai Genovesi, che furono sul punto di prender la gran nemica (1379).. 11 Carrarese suggeriva di non volerla troppo umiliata: in fatto, spinta alla disperazione, essa trionfò.

Alla pace di Torino (8 agosto 1382), il signore di Padova cesse a' Veneziani Cavarzere, la bastita del Moranzano ed Oriago, riebbe la torre del Curan ; Venezia rinunziò ad ogni pretesa per le rendite di cittadini e di chiese riscosse dal Carrarese e pei crediti de'Veneziani verso i Padovani, da lui esatto durante la guerra; cassate le umilianti obbligazioni assunte alla pace del 1370 da Francesco. Il bellicoso signore continuò guerra, poi trattato col duca d'Austria per aver Treviso, dove entrava il primo febbrajo 1384, benevolo mostrandosi ai cittadini, ai quali dava a piccola usura 30,000 ducati d'oro, e faceva altri benefizj. Ma col prender parte alle cose del Friuli insospettiva i Veneziani non volesse per di là serrare loro i passi al commercio coli' Alemagna. Francesco stretta alleanza col signor di Milano, coli' Estense e col Gonzaga, venne all'armi co' Veneziani e gli Scaligeri. Cortesia da Serego, capitano delie genti scaligere (1386), mise il campo alle porto di Padova, ma dalle truppe ordinate fu vinto e fatto prigione: poi i Padovani ebber insigne vittoria presso Castagnaro (1387). Lo Scaligero, umiliato e ridotto agli estremi, si pie" gava agli accordi, offerti dal Carrarese; ma rincorato da nuove alleanze'

ripigliava l'armi, sostenuto da Giangaleazzo Visconti, che col Senato veneto stipulava per sè l'acquisto di Padova.

All'annunzio, grande fu lo sbigottimento nella reggia dei Carraresi. Il popolo, stanco delle continue guerre e delle enormi imposizioni, mormorava; i consiglieri ozieggiavano tra diversi partiti; il vecchio Francesco inclinava a lutto cedere; solo Francesco Novello rincorava gli scorati, i fidenti animava, al popolo mostrava i dolori della servitù, dipingeva più tristo del governo di sua casa quello dei Visconti, mostrava la poca stabilità della lega nemica, e ottenne che Francesco il vecchio gli cedesse il dominio di Padova (29 giugno 1388).

Valoroso quant'altri mai, assistito ila Conte e Jacopo fratelli, guerrieri prodi essi pure, resistè il Novello ai Visconti e ai Veneziani, ma quando il Dal Verme, duce de'Viscontei, venne a campo presso alle mura di Padova, il popolo si levava a tumulio; il Novello vendeva le proprie sostanze ed il prezzo ne ripartiva tra i creditori del padre: ma alfine dovette convenire di cedere, per quanto da lui dipendeva, lo Slato con le annesse giurisdizioni ai Viscontei, che occuperebbero tosto il castello di Padova, non la città ne il territorio; niun paese pertinente al Comune di Padova si potesse slaccare dalla giurisdizione padovana, tranne la torre del Curan e Sant'Ilario; altri patti si farebbero quando il Novello co'suoi si l'osse presentato al Visconti, libero poi di recarsi ove gli piacesse. Raccolte le preziosità, gli ori e le gioje, non senza tristi presentimenti, accompagnato dai fratelli si pose in viaggio per recarsi alla corte del vincitore i!388). Amareggiato per via dello spettacolo, che spesso danno i popoli ai vinti padroni, lasciata la moglie a Verona, giungeva a Milano, grandemente accarezzato da quei gentiluomini. Ma intanto gli si negava il promesso abboccamento col Visconti; si vietava alla moglie di partir da Verona, con subdole arti si induceva il vecchio Francesco a cedere il castello di Treviso che avea serbato fin allora, promettendogli larghissimi patti; solo dopo lunghi ritardi, tutta la famiglia carrarese ebbe licenza di riunirsi in Milano.

A Padova intanto si deliberava rimetlere il dominio della città al Visconti, che n'avea già il dominio per la forza dell'armi. L'astuto Giangaleazzo accolse benignamente gli ambasciatori, condizioni non accettò, disse fidassero nella sua benevolenza, solo promise mantenere l'integrità del territorio: ma diede a' suoi creali l'autorità, i balzelli accrebbe, fu sordo alle querele dei cittadini.

L'altero Francesco Novello mal si piegava alla dorata prigionia in cui tenevalo il Visconti; il padre incoravalo a fuggire per poi vendicarsi; i fratelli, valorosissimi, si offerivano pronti a qualunque cimento. E si presentò occasione propizia; Giangaleazzo fe dono a Francesco del ca-

I CARRARESI 129 stello di Cortusone sull'Astigiano, e poiché quel castello era in rovina, Francesco fissò sua dimora in Asti, città data in dote a Lodovico di Valois, sposo a Valentina Visconti. Son uno degli episodj p ù bizzirri del medioevo, le avventure della fuga di Francesco Novello, che in mezzo a dilli olla e pericoli, si recò prima a Sant'Antonio di Vienna nel Dellinato, di là ad Avignone, a Marsiglia, e ppr la costa ligure, spesso dall'iraper-versare della bufera costretto a scendere a riva, si ridusse a Pisa e Firenze. La moglie Taddea d'Irte, tuttoché incinta, volle dividere i disagi e i pericoli con virile fermezza. Intanto il vecchio Francesco da messi fidati fac va dire al figliuolo, non si curasse di lui già vecchio ed infermo, pensasse ricuperare il dominio, e vendicarsi degli oltraggi sofferti, sebbene Giangaleazzo lo spogliasse d'ogni suo avere, e con scarso assegno lo tenesse custodito e isolato nel castello di Monza.

Francesco Novello eccitò i Fiorentini a nuove guerre, per impedire che il Visconti s' impadronisse di tutta Italia ; prome!teva soccorsi dai malcontenti veronesi e padovani, faceva causa comune collo spodestato Scaligero, trattava coi Veneziani e col patriarca d'Aquileja , poi in Ancona s'imbarcava per alla volta di Segna, della qual città era signore suo cognato Stefano Frangipane. Ma nel viaggio sbattuto dalla procella sulla spiaggia di Chioggia, correva pericolo di esser preso: onde ritornò a Firenze, a suscitare nuovi nemici all'odiato Visconti , poi in Baviera eccitava quel duca a vendicare su Giangaleazzo V uccisione del suocero Bernabò Visconti; perfino in Bosnia progettava andare a oh leder soccorso a quel re, temendosi abbandonato dai Fiorentini; indi raffermata con loro l'alleanza, ritornava in Germania, correva dall'uno all'altro di quei principi, non da grave malattia scoraggiato o da domestiche sciagure.

Intanto la vicinanza del potente Visconti era venuta a noja ai Veneziani. Il Novello, avuto pratica con a.'cuni de'più influenti padovani, senza aspettare i soccorsi di Baviera, calava in Friuli, vi raccoglieva 300 lancio e pochi fanti, traversava il Trevisano, nel Padovano gli amici gli correvano incontro colle genti delle loro ville ; con notturno assalto entrato in città, in due giorni di combattimento se ne rendeva signore (1300), il castello stesso aveva in mano, e (8 settembre 1390) presenti il duca di Baviera ed i legati fiorentni e bolognesi, riceveva dagli anziani le insegne del dominio Ricuperalo tutto il territorio, tranne Bazzano, badava Francesco ad adempiere agli obblighi co' Fiorentini e Bolognesi, collegati a danno del Visconti e con essi osteggiava in Lombardia, lìriche, mediatori i Genovesi, si fermava la pace (gennajo 1392) colla quale il Novello otteneva dal Visconti la cessione di quanto avea già conquistato, ed altri patti di minor conto.

Amicarsi i Veneziani con segni di riverenza, punire i pochi avversi,

istituire nuova forma di consiglio a trattare degli affari del governo, favorire il commercio, chiedere replicatamente al Visconti la liberazione del padre senza poterla conseguire, e morto il vecchio Francesco nelle carceri di Monza, ottenerne il cadavere e ordinargli suntuosi funerali, proteggere il lanifìcio, favorire gli studj, destreggiare tra i potenti vicini, a tutte le trattative aver parte, ecco in qual modo approfittò il Novello dei pochi anni di pace incerta, succeduti alla lunghissima guerra. Era anima di tutte le leghe contro il signor di Milano e guida degli eserciti: nè sciagure domestiche, nè tradimento de1 collegati poterono vincere quell'animo, non mai sazio di nuove imprese, pronto ad ogni pericolo, solo studioso di conservarsi amica la veneta repubblica. Nè era questa facile impresa; che il senato, intento solo a tener lontano il pericolo del margine delle lagune, e far che i signori di terraferma si struggessero vicendevolmente, ora prestava, ora negava i soccorsi, ora coprivali, e quest'alleanza proibiva, quella consigliava, ed il consiglio era comando, come accade de' potenti alleati.

La stella dei Carraresi doveva rifulgere più splendida prima di spegnersi. Galeazzo Visconti moriva (1402), lasciando la tutela dei giovani Giovanni Maria e Filippo alla duchessa Caterina, che mostravasi propensa alla pace, e le gravose condizioni domandate dal Novello accettava (7 dicembre i402), promettendo cedere Feltre, Cividale di Belluno e Bassano. Ma poi mancando ai patti giurati, le terre non rendeva, i lavori incominciati da Giangaleazzo per isviar l'acqua del Brenta continuava. Forte del suo buon diritto, senza dar retta a'Veneziani che dalla guerra lo dissuadevano, il Novello, collegatosi ai Fiorentini, all'Estense, ai Malatesta, a molti antichi capitani di Giangaleazzo, vogliosi di dividersene il retaggio, intimava la guerra, passava l'Adige a Castelbaldo, tentava Verona, aveva Brescia col favore della parte guelfa, e ne era acclamato signore (21 agosto 1403), sebbene per poco.

r Colla forza e colle arti allontanati dal Padovano i nemici, stringeva alleanza con Guglielmo Della Scala, promettendogli il riacquisto di Verona, patto che Pajutasse ad insignorirsi di Vicenza. E mosso da Padova, seguito dagli ausiliari datigli dall'Estense, metteva campo sotto Verona, teneva pratica con quei della terra che gli agevolarono l'entrare in città, ove faceva riconoscere signore Guglielmo, poi morto questo, Brunoro ed Antonio di lui figliuolo.

Altre volte ai Padovani e ai Carraresi la non mai spenta ambizione di insignorirsi di Vicenza era stata funesta : adesso doveva portare ai Carraresi la rovina, ai Padovani la perdita della municipale indipendenza. Francesco III, figliuolo al Novello, stringeva d'assedio quella città, e a' difensori venivano meno le forze, quando un giorno, alla bandiera

FINE DE' CARRARESI r>l del biscione videsi dal campo sostituita sulla torre della città la bandiera di san Marco, poiché Vicenza dalla duchessa era stata ceduta alla repubblica. Un trombetta intimava a Francesco III di astenersi da ogni offesa: ma, fosse ordine del Carrarese o contro sua voglia, il trombetta fu ucciso, così inimicata la potente repubblica.

Della cessione era stato consigliere il Dal Verme, odiatore accerrimo dei Carraresi, e ci volle tutta l'arte di lui, tutta l'astuzia del doge Michele Steno, il quale i senatori favorevoli al signore di Padova fece allontanar dal consiglio sotto vani pretesti; ed ancora il partito, per il quale Venezia doveva tanto ingrandirsi in terraferma, per un voto solo fu vinto.

Allora vana ogni speranza di conservare la pace; grandi le esigenze de'Veneziani, le arti del Novello ormai insuhìcenti a formare una lega con altri stali italiani. Come in caso disperato, si richiesero di consiglio i cittadini. E nel consiglio per impeto popolare fu deliberato doversi accettare la guerra. Un araldo portava in forma solenne al senato il cartello di sfida (23 giugno 1404). Primi i Veneziani, corrotto il capitano posto a guardia della bastila delle Gambarare, rompevano una di quelle linee di difesa chiamate serragli. Pronto al riparo, sorretto dall'entusiasmo de'cittadini accorsi volonterosamente in arme, il Novello per due miglia conduceva un nuovo canale, munito delle necessarie opere militari, e costringeva i Veneziani ad accettare battaglia, ove furono vinti. Non sovvenuto dagli alleati, tranne f Estense, dalla morte della consorte addoloralo, non mancava il Novello a1 suoi doveri di principe e di capitano d'esercito, accorreva ovunque fosse maggiore il pericolo; ma troppo erano disuguali le forze. Uno dopo l'altro cadevano i castelli del Veronese; il Pievato invaso e devastato dall'esercito della repubblica, il nemico si spingeva fin quasi alle mura di Padova. Colf oro non men che colf armi vinceano i Veneziani, coll'oro e col terrore delle armi persuadevano l'Estense a pace separata, e riuscivano a trovare un traditore nella famiglia stessa del Novello , Jacopo fratello bastardo di lui, che scoperto e posto in prigione, vi fu la mattina appresso trovato morto, si disse per essersi soffocato con fumo di paglia.

Stringendosi sempre più intorno a Padova i nemici, cominciando il popolo per la mancanza de'viveri a mormorare, il Novello mandava i minori figliuoli ed altri della famiglia a Firenze, e con loro gli ori, le gioje ed 80,000 ducati d'oro. Già la bastila di Castelcarro, gagliardamente difesa, dopo più giorni cadeva; Bovolenta per tradimento apriva le porte, così il castello di Pendice; nel Veronese ogni giorno era segnato dalla perdita di un qualche castello, poi di Verona, invano custodito da Jacopo da Carrara, che nottetempo fuggì dal castello, e riconosciuto per via, fu preso e tratto prigione a Venezia. Così il Novello perdeva ad* un tempo la signoria di

Verona, e l'ajuto del figlio, il quale, come tutti i Carraresi, era nelf armi ■valentissimo.

Alle altre sciagure di Padova venne ad aggiungersi terribile pestilenza. Stretta d'assedio la città, devastate le circostanti campagne, moltissimi colle robe ed i bestiami s'erano posti in salvo entro alle mura, e quella quantità di gente, miseramente gettata su putrida paglia e all'amata, ne fu prima vittima. Andrea Gattari, testimonio di veduta, narra che, dal primo luglio lino a mezzo agosto, ne moriva ogni giorno 300, 400, perfino 500. Perirono in quella occasione più di 40,000 persone, che d'ordine del principe si tenne registro de'morli; tra questi Galeazzo Gattari padre di Andrea, scrittore esso pure di storie.

Di lotto il territorio quasi so'a ancor resistea la rócca di Monselice, per forza d'armi inespugnabile. Vi comandava Luca da Lione, il quale, vedute le strettezze del suo signore, volle tentare di ottenergli patti onorevoli. Perciò chiesto agli assedianti salvocondotto, si recava al Novello, il disperalo suo slato gli esponeva; le condizioni dal signore accettate riportava allo Zeno, che assumeva l'incarico di informarne il senato, poi ritornava al suo posto in Monselice. Pochi giorni dopo, mentre ancora durava una tregua chiesta dagli assedianti a seppellire i morti in una gagliarda sortita fatta dal Carrarese, ritornava lo Zeno colla risposta del senato: accordata la liberazione di Jacopo da Carrara, al Novello cinquantamila duca ti d'oro e trenta carri per condur via le suppellettili, riconosciute le vendile e le donazioni fatte dal Novello dal principio della guerra fino a que) giorno, dovessero i Carraresi porre stanza cento miglia discosto da Padova; ove il Novello entro 24 ore non cedesse la città, lasciasse ogni speranza di futuro accordo colla Repubblica. Ma il Novello, lusingato di sussidj da Firenze, respinse i patti offerti. Mal per lui; che malgrado il suo valore, corrotte le guardie, per porta Santa Croce entravano in ciltà gli assedianti, mentre i faziosi gridavano morte ai Carrara; il Novello si rinchiudeva dentro alla cinta interna e voleva ancora difendersi, ma i soldati gli negarono il braccio. Fu forza recarsi al campo veneziano, offerire di cedere la città, purché fosse salvato l'onore. I procuratori veneziani risposero non aver dal senato le necessarie facoltà; cedesse intanto, poi fidasse nel senato.

Intanto il Comune di Padova, separate le sue sorti da quelle dei Carraresi, mandava legati a Venezia, i quali a oneste condizioni facevano dedizione solenne della ciltà e del territorio.

Il Novello col figliuolo, non affidali da salvocondotto giungevano (23 novembre UOo) in Venezia, ove con ragioni poco onesta si trattenevano prigioni, chiedendo entro un mese consegnassero i denari e i gioielli, persuadessero Ubertino e Marsilio da Carrara a costituirsi prigio-

FINE DE' CARRARESI 155

m'eri, il senato allora avrebbe considerato se meritassero grazia. Eppure già s'erano nominati commissari per fare il processo ai prigionieri, che condotti al doge, si umiliavano, chiedevano misericordia, le loro colpe verso la Repubblica confessavano piangendo.

De' commissari chi voleva esiliarli in Gandia o in Cipro, chi tenerli in carcere, chi serrarli in una gabbia sul tetto del palazzo ducale; ma Jacopo dal Verme, acerrimo a'Carraresi, diceva, uno solo essere il rimedio, uomo morto non fa guerra, e il consiglio de'Dieci decretava la morte degli infelici. Il domani entrava nella carcere un confessore, dopo di lui due capi de' Dieci, due dei Quaranta e Bernardo Friuli, seguito da 20 armati. Il Novello col predellino di legno fece disperata resistenza, finché gli sgherri lo trassero in terra, ed il Priuli colla corda di una balestra lo strozzò. Francesco III e Jacopo perivano strangolati nello stesso giorno 19 gen-najo 1406.

la Repubblica bandiva 4000 ducati d'oro a chi spegnesse Ubertino e Marsilio, altri figliuoli del Novello, ordinava si rovinassero i sepolcri dei Carraresi, salvi solo quelli che stavano in Sant'Agostino, ne cancellava gli stemmi, i documenti raccolti nell'archivio faceva trasportare a Venezia, la memoria ne infamava.

Pochi mesi dopo Ubertino, moriva in Firenze; Conte da Carrara,fratello al Novello, venuto in grazia a Ladislao re di Napoli, era fatto principe d'Ascoli, e contento del nuovo stato non si curava di vendicare il suo sangue. Ma Marsilio, strettosi con Brunoro della Scala, prima col Boucicault governatore di Genova pel re di Francia, poscia con Sigismondo imperatore, osteggiava la Repubblica. Fallitogli tutte due le volte l'intento, da Milano con poco seguito partiva alla volta di Padova, ove i partigiani promettevano levarsi a rumore, e dargli una porta. Scoperta la trama, inseguito per via, venne preso sul territorio di Vicenza, e condotto a Venezia, tra le due colonne ebbe tronca la lesta (24 marzo 1435). Gli altri Carraresi o in prigione, o in esilio, non forti per aderenze, non temibili per valor personale , gli amici loro perseguitali, il dominio della repubblica sul territorio di Padova fu reso sicuro. Resterà grave macchia all' onore di quella Repubblica Y assassinio de' Carraresi, de' quali son memorevoli le vicende, se non lodabili le azioni. Jacopo il Grande, non chiaro per valore, scaltro ad avvantaggiarsi nelle rivoluzioni perpetue della Marca, era stato principe onesto, la salvezza dello Stato prepose all'utile proprio, al dominio rinunciò , ma sempre mantenne l'influenza dovuta alla saggezza nel consigliare. Marsilio contaminò sua fama col consegnar la città allo Scaligero, più lardi col tradire Alberto della Scala, che in

l/luslraz. del L, V. Voi. IV.

' 1S

lui avea riposta amicizia; seppe moderare la turpe condotta de'congiunti, del bene della città fu sollecito, ma troppo largo proleggitore de' nobili. Ubertino, in gioventù dissoluto, violento, nelle armi valorosissimo, avuto il dominio seppe conservare la pace, protesse le arti, abbellì la città, generoso col popolo, inesorabile coi colpevoli, della patria benemerito. Marsilietto Papafava regnò soli 40 giorni, assassinato da Jacopo e Iacopino. Jacopo fu magnifico, generoso, ospitale; ne1 5 anni di regno studiò conservare la pace, chiamò a Padova il Petrarca; mori per mano di Guglielmo, bastardo. Iacopino, chiamò a parte della signoria il figliuolo del morto Jacopo, che fu poi detto Francesco il vecchio. Questo, dapprima alleato a'Veneziani, si fece poi loro nemico; nella guerra di Chioggia unitosi ai Genovesi, trasse la Repubblica all'orlo della rovina; poi fe lega col Visconti, raggirato dal quale perde col dominio la libertà, e mori in carcere, ove in terza rima non vilmente cantava i casi della sua stirpe.

Francesco Novello, verso i congiunti affettuoso, nella politica de'tempi versato s'allri mai, pio, clemente, nelle armi spertissimo, di coraggio incomparabile, dalle avversità non affranto, ricuperò il perduto dominio, lo allargò, sostenne con invitta costanza la lotta disuguale contro la repubblica di Venezia, da tutti abbandonato reggeva fino all'estremo.

Fra gli altri principi italiani di quel tempo, i Carraresi si distinsero per la nessuna crudeltà, l'amore del popolo, la stima che colle qualità personali ottennero da sovrani anche lontani. Poche famiglie possono vantare chi ai due ultimi principi si assomigli. Andrea Gattari, che fu al Novello consigliere e segretario, ne descrive a lungo e piacevolmente la vita, spoglio di già in gran parte delle aridità delle antiche cronache; e la verità ed il candore della esposizione, il coraggio di scrivere le eroiche geste degli antichi padroni sotto la Repubblica che gli aveva strozzati, la fede di testimonio oculare e talvolta attore, rendono quell'opera interessante oltremodo : nè le passionate calunnie de' tardi storici veneziani bastano a distruggere la favorevole impressione che dei Carraresi lascia tale lettura*

Civiltà, scienze, leggi, costumi, arti.

Sotto principi guerrieri mal potevano prosperare le arti della pace, quindi, dominanti i Carraresi, vediamo sorgere fortezze, compiersi le mura della città, con incredibili sforzi intersecarsi in pochi giorni da mille canali le paludi prossime alle lagune, edificarsi bastite a difesa dei serrafili, e con intendimenti guerreschi sorgere sul margine delle lagune nuovi villaggi, con esenzioni e favori a chi vi avesse posto sua stanza. Ma le lettere non erano più professate come prima da bella schiera di illustri padovani; d'altre città italiane venivano quasi tutti i professori, con lauto stipendio condotti a leggere nell' Università.

I principi trattavano continuamente le armi; quindi i nobili, ridivenuti potenti, anche per naturale inclinazione seguitavano le armi, e gli studj trascuravano. Due padovani soli noteremo preminenti; Giovanni Doridi, detto poi Dall'Orologio pel celebre planetario da esso costrutto, nel quale il vulgo si ostinò a voler vedere un orologio; e Francesco Zabarella, lodatore e panegirista dei Carraresi, poi della veneta repubblica, morto cardinale della chiesa romana, dopo aver avuta parte precipua nel concilio di Costanza.

Maggior numero di cultori ebbero le arti ; e in Padova dipinsero Giusto, detto Padovano per privilegio accordatogli da Francesco da Carrara nel nominarlo cittadino, benché nato in Firenze; Jacopo d'Avanzo, l'Al-tichiero, Giovanni ed Antonio Padovani, Jacopo da Verona, tutti giotteschi, e finalmente lo Squarcione, maestro al Mantcgna e capo di scuola nuova che si accostava più d'ogni altra alla tedesca. Il Guarienti dipinse in Padova la cappella del prefetto urbano e la chiesa di Sant'Agostino ^ Or demolite, e la scuola dei Colombini, ove le sue pitture perirono: come [quelle in Venezia, nella sala del maggior consiglio, vennero distrutte dal-'incendio del 1577. Si attribuiscono al Guarienti, senza molto fondamento, le pitture nel coro della chiesa degli Eremitani in Padova, parte malconcie da ignoranti restauri.

Di Giusto Padovano erano i freschi nelle pareti esterne del battiste-rio del Duomo, ora distrutti, e quelli in una cappella degli Eremitani, periti nel 1610; le geste di san Luigi re di Francia in una cappella di

STORIA DI PADOVA San Benedetto, per ignoranza imbiancate; finalmente una Madonna nel Duomo.

Jacopo d'Avanzo e l'Àltichierl dipinsero nel Santo la cappella di san Felice, e quella di san Giorgio, fatta edificare da Raimondo de'Lupi marchese di Soragna; illustrata dal Forster e dal Selvatico.

Giovanni e Antonio Padovani frescarono nel battistero del Duomo per ordine di Fina Buzzacarina, e nella cappella dei santi Filippo e Giacomo nel Santo.

Jacopo da Verona coperse di freschi le pareti della chiesa di San Michele, di cui oggi non sussiste che Patrio, convertilo in oratorio, dove una adorazione de'Magi, interessante per le immagini di alcuni de'principi carraresi *,

Anche dello Squarcione i maggiori lavori nel chiostro di Santa Giustina « nel portico di San Francesco andarono perduti; ma titolo alla gloria di lui, più che le opere, è l'aver insegnato l'arte al Mantegna.

Della scultura pochi avanzi. Insigne doveva essere il monumento dei marchesi di Soragna nella cappella di San Giorgio, distrutto sul finire dello scorso secolo da' demagoghi. Il monumento di Rolando da Piazza che sta in fianco alla basilica del Santo, è opera imitata dalle romane. I due monumenti di Ubertino e di Jacopo da Carrara (vedi pag. 121), trasportati da Sant'Agostino negli Eremitani, altri nei chiostri della chiesa del Santo, un medaglione in pietra col ritratto di Stefano da Carrara, tìglio naturale di Francesco Novello, vescovo di Padova, un monumento di Marsilio Carrarese nell'abazia di Santo Stefano di Carrara non si scostano per stile dalle opere di quella età.

Furono allora murate , la chiesa di San Francesco, della quale non resta che il portico; la Madonna de'Servi, nella quale la sola porta laterale ricorda la primitiva costruzione; la cappella di san Felice nel Santo, ia cappella di san Giorgio. Magnifico lavoro esser doveva il palazzo dei Carraresi, in gran parte distrutto dai Veneziani, e di cui non s'ha intatto che una loggia coperta, con lunghe e sottili colonne di broccatello, portanti un architrave di legno. La grande sala, detta più tardi dei giganti, serve presentemente alla biblioteca della Università.

Andrea Gàttaro narra come Francesco il vecchio da Carrara, recatosi a Roma nell'anno 1368, e presa stanza nell'albergo della Luna, non abbia potuto accendervi fuoco nell'inverno t perchè nella città di Roma

1 Cennino Connini abitava nel 1398 in Padova, nella contrada di San Pietro, ed era famigliare di Francesco da Carrara: avea sposalo donna Ricca della Ricca di Cittadella: stava pure a Padova Matteo suo fratello, trombetta del duca. Alcuno pensa siano da attribuire al Cennino i freschi della cappellina dell'Arena.

COL'IUKA NBL SECOLO XIV 137 allora non si usavano camini, anzi tutti facevano fuoco in mezzo della camera in terra, e tali facevano in cassoni pieni di terra il loro fuoco. E non parendo al signor messer Francesco di stare con suo comodo in quel modo, aveva menato con lui muratori e marangoni e ogni altra sorta di artefici, e subito fece fare due cappe di camino e le arcuole in vòlto al costume di Padova. E dopo quelle, da altri ai tempi indietro ne furono latte assai. E lasciò questa memoria di sè a Roma ».

Delle feste magnifiche per nozze di principi o funerali, per venuta di sovrani forastieri, e del solenne mortorio fatto al Petrarca col concorso di tutte le cariche della città e de1 professori dello studio, lasceremo che parli chi ha campo a difondersi in particolarità, come della magnifica ambasceria spedita a Giangaleazzo Visconti dopo presa la città.

Non ;mcora le compagnie di soldati mercenarj avevano occupato interamente il posto delle milizie cittadine; e se i Carraresi ebbero di frequente ricorso ai famosi condottieri, le milizie di quartieri, sia fanti, sia cavalieri, formavano sempre parte importante del loro esercito. Leggiamo nel Gattari che il 1386, quando Cortesia da Serego scorrazzava fino alle porte della città, 17,000 Padovani si presentarono in piazza armati, pronti a seguire il signore. La cavalleria, arma della nobiltà, non era più sola in pregio, e Cermisone da Parma, celebre condottiero di pedoni, rese segnalati servigi specialmente alla battaglia di Castagnaro. Grande rivoluzione nell'arte della guerra avea portata la scoperta delle artiglierie. Antonio Della Scala in guerra coi Padovani « ordinò tre carrette armate a tre solari, e per ca-daun quadro (lato) di solare pose dodici bombardelle, che portavano palle della grossezza d'un ovo, che erano in numero 144 per cadauna carretta con tre persone ancora per cadauna, che avessero da tirare le dette bombardelle, che erano ordinate in modo che di 12 in 12 si dava loro fuoco, e dovevano trarre tre fiate alla volta, una per cadauna carretta che erano 36 al tratto: e ciò doveva essere allora che si toglieva la battaglia contro le schiere carraresi per rompere loro l'ordine. Erano le carrette menale da 4 cavalli grossi, con un uomo armato con un'azza in mano per cadauno cavallo. Dappoi ordinò 12 cavalli grossi, tutti coperti d'arme, con un valentuomo per cadauno armato con lancia in mano e ferri composti e pieni di fuoco inestinguibile; come quei ferri pungevano l'inimico, usciva il fuoco ed attaccava per tutto; e questo ancora per metter la gente in disordine e romper le schiere Carraresi. » Apparecchi che caddero alla prima battaglia in mano dei Padovani, i quali non leggiamo che poi gli abbiano rivolti contro il nemico.

Nello stesso anno 1386, vinti gli Scaligeri alle porte di Padova, si trovarono in potere de'Padovani, oltre a numero grandissimo di prigionieri, 211 meretrici, trovate nel campo nemico, le quali si condussero

in città a trionfo, con una corona in capo ed un mazzolino di fiori in mano, ed accolte nelle stanze del principe, dopo una refezione furono rilasciate. E rilasciati senz'altro erano sempre i prigionieri comuni, fatti nelle battaglie; capitani e i gentiluomini, dovevano pagar grossa taglia, la misura della quale andò sempre aumentando. Il riscatto di 40 cavalieri padovani caduti prigionieri sotto le mura di Bologna, costò più di 400,000 ducati d'oro.

De' costumi fa testimonianza il fatto di quell'abitante di Montecchio, il quale, per aver agevolato ai Padovani l'acquisto del castello ivi eretto dallo Scaligero, venne infilzato s'uno spiedo ed arrostito vivo in mezzo al Gampomarzio di Vicenza.

Altro caso miserando fu quello di Paganino Sala e Bonacorso Naseta, i quali, al ritorno dei Carraresi in Padova nel 1390, fatti bersaglio alle vendette del signore, ebber sentenza che l'uno senza processo fosse morto, l'altro si mantenesse in vita ancora per alcuni giorni, che il principe voleva estorcergli rivelazioni. Lasciata la scelta a loro di chi dovesse prima morire, Bonaccorso impiccò colle proprie mani Paganino al cospetto del popolo, e con tale viltà prolungò di alcuni giorni la vita.

Le leggi, poco diverse da quelle della repubblica. Il podestà capo ancora delle cittadine magistrature ; ma non più eletto dal popolo ed a tempo determinato, bensì dal principe, e durando finché al principe piacesse. Gli altri ordini municipali variavano di poco. Quindi ostacoli al partirsi de'cittadini da Padova, sorveglianza molestissima sui forastieri, minacciata la morte a chi corrispondesse coi nemici del principe o coi ribelli, ai forastieri vietato il riunirsi in troppo gran numero, vietato il radunarsi con armi nella città o nel territorio in più di dieci, varia la punizione per questo delitto, secondo i casi; la morte o per decapitazione o più gravemente, ad arbitrio del signore, la confisca di beni, l'atterramento della case, il bando fino alla quarta generazione, ecco le pene adoperate contro i rei di maestà, e minacciato di morte il magistrato che avesse proposto mitigar questa legge.

Ridotto a cento il maggior consiglio, conservati i 18 anziani o gastaldi delle arti. Nel territorio un sindaco e un gabelliere per ogni Comune, soggetti al podestà, amministravano gli affari. Conservate le leggi della repubblica rispetto alla giurisdizione del clero, e necessario il consenso del principe alla nomina che il papa faceva del vescovo. Esclusi dai be-nefizj ecclesiastici gli estranei al territorio; concesso passaggio al pubblico e facoltà di tener mercato nelle chiese, tranne la cattedra' ■; severamente puniti i bestemmiatori, perseguitati gli eretici, protetti monasteri, principalmente dalle violenze dei nobili.

Le imposte aumentate, e fu un tempo in cui Francesco il Vecchio,

CULTURA NEL SECOLO XIV 139 per pagar a Federico d'Austria 100,000 ducati d'oro promessi per la cessione di Treviso, pose sulle eredità una tassa del decimo, senza distinzione di gradi. Il catasto non fatto dietro le denunzie dei possessori, ma da officiali del principe.

Rispetto alle arti, conservati le antiche norme; quella della lana onorata sopra tutte e circondata di protezioni, permessa la importazione dei panni e de' zendadi, tutti gli altri commerci inceppati da pedaggi e barriere, sì che è meraviglia se in mezzo a tanti vincoli potesse ancora prosperare il commercio.

Della popolazione tenuto gran conto, come lo richiedeva il continuo guerreggiare; privilegi a chi veniva ad abitare in città, ma a condizione che su terreno incolto fabbricasse una casa, e confisca a vantaggio del Comune contro il possessore che, padrone di un terreno incolto in città, o non voleva o non sapeva trovare chi su quello edificasse.

Delitti più frequenti, quelli prodotti da ferocia e da libidine. Le pene stranamente severe. Norme speciali per le meretrici e lor mezzani, distinti per abito e per restrizione di abitato.

XII.

Dominazione veneta — Il quattro e cinquecento.

Venezia erasi proposta di divenir uno Stato forte; ne coglieva i soliti frulli, la gelosia de'vicini e la reazione de' soggiogati. La storia moderna comincia con uno de'più turpi accordi che si rammentino, il trattato di Cambrai, pel quale le potenze europee accordaronsi ad abbattere Venezia. Al solito, gli stranieri furono invocati ad aggiustar le cose italiche, e Massimiliano imperatore pretese che, come Vicenza e Verona, così Padova appartenesse all'impero germanico. Trecento fanti tedeschi, guidati da Leonardo Trissino, assaliron Padova (1509, 4 giugno) che per arte della nobiltà paesana, dispettosa di vedersi posposta alla veneta, aprì le porte, a danno di questa guastò le ville e i palazzi, e se ne divise le terre, e meditava feudi e signorie, e ritornar i contadini servi alla tedesca. Ma Venezia rifaceasi dalla prima rotta, al tempo stesso che ne' sudditi rinasceva l'amore di essa, come avviene spesso della signoria che più non si ha; e s'accingeva ad assalir Padova, ove pcnsavasi più a menar trionfo che a preparar difese. Intesosi con Francesco Calsone di

140 STORIA DI PADOVA

Salò, che menava una banda raccolta attorno al lago di Garda, Andrea Grilti presentossi alla porta Codaluoga (17 luglio), e ben presto riebbe

Andrai Grilli.

la ciltà e il castello, mentre Massimiliano indugiava i soccorsi: subito si pensò a dilatar le fosse, riparare gli spalti, munirli d'artiglieria; il conte di Pitigliano generale de' Veneziani spiegò fanti e cavalli, e moltissimi Veneziani vennero quivi a Lr prove di valore, sull'esempio de'figli del doge Loredano.

Massimiliano, lento sempre e mal provisto a denari, intanto espugnava i castelli d'Este e Monselice, dove furono bruciati vivi gli Stradioti di

IL CINQUECENTO 141 presidio, e riceveansi sulla punta delle lancie quei che precipitavansi dalle mura incendiate, accordava patti a Montagnana, e devastato il ter-ritoio, pose il campo a Ponte di Brpnla, indi attaccò porla Santa Croce, infine piantò il suo quartiere nel convento della beala Elena. In Padova erasi accolta dalla desolata campagna quattro volte più gente dell' ordinario, e Massimiliano la cinse con 100 mila soldati fra tedeschi, francesi e spagnuoh , mirabili per valore, orribili per fierezza, e beri 200 cannoni così grossi, che a'euni non si potevano mettere sui carretti; egli medesimo, prode e accorto, vigilava e sollecitava i lavori, sotto il tiro delle batterie nostre trovava spedienli ad ogni bisogno; e accelerati i preparativi, scopriva là formidabile artiglieria, per qmltro giorni fulminando le mura. Aperta la brecrh p esso Codalunga, si cominciò l'assalto, ma la prma volta invano. Sfolgorati dalle artiglierie francesi di nuovo i bastioni, Tedeschi e Spagnuoli a gara vi salirono, e vi si piantarono, ma i Veneziani ritirandosi brillarono una mina, che mandò in aria assalitori e difensori. Questi ne pigliarono coraggio: quelli il perdettero : fra i collegati cominciarono i dissensi, e si dovette levar il campo, e ricondursi scompigliali a Vicenza (3 ottobre).

Venezia, salvala dal pericolo, doo seppe esser generosa nel perdono: e i nobili padovjni punì d'esiglio, di carcere, fin di morte; molli gli sbanditi, molti i fuggiaschi di cui si vendettero i beni; severa la vigilanza per reprimere le ardite speranze, sicché periva il fiore delle famiglie padovane. Poi il tempo ca'mò i dispetti e le vendette; Venezia munì Ja ciltà con valide mura e 20 baluardi, disegno del Sammicheli, e si cattivò gli animi col placido governo e colle larghe concessioni.

Eccetto questo breve e funesto episodio, Padova e il suo territorio stettero quasi quattro secoli (1405-1797) sotto la dominazione del leone veneto, non migliore, non peggiore delle altre di quel tempo, e che, come tutte le dominazioni, può lodarsi e vituperarsi secondo il punto di prospetto, o secondo i fatti che si prescelgano da riferire o da tacere. In Padova duravano, com3 avai.ti la conquista, il consiglio maggiore e il minore, che coi deputati, tutti nobili padovani, coi collegi de' giudici e notaj, e cogli altri ufficiaii subalterni, scelti fra1 cittadini, governavano la ma-ijmfka citili, ne amministravano i beni, e ogni 5 anni eleggevano un nunzio nobile, che stabilmente a Venezia rappresentasse e tutelasse la città. Da Venezia vi si mandavano un podestà e un capi ano, patrizj, che duravano 16 mesi, e spesso erano prorogali. Al primo spettava l'amministrazione forense, all'altro la militare; supplendosi a vicenda quando impediti: e attenevansi alle istruzioni che, n ^rinvestirli, dava loro il doge per iscritto. Il podestà

Illustra?, del L. V. Voi. IV.

19

menava seco un cancelliere e quattro assessori, di cui uno fosse dottor in legge e facesse da vicario, gli altri giurisperiti. Il capitano conduceva un cavaliere ed altri per sopraveder alla quiete. Il fisco era ministrato da due camerlenghi.

La Serenissima deputava altri patrizj come podestà a Monselice, Este, Montagnana, Piave, Camposampiero, Cittadella, Castelbaldo, detti distretti maggiori. Ne'dislrelti minori di Anguillara, Àrquà, Conselve, Mirano, Oriago, Teolo, dal consiglio maggiore inviavansi dei nobili padovani col titolo di vicarj; e lutti dipendevano dal podestà e dal capitano.

Vigevano ancora le antiche leggi, raccolte nello statuto del 1276 e in quello del 1362, riformato nel 1420, e che avevano i pregi e i difetti degli statuti, A sentirli, nessuna lite avrebbe potuto durare più di 2 mesi, e gravissime multe ai podestà che le protraessero: eppure i soprusi de' giudici e notaj, che avvicendandosi gli uflìzj ogni quadrimestre, voleano prolungarsi i lucri, sapeano farle durare anni ed anni. Feroci le pene, e mostruosa la procedura criminale, non solo uccidendosi ma straziandosi in pubblico i ribelli, gli assassini, i ladri sacrileghi le infanticide, delle quali talvolta il cadavere era squartato, e i brani appesi alle forche fuor delle porte. Facilmente invece condonavansi gli omicidj per risse o vendette; oltreché la protezione de1 nobili produceva spesso l'impunità o la remissione della pena. Altre pene erano i bandi, la relegazione ne1 forti di Palmanova e di Legnago, le galere.

Molta gente e molta vita attirava a Padova l'Università ; Venezia, abolito lo studio di Treviso, avea decretato che in niun'altra città fosse permesso l'insegnamento scientifico : ma l'aver vietato che i Veneti andasser a straniere Università, indusse altri paesi a vietar che i loro venissero a questa. Nel 1493, dogando il Loredano, era staia collocata in più degno luogo, nel palazzo su cui splendeva il bue dorato (il bò): e che nel 1519 ebbe la decorazione architettonica, qual oggi ancor si vede;

i Noi iGìo Giulio dd Napoli, giovane scapestrato, fuggì dalla palria c dalia famiglia, e commessi per via molti misfatti, giunse ad Anguillara, e quivi dalla chiesa rubo la piscide, m'aftpftt'rttlotifl le ostie consacrale. Arrestalo, confessò senza lorlura. Menalo s'un carro dal pajaazfi della Magione sin a porla Santa Croce, per via fu Impagliato a fuoco dirci volle: indi il bnjft gli tagliò la mano (trilla e glie^'appose al collo. Poi ricondolto alla piazza, vi fu imploralo, indi arso. Sullo la podestarili di Alvise Priuli, dal 28 ottobre 1654 all'I! rttéjigio Hi.f>r>, si pronunziarono più di 100 sciltriftaè criminali, di cui "0 per omicidio, le altre per si u prò o fesioiento: poche ppr furio. In quel l«>mpo orila soli ciiia. v'ebbe 'il! uccisi o 8 annegati Dobbiamo queste notizie ad Andrea di Gloria, autore d'un prezioso lavoro sull'agricoltura del Padovano e d'altri scritti pairj, sopra i quali compiiamo)» io gran parte il presente capilolo.

IL CINQUECENTO

ire palrizj la sorvegliavano; vi si invitavano profossori illustri, fra cui ricorderemo Pietro Bembo, molti delle patrizie famiglie Gortusi, Dotto, Speroni, Mussato, Oddo, Zabarella, Capodilista, Polcastro, Campolungo, Camposampiero, Orsato, Selvatico ed altri, e gli stranieri Pellegrini, Aquapen-dente, Weslingio , Argolo , Liceto , Patino , Galileo ; come qui eb-ber educazione Torquato Tasso, lo svedese Gustavo Banner, Job Ludolfo d'Erfurt, Augusto duca di Brunswich, Alessandro Vili papa, Gustavo re di Svezia, Giovanni Sobieski re di Polonia: Aonio Paleario diceva che la sapienza era raccolta a Padova come in unica sua casa: Stanislao Orichovio la congratulava che fin nella Russia bianca propagasse la civiltà per mezzo degli allievi nordici: Stefano Batori proponeva premj e sti-pendj a'professori di qui che volessero recarsi a Cracovia. Ne restavano allettati molti ad aprir collegi con posti gratuiti, com'erano il Pratense, il Da Rio, il Tornacense, il Campione, il D'Arquà, il Cottunio, il Fcltrense, TEnglesco, il Soperchio, l'Amuleo, il Greco, quel di Ravenna, de'Bresciani, di Santa Caterina ed altri, or quasi lutti estinti.

Non taceremo come in quell'Università, principalmente per opera del Pomponazio, erasi introdotto quel pensar libero, che si velava col nome di aristotelismo, e che non negava le verità rivelate, ma le mettea da banda, discutendo filosoficamente anche delle credenze fondamentali, e fin negandole, riservandosi a dire che, per esempio, l'immortalità o l'individualità dell'anima, l'esistenza degli spiriti, la providenza, la vita postuma, erano assurdità secondo la ragione, ma divenivano indubitabili secondo la teologia.

144 STORIA DI PADOVA

Ne' primi tempi del dora;nio veneto Padova ebbe personaggi di molto grido. Tale Lodovico Scarampi cardinale (1401-65 , che ded cossi alla medicina, poi comandò le truppe pontificie, sconfiggendo il Piccinino, onde fu fallo arcivescovo di Firenze, vescovo di Bologna, patriarca di Aquileja, cardinale, sbaragliò i Turchi presso Belgrado e la or (lotta presso Rodi; l'ènea cni, cavalli, gran corte, gran tavola, gran giuoco, al quale dicono che con re Alfonso di Napoli perdesse 8000 ducati in una notte; ed era il più ricco privato d'' Italia.

Francesco Zabarella (139-14-17) si illustrò in prelature e scuole a Firenze, a Roma, in patria; fu cardinale operosissimo pel concilio di Gostanza, vantato come degno della tiara, e lasciò molte opere, massime sopra le Clementine e lo scisma del suo tempo.

Michele Savonarola, archialro dH duchi di Ferrara (— 1460), stese le Lodi di Padova, e De cegritadinibus a capite usane ad pedes, e il « Libretto di tutte le cose che si mangiano comunemente, quali sorto contrarie e quali al proposito, e come si apparecchiano, e di quelle che si bevono per l'alia, e di sei cose non* naturali » e le regole per conservare la sanità.

Seguitarono altri, noti anche fuor di patria. Giulio Cesare Scaligero (1484 1558). prese questo cognome per vanità di farsi credere discendente dai signori di Verona, ma era figlio di Bordone medico padovano, e diveone uno de' dotti più vantati, sicché Giusto Lipsio lo ponea quarto con Omero, Ipocrate, Aristotele : condiscendenza esagerata, se non era paura. Perocché lo Scaligero litigò con Erasmo, coi Cardano, con chiunque inconirò; parlava d'imprese sue guerresche, fin a persuadersi di averle compite, e nella Poetica, dotta assai, pel primo p^nsò ridur a sistema l'arte de1 versi, con copiosissimi esempj e con giudizj non vulgari.

Marco Mantova Benavides (1489 1582) sta professor di ìeg'ì dal 1517 al 74, e pubblica molte opere di giurisprudenza, consu tato da principi, e cercato a gara per insegnare; raccoglie monumenti, incoraggia artisti, e si fa fare un pa azzo, con magnifica porta dell1 Amannato nella contrada di Porciglia, con museo lodato e con parco; e scrive l'Epitome degli uomini illustri.

Valentissimo medico, Albertino Bottoni, fu dei primi a usare il mercurio nella sifilide, e diligente restauratore della clinica in qu sta Università (— 159t>), e lasciò varj trattati. Emilio Campolongo (1550-1604) scrisse deifartrilide, del vajuolo, de' vermi e d'altri soggetti, con molta lode. Giro'amo C^podivacca, molto adoprato nel contagio del 1576, lasciò un metodo e molti trattati Aggiungiamo Lodovico Carensi, detto il Toseto (1453-1539 , scrisse della lue venerea e d'altro, impressi a Francofone nel 1604. Giunio Paolo de' Crassi, Francesco Fngimelica medico papale

IL CINQUECENTO 145 (— 4^58), Oddo degli Oddi (1478 1558 , gran seguace di Galem, o Mirco suo liglio (—1501), Giampaolo Pernumia, Antomo Gaz;o (1461-1528) buon astrologo. Bartolomeo Selvatico Estense (1533-1G03) valso per giurisprudenza, come ai tri di sua famiglia. Ganfrancesco Capod'iista, professore airUniv-rsità, andò ambasciadore del Senato al concilio di Basilea, poi al re di Francia.

S.cco Polentone fu il primo moderno che scrivesse una commedia regolare in Ialino, Calma, tradotta in dialetto e stampala il I4S2 a Trento. Angelo BeoKo, noto col nome di Ruzzmle, fu salutato pel Roscio deila sua età (1502 42), e applicatosi al dialetto contadinesco, massime a Go-devico, dettò in quello commedie a ppla uditissime, mote delle quali furono stampate e ristampate, ma noi salvar-no dalla povertà.

Aro he Antonio Biuzaoarini (1578 1032) autore di tragedie, rimo in lingua rustie», e il Molando Forslub ò ; Sbradumanie Scorezzù, poesie in lingua rustica padovana di Bertevello dalle Brent- Ile. Marco Guazzo (— 155(5) fu auiore di drammi, tragedie e storie ampollose.

Antonio Ongaro compose r Alceo (1582), di cui si disse non esatti nitro che i' -minia bagnalo, Bernardo Tomilano (1517-7G) scrisse di filosofia e grammatica, e dei chiari oratori italiani. Africo de-1 Clementi die un irat-tato d'agricoltura il572), più volle r.prodotto e tradotto, insistendo principalmente sul proporzionare i lavori alla diversa natura de' terreni» Bernardino Scardeone (1478-1574) illustrò le antichità italiane e gli uomini celebri di Padova., Gaspara Slampa, non riamata amante del conte Coltoli© di Treviso, fu assomigliata a Saffo, anche per la dolcezza dello sue poesie.

XIII.

Dominazione veneta. Il Seicento.

E noto che i rettori, spediti dalla Repubblica, tornando doveano leggere *d cospetto del principe una relazione del paese che aveano governato. Dei podestà e capitani di Padova ne stan circa 70 neg i archivj, fin a quella che, il 19 marzo 1793, presentava G.B. da Riva; e il municipio di Padova ha decretalo se ne stampi l'intera raccolta. Del 10 settembre 1533 è una r» Iasione della terraferma di Agostino Da Mula, con un preciso dettaglio delle entrate e spese della camera fiscale di Padova. Una dell' 11 giugno 1547 del capitano Matteo Dandolo, parla disteso de'tumulti degli studenti per

Pelezione dei rettori, de1 professori ecc., e quanto nocessero alla quiete nttadina e al progresso degli alunni, che invece di studiare, univansi fin 3 o 4 cento con archibugi: e come la briga potesse tutto nelle elezioni, dove Teletto, contentandosi dell'onore, cedeva lo stipendio a chi Pavea fatto nominare. Ricchissima di particolarità è la relazione del 1554 di Marcantonio Grimani podestà. Ivi computa gli studenti a mille fra legisti e artisti, e che spendano cento ducati per uno {: 25 erano i professori di legge, col salario di 3041 fiorini: 31 quelli di medicina, filosofia, arti, con fiorini 5572, e pagavansi col dazio de'carri e col hocatico, che rendeva 50 mila lire Panno, onde ne avanzava per fabbricar scuole e porre Porto botanico -\ I mercanti di lana spendeano ogni anno presso a ducati 50 mila in lane da tessere, quasi tutto del territorio; e altrettanto in mano d'opera. Della seta cresceva la produzione. Il vescovo avea di affitto moggia 1500 di frumento, più di cento carra di vino, più di 3500 ducati, oltre i mercati delle biade e altre onoranze; in tutto circa 8000 ducati: altrettanto i canonici e mansionari del Duomo,

I cittadini erano benestanti; e da 100 stavano sullo studio. I conladini universalmente poveri e andavano di mal in peggio. L'entrata totale era di ducati 120 mila, computati il dazio del sale e gli altri: di cui 100 mila mandavansi a Venezia, il resto rimaneva a Padova per pagare gli .stipendiati e i reggimenti.

Della relazione di Angelo Marcello, nel 1G58 capitano di Padova, caviamo qualche parte che rìvoli la condizione dell'età pjù tarda e infelice.

« Serenissimo Prencipe. Soggiace quella sua devotissima Città alla per-turbalione de' dissidj fra Cittadini delle famiglie riguardevoli, et l'uso delli sequestri, già introdotto per divertimento dei mali, e divenuto strumento per perpetuare Pinimicitie, per convertire in asili de sicarij le case dei sequestrati •". Io da principio con tutto lo spirito applicatomi all'aggiusta-

1 II ducato veneto corrisponde a lire 3.'!0 austriache, sicché il giro annuo del denaro allora sarebbe sialo di lire austriache 5!j0,0I)0. Ora, prima degli odierni disastri, Padova conlava sin iOOO studenti ; ridottosi poi a l'.'OO. Valutando la media spesa di questi a lire 4, e a 10 ith'Sì la lor dimora in ciltà, se n'avrebbe un'annua di un milione e mezzo di lire.

2 È il primo orto botanico destinato agli studenti di medicina. Lo fondava la Hepub-blica con decreto 31 luglio ÌMa ad istanza di Francesco Buonafede padovano, e sopra disegno di Andrea Moroni da Bergamo. N'ebbe la direzione Luigi AnguiJIara; cui succe-cedelle Melchior Guilandino di Kònigsberg, pel quale nel l!i(i4 s'istituì la cattedra di botanica.

3 Di questa sciagurata frequenza di delitti fa testimonio anche una ducale del doge Domenico Coniarmi, che il VI luglio IfitiO, scriveva a' Rettori di terraferma: « Sovrabbondano in tal modo i delitti in ogni parte dello slato nostro, e sono così frequenti et in numero gli omicidj, le stragi e le dissoluzioni delle famiglie intere, che i sudditi buoni, non sicuri nelle proprie abitazioni, chi amano protezione el assistenze dalla paterna ca-

IL SEICENTO 147 mento delle discordie, conseguii il contento delle paci fra il marchese Obici, et Lodovico Dottori, et fra le Case Frizimelega, Dotta et Zabarella: ma altri rimasero inflessibili alla bramata compositione, et però ad espurgare le Città Sudile, tali'bora il compenso di qualche lontana relegatione degli ostinati sarebbe molto fruttuoso.

« A Padova le fatlioni dei prepotenti distribuiscono come più loro compie li vantaggi del Consiglio di quella Communità, et da una secreta radunanza di sedeci instituila senza beneplacito della Serenità Vostra, et lasciata praticare contro le regole di buona politica et l'uso delle altre Città sudite, senza la participatione et intervento dei pubblici Rapre-sentanti, si delibera de gli interessi universali, con usurpatione della facoltà propria di quel Consiglio. La corrultella è slimabile et da non essere tolerata.

« Di grand'afllittione a'quei sudditi è il disordine che tulli non socom-bino con giusto equilibrio a portare il peso delle gravezze, et che molti sollrahendosi dal pagamento dovuto, a gl'altri sia addossata la portione del loro obligo, di che chiara si ricava la prova da quello, che la Ciltà la quale, non havendo entrata, riparte tutte le publichc impositioni sopra l'estimo de particolari, non resti debitrice al pubblico, et delle colte 4 imposte Rabbia da riscuotere lire G77528.

« Gravi pur sono li disordini in quei Monti di Pietà, intacali de Lire dusento mila in circa, et in quelli Hospitali et scole, perchè non sono essequite le regole à loro buona direttione instituite, et però, mentre non siano con estraordinaria pesante maniera corrette le trasgressioni, si ris^ sentiranno sempre maggiori li pregiudilij.

« A quella già famosa Cavalarizza "J manca la diretione in guisa, che il frutto di essa nè per Pamaeslramento de Cavalieri, nè per la scola de Cavalli più non corisponde all'antico suo decoro, et al dispendio de lire quattro mille novecento sessanta annue, che Vostra Serenità le contribuisce.

nià uVI Principe per necessario suffragio di quiete c libertà. Derivano principalmenlp r°M mali dalla confidenza che hanno i delinquenti non meno a commetterli, che a sollevarsi facilmente et in breve tempo d'ogni bando ancorché grave. Poco o nulla lor rileva che, commesso il misfatto, se ne formi subilo il processo: che dal consiglio de'X v<mga impanila |;) propria autori là ; che le sentenze segnino piene c vigorose, se, con 'a Via (bile voci e mollo più con quella delle chiamale ogni terzo anno del banditi; lutto svanisci» io semplice apparènza,, che niente stringe e tutto fomenta» nuove c più strano d*Un(j'nénssi(. eco

4 Tasse sui beni slabili.

8 S intende hi celebre accademia Delia, suffragata dall'erario veneto! Vi s'insegnavano gli esercizj cavallereschi alla gioventù nobile padovana, non per solo lusso o spasso, "M per Uaine abili ufllziali delle milizie terrestri, nelle quali era vietalo il servire al pa-irizio dominante.

148 STORIA 1)1 PADOVA

Il celebre studio di questa ciltà con le forme della primiera sua in-stitulione negli andati secoli produsse huomini in tutte le scienze così eminenti, che meritamente lo guadagnarono l'antianitì della gloria sopra ogn'allro. Sono di presente forse più numerosi li Dottorati, ma non si gode florida, come per ['addietro, la produtione de soggetti così ins gni, che universalmente col grado di maggioranza fra dotti facciano rissuo-nare al mondo il nome d'esso studio. Non so se ciò permetta il Signor Idd'O, perchè si sia in alcuno tolerata troppa libertà nella professone di massime miscredenti, ovvero che ciò segua perdio vi sia stata mutata la maniera del leggere, con la perdita a'studenti del henelilio delle Leitioni metodiche, che scritte da essi gì"istruivano perfettamente del e materie, il che già qualche tempo non seguendo c, con spiacere in pariirolare delle Nat oni Estere, portano elle fuori voci disavantagiose all'antica fama dello studio, che è causa vi vada mancando il concorso. Questo poi resta certamente molto pregiudicato dalla soverchia libertà a1 Scolari permessa, perchè è accresciuta à segno la prosontione Scolastica, che ogni suo capncio vuolo sodisfare. Sò che nella gioventù è compatibile il corso naturale di qualche vivezza; ma gl'estremi sono vitiosi, et la publica prudenza deve considerare esser perniile troppo danosa a tutto lo Stato della Serenità Vostra il lasciare che li figliuoli vengano a Padova ad ha-bituarsi a non riconoscere nè Principe, nè Legge, come or.linariamente succede nell'insolente impedimento delle Letlioni, nell'uso delle spupille, nell'abuso delle matricole, nella ddattione dell'armi longhe et curte da fuoco, et nella diabolica pratica dei Chi và lì 7 ; eccessi tutti proibiti dalla

6 II governo veneto poneva importanza nell' obbligare i professori dall' Università a parlare dulia cattedra, anziché leggere; e meno ancora dettare. Tale usanza era stala Introdotta dai Gì suiti, quando itti ifJ91, credettero poter insegnare nelle scuole pubbliche che avevano nella casa professa di Padova le materie che s'insegnavano nella Università. I professori tenendo lesi i pr vilegi dell'Università, garantiti dalla bolla d'oro, che la Signoria veneta accordò al lampo della dedizione di Padova, ricorsero al Senato, che fece loro ragione, volle mantenute le leggi e i falli; e proibì sopratullo il detiare la lezione. Il 7 novembre 1392 un decreto del Senato proibì ai professori anche l'uso della carta scritta davanti.

7 Le spupille era un regalo clic gli studenti erigevano dalle fanciulle che andavano a marilo. Delle matricole abusavasi per introdurre merci senza pagar gabella, e portar armi. Gli studenti violentemente fcrmavan i viandanti colla intimazione: Chi va là. La Serenissima avea conservalo gli antichi privilegi all'Università, e datone di nuovi, non sempre opportuni. Tal era il permesso che gli studenti porlasser l'archibugio di giorno : ««si facilmente l'estendeano anche alla nolte, e non essendovi illuminazione, molliplica-vansi debiti, risse, uccisioni, su di che son frequentissimi i lamenti, i richiami, i decreti. Nel 1611 ci fu baruffa sanguinosa entro la stésse Università. Sopra la scuola d'anatomia leggesi ancora: • con decreto dell'ecc. consiglio dei X dei 7 giugno H>57 fu bandito G. B. Touesio per haver prodiloriamenle assassinato el inteifetto il dottor Guido Antonio Albanese lettor pubblico per ingiustissima et iniquissirna causa del pro-majori havuto nel suo dot-

IL SEICENTO 149 Serenità Vostra, et nondimeno scandalosamente praticali, con pregiuditio non meno del publico decoro, che della quiete della Città, et ben spesso con ecidio dei medesimi Scolari, nelle contrade de quali è sostenuto che non capitino oflìtiali della Giustitia , et però sono fatte securo ricetto di malviventi, che all'incauta gioventù suggeriscono pessimi costumi, et con disturbo et mortilìcatione de buoni, sempre più cresce la dissolutezza, cui però sarà propria un'a buona purga et riforma, che riguardi all'honore del Signore Iddio, che riordini le sperimentale forme à studenti più fruttuose, et che con l'osservanza delle leggi ravivi l'obedienza, et mantenga la modestia.

« Ornamenti riguardevoli dello studio sudctto sono Phorto dei semplici, et la publica libraria: quello da me rittrovato incolto con la casa del Lettore cadente, liò fatto rinsarcire con l'aggiunta ad esso di molte piante, et anco d'un giardino. La libraria da molto tempo in qua nulla e avanzata, benché con l'assegnamento fattogli nella sua instiluzione l'anno 1631, di due scudi per ogni Dottorato, et per l'ingresso d'ogni Dottore in qualunque Collegio, dovesse essere sino a questo tempo molto accresciuta .....

« L'annua entrala della Camera fiscale sarà de Ducati cento e cinquanta mille in circa, che si cavano dalla rendita dei Datij più et meno secondo che si assiste à divertire il pregiuditio delle fraudi de' contrabandi. Io ho havuto fortuna di accrescergli lire nonanta mille a benefico di Vostra Serenità et crescieranno di vantaggio, mentre vi sia conti-covata l'assistenza d'accurata protetione.

« Nel Dacio del Bocadego 8 il publico è stato di mollo prigiudicato, così col lasciarne l'amministratione al Territorio, come col darlo all'attuale Condutore, et li poveri ne rissentono inlolerabile aggravio, essendo in più luoghi obbligati à pagare più del doppio del ragionevole; onde, per le ragioni già considerate in mie lettere, sarebbe di molto solievo a'poveri medesimi, et di gran vantaggio alla Serenità Vostra, che detto Dacio fosse ^scosso per conto della Serenissima Signoria, et nella forma in esse lettere raccordata sarebbe sicurissima l'esatione, et il publico ne ricaverebbe rendita sopr'abbondante all'occorrenza della Cassa dello studio, cui resta destinato, nè più li Lettori havrebbero a provar difficoltà nella Confato ». è curioso a vedersi Ottaviano Belli, Li scolari: salirà, in cui discorrendo intorno ouor) j o cattivi cosi unii degli scolari, dimostra <jual esser debba la vera vita ecc. Padova, «'squali iù'88. Può raffrontarsi colle satire vivacissime del Fusinalo, che seppe punger gli «colari senza nimicarseli.

8 Dazio consumo di oggigiorno.

Uluslraz. alci L. V. Voi. IV.

SO

secutione dei loro stipendij, per'conio de quali restano creditori di tante migliara de Lire.

t Per redimere dalli correnti rilevanti pregiudilij il Datio della Seda, e per ricavare il raggionevole da quello delle cordelle ,J, il negoiio delle quali in Padova è fatto molto grande, saranno fruttuose le riflessioni dell'Eccellenza Vostra a levare questi maneggi dalle mani delli medesimi negotianti di Seda et di cordelle, che nascondendone la vera quantità, delTraudano gran parte del suo dovere al publico. Dalle informationi portate in tal proposito possono ricavare lumi sufficienti per migliorare il ritratto di queste rendite di più annui migliara de ducati.

« La spesa ordinaria della sudelta Camera è di Lire dusento ottanta cinque mille quattrocento e dieci all'anno; ma frequenti nei correnti bisogni sono gl'obblighi estraordinarij, che vi si impongono.....

« Il territorio Padovano è già noto all'Eccellenze Vostre, esser un giro di cento cinquanta miglia di fertile paese, con sette Castelli et sei Vicarie, che sotto di loro comprendono cinquecento ventinuove ville, ne quali gl'habitanti per l'ultima descrittione ascendevano al numero d'anime cento sessanta sette mille cinquecento cinquanta cinque, che sarà anco accresciuto ,w.

« Non posso tacere l'estrema lacrimabile povertà, in che sono ridotti quei distrettuali. Deriva la loro miseria da più cause, alle quali sta in mano della Serenità Vostra il rimediare, et a scarico della mia anima, io devo dire che l'interesse publico et la carità dovuta verso sudditi devoti et ubidienti obliga a provedervi.

t Quello che più gravemente afilige li medesimi sudditi è la moltiplica-tione delle gravezze, che le sono accresciute ottanta per cento sopra l'importare delle publiche ordinarie et estraordinarie impositioni, tanto che dalle revisioni ricavandosi, che solo venti per cento in circa di quello viene cavato da suoi sudditi, provenga a beneficio della Serenità Vostra, resta evidente la necessità del divertimento de gl'eccessivi aggravi] che

9 Nastri. Qui si intende dei nastri di seta.

1« È noto come fra que' molli Gesuiti che, espulsi di Spagna, vennero in Italia, e arricchirono la noslra letteratura, sul fine del secolo passalo, figurò Cristoforo Tintori, il quale in dodici volumi diede un Saggio sulla storia civile, po'itica, ecclesiastica, e sulla corografia e topografia degli Stali della repubblica di Venezia. Descrivendo il Padovano, vi dà l'estensione di ■',:> miglia in lunghezza e 40 in larghezza; piano da per lutto, eccello i colli Euganei, fertile di grani, frulla, riso, vino, acque minerali, canape, gelsi, pascoli per bovini e pecore, e comprende 2 città, l'i terre grosse, 301) Comuni, gran mimerò di villaggi, con 31« mila abilanti. Il distretto di Termini di Padova slendevasi Ritorno alla città con fi villaggi di circa 1000 abitanti. La diocesi nel Padovano condiva 27*2 parrocchie; il vescovo era per lo più insignito della porpora; il capitolo di 27 canonici di sangue nobile, avea da 90 mila ducali di rendila, e aveva dato alla tiara tre papi, Eugenio IV, Paolo II, Alessandro Vili, oltre Clemente XIII.

JL SEICENTO 151 le sono adossati con imposìtioni particolari dal Territorio, delle Communità et delti Comuni, il danaro delle quali viene poi per la maggior parte consumato in male spese.

■ Moltiplicano sempre p'ù li pretendenti che li loro Coloni passino immuni dalle gravezze, et che vietano a gl'OITitiali il capitare nei loro corlivi per l'esecutìone : questa violenza oltre l'ingiusto aggravio a'buoni, che sono poi astretti a supltre al debito de gl'altri, apporta altro perni-niciosissimo effetto, che gl'huomini da bene amici della giustitia et della quiete, vedendo di non poter sostenere con retitndine le cariche dei Communi, per fuggir le brighe vi si ritirano et con la successione d'altri non curanti che delli proprij provecchi diviene sempre peggiore la dre-tione degl'interessi de poveri, et a loro danno crescono sempre maggiori l'estorsioni.

« Non migliorano il loro stato quelli, che si ricoverano per non pagare le gravezze sotto li coperti di tali pretendenti, perchè questi perciò, accrescendogli l'obligo de gl'affitti oltre la loleranza dei luochi, non possono pagarli, et così restano poi anche essi spogli et miserabili.

« Nel far la tansa l« di quel Territorio commessami dall'Eccellenze Vostre, ho havuto occasione di penetrare più nell'intimo et di vedere con sentimenti di dolorosa compassione consumata, et disfatta ogni sostanza di quella pòvera gente, et Vostre Eccellenze ne considerino il riscontro da questo che, dal tempo delle tanse precedenti in qua, siano mancati li due terzi delle massarie 12 che vi erano a quel tempo riilolte, bora in Arsenti ,5, et quelle che vi rimangono, per il più essendo senza animali proprj per il lavoro de Terreni, li prendono a zovadego dalli loro Patroni o da altri, et in ciò è nota l'introdutione d'altra esorbitantissima intolerabile indecenza, cbe finisce di dare l'ultimo crollo alla rovina della stessa povera Contadinanza, perche si ò posto in uso di darle gì' a-nimali a stima con l'accrescimento del terzo di più del loro valore, et °bligo di corisponderne un mozo di formento per paro di usuratico o interesse, et dovendo infine pagare li detti animali, restano li pover'uomini

11 Distribuire il peso delle gravezze pubbliche.

l'2 Case coloniche grandi, poste sopra poderi vasti; nell'uso presente, massaria vate Podere vasto.

13 Voce perduta. In qualche parte della Venezia vive l'equivalente pisnenti Sono I Pigionali di campagna, che usciti dalle masserie, fanno casa da loro, non di rado i proprie-'arj incauli per un lucro temporaneo, affittando i poderelti a prezzo fortissimo, hanno diviso i poderi vasti, e questi pigionali, costrelti a fare i braccianti per mantenersi, sono l'elemento del proletariato agricolo pessimo e pericoloso.

, Il zoimdego (jugaticum) è un contralto di comodalo o prestito a uso di animali bovini. Chi li riceve deve pagare o frumento, o denaro, o mantenere almeno per due anni un vi-tallo da latte, Pulite del quale è tutlo del prestatore. Le leggi venete proibivano tale contralto come feneratizio.

disfatti d'ogni havcre, sicché Dio tenga lontana una strettezza de viveri: non havendo più li Contadini sopra che assicurare il sovegno che le sia necessario, crescerà loro la difficoltà di ritrovarne a segno che gran parte di essi o periranno dalla farne, o saranno costretti abbandonar il paese.

« In tanto altri, che mirano scansar a loro coloni il pagamento delle pu-bliche gravezze, per deludere Pesecutioni, che per le medesime siano mandate hanno inventato due scampi, Puno di farfare Passicuratione di dote alle loro mogli, l'altro di fargli per debito al Patrone riporre ogni cosa loro sotto bollo; con queste forme ho veduto rendersi inutili Pesecutioni mandate fuori in particolare per il debito delle tanse de gl' anni passati, per le quali resta alla Camera da riscuotere molte migliara de ducati, et non si è trovato che levare a debitori.

« Io, per divertire il danno pernitiosissimo della perpetuità dei Ministri nei maneggi del Territorio, ho fatto conoscere al Consiglio di esso la necessità d'interompere quella continovatione, che diviene patronia ** pre-giuditiale a suoi interessi, et vi ho proveduto col prescrivere alle cariche importanti la dovuta contumacia 15 ; sarà salutifero a sudditi che Vostra Serenità la faccia pontualmente osservare.

« Fu da me espurgata la Communità di Cittadella dalle ladrarie che la tenivano oppressa, et solevatala da debiti: fattigli restituire li beni suoi patrimoniali, di che era stata spogliata, l'ho restituita in ordinato buon ordine di governo.

« Lo stesso dovevo fare a quella espilata Podestaria, et ad altre ancora in essecutione di commissioni di Vostra Serenità; ma P occupatone di tanti altri affari della Carica, li cavillosi subterfuggi con quali li tristi, ingannando li Magistrati di qui, si profittano del braccio della loro autorità ad interompere, ritardare et impedire le sodisfattioni della giu-stitia, il solievo de gl'oppressi et l'adempimento delle paterne delibera-tioni delPeccelentissimo Senato, me l'hanno impedito.

« Però non sperino l'Eccellenze Vostre che il Capitanio di Padova con lant'altre incombenze, col contrario d'haver continovamente a disputare con li magistrati di qui, assai facili a sostenere la protettione de rei, possa giovare a rimettere pel desiderabile buon ordine il governo delle cose publiche et de poveri sudditi, così bisognoso di un buon radrizzo che niente più, et cadauna dell'Eccellenze Vostre, ch'habbi sostenuto reggimenti, deve ben conoscere questa verità.

A purgare l'infettione de gl'abusi, a consolare li sudditi, a rimovere le violenze che divengono tiranniche, et a rimmettere nel dovuto rispetto

44 Padronanza.

lì> Intervallo; in cui, dopo esercitata una magistratura, non si può riassumerla.

IL SEICENTO 153 le pubbliche prescriltioni, è necessaria un'autorilà libera et superiore a gl'intoppi de cavillosi subterfuggi; et però sarebbe stato desiderabile, che rEccellentissimo Inquisitore <fi avesse potuto fermarsi in quella parte a provvedere a tanti bisogni, che devono essere a cuore della pubblica carità!

« Di quella militia dè Bombardieri 17 nella Città, et Ordinanze nel Territorio è noto a Vostre Eccellenze l'attitudine che mai migliora per la poca inclinatone di quella gente alla disciplina militare, et però di poco frutto per il publico servitio riescono le molte spese, a che soccombono li Territorij per gl'esercitij delle Mostre che portano aggravj rilevanti.....»

Pure si sarà detto che il tempo correa felice perchè pochissimo si pagava. Il censo era diviso in tre corpi, città, clero, territorio, che spesso erano in lite fra loro: e non esigevasi che un soldo ogni centinajo di rendita: aggiungete le imposte, dette alloggi, lame, dadi, sitssidj, ecc. Quest'ultimi variavano secondo i bisogni, or cento, or ducento, e sin 400 mila ducati, ripartiti fra tutta la ierraferma. In casi di guerra, le Provincie facevano offerte spontanee.

Dalle imposte de mandato domimi, che oggi diremmo erariali, non davasi esenzione veruna, neppure pei possessori de'beni carraresi, non registrati nel censo; scarsi i dazi; molti i debitori, che di rado erano colpiti di confisca. Nel 1789, con decreto 30 aprile, si abolirono le varie imposte, riducendole a gravezza ordinaria, gravezza temporanea, campatici Adige e Brenta; e importavano la prima ducati 57,217; la seconda ducati 4968, i campatici ducati 37,863. Val dunque a dire che tutte le imposte erariali sulla città e provincia sommavano in un anno a poco più di ducati 100 mHa, non contando i dazj.

Uomini levavansi solo in caso di guerra, e per lo più era lecito redimere a denaro; al 16 ottobre 1649 per tutta la città e provincia si domandarono 1600 uomini, e poteano riscattarsi con 130 ducati per testa.

Ma se poco si pagava, ancor poco ritraevasi dal primo fonte della ricchezza la terra. I coloni, abbattuti dalla miseria, non incoraggiati dalla presenza del padrone, cercavano appena trar quanto bastasse al sostentamento. 11 libero pascolo delle pecore dei Sette Comuni devastava le pianure. Fiumi irrefrenati, vie neglette, decime, torme di banditi e di zingari.....portavano il guasto nelle campagne e l'avvilimento ne'cuori.

Ne seguivano malattie e morbi, agevolati dal puzzo degli stagni, dal

Iti L'inquisitore nei possessi del Dominio veneto era straordinario officio o temporaneo, si recava sui luoghi, aveva autorità di togliere i disordini, praticare riforme, riscontrare ''operare dei rettori, la condizione dei sudditi.

17 Milizie cittadine, d'artigiani; le ordinanze son milizie campestri, di contadini.

lezzo delle vie, dai cadaveri sepolti in chiesa, dalle alte mura attorno alla città e alle borgate, dal fradiciume delle strade, dalla rilassatezza del costume. Pertanto era stabile il lazzaretto, che qui stava fuor porta Portello, poi, dopo la guerra del 1*109, fuor porta S, Giovanni, con chiesa e cimitero. Così ricordarlo frequenti le pesti; e desolataci quelle del 1570 e del 1630. Al I' 03 !a popò'azione della città sommava a 35,463 persone; nel 25 a 31,1)88. Era dunque già in calo allorché scoppiò la peste nel 1629; nel qual anno vVbbe 2996 morti (mentre l'ordinario batteva sui HOO): l'anno seguente 25'6; nel 1631 ben 7878. senza contar quelli che moriron nell'agosto del 1631, quando il male più infierì, e gli ufficiali erano mancati. La città sfji-se 375 000 lire; e fin 14 carri al giorno si richiedeano per tr;sportar i cadaveri, spesso dai becchini (chiamavanli Nctlesìni, come a Milano Monatti) strascinati con uncini, scaraventati dalle finestre ancor semivivi 18 Die* ni 24 mila i morti, forse si esagera come ne'disastri, ma certo nel ruolo del 31 dicembre 1631 la popolazione trovavasi ridotta a 15,613 anime. Nel 1635 era ancora cresciuta a 23,374, ma quel disastro influì fatalmente sulla condiziono italiana, come ognun sa.

Ed è notevole come, al tempo che la miseria cresceva, crescesse anche il lusso. Gii eccessi di questo erano stali ripressi con frequenti leggi suntuarie, ma non toglievano che le gentildonne sfoggiassero abiti e gemme e lascive nudità, e i nobili rialzassero colle parrucche, colle trine , cogli abiti impettiti la nullità della persona. Le Padovane ebber

18 Nuove particolarità sulla peste di Padova ho raccolte nell'archìvio centrale di Firenze dal carteggio dèi Ilóhdelmonti, residente toccano a Milano. Fra altri, il 27 luglio 16!>(1 prima che alcuni francesi, servitori del duca di Roano, incettarono de'ragazzi affinchè andassero a piyliar per gii orti e pei fossi quanti rospi trovavano. Bastò perchè fossero sospetlati untori, e tenuti d'occhio. Un di loro fermossi davanti alla porla del Duomo, e subito cominciossi a gridare che ungeva, onde si fc popolo, e. furiosamente spintolo in chiesa, ctnuser le porle e stettero in guardia. Venner gli sbirri, ma per esser de'gentiluomini del duca di Roano non si osò mettergli le mani addosso, sol facendogli promettere di costituirsi alla giustizia. V'andò egli in fatto cogli altri, e professarono che fa-cean ricerca di rospi perchè credeano con questi si preparasse un preservai ivo alla peslc avendo il rospo tal proprietà, che, morto e seccato al sole, poi spolverizzalo e messo in una pettorina dalla parie del cuore, preserva e da'veleni e dalla peste. Non se ne .fece altro, e poterono passar a Venezia.

Su quella peste son a vedere: Bartolomeo Barbato, // contagio di Padova dell'anno MDCXXX. Rovigo 160 con intagli. Nel catalogo della libreria Volpi è dello «Libro raro e stimabile per le notìzie, ma infeliccmenle scritto •. Gio. Domenico Sala, Preservazione dalla peste, DÌ30.

— Cura della peste, scritta con lingua e rimedj volgari, acciò possa esser intesa ed eseguila da ognuno IflSL

— Medicamento sicuro per guarire il presente mal contagioso, s. d.

Sebastiano Scahabiccio. Vera e naturai descrizione della peste, e modo di preservarsi 16U0.

IL SEICENTO 155 sempre vanto di beltà, e provocanti vezzi ostentano ne'pittori dell'epoca in. I provedilori alle pompe dovoano badare che non si soverch asse e agli 1J maggio 1619 il consiglio padovano decretava che * essendo ne'tempi nostri ridotto el vestir delle donne a tarmine tale, che, se quanto prima con rimedj estraordinarj non gli vien messo compenso, al sicuro sarà la totale desolazione et esterminio della maggior parte d die famiglie di questa povera ciltà ^,fosser vietati i drappi d'oro e d'argento, i ricami in oro, argento, seta, le pelli di lupi cervieri, gibellini, martori, volpi nere; il condurre per via più d'un servo, nè mai con livree di seta: non avesser più d'un filare di perle ai collo e la collana d'oro; nm più di 40 boltoni in tutta la persona, e la cintura d'oro, ma non giojellali; gemme solfanto agli anelli e agli orecchini; ag'i uomini permelteasi la spada dorata, d'oro i bottoni e la medaglia al cappello, nessuna gemma; proibiti i cocchi dorati, forniti di velluto o di drappi di seta, di ricami o disegni sopra seta e sopra cuoi; nè tirati da più di due cavalli in città e quattro in villa. Alle mogli d'artieri vietavansi le pelli fine, i veduti, le felpe, i rasi, sol permettendo damaschi, tabi, terzanelle, ormes'ni.

Frequenti ripeteansi gli spettacoli e pomposi; corse e pallj, massime alla venuta dei podestà e» capitani; affollatissimi i teatri le poche volte che si recitava; in lunghe processioni, le numerose confraternite e le fraglie di arti faceano gara di ceri so.

19 Un francese noslro amico, venendo nel Veneto, credette ritrovar tutte le donne bionde, siccome appajono ne'quadri di quella scuola. Il contrario gli si affaccio dappertutto. Dovette accorgersi che il biondo era color di moda, e procacciavasi ad arie. Il libro curiosissimo di Cesare Vecelli Degli habilì antichi e moderni di diverse parti del monda racconta come le donne di Venezia stessero mollo sulle altane sopra le case, e in terraferma sui terrazzi, esposte al sol cocente, con un gran cappello di paglia in testa senza coppo, detto salano, dal quale lasciavano uscire la capellatura, e ogni trailo la bagnavano con una spugna di certa acqua, lasciandola poi seccare al sole. Che acqua fosse ci è rivelato da un ricellario esistente nella Marciana CI. Ili, cod. 9, dove la ricetta per rimbiondirsi* indica, solfo nero once 6; attinie di feccia e grasso libbre 2; miele buono once 4; tulio ben mescolato si distilli al lambicco; poi se ne bagnino i capelli stando al sole, e mettendovi sopra un po di zolfo. Cito questa sola delle molte ricette a tal uopo.

Le Forciance queestiones anelare l'/U/ale/Jw Potyloiìiensi cive, che ci edesi Ortensio Landò, stampale a Napoli il 153S e più altre volte, furono tradotle or ora in italiano dal librajo Paolelli di Venezia in 1*20 esemplari. Vi si descrivono i gusti, le qualità, i difelli delle donne delle varie città italiane, fra cui alle veneziane s'attribuisce la smania d'aver i capelli biondi e la pelle bianchissima, al che adoperano arie infinita.

20 Pio degli Obizzi (noto nelle cronache patrie per la moglie Lucrezia Doridi Orologio, la quale lasciossi uccidere piuttosto che contaminare, ed ebbe un monumento nel palazzo civico) diede in Bologna una finta battaglia in onore del cardinale Sacchetto; altre in Modena agli arciduchi d'Austria; in Padova un torneo la notte lìi giugno ll»'»ò nello stallone del Prato della Valle, un altro al suo bellissimo castello del Calajo per gli elettori di Baviera e uno per Carlo Emanuele di Savoja. Componeva anche drammi, e li metteva egli stesso in scena sui teatri di Ferrara, di Padova, del Calajo.

Il 20 ottobre KH9 sulla piazza de' Signori, Massimiano Valter cedeva il capitanalo

Ambivansi i titoli. La nobiltà non era impartita al merito, ma otteneasi coll'entrar nel consiglio maggiore, al fbe giungeasi con denari e brighe, facendosi per elezione. La ducale 29 luglio 162G ingiungeva non si facesse nobile se non chi avesse 30 anni, provasse che egli, il padre, l'avo erano nati legittimamente, cittadiui, non artieri, non infamati per delitti, e che da CO anni avessero censo. Il lanifìzio, non che impedire, agevolava il varco alla nobiltà. Ne' bisogni poi della patria concedeasi questa a chi offrisse 5 mila ducati; si sa che 100 mila se ne voleano per ottenere la nobiltà veneta. Il titolo di illustrissimo era profuso, onde si cercava il più raro di conte o marchese, e quel d'eccellentissimo, serbato ai patrizj veneti. I plebei dicevansi spettabili, onorandi, i dottori magnifici, eccellenti, molto illustri. Ne conseguivano i puntigli d'onore e i duelli, trattali come affare di gran serietà.

Dall'Università, che nel 4603 contava. 1400 studenti, era agevolato ai Padovani l'attender agli studj: e molti coltivarono le scienze, fra cut il botanico Antonio Gortusi : il giureconsulto Ottonello Discalzo*; - 1607), Alberti, Al-drighelti, Sassonia, Barisoni, Campolongo,Lonigo pubblici professori; il filosofo Jacobo Zabarella, Jacobo Filippo To-masioi, Giandomenico Sala, Marcantonio Cappello, Carlo Dottori medico amico del Redi : il famoso retore Sperone Speroni 2'-; Giacomo Cavacelo, Enrico Caterino Davila storico delle guerre civili di Francia(1576-163I)nato in Pieve di Sacco, protetto in Francia dalla regina di cui portava il nome, militò nelle guerre contro gli Ugonotti,

che poi nano con sincerità

1 Enrico Caterino Davila.

nato al frappo Silvestro; e la solennità vedesi dipinta da Pietro Damiani in un quadro al ^municipio. Si hanno illustrate a stampa le giostre del 1151)0, 1611, Dl'20, 1023, WVi, 16*8; e più splendido il Ionico dato nel i6i:> da Pio Enea degli Obiz/.i.

21 II monumento di Sperone Speroni è in Duomo con quello di Giulia da' Cónti sua figlia, disegnali da Girolamo Campagna e finiti dal Paliari.

UOMINI ILLUSTRI lo7 e cognizione; discreta arte d'interessare, e molta di dipingere fortezze e battaglie, sebbene scarso di politica : è favorevole alla Corte e ai Cattolici. Ebbe liti collo Stigliani, e in duello lo ferì; governò varie città, e mentre andava a governar Crema, ebbe rissa con un fattore che l'uccise.

Abbiam pure Francesco e Girolamo Frigimelica medici, gli illustri an-Liquarj Oddo degli Oddi, Giovanni Poleni, Sertorio Orsato e Lorenzo Pignoria (-— 1631) che studiò la tavola Isiaca, fe note storiche al Tasso,

esaminò le origini di Padova, scartando il favoloso Antenore; facendo giunte alle Immagini degli Dei di Vincenzo Cartari di Reggio (Padova 1626), vi inserì di belle cose relative alle divinità del Messico, desunte da relazioni allora recenti, e che in parte ora ignoriamo. Isabella Andreini (1562-1604) fu applaudita sui teatri d'Italia e di Francia, bellissima e illibata ; portossi a cielo la sua favola pastorale Mirlilla, e quando morì a Lione, fu pianta da tutti i poeti, ed ebbe una medaglia colla leggenda ^Eterna fama 22.

Padova può anche lodarsi dell'insigne teologo Giovanni Chericato autore delle Età del mondo, delle Discordie forensi e d'altro (1633); di

22 II suo epilalio dice: Isabella Andreina patavina, inuL'er magna viriate prmlita. kone&talis ornamentum, maritalisque pudicitiaj decus, ore facunda, pia, nnisis amica, et arlis scenica? caput, hic rcsurreclionem expectat. Db abortum obnt \ id.junii IfOi. annum a gens 42. Franeiscus Andreinus ÀtééstÙSitìtài poswt.

Illustra:-, del L. V. Voi. IV.

Giacomo Tommasini (1595-1655) vescovo di Givitanova che fece il Petrarca Redivivus, il Parnasus Euganeus, il Gymnasium Palavinum, Alhence Patavina! urbis et agri patavini inscripliones, elogi d'uomini illustri: dell'ebreo medico Rafaele Ralioni (— 1717) e del suo religionario Mena-chem Ravà scrittore moralista: di Vittorio Zonca, che a Venezia nel 1627 stampava il Nuovo teatro di macchine ed edifìzj per varie e sicure operazioni; di Ottaviano Cantù, che fece varie quistioni sul morbo gallico (1699), e prometteva un * Curioso discorso, intitolato Sogno fdosofico-chimico ».

Marcantonio Cappelli sostenne la Repubblica contro l'interdetto di Paolo V, poi ritrattossi, e scrisse De absoluta rerum sacrarum immunitate a potestale principum laicorum (— 1625). 11 padre Achille Gagliardi gesuita fece il catechismo, a sollecitazione di san Cario che molto l'onorava (1535-1607). Giannantonio Magini astrologo, e ottico (1556-1617) die la descrizione d'Italia. Sertorio Orsato, oltre poesie geniali e orazioni, lasciò una storia della patria e i Marmi eruditi.

Monsignor Antonio Querengo

____era in varie lingue uora principale,

Poeta singoiar tosco e latino,

Grande orator, filosofo morale

E tutto a mente avea sant'Agostino (Tassoni).

Carlo Dottori (1618-86), subì bizzarre vicende e molto careggiato alla corte di Vienna, scrisse VAsino in 12 canti, sopra un fatto tra Padovani e Vicentini, pieno d'allusioni ad avvenimenti moderni, ma fu dimenticato come il suo Aristodemo e altre poesie.

Girolamo Roberti Frigimelica scrisse nel ribaldo gusto della sua età (1653-1732), per esempio: La monarchia della libertà, mirabilmente rappresentata nel reggimento dell'illustrissimo signor Angelo Diedo; L'oro divenuto più glorioso del merito, nel farsi procuratore V illustre signor Sebastiano Sorango; Il triregno del merito, composto di croce, porpora e mitra; congratulazione panegirica ecc. e varj drammi e pareri cavallereschi.

Pretendeasi ajutare gli studj colle accademie letterarie, e aveansi gli Anelanti, gli Affettuosi, gli Anditi, i Confusi, i Disuniti, gli Immaturi, gli Opilosojìsli, i Ricoverati, i Sitibondi, gli Stabili, gli Speranti, i Zitodei e che altri so io; società che si radunavano per leggere scritture fatte solo per esser lette a radunati; e beato chi facesse ridere, o facesse stupire col paradosso e coll'epigramma. Durarono poco, eccetto quella de1 Ricoverati, che continuò dal 1599 fino al 1779, quando si fuse colPA-graria, nata poco prima.

' D'altro genere era l'accademia dei De/j, già nominata, istituita nel 1608 dal capitano Pietro Duodo. I socj contribuivan uno scudo ciascuno, col che, e con sovvenzione della Repubblica, pagavansi tre maestri di matematica, equità-

ARTISTI 159 zione, maneggio d'armi, e sosteneausi altre spese. Nel luogo dell'antica cittadella, che or serve alla scuola d'equitazione, tenean le loro riunioni, avendovi spaziosa rotonda per cavalcare, e stanze per gli studj e per la scherma; e frequenti giostre davano per esercizio proprio e per spettacolo del pubblico. Erano tutti nobili, e preseduti da un Prìncipe, concorrevano alle funzioni e alle comparse solenni: dappoi cbber abito uniforme, cioè giubba violacea, corpelto e calzoni color solfo, spallini e bottoni d'argento e spada. La Repubblica ne trasse di buoni capitani d'arme, e perciò favoriva quest'accademia, che durò fin al 30 luglio i80i.

Di tal gonfiezza risentivano anche le arti, volte al barocco e al secentismo; e poiché molto in quel secolo si fabbricò, non solo venner infette le opere nuove, ma guaste le vecchie, o distruggendole o alterandole.

Di Pietro Liberi diamo il ritratto, ch'egli stesso dipinse per la colle-

Pietro Liberi.

zione medicea. Lo Zannetti dice ch'egli tenne tre maniere diverse. La prima nobile e grandiosa; e di quella poche opere si conoscono, quali il Cristo in San Giovanni e Paolo di Venezia: l'altra franca e disinvolta,-pei dot li; la terza leccata, per gl'ignoranti. Lodano il suo Noè a Berr gamo: c nella Salute, le figure di Vicenza e Venezia supplicanti sant'Antonio. Lo Zannetti vorrebbe difenderlo dall'accusa di mala vita; certo abusò nella oscenità delle Veneri e di donne ignudo, molto guadagnò in Germania, donde tornato con ricchezze e titoli di cavaliere e conte visse lin a 82 anni.

Di Tiziano Minio discepolo del Sansovino, conservarsi belle opere in bronzo; Giambattista Maganza pittore, scolaro del Tiziano, poetò anche in lingua rustica (— 1589); Jacopo Montagnana fu elegante disegnatore: più tardi fiorì Domenica Scanferla (— 1763).

Prosperavano invece le arti meccaniche, men gravate di balzelli e di regolamenti. Gli artieri univansi in fraglie che, allorquando venner soppresse al principio del nostro secolo, erano 32: cioè 17 d'artieri, 15 di venditori. Nelle prime erano il lanificio, il setificio, i pittori, i tagliapietre, gli orefici, i falegnami, i muratori, i sarti, i calzolaj, i ciabattini, i fabbri, ibot-taj, i mastella]', i passamantieri, i tintori, gli ortolani, i barbieri; nella seconda beccaj, osti, portatori di vino, pizzicameli, fornaj, farinaj, mu-gnaj, fruttivendoli, offellini, speziali, merciaj, stracciamoli, bovaj, barcaroli. Sceglievan da sè i proprj gastaldi, o massari, o sindaci, o bancali; aveano statuti che contribuivano assai alla costumatezza degli aggregati, escludendo i malvissuti, proibendo le bestemmie e il lavorar alla festa, obbligando a rispettar i capi, intervenire alla messa,' alle processioni, alle funzioni stabilite e alle esequie di confratelli; tutte elargivano limosine, dotavano zitelle, davano somme al Monte di Pietà, soccorreano gl'infermi e vecchi disoccupati.

D'altra parte vietavano l'esercizio dell'arte a chi non fosse della fraglia; prescriveano il garzonato di 5 o 7 anni; rigoroso esame per passare maestri; vigilavano che le opere dell'arte fosser fatte bene, pei* non iscreditarla, e che non se n'esigesse il prezzo prima di compirle. Così manteneansi la lealtà e il credito; eccita vasi l'emulazione, impedivansi le frodi, seb-ben sia vero che impacciavasi l'attività. Quanto ai venditori, agevolava gli accordi per far monopolio e rincarire i prezzi.

Fuori non si mandavano che panni, ancora ben accreditati, e cerchi da' forestieri e massime dai Turchi. Il resto del vestire lavoravasi qui, eccettuato gli abiti di maggior gala.

Dicemmo come le fraglie facesser ogni anno offerte al Monte di Pietà, che pertanto era in fiore, mentre gli altri istituti di beneficenza eran numerosi ma male amministrati e scarsi di rendite.

Dominazione veneta — Il settecento — I progressi.

Avvicinandosi all'età moderna, sentivasi l'alito del rinnovamento, ed è ribalderia e brutalità il dire che Venezia vi repugnasse. Nessun governo è tristo a bella posta; se alcuni respingono i miglioramenti gli è che non li credono tali, o che vogliono prima vederne l'esperienza altrove. Non è ancor dimostrato che costoro ragionino il peggio.

Sul fine del secolo precedente al nostro, lavoravano in Padova 1800 operaj dietro alla lana con 667 telaj, facendo panni per 800,000 ducati l'anno; 13,000 telaj tessevano cordelle e stoffe, consumando 80,000 libbre di seta e 20,000 di filaticcio all'anno.

Sempre amavansi i divertimenti, e già indicammo quelli che si davano nel medioevo. Il primo teatro vi fu eretto dai marchesi Obizzo verso la metà del secolo XVII, e più volte restaurato. Nel 1738 Maria Adelaide, figlia di Augusto re di Polonia, andando sposa a Carlo III di Napoli, viaggiò incognita finché a Padova spiegò la sua qualità di regina. Per tal occasione si fe gran festa, e straordinario concorso a quel teatro. Il quale poi nel 1825, dal duca di Modena, erede della casa Obizzo, fu interamente riedificato col titolo di Novissimo. La famiglia Tavola nel 1710 n'aveva eretto un altro in via Santa Caterina, che poco fu adoprato. Uno, detto di Stra maggiore dal luogo, o dello Stillone dalla vicina fabbrica del nitro, esisteva nel 1691, quando vi si rappresentò il Maurizio, passando Anna di Toscana per andar sposa alPeleltor palatino. Alcuni socj nel 1748 edificarono il teatro Nuovo presso piazza Forzate. Altre rappresentazioni faceansi verso il 1760 al Prato della Valle, e nel teatro, detto Vacca pel deposito di bovini che vi si teneva in occasione di fiera. Troviamo pure mentovato un teatro Santonini a Pontecorbo, un Pepoli a Codalunga, un Poli in borgo de'Cappelli; come quel di Santa Lucia, il qual sussiste ancora. Nel 1770 si pose un teatro nel Seminario acciocché gli alunni di questo vi declamassero in carnevale qualche azione, e nel resto dell'anno servisse alle prove letterarie e alle scientifiche discussioni, secondo l'epigrafe sovraposta al palco scenico, Imilationiet dottrinai; ed è molto ben dipinto dall'Urbani. Gli odierni son sotto gli occhi di tutti; e noi vogliamo soltanto ricordare come la prima opera di Meyerbeer che piacesse fu Ro-

milda e Costanza, data a Padova il 1818 colla Pisaroni. I Padovani festeggiarono viepiù il nuovo compositore perchè scolaro di Yogler, che aveva imparato da Valotti, maestro alla cappella del Santo, la quale fu sempre rinomata per eccellenti compositori ed esecutori, quali il Calegari, il Sabbadini, il padre Amone di Assisi, il padre Mattei di Bologna, Antonio Calegari (1757-1828) scolaro del Valotti e inarrivabile istitutore, il cui Sistema armonico fu dimostrato dal suo scolaro Melchior Balbi.

L'Università era decaduta dal fiore d'altri tempi, pure la Serenissima cercava giovarla; nel 1739 vi introdusse una cattedra speciale di fisica sperimentale, coperta dal Poleni: nel 44 chiamava Gianrinaldo Carli, poi Simone Stratico a insegnar nautica e astronomia: nel 6& vi ergeva la cattedra d'architettura civile, affidata all'abate Domenico Cerato: nel 69 quella d'ostetricia, e quella di geografia e meteorologia, data a Giuseppe Toaldo, che innalzò l'osservatorio, ed è ancora considerato crea-

Osservatorio.

DOMINIO VENETO t 63

tore di quella scienza. Nel 71 aprivasi un corso di disegno per gli operaj.

Benché nato a Cefalonia il 1731, Marco Carburi ebbe Padova per seconda patria, dove fu chiamato dal senato veneto alla cattedra di chimica nel 1759. Per ben insegnarla fu mandato a pubbliche spese in Germania, in Ungheria, in Svezia a vedere i lavori metallurgici, de' quali spediva relazioni al senatore Jacopo Nani. Là conobbe i principali naturalisti, e massime Linneo, di cui lodò il sistema, riprovando però Tidea che le sostanze saline fossero la causa efficiente della forma cristallina de'minerali terrosi e metallici. Tornato nel 1768, trovava nell'U-niversità ignoti i nomi di Stahl, Henkel, Neumann, Margraff ecc. e la chimica ridotta a qualche operazione di farmacia: presso nessuno speziale rinvenne neppur un'oncia di alcali puro o di acido concentrato ; sicché dovette crearsi tutto il suo corredo. E presto trovò modo di agevolar la fusione del ferro, del che fece applicazione ai cannoni che servirono per bombardar Tunisi; inventò una carta incombustibile per l'artiglieria; conobbe il pregio d'una arena nera, che abbonda al piede degli Euganei e spetta al ferro ossidulato titanato; preziosità fin ora negletta: trovò il metodo d'ottener l'acido vitriolico glaciale, che prima, per mero caso avean incontrato Lemery e Hellot, e i saggi del 1768 si conservano tuttora nel gabinetto chimico dell'Università. Ostinato alla dottrina del flogisto, osteggiò l'innovazione della chimica portata da Lavoisier. Morì a Padova il 5 ottobre 1808.

Di gran giovamento tornò pure l'aver invitato alla nuova cattedra d'agronomia (1765) l'Arduino, che introdusse moltissime piante nuove da paesi forastieri, tra cui il cartamo per tinger in incarnato; l'apocino, dalla cui corteccia filata fece 42 braccia di panno; una specie di canapa cinese, il guado ed altre erbe tintorie; fabbricava aceto e vino, pari ai famosi; inculcava l'uso delle marne; provava l'erba ventolana ed altri foraggi. Inventò un seminatore, che con molti altri fu sperimentato pubblicamente nell'orto botanico di Padova.

Si promosse anche la coltivazione del solano africano. Grande cura si adoprò alla coltivazione della canapa, ricchezza de' territorj di Este, Montagnana, Cologna 1 ; si fissò il modo di macerarla, si proibì l'asportarla, si crearono magistrati a .sopravegliarvi; e lutti (eccetto i più poveri) doveano venderla all'arsenale, che nel 1789 ne comprò 1,072,599 libbre per 87,835 docati; e nel 1793 libbre 1,265,990 per 104,908

i La canapa è il prodotto che più sovrabbonda bisogni della provincia. A confronto del consumo si calcola in un anno mediocre il superfluo ai 1/4 de! frumento VI - <h'l granoturco, 1/1'J del vino, 4/5 della canapa.

t

ducati. In conseguenza accuravansi i concimi, e si proibiva di vender ad altri che a certi appaltatori Io sterco di colombi e la raschiatura delle pelli e delle corna.

Fu pure istituita una cattedra di veterinaria (1774) sul modello di quella di Parigi. Nel 1768 una Accademia Agraria, dove Giovanni Sco-vin presidente dimostrava l'utilità del mescolar terre di varia qualità, proponeansi problemi, faceansi sperienze, suggerivansi metodi e prove-dimenti sui boschi, sul pansionatico, sui dissodamenti. L'Accademia dei Ricoverati esisteva sin dal 1599, favorita dalla Repubblica che le concedette una sala nel palazzo Prefettizio, ma languiva senz'opere o in opere frivole. Nel 1779 fu sciolta, surrogandovi la pubblica Accademia di scienze lettere ed arti, chiamandola figliuola del principato, e incaricandola di co-adjuvarlo coi consigli, fissandovi decorosa stanza, 3000 ducati effettivi d'annua dote, da erogarsi in pensione ai membri e in premj a cbi risolvesse meglio le proposte questioni. A quella Alvise Zanobi offerse 100 zecchini per premiare chi indicasse i mezzi più efficaci per ravvivar il veneto commercio 2.

Dogando il Loredano nel 1757 si fece la nuova facciata all'Università I| e Gasparo Gozzi fu incaricato di riordinar quello studio, assegnandogli 600 ducati l'anno: e quivi moriva nel 1786. La scuola anatomica di Padova era stata un pezzo la principale del mondo ; qui Ilarvey udiva dall'Acquapendente la teorica vera della circolazione del sangue; qui formavansi, per poi segnalarsi nelle loro patrie, Vesalio, Gabriel Cuneo e Realdo Colombo suoi scolari, Volcher Coiter di Groningu, Leon Battista Carcano di Milano, Teodoro, Jacobo, Bonifazio Zwingar di Basilea; Gaspare Bauhin pure di Basilea, Melchiorre Gualandino prussiano, Giovanni Schenk d'Augusta, Ramberto Dodoneo mechleniese, Adriano Spi-gel di Bruxelles, Gaspare Hoffmann di Thuringia, e Maurizio lloffmau» di Àltorf, Giovanni Posthio di Germerseim, Gaspare, Tommaso e un altro Gaspare Barthofini, insigni anatomici danesi, Giovanni Enrico Mei-bornio di Helmstadt, Werner Rolfmg di Amburgo, Giacomo Weslingio di Minden, Giovanni Giorgio Virsung dì Monaco, Daniele Sennert di Wit-temberga, Gianjacopo Wepfer di Seiaffusa. Anche in questa età, accanto a Vallisnieri e Malacarne, il gran Morgagni vi dettò per 56 anni *.

2 Mi rincresce dover soggiungere che la Serenissima non tollerò questo programma, dicendo che non toccava ai privati il mescolarsi dei maneggi di governo. È dunque anteriore ai governi dell'età nostra la smania di voler tutto fare essi soli.

3 Vedi la medaglia commemorativa, che ponemmo a pag. lif, dove per isbaglio e. nesso il dogato del Loredan al 1393;

■i Pietro ToftOKt, Dell'Anatomia degli;anlic!ii, e della tòltola anatomica padovana, 1 »4.1;

DOMINIO VENETO 465 Governando il senatore Andrea Memmo, mecenate del Lodili, fa fatto il Prato della Valle, ornandolo colle statue d'uomini celebri o benemeriti

Prato delta Valle.

Sufi1 influenza della ecuoia anatomica padovana ne'progressi dell'anatomia in Europa; orazione inaugurale del 18'<4, di Fr. Cortese"

A proposilo d'anatomia, Muoni {Collez. d'autografi) pubblica questa lettera, riferibile* all'Università di Pavia;

♦ Illustrissime et Excellenlissime Princeps. Perchè ne la universitade vostra de li artisti et medici del studio de Pavia ge statuto, il quale dispone che ogni anno se babia uno subieclo per anotbomizare , et già sono sey anni passati che non habiamo hauto alcuno, di presente se ritrova ne le mane de Benedicto da Parma, locolenente del signore Hoso a Mencomo, una femina, la quale altre volte hebe la gralia della vita: di novo è capitata ne le mane de M.ro Paulo di Fulperli inquisitore de le strie, il quale l'ha sentenziala per essere brusata sabato che vene. Per tanto dieta Universitade supplica la prefata Vostra Excellonlia se digne permutarge la morte e csneedere una lettera direcliva al dicto locotenente che vogli dare costey ne le mane de uno messo de essa universitade, prestando idoneo favore per condurla, se a luy sera richiesto. Et questo sera utile non solamente a la universitade, ma a luto il mondo. Il che credemo sia do mente de essa Signoria, a Ili pedi de la quale liumiliter se ricomanda

Rector et Consiliare Artistarum et medicorum universitatis studii vostri Papiensis »

Non ha data nò verun altro indizio, e ce troppo a dubitare della sua autenticità. Il Muoni la mette al tempo degli Sforza.

5 È uno spazzo di 23 campi, cioè metri quadrali H!),000, sul luogo dove ai tempi romani esisteva il teatro detto Zaire È disegno di Domenico Cerato. L'isoletla è circondala da un

Ithtslraz. del L. V. Voi IV.

»2

Qui fioriva principalmente la latinità, massime in grazia del Seminario ben istituito da Gregorio Barbarigo, e a cui il vescovo Corner aggregava l'antico collegio dei nobili, fin allora posto a Tresto vicino di Este. Il Vocabolario delle sette lingue, vi fu rifuso dal Forcellini, che seguitando il Facciolati, e compito a' dì nostri dal Furlanetto ed ora dal Corradini, riesci il miglior dizionario della lingua latina. Esso Facciolati Jacobo (1682-1709) illustrò classici, tradusse, e fe con poca diligenza i Fasti gymnasii patavini. L'abate Giuseppe Pasini (1687-1770), professore all' Università di Torino e pre etto di quella biblioteca, de' cui manoscritti fe.;e 1 catalogo, compilò il vocabolario tanto divulgato quanto fu divulgata la grammatica latina ejla prosodia di Ferdinando Porretti, anch'esso padovano (— 1741).

Volpi Giannantonio (1686-1766) gesuita, col fratello Gaetano aprì una tipografia, riproducendo opere classiche con annotazioni. Giuseppe Rocco altro fratello (1692-1746) fece il Lalium velus in nove volumi, la Venetia sacra purpu-rata e altre opere molte, malgrado una vita occupatissima. Giuseppe Bartoli (1727-88) come filologo e architetto meritò esser aggregato all'accademia delle Iscrizioni di Parigi.

Si diede al valente latinista Nicola delle Laste incarico di scriver le storie dell'Università, e poiché nulla traeva a riva, venne affidata a Francesco Colle.

anto mio.w zanol1n1

canale, i cui margini portano statue, in verità tutt' altro che belle, ma Iodevolissime pel pensiero, E sono, movendo dal ponte verso le piazze, nel ritinto esterno senatore Antonio Diedo, Antenore, Azone di Prunswich, Trasea Peto, Torquato Tasso, Pietro d'Abano, Pagano Turriano, Arrunzio Stella, Opsicella Trojano, Bernardo Nani, Vcttor Pisani, Lodovico Sambonifazio, Antonio Micheli, Antonio Barbarigo, Domenico Lazzarini, Taddeo Pepoli, Marco Manlova, il Mantegna, Paolo II papa, Bernardo Trevisan, Antonio da Rio, Andrea Recinetense, l'Ariosto, il Mussato, il Tartini, G. M. Memmo , Michele Morosini, Cesarotti, Petrarca, Galilei, Alessandro Orsato, Alternerò degli Azzoni, Secco Polentone, Antonio Zacco, Cesare Piovane, Maffeo Memmo, Andrea Navagero, Andrea Memmo. Nel ricinto interno Zambon Dotto, Spermi Speroni, Tito Livio, Girolamo Savorgnan, For-tunio Liceto, Lodovico Buzzacarini, Giovanni Poleni, Guglielmo Malaspina, Giovanni Dondi

DOMINIO VENETO 167 Francesco Boaretti (1748-99) abborracciò molti lavori di diverse dottrine, e tradusse Vlliade in ottave, e altre composizioni dal greco e dall'' ebraico.

Guglielmo Camposampiero, bibliotecario dell'Università e socio di moltissime accademie, fe una preziosa raccolta de'classici italiani, latini e greci, che poi passò i monti, corresse la Teseide del Boccaccio (— 1705). Una raccolta de'novellieri è dovuta ad Antonio Maria Borromeo (172'f-1813) passata anch'essa oltralpi; egli ne avea fatto il catalogo, e qualche imitazione, oltre una cantata in dialetto, Il giuoco delle ombre.

Giovanni della Bella gesuita, professore a Lisbona e a Coimbra di fìsica, varie cose scrisse in portoghese della scienza sua e della coltivazione dell'ulivo (1730-1823). Anioni Rizzi Zanon geografo (1730-1814) vide molti paesi, fu mandato a fissar i confini fra Inghilterra e Francia al Canada, poi diresse il gabinetto topografico a Napoli, producendo eccèllenti mappe.

Giovanni Brunacci (1711-72) va tra migliori antiquarj di quel tempo e lasciò manoscritta una storia ecclesiastica padovana.

Giuseppe Gennari (1721-1800) poeta e diplomatico, fece gli Annali di Padova, e molte memorie sul paese.

L'abate Gaspare Patriarchi (— 1780), amato dall'Algarotti, eseguì un Vocabolario veneziano padovano. Giandomenico Polcastro fu buon filologo, e più Girolamo suo nipote, di cui nel 1832 si stamparono in 4 volumi le opere, fra le quali « Dell'antico stato e condizione di Padova ». L'abate Clemente Sibiliato (1719-95) valse assai nello stile bernesco e nel latino, fu professore all'Università, ma non produsse che cosereìle d'occasione. L'abate Vincenzo Rota (1703-85) abilissimo al violino, unì alla musica e alla pittura lo studio delle lettere, dove l'arguto sentire il pose in frequenti litigi co' criticati; amava l'ingenuità all'antica, e voleva imitare i comici toscani.

Noi, difficili laudatori delle bullonerie, non ci sappiam spiegare gli en-comj dati a Bernardo Bozza (1731-1817) pel noto Panegirico del Bacucco.

Miglior nome assicurossi il padre Angelo Calogerà (1699 1766) autore delle Novelle della republica delle lettere, e della Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici che comprendono 15 volumi, in gran parte interessanti, olire molti libri suoi proprj e traduzioni e opere pie.

dall' Orologio, Antonio Conti, .Iacono dc'Rossi, Gustavo Banner, Gustavo Adolfo re,Matteo de Ragnina, Giob Lodolf di Erfurt, Stefano Gallini, Filippo Salviati, Uberto Pallavicino, Alessandro Vili , Clemente XIII , Canova, Francesco Fanzago, Francesco Pisani, Giulio Pontedera, Nicolò Tron, Francesco Guicciardi, Jacobo Menocchio, Giovanni Sobiesky, Stefano Balovi, Pietro Danieletti, Reniero Guasco, Francesco Morosini, Girolamo Liursi, Marino Cavalli, Antonio Savonarola, Antonio Crispo, Albertino Papafava, Michele Savonarola.

Antoni Conti (1077-1749) fu valente filosofo e matematico, careggiato in Inghilterra dai dotti e dai principi, tanto che Leibniz e Newton compromisero in lui la loro gran lite; scrisse anche buone tragedie, tradusse da diverse lingue e principalmente dall'inglese.

Pasquale Coppin scrisse d'agricoltura e d'economia; Francesco Fan-zago sulla pellagra del Padovano ("1759). Giovanni de Lazzara, cavaliere dottissimo, nulla scrisse neh' ottagenaria vita (— 1820) ma soccorreva di notizie patrie chiunque n'avesse bisogno.

DOMINIO VENETO 169

Di Knips Macoppe (1662-1744) valente medico, son principalmente divulgati i Cento aforismi medico-politici. Jacopo Penada (1748-1828) autore di lodate memorie patologico-anatomiche, volle sostenere che l'Italia è il paese più piovoso di tutta Europa.

L'abate Luigi Guerra (1712-95) molto scrisse di teologia, e ristampò la Bibbia del Malermi. *

Fra i pochi buoni predicatori italiani contasi il gesuita Girolamo Trento (1713-84) molto popolare, e che facea sbigottire colle verità eterne. Buon teologo fu pure Bonaventura Sberti (— 1816) che descrisse « Gli spettacoli e feste che si faceano in Padova ». De1 maggiori orientalisti fu l'abate Antonio Zanolini (1693-1762). Giacomo Zigno, guerriero, tradusse la Messiade di Klopstoch nel 1782.

Fra i restauratori della buona commedia compare Antonio Sografi (1759-1818), del quale vivono ancora ne' repertorj VOlivo e Pasquale, VAmor Platonico, le Convenienze teatrali, il Distratto* Molto si professava obbligato all'attrice Pellandi, e lasciò i suoi libri al Bonfio, attore applaudito. Sebastiano Soldati, autore di molti scritti, sali vescovo di Treviso, e d'Adria Arnaldo Speroni.

L'abate Alberto Fortis (1741-1803) fu poeta, antiquario, fisico, e sommo naturalista. Entrato negli Eremitani di Sant'Agostino, a Roma si educò, poi uscito di convento, pose l'ingegno a lucro, compilando a Vicenza un giornale con Elisabetta Caminer Turra: visitando la Dalmazia (1771 - 74) acquistò celebrità colla descrizione naturale che ne diede. Studiò in appresso varj luoghi del Vicentino e de'colli Euganei °, poi de'monti bergamaschi, della Toscana, de'contorni di Roma, delle Calabrie, delle isole; molte memorie lesse nell'Accademia delle scienze, lettere ed arti di Padova, e amico della solitudine la cercava o a Galzignano ne' colli Euganei o ad Arzignano ne' Berici. Trabalzatone da vicende private e dalle pubbliche, si fe conoscer in Francia, e Buonaparte lo pose custode della biblioteca dell'Istituto a Bologna, àme morì il 21 ottobre 1803. Ebbe vita molestata da invidie e calunnie, consolata da qualcuno di que' pochi che osano mostrarsi amici de' perseguitati.

Vitaliano Donati (1717-62) adoprò la breve vita nello studio della botanica, esaminando l'Istria, la Morlachia, la Bosnia, la Dalmazia, l'Erzegovina, l'Albania, e pubblicò un saggio della Storia naturale dell'Adriatico, ove notava anche i costumi, le tradizioni le malattie, le antichità. Carlo Emanuele III, lo chiamò professore a Torino, e l'incaricò di indagini nelle

W Fra tanti delirj sovra le produzioni fossili euganee, il padre Terzi asserì pel primo un fatto, or riconosciuto dalla scienza., vai adire che sedimenti marini giaciono sotto alla trachite. Vedi Opuscoli scelti, Milano 4795, tomo xvin, pag. 4.

valli della Savoja e d'Aosta, poi dell'Egitto e delle Indie orientali, ma in viaggio mori, con gravissimo danno della scienza. Buon naturalista fu pure Antonio Carlo Dondi (— 1801).

Esteso nome ottenne Melchior Cesarotti, nato il 15 maggio 1730 da nobile e povera famiglia, educatosi in molteplici studj e diverse favelle e divenuto professore di greco e d'ebraico in questa città, idolo della società, dittatore del buongusto coli' arcadico nome di Mcronte.

I progressisti asserivano eh' era tempo di finirla d'imitar sempre i classici, ma invece di tornar alle fonti del bello nuovo, il sentimento e la verità, imitavano i Francesi, e in ciò ebbe sciagurata efficacia il Cesarotti. Per ringiovanir la favella e renderla popolare dicea doversi scrivere come si parla; e dicea vero, ma il parlar suo non era quel del popolo che meglio lo fa, bensì quel bastardume di idee e frasi francesi con terminazione italiana, che s'adopra nel bel mundo. Questa infelice pratica volle ridurre a teoria nel Saggio sulla filosofìa delle lingue, all'italiano applicando le dottrine di De Brosses e Du Marsais, e cosi dalla ciurma grammaticale elevandosi per considerar la favella in relazione con tutto il sapere: ma suggerendo di ravvivare la nostra con vocaboli e forme straniere, regolate però da un consesso di dotti !

Certamente le sue relazioni come segretario dell'Accademia di Padova, di cui fu fatto segretario perpetuo nel 1779, non erano nojose 7, e de' contemporanei giudicò con gusto; ma convinto della propria sapienza, osò lottare coi sommi. Tradusse Euripide poi Demostene e alcuni retori greci, raffazzonandoli alla moderna, e mescolandovi rancide frasi. Peggiore scandalo eccitò la sua versione di Omero, dove, insensibile alle bellezze ingenue e virili di una letteratura primitiva, rimpolpò quella che pareagli magrezza del poeta meonio, tolse quanto urtava ai costumi nostri, alla moralità d'oggi, ai giudizj sociali, ammorzò le vivezze, depresse le sublimi audacie, surrogò la pulitezza alla vigoria, il cerimoniale all'immaginazione: alfine rifece del tutto questa Iliade italiana, formandone una Morte d'Ettore. Lo esaltarono i soliti ciarlieri, distributori della gloria: ma qua se ne indispettiva Paolo Brazzolo padovano, adorator di Omero a segno che undici volte rifece una traduzione, non trovando mai che l'armonia de'suoi versi, pareggiasse quella del cantor d'Achille; avea dapprima consigliato il Cesarotti, poi se gl'inimico come a sacrilego profanatore delle

7 L'abate Denina all'Accademia di Berlino nel 179.1 avea Ietto un diseorso, ove asseriva che Padova, benché fornita d'una delle più celebri Università, non aveva dato nè un grand'artista nè un gran guerriero; e neppur un grande scrittore, da Livio in fuori.

II Cesarotti vi rispose colla Lettera d'un Padovano 1776; e l'abate Bonaventura Sberti con due cataloghi di Altri padovani celebri ne' loro secoli.

\

DOMINIO VENETO 171 bellezze greche ; infine si uccise con un Omero a lato. A Roma si espose una caricatura di Omero, vestito alla francese, con gran parrucca, gran giubba, gran panciotto, da cui pendeano due lunghi ciondoli d'oriuolo, e in mano l'Iliade italiana. Meglio avvenne al Cesarotti coll'Ossian, poeta caledonio supposto con-

Ccsaroitì.

temporaneo delPimperator Caracalla , di cui l'inglese Macphcrson pretese aver dai montanari raccolte le poesie, conservate a memoria. Era affatto impostura? era un raffazzonamento? non è ancor proferito il definitivo giudizio. Ma il Cesarotti se ne impadronì, e colla massima libertà lo tradusse, ornando a suo modo quelle mediocrità. E come avviene, se n'appassionò a segno che ne'discorsi preliminari l'anteponeva a Omero e ad Isaia. E l'Italia andò pazza;Jdi quelle novità, che, se non

altro, cambiavano le altre bellezze convenzionali dell'Arcadia : invece di cetre e Imene e Olimpo ed Ettore e Giasone, ci s'inondò di arpe e nebbie e Fingallo e Cuculino. E queste nuove imitazioni diceansi originalità.

Il Cesarotti campò abbastanza per veder i tempi nuovi (— 4808), e contaminarsi correndo dove correa la folla e inneggiando i moderni Bruti dapprima, poi l'Augusto moderno.

XV.

Gli ultimi tempi.

Perocché venne un momento che gl'Italiani parvero pigliar vergogna del loro non felice, ma pur glorioso passato: lasciaronsi dire dagli stranieri e dai nostri che finora erano stati ignoranti, schiavi, imbolli, che bisognava rifonderci, e far l'Italia. Cioè distrugger il passato. Raccontammo altrove la caduta di Venezia (voi. II pag. 221) certo non generosa, ma men turpe a lei che al vincitore. Padova sentì che diventava repubblica, mentre avea creduto esser sempre stata repubblica: ma le invidie contro Venezia fa-ceano esultare dei danni di questa, e ad impulso del generale Lahoz *, si gridò la repubblica democratica (28 aprile 1797), si festeggiò per un anno, dopo il quale, nell'ignominioso mercato di Campoformio, il liberator francese la vendette all'Austria. Padova fu occupata dal conte Walis (20 gen-najo 1798) a capo degli Austriaci, e sottoposta a un capitano circolare, dipendente dal governo di Venezia. Ma nel 1801, dopo la battaglia al Mincio fra Bellegarde e Brune, Padova si vide occupata dai Francesi (16 gennajo)

ì II costui proclama, dell'8 fiorile anno V, diceva: «Amici, voi foste ingannati crudelmente. Il governo veneto e i perfidi suoi agenti vi hanno fatto prender l'armi. Essi vi han levato ai voslri lavori della campagna, per assoldarvi contro la repubblica francese, amica de' popoli, e che fa guerra porla sola libertà.... Voi non dovete più obbedire sotto qualsivoglia pretesto agli agenti o commessi della repubblica veneta, che si è abbastanza dimostrata nemica de' Francesi; voi dovete prontamente mandar deputati al quartier generale, e depositar le vostre armi nella fortezza di Verona, e denunziar coloro che avessero servito il governo veneto, o che tentassero stornarvi dai vostri lavori, che dovete riprender incessantemente per vivere felici e tranquilli. Se aderite io vi assicuro la pace e le voBtre proprietà; se rifiutate di prontamente eseguirle, io non potrò che considerarvi nemici de'Francesi, e vi farò trattare come tali, ecc.

(LiIMI TEMPI . 173

elie ancor n'uscivano il 4 aprile, dopo averla derubata e concussa come fan lutti gli eserciti. La pace di Luneville la assicurò agli Austriaci, a cui la ritolse poi la pace di Presburgo, per la quale i Francesi occuparono Padova nel novembre 1805. Quo.-to lerritorio formò allora il dipartimento del Brenta, e Napoleone, restaurando vecchie istituzioni, lo dichiarò feudo, tj l'assegnò al generale Arrighi col titolo di duca di Padova.

Or che un'adulazione, sguajata più che non siasi veduta mai, detta scritture che faranno arrossire i figli, e razzola nel passato finzioni d'obbrobrio come di apoteosi, tornò la moda di lodar senza distinzione quanto appartenne al regno d'Italia, cioè alla dominazione francese. Documenti altrettanto opportuni quanto bugiardi sono i rendiconti del ministro delle finanze, dove faceasi cosi splendido quadro della ricchezza d'un regno, quanto desolante doveasi poi esagerarlo pochi anni dopo In quello del 180K e 1806 il ministero diceva, parlando degli Stati veneti: < Le monete eluvi circolavano con un aumento che confonder tutti i rapporti, furono ridotte al loro giusto valore: furono aboliti i molteplici dazj che inceppavano le comunicazioni, e sottoponeano lo stesso articolò a ripetute ricerche e pagamenti: diminuiti i diritti eccessivi di consumazione, per cui il povero pagava il debito del ricco verso lo Slato: soppressi i privilegi, le esenzioni, i vincoli di privativa, utili a pochi, pregiudizievoli all'industria ed al benessere generale. L'Università di Padova risorge; due case di lavoro si fondano; locali e rendile amplissime sono accordate per gli stabilimenti di beneficenza pubblica e di culto: ottocentomila lire per i pensionati; una somma pressoché eguale peri militari in riforma e per gl'invalidi di marina: 25 milioni in beni, ed una rendita di un milioni-é me/zo per gli antichi creditori della zecca e del banco giro. L'agricol-lura e il commercio veneto ringraziano V. M. de'lavori ordinati per le .strade ed acque, dei provedimenti per regolare con basi eque la quota e il riparto della contribuzione fondiaria del porto franco stabilito in Venezia, del movimento impresso alla marina e all'arsenale. Non di ciò paga,V. AL volle ebe nel 18i6 i nuovi suoi sudditi partecipassero alla legislazione, alle cariche, alle dislinzioni degli antichi, senza dividerne in egual grado i pesi. L'imposta prediale degli Stati veneti non fu che di lire 12,250.000: i sali si vendettero a prezzo minoro; rimasero esenti dalla tassa personale e dal contributo delle professioni, arti e commercio. V. AI. ebbe pietà dei mali che afflissero nel 1805 gli Stati veneti, e da cui furono libere le altre provincie del regno ».

I contemporanei non erano tanto persuasi di queste felicità, e sopra-tutlo s'accorgeano d'essere all'arbitrio di militari, che commette a id ogni

illustra?, del L V. Voi. IV.

prepotenza e rubavano a man salva 2. In fatto non appena nel 1809 gli Austriaci si accostarono, ed occuparono dal 25 aprile al 3 maggio, Padova si chiari per essi come per liberatori; lo che valse che i Fran-

2 Quando la pace di Presburgo pose in arbitrio di Napoleone anche le provincie venete tolte all'Ausiri;i, Massena, che comandava in capo l'esercito d'Italia, vi commise di quelle espilazioni a cui era troppo inclinato, e le lettere di Napoleone e del viceré Eugenio son piene di lamenti su ciò. Il generale Vaudoncourt, avverso ad Eugenio, così riferisce :

« Oulre le piIlago d'une grande parlie des magasins saisis sur l'ennemi, les exàelionk selendirenl jusque sur les parliculiers. Des conlribtilions énormes furent frappées sur les villes et les provinces, au prolit de quelques gónéraux. L'auleur, se trouvant à Trieste, vit la délibération et la pétilion des principaux négociants, qui fui présenlée ù Napoléon, à, Vienne, par une deputation cnvoyée à ed ell'et. Il y vit tous les griefs articulés et les noms des accusés; il vit également les réclamalions dii Frioul, présentées au prince Eu-gène par le comte Valvasone, maréchal de la noblesse et ancien ami de l'auleur. Il n'est personne qui ait pu se défendre dd sentiment d'iiidignalion et de douleur, qu'éprouva l'auteur à la vue des exactions de ses concitoyens. Le prince Eugène, gouverneur general des provinces destinèes à ètre réuniés au royaume d'Italie, ne pouvait se dispenser de faire parvenir ces rcclamations ù son souverain , et il le lìt sans observations: elles n'eri exigeaient pas. Ce fui sur celle réunion de plainles et de faits prouvés que Napo-?éon condamna le maréchal Masséua à une reslitution de deux millions et demi; le general Solignac et le payeur general Meny a d'aulres restilutions, et destitua ces deu\ derniers. Les fonds du maréchal Masseria étaienl chez les banquiers Dignami et Vassalli, e Napoléon en ordonna la saisie. Le prince Eugène représenla que la maison Bignami ayant remis des lettres de change pour celle valeur an prolit du dépositaire, cet enlévemeni, ne pouvait se faire sans exposer et compromettre le crédit commercial. Il aurait. fallii mettre le maréchal Masséna en jugement; Napoléon préféra employer la force, et ordonna au prince Eugène de faire l'aire chez MM. Bignami et Vassalli une descenle à mairi armee. La famille de Masséna, et surtout le maréchal, vouèrent mie baine acharnée au prince Eugène, qu'ils accusèrent d'avoir enlevó leur patrimoine. Il est possiblo que Napoléon, pour se debarasser des Irecasseries, ait lout rejeté sur Eugène absenl; mais il était facile de s'assurer du contraire. M. P... , lieulenent-ingénieur-géographe en Italie, passa vers celle epoque ù Pélat-major de Massena, et embrassa, corame de raison, les ai't'ee-tions el les inlérets do son general; c'est à ce motif qu'on atlribue la baine qu'il laisse pèrcer parloul contro le prince Eugène. 11 est a désircr qu'on se trompe, et que celte désall'ection, qu'on ne peut meconnailre, ait un motif plus justeet plus honorable. Quant à M. Meny, quoi qu'en dise l'écrivain des émoircs sur la cour du prince Eugène, il ne fut pas destitué comme dépositaire des fonds de Masséna. L'accusation contre lui par-iait de payemenls faits aux Iroupes en monnaie aalrichienne de billon, lorsque les conlribulions des provinces se payaient en or et en argent. Le billon donne au pair ne pouvait s'echanger qu'avec une perte de 7 pour 100, que supportaient les ofliciers el les soldats. L'auteur, directeur general du pare, a vu payer les troupes d'artillerie qu'il commandait de cette manière, et l'a constatò par procés-verbal ».

Anche Eugenio scrivea a Napoleone: « L'armée du maréchal Masséna a lout pris ; il est sur du moins qu'elle n'a pas laissé une pièce d'or; pas un sequin dans lepays. On ne trouve plus dans les caisses publiques ni dans les bourses parliculières que les diverse* monnaies de billon.... Ce pays a été pressure: il est de fait qu'on n'y a pas laissé une pièce d'or »..

Consta che Napoleone obbligò il generale Solignac a restituire ó«0 mila lire, ."500 mila il pagatore Meny, e Massena 3,700,000, come estorti a paesi italiani; ma non li restituiva a questi, bensi li versava nel tesoro.

ULTIMI TKMPl 175 cesi, ripristinati, togliessero alla città quasi lutto il territorio, aggregandolo al dipartimento dell'Adriatico, e imprigionando molti cittadini In conseguenza, allorché Napoleone vi passò, fu accolto freddamente: del che indispettito egli minacciava guai, se non che lasciossi piegar dal Cesarotti, che Io adulò servilmente nella Pronea.

La forza, arbitra degli eventi, mutò di nuovo padrone a Padova nel 1813. quando cascò in dominio dell'Austria, che la tenne fino al 1848. Allora erano imbaldanzite le speranze al nome di Pio IX, lusingandosi i buoni

d'associar la fede col progresso, la tradizione colTinnovamento, la religione colla libertà, opera alla quale seriamente lavoravano i buoni da venti anni. Altrimenti andò; la rivoluzione di Vienna e di Milano portò anche quella di Padova: il 26 marzo s'insediava il governo provisorio coll'in-timargli: < Il popolo che oggidì vi ha costituito, ha un unico|voto, l'unione italiana. Bando ai municipalismi. La repubblica delle città italiane, qualunque sia per esser là sua estensione, deve intitolarsi italiana; stringetevi i con Venezia, e colle altre città italiane che si son dichiarate libere, onde operar con quelle di fraterno consenso. Viva la repubblica ita-

liana ». E in conseguenza i giovani corser in folla ad armarsi fra quei che chiamavansi Crociati : ma ben presto lo brighe e le gelosie ripullula-

Crociato veneto.

rono : si temette che Venezia pretendesse un dominio sopra le sorelle : proruppero le stomachevoli prepotenze dei deboli ; si accelerò la fusione col Piemonte, quando gli Austriaci rioccupa vano tutta la terraferma e Padova (13 giugno). Quel che ebbe a soffrire, a sperare, a temere, a benedire, a cooperare il sanno troppo i vivi, e l'udranno i posteri quando sieno ces-

DIVISIONE AMMINISTRATIVA 177 sale l'adulazione e la denigrazione, ispiratrici de' racconti e quasi de' sentimenti odierni, tutti misurati sull'esagerazione.

Fermandoci al 58, la provincia,posta fra il 29° 7' e 29 0 54 di longitudine , e il 45° 3' e 45° 47' di latitudine, coli'estensione di metri quadrati geogr. 625, era formata dei distretti di :

 

animo

eslimo di lire

Comuni

parrocchie

Padova

406,362

3,044,382.30

26

102

Camposampiero

32,745

778,675.69

44

32

Cittadella

27,495

796,016.99

40

47

Montagnana

29/190

735,374.98

40

43

Este

43,647

1,458,4*4.52

15

35

Monselice

27,620

683.480.79

40

22

Conselve

23,954

790,940.39

9

46

Piove

20,972

800,387.12

40

30

 

317,882

8,884,692.78

404

267

Si componea dunque dell'antico territorio di Padova a

occidente, della

pieve di Sacco, contado già spettante ai vescovi3, e del castel di Noale, già spellante al Trevisano 4.

3 Già si accennò alla potenza temporale dei vescovi padovani, e come vi succedesse il Comune, al quale si irinraiono i primarj signori della campagna. Anzi, sta nella biblioteca municipale di Udine il documento dell'Il settembre i2iì, fallo a Padova, con cui il patriarca d'Aquileja si obbliga a comprar in questa ciltà un pezzo di terra, su cui farà erigere dodici palazzi, che costino almeno mille lire ciascuno; cioè quattro nella podeslaria presente, quattro nell'altra, quallro nella terza. Inollre farà che dodici de'maggiori cavalieri d<d Friuli dimorino 13 giorni in Padova, seguendone le leggi come gli altri cittadini. In caso di guerra il patriarca la ajuterà con 50 soldati per Ire mesi, e pagherà da/j e imposte come gli altri cittadini. Chiede che i Padovani lo rieevan per amico e cittadino, e ajutino lui e la Chiesa aquilejese a recuperare e mantenere le terre e giurisdizioni.

Piev di Succo, principale dominio dei vescovi, è degna di ricordo perchè vi si fece la più antica stampa in ebraico, cioè net 1178, in aidibus il. Me-chullam cognomini' Kosi, grosso volume di cui è un templare nella biblioteca di Turino; e che precede di quattro anni il Penlaleuco di Bologna, e di alquanto le edizioni di Soncino. Molte edizioni ebraiche furono poi fatte a Venezia dalla stamperia del Bomberg, per cura di Veneti; e vuo'si avvertire che anche la più aulica slampa in arabico è dovuta a un Gre gorio Zorzi veneto, nel 11*14 a Fano, ove eresse stamperia a spese di Giulio II.

■1 l'est e misure padovane ragguagliate al metrico in misura del paese

Braccio da panno è melrj o. 680981: il metro è braccia 1. 468170

• da seta . o. 037514 » 1. 568593

Piede . 0. 357394 . . 2. 798031

Campo are 38. 6*5726: l'are è campi 0. 258s95

Moggio (di 12 staja e 48 quarlaja) ettolitri 3. 478016: l'ettolitro è mojrgia 0 . 287522

Mastello, di 7'2 bozze . 0. 712755 . mastelli 0 403006

Libbra piccola di once 12 chilogr. 0. 338883: il chil.è libb.picc. 2. 950868

Libbra grossa . o. 486539 . . grosse 2. 055335

Della diocesi, già esponemmo l'antica condizione. I vescovi, durante !a dominazione veneta (1405-1797) furono tutti veneti, eccetto Sisto della Rovere cardinale di Savona (1509-17), e il veronese Nicolò Ormanetto (1570-77). Nel 1428 sedette il dottissimo giurista Pietro Donato veneto, decoro del concilio di Basilea: poi Fantino Dandolo (1448), anch'egli nobile veneto e dotto: poi per breve tempo Gregorio Corrado e il cardinale Pietro Barbo, che fu papa Paolo II; indi Giacomo Zeno, autore delle Vite dei papi, e il cardinale Pietro Foscari (1481). Pietro Barozzi, nel 1488, te dipinger la serie de'suoi predecessori nell'episcopio. Dopo il cardinale Sisto della Rovere, e il cardinale Marco Corner, sedette Francesco Pisani (1524), che abbellì suntuosamente la cattedrale, come il suo nipote e successore Luigi Pisani edificò il monastero di San Marco. Trasvoliamo agli altri per venire a Gregorio Barbarigo (1604-95), che cogli esempi e collo zelo cercò instaurare la disciplina ecclesiastica, ai che riuscì dopo vivissimi contrasti; riformò le costituzioni delle monache; regolò e dotò il seminario, che, secondo la mente del concilio tridentino, era stato istituito dall' Ormanetto, e obbligò i parroci a farvi ogni anno esercizi spirituali: Clemente XIII lo decorava del titolo di beato. Il suo successore cardinale Giorgio Corner ampliò le pie istituzioni, protesse gli studj. Molta lode meritaron pure il cardinale Giovanni Francesco Barbarigo (1723), Giovanni Otloboni, a cui nel 1743 successe Carlo Rez-zonico, divenuto poi papa Clemente XIII. Succedono Sante Veronese (1758), Antonio Marino Priuli (1767) che pubblicò la seconda serie dei vescovi di Padova, e Nicolò Antonio Giustiniani, che fece fabbricare il nuovo ospedale a disegno di Domenico Cernito , solennemente aperto il 29 marzo 1798.

Nel 1807 dopo lunga vacanza era stato fatto vescovo Francesco Scipione Dondi dell'Orologio, primo padovano che qui sedesse dopo la dominazione \imeta. Seppe piacere a Napoleone e al papa; ebbe a dare prove splendide di carità nelle sciagure di que' tempi e nella carestia del 1817, lasciò varie opere sulla storia del paese, massime l'ecclesiastica, e regalò al seminario molti libri, e la raccolta delle medaglie napoleoniche, e una lettera autografa del Petrarca a Giovanni Dondi. Gli sottentrò Modesto Farina, nato a Lugano il 1771, che nel seminario generale di Pavia avea bevuto le idee giansenistiche; nel 1800 col Filosofo Cristiano combattè gli enciclopedisti; fu capo divisione al ministero del culto nel regno d'Italia, indi al venir degli Austriaci consigliere di governo a Venezia pel culto, e nel 1820, vescovo di Padova, ove visse sino al 16 maggio 1856; amorevole, dignitoso, bel parlatore, lasciò crede la casa de'poveri, e 4000 fiorini al seminario. Nell'agosto 1857 gli succedette il marchese Federico Manfredini.

FRAGLIE. CONFRATERNITE 179 La diocesi non corrisponde al territorio civile; comprende 321 parrocchie, di cui 13 fra le mura di Padova, 207 nella provincia, 5i in quella di Vicenza, 12 in quella di Treviso, altrettante in quella di Belluno e 23 in quella di Venezia. La mensa è tassata 2008 fiorini, e le rendite se ne valutano scudi 6640. La cattedrale ha un capitolo di 20 canonici, protonolarj apostolici. Il seminario al Torresino basta a 250 cherici.

Un tempo a Padova erano numerosissime le scuole spirituali, o confraternite, talché potea dirvisi aggregato l'intero popolo. Alcune erano cappate, altre non cappate. Le prime aveano oratorio e rendite stabili :;, e principale tra esse quella di San Giovanni della morte, o dei Battuti, destinata a confortare i condannati al supplizio. Proferita la sentenza capitale, essi accoglievano P infelice e gli porgeano le consolazioni da quel gran momento; poi lo conduceano al patibolo, e davano 31 lire al carnefice perchè

10 seppellisse, indi suflragavanlo di messe e preghiere. Vestivan di nero, e nelle processioni aveano preminenza su tutte le altre confraternite; e

11 vescovo e i più cospicui ecclesiastici e magistrati v'erano ascritti. Il secol nostro ipocrito va proclamando l'abolizione della pena di morte, e intanto sottrae ai condannati le consolazioni che un tempo la rendeauo meno feroce.

Le 38 non cappate erano affisse a chiese non proprie. A 500 sommavano le confraternite di tutta la città e la provincia, repubblichette amministrantisi con statuti proprj e proprj magistrati, e per un fine non egoistico, abolite dal secolo nostro in nome d'un progresso, eh'è servitù senza decoro e senza rassegnazione. I bancali, cioè i capi di esse confraternite, eleggevansi ogni anno come nelle fraglie: alle loro adunanze assisteva un deputato civico o un assessore del podestà; nelle deliberazioni non aveano voto quei che fosser debitori alla confraternita, che non avessero finito i 25 anni, o non fossero aggregati da due anni, nè i servi, nè i notati d'infamia. Pagavasi una tassa di buon ingresso, ed una annuale luminaria, nel pagar la quale si riceveva un pane benedetto. Se dopo le spese ci fosse avanzo, deponeasi nel Santo Monte per donarne spose, in cui « il tempo e la dote non rompesser la misura », cioè non avesser meno di 14 anni, nè più di 100 ducati di dote. Imborsate traevansi a sorte colle palle d'oro.

Cinquanta monasteri fra tutto il Padovano: 23 di frati in città 0 e

K Sant'Antonio, Colombini, Crocifisso, II. V. della Cintura, 13. V. del Carmine, B. V. del Parto, Annunziala, Spirilo Santo, Torresino, San Nicola, San Giuseppe, San Rocco, San Giobbe, Santo Nome di Gesù, San Daniele.

6 Benedettini a Santa Giustina; Minori Conventuali a Sant'Antonio; Minimi a San Francesco di Paola; Canonici lateranensi a San Giovanni di Verdara; Cappuccini alla

\

26 di monache ~. II più ricco convento era quello di Santa Giustina*, cui nel 1804 fu calcolata la rendita annua di lire 400,000; di 67,000 al monastero di Santo Stefano. Nei 1663 il clero secolare e regolare possedeva quasi un quarto dei beni fondi della provincia, atteso che reprimo era distinto cosi:

città . . 10762

territorio 3010

clero . . 4310 Nemico delle trivialità, lascio che declami chi n'ha voglia contro Po-ziosagine di questi frati, e ne faccia vanto all'età nostra che vi sostituì i soldati : e ricorderò come molto altendessero all'educazione; tutti profondessero in carità quel che dalla carità riceveano, satollando i poveri, e campandoli dalla bettola, dal lupanare, dalla prigione; e facessero prosperare l'agricoltura più che allora non solessero i laici. Il Sant'Uffizio vi fu sempre moderato, come in tutto lo Stato veneto. In città v'avea 18 parrocchie.

Trasfigurazione presso Santa Croce; Sortiscili a Santa Croce; Filippini, congregazione' secolare, a San Tommaso; Olivetani a San Benedétto Novello; Carmelitani al Carmine; Eremitani di sant'Agostino a Santi Filippo e Giacomo; Scalzi in fondo alla via dell'Arzere; Teatini ai Santi Simone e Giuda; Domenicani a Sanl'Agoslino; Osservanti a San Francesco Grande; Servili a Saula Maria de'Servi; Canonici di santo pirite di Venezia a San Michele; Eremiti atte Maddalene; Mendicanti a San Girolamo nella via dell'Arzere; Crociferi nella via stessa; Osservanti di santa Maria de'Servi a San Paolo di Strà ; Canonici di san Salvatore a Sant'Antonio di Vienna; Osservanti di san Domenico a Santa Maria delle Grazie ; Terziarj francescani a Santa Maria degli Angeli.

7 Uno di Teresiane nella via delle Terese; due d'Illuminate a Santa Caterina e .Santa Maria Mater Domini; uno di Terziarie domenicane a Santa Uosa; uno di Cappuccine alla Presentazione del borgo Santa Croce; uno di Minori Conventuali a Santa Chiara; due di Clarisse a San Bernardino e Sanl'Elena; uno di Eremita a San Bonaventura; uno di Pinzocchere in via Pan Francesco Grande; uno di Agostiniane all'ospizio ,ii Betlemme; Ili di Benedettine alla Misericordia, a Sant'Antonio, a Santa Sofia, a San Piosdocimo, a Ognissanti, a San Pietro, a Santo Stefano, a San Bartolomeo, a SS Agata e Cecilia, a San Marco, a San Giorgio, a Santa Mattia, a San Benedetto Novello, al Bealo Pellegrino, a San Matteo.

Non so di qual monastero fosse quel vecchio Domenicano, che all'inglese poeta Itogers mostrando il Cenacolo dipinto nel refettorio, diceva: «Son i7 anni che io mangio ogni giorno rimpelto a queste figure; e in questo tempo lauti de' mici fratelli son arrivati e partiti, che, quando getto un occhio ai convitali seduli a questa tavola e un altro al quadro, mi sento inclinato a credere che le immagini dipinte e passaggere siam noi. non esse ». (llaly, note).

8 Nel 10'ì'i papa Leone IX, andando mediatore di pace fra il redi Germania e quello d'Ungheria, si badò due giorni in Padova, e in Santa Giustina concionò e benedisse. Ricchissima biblioteca avea quel convento, e il solo catalogo estendevasi in 2? volumi grossi in folio, e si trova ora nella biblioteca, civica. De' manoscritti, una parie fu trasportata nella biblioteca di Brera a Milano, una parie nella imperiale di Parigi.

FRAGLIE. CO.NKHMEUMI'E 1HI Oggi rimangono ili conventi i Benedettini a Pragiia, rimessi nel 1835; i

Pro, glia.

Minori Conventuali al Santo, ripristinati il 1820; i Cappuccini alla Trasfigurazione, ripristinati il 1823; i Riformati a San Giacomo di Monselice, posti il 1837. Nel 1823 si ripristinarono le Eremite francescane a San Bonaventura, e nel 1823 si riunirono le Terziarie di San Domenico

Ulustraz. del L V. Voi. IV. '24

a Codalunga. Aggiungaci le coDgrcgazioni de1 Filippini a San Tommaso, rimessi nel 1821, e de'Fatebenefratelli, stabiliti nel 1824; e i ritiri delle Dimesse alla Beata Vergine, delle Vergini di Santa Croce, di quelle di Sant'Antonio di Vanzo, e delle Zitelle Gasparine alla Trinità, fondate nel 1589. Nel 1858 s'introdusse la società di San Vincenzo di Paolo, formato, come è noto, per la mutua edificazione della carità, e accusala di voler intrigarsi negli affari di chi benefica, e di mestare nella politica. La beneficenza vi è abbastanza proveduta 11.

1» Gli lslituti di pubblica beneficenza in Padova sono:

Ospedale civile, fondalo nel 1420 da Baldo Ronafario da Piombino e Sibilla sua moglie; nel 1778 rifabbricato in altro luogo dal vescovo Giustiniano ; rendita di circa 41,000 lire; maiali circa 300.

latebene fra te Ili. Nel 1824 gli spcdalieri di San Giovanni si collocarono nel convento dello le Maddalene; e attendono con proprj fondi alla cura de' malati.

Esposti. Risale al 1097, e accoglie anche i gettatelli della provincia di Rovigo. Son .irca 300 i" soccorsi; ha lire S0,000 di rendita; mentre ne spende 1!»S,000; ai resto sup-jdendo il fondo del Dominio.

Casa di Ricovero e d'Industria. Fondata il settembre 1821 nel monastero di Sant'Anna, poi per le donne nel convento del beato Pellegrino. Ha la rendila presumibile di lire 42,000, e sovviene 140 poveri per l'industria, 500 pel ricovero; inoltre soccorre a poveri vergognosi con circa lire 8000. È amministrata dalla commissione di pubblica beneficenza.

Ospizio Lando-Correr. Istituito da Marco Landò patrizio veneto nel 1513: e mantenuto dagli eredi coli'assegnata possessione. Provede a dodici padri di famiglia carichi di prole; e oltre il chirurgo e il medico, ogni beneficato ha l'elemosina di lire 202.17.

Orfanotrofio. A Santa Maria delle Grazie, fondato nel 1580 da Sebastiano Giara, aumentalo nel 1199 dal patire Lodovico Gagliardi : accoglie 50 povere fanciulle, colla spesa di lire 20,000. I maschi si annicchiano nella casa di ricovero.

Conservatorio del Soccorso. Per 18 fanciulle pericolanti o pentite, fondalo nel 1813 dal 1 idre Giovan Battista di Chiarano minor osservante, e da monsignor canonico Foretti; si .ilimentano colla carità, e col ricavo de'lavori.

Conservatorio di Santa Caterina. Fondato dal sullodato monsignor Foretti, dappoi vescovo di Chioggia, nel 1837, per educar 52 fanciulle abbandonate, eoll'elemosina e col lavoro.

Conservatorio di Santa Rosa- Posto nel settembre 1813 dal padre Antonio Malucello per allevar 100 giovinette nella religione e ne'lavori femminili, con elemosine.

Conservatorio di Sant' Antonio in Vanzo. Eretto nel 1822 dallo slesso e cogli slessi mezzi, educa da 53 ragazze civili in ritiro spirituale senza voti.

Monte di f'ielà. Sovviene sopra pegno; fu eretto dal consiglio civile nel 136U, e favorito dal b. Bernardino da Feltre e dal vescovo Pietro Barozzi. La media d'un triennio dà pegni 128,000 per lire 1,(528,000.

Cassati Risparmio. Istituita nel 1822; ha investito circa un mezzo milione.

L'ospedale del Santo Spirito era stato eretto in una casa, che nel 1526. Altafiora Montana di Treviso, terziaria di San Francesco, lasciava per abitarvi 12 povere vedove, al cui mantenimento provedeva. Col tumpo decadde, nè più bastò che a tre vedove il ritratto annuo di lire 341 venete; poi fu concentrato nell'ospedal grande. La casa (via del Santo N. 8423-3944] fu comprata dal proprietario dell'attigua locanda dell'Aquila d'oro nel 18V8; e nel ricostruirla si conservarono le lapidi commemorative.

ULTIMI TEMPI |H3 L'Università, al principio del secolo, era ancor frequentala da molti levantini, tra'quali ricorderemo Capodistria e Coletti, operatori potenti della ellenica redenzione; i letterati Spiridione Petrettini, Marco Pieri, Ugo Foscolo, che nel Padovano collocò la scena del suo Jacopo Ortis. Fu poi accresciuta d'edilizio e di cattedre, ampliato il teatro anatomico e ridotto alla luce diurna, messa una cattedra di paleografia (1856) destinandola al Gloria, direttore dell'archivio municipale. La magna aula, disabbellita dall'antichità, fu riaperta il 20 novembre 56, con ornamenti inventati dal Zanolti ed eseguiti dal Tomaselli, e una medaglia centrale allegorica, inventata dal Me-nin, dove la Sapienza raccoglie in uno specchio il raggio emanato dalla Verità, e lo riflette sulle diverse scienze; eseguita dal Carlini, con molti fregi e medaglie, e un giro di stemmi antichi : e si volle conservar anche la rozza cattedra, dalla quale un'incerta tradizione vuol che dettasse Galileo. Il museo di storia naturale ebbe a fondamento quelli del Vallisnieri e del farmacista Zannichelli, nel 1733, cioè 42 anni prima di quel di Pavia e presto crebbe con nuovi acquisti, e viepiù dopo il 1806, quando fu nominato professore di questa scienza il dottor Andrea Renier, a cui succedette il valente Antonio Catullo (1830). Allora ne venner separate le curiosità antiquarie o etnografiche, che dieder origine ad altri musei; si completarono con buon sistema le raccolte, che poi il Catullo ordinò e classificò, v'aggiunse la collezione geognostica , e la raccolta di ittioli ti e fìlli ti del Bolca del Castellini (1841), non inferiore a quella del Cazala, acquistata da Napoleone pel museo di Parigi, e la zoologia fossile ch'egli stesso il Catullo avea raccolta sui monti veneti, e i cambj e i doni che da'suoi scolari otteneva, e l'intera collezione degli uccelli del Veneto.

Qui, dove il teatro anatomico è il più antico d'Europa, fondato da Alessandro Benedetti fin prima del Vesalio, non s'ebbe gabinetto anato-

IH STORIA 01 PADOVA mico fin quando Floriano Caldani vi pose 250 preparazioni, che Francesco Cortese, dopo il 4839, crebbe di tanto. Fu pur cresciuto Torto botanico per cura del Visiani, che delle piante introdottevi die contezza in memorie lette all'I. R. Istituto. Fra esse lodò specialmente il Pinus Paro! il ni, recalo dal Libano dal Parolini bassanese; l'juniperus thurifera, Pjuniperus phtenicca, e la Daphne elisie, dovute al poeta Jacobo Ca-bianca; reupatorium morisii, la ruellia deccanensis, venuta da Bombay, il Clerodendron Manetti, il Teucrium densillorum, TEremostacliys iberica, e la laciniata, la calamintha Flenzlii, il Ligustum Kellerianum e il Massa-iongianum. Fu tenuta in onore la specola dal Santini, come la scuola medica da Comparelti, Brera, Giacomini, Cortese, Benvenisti____la fisico-matematica da Minich, Bellavitis, Turazza, Zantedeschi, Corte..... Ed

è desiderabile che la gioventù vi disimpari i mobili slanci, gli entusiasmi inerti, le indecise innovazioni d'un mondo che sa tutto, ha letto tutto, tutto compreso, tutto giudicato; e che alla scuola della sventura s'invigorisca per conoscer poco ma bene, e voler giustamente e risolutamente.

Il sapere ebbe tra' Padovani felici rappresentanti, tra cui, attenendoci ai morti, ricorderemo Francesco Fanzago (1749-1823), autore di scrittarelli gracili e d'una Guida di Padova: un'altra ne fece Alessandro De Marchi 1858) come varie monografie di famiglia: nel qual campo della storia patria sotto i differenti suoi aspetti è noto come si segnalassero i due Cittadella, il Pasqualigo, il Vedova, lo Stefani, il Gloria, il Menin, il Leoni10.

il» Otre la guida e i libri qua e là citali,.c le monografie possono vedersi: Descrizione geografica, storica e fisica della citlà di Padova « sua provincia. Padova, 17110. Gennari. Annali della cillà di Padova. Passano 180'k Skrtoiuo Orbato. Cronologia do'reggenti di Padova, 4469. Sertobio Ousato Monumenti di Padova.

Saggio dolili spettacoli e delle feste Mie si faceari a Padova, 1768. Brunacci Giovanni. Prodromo della storia ecclesiastica padovana. Dondi dell'Orologio. Dissertazioni sopra la storia ecclesiastica di Padova, 1849 e 1.1. Colli-; francesco maria. Storia scientifico-letteraria dello studio di Padova, 18ììi (valendosi del Riccoboni, del Papadopoli, del Facciolati, ecc.). — Saggi scientifici e letlerarj dell'Accademia di Padova. Moscioni. Origine e vicende della pittura in Padova, 1820.

ToMMASlNUS. Urbis patavina» inscriptiones sacne et profana-, Poi nel !»4 pubblicò quelle

del lerritorio, dale pure dal Salomon! nel 01», Vedova. Biografia degli scrittori padovani. Andrea Coj. Calalogus mss. biblioteca} Seminarj Patavini. Rossetti. Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova, 1780. Brandoj.lsl. Pilline, sculture, archilelturc, ed altre cose notabili di Padova. 170*. Il Raccoglitore, pubblicazione annuale della Società d'incoraggiamento. Topografìa di Rodava, almanacco annuale importante, pubblicalo dal dotlor Filippo

Fanzago.

Di sommo ajuto ò la bibliobca municipale, massime dopo che fu sistemata da Andrea Gloria. Vi si concentrarono i libri e i manoscritti raccolti dal Polcaslro e dal Piazza, che

ULTIMI TEMPI 185 Antonio Pimbiolo Gsico e poeta (— 1824) scrisse, fra il resto, sopra gli effluvj del baco da seta, la qualità del vitto de1 contadini padovani, le acque di Abano. Giammaria Zecchioetti fu lodato per gli scritti sulla febbre gialla, sulP angina del petto, sulPuso della mano destra a preferenza della sinistra.

Domenico Martinati (1774-1855) applicò alla storia naturale, e illustrò il marasso, rocchio delle farfalle, la pavonia major, i costumi degli uccelli, i funghi, fe ricchissime raccolte, massime di nidi d'uccelli.

Antonio Pochini (1786-182!)) illustrò i Monumenti delle belle arti in Parigi, soggetto tristissimo per un italiano ; poi cantò i gigli tornati, e scontentò l'Austria colle sue allusioni.

Il padre Gonzati, interrotto da morte, illustrò la basilica del Santo, come Pietro Selvatico fece della cappellina degli Scrovegni.

Pietro Leopoldo Ferri compi una Biblioteca femminile italiana. Il dottore Nicolò da Rio col fratello Girolamo diresse per 24 anni, e in gran parte scrisse il Giornale della letteratura italiana, che si può dire rappresentasse il lavoro intellettuale del primo quarto del secol nostro. Applicato agli studj naturali e principalmente alla mineralogia, radunò un gabinetto e fe molti scritti, tra cui per la loro materia accenneremo VOrìttologia eugenica, le Notizie ortografiche sopra la Valdagno, i Cenni sopra la geologia, idrografìa, agricoltura, commercio, industria di Padova.

in pochi anni avea potuto raccogliere moltissimo coso patrie e elio votine al municipio. Il Gloria, formandone il catalogo, lo diviso in 14 sezioni; Agricoltura; Antichità e Numismatica; Belle arti; Biografia; Commercio; Idraulica; Pubblica Beneficenza; Pubblica Istruzione; Meteorologia e spettacoli pubblici; Topografia e statistica; Storia civile, divisa per epoche; Storia politica; Storia ecclesiastica; Storia naturale; Miscellanee. I manoscritti del Piazza son (piasi 800, fra cui le iscrizioni della ciltà e campagna non pubblicale dal Salomoni, e raccolte da Giacomo Ferretto nel 1810; le biografie degli scrittori padovani del Gennari ben più esatte che quelle del Padova: la storia della casa da Carrara di Giovanni Boberlo Papafava con cinque volumi di documenti; trentuno statuii delle fraglie o di varie amministrazioni ; le istruzioni e commissioni ai podestà e capitani; ottocento manoscritti storici, fra cui la bolla autentica della canonizzazione di Sant'Antonio del 1232; il manoscritto della storia ecclesiastica di Padova del Brunacci in latino e italiano Vi son le ducali dirette dalla Bepubblica a suoi rettori di Padova dal 1408 al 1797, in 39 volumi. Le genealogie del Papafava Boberto concernono parecchie famiglie illustri d'Italia e son bizzarre le professioni di monache, le quali le faceano trascrivere da vaiolili calligrafi e miniatori, e le tenean appese nelle loro celle-Fra le stampe ha lo slaluto di Padova, impresso a Vicenza il 1482 per maislro La-nardo de Basilea; una storia dell'istituto di Monte Corona, stampata il 15S7 sulle cime del Monte Bua; la Cronaca dell'antica cittade d'Ateste, del quattrocento.

Della Fiammetta del Boccaccio, edita a Padova il 1472, fu comprato un esemplare dal Piazza per franchi 800; il quale possedette pure il Petrarca dell'anno stesso, la vita di sant'Antonio del 147G, la grammatica del Leoniceno, tutte stampate in Padova; anzi son 85 i libri ch'egli possedette, qui impressi avanti il lìiOO.

Poeta e stampatore fu Jacopo Cressini, e di poeti si sa che non v'è parsimonia, com'è certo che a Padova si stamparono de* giornali più cari per spirito, YEuganeo, il Caffè Pedrocchi, la Rivista Euganea, ecc.

L'Accademia continua le sue elucubrazioni, e non infruttifere riescono al pubblico. La Società d'incoraggiamento rinacque nel 1854.

Spetta alla storia letteraria contemporanea e specialmente a Padova, Pier Luigi Mabil. Nato a Parigi il 1752, da parenti ch'erano in istretta relazione coll'ambasciator veneto Luigi Mocenigo, fu portato a Gologna di 5 anni in casa dell'abate Piovini, studiò a Padova poi a Venezia, e arricchito collo sposar una Zignoli di Cologna, si applicò all'agricoltura, e stampò sulla canapa (1785), sui mezzi per diffondere tra i villici le migliori istruzioni agrarie, sui giardini. Trasferitosi poi a Padova per educar i suoi figliuoli, prese parte alla rivoluzione, e venuto nella Cisalpina, ebbe impieghi a Verona, fu ai comizj di Lione, poi professore di letteratura all'Università, dalla quale deputato alla coronazione di Napoleone a Parigi; insegnò eloquenza, poi diritto pubblico interno, infine fu segretario archivista del senato di Milano. Continuava a occuparsi di letteratura, lavorava ne'giornali con Monti, Giordani, Lamberti, ecc. traduceva Cicerone e Livio, popolarizzava lo Stellini nelle Lettere Stelliniane: poi caduto il regno, fu professore di eloquenza a Padova e lodò i nuovi dominatori come avea fatto i precedenti. Giubilalo nel 1825, ritirossi a Noventa, e vi campò sino al 1836. Avea pensato tradurre la Storia della Natura di Plinio, ma si fermò ad un primo sperimento : bensì volgarizzò Fedro, Orazio, Sallustio, Giovenale, la Callipedia di Quillet, oltre un'infinità di poesie ed orazioni d'occasione, con accuratezza e proprietà. Seppe farsi ben volere anche fra tante ire di partiti: servizievole, arguto, amante della conversazione. In un banchetto improvisò questi versi : Cari amici, il dì che nacqui

Al buon Giove non dispiacqui.

Ebbi magro corpicello,

Ma robusto, sano e snello.

Il cervel, tra matto e saggio,

Non fe male il suo viaggio.

Della fortuna nelle varie tempre

Ebbi Palma eguale sempre.

Colle donne, amato amai;

Disamato me n'andai.

In cor gentile, in generoso petto

Ognor trovai ricetto:

A'piccoli ed a1 grandi non discaro

Gustai il mei della vita e non l'amaro.

ULTIMI TEMPI »«7 L'onda di Lete non pavento. Or via Beviam, giocondi amici, Alla salute vostra ed alla mia. Tu degli astanti gli replicò:

Pronto ad immaginar, a scriver colto, Sempre eguale a te stesso, Hai sul labbro il consiglio, il cor sul volto. Ecco in tre versi fatto, Mabil. il tuo ritratto.

Giambattista Belzoni nato nel 1778 da povero barbiere, s'appassionò racconti di viaggi, e fuggito ignudo di casa, giunse a Roma, or vivendo c

Giambattista Belzoni.

188 STORIA 01 PADOVA

giocoliere, or facendosi frate. Ma quando v'entrarono i Francesi repubblicani fuggì in Olanda (1800), poi in Inghilterra e in Portogallo e in Spagna senz'altro corredo che le speranze, e talora non avendo modo a vivere che col farsi vedere ne'casotti, e ne'teatri per le atletiche sue. forme o con giuochi idraulici e di forza. Fatto qualche risparmio, invogliossi di visitar l'Egitto, ove offerse al viceré di costruir macchine idrauliche. Dopo le solite mortificazioni, fu adoprato da Mehemed infelicemente: poi felicemente da Salt console di Francia, che allora scavava antichità in gara col Drovetti. Di qui cominciò la fortuna del Belzoni, che Io portò fino alla gloria. Robusto come un Ercole, sagace, tollerante penetròjnella valle del Nilo, esplorò le mine di Tebe, apprese l'arabo e il copto, e fatto potente sopra quelle popolazioni imbrutite, le ridusse a secondarlo in imprese, di cui furono frutto tante scoperte, e singolarmente quella Mefpic-col tempio di Ellora e del grande d'Isambul ove, oltre i colossi trovò il gran sarcofago d'alabastro, ch'è un de'più belli ornamenti del Museo Brit-tanico; e percorsa la regione de'Trogloditi, penetrò nella gran piramide di Cefren.

Disgustato dalle opposizioni che attraversano ogni bella impresa, tornò in Italia e a Padova nel 1819; cui offrì due statue di granito, che ven-ner collocate nel salone della Ragione, lui compensando con una medaglia. In Inghilterra ricevette prove di stima, e stampò la narrazione delle sue scoperte (1821) con 44 tavole. Forse non scrisse egli quell'opera che, se mostra mancanza di cognizioni e vedute scientifiche, alletta per la verità e franchezza. Incaricato d'un viaggio nel centro dell'Africa verso Tum buctù, giungeva nel Benin, ma il clima micidiale traevalo a morte il 3 ottobre 1823. La patria, al 4 luglio 1827, inaugurava a lui un medaglione di marmo nella sala del municipio.

Giuseppe Jappelli, benché nato a Venezia il 1783, a Padova dimorò quasi sempre, adoprando il suo genio architettonico, massime in giardini, in apparati di feste, tra cui memorabilissimo quello per la venuta di Francesco I nell'ottobre 1815; ove trasmutò in giardino la sala della Ragione. Padova gli deve, oltre il giardino di Saonara (V.la fig. qurcontro) e il Treves e il Polcastro a Loreggia e il Gregoretti a Rosa, il caffè Pedrocchi, dove sì bene i mezzi sono adoprati al fine di simili edifizj. Inoltre il macello, il teatro nuovo, e molti palazzi e case e ville, e avea preparato un grandioso disegno dell'Università, rimasto ineseguito per le solite guerre dell' implacabile mediocrità ; come non furono eseguiti il progetto pel cimitero, e la Loggia municipale nel Prato, da eriger sull'area della bruciata Ca-Mala. Mori nel 1852. Nell'elegante palazzine, ch'egli aveva costruito pel celebre medico Giacomini, furono ora posti nell'atrio i ritratti di questo e .dell'architetto, scolpiti l'uno da Frac-

Giardino di Saponata.

caroli, l'altro da Spazzi veronesi. Buone fabbriche eresse pure il Danie-letto(1756-1822) tra cui la casa di correzione e l'albergo della Croce d'oro.

Antonio Pedrocchi, bizzarro uomo, si pose in mente di eriger un caffè, eome non se ne vedesse altrove. Scavando per far le cantine e ghiacciaie, scoprì marmi, e il popolo disse anche denari, coi quali ajutato, chiese al Jappelli il più bel caffè del mondo. E il caffè fu descritto e delineato molte volte, fu cantato in versi, die nome a un giornale: tutti vogliono averlo veduto: e l'uomo che con piccoli mezzi eresse questo monumento cittadino, meritò una biografia da Andrea Cittadella, come P Jappelli.

Certamente Padova (chi non la guardi in tempo di vacanza) non potrà dirsi decaduta in questo secolo41; e bellissima apparve allorché nel

11 Son noli i g udizj elio sopra Padova recarono i diversi viaggiatori. In altra parie di quest'opera noi avemmo a cilare il viaggio a Gerusalemme di Pieliti Cassola, yli ul-'imi anni del 400. Or egli dice: « Tandem giunsi a Padua, cilade antiquissima ; et come

tUustraz. del L. V. voi. IV.

•iti

1842 vi si radunò il congresso degli scienziati; e festosi concorsi e liete gare vi vedemmo, sia al carnevale, sia alla fiera del Santo, sia^alle corse delle padovanelle. Non volle restar addietro delle altre città in comodi di acqua, di luce, di vie, di ritrovi, di teatri, anche dopo che Tesser suo fu, si può dire, trasformato mediante la strada ferrata, che la ridusse quasi un sobborgo di Venezia. Ed è segno di non ordinario vigore il reggersi bene fra le inenarrabili sventure celesti e terrestri di quest'ultimi anni, e saper ancora pensare all'utile e all'abbellimento. Anche ora vediamo eseguiti o sentiamo proporre miglioramenti alla città; una barriera, dove l'angusta porta che mette alla ferrata più non basta al tanto cresciuto passaggio ; un giardino pubblico, un passeggio fuor di porta o sui bastioni verso occidente. Carlo Leoni fece che iscrizioni concettose ricordassero i luoghi consacrati da avvenimenti o da uomini celebri.

Nel 18o7 si provide Padova d'una pinacoteca, vicina alla sala della ragione, per cura del municipio. Ne furono fondo alcuni quadri che già il municipio possedeva, altri tolti dal palazzo Mussato, e quelli della raccolta Piazza, e poiché le strettezze de' tempi non comportavano di costruir un nuovo edifizio, con sole 10 mila lire s'adattò il palco superiore dell'ala del palazzo verso mezzodì e tramonto, dianzi tenebrosa soffitta. Circa 200 tele provenienti da monasteri soppressi furono ottenute dal governo, altre donate.

Contemporaneamente si pensò raccogliere un museo e una biblioteca. Il conte Polcastro avea lasciato alla ciltà una collezione di libri di valore, aggiungendovi le rarità del Piazza, si disposero in una stanza attigua alla pinacoteca. Già sono 78 i medaglioni, la più parte scolpiti da Giovanni Bo-nazza, figuranti eroi : varie statue, il busto del Barbieri, regalato da lui stesso ed opera del Marchesi: un'umetta in cui si pretende fosse deposto il

volgarmente se bene, fu edificata da Antenore Trojano da noi la deslructione de Troja. È ciltade non che grande ina grandissima. Non so da che procedesse, in vederla non me pigliai simile piacere, come aveva fallo delle altre Andando di qua e di là pei* vedere qualche; cosa, non li vidi palacii nò case fossero satisfacenti al grande nome porla Ira cristiani et alla sua grandezza. A me pare sieno Ire citade, e quando l'homo crede esser di fora, pur allora è dentro; et così al contro. \idi la sua giesia cathedrale; non me parse fossa digna a la grande imlrala. Hano el vescovo e li canonici de dicla giesia. Vidi la giesia de S. Antonio, cosa mirabile et ornalissima, precipue la capei la ove se ho-nora el corpo del dielo sancto. Egli è un bello choro e fornito de stalli bellissimi. Egli è uno grande convento de frali de Santo Francesco, che governano dicla giesia Ila eliam-dio una grande piazza, in la (piale per la signoria de Venezia è posta la statua de Ga-lamelata de marmo a cavallo. Non si potò non laudare dieta citade quando per el studio generale che li si mantene ne usciscono tanti domini singulari e da bene e di tante na-tioni. E assai abuudante quanto a le victua!ie per quello ch'io potè" comprendere ».

ULTIMI TEMPI

191

cuore di Francesco Novello Carrarese: di questo è un busto in ferro, della fonderia Benek e Rocchetti; varie statuette, calamaj; del celebre Cavino i ritratti in medaglioni di Fracastoro e Navagero; tredici bassorilievi del Canova in gesso; diversi intagli in avorio; 40 piatti di majolica delle fabbriche d' Urbino, di Pesaro, di Faenza; e anche di Padova, com'è il pezzo dipinto da Nicolò Pizzolo padovano, scolaro dello Squarcioni. Vi sono le monete e le medaglie della repubblica padovana, de'Carraresi (fra cui il rarissimo zecchino di Francesco, del 1378), della repubblica veneta e de'governi succeduti; sigilli di principi, magistrature, istituti, fra cui il grande sigillo di Francesco il vecchio; lo scettro dei podestà e quello dei rettori del lanifìcio, carte topografiche, disegni, ritratti, incisioni, autografi, stampe in rame d'ogni scuola. Aggiungansi le lapide romane ed etrusche, illustrate dal Furlanelto, e che disposte nelle loggie dei salone, attendono miglior collocamento.

Segue la biblioteca di circa 9000 volumi delle raccolte Polcastro e Piazza. Quest' ultima ha ben 2000 volumi di opere patrie, e ne fece il catalogo il Gloria, diviso in 18 sezioni, come dicemmo. Quest'eccellente pensiero sarà per certo proseguito e fecondato dai Padovani, coll'offrire doni e aumentar ricchezze là dove sì bene son collocate e apprezzate.

Oltre le opere storiche, che già dicemmo ivi accumulate, ad attendere chi ne cavi un'opera degna de' tempi, notevolissimi sono gli statuti del Comune; quello del 1276, esemplare unico, che meriterebbe essere stampato al più presto; quello del 1362 e quello del 1420, più volte edito ma incompletamente. A suo luogo ne demmo un cenno (pag 112), e non crediamo mai abbastanza studiati que' documenti della vita italiana così caratteristici. Da' Padovani, come dagli altri traspare quell'attenzione che i vecchi italiani non allentarono per l'industria, e per mantener la proporzione fra le braccia impiegate e la produzione e la consumazione. Io non dico che que' provvedimenti fossero tutti savj, dico che la nostra superbia prima di deriderli petulantemente, dovrebbe valutarne l'opportunità; prima di distruggerli doveva osservar l'abisso che spalancava del proletariato e del pauperismo, e come sull'orlo di quello avrebbe poi ad arrestarsi sbigottita ed umiliata.

XV.

La provincia in generale e la diocesi

a provincia di Padova comprende 2,053,990.92 pertiche censuarie, estimate della rendita di 11,814,710.77 ^ lire austriache. Fronteggia i territori di Venezia, Treviso, Vicenza, Verona, Rovigo. Da est ad ovest si prolunga per 34 miglia, da nord-est a sud-ovest per 39. A' tempi romani toccava a sud 1' Estense, a ovest il Vicentino, a est TAltinate, e a nord l'Asolano. Il Brenta e l'estremità dei colli Berici disgiungevano i Patavini dai Vicentini (pag. 13). A est i Patavini allargavansi fino alle lagune, comprendendo buona parte dell'Estuario.

1 Da qui innanzi è lavoro del signor Andrea Gloria, ni quale già dicemm pag. 142 quanto andiarn debitori anche per la parte precedente, dopo che ci mancò ii

LA PROVINCIA 193

Nell'età di mezzo, per le stragi e devastazioni dei Barbari, per la rotta dell'Adige del 589, che molti anni disertò gran parte di questo territorio sommerso nelle acque, e per l'incendio della città operato da re Agilulfo, i Patavini ricovrarono alle lagune. A poco a poco nel suolo spopolato dilataronsi i Vicentini fino a Limena, eh' è lungi di Padova 5 miglia e i Trevisani fino a Vigodarzere che ne dista due miglia soltanto. Territorio sì stretto durò secoli, che a riavere il perduto i Padovani dovettero sostenere lotte e guerre nei secoli XII e XIII. Il sigillo del Comune (posto a pag. 9) della seconda metà di questo secolo precisa la estensione della provincia d'allora coli'esametro: Muson, Mom, Alhes mare cerlos dant mihi fines.

Durante la signoria di Venezia, il Padovano era spartito in quattordici distretti, Montagnana, Este, Monselice, Castelbaldo, Cittadella, Piove, Camposampiero, Conselve, Teolo, Arquà, Mirano, Oriago, Anguillara e Padova coi Termini. Correva in lunghezza miglia 45, in larghezza 40, in circuito 150, onde era più vasto che oggidì. La sua popolazione nel 1790 sommava a 320,000, di cui 34,000 nella città, 10,000 nei Termini. A'nostri giorni è più numerosa, avuto riguardo alla minore vastità del territorio (pag. 177). Dai documenti e dagli storici la troviamo decrescente quanto più indietreggiamo fino ai tempi barbarici ; numerosa assai più che adesso ai tempi romani. Dalla numerazione ufficiale, stampata il 31 ottobre 1857, risultarono 308,329 abitanti, di cui 3582 forestieri; 50,703 case, 1215 sacerdoti, 2214 impiegati, 13,068 possessori di terre, 19^7 possessori di case e di rendite, 5441 fabbricatori esercenti industria, 2951 commercianti, 41,216 agricoli, 11.405 mestieranti, 30,928 giornalieri; maschi presenti 152,031. assenti 1253 ; femmine presenti 152,716, assenti 542-: uomini celibi 87,287, conjugati 57,869, vedovi 8128, donne nubili 78,1385, conjugate 57,799, vedove 17,074; maschi dai 14 ai 60 anni 95,553.

Alquanto diferisce il prospetto, edito nel tom. IX deglj Atti dell' Istituto Veneto, compilato dal presidente di esso Ferdinando Cavalli ; da cui risulta: a) che Padova è la più, e Belluno la meno popolata delle provincie venete, avendosi in quella un abitante per 6:59 pertiche censuarie, in questa uno per 19:67; b) che Padova offre la cifra censuaria maggiore per ogni abitante, e Belluno la minore, attribuendosi per media ad ogni abitante del Padovano la rendita di lire 37.97, e del Bellunese lire 9.16; c) che

primo compilatore. Costretto a tenersi ne'limiti angustissimi e prefissi d'una stampa già avviata, il Gloria promette in altro suo lavoro sviluppar più compitamente ciò che qui ha toccato di volo. C. C.

ì L'emigrazione è resa ogni dì più numerosa dalle politiche vicende presenti.

nel dominio veneto di ogni 1000 abitanti 179 superano il cinquantesimo anno, 32 il settantesimo: e il Padovano e l'Udinese esibiscono il numero maggiore di vecchi.

Il suolo inclina da ovest ad est e da nord a sud ; è vallivo ad est

0 sud , piano da per tutto, .eccetto i colli. La trachite (vulij. masegna) forma l'ossatura e la cima di questi, che sono investiti di strati calcarei, spezzati e franti per la emersione di quella. Sinché vi sovrastettero le acque, non isprigionarono i principj volatili; ma ritirandosi quelle e non cessando d'agire la forza vulcanica, questi prevalsero, e ne fanno prova i basalti a Catajo, le lave porose al Monte del Donati, i trappi a Teolo ed Anciesa e le vere correnti a Sieva. Ridotte le acque al mare, sgorgarono

1 fiumi, e vagando senza alvei, depositarono le torbide costituendo la crosta presente d'origine lacustre. Che il territorio nostro fosse ingombro anticamente di vastissimi laghi e paduli lo dimostrano attrezzi da nave e barche che trovaronsi molto sotterra, massime nel bacino di Padova; anzi vogliono alcuni che tanto siensi alzate le deposizioni alluviali, da doversi cercare 21 melri sotterra lo strato primitivo nelle pianure più alte, e 4 in 5 nelle più basse. Per questi depositi il nostro suolo risultò nella più parte calcareo siliceo ed argilloso, ed ove i vegetali crebbero e caddero all'aria libera formarono il terriccio (humus)', e dove crebbero e caddero sotto le acque formarono la torba che più abbonda nel bacino tra le radici orientali dei colli e il canale della Battaglia e di Monselice. Ma in parecchi luoghi dai 20 ai 50 centimetri sotterra trovasi anche uno strato duro (caranto), impermeabile alle radici delle piante e alla pioggia, composto di grani di sabbia uniti da un cemento calcare-argilloso. In generale è una marna che si squaglia coi ghiacci e serve d'ingrasso. Però i nostri villici, che attesa la fecondità delle terre, non usano profondare le arature, schifano i siti caranlosi e li spregiano.

Scimno da Chio disse che la Venezia era di placido clima, ma soggetta la state a frequenti tempeste con folgori e tifoni. Ciò avviene anche ai nostri giorni. La temperatura media annua è di gradi + 10 3/10: la più calda in luglio e agosto di 24, raro di 27; la più fredda in dicembre e gennajo di 3, raramente di 10. Da calcolo medio risulta all'anno uno strato di pioggia di pollici di Parigi 31.9.3, e risultano 101 giorni di pioggia, 134 sereni.

Dei venti, Borea predomina, e apporta maggiori pioggie d'ogni altro, compreso l'Ostro. È più furioso quello di nord-est; apportatore di gra-gnuola il nordovest.

Due fiumi, il Brenta (Medoacus major) e il Bacchigliene (Medoacus minor) bagnano la provincia. Del nome Brenta, Brinta si hanno indizj fino dal secolo VII; il Bacchiglione nei tempi di mezzo dicevasi Retrone,

LA PROVINCIA 195 Rodone, Rodronc, Rodolone. Nascono amendne nelle Alpi del Tirolo. 11 Brenta, sorto da Caldonazzo e Levico, riceve a Primolano molti ruscelli, attraversa Bassano, dopo questo per quattordici bocche perde metà delle sue acque; col resto si volge vicino a Cittadella; fino a Campo San Martino resta torrente; indi navigabile arriva a Limena, dove scarica altra parte delie sue acque nella Brentella; progredisce a Vigodarzere e qui riceve il Muson dei Sassi, poi presso Strà accoglie il Piovego; e per Dolo va a finire al mare presso Chioggia. Il Bacchiglione deriva dalle Cime presso Vivano e Caldogno; riceve prima di giugnere a Vicenza alcuni torrentelli; a Longàre versa parte delle sue acque nel Bi-satto, che i Vicentini scavarono l'anno 4143 per immettervi tutto il fiume onde toglierlo alla nemica Padova, indi passa per Cervarese e Trambacche, a Brursegana riceve la Brentella accennata, che i Padovani cavarono nel 1314 per avere in città le acque del Brenta qualora fosse deviato il Bacchiglione; giunto a Bassanello si divide, e un ramo volge a Battaglia, l'altro entra in città, spartendosi all'osservatorio astronomico in due braccia per cingerne le vecchie mura e riunirsi fuori delle mura nuove oltre ai Carmini, formando il Piovego anzidetto che gì scarica nel Brenta.

Anche l'Adige lambisce la provincia da Casteibaldo a Borgoforte. Ricordo soltanto gli altri fiumi e canali minori della provincia; il Gor/.one, il Frassine, il Canale di Santa Caterina, il Muson vecchie, il Cereson nuovo e vecchio, il Muson dei Sassi, la Vandura, la Tergola, il canale della Battaglia, quello di Bovolenta ecc., e i canaletti della ciltà, derivanti dal ramo indicato del Bacchiglione e chiamati dell'Alicorno, dell'Olmo, delle Albere o di Santa Chiara, di Santa Sofia e della Bovetta.

A rendere proficue tante acque e a disseccare le paludi s'istituirono i Consorzj fino dal secolo XVI. A ciò il decreto della repubblica veneta 5 dicembre 155G concesse «che ciascuno particolare, consorti, ovver comunanze, che sono sotto le giurisdition nostre, possan far scoladori et ponti canali per ridur le sue valli a coltura ». Sì vantaggiosa istituzione, che in molti luoghi fu volontaria e in altri comandata da quella repubblica, ebbe migliore regolamento dal governo Italico. Da essa ripetiamo 145 canali, che girano un milione di metri ; l'alzamento di dieci grandi argini per la lunghezza di 90,000 metri; 12 sostegni, 70 cateratte, 35 botti sotterranee e 30 pescaje; in una parola il risorgimento della provincia, che ora si va compiendo cogli asciugamenti mediante macchine a vapore. Resta a desiderare una ampliazione maggiore delle irrigazioni, ristrette a solo pertiche censuarie 14,000 circa, almeno là dove non osta il troppo alto Ietto dei fiumi s.

3 Sugli asciugamenti tentati vedasi voi. II, pag. 292. Sui consorzi d'acque fece ' un bel lavoro Casimiro De Bosio; Verona 18!>l>. Li distingue in consorzj di difesa, di

Come di acque, cos) abbiamo nella provincia una fitta rete di strade, per maggior parte bonissime a carreggiare. Se il nostro secolo ha il merito dell1 averle perfezionate , i due secoli della repubblica padovana e della signoria dei Carraresi hanno la gloria d1 averne costruite molte. Rammento solo quella da Padova a Piove nel 1210 e quella da Padova a Bovolenta nel 1216. Invece la repubblica veneta poco le curò onde furono a' suoi tempi quasi impraticabili. Oggi si mantengono dallo Stato nove strade per la lunghezza di metri 122,000 circa, moltissime dai Comuni per la lunghezza di un milione di metri, e sei da consorzj, lunghe moiri 100,000. Vi si va dilatando il sistema di mantenimento usato già nel dipartimento della Sarta in Francia e poscia nel Piemonte.

Per la fecondità del suolo e pel vantaggio di tante strade , fiumi e canali, prospera Pagricoltura, quantunque non ancora avanzata quanto in altre provincie. In fiore doveva essere ai tempi romani, se Ebano dice che i Veneti mettevano grande amore nelParare e seminare le terre; se i nostri colli pareano dipinti per la simmetria aggraziata delle viti, e se i banchetti dei Veneti riboccavano di squisite vivande e di eccellente vino, come asseverano Marziale e Floro. Pei tempi di mezzo e per quelli della dominazione veneta fu detto abbastanza a pag. 112, 153. Ai nostri giorni, ripetiamo, l'arte di Cerere va migliorando mercè le cure dei governi, lo sviluppo delle scienze economiche, le scuole d'agraria, gli sforzi della benemerente Società d'incoraggiamento per l'agricoltura e per l'industria e sovra tutto mercè l'abolizione d'alcuni ceppi. I latifondi di monasteri e corpi morali or suddivisi, passano da una mano all'altra e ricevono miglior coltura, poiché i nuovi proprietarj v'impiegano cure maggiori. Il decreto vicereale del 15 aprile 1806, che abolì i fedecommessi, sciolse altre terre moltissime. I codici civili ammettendo le femmine all'eredità dei padri, ripartirono in più mani le terre. L'abolizione già decretata del Pensionatico libererà le campagne dal flagello del pascolo delle pecore altrui. Il sistema ipotecario garantisce dalle evizioni. Questi provvedimenti sbriciolarono le proprietà, fecero più amanti delle terre i padroni e ne crebbero assai la coltura e il valore, poiché nel loro acquisto vi ha sicurezza del denaro che s'impiega. I nostri documenti ci danno il valore medio di lire 20 per un campo nel secolo XIII, di 30 nel XIV, di 50 nel XV e di 100 nel XVI. Oggi il prezzo medio d'un campo si può tenere di lire venete 1000, pari a franchi 500. Nondimeno, oltre ai benefizj ecclesiastici e ai feudi, che sono inalienabili, alle decime e ai quartesi, dura ancor tra noi, principalmente nei distretti di Monselice, Este e Montagnana, la proprietà meno

bonificazione, di scolo, d'irrigazione, misti di scolo e difesa., di scolo e irrigazione, d'irrigazione, opifizj e usi domestici. La provincia di Padova ne ha 13 di scolo, 14 misti di scolo e difesa. C_ C.

LA PROVINCIA 197 piena, ossia l'enfiteusi. Generalmente non si curano le terre dai padroni, ma si affittano a villici per lo più poverissimi. Al contratto di mezzadria si preferisce quello di fitto a denari e a derrate, o il breve tempo di 5, oppure 9 anni, raramente di più. Ancora non si è provveduto alla buona educazione dei coloni e ad una condizione migliore. Per le ville non si trovano scuole rurali, asili per l'infanzia, ricoveri pei vecchi e impotenti, nè monti frumentarj che anticipino le sementi a mite interesse. I nostri poveri villici, vivono di polenta fatta col granoturco, raramente mangiano carne fresca; bevono acqua impura e malsana, attinta da fosse non da pozzi, e albergano in meschinissimi tugurj di canna e di paglia dove i figli dormono coi genitori, e questi e quelli cogli animali al pianpiede respirando un'aria umida e mefitica. E poi gridate perchè non amano i loro padroni 1

In ogni parie della provincia, senza riguardo alla qualità delle terre e al ricavo, si coltivano il frumento, la segala, l'orzo, l'avena, il panico, il granoturco, il miglio, il grano saraceno, i fagiuoli. La guida stampata nel 1842 dava il prodotto annuo medio del frumento in some 640,000 ovvero moggia padovane 184,011, e del granoturco in moggia 287,521. Questi cereali si coltivano assai più estesamente che gli altri. Non basta il riso ai bisogni, onde s'importa, massime dal Veronese. Anche del lino si ottiene quantità minore del bisogno. La canapa invece sovrabbonda, come il vino, di cui, prima della fatale crittogama, si calcolava il prodotto medio di some metriche 747,000, o mastelli padovani 1,048,000. Scarsissimo, ma abbastanza buon olio si ha dalle colline. Va crescendo l'educazione dei bachi da seta ; scarsa quella delle api : diminuisco la legna combustibile: e non si trae profitto dalle vastissime torbiere esistenti. Mancano tra noi i minerali. I colli non ci offrono che la masegna per fare selciati e altri pochi lavori edilizj. I cavalli sono d'infima qualità, di varie e buone razze i buoi, ma scarsi ai bisogni.

Da un diligcntissimo prospetto lavorato dal bravo ragioniere provinciale Gherardo Vecelli risultano pert. cens. 14,257 aratorie :'1392 , aratorie arborate e vitate: 9299 aratorie arborate, vitate e con frutti: 10,358 di orti, 408 di giardini, 117,421 di prati: 18,279 di prati arborati e vitati, 1194 di prati vitati: 786 di prati con frutti, 366 di prati boscati, 8180 di prati entro e fuori degli argini : 38,409 di prati sorlumosi, 20,982 di risaje stabilì e miste, 5252 di oliveti e castagneti, 49,321 di pascoli, 15,775 di argini prativi e pascolivi: 3399 di argini prativi arborati e vitati: 44 di argini infruttiferi, 5319 di boschi d'alto fusto forte e dolce, 8402 di boschi cedui dolci, 41,911 di boschi cedui forti, 8£5 di boschi dolci: 14 di ripe buscate miste, 49,966 di paludi da strame, 72 di paludi da stramo

Illustra;, del L. V. Voi, IV.

21

boscate dolci, 10,194 di paludi da canna, 34,833 di valli salse da pesce, 51 di frutteti, 5793 di ronchi, 412 di terreni scavati, 2244 di terbi, 1967 di sodi, 1694 di ghiaja nuda, 36 di ceppo nudo, 1155 di stagni, -65 di brughiera, e 13 di sorgenti d'acqua termale.

L'estimo durante la repubblica veneta, era diviso in tre corpi, città, clero e territorio. Si allibravano all'estimo della città i possessori abitanti nella medesima. Sull'estimo conchiuso nel 1627 furono sempre distribuite le imposte fino alla caduta della serenissima. Questo estimo sommava per la città a lire 11,224.1.5, pel clero 4310.15.3, e pel territorio a 3191.14.11: cioè in tutto a lire 18,726.11.7. Un litigio fra i tre corpi menzionati produsse l'accordo 20 aprile 1786, per cui alla città fu attribuito l'estimo di lire 11,218, al clero di 3441.1.4 e al territorio di 3552.12.4. Onde l'estimo di tutta la provincia si tenne allora di lire 18,211 soldi 13 e piccoli 8. Oggi l'estimo della provincia monta a 8,884,692.78.

Le imposizioni durante la repubblica veneta erano varie anche di nome, (pag. 153),la Dadia o Colta Ducale; gli Allogai, Ordine di banca o Carato per provvedere i foraggi, la legna, i pagliericci, le panche, le coperte, i carri ecc. della soldatesca ; Fabbriche con cui mantenevansi le fortezze di Montagnana, Este, Arlesega e Legnago; .spese dell'Adige, per ristorarne gli argini; sussidio imposto per la prima volta nel 1529 a prestito, indi continuato ogni anno e sommante a 100 mila ducati per tutto lo Stato. Queste le imposte ordinarie; al bisogno si mettea mano alle straordinarie dette Taglioni, e ne ricordo due ciascuno di 400 mila ducati per tutto lo Stato, raccolti negli anni 1639 e 1656. Queste differenti gravezze recavano confusione, e pessima n'era la distribuzione sui contribuenti, che faceasi da cittadini nobili. Ai molti reclami Venezia diede ascolto nel 1789, onde abolì i tre corpi città, clero e territorio, divise l'estimo in Padovano di lire 9235, e in Veneto compreso il clero, di lire 8871; tolse le precedenti denominazioni delle imposte e le ridusse a Gravezza ordinaria, che rendeva all'anno ducati 56,829.3; Gravezza temporanea, duratura dieci anni, che dava ducati 4556.18, e quella del Campaiico di ducati 36,969. Di modo che le imposizioni dirette gravavano ogni anno la provincia di ducali 98,354. Aggiungi la mitezza dei dazj. Per la tariffa 21 luglio 1753, ad esempio, pagavansi 20 soldi per 10 mastelli di vino che importavasi in città, 3 per un porco, per un bue o vitello, 2 per un castrone o pecora, 11 per un moggio di grano o di farina, 6 1/2 per una forma di formaggio piacentino o lodigiano , 16 172 per un carro di fieno, e via discorrendo; onde capirai che le imposte e i dazj erano allora troppo tenui, e perciò negletta l'agricoltura. Or la cosa e mutata e il seguente prospetto olire la somma delle im-

LA PROVINCIA iy9 poste erariali pagate dalla provincia e quelle comunali pagate al Comune di Padova per ogni lira censuaria nell'ultimo decennio.

Anno.

Imposta erariale.

Imposta comunale.

1850

cent. 46,986

cent. 31,974

1851

>

42,933

>

25,016

1852

40,677

>

21,215

1853

40,673

 

34,569

1854

 

40,645

 

30,388

1855

44,524

»

39,8

1856

>

41,57612

>

43,80

1857

 

39,659

»

45,8

1858

>

39,32

*

37,7

1859

soldi

15,7086 per lira

soldi

10,80 per

Il commercio, sciolto dai ceppi dei secoli scorsi, prosperò. Venezia, ligia agli antichi sistemi, e tarda o schiva dall'accettare le utili innovazioni d'altri paesi, vietò sempre l'incetta delle biade, lissò il prezzo di queste e del riso, e ne proibì l'asportazione comandandone l'importazione in Padova e in Venezia. Di rimpatto decaddero presso noi le industrie. Una sola fabbrica di panni grossolani esiste in Padova delle tante di panni eccellenti che da remoti secoli l'arricchivano (pag. 161). La loro bontà, ondò proverbiale il motto panno padovano , non permise di sostenere la lotta coi panni della Germania, men buoni, ma più appariscenti e di minor prezzo. Qualche nonno serba ancora il gabbano, vecchio di oltre cinquant'anni, di panno nostrano.

Alla libertà del commercio influì la soppressione delle Fraglie, o Col" legi delle arti, massime di quelle dei mercanti e dei venditori di vivande, perche le loro unioni più facilmente influivano al monopolio, onde bisognavano incessanti leggi repressive. Nel 1277 sommavano già a 36, per cui si proibì d'istituirne di nuove.

Quando furono soppresse, nel 1804, ammontavano a'35, quant'erano nel secolo XVII. Niuna città forse serba ancora tanti codici degli statuti delle Fraglie quanti la nostra. Sono 29 quelli a penna e originali membranacei o cartacei che potei raccorre e depositare nella civica biblioteca. Ci mancano ancora gli statuti dei fonticaj e biadaiuoli, dei ciabattini, dei botta] e tornidori, dei passamantaj, del setificio e dei bovaj. Fra tutti è preziosissimo quello dei pittori, membranaceo del secolo XV che offre i nomi dei discepoli dello Squarcione e degli ascritti in quel secolo. Prezioso è anche lo statuto membranaceo del secolo XVI del lanifìcio il quale aveva tanti privilegi, che le famiglie più cospicue si teneano in onore e vantaggio l'appartenervi; e un mercante di lanificio

20") PROVINCIA DI PADOVA

avea diritto a chiedere e conseguire la nobiltà. In tutti trovi discipline per la costumatezza degli ascritti, minaccie e pene contro i malviventi, proibite le bestemmie, vietato il lavorar le feste, obbligato il rispetto ai capi, l'intervenire alle messe, alle processioni, alle sacre funzioni stabilite e ai funerali dei confratelli (vedi pag. 160). Ogni fraglia largiva elemosine a poveri, dotava povere maritande, soccorreva il Monte di Pietà e i confratelli vecchi o infermi ineiti al lavoro. In quelle degli artieri trovi proibito l'esercizio dell'arte a chi non era di famiglia, ingiunto il garzonato di cinque o sette anni, soggetto a rigorosi esami chi aspirava ad esserne maestro, vietato ai maestri di esigere il prezzo dei lavori, se non gli aveano compiuti. Insomma chi volesse illustrare questi codici, farebbe un lavoro storico ed economico, interessante e curioso.

È qualche indizio della maggiore o minore attività del commercio il numero delle fiere e dei mercati. Senza dilungarmi in quelle dei secoli scorsi, offrirò il prospetto generale degli odierni soltanto, per non discorrerne ne luoghi a cui appartengono.

Fiere.

Distretto. Luogo della fiera. Giorni della fiera.

Padova Padova ciltà Dal 12 giugno per 15 giorni.

» » Dal 7 ottobre per 15 giorni.

Ponte di Brenta 26, 27 e 28 aprile.

» Carrara 26 luglio.

» Piazzola 21 settembre, e 11 novembre.

» Bresseo II lunedi dopo la seconda dome-

nica di ottobre per due giorni.

» Codalunga La quarta domenica di ottobre.

» Noventa 11 novembre.

Camposampiero Camposampiero Dal 21 novembre per tre giorni.

» Àrsego 19 ottobre.

» Loreggia Dal 16 agosto per tre giorni.

» Trebaseleghe 8 settembre.

Cittadella Cittadella Dal lunedì dopo la quarta domenica di ottobre per tre giorni.

» Gazzo 10 agosto e il mercoledì dopo

la terza domenica di ottobre.

» Sant'Anna Morosina 9 ottobre.

Montagnana Montagnana 30 novembre.

» Castelbaldo 24 agosto.

LA PROVINCIA 201

Este

Este

Dal 24 settembre per 45 giorni

»

40 agosto.

Monselice.

Monselice

Dal 4 novembre per 8 giorni.

»

Battaglia

Dal 24 agosto per tre giorni.

Conselve

Conselve

Dal 28 agosto per 3 giorni.

Piove

Piove

Dall'I! novembre per 5 giorni.

»

Bovolenta

7 ottobre.

 

Pontelongo

30 novembre

Mercati.

Distretto.

Luogo del mercato

Giorni del mercato

Padova

Padova

» Abano

» Arlesega

» Bresseo

» Carrara San Giorgio

» Creola

» Piazzola

» Pontemanco

» Ponte San Nicolò

» Saccolongo Camposampiero Camposampiero

Cittadella

Montagnana

Este

Piombino Villa del Conte Cittadella Gazzo

Sant'Anna Morosina

Montagnana

Saletto

Castelbaldo

Este

Piacenza

Sant'Urbano

Tatti i d'i feriali. Il primo sabato e il 45 d'ogni mese mercato franco nel Prato della valle e fuori delle porte di Santa Croce e Savonarola

Mercoledì.

Martedì.

Martedì.

Martedì.

Venerdì.

Sabato.

Martedì.

Venerdì

Venerdì.

Mercoledì o nel giovedì se il

mercoledì è festivo Sabato. Sabato. Lunedì. Mercoledì. Venerdì.

Lunedi, giovedì e venerdì.

Lunedì, giovedì e venerdì.

Lunedi, giovedì e venerdì.

Sabato.

Lunedi.

Martedì.

20«

PROVINCIA DI PADOVA

Este

Vescovana

Venerdì.

*

Villa di Villa

Giovedì.

»

Giovedì.

Monselice

Monselice

Lunedì.

>

Pernumia

Giovedì.

 

Battaglia

Sabato.

Conselve

Conselve

Mercoledì.

>

Anguillara

Giovedì.

>

San Siro

Sabato.

 

Bagnoli

Martedì.

Piove

Piove

Mercoledì e sabato.

»

Legnaro

Martedì.

>

Bovolenta

Venerdì.

Pontelongo

Lunedì 4.

Abbiamo dato qualche ragguaglio dei pesi e delle misure alla pag. 477. Vi aggiungiamo queste notizie che importano negli usi comuni. Le misure superficiali dividonsi in campi, quartieri di campi, tavole e piedi. Il campo è di tavole quadrate 840, e di piedi quadrati 30,240, la tavola di piedi quadrati 36, e per conseguenza il quartiere di campo è tavole 210. Il passo per misurare le legna, i pavimenti ecc. è di piedi 25 quadrati, ossia lungo e largo 5 piedi. Delle piccole misure lineari una è la pertica che anco nel secolo XIII era di sei piedi, l'altra è il braccio, anticamente detto passo, da misurare il panno, che sta al braccio da seta come 100 a 94. Le biade misuravansi sempre collo stajo, la cui grandezza, e quella delle tegole e dei mattoni veggonsi scolpite fino dal secolo XIII nell'angolo nord-est del salone. Quattro staja formarono sempre un sacco, e dodici staja, o tre sacchi un moggio. Si divide lo stajo in mezzi staj, in quartieri, in coppi ed in iscodelle. Da tempi antichissimi si misura il dodicesimo stajo del moggio a colmo, che in passato chia-mavasi capo di moggio e dicevasi darlo prò benediciione. Prima del 1335 si costumava di battere lo stajo contro terra innanzi di raderne la biada. Per tome i conseguenti litigi si ordinò quell'anno che lo stajo fosse cresciuto in grandezza quanto importava la quantità di biada che si esigeva di più per lo sbattimento; avesse il nuovo stajo il diametro eguale nella bocca e nel fondo; si radessero i grani con cilindro di frassino o di quercia attaccato allo stajo; si ponesse lo stajo in postura perfettamente orizzontale e non si battesse più al suolo. La

4 Sono mercati franchi ogni me3e a Este, nel secondo ed ultimo sabato, a Vò nel primo giovedì, a Conselve nel primo mercoledì e a Piove nel primo mercoledì dopo la metà del mese.

LA PROVINCIA 203 stessa legge fa estesa al mezzo stajo, al quartiero ecc. e si osserva anche oggidì, meno pel cilindro indicato *, Lo stajo padovano è la terza parte del veneziano. Il vino e le altre bevande si misurarono a carri, mastelli, secchi, boccie, gotti. Il carro era 10 mastelli, il mastello è secchi 9 o boccie 72, e la boccia è gotti quattro. Dei pesi si mantenne la libbra grossa e la sottile. Ma essendosi alterata col tempo, il senato veneto nel 1737 ne spedì a Padova nuovi caDipioni uno della libbra grossa di 12 oucie, e uno della sottile di oncie 8 poco più. Si usano Tuna o l'altra secondo le merci che si pesano. Le coloniali vanno colla libbra sottile. Dal ragguaglio fatto allora si apprende che la libbra grossa padovana dovrebbe superare la veneziana del 2 per 100, la sottile del 12 1/2, che l'oncia grossa padovana dovrebbe pesare carati 195 e grani 3 36/100, e la sottile carati 136 e grani 1 5/8. Oggi come sempre, oltre al peso della libbra si adoperano quelli della mezza libbra, del quarto di libbra, dell'oncia, della mezza oncia, del quarto di oncia, del carato e del grano.

Al governo della provincia era preposto il podestà, carica esecutiva e suprema durante la repubblica padovana, dipendente quando vi signoreggiarono i principi da Carrara e i Veneziani. Sotto questi ultimi le attribuzioni dei podestà vennero spartite col capitano, (vedi pai). 141) Sarebbe cosa utilissima che tutti i municipj componessero la esatta serie dei loro podestà e capitani, poiché riesce comodissima a verificare le date dei documenti municipali, e alla storia delle famiglie anche delle altre città cui appartengono. Io compilai e stampai sinora in gran parte quella dei podestà e capitani di Padova, provando con documenti non solo il giorno

0 la settimana, o il mese in cui assunsero il governo, ma anche i nomi de' famosi giureconsulti che seco conducevano, obliati sinora. Oggi i podestà non hanno che il nome di quegli antichi, poiché, se raffrontiamo

1 secoli della veneta dominazione col nostro, troviamo che le funzioni dei nostri presidi del tribunale erano sostenute allora dai podestà, quelle dei delegati e comandanti militari di piazza dai capitani, dagl'intendenti di finanza, dai camerlenghi, altri due patrizj veneti, e una parte soltanto di quella dei deputati civici dai podestà odierni.

Erano soggetti ai podestà e capitani veneti di Padova quelli di Monselice, Este, Montagnana, Piove, Camposanpiero, Cittadella e Castelhaldo, an-ch'essi patrizj veneti, e i vicarj di Anguillara, Arquà, Conselve, Mirano, Oriago e Teolo, nobili padovani. Ad ognuno di essi spettavano astenie le incumbeoze degli odierni commissarj distrettuali e pretori.

Il miglior rimedio è valutarlo a peso.

Scarsissimi gli ufficiali dipendenti dai magistrati suesposti, ove si guardi ai nostri giorni, e riducevasi a qualche decina di militi la guarnigione della città.

La diocesi fu anche nei secoli valicati più vasta assai che la provincia. Comprende molte parrocchie della provincia vicentina <;, della bellunese 7, della veneziana 8 e della trevisana Di rimpatto, ma in numero assai minore alcune parrocchie padovane dipendono dall'ordinario di Treviso 10 e altre da quel di Vicenza H.

In tutto la diocesi conta sacerdoti secolari 918, regolari 101, parrocchie 316, curazie e chiese sussidiarie 37, anime 429,445. Alla città appartengono 498 sacerdoti secolari, 71 regolari, 13 parrocchie, 12 curazie e chiese sussidiarie, e anime 40,990. Un istituto in Padova col titolo di San Carlo Borromeo sovviene ai sacerdoti divenuti inetti al ministero e poveri.

La cattedrale di Padova è ufficiata dal vescovo, da 20 canonici, che sono protonotari apostolici co'' privilegi dei partecipanti : ne è canonico onorario anche il superiore del clero militare residente in Gratz. Son dignitari l'arciprete, l'arcidiacono, il tesoriere teologo, il primicerio penitenziere e il decano; coveransi inoltre 2 maestri di coro, 2 delle cerimonie, 6 mansionari curati, 6 custodi e 22 cappellani, di cui uno è maestro della cappella di musica, uno organista ; parecchi sono cantori.

Alla curia vescovile spettano il tribunale ecclesiastico matrimoniale, gli esaminatori prosinodali, la presidenza generale della congregazione dei casi di coscienza, quella della dottrina cristiana, e la deputazione sopra le pie cause che sono: a) opera della Santa Infanzia; 6) opera a sollievo dei cattolici dimoranti nell'impero turco; e) conferenze di San Vincenzo

G Asiago, Tresche e Conca, Foza, Camporovere, Gellio, Canove, Rossan, Cassola, smon, Enego, Primolan, Covalo, Crosara, Santi Giovanni e Luca, Crosara, San Bartolomeo, Lusiana, Val San Floriano, Fontanelle, Laverda, Conco, Montegalda. Grisi^uan, Jt..trale, CogoUo, Piovene, Caltran, Chiupan, Zane, Care, Grumolo, Roana, Pedescala, Rotzo, Val-daslego, Laslebasso, Salzedo, Fava, Mure, Zojan, Lulogo, Perlena. Caene, Pove, Sannaz-7.aro, Campolongo d'Oliero, Campeso, Oliero, Valstagna, Solatila, Roman, Tiene.

7 Faslro, San Vito e Roveri, Fonzaso, Rocca, Arsiè, Rivai, Melarne, Fener, Campo Sant'Ulderico, Quero, Vas, Alan.

8 Melaredo, Fiesso, Dolo, Plan'njii, Arin, Cazzago, Fossolovara, Callana, Cantarano Sant'Angelo di Sala, Caselle de' Rulli, Lietoli, Campolongo Maggiore, Fosso, Camponogara, Boion, Sandon, Campoverardo, Premaor, Sarabruson, Paluello, Lughello , Campagna, Vigonovo, Strà, Prozolo.

9 Segusin, Santilaria. Liedolo, Simonzo. Crespan, Berso, San Vito, Valdobbiadene, San Pietro di Barbozza, Bigolin, Guia San Stefano, Guià San Giacomo.

10 Gallicra, Tombolo, Trebaselegbe, Piombino, Lcvada, Torresellc, Sii velie. Sant'Ambrogio, Camposampiero, Loreggiu, Sandonà, Zeminiana, Massanzago. Fossalta, Huslega.

11 Santa Croce Bigolina, Fonlaniva, Carmignano, Granlorto, Lol)ia di Persegara, San Giorgio in bosco, San Giorgio in Brenta, Piazzola, Bevador. Carturo, Presina, Trcmignon, Vaccarino, Cazzo, San Pietro Eogù.

LA PROVINCIA 205 de' Paoli, d) ripristino delle fraglie, a scopo di pietà e carità e di mutuo soccorso.

Dei monasteri, delle confraternite e degli statuti di pubblica beneficenza presenti fu detto a pag. 179-182; a conoscere il passato valgano, i seguenti prospetti, desunti da atti ufficiali del 1804.

Monaci.

a

Giustina

Padova

Benedettini

50 1

ire vei

.390,133. 1

s.

Benedetto novello

Olivetani

13

 

46.877. 7

s.

Antonio

 

Conventuali

40

»

48,586. 1

a

Agostino

 

Domenicani

17

 

32,151,16

s.

Maria

 

Serviti

9

»

15,054.—

s.

Maria

 

Carmelitani

17

 

21,218. 2

s.

Filippo e Giacomo »

Agostiniani

19

22,863.18

s.

Francesco

- >

Min. Osservanti 41

»

1,764.—

s.

Francesco di Paola »

Paolotti

4

»

1,998.14

s.

Girolamo

 

Scalzi

21

 

347. 4

La

Trasfigurazione

>

Cappuccini

40

d

--

S.

Carlo

»

Riformati

26

1

--

s.

Simone e Giuda

 

Teatini

8

>

3,450.—

s.

Croce

 

Somaschi

10

»

2,206,—

s.

Tommaso

 

Filippini

9

»

--

Si

Maria

Praglia

Benedettini

24

i

111,022.—

s.

Francesco

Este

Conventuali

8

1

7,631.15

Maria

Montortone

Agostiniani

15

1

27,796.16

s.

Giovanni

Este

Cappuccini

10

1

--

s.

Sebastiano

Montagnana

Cappuccini

9

1

--

s.

Francesco

Piove

Riformati

8

1

--

s.

Giacomo

Monselice

Riformati

12

1

--

s.

Maria

Rua

Eremiti

14

1

24,680.

     

Totale

422

lire 757,780.14

     

Monache.

     

s.

Stefano

Padova

Benedettine

39

lire

66,164. 9

s,

Benedetto

1

 

30

 

39,269.1»

s.

Agata

 

»

43

 

40,168.14

Misericordia

 

28

 

30,987.1*

s;

Prosdocimo

 

» ■

28

 

18,955. 8

s.

Anna

 

28

18,943. *

 

Illustra:, del L. V.

Voi. IV.

     

27

S.: Sofia

Padova

Benedettine

26

lire

21,98315

B. Pellegrino

 

»

23

» ■

21,207. 3

Ogni Santi

»

27

 

25,794. 3

S. Giorgio

»

>

26

 

24,066.17

S. Matteo

» -

>

25

 

18,962.12

S. Marco

»

»

15

■? «è-

14,771. 5

S. Pietro

   

38

..l«rt?

27,080.14

S. Mattia

 

i

28

»

20,364. 3

S. Maria Mater Domini » ,

Agostiniane

29

! ■

12,904.—

Betlemme

 

Canonich. Agost.

29

23,780.16

B. Elena

»

Francescane

26

 

24,158.19

S. Chiara

 

*

24

 

27,343.17

S. Bernardino

»

>

22

21,314. 4

S. Catterina

» -

Agostiniane

23

 

6,106. 3

S. Paolo

Teresiane

27

» 4

17,005.—

S. Bonaventura

 

Eremite Frane.

25

»

4,135.18

La Presentazione

*

Cappuccine.

26

 

— —

S. Rosa

Terz. Domenic.

10

»

4,675. 5

S. Elisabetta

D

Terz. Convent.

10

 

2,617. 6

S. Maria

1

Dimesse

16

17,829,12

S. Anna

Monselice

Francescane

9

1

— —i

S. Rosario

»,

Domenicane

20

1

2,859.—

S. Benedetto

Montagnana

Benedettine

28

»

25,371.15

S. Michele

Este

 

sto

1

10,250. 6

S. Vito

Piove

»

23

t

13,651,13

S. Concezione

»

Agostiniane

23

 

12,341.14

Totale 793'Mire 615,069. 7

Compirò questa parte ecclesiastica col novero dei vescovi (p«g. 178) tolto dalle opere del Gennari, dell'Orologio, del Giustiniani, del Monterosso. Ommettendo gli anni dove sono incerti, e non garantendo dei nomi dove gli anni mancane. Presdocimo. San Massimo. Calporniano. San Procolo. Teodoro. Avisiano.

18 Le monache in citlù ora sommano a 300 circa, e i monaci a 126.

LA PROVINCIA 207

Ambrogio. San Siro.

Suadero o Suacro.

San Leolino o Leonino.

San Mariano.

Eupavio.

Felice.

Paolo.

Vero.

Sant' Ilario.

Crispino, v'era 347-350.

Limpidio.

Vitelli©.

Provinio.

Beato Severiano.

Beraulo.

Beato Giovanni.

Cipriano.

Virgilio, Virgolo o Bergolo,verso il57fJ

Nicolò.

Olimpio.

Felice.

Adeodato.

Beato Pietro di Limena.

Felice.

Audacio.

Tricinio, padovano, verso il 640.

Bergualdo.

Vitale.

Odo.

Assalone.

Ricchinaldo.

Consaldo.

Diverto.

Teodosio.

Rodingo.

Bodo o Rodo.

Giuseppe.

Bodone.

Luitaldo.

Domenico, v«rso V 827..

Aldegusio. Nitiago. Encorado.

Rorio o Rorigo, francese, v'era 855-874.

Turingario, v'era 806.

Dilunga.

Liotaldo.

Osbaldo.

Pietro ri, v'era 897-899. Pietro III, nipote di Pietro fi. Sibicone, v'era 912-924. Zenone. Ardemanno.

Ildeverto, v'era 942-964.

Guastino, v'era 964-978.

Orso, v'era 992-1027.

Aistolfo, v'era 1031.

Burcardo, v'era 1033, morì 1045.

Arnaldo, v'era 1046, durò (ino al principio del 1048.

Beato Bernardo, v'era il 10 novembre 1048, mori 1051).

Waltolff oltramontano, v'era 1060, mori in genuajo o febbrajo 1064.

Ulderico oltramontano, v'era 2 giugno 1064 e marzo 1080.

Milone padovano, v'era 1084, morì prima del giugno 1095.

Pietro padovano, v'era il 23 settembre 1096 e il 1106.

Sinibaldo, v'era 1106, mori 17 ottobre 1125.

San Bellino, v'era 6 dicembre 1128, morì ucciso 26 novembre 1147. Giovanni Cacio, v'era 24 luglio 1148, morì verso il principio del 1165. Gerardo, consacrato in aprile 1165, rinunciò in novembre 1213. Giordano, consacrato in maggio 1214, mori il 5 novembre 1228. Giacomo Corrado padovano, eletto 18 luglio 1229, mori 5 aprile 1239. Giovanni di Forzate padovano, eletto nel 1251, assunse il pontificato

dopo la espulsione di Ezelino 3 agosto 1256, mori 24 giugno 1283. Bernardo Platon, canonico agatense, eletto il 10 febbrajo 1287, morì 21

maggio 1295.

Giovanni Sabeili romano, eletto novembre 1295, v'era il 2 novembre 1299.

Ottobono di Razzi piacentino, eletto l'I! febbrajo 1299, entrato dopo il 2 novembre 1299, durò fino al 31 marzo 1302.

Pagano della Torre milanese, eletto 31 marzo 1302, durò fino al luglio 1319, morì 2 novembre 1352.

ildabrandino de' Conti, eletto 29 giugno 1319, mori 2 novembre 1352.

LA PROVINCIA 209 Giovanni Orsini romano, eletto 14 gennajo 4353, mori ai primi di ghigno 4359.

Pileo Co. da Prata cardinale friulano, entralo nel luglio 4359 durò fino

ai primi mesi del 4370. Elia, forse Beaufort, oltramontano, eletto prima del 23 gennajo 4371,

entrato dopo il 15 gennajo 4372, durò fin oltre al 4 0 dicembre 4373. Raimondo abate di san Nicolò di Lido francese, consacrato nel febbrajo,

entrato nel 25 marzo 4374, rinunciò nello scorcio del 4386. Giovanni Enselmini padovano, entrato negli ultimi mesi del 4388, durò

fino al 20 marzo 4392. Lgone de'Roberti da Tripoli, eletto 20 marzo 43D2, rinunciò prima

del 25 giugno 4396. Stefano da Carrara padovano, amministratore del vescovato , poi vescovo

prima del 25 giugno 4396, fuggi nell'aprile 1405. Albanio Micheli *». eletto nel 1405 dopo l'aprile, entrato prima del luglio 1406, mori nei primi mesi del 4409. Pietro Marcello, entrato 28 luglio 4 409, morì nel ,4428. Pietro Donato, eletto 46 giugno 4428, morì il 7 ottobre 1447. Fantino Dandolo, eletto 8 gennajo, entrato in febbrajo 1448, mori 17

febbrajo 1459.

Pietro Barbo cardinale, eletto 1459, non prese il possesso e rinunciò. Fu poscia papa Paolo IL

Jacopo Zeno, era in sede nell'aprile 1460 e mori il 13 aprile 1481.

Pietro Foscari, eletto 15 aprile, entrato in maggio 1481, morì 22 agosto 1485.

Giovanni Micheli cardinale, eletto nel 1485, non assunse il vescovato. Pietro Barozzi, prese il possesso nell'aprile 4487, morto il 10 gennajo 4507.

Pietro Dandolo, eletto 20 ottobre, prese il possesso il 29 novembre 1507 e morì il 28 maggio 4509.

Sisto Gara dalla Rovere savonese, cardinale, nipote di Giulio II, prese il possesso 19 giugno 1509, e mori 8 marzo 1517.

Marco Cornaro, cardinale eletto 11 marzo 1517, morì il 20 luglio 1524.

Francesco Pisani, cardinale, entrato 28 agosto 1524, durò fino ai 4567.

Alvise Pisani, cardinale, entrato nel 4567, morì il 31 maggio o 3 giugno 4570.

Nicolò Ormanetto veronese, eletto 4 luglio, prese il possesso 4 agosto 1570, morì 18 gennajo 1577. Federico Cornaro, cardinale, eletto 19 luglio 1577, morì 5 ottobre 4590.

13 Veneziano, come i successivi ili cui non si indica la patria.

Alvise Cornaro, entrato prima del 25 ottobre 1590, morì 20 ottobre 1594.

Marco II Cornaro, eletto 12 dicembre 1590, mori li giugno 1625.

Pietro Valiero, cardinale, eletto 18 agosto 1625, morì 4 aprile 1629.

Federico II Cornaro, cardinale, entrato 1629, durò fino al settembre 1632.

Marcantonio Cornaro, eletto in settembre 1632, mori 27 aprile 1636.

Luca Stella, eletto 11 luglio 1639, morì 21 dicembre 1641.

Giorgio Cornaro, entrato 26 marzo 1643, morto 15 novembre 1663.

Gregorio Barbarigo, cardinale, entrato nell'aprile 1664, morto il 18 giugno 1697, beatificato.

Giorgio II Cornaro, cardinale, entrato 1697, morì 10 agosto 1722.

Giovanni Francesco Barbarigo, cardinale, eletto prima del 26 giugno 1723, morì 26 gennajo 1730.

Giovanni Minotto Oltoboni, arcivescovo di Nazianzo, congiunto di Alessandro Vili, entrato prima del 3 gennajo 1731, morì il 9 dicembre 1742.

Carlo Rezzonico, cardinale, eletto 11 marzo 1743, divenuto papa Clemente XIII il 6 luglio 1758.

Sante Veronese, cardinale, eletto nel settembre, entrato 19 novembre 1758, morì 1 febbrajo 1767.

Antonio Marino Priuli, cardinale, entrato 18 maggio 1767, morì il 26 ottobre 1771.

Nicolò Antonio Giustiniano, entrato 8 febbrajo 1773, morì 24 novembre 1796.

Francesco Scipione Dondi Orologio padovano, entrato 6 gennajo 1808,

morì il 6 ottobre 1819. Modesto Farina luganese, entrato 15 agosto 1821, morì 11 maggio 1856 Federico Manfredini rodigino, entrato 26 luglio 1857 e vivente.

XVI.

Distretto I di Padova. Città entro le mura vecchie.

11 Distretto primo si forma del vecchio di Padova e gran parte di quelli di Piazzola, Teolo e Battaglia, oltre la città e i suoi Termini, comprende i Comuni di Abano, Albignasego, Cadonegue, Casal di Seu Ugo, Limena, Masera', Mestbino, Novekta, Ponte San Nicolò, Rubano, Sao-nara, Selva/.zano, Vigo d'àr/.ere, Vigonza," Carrara San Giorgio, Carrara

LA CITTA' 211 San Stefano, Puzzola, Campolongo, Villairanca, Tbolo , Cervarese, Rovolone, Saccolongo, Torreglia e Veggiano.

Si estende per 535,004.69 pertiche censuarie ; con 17.132 case e 105.214 abitanti, di cui 2657 forestieri. Appartengono alla città 5224 rase e abitanti 37,054.

Il suo terreno intorno alla città è un mescuglio di basi svariate, tra cui primeggiano la sabbia e Pargilla. Molto copioso vi è il pus vegetale, specialmente a Terranegra, Volta del Baroccio e Guasto Santa Croce. Cresce la sabbia a confronto dell'argilla a Camino, Granze di Camino, San Gregorio e Torre; il rivescio all'Arcella. Un terreno argilloso biancastro, e in parte (wanloso si ha a Piovego e Chiesanova, eccesso di sabbia a Saonara e Villatorra, quantità pari di argilla e di sabbia a Vigonza, Albignasego e Vigodarzere, più sabbia a Lion, un fondo leggiero a Abano, creta e caratilo a Limena e Cadoneghe, terreno in molta parte leggiero a Casal di Ser Ugo e Ponte San Nicolò, forte a Selvazzano e Maserà, misto ma più cretoso a Mestrino e Rubano, vario nel Distretto di Piazzola, abbondante di argilla in quello di Teolo, se eccettui le parti montuose; e argilloso e forte nel distretto di Battaglia, meno nelle terre basse, in cui è torboso L

Delle industrie, in genere scarse nella provincia che si può dire onninamente agricola, dirò nella descrizione speciale dei luoghi.

La città è posta, rilevandola dall' Osservatorio in 45° 24' 2" di latitudine, 9° 31' 44" di longitudine. Distante 25 miglia da Venezia, 18 da Vicenza, 13 metri sul livello del mare, ha la forma di triangolo, come il fondo da cui ergonsi i colli. Le mura nuove corrono sette miglia e vi si entra per sette porte; Santa Croce, Pontecorvo, Portello, Coda-lunga, Savonarola, San Giovanni, Saracinesca.

Le mura vecchie, sono circuite dal Bacchiglione, che presso l'Osservatorio si apre in due rami : l'uno corre sotto i ponti di Sant'Agostino, San Giovanni, dei Tadi di ferro, di San Leonardo, Molino, dei Carmini; l'altro sotto i ponti di Santa Maria di Vanzo, delle Torricelle, di San Lorenzo, delle Beccherie, del Portelletto, Altinate, della Stufa, della Punta; e alle Porte Contarine sottopassa alle mura della città per unirsi all'altro. Queste mura, del giro di tre miglia, sono molto alte e sì Srosse, che due cavalli a paro vi possono cerrere. Delle quattordici porte è avanzo importante quella di Pontemoli'no, col torrione che la sormonta. Furono cominciate nel 1195 dal ponte di San Leonardo a quello di San Giovanni e continuate in appresso. La via, che sopra massiccie arcate Ubertino da Carrara aveva eretta dalla sua reggia a

l Sette. Agricoltura Veneta.

queste mura tra il ponte di ferro e quello dei Tadi per transitare nel castello che era contiguo al torrione, ora fatto Osservatorio, fu disfatta dal provveditore Andrea Memmo nel 1775 per impiegarne i materiali a ridur il Prato della Valle. Oltre a queste cerchie più antiche, altra si compì dai Carraresi, difesa ali1 intorno da fosse, entro cui al bisogno immeltevansi le acque del Bacchiglione. Partiva da Porta Saracinesca, la quale metteva nella cittadella, in cui oggidì l'Accademia di equitazione fa i suoi esercizj, e proseguiva quasi nelle linee stesse delle odierne mura nuove. Ma questi due gironi non bastando, i nostri maggiori condussero altra grossa muraglia da San Michele sino alla mura di Pontecorvo, formando le porte del Prato e del Businello, che passava dietro a Saul' Antonio, ed era difesa dal canaletto di Vanzo ; e altra muraglia luogo la riviera di Santa Sofìa fino alle mura oltre al ponte Pidocchioso, ch'era difesa dal canale di Santa Sofia. Sicché per entrare nel cuore delia città da mezzodì e levante bisognava scalare tre grossissime e alte mura.

Di queste restò la cinta interiore, che di giorno in giorno si va distruggendo; delle muraglie mezzane quasi non esistono traccie; la esterna in parte fu demolita e in parte compresa dai Veneziani nelle mura nuove, che dopo l'assedio di Massimiliano del 1509 alzarono con bastioni e terrapieni, impiegandovi quasi mezzo secolo. Sono rinomate opere del Sam-micheli il bastione Cornaro poco lontano da Porta Pontecorvo e quello più conservato presso Porta Santa Croce. In pari tempo spianaronsi molti edifizj e monasteri e tutti gli alberi, per un miglio intorno alla città.

Vediamo i luoghi più notevoli entro le mura vecchie; descriverem poscia quei che ne son fuori, cominciando dal palazzo municipale, eh1 è quasi nel centro della città.

Chi stando nella piazza delPErbe/guarda l'angolo di questo palazzo eretto il 1541, vede lo stemma del podestà Marco Contarini, sostenuto da due statue di esperio scalpello; forse di Tiziano Minio, che scolpì anche la Giustizia seduta fra due leoni nelia facciata a ponente. La facciata a mezzodì è in due ordini; l'inferiore rustico, a bugne liscie, con massicci piedritti che reggono le arcate, su cui s'alzano pilastri dorici "2. Identico stile hai nel palazzo municipale di Montagnana, che là si vuole fattura del Sammicheli, Non potrebbero essere l'uno o l'altro opere di lui?

Nel cortile d'ingresso si vede a levante un bel prospetto, costrutto l'anno 1600, come dinotano gli stemmi del doge Marino Grimani, del podestà Giambattista Bernardo e del capitano Leonardo Mocenigo. Al

2 tv.disegnalo a tianco del salone nella Uguraa pag. 88.

LA CITTA' 213 bel cortile pensile ascendi per due scalette laterali. Il piano inferiore è di arcate doriche. Gli stemmi dei quattro lati indicano eretto quello che guarda a est nel 1557 col disegno di Tiziano Minio, allora già morto; il lato a nord nel 1558, e i due a mezzodì e ponente nel 16*00, come la facciata. 11 Municipio unirà in breve sotto il portico quadrato le lapidi e le anticaglie etrusche e romane, già disperse nelle loggie del salone. Una porta dorica maestrevolmente lavorata introduce alla sala Verde ove son quattro grandiose tele, cioè una copia di affresco del Man-tegna. che sta negli Eremitani, bravamente cominciata e non compiuta dal Gazzotto; la profanazione del tempio di Gerusalemme, abbozzo del Demin ; la lega di Pio V col re di Spagna e col doge, colorita alla paolesca da Dario Varotari, ma guasta, e Marino Cavalli che da S«n Marco è presentato al Solcatore, opera di Domenico Campagnola autore della tela che sta sull'altare del contiguo oratorio.

Uscendo per la stessa porta trovi a sinistra l'ingresso al salone di cui fu detto a pag. 88, 92. Era sede degli ulficj, e il podestà abitava il palazzo descritto e l'ala contigua, da anni demolita. Dopo l'incendio del salone, (1420) Venezia spedì l'ingegnere Bartolomeo Rizzo e maestro Picino, non Pierino, a rialzarne non la vòlta sola, come fu detto a pag. 89, ma anche le muraglie. Stampai altra volta che la lettera del doge relativa reca ni oidi fi ce alar ma-nia palaiii. Ne viene che i tanto contrastati freschi di Giotto deggiono essere periti colle muraglie, e che i presenti ne sono l'orse una imitazione. Come persuasi il Municipio ad allestire la Pinacoteca e la Biblioteca, e a ricuperare i documenti antichi sparsi, così lo persuasi a porre nel salone le statue di illustri padovani che i cittadini volessero offrire.

Nell'archivio vecchio oggi sono raccolti, oltre ai documenti dd Comune, quelli antichi degli uftìcj giudiziarj e degli estimi, e da poch'anni gli antichissimi dei monasteri soppressi, più che 20 mila pergamene originali dal secolo X al XV, tra cui moltissime bolle papali, parecchi diplomi d'imperatori e principi e altre carte di remotissima data, che ^ungo sarebbe il descrivere. Questo archivio in parte ha sede nell'ala del palazzo municipale, che ora contiene la Pinacoteca e la Biblioteca, e una volta era abitata dal vicario del podestà.

La Pinacoteca è Biblioteca civica, benché istituite da soli tre anni, sono ^ià doviziose di oggetti stimabilissimi. Della iblioteca si parlò a pag, 185 e 491 ; vi aggiungiamo i tre codici originali degli statuti della Comunità (legli anni 4276, 1362, 1420, il codice Capodilista del secolo XV, con fesche immagini miniate e biografie di quella famiglia, e il codice di Vergerlo dello scorcio del secolo XIV portante i ritratti e le vite dei Mustraz. del l. V. voi. IV- ìH

principi da Carrara. Nella pinacoteca tu ammiri circa 300 dipinti, 150 rare incisioni in rame, 1030 pezzi archeologici e artistici in metallo, in legno, in marmo, in majoiica, in porcellana e in altre materie.

Uscendo dal palazzo municipale, hai a sinistra l' Università, vasto edificio principiato nel 1493 e compiuto nel 1552. Il cortile di correttissima architettura, da taluni è attribuito al Palladio, da altri al San-sovino. Al piano terreno offre un comodo porticato e al superiore un'ampia loggia (lìgura a pag. 183). Le pareti e le vòlte sono fregiate di stemmi, busti, immagini di uomini, che qui ressero gli studj, insegnarono od appresero scienze. A tacere il gabinetto di antiquaria e numismatica, l'ostetrico ed il farmacologico; il gabinetto di fisica possiede più che 1000 macchine e la vertebra del Galileo donata nel 1843 dal dottore Tiene di Vicenza; il gabinetto d'anatomia novera presso che 1000 preparazioni: il museo di storia naturale ha due mummie maschili, belle collezioni di mammiferi, di uccelli, di rettili, di pesci, d'invertebrati, di minerali, numerosissimi petrefatti, una raccolta orittognostica della provincia vicentina e altre collezioni parziali ; 1' archivio non va oltre alia seconda metà del secolo X.IV e lamenta la dispersione di molte carte. Già assai parlammo di quest'insigne istituzione. Qui solo accenniamo ai gabinetto chimico farmaceutico, che sta preparando nel contiguo palazzo Zucchetta il professore Filippuzzi, eletto di recente a quell'insegnamento.

Vicino è il caffè costrutto da Antonio Pedrocchi (pag. 189), grandioso edilìzio, architettato dall'ingegnoso .1 appelli, comodo ed elegante in ogni sua parte, che si presta al piano terreno al caffè e alla borsa, e nel superiore a un ridotto. Questo si forma d'una sala riccamente addobbata e di parecchie stanze, che servono ai trattenimenti serali della Società detta del Casino, qui istituita da parecchi anni, e decorate siffattamente che ti presentano , si può dire, la storia dell'ornato, poiché dal severo stile greco vi passi alla maniera araba meschita, allo stile antico egizio, all'etrusco, al romano, al quattrocento e al barocco. I marmi dei pavimenti, quelli delle pareti dell'emiciclo nel mezzo della sala del caffè e quelli dei tavolieri sparsi qua e là, furono tratti nel cavar l'ampia ghiacciaia (pag. 19). Di vantaggio il Pedrocchi nella fabbrica contigua apri un'offelleria, a cui Jappelli addattò maestrevclmonte lo stile del medioevo ; v'aggiunse il Ristoratore che solo uno stretto vicolo separa dal caffè. Come Padova vanta per grandezza e magnificenza un salone unico, cosi unico caffè.

Dalla piazza delle Biade passi a quella dei Noli, presso cui è il romano ponte Altinate (pag. 18). Presso San Matteo, in cui trovi due tele del Padovanino, sono le Carceri pubbliche, una volta monastero di Bene-

1 A CITTA'1 HI dettine, qui ricoverate; dopo che l'anno 1518 venne distratto l'altro monastero di San Francesco piccolo, fuori di Porta Saracinesca.

La chiesa di Santa Lucia fu architettala con buon gusto dal padovano Santo Benato. A pian terreno dell'attigua Scuola di San Hocco veggonsi bellissimi freschi, di cui si attribuiscono al Campagnola quelli ai lati dell'altare, il fregio circuente a chiaro-scuro e i santi Rocco e Lucia fra gli archi della cappella, e al Gualtieri gli spartimenti tizianeschi della parete destra e quelli rovinati della sinistra.

Nella Piazza dei Signori, così detta perchè vi guardava la reggia dei Carraresi, si presentano la Gran Guardia, bella e gentile fabbrica

Piazza dei Signori.

di stile lombardesco, principiata nel 1199 col modello di Annibale Bassano e compiuta nel 1520, e la facciata del Capitanato, già residenza dei capitani veneti. Si erge su parte del vastissimo palazzo dei principi da Carrara, che comprendeva P intera isola, ora formata dal Capitanato, dal Moute di Pietà, dall'Arco Valaresso, dall'Accademia delle scienze e dai tre spaziosi cortili, che vi stanno a fianchi. Neil' ultimo che tócca l'Accademia rimangono pochi intercolunnj di loggia dell'antica re£g«a, ornata principalmente da Ubertino da Carrara (pag 136). Nel primo detto corte del capitanalo, prospettano l'archivio notarile e l'ufficio

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delle ipoteche, a cui ascendi per spaziosa ed elegante scala dorica, attribuita a Vincenzo Dotto. La biblioteca dell' Università è nel mezzo di questi cortili. Degli antichi freschi dell'ampia sala uon resta che il ritratto del Petrarca. Furono eseguite nel 1540 dal Campagnola, dal Gualtieri e dall'Arzere le colossali figure d'imperatori e eroi, che ornano le pareti e le procacciarono il nome di sala dei giganti ; il ritratto del cardinale Zabarella tra i finestroni a levante si ritiene del Tiziano. Gli scaffali maestosi di quercia appartennero ai monaci di Santa Giustina e furono lavorati da Michele Bartens. La Biblioteca che prima stava presso il collegio dei Gesuiti, vi fu trasferita nel 1730; novera più che 100 mila volumi e circa 1400 codici, di cui taluni dei secoli XI e XII. Alla corte del Capitanalo si entra per grandiosa e lodata porta del Falconetto eseguita nel 1532, sovra cui sta la torre accennata, e l'orologio, che addita le ore, i giorni del mese, il corso del sole per lo zodiaco e le fasi lunari, opera ammirata, principiata nel 1428 da maestro Novello, e compiuta poco dopo da maestro Giovanni Calderario.

La chiesa di San Nicolò, che, meno in qualche parte, sembra di poco posteriore a quella costrutta nel 1090 dal vescovo Milone, ha tre tavole, attribuite al Cima da Conegliano.

Il teatro nuovo fu edificato «el 1742, aperto nei 1751, rifatto internamente nel 1820, ricostrutlo dal Jappelli nel 1846. I più schifiltosi gridano contro la curva facciata che dà idea di un apside di chiesa anziché di teatro e non perdonano all'architetto d'essersi emancipato dai precetti. Però non possono negare uno stupendo effetto e i maggiori comodi pegli spettatori e gli attori a fronte dell'irregolarità dell'area. Se guardi agli accessori del palco scenico, non hai alcuna cosa a desiderare; se alla sala teatrale, la trovi di una curva bellissima e di una nuova foggia pegli ornamenti dei palchetti e pel quinto solajo superiore, che simile a terrazza, spiega all'occhio le cime di grazioso e infiorato boschetto sopra cui il soffitto si spande a guisa di firmamento, che per l'elevate fiammelle del gas ti sembra illuminato dal primo sole. A pascere viepiù questo poetico spettacolo il Paoletti vi fresco Amore circondato da dodici leggiadre fanciulle (le ore). Il palco si chiude da un padiglione a binata cortina, che aprendosi scopre la scena. Nel sipario Vincenzo Gazzotto colorì la festa dei fiori, con molta espressione e verità.

La chiesa di San Pietro possiede pitture di Palma il Giovane, del Va-rotari, del Guglielmi e del Roberti.

Scorsa la via Patriarcato, in cui si vuole abbia eretti dodici palazzi Bertoldo patriarca d'Aquileja quando nel 1220 fu creato cittadino di Padova, si perviene all'Accademia delle scienze, sucoeduta all'altra dei, liicovwati nel 1779 (pag. 164, 186). Si raduna ov'era la cappella

La citta1 ji7 della reggia carrarese, e serba alcuni dei freschi e delle pitture che vi condussero Guariento e Jacopo Avvanzi. Ha qualche lapide romana, un archivio di oltre 600 memorie ms. degli accademici e piccola biblioteca.

Più importante la capitolare, pochi passi lontana, è ricca di 10 mila volumi, presso che 300 codici di cui uno del secolo IX, uno dell'XI, un terzo del XII e dieci con belle miniature dei secoli XIV e XV, oltre a 450 edizioni deh quattrocento, fra cui il Rationale divinorum o/'/i-ciorum stampato nel 1459 in Magonza dal Fusi. Ha tre lettere olografe di Torquato Tasso e nell'atrio sei tavole dipinte Del 1367 da Nicolò Semitecolo.

L'Arco Valaresso nella piazza del Duomo, fu eretto dalla città nel 1632 al disegno di Giambattista dalla Scala per onorare Alvise Valaresso capitano, che spese tante cure e fatiche a sollevarla dalla peste (pag- 154).

I freschi interni del battistero del Duomo sono opere di Giovanni e di Antonio da Padova, più tardi in molte parti barbaramente ristorati. In uno spartimento veggoosi i ritratti- di Fina Buzzacarina moglie di Francesco I da Carrara, di parecchi di questa famiglia e del Petrarca. Si loda la vetusta ancona sull'altare.

La Cattedrale, caduta nel tremoto del 1117 (pag. 25, 33) e rifatta dall'architetto Macilli, ebbe la presente forma nel 1552. Nel coro e nella sagrestia si rispettò il disegno di Michelangelo Buonarroti. Il resto è goffo e pesante massime nei profili. Ha bei monumenti sepolcrali, buoni dipinti massime nella sagrestia dei canonici, un Evangeliario del 1170 con preziose miniature di certo Isidoro, un Epistolario miniato nel 1259 dal canonico di Conselve Giovanni Gaibana; un messale del 1491 stampato e miniato; bellissimi reliquiarj dei secoli XIII XIV e XV, il corpo di san Daniele nella sottoconfessione con due bassorilievi in bronzo di Tiziano Aspetti incassati nell'arca ; una croce cesellata da Francesco dalla Seta nel 1492; e la iscrizione sepolcrale del secolo VII o>i Tricidio vescovo. Più che tant"altri voluminosi archivj vale il capitolare, con antichissimi diplomi imperiali fra cui novero gli originali di Lodovico dell'855, di Berengario del 917, di Rodolfo del 924, di Ugo e Lotario del 942, di Ottone III del 99S e di Enrico IV degli anni 1040, 1047, 1049, 1058 e 1090.

A fianco della cattedrale sorge il palazzo vescovile, nella cui sala superiore tutti i vescovi di Padova furono frescati sino al 1494 da Jacopo Montagnana che dipinse anco le pareti dell' attigua cappella e l'ancona dell' altare. Si vuole del Guariento il ritratto del Petrarca che fu levato dalla sua casa e posto in questa sala e inciso dal Marsand nella edizione magnifica delle opere vulgari del sommo poeta. Qui cu-stodivansi quadri dei soppressi monasteri, trasferiti ora alla Pinacoteca

civica per concessione dell'imperatore Francesco Giuseppe I, chiesta dal podestà e da me, quand' egli visitò l'archivio antico civico nel 4 gennajo 1857.

Nella piazza del Duomo guarda la casa in cui si radunano le società degli artisti e d'incoraggiamento per l'agricoltura e l'industria, e il Monte di Pietà fondato nel 1491 r> per le calde prediche del beato Bernardino da Feltre, e offerte spontanee dei cittadini e delle fraglie, le quali diedero per qualche tempo fino a ducati 1000 per anno. Vi è unita dal 1822 la Gassa di risparmio.

Il Teatro dei Concordi si aprì da Roberto degli Obizzi poco dopo il 1603, e conservò il suo nome fino al 1825, in cui il duca di Modena, fatto erede di quella famiglia, rimodernandolo lo chiamò Novissimo. Dal duca l'acquistò nel 1842 la società proprietaria del Teatro Nuovo, e lo disse dei Concordi.

Le Casa di ricovero e d'industria si aprirono il 1 settembre 1821 dov'era il monastero di Sant'Anna. Le donne fino dal 1838 hanno stanza nel monastero del Beato Pellegrino. D'ordinario sono 300 i ricoverati, 200 i poveri non ricoverati della Casa d'industria e 200 sovvenuti a domicilio.

Nella chiesa di San Tommaso veggonsi molte reliquie di santi e qualche buona tela. In questa e nell'oratorio attiguo, in cui sta una squisita tavoletta colorita nella prima metà del secolo XV, officiano i Filippini, sacerdoti secolari e liberi, che vivono del proprio; congregazione nata in Padova nel 1624, ad esempio di quella istituita in Roma da san Filippo Neri.

Il vicinissimo vecchio castello fu convertilo nel 1807 a Casa di forza capace di oltre 800 condannati. Di qua per la riviera di San Michele, in cui trovasi la fonderia di ferro Benek-Rocchetti, che impiega da 120 persone al giorno e lavora 200 tonnellate circa di ferro all'anno, si perviene alla Specola. È quel torrione (pag. 162), poscia rialzato, che con l'appellazione di Turlonga si legge in un documento del 1062 forma l'angolo a ovest del vecchio castello. Il fondo capiva le orrende carceri di Ezelino, onde al sommo della porta si scolpì questo distico, dopo che nel 1767 fu destinato alle osservazioni astronomiche: Quce quondam inferno» turris ducebat ad umbras Nane Venetum mispiciis pandit ad astra viam.

Daccanto sorge l'abitazione dei professori, che furono, dal 1771 in poi, Colombo, Chiminello, Toaldo e Santini, nomi celebratissimi, cui successe poco fa il bravo dottore Trattene™.

Sono erronee le date 130», i'.m recate dalla guida stampata nel 1845.

LA CITTA' 319 Retrocedendo pel ponte di Santa Maria di Vanzo giungi alla via di San Luca, ampliata da pochi anni colla demolizione di un tratto della vecchia mura che fiancheggiava quel ponte. Finisce la via al ponte di Torricelle, per cui si entrava nell'antica porta di questo nome, costrutta nel 1210, e demolita non è guari. Al di là stanoo i molini, fondati dal Comune nel 1217 a fianco della via romana che infilava il borgo e l'antica porta di Santa Croce e conduceva alle terme.

La chiesa di Santa Maria, una volta appartenente ii padri Serviti, fu eretta l'anno 1372 da Fina Buzzacarina sull'abitazione di Nicolò da Carrara, spianala per la ribellione di lui. I muri e la porta laterale sono quelli allora alzati; il portico è del 1510. Ha buone pitture, un colossale e barocco altare di marmo e un venerato crocifisso antico di legno.

La chiesa di San Canziano eretta nel 1617, e senza ragione attribuita dal Fossati al Palladio, ha una tela creduta del Padovanino, un' altra del Damini, in cui sono effigiati il pittore e il celebre medico Fabricio d'Aqua-pendente, e tre figure in terra cotta lavorate nel 1530 da Andrea Briosco detto Riccio o Crispo.

III.

Distretto I di Padova. Città fuori delle mura vecchie.

Usciamo dalle mura vecchie pel ponte romano dì San Lorenzo de' cui tre archi non si vede che uno laterale. Tanto scemò il fiume per le diversioni delle sue acque operate nei tempi di mezzo! Quello maggiore che sta sotto la via si può scorgere, scendendo nella cantina del palazzo Zucchetta.

Lo fiancheggia il palazzo Ticur del secolo XIV, ristorato da pochi anni, in cui vuoisi abitasse Dante nel 1306; ciò ncn è ancora provato, benché sia certo ch'abitò in questa via di San Lorenzo. In una parte del palazzino fu aperto nel 1830 un gabinetto di lettura, provveduto di molti giornali italiani e forestieri. A destra è il monumento sepolcrale di Antenore (vedilo a pag. 106), con portico laterale testé demolito.

La chiesa di Santo Stefano, prima delle monache Benedettine, poi del ginnasio liceale, fu l'anno scorso magazzino militare. Nel pian terreno del vicino monastero concorrono gli studenti del ginnasio, qui aperto nel 1818 dopo soppresso il collegio .-di Santa Giustina. Nel superiore

hanno stanza gli ufficj della Delegazione provinciale e delle pubbliche costruzioni.

Poco in là si radunano la società Filodrammatica e la Filarmonica di Santa Cecilia, ora fuse in una. La Filodrammatica successa nel 1815 a quell'accademia Poli, educa la gioventù nella declamazione teatrale; la Filarmonica, sorta nel 1847 a scopo meramente di divozione, dal 1850 si estese a soccorrere i poveri filarmonici e istruire i giovani nel canto, nel suono e nella composizione.

Divergendo ti si olire maestosa la insigne basilica, del Santo. Nel sagrato ergesi la statua equestre in bronzo del Gattamelata, generale de'

// Santo.

Veneziani, di cui salvò l'esercito nel 143R contro i Viscontei; opera di Donatello. Presso è la cappellina sepolcrale dei Carraresi, poscia Papafava, che mal risponde alla magnificenza del sito.

Il tempio ebbe principio nel 1232, un anno dopo la morte di san-rAntonio, e fu compiuto nel secolo vegnente. È di stile gotico-bisantino in alcune parti misto al romaio, e vuoisi lo modellasse Nicola Pisano. Il padre Gonzati spese due grossi volumi ad illustrarlo, e il padre Isnen-ghi «io compagno nel lavoro ne stampò una guida succosa.

LA CITTA' 211 È a croce latina, lungo metri 115, largo nella facciata metri 37, nella crociera 55, alto 38.50 nella parte più elevata, è 68 alla sommità dei campanili: con sette cupole, di cui la media a piramide, e l'ultima sopra la cappella delle reliquie eretta nel secolo XVIII. Sopra la porta maggiore il Mantegna colorì sant'Antonio e san Bernardino che venerano il monogramma di Cristo, ridipinti più tardi, come il fresco dietro ia statua, creduto di Giotto o dell'Avanzi. Entrando ti rapiscono la magnificenza dei monumenti addossati ai pilastri, gli archi e le volte gigantesche, la maestà della tribuna fornita di quaUro organi e il grandioso altare nel fondo del coro. Dei monumenti e sepolcri noveriamo solo quelli per Erasmo da JS'arni Gattamelata, Giovanni Antonio suo figlio, Bonifacio de'Lupi, e quattro cavalieri della famiglia Rossi, tra cui è Pietro che riguadagnò Padova ai Carraresi nel 1337; quello sotterra per gli Obizzi, tra cui il maresciallo Ferdinando salvatore di Vienna contro i Turchi e la Lucrezia che fu vittima della fede conjugrde; il colossale e barocco per Catterina Cornaro; relegante per Antonio Roselli attribuito al Bedano ; quello di Andrea Briosco pel padre Antonio Trombetta ; il bizzarro per Eusebio, Pompeo e Jacopo Caimi ; il ricco del Parodio per Orazio Secco; l'insigne del Sanmicheli per Pietro Bembo; l'altro grandioso dello stesso per Alessandro Contarmi , e il maestoso per Giovanni Michieli.

Vi dipinsero Boselli, Zanoni, Ponzone, Damini, Veronesi, Liberi, Pellegrini, Tiepoio, Ceruti, Rottari, Pittoni, Piazzetta, Balestra , Calzetta, Pelizzari, Santa Croce, Luca da Reggio, Malombra, Stefano da Ferrara, Dall' Arzere, Montagnana. Sovra tutto si arresta il culture delle belle arti innanzi alla cappella che serba le ossa di san Felice martire frescata da Jacopo Avanzi e da Altichieri da Zevio; innanzi ai freschi di Giotto o della sua scuola nel capitolo contiguo alla sagrestia, che furono imbiancati nel secolo XVII, e in parte scoperti dai fratelli Bernardo e Lodovico Gonzati ; innanzi alla cappella del B. Luca BelluJi, compagno a sant' Antonio, ornata di freschi atlribuiti a Giusto Menahoi, per iscia-gura ridipinti, in cui vedesi la citlà con torri e palagi del secolo XIV, e innanzi alla Vergine colorita a fresco sul dorso del pulpito alla giottesca nello scorcio del secolo XIV.

Se vuoi sculture, ne hai dei fratelli Aglio, del Bellano, di Parodio, di Giovanni Zorzi detto Pirgotele, di Luigi Ferrari, di Tiziano Aspetti, di Danese Cattaneo, di Antonio Verona ; se intarsiature, gii armadj della sagrestia, quattro scompartimenti nella stanza vicina e due confessionali salvati dall'incendio del 1749, opere di Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara; se belli stucchi, quelli nel soffitto della cappella di Sant'An-

lliustraz del L. V. voi. IV.

tonio eseguiti da Tiziano Minio, dal Falconetto e dai figli di questo, e gli altri nella cappella delle reliquie del Parodio e di Pietro Roncajolo; se terre cotte, la Deposizione dalla croce del Donatello sopra la porta di rimpetto alla cappella delle reliquie; se fini marmi, specialmente nell'altare della cappella di San Felice; e se fusioni in bronzo, vedi la cappella del Sacramento con portelle di Michelangelo Venier, con bassorilievo e quattro fanciulli del Donatello; il cenotafio del Trombetta, il cui busto è opera del Briosco; e la cappella maggiore. Ma prima osserva la bella cantoria co'suoi quadri a differenti trafori, i quattro organi, a due faccio ciascuno e il baldacchioo disegnati ed eseguiti da Giovanni Gloria. Chiudono l'ingresso massiccie imposte eseguite da Camillo Mazza della Balaustrata, su cui poggiano le statue della Fede, Carità, Temperanza e Speranza, fuse da Tiziano Aspetti. Nel dossale dell'altare sono incassati stupendi bronzi del Donatello e sopra l'altare poggiano due statue di san Lodovico e di San Prosdocimo con angioletti incastonati negli angoli e nei pilastrini , pur del Donatello, mentre di Andrea Olivi sono i fregi in bronzo del gradino. Insigne fusione del Briosco è poi il candelabro di bronzo, il più grande che si conosca, a fianco dell'altare, alto metri 3.f)2, largo nella base 1.12, eseguito dal 1507 al 1515 per lire 3720, o franchi 1860 e rappresentante alcune scienze, virtù e azioni del Redentore. Dei dodici bassorilievi nelle pareti della tribuna appartengono al Briosco i due rappresentanti Giuditta e Daniele innanzi all'arca, gli altri al Bellano; e al Donatello i quattro Evangelisti dello stesse pareti e le statue della Madonna e dei Santi Francesco, Antonio, Daniele, Giustina, tutte in bronzo.

Nella cappella delle reliquie, o del tesoro sono ammirabili le portello di rame dorato con riporti d'argento, cesellati da Adolfo Gaab di Augusta, da Andrea Barci vicentino, e da Angelo Scarabello; parecchie teche di sante reliquie e turiboli e croci e calici di ogni stile, tra cui spicca principalmente il grande tabernacolo, ov'è custodita la lingua del Santo.

Sovra tante bellezze e ricchezze ti sorprende per elegan/.a di disegno e sfoggio di marmi e di fregi la cappella del Sardo architettata dal padovano Briosco nel 1500, eseguita colla direzione di Giovanni Mi nello de' Bardi, poscia del Sansovino e nel 1532 fu coperta dal Falconelto. Le pareti sono coperte da mezzi rilievi di marmo bianco, esprimenti azioni di sant'Antonio, opere dei Lombardi, del Sansovino e di altri celebri. Il soffitto è ornato di bellissimi stucchi di fresco dorati. L'altare, che non risponde in vero alla magnificenza della cappella, chiude nella mensa le ceneri del Taumaturgo, entro cassa d'argento. Ha tre statue sopra la mensa, quattro angeli che portano i ceri e le portelle ai piedi della gradinata, fusioni di Tiziano Aspetti, autore dell'altare. Ai fianchi si elevano due gran-

LA CITTA' 223 di candelabri d'argento sovra due gruppi di angeli in marmo, quello a sinistra del Parodi, l'altro di Orazio Marinali; dall'arco verso la Madonna Mora pende una palla di rame, scagliata nel 1717 dai Turchi con altre 2000 di pielra contro una nave veneziana senza guastarla.

Nell'andito del primo chiostro del Capitolo trovi i sepolcri del secolo XIV di Federico Lavellongo podestà, di qualcuno della famiglia Onga-relli, di Bonzanello e Nicolò da Vigonza e della famiglia Capodivacca. Nel chiostro ammiri il monumento del Sanmichcli per Luigi Visconti, e l'arca di stile bisanlino del secolo XIV per Ramiero degli Arsendi di Forlì. Nell'andito che unisce questo chiostro al secondo, l'urna di Manno Donati prode fiorentino, un grandioso mausoleo del Sanmicheli non si sa per chi, l'avello di Cesare Riario patriarca d'Alessandria, e il monumento dei Volparo tra il 1382 e il 1390. Nel secondo chiostro del Noviziato godi la più incantevole prospettiva del tempio. Nel primo al lato di mezzodì sta scolpita a terra l'immagine di Elisabetta Sangiorgio che dettò gius canonico nella nostra Università tra il 1347 e il 135S in luogo del marito, e poco appresso l'arca di Guido da Lozzo morto nel 1295 e della sua moglie, e il deposito dei Bebi, scolpito nello scorcio del secolo XIV. L'amministrazione dei beni della basilica, conserva la Santa Famiglia , uno dei più finiti dipinti di Garofolo. Il monastero, abitato in parte dai Padri Minori, ripristinati nel 1826, che ora sommano a 51, in parte è ridotto a Caserma. La biblioteca ha grandiosa sala, dipinta da Antonio Pellegrini, eleganti scaffali con 12,000 volumi, tra cui 160 edizioni del secolo XV e 600 codici, alcuni dei secoli IX e X.

Al fianco sinistro del tempio sta il sarcofago, cretto verso il 1310 ai Piazzola con parti lavorate nei bassi tempi romani. Attiguo è l'oratorio di S. Giorgio, che fondò nel 1377 Raimondino de' Lupi da Parma, e colorì a iresco Jacopo Avanzi e sua scuola, alla cui parete è addossato il resto del più sfarzoso monumento gotico, conlenente le ceneri del fondatore, che i soldati francesi manomisero. L'oratorio della Confraternita di Sant'Antonio, al piano terreno ha un quadro malconcio del Padovanino, e nel superiore bellissimi freschi di Tiziano, di Domenico Campagnola suo emulo , di Benedetto e Bartolomeo Montagna. Dal verone Pio VI nel 1782 e Pio VII nel 1800 benedissero i Padovani.

Divergendo a sinistra si va nell'orto Botanico (pag. 116 e 184), presso cui durò poco la Società del giardinaggio istituita nel 1845.

Il ponte Corvo, apriva la via presso Adria. Ha tre archi, a destra è sostenuto da grossa sostruzione di mattoni, in cui vece forse esistevano due altri archi.

Non lontano è il giardino Treves de'Bonfilj, immaginato dallo Jappelli, che anche qui i movimenti dell'angusto terreno bellamente combinò a cento varietà.

Nella prossima via di Santa Caterina sta il Conservatorio femminile unito a quello del Soccorso, e uno dei tre asili infantili; si educano dalle Suore di San Francesco nelle preci e nel catechismo.

Non è lontano lo Sp date Civico, ampio edifìzio fondalo nel 1778 sul terreno del Collegio che tenevano i Gesuiti, successo a quello fondato nel 1420 da Baldo de'Bonafarj e da sua moglie Sibilla presso il monastero di San Francesco, architettato dal professore Domenico Cerato e aperto nel 1798. È capace di 500 malati ; spende più che 100 mila lire per anno, di cui una parte in doti a donzelle e in curar 60 poveri ai bagni d'Abano; concede 27 case gratuitamente a povere vedove vita durante; ha nella chiesetta un monumento del Canova ricordante il vescovo Giustiniani. Alcune sale sono destinate alle Cliniche dell'Università. Quella medica superiore ebbe origine verso il 1543, ed ha museo patologico fondato dal Fanzago nel 1808; quella di chirurgia, la cui scuola rimonta fra noi al 1392, ha pure gabinetto chirurgico; la ostetrica ebbe origine nel 1819, ed e munita di ì celta biblioteca ostetrica; e la oculistica fondata nel 1817, e aperta nel 1821, ha proprio gabinetto. La clinica medica provinciale dalie carceri di San Matteo fu qui portata nel 1818.

A pochi passi è l'ospizio, detto Ca Lancio, istituito da Marco Landò con testamento del 1513. Alloggiano nelle sue dodici case altrettanti padri di famiglia poveri ed onesti e vi hanno gratuitamente medico, chirurgo, medicina e piccola pensione.

Nella via di San Massimo, l'Istituto aperto nel 1838 dà a 20 giovani ciechi istruzione nel leggere e scrivere, nella musica e nelle arti.

La chiesa di San Massimo ha tre buono tele del Tiepolo, ed una buona statua di Giuseppe Pino, morto nel 1560. In quella (TOgnìsanii una superba tavola è attribuita a Jacopo Daponte o al Bonifazio.

Nel vicino monastero di Benedettine, architettato dallo Scamozzi, fu trasferito da pochi anni l'istituto degli Esposti, la cui sede anteriore a San Giovanni di Verdara ebbe il Collegio Fagnani diretto dai padri Gesuiti. Raccoglie trovatelli della città e della provincia, d'ordinario 3000; li mantiene con balie interne o a dozzina nelle campagne, e spende più che annue lire 160,000 di cui l'erario sostiene oltre i due terzi.

In capo del borgo è la Porta Portello costrutta nel 1518 con pro-epetto verso la campagna, a sembianza di arco trionfale, che il Temanza crede opera di Guglielmo Bergamasco.

Verso Santa Sofia, una chiesa nuova era destinata per la parrocchia di Ognisanti, ma prima che al culto serve a magazzino militare. Lungo il canale si giunge al macello pubblico, altra opera del Jappelli, di cui si loda la parte interna e si censura la facciata, imitante Io siile dei greci templi.

LA CITTA' 223 Oltre il ponte è la chiesa di Santa Sofia, il cui abside merita stadio. Il Selvatico lo vuole dei tempi longobardi, l'Orologio e il Moschini del secolo XII.

Nella via di San Francesco si trovano la chiesa di questo titolo e la Scuola della Carità, di antica istituzione che spendeva molto in doti a donzelle, e sussidj a poveri e carcerati. Nel suo Capitolo è la vita di Maria Vergine frescata da Dario Varotari con modi paoleschi.

Nella chiesa di San Francesco, murata come la scuola anzidetta, nel 1420, si lodano il monumento Cavalcanti, i freschi della seconda cappella, attribuiti a Girolamo dal Santo, il monumento in bronzo del Vellano per Pietro Roccabonella, il busto del secolo XVI di Bartolomeo Urbino, l'altarino lombardesco contiguo al maggiore con bassi rilievi, una tavola in bronzo del Vellano, compiuta dal Briosco, rappresentante la Vergine e santi, e buone tele, fra cui l'Ascensione di Paolo Veronese, a' cui apostoli rubali ne sostituì altri il Damini.

Nella chiesa di San Gaetano, architettata nel 1586 dallo Scamozzi, esistono pitture di Palma il Giovane, del Damini, del Maganza, e una mezza figura dell'Addolorata, attribuita a Tiziano. Dove ò il tribunale abitavano i Teatini.

Sulla piazza degli Eremitani fronteggia il palazzo Aremberg, già del prof. Marco Mantova Benavides (vedi pag. 144), che vi aveva unite anticaglie, pitture e sculture. Non rimangono che i freschi del Gualtieri nell'ingresso, la statua d'Ercole alta 25 piedi dell'Ammanato, con piedistallo, ove in otto spartimenti raffigurò le geste di lui; e un portone parimente dell' Ammanato a foggia d'arco trionfale. Nel piano superiore furono aggiunti più tardi dipinti del Tiepolo e del Guglielmi.

La chiesa degli Eremitani, alzata nel secolo XIII, va superba dei monumenti sepolcrali di Ubertino e Jacopo da Carrara (vedi p a g. 121) trasportati dalla chiesa demolita

di Sant' Agostino: dei fre- Uaniegna. sdii di Mantegna e di altri

discepoli dello Squarcione, di Guariento e di Stefano dalPArzere; di pitture del Fiumicelli, e di altri eccellenti pennelli; d'un bassorilievo in terra cotta di Giovanni da Pisa; d'un bassorilievo del Canova, e di altri monumenti sepolcrali, fra cui il grazioso dell'Ammanato pel Benavides.

A fianco è VArena di metri 110.36, per 65.10. Delle vetuste muraglie restano pochissimi avanzi in pietra dura (volg. colombina). Il Furlanetto vuole appartenessero al mezzano dei tre suoi ambulacri, onde sarebbe stato uno dei più cospicui anfiteatri d'Italia. Donato nel 1090 al vescovo Milone da Enrico III, passò ai Dalesmanini che lo cinsero della mura, che oggi vediamo, poi agli Scrovegni, che vi eressero la edicola, e da questi l'ebbero i Foscari, dai Foscari i Gradenigo.

L'edicola dell'Annunziata è uno dei più preziosi monumenti dell'arte italiana pei freschi i più conservali del Giotto e de'suoi allievi. Rappresentano azioni della Vergine e di Gesù, le virtù principali, i vizj opposti e il Giudizio finale. Il bellissimo sarcofago di Enrico Scrovegno fondatore di questa chiesa, posto nella tribuna (vedilo a pag. 108), si ritiene di Giovanni Pisano.

Volgendo sopra le mura nuova della città, si giunge alle Porle Conla-rine, bel sostegno, per cui passano le barche dal naviglio interno all'esterno, e oltre il ponte dei Carmini alla Caserma, già monastero dei Carmelitani e alla Scuola dei Carmini, con freschi del Campagnola e del Tiziano, e con altri più antichi che recano le sigle 0. I. P. interpretate per Opus Jeronymi Patavini e con una tavoletta sopra l'altare del Tiziano

0 di Palma Vecchio.

La chiesa contigua di Sanla Maria del Carmine ha buone statue nel quarto altare a destra, stimato per lo stile corretto, come l'altro della Croce nella parete opposta, una bella tavola del Padovanino, le portelle dell'organo dipinte da Dario Varotari, Maria sopra l'altare maggiore a fresco di Stefano dall'Arzere, e due angeli scolpiti dal Rinaldi.

Sul vicino Ponte Molino a cinque archi, uno dei romani tra noi esistenti (pag. 18), passava la via Aurelia, che per Vigodarzere, Tao (Octavum) e Non (Nonum) conduceva ad Asolo, Feltre e Belluno. Da pochi anni, conservandovi l'ossatura antica, se ne fece un diligente rislauro. Anche la porta Co-dalunga fu ristorata di recente a disegno dell'ingegnere Cecchini e aperti

1 fianchi, che si munirono di cancelli di ferro. Qui presso si va murando un bagno pubblico architettato dal Trevisan, che oltre alla vasca pe'nuotatori, avrà celle con bagni, caffè, bigliardo ecc. Io questa parte e in altri luoghi la nostra città si va rabbuiando, a merito specialmente dello zelante Municipio, e massime dacché la via ferrata, fece Padova, scala del commercio colla Romagna.

Il monastero dei Canonici Lateranensi di San Giovanni di Verdara,

LA CITTA' 227 soppresso il secolo scorso, è abitato da 22 padri e 9 laici gesuiti che vi dirigono il Collegio Fagnani di oltre 160 allievi. Ufficiano anche la chiesa attigua, di forme leggiadre, costrutta Circa il 4450, che possiede il monumento al Briosco, il bizzarro al Calfurnio di Antonio Minello, l'elegante a Lazzaro Bonamico, l'Addolorata di Antonio Bonazza, una delle migliori tavole del Tiepolo, due del Rottari, due dell'Arzere e due di Pietro da Bagnara.

Rimpetto sta VIsliluto Centrale delle Terziarie di san Francesco che sono 47, dal quale dipendono le altre distribuite nei luoghi pii di Padova e nella casa femminile di Ricovero in Venezia.

Nella via del beato Pellegrino è la scuola di chimica con laboratorio e gabinetto pegli studienti di medicina, diretta dal professore Ragazzini che successe al Melandri e questo al Carburi, il quale la trasferì in questo luogo nel 1760 (Vedi pag. 163).

Scorsa la via eh' ebbe il nome dai Fatebenefratelli, che qui nel 1833 apersero uno spedale di otto letti, si giunge nella via di Savonarola, che finisce alla porta che eresse nel 1530 il Falconetto.

Lungo il fiume è l'altra via di San Benedetto che trasse nome dal monastero delle Benedettine di San Francesco Vecchio, e da quello degli Olivetani di San Benedetto Novello, ambedue soppressi in questo secolo. L'ultimo è ridotto abitazione, eia chiesa fu demolita; il primo è fatto caserma di cavalleria e la chiesa, ora parrocchiale, ha due tele del Padovanino.

Il ponte a filo di ferro, eseguito nel 1829 da Antonio Claudio Galateo colonnello, è creduto il primo in Italia.

Più in là veggiamo i ponti dei Tadi e di San Giovanni. Il primo che ebbe il nome dalla famiglia omonima, che vi abitava vicino fu ricostrutto nel 1287; esisteva nel secolo XI e anche prima col nome di vicentina ed infilava la via Pelosa, che in linea rettissima conduceva a Montegalda e a Vicenza. 11 secondo è a capo del borgo che finisce alla Porta della città costrutta nel 1528 del Falconetto.

Il tempio di Sant'Agostino di bella architettura e ricco di monumenti d'arte, fu demolito nel 1819 con dolore dei cittadiui. L'attiguo monastero di Domenicani è ridotto a spedale militare capace di 500 malati. Lo divide dalla grandiosa caserma di cavalleria un'ampia cavallerizza.

I cittadini hanno la scuola di equitazione nell'antica Cittadella (pag. 51) presso TOsservatorio dove prima stanziava l'Accademia Delia (pag. 147). E probabile che il Galileo, perchè proposto e non accettato professore in questa Accademia, abbia lascialo per dispetto anche la cattedra della nostra Università.

Entrando per la vicina e vetusta Porta di San Michele, trovi a destra

nella piazzetta un oratorio, ch'era l'atrio della chiesa di San Michele (pag. 130), ndreslo demolita. Avea freschi di Jacopo da Verona. In quelli che rimangono voglionsi effigiati alcuni Carraresi, ed anche Pietro d'Abano, Dante, Petrarca e Boccaccio.

Non è lontano il Seminario Vescovile, che oltre al Forcellmi, al Facciolati, al Furlanetto, a'quali è dovuto il grande Lex'con totins latinitatis, diede non pochi uomini segnalali nella letteratura latina. Lo fondò il beato Gregorio Barbarigo vescovo nel 1671, dov'era il monastero di Santa Maria di Vanzo. Ingrandito posteriormente, occupa oggidì la superfìcie di metri 13.500 quadrati. Ha stanze per 50 professori, ed oltre 300 allievi, alcuni graziati in parte o in tutto. Rinomata stamperia, gabinetti, ampio tealro per l'esercitazioni letterarie e drammatiche, scuole per gli studj ginnasiali, filosofici e teologici, eccetto lo jus canonico che s'insegna nella Università ; biblioteca di più che 40,000 volumi e 800 manoscritti circa, tra cui una lettera olografa del Petrarca e il dialogo del Galileo postillato ài sua mano. Vanta 300 delle prime edizioni, bellissime stampe di classici greci e Ialini, rare incisioni in rame donate dal Manfredini tenente maresciallo, e 3600 medaglie romane regalate da Giambattista Sartori Canova vescovo di Mindo. La chiesa ha pitture di Lamberto Lombardo, di Francesco o Leandro Bassano, di Bartolomeo Montagna, di Jacopo Bassano e freschi dello stesso Montagna e del Campagnola.

Anche l'oratorio di San Bovo ha freschi di Sebastiano Florigerio al piano terreno e di Stefano dall'Arzere, del Campagnola, del Florigerio e del Tiziano, o di qualche suo emulo nel piano superiore.

Dalla vicinissima chiesa di Santa Maria del Torresino, alzata nel 1726 con disegno di Girolamo Frigimelica, percorri l'ameno passeggio di Vanzo, tanto gradito al Navagero. Lungo questo trovi il collegio femminile delle Dimesse, e il giardino o villa urbana con ombrosi passeggi, laberinto, ridenti praterie ed oggetti istruitivi qua e là sparsi, che il notajo Antonio Piazza quanto visse lasciò aperto ai cittadini.

Per la via dell' Fremite, qui trasportate nel 1682, soppresse nel 1810 o ripristinale nel 1823, pervieni all'Orfanotrofio di Santa Maria delle Grazie, che mantiene 47 tra orfane e mendicanti e le soccorre quando escono da marito (vedi pag. 165).

Il vicino Prato della Valle servi sempre a spettacoli, alle adunanze popolari, ai mercati e alle fiere. Del suo teatro, poscia zairo, fu detto a pag. 18. Questo romano edificio stava in linea opposta all'Arena, l'uno e l'altra fuori della città, che allora spaziava, come oggi, il tratto circuito dalle vecchie mura. Nella media età fu detto del Mercato perchè allora pure vi avean luogo i mercati, Prato Careseto da carex erbaccia palustre

LA CITTA' 329 che vi cresceva, e Campo Marzio dal mese di marzo in cui vi si adunava il popolo per assistere ai placiti che tenevano i principi, o i loro ministri. Indi fu detto Prato della Valle, siccome sito basso e vallivo, massime nel verno. Al secolo XIII vi si dieder rappresentazioni religiose e la prima volta i palj, o corse di cavalli che durarono sinché questi ultimi anni vennero sospesi per le vicende politiche. Fino al 1775 era solo una vasta pianura, quando Andrea Memmo provveditore di Padova ebbe il felice pensiero di rialzarvi il terreno e di formarvi la isolelta a elissi lunga piedi 528, larga 324. Sovra le sponde furono alzate più tardi le statue, di cui fu detto a pag. 165. Si va compiendo sopra il terreno del bruciato collegio Amuleo una grandiosa loggia di stile gotico-lombardo a disegno del bravo giovine Eugenio Maestri, che il municipio preferi al modello del Jappelli (pag. 188), che serbasi nel Museo civico.

Nell'angolo si erge maestoso e armonico il tempio di Santa Giustina, cominciato nel 1502 presso l'antica chiesa, di cui non resta che il coro

e qualche muraglia. A delta di Cavacelo, per motivo del terreno paludoso s'impiegarono nelle fondamenta tutti i materiali destinati per l'intera fabbrica. Ha tre spaziose navi, un complesso magnifico e semplice, la forma - di croce latina, la lunghezza di piedi geometrici 368, l'altezza di 82 nella nave principale, la larghezza di 98 nelle tre navi, di 252 nella crociera e otto cupole, di cui la media più elevata supera i 175 piedi, compresa la statua della santa sul cupolino. Una carta dell'archivio civico ne attribuisce il primo concetto a una congregazione di Benedettini. Ad incarnarlo s'incaricarono poscia parecchi artisti, fra cui Andrea Briosco, ma non è noto chi ne abbia avuto il merito precipuo. Solo è certo che Andrea Morone, nel 1532, sorvegliò al compimento della fabbrica. Ha una grandiosa Deposizione in marmo del Parodio, e dipinti di Paolo Veronese, de' suoi eredi, del Liberi, Loth, Luca Giordano, Palma il Giovine, Maganza, Ridolfi, Bissoni, Balestra, Ricci, Le Febre, Zanchi e Romanin. Dietro all' altare del braccio destro della crociera si vede un sepolcro del secolo XV, in cui vuoisi chiusa parte del corpo di san Mattia apostolo. L'atrio del contiguo oratorio ha un pozzo detto dei Santi Innocenti con molte ossa di santi. L'altare dell' oratorio contiene il corpo di san Prosdocimo primo vescovo di Padova. Antica Madonna sopra l'altare si vuole uscita illesa dal fuoco, in cui fu gettata per comando dell'iconoclasta Costantino nel 741, e recata da Costantinopoli da sant'Urio prete. I sotterranei son probabilmente avanzi di cripte dei primi secoli, e forse contemporanei al sacello stesso, che gli storici dicono eretto da san Prosdocimo a Maria. Gli staili del coro nuovo, figuranti a bassorilievo fatti del vecchio e nuovo Testamento, furono ideali da Andrea Campagnola e intagliati da Riccardo Taurino, quelli del coro vecchio furono intarsiati da Domenico piacentino e da Francesco parmigiano. Negli anditi della sacristia veggonsi due bassorilievi, l'uno del secolo AHI, l'altro del XII; nella sacristia alcuni corali miniati; e nel braccio sinistro della crociera dietro l'altare un'arca eretta nel 1316, che dicesi contenere il corpo di san Luca evangelista.

Il contiguo vasto edificio, ora Caserma degli Invalidi, capace di 1300 persone, era l'insigne monastero dei Benedettini di Santa Giustina, di cui si hanno memorie fino dal secolo VII. I nostri vecchi serbano ancora vivo ricordo della sua molta ricchezza e carità! Il tenere di Correzzola di circa 133O0O campi, che Napoleone I diede in feudo al duca Melzi, formava parte delle sterminate sue possessioni. De' celebratissimi freschi del Parentino, Campagnola e Girolamo Padovano, che ne decoravano i chiostri, e furono imbiancati, non restano che l'Orazione nell'orto del Campagnola e la Deposizione di Girolamo.

Nel principio del borgo di Santa Croce si trova l'ingresso dell'Or/u

LA CITTA' 231

Agrario, la cui arca di metri quadrati 49,032 fu da pochi anni improvvidamente ristretta. Ha 1' abitazione del professore, scuola, stanze, dove conservansi esemplari di cereali, frutta modellate in cera, sementi di utili piante, modelli di strumenti rurali, e fenile e aranciera. Il terreno s'impiega parte all'agricoltura, parte all'orticoltura e parte a saggi di coltivazioni speciali. La scuola agraria sorse nel 1763 col celebre Pietro Arduino (vedi pag. 163), ed oggi è tenuta dal bravo Keller professore supplente.

XVJII.

Distretto 1 di Padova — Villaggi fuori di Porta Santa Croce

Poco lungi dalle mura di Santa Croce ergevasi lo spelale di Si n Cristoforo A pochi passi è Bassanello, presso cui una volta sorgeva il monastero di Benedettine delle Maddalene, e dove oggi la strada si divide in tre rami; l'uno per Conselve, l'altro per Monselice, e il terzo romano oltre il ponte per Abano e San Piero Monlagnone.

Percorrendo il primo oltre due miglia, troviamo Al bign asego, o Bigna-sego (918) La parrocchiale di San Tommaso è ricordata in documento del 1077; ha infissa nel muro esterno una lapide romana di eleganti caratteri; novera, come il suo campanile, parocchi secoli di esistenza, e nella cappella maggiore possiede freschi attribuiti al Campagnola, e una vetusta ancona bene conservata a tre sparlimenli. Giuseppe Bianchi, defunto a' nostri tempi e nolo per la coltura e per alcuni scritti, la governò 44 anni. Il Magislri vi ha villeggiatura.

Oi faccia è Honcon (1027) con parrocchiale di San Lorenzo, bella villeggiatura S■irnbonifacio lungo la postale di Monselice, altra Buonmartini a Guizza e palazzo Ciera Lion, ora Treves.

A sud-ovest è Ter radura (1234) con chiesa a Maria e vetusto campanile. Vi hanno villeggiatura il Trieste, l'Estense Selvatico, lo Zahorra.

Mezza via è puri lo mediti da Padova e Monselice. Di qui si può divergere a San Pietro Àio n taglione per la porta della vecchia casa, che fiancheggia il ponte sul canale della Battaglia. In questa contrada di Carrara San Giorgio trovansi le belle case Bollili e Medoro.

Volgendo a sinistra si perviene a Corneiiana (1034), che uno statuto del 1234 appella Curnigihma. Della sua parrocchiale di S. Biagio è patrona la famiglia da Rio. La Vìa crucis fu scolpita in quadri di marmo bianco, e regalala dal Bonazza. In chiesa trovansi freschi di Stefano dall'Ar/ere.

A due miglia è Carrara San Giorgio, e pochi passi oltre, Carrara Santo Stefano ai conlini del distretto verso Battaglia. Carrara San Giorgio ò un bel casale, che nel 1397 unito ad altre ville, formava una vica-

1 Avverto : a) che gli edilì/.j circostanti per un miglio lontano sono posteriori al ioO^, i preesistenti essendo alterali per l'assedio di Massimiliano: b) die nella descrizione mi atterrò alle parrocchie e ai luoghi soggetti, anziché ai Comuni e loro frazioni, malamente impastati e rimpastati ; c) che l'anno posto a fronte di ciascun villaggio è quello dèi documento più antico che ne parla; d) che io attinsi molte notizie sopra luogo quasi in ogni angolo della provincia, ma se qualcuna mi fosse stata porta inesattamente da chi ho interrogato, io sarò tenuto mollo a chiunque me ne faccia accorto per usarne in futuro lavoro.

ria, con 1500 uomini atti alle armi. La grandiosa parrocchiale di San Giorgio possiede buoni dipinti nel soffitto, quattro buone statue alle pareti, il corpo di san Clemente martire, una sedia di stile gotico lombardo, su cui portasi in processione la statua di san Giorgio, bell'opera in legno del vivente Francesco Luchetta vicentino, e un'altra sedia con la statua di santa Filomena del Rinaldi. Le dipendono la Madonna al Pigozzo sulla postale, il tempietto unito al pala/.zo Grimani, la villeggiatura Riva, amen-due a Pontemanco, il palazzo Ruzzini, oggi Orlandi, eMezzavia anzidetta. Fa corona alla parrocchiale un bel gruppo di case civili, fra cui l'abitazione Araldi e il palazzo Soranzo.

Vogliono i cronisti che Gomberto longobardo abbia avuto Carrara in feudo da Berengario imperatore, e ch'egli sia stato l'autore di nobilissima stirpe. Certo nel 1027, Litolfo da Carrara dotò di molti beni il monastero di Sanlo Stefano da lui fondato, e nel 1114 Enrico imperatore confermò a quella famiglia la giurisdizione sull'abbazia stessa, e sul territorio e castello di Carrara. Questo fu atterrato da Ezelino nel 1247, e l' abazia ricchissima passò in commenda nel secolo XV. I suoi abati, vacante la sede vescovile, avevano nel secolo XIV il privilegio d'essere i gran cancellieri della nostra Università, carica devoluta sempre ai vescovi. Una lapide romana serviva di coperchio all'urna sepolcrale di Galearca moglie a Marsilio da Carrara che vivea nel 1152; un'altra e appiedi del campanile; e anticaglie e ruderi sono nel muro del cortile vicino; altro frammento di lapide nella facciata della chiesa; e altre lapidi furono trasferite al museo di Caltajo. Il campanile e la grandiosa chiesa coniano oltre a quattro secoli. Una parte del pavimento a mosaico rammenta la primitiva sua erezione nel secolo XI. Possiede vino stupendo gruppo in terra cotta, il sigillo del principe Francesco I da Carrara, parecchi pregevoli dipinti, fra cui una Madonna in pietra del paragone e una in tavola e il mausoleo a lodati rilievi in marmo di Marsilio da Carrara. Intorno a questa chiesa ed abbazia il Ceoldo scrisse un grosso volume.

Retrocedendo al Bassanello, oltre il ponte per la strada romana si perviene a Mandria ( 1047), cosi detta, scrive il buon Salomonio, perchè v'era il serraglio degli animali de'principi! Un tempo avea spedale e monastero di Camaldolesi. Da una lapide qui sterrata si noma Claudia Tor-reuma giocoliera. Vicino alla parrocchiale sta il pala/.zino Allegri in figura di piccolo castello, e prospetta sul canale della Battaglia iì palazzo paladiano del Vanni, arredalo di buone pitture e sculture.

Da antico è celebre per le sue terme Abano; e la illustre famiglia omonima,or estinta, diede personaggi ragguardevoli, e probabilmente Pietro, medico, filosofo ed astrologo notissimo; e Manfredo, vissuto prima del 1168 che teneva feudi dal vescovo di Padova in Abano, Mandria, Montagnone, Monle Ortone, Monterosso, Ccnglare, Tramonte, Lova, Teolo, Torreggia, Galzignano, Faedo, Monlecchia, Veggiano, ecc.

Abano ebbe un monastero verso il 1000, un podestà che nel 1276 riceveva 30 lire per semestre, e un castello di cui non restano traccio. La chiesa arcipretale di San Lorenzo ricordata verso il 1000, ha forma grandiosa ad una nave male proporzionata al piccolo e antico campanile, bell'altare maggiore, e pregiata sedia portatile con la statua di Maria, opera del mentovato Lucclietta. Nei dintorni sono sparsele villeggiature Savioli, Dalla Vecchia, Nani Orologio, Cittadella Vigodarzere a Feriole, Bonomi sulla vetta di San Daniele e le belle case del Sette premialo più volte dalla società d'incoraggiamento per miglioramenti agricoli, e del Rigon altro distinto agronomo. È tradizione che Tito Livio qui avesse la culla, come Valerio Fiacco ed Arrunzio Stella.

Abano.

A pochi passi dall'arciprelale verso i colli sorgono gli stabilimenti balneari, dintorno alla fonte termale, che scatta dalla piccola altura Monte Irono. Bello e grandioso e lo siabilimento Orologio, ora Trieste, che si presta a lutti i comodi dei forastieri ed è abbellito di grandiosa vasca con getto d'acqua bollente, di viale ombroso e di ameni passeggi. Presso è lo spedale dei poveri, che si mandano alla cura termale. Grande è pure lo stabilimento Todeschini e quelli Morosini, del Molino, delle due torri e dei bagni vecchi, tutti del Trieste, il casino con bagni e lo stabilimento Cortesi del Meggiorato. Queste acque famose adoravansi ai tempi romani quali divinità, e presso loro era l'oracolo di Gerione, di cui parla Svetonio in Tiberio. In quel delubro Cornelio Augure narrò a'circostanti la battaglia tra Cesare e Pompeo nell'istante che succedeva e gridò: « Cesare, tu vinci ». Fra le tante lapidi e anticaglie che vi si sterrarono, una porta che Quinto Magurio, feroce padovano e giocoliere, col frutto degli spettacoli dati in Abano comperò e dedicò alle terme aponensi otto spranghe di ferro e 159 pertiche, ciascuna con dodici uncini, onde le brigate là accorrenti vi appendessero le vesti. Di queste terme cclebratissime parlano anche Sidonio Apollinare, Lucano, Marziale. Silio Italico, Gellio, Plinio. Giulio Obsequenle, ■Tito Livio, Plutarco, Celio Aureliano, Messala Corvino, Cassiodore. Questi in lettera a nome di re Teodorico indirizzata a Luigi architetto, tocca della loro antichità, del palazzo, delle celle, dei lavaloj, delle fonti, dei condotti sotterrànei; vuole ch'egli li ristori alla magnificenza di prima e aggiunge * se il denaro non basta scrivi che non gravano a n.d le spese per man■ 'enere questo villaggio, amenissimo ornamento del nostro regno rinomato P«r tutto il mondo ». Anche Ennodio vescovo ticinese l'encomia a cielo «ella lettera 8 del libro V. Tanta celebrità sfumò nei tempi barbarici per le devastazioni e gl'incendj. Degli scrittori meno vetusti e de* più recenti irebbe troppo lungo il catalogo.

La strada verso Montortone svolta in fianco dello stabilimento Orologio. Scorsi pochi passi, ti si offrono in graziosa veduta le colline

di San Pietro Montagnon, Galzignan, San Daniele, Rua, Venda, Luvi-gliano, Tramonte, Montortone, Praglia e Monterosso. Lungo la stessa strada e lungo l'altra che volge a Montegrotto trovi qua e là allegri e fumanti ruscelletti.

Che le antiche terme aponensi si estendessero fino a Montortone provano le vasche marmoree qui rinvenute. Scadde nel medio evo anche questo luogo per risorgere in tempi a noi vicini. Narrasi che certo Pietro Falco malaticcio, dirigendosi nel 1428 ad Abano, entrasse in una grotticella a piedi del colle, donde sorgeva un'acqua cristallina di tepore latteo; che apparsa Maria, gli comandasse per riavere la salute di estrarre da questo fonte una tavoletta che portava la sua immagine, e di mostrarla a tutti, dicendo ch'ella impietosita farebbe cessare la pestilenza che allora costernava la città; in prova egli prendesse un ramoscello di olivo che diverrebbe secco ove se ne cingesse il ventre, e tornerebbe verde quando ne facesse cerchio alle tempia: viceversa avverrebbe se adoperasse un ramoscello di quercia. Divulgato il miracolo, divenne il luogo venerando, e vi si costrussero il grandioso tempio che ora vediamo, e il monastero vicino, oggi convertito in stabilimento balneare militare. Quel racconto, ed altre azioni di Maria vi furono rappresentate a fresco nella cappella maggiore da Jacopo Montagnana, più lardi imbiancato e or in parte scoperte dal curato Andrea Bazzana. In un sacello dietro l'altare maggiore vedesi la mentovata tavoletta e nei due stanzini laterali i sassi sovra cui poggiava la immagine entro il fonte. Il Santuario fu ripristinato al culto dopo soppresso il monastero a spendio del sacerdote Erio e contiene buoni dipinti del Bissoni, del Palma, del Vassilacchi detto l'Aliense, e bellissimi rilievi intorno all'altare maggiore. Nella seconda festa di Pasqua vi concorrono a processione i parrocchiani di San Pietro Montagnone, Galzignano, Torreggia, Tramonte e Montemerlo ed anco gli Abanesi in questa o in altra festa seguente. Presso la chiesa, pochi gradini sotterra trovasi la grotticella anzidetta, da cui sgorgano due fonti, l'uno dell'acqua tepida medicinale mentovala, e l'altro di fresca, a cui i paesani attribuiscono la virtù di guarire le malattie degli occhi. Il Mandruzzato ritiene che questo colle sia uno de' più giovani Euganei, e ira quelli che non rimasero lungamente sommersi dall'acque marine.

Graziosa per isolata postura è la collinetta di San Damele, vicinissima a Monte Ortone e ai bagni d'Abano. Sulla vetta la famiglia estinta da Montagnone alzò, avanti il 1123, un monastero pei Benedettini, che fu dato nel 1461 ai canonici regolari di San Salvatore, e durò fino al secolo scorso. Il Bonomi vi fa ogni anno splendida villeggiatura, a cui si giunge per istrada facile e pittoresca di recente da lui costrutta. A predi del colle sorge un' acqua solforosa -fresca ch'esala odore di ova fra dice.

Oltre San Daniele a sud-ovest è Torreggia, con chiesa di San Sabino ricordala in documento nel 1077 e posta in alto del colle. Sembra abtra avuto il nome dalle sue torri, e massime da una fortissima, che vi alzò Alberto Bibi, tesoriere di Ezelino. Chi guarda Torreggia dalla strada presso l'edicola, dove quella si bipartisce, gode la più incantevole vis'a. Volgendo l'occhio da sinistra a diritta vede le colline la Mola e la Sicsa di Galzignan, il poggio Cierega, ai cui piedi si erge il grazioso palazzino Ferro, con tempietto; il monte Rua e la Mira collinetta con elegante casino Zadra, a sembianza di eastclluccio, il monte Venda più lontano, e la Rina, acni succedono il Ruetta e il Solone più vicino. Avea Torreggia uno spedale di San Leonardo, commendalo nel secolo XVI e vide nascere nella casa Pedrola lungo la strada di Luvigliano, il buon latinista Jacopo Facciolati; e abitare molli mesi dell'anno il Barbieri nel suo poderetto e casino, dove

scrisse buona parte de' suoi versi e prose, e dove introdusse buona coltivazione. Fu sepolto nel cimitero di questa sua villa,

Contento assai, che il suo sepolcro onori La pietà de' bifolchi e de' pastori.

Però egli non ebbe molto a lodare que' colligiani e i nostri villici in generale nella decima delle Veglie Taurigiane, ch'anzi ne fa bruita pittura a cui giusto com'era, soggiunse: t Io reputo, che gran parte dei male sia proceduta dall'ingrato abbandono degli ahbondosi posseditori, che immersi nelle delizie cittadine, poca oniuna cura si pigliano de'colonL e li lasciano taglieggiare ai loro agenti o fattori, che Dio vel dica ».

Ne dipende Castelletto, vaga collinetta sovra cui sorge una casa con piccolo tempio, probabilmente antico castello, una volta dei monaci di Santa Giustina. Vantaggia molto il villaggio, una grossa sorgente, che muove quatto molini e si progetta condurla tino ad Abano, mancante d'acqua potabile. Che vi giungesse anche ai tempi romani provano reliquie di sotterranei condotti.

La sua cima già sassosa e sterile di Rua appartenne ai Camaldolesi di Mutano dopo che rovinarono 1' eremo e la chiesa di Santa Maria, de' quali è memoria fino dal 133i. Girolamo Suessano, eremita di Monte Corona, nel 1537 la ottenne dai monaci proprietarj, e co suffragi di Baldassare Moro, di Galeazzo Bigolino e di altri divoti vi costruì altra chiesa e piccolo romitorio, a cui più tardi si aggiunsero 22 separate celle per altrettanti remili. A costoro merito cipressi, pini, ginepri, castagni, olivi e numerosi frutteti tramutarono la scabrosa sommità in terrestre paradiso. « Questo eremo, scrive il vescovo Orologio, che formava il decoro della mia diocesi, che ne era il sostegno con le orazioni e colta vita penitente di quei santi eremiti, ebbe fine nella fatale vandalica soppressione del 1810 ». Abbiamo una stampa intitolata Ristorici Romualdina aactorc Luca Eremita llispano ed eseguita in eremo Ruhensi. In agro Patavino MDLXXXV1I probabilmente da qualche girovago stampatore tedesco. Oggi è proprietario di quel sito il Faccanoni, e vi è quasi distrutto il magnifico bosco, che * riempie di meraviglia i nostri sguardi (diceva il Barbieri), c di sacro orrore comprende gli animi nostri ».

Anco la chiesa di San Martino di Luvigliano, antica matrice di parecchie altre ed ora di Torreggia e Valsanzibio, esisteva nel 1077, ed era costume al secolo XI di misurare in essa il frumento e il vino e di conteggiare il soldo del fìtto, che i villici pagavano ai padroni. La magnifica villeggiatura dei nostri vescovi vi fu principiata da Carlo Zeno dove sorgeva l'arcipretale, che fu traslocata vicino. Questa possiede una tavola attribuita al Montagna, ed ha soggetto e vicino il delizioso Mira-bello con villeggiatura Gusella, ora Tolomei, e prima ospizio dei monaci di Montortone. Nei dintorni stanno le comode abitazioni Maluta, Clementi e il casino Gritti, e una sorgente perenne vi move due molini. Di fianco sorge il monte Solone.

La parrocchiale di San Giorgio di Tramonto (inler montes) sul dosso della collina, fu comperata nel 1124 dai monaci di Praglia. Non saprei dire se la fabbrica presente e il campanile rimontino a quell'età. Cerio è pove-pissima e in grande disordine, onde speriamo che l'erario patrono la ristori in breve. Più basso sorge la villeggiatura Brunelli Bonetti, e al piano l'antica casa del Ttirrazza, che si vuole una volta del cardinale Zabarella, il Palazzine Rosa e la villeggiatura Piazza.

Monlerosso (1115), su cui forse i da Montagnone edificarono un castello, è singolare pegli ammassi colonnari della suatrachite. Al piano sta la chiesetta parrocchiale con qualche discreta tela, e ai piedi del colle il casino doppi, dove villeggiava il Bembo.

XIX.

Distretto I di Padova. Ville fuori di porta Saracinesca e porta San Giovanni.

Fuori porta Saracinesca ergevasi il monastero di Benedettine di San Francesco Piccolo, che nel 1518 passarono ad abitare in quello di San Matteo in Padova, e il monastero delle Grazie de'Domenicani, che vennero pure a stanziare in città presso la chiesa delle Grazie, ch'essi murarono coll'annesso convento.

Lungo il Bacchiglione che presso questa porta entra in città a un miglio circa si trova l'unico villaggio di B rusegn a, che in documento del 1020 si appella villaggio nuovo, a proposito della ingegnosa tradizione, che ne deriva il nome da urbs euganea o burgus euganeus, come fosse il sito o un borgo di Padova antichissima. Vi hanno possedimenti i monaci di Praglia fin dal 1120 e bella villa il Bonelli: la parrocchiale già neL 1125 era titolata ai santi Fabiano e Sebastiano.

A pochi passi di là del fiume è Volta Brusegna, la cui chiesa di San Martino, poi di Santa Maria, fu donata con molte terre da Milone vescovo alle monache di San Pietro, ond'oggi è di juspatronato regio.

Uscendo di porta San Giovanni lungo la strada montanara a un miglio circa è Brentelle di sotto, con ponte e molini sulla Brentella, da cui con breve gita si perviene al villaggio di Tcncarola (1055) in riva al Bacchiglione. Della parrocchiale di San Bartolomeo esistente nel 1123 furono patroni i monaci di Praglia sino dal 1153. Da un lato sorge il palazzo Folco, una volta Zambell'i, dall'altro corre la strada, e di rimpelto il Bas-chiglione, che vi conduce molini. Al di là del fiume stanno la grandiosa casa Meneghini e il palazzino Pivetta. I Folco e i monaci di Praglia vi hanno i più ricchi possedimenti. Qui il 29 aprile 1323 fu conchiusa la pace dopo tante sanguinose lotte tra i Padovani e i fuorusciti.

Montecchia (1115), graziosa ed isolata collinetta, dipende da Monterosso. Sulla cima si erge il palazzine Emo Capodilista, architettalo da Dario Va-rolari, che ne dipinse le pareti in compagnia dell'Aliente. Nel 1208 fu data in feudo dal vescovo di Padova a Rinaldo Scrovegno, Ancor prima avea Un castello, che fu atterrato da Ezelino nel 123(5. Il palazzi no per la postura domina gran tratto del paese. Il dosso della collina è a prato, ma si presterebbe a frutteti e viti. Al piano viali boschivi ed ampie case coloniche.

La Chiesa di San Biagio a Villa del bosco fino dal 1172 dipendette dal vicino monastero di Praglia. Ora, come la parrocchiale di Tramonte, a cui è soggetta, è di juspatronato regio.

Praglia, anticamente Pralalca, Pralarla, dai prati, era giurisdizione dei conti da Montebello nel 1107. Verso questo tempo vi eressero un monastero, che divenne ricco e celebre per nomini illustri. Papa Calisto nel 1123 lo prese a proleggere per l'annuo censo di due monete d'oro. Era unito a San Benedetto di Polirone nel Mantovano, e dal 1448 in poi a Santa Giustina di Padova. Soppresso nel 1810, fa ripristinato nel 1834, e ora si compone di 26 monaci. Il suo grandioso edificio sta a* piedi del colle detto le Are, coltivato con amore da quo'monaci. Fu compitilo nel 11-24 ed ampliato posteriormente. La sua chiesa venne alzata col modello di Tullio Lombardo nel 1490, a tre navi e a croce latina, non correttissima la facciata . molto armonico V interno. Vi si ascende per

Monastero di Praglia

per un'ampia gradinata, sotto cui si ammirano spaziosi arcali e grandiose cantine. Possiede dipinti del Tintoretto, del Badile maestro a Paolo Caliari, delio stesso Paolo; di Luca de'Longhi Ravennate e del Varolari. Il mona-siero ha un elegante cortile pensile, un vasto refettorio con freschi del Montagna e dello Zclolti, e con intagli in legno del. Biasi e una libreria copiosa di edizioni e di manoscritti, il cui soffitto fu dipinto dallo Zelotti. Di questo cenobio, vanto della nostra provincia, scrisse un lepido e istruttivo dialogo il Selvatico nei R'cordi sui Colli Euganei. Una storia succosa ne stampò il Pivetta in due edizioni; e altre memorie manoscritte, oltre al vecchio archivio di quel monastero, possiede il Municipio.

Sia che tu venga da Praglia o da Teolo, due fila di superbe piante fiancheggiano la strada prima che tu giunga alla spaziosa piazza di Bresseo, dove ogn'anno si tiene fiera frequentatissima dai villeggianti dei dintorni e dai Padovani. Guarda su questa piazza il signorile palazzo Giustinian.

Bresseo dipende da Villa, dove esisteva un ospedale governalo dai vìllici, narra il Portenari; della parrocchiale di Santa Maria, si hanno memorie fino dal 983. Francesco Ronzani la governa da 52 anni. Nei dintorni sfanno le villeggiature Orologio, Zambelli e Sinigaglia.

Da Villa ascendi a Teolo per pittoresca e facile strada eseguita di rc-! :-iitc con molta spesa per comodo dei Padovani che qui accorrono nella state e nell'autunno, e per comodo del commissariato e della pretura, gli furono tolti poco dopo costruita. Da questa strada li si presenta da un lw Pendice nel suo orrido spaccato dalla parte dello scoglio (vedi pag. 36), e dall'altro Teolo con bel gruppo di case civili. Che pur questo luogo fosse abitato ai tempi romani lo accertano le lapidi in esso scoperte. Nel 1837 vi si trovò una colonna tronca e rastremata colla stessa iscrizione del confini tra gli Estensi e i Padovani che abbiamo veduto a pag. 13. Dai documenti del secolo X e XI è detto Titulum, raramente Tetholum, onde si vuole ricevesse il nome da Tito Livio, anzi che questi vi avesse i natali, e precisa-

mente nella casa di proprietà Adami. Al secolo XIII vi sedeva un podestà, e nel 1397 era vicaria che noverava 1400 uomini atti alle armi, fra cui 530 a cavallo. Giù prova l'importanza di questo casale in ogni tempo. Narra lo Scardeonc che in una piccola caverna presso la chiesa di S.Antonio abate al fianco del Monte della Madonna abbia condotto vita eremitica s. Felicita, il cui corpo riposa in Santa Giustina di Padova. L'aicipretale, titolata a santa Giustina, ha un grandioso altare maggiore con buona tela, e un vetusto campanile. Vi si festeggia il 21 novembre la salvezza di questo bel villaggio dal cholera del 1836, che fu incolume eziandio da quello del 1855, onde i parrocchiani nella prima domenica d'agosto concorrono in processione a ringraziare Maria nella sua edicola posta in vetta del monte, che della Madonna appunto si noma. Invece il giovedì dopo la Pentecoste si raguna nella casa dell'arciprete la Congregazione dello Spirilo Santo composta di 24 parrochi e istituita nel 1627 a scopi pii. Questa casa torreggia fra tutte più alta e appariscente, e da essa vedi in pittoresco prospetto il piccolo colie Olivetto, il Pirio, Pendice, dietro a questo il Venda, il Cioin più vicino, e a'piedi Teolo. In questi dintorni abbondano ciriegi, fichi, castagni e viti eccellenti. Dianin lasciò franchi 150 per anno a'poveri e alcune doti a donzelle, oltre a franchi 120 ogni anno per un decennio in premio a tre colligiani, che più si distinguano nell'arte agricola, massime nel ridurre luoghi sterili a viti ed ulivi.

Chi da Teolo si dirige a Gas tei nuovo giunge ai fianchi di Pendice, che sembra dall'arte reciso a metà, da questa parte coltivato e dall'altra nudo scoglio. Nel principio di questa amenissima gita si gode un' altra stupenda prospettiva; da un lato la pianura padovana: dall'altro avvenenti colline, che graziosamente si alternano colle loro gibbosità; rimpetto e lontano si affaccia il monte Vendevolo, più vicino quello di Luca, a cui succedono gli altri delle Forche, Altorio, della Madonna, il monte Grande e ai piedi Teolo. A giocondare il tragitto sgorga più in su nella strada una fonte purissima d'acqna che resiste alle siccità e viene raccolta in una vasca. Qui presso sovra piccola altura sta la casa Capodilista, detta Schivanoja, e di qui divergendo a sinistra puoi ascendere sovra Pendice.

Anche a Pendice furono dissepolte e lapidi e anticaglie. Nel medioevo divenne castello fortissimo, noto per le avventure della Speronella.

Progredendo l'interrotto viaggio, avremo altra bellissima veduta tra i colli e più in alto troveremo a cavaliere della strada un ferrigno scoglio, che sembra precipitare al basso; si appella il Sasso di San Biagio, perchè avea nella sua vetta il castello e la chiesa di Castelnovo titolata a quel santo, ora più in là costrutta. Un ricco velo a ricami d'oro copre la Madonna e una tela di Paolo Veronese figura il martirio del titolare. Chi non avesse sazietà ancora di belle prospettive superi il cocuzzolo posto dietro la chiesa.

A Castelnovo, che pur ci diede qualche lapide romana, è soggetto Venda dalla parte che vi guarda, mentre dall'altra dipende da Boccon. Di tutto il monte, che dicemmo il più alto degli Euganei, è proprietario il Miniscalchi di Verona. Vuoisi da Venere, ó da Diana Bendia, traesse il nome. Nel secolo XIII esisteva nella sua cima un monastero e una chiesa di San Giovanni Battista, ove ricovrò il vescovo Pietro Marcello nel 1417 per paura della peste. A questo cenobio di Olivetani, soppresso nel 1767, accorreva ogni armo mollo popolo nella festa di quel santo: ora a stento vi ascende qualche curioso di vedere le sue rovine e il bel panorama. Alla metà dell' erta ergevasi una munitissima ròcca, e oltre alla metà del fianco meridionale, che gira ad est, era piantato il rozzo sasso, che vedemmo a pag. 93.1 villaggi che fanno corona a questo monte nelle carte del medio evo appellami Pedevenda.

Dilettevole strada da Teolo sempre in mezzo ai colli conduce a Zovon ch'è al piano, e fa parte del V distretto di Este. Da qui per altra strada che costeggia i monti, alle cui coste tratto tratto appariscono ridenti case, si perviene a Carbonara (977), che tocca i confini del Vicentino, dove aveano possessioni fino dal 1013 i monaci di San Felice di Vicenza. Il Salomonione deriva il nome dal carbone che vi si preparava, industria di cui restano ancora le traccie. La parrocchiale titolata a San Giambattista, una volta dei monaci di Praglia, ora di juspatronato regio, ha avanzi di antichi freschi. Le sovrasta il colle Mottolone, sulla cui vetta esisteva il castello. Il turbine 17 agosto 1756, che rovesciò sulla piazza il coperto del Salone di Padova, qui schiantò case, uccise persone, onde ogn'anno vi si fanno quel dì sacre preghiere. È soggetta alla parrocchiale la parte del Monte della Madonna che vi prospetta. Il suo rettore Giuseppe Scapin possiede una piccola ma scelta biblioteca, rara suppellettile dei sacerdoti di villa. I colligiani raccolgon quella sabbia ferruginosa che si mette sullo scritto e ne fanno qualche smercio. Vicino alla chiesa scorre un fonte ferruginoso. Nella contrada di Lovolo sorge il palazzo Fugazzaro.

Verso levante in altura è la chiesa di San Giorgio eli Rovolone. donata con altri beni ai monaci di Santa Giustina da Guaslino vescovo nel 971. Questi monaci comperarono nel 1441 il colle verso occidente, lo coltivarono, vi costrussero un ospizio e un oratorio detto della Costa, e lo ridussero luogo di delizia. Rovolone fu prima contea dei conti di Padova, pòscia detti Schinelli : diede origine alla antica famiglia omonima ed estinta: ebbe podestà nel secolo XIII, uno spedale nel 1192, due castelli di cui restano vestigia; subì devastazioni da Ezelino (1240), incendj da Cane Scaligero (1312) e molti danneggiamenti dai Veneziani (1372).'Oltre l'arciprete, di cui si hanno memorie del 1077, officiarono tre canonici nella sua chiesa, ch'era matrice di parecchie altre. Soppresso il monastero suo patrono, divenne proprietà dello Stato. Vi si trova il palazzo Martinengo e a Frassinelle il Papafava.

A nord-ovest s'incontra Bastia, il cui castello alzalo dalla Repubblica di Padova per impedire le scorrerie dei Vicentini fu distrutto dallo Scaligero (1312). La parrocchiale, titolata alla Madonna, ha buoni dipinti e buoni intagli di legno nella cantoria. La schiantò il turbine del 1756 e parecchie vittime seppellì tra le rovine. N'erano patroni i Monaci di Santa Giustina, ora l'erario. Nei dintorni hanno possedimenti Erminia Cassinari Aregensburg e il Gritti. Il vicino bosco d'alto fusto di Carpaneda appartenente allo Stato; si estende per 1400 pertiche censuarie e divide il Padovano dal Vicentino.

Sovra tutti Frassinelle è luogo amenissimo, signorile e romantico. Il magnifico palazzo Papafava torreggia in vetta al grazioso poggio con cucina e altre stanze del piano terreno scavate nel nudo sasso. Di questo luogo delizioso stampò un idillio il Dal Pian quando esso conte Cittadella impalmò la nipote del conte Alessandro; uh poemetto bernesco il Lazava e altro il Polcaslro.

Da Mon temerlo (1106) derivò la famiglia omonima estinta. In vetta al colle era un castello dei Forzate,in cui riparò beato Giordano (pag. 42) dopo che Padova cesse nel 1237 al legalo imperiale e ad Ezelino. La chiesa di San Michele al piano ha qualche discreto dipinto e una statua di quell'arcangelo del secolo XIV. Abballano questo villaggio la casa Cittadella Vigodarzere, ora Papafava, e il casino Cecchini Pacchierotti. Vi si trova eccellente macigno (irachite).

Fin qui le ville dei colli nel primo Distretto. Ora vediamo le altre di pianura volgendo a Ckrvarkse ch'è a nord-ovest e a tre miglia distante. I documenti lo appellano Zilvarisium, Silvarisium, dall'antico suo slato selvoso.

Tuttora vi si trova un bosco d'alto fusto di 69(5 pertiche censitane. Sta ai confini del Padovano col Vicentino e dal Bacchiglione, è diviso in due parrocchie di S. Croce e di Maria di juspatronato regio. S. Croce a destra fu donata noli'874 dal vescovo ai monaci di S. Giustina ed ha un buon fresco, ma è ornai indecente al culto. Il vicino monastero passò in commenda nel secolo XVIII e la chiesa divenne juspatronato dei procuratori di San Marco indi dello Stato che la ristorerà, speriamo. Ne'suoi dintorni hanno abitazioni i Levi, Borsotti, Marzari, Moschini, gli eredi Nani Mocenigo, Trento ora Valmarana già ospizio di Santa Giustina. Santa Maria è di recente costruzione, col soffitto dipinto dal Santi e con una sua tela nel primo altare a sinistra. Da questa parte si trovano i palazzi Tomasini e Malfatti. Fu questo doppio villaggio incendiato dai Vicentini nel 1198, ebbe distrutto il suo castello della Motta nel 1312 da Can della Scala, accolse nel 1327 il ribelle Nicolò da Carrara e vide rotti i Veneziani dai Carraresi nel 1372.

Parimente in riva al Bacchiglione è il piccolo castello di San Martino, quadrato, con mura rovinose e intatto torrione.

Non trovai il nome di Creola prima del 1215, eppure visi rinvennero tegole e mattoni di lunga età. Nella parrocchiale di San Pietro si commemora il 14 maggio una tempesta che desolò il villaggio nel 1856. Monsignor-Foretti vescovo di Chioggia vi ha un palazzo ed un tempietto : altra edicola il collegio Armeno Moorat nel cui interno riposa in arca di marmo bianco sorretta da quattro colonnine Benedetto Crivelli milanese,che nel 1512 ebbe in dono questa villa dalla repubblica veneta e fu creato nobile veneziano, per aver ceduto la fortezza di Crema che teneva a nome del ve di Francia.

Rimpetto e al di là del Bacchiglione sorge Tram bacche (1147), o Trambaque da Inter ambas aquas, poiché si trova tra questo fiume e il Tesina. Reginaldo Scrovegno vi avea munitissima ròcca, in cui Francesco da Carrara chiuso Iacopino suo zio e compagno nella signoria. La parrocchiale di San Lorenzo è di juspatronato Candi e Braga a vicenda. Il collegio Armeno in questa e nella villa di Creola ha estesi possedimenti.

Saccolongo (1088), pure in riva del Bacchiglione, avea lino dal 1123 un monastero di Benedettini, che passò in commenda nel secolo XVII, e diede nel 1345 un abate a Santa Giustina in Nicolò suo monaco. La parrocchiale di Santa Maria, ampia, ad una nave, di moderna struttura, come il campanile, ha bellissimi intagli dorati nella teca dell'organo e qualche discreto dipinto. Qui pure sterraronsi lapidi romane. I Capodilisla e il Za-bora vi sono i più ricchi possidenti di terre.

Sclvazzano parimente in riva del Bacchiglione, poco lungi da Ten-carola, avea un castello, che nel 1072 appartenne ai conti di Padova, e fu distrutto in questo secolo. La grandiosa arcipretale di San Michele ha buoni dipinti. Fu saccheggialo e incenerito dai Vicentini nel 1198, e vide nel 1241 rotto il marchese d'Este da Ezelino. Qui villeggiava il Cesarotti (pag. 171) nella casa Leoni, ora Valvasori.

XX.

Disti*. I di Padova. — Ville fuori di P. Savonarola e Codalunga.

Mezzo miglio fuori Porta Savonarola si stacca dalla strada di Vicenza un lungo viale a doppia fila d'ipocastani, che mena alla necropoli padovana ; sinora è nudo terreno: però l'ingegnere Maestri ebbe incarico dal Municipio di progettare altro cimitero architettonico.

Pochi passi avanti, lungo la strada è Chiesa nova, una volta Villa vieta, sovra cui estese la sua giurisdizione la parrocchiale di San Già-

corno della città lino al 1384, quando Simeone dagli Statuti vi eresse la chiesa di Maria, che ha un beli' altare maggiore in marmo eseguito dal Danieletti nel 1771; Punito spedale sparve per la spianata del 1509. Nei dintorni sorgono il casino degli eredi Gerardi, V ampia casa Fanzago, il piccolo borgo di Brentelle di sopra, che finisce al ponte sulla Brentella, e al di là di questa a destra il palazzino con boschetti dello Zucchetta. A sinistra esisteva il Lazzaretto, fondato sopra terreni dei Cam-posampieri, dopo annientato nel 1509 quello presso le mura del Portello. Avea ampio edifizio e chiesa di San Rocco; or non resta che qualche fabbrica rustica.

A breve gita lungo la stessa postale troviamo Serme ola e Rubano. Del primo villaggio Orso vescovo di Padova donò le decime nel 1026 alle monache di San Pietro. Anche la sua parrocchiale di San Fidenzio è antica, poiché ne abbiamo memorie del 1130. Ne'suoi dintorni ha ville la Bilich, il Fabris, la Oddo Àrrigoni, gli eredi Faciolati, il Fantoni erede Borromeo, il Valle e il Chiappa ; e a Rubano il Rossi, la Marchetti, il Giup-poni e il Savioli. Qui la parrocchiale dell'Assunta ha una buona tela sopra l'altare maggiore.

Mostrino (1191) è dei più. allegri casali della nostra pianura, vi furono dissepolte una lapide romana e urne vinarie. Presso la parrocchiale di S.Bartolomeo esisteva nel 1260 un monastero femminile, dipendente dalla badia di Nonantola, che fu distrutto verso il 1357. Quella chiesa una volta a tre navi, cadde nel secolo scorso e fu ricostruita ad una sola nave molto ampia. Ha nella sacrestia il ritratto di Giovanni Zara suo rettore (1717) memorato per benelìcenze. Vi concorre grande quantità di bovini per la benedizione nella festa di san Bovo. Nel cimitero riposa Francesco Beggio che col fratello Domenico qui murò una grande tettoja sostenuta da colossali colonne con albergo e spazioso stallaggio per quei che riandavano tra Padova e Vicenza, numerosi innanzi che fosse condotta la via ferrata. Nel terreno della vedova Valmasoni stan le fondamenta in macigno del castello, che alzò Schinella de'Conti e distrusse Ezelino (1256). Il sacerdote Vincenzo Spinelli lasciò lire 18,000 a benefizio della chiesa e dei poveri. Hanno nome alcuni falegnami e fabbricatori di ruote.

Divergendo dalla postale a sinistra troviamo Veggiano, la cui parrocchia di Sant'Andrea fu donata nel 1183 dal vescovo Gherardo ai monaci di Gervare^e, ed ora spetta alle famiglie Buzzacarini, Estense Selvatico e Gazzo. Il marchese Pietro Estense Selvatico vi ha un palazzino con ampie fabbriche coloniche, il Rosini un casino, l'uno e l'altro con estesi terreni e il Berzi un palazzo. Si vanno introducendo risaje e prati; e nella contrada Sanzeno il Salomonio accenna un tempo esistita una rócca.

Tornando sulla postale si perviene ad Arlesega ( 1033 arx tassa) e che ha tuttora il castello. Un miglio più in là è Santa Maria del Zocco nel territorio vicentino dov'era un ospizio dei monaci di Monte Orione, dove ogni anno si faceva una fiera frequentatissima per lo smercio dei panni.

A nord-ovest sta Lissaro, la cui parrocchiale di S. Giambattista esistente nel 1077, oggi si rifa più ampia con disegno del Diodo.

È verisimile che Ronchi di Campanile (1276) abbia avuto esistenza dalla famiglia estinta da Campanile. L' elegante parrocchiale dedicala a San Giacomo, è di juspatronato dei Colletti e fu ristorata nel 1754 da un Floriano della stessa famiglia.

Nel Bosco di Rubano (1299) la parrocchiale dei Santi Maria e Teo-baldo ha discreta tela nel primo altare a destra: e hanno casini i Nardi, Robustello, Ceroni, palazzo V Orologio e il Correr con giardino.

Di un rettore nomato Pater nosler della parrocchiale di San Prosdocimo in Villaguatera abbiamo un documento del 1191. Questo villaggio e

quelli di Lissaro, Ruban , Bosco di Ruban e Sermeola furono incendiati nel 1312 da Can della Scala.

Un'altra strada per Monlà, Pon te rotto, Tejè e Villafranca conduce a Piazzola. A poca distanza da Monta sul. ciglio della strada vedesi una lapide con la scritta: MDXIII Termene della Spianada. Baldassare Frison rettore della parrocchiale di San Bartolomeo, fu premiato dalla società di Incoraggiamento per meriti agricoli; dopo la chiesa la strada s'incrocia con la via ferrata e pochi passi in là a mano destra si vede 1* argine della regina, che seguita a intervalli sino oltre Villafranca.

Ponterotto ebbe nome da un ponte che vi esisteva nel 1383 e fu distrutto dalle inondazioni. Or serve un ponte volante; ma il Comune di Padova ha deliberato testé di ricostruirlo.

Tejò (secolo XII) già in uno statuto del 1276 si distingue in Ielle-dum de subtus et de supra. La parrocchiale di Tejè di sotto è dedicata a San Nicolò: dista un miglio quella di Tejè di sopra , dei Santi Cosmo e Damiano. Da questa dipende la villeggiatola Fini. Nei dintorni fu sconfitto dai Carraresi nel 1386 Cortesia Serego capitano degli Scaligeri, che vi restò prigioniero con altri capitani, 4000 soldati, 6000 cavalli e 220 meretrici.

Sito allegro è Villafranca, la cui parrocchiale di Santa Cecilia fu costrutta nel 1190 da Leon Lovisino di Limona, e l'anno seguente dotata di esteso qnartese (quarantesima parte dei prodotti del suolo) dal vescovo Gerardo. Vi è anche il santuario di Santa Maria delle Grazie, una volta appartenente alle monache di Sant' Agata e Cecilia di Padova. Ampio ad una nave, possiede sette altari tra cui uno grandioso di legno con sotto-confessione, e mediocri freschi nel soffitto e nella tribuna. Nel villaggio ha bella casa il Meloni, e una filanda il Busetto.

A ovest nell'estremità del Padovano col Vicentino stanno Campo-longo(1234)e Bevador (1231). La chiesa di S. Margherita del primo è soggetta alla parrocchiale del secondo, titolata a S. Leonardo, diocesi vicentina.

Continuando la strada da Villafranca si giunge a Piazzola, che fu capo di distretto. Non trovai documenti che lo accennino prima del 1229, eppure nel 1743 vi si trovò una stela portata nel museo di Verona, che ricorda Publio Elio Aristide Teodoro, celebre solista. Un castello dei Belludi, fu atterrato dai Padovani per punir la ribellione di Zambonetto Belludi. Quindi passò ai Denti, poscia ai Carraresi, e in fine ai Contarini, dote a Maria di Nicolò da Carrara sposa a Francesco Contarini. Vi fa maestosa comparsa il palazzo Contarini, poscia Correr ed oggi Camerini che prospetta la strada di Limena. La sua peschiera fu or diseccata, e il giardino innanzi la facciata, chiuso da un rivo d'acqua vivissima, è ridotto a prato e cortile. La strada qui si apre in due braccia, che corrono parallele al palazzo l'ima per Cittadella 1' altra per Camisano e Vicenza. Al di qua della strada un altro rivo parallelo serve alle lavandaje e forma il diametro dell'ampia piazza semicircolare con portico non finito. Anche il palazzo non è finito ; barocca dimora edificata da Marco Contarini nel 1602. La grandiosa parroc; chiale, titolata ai Santi Maria e Silvestro, di moderna costruzione e di juspatronato Camerini, possiede un buon Crocifìsso con le Marie e altri Santi, parte a mezzo e parte a tutto rilievo in legno. Il paese appartiene in molta parte al Camerini, ha vaste risaje, ed è uno dei meno fertili della provincia, ma anche il più industrioso, mercè le molte acque. Vi trovi filanda di 92 fornelli, incannatojo che dà lavoro a oltre 70 povere, quattro torcitoj per la seta, sega, ferriera, gualchiera, pila e tintoria. Nei tempi lussureggianti i Conlarini facevano qui sfarzosa villeggiatura , e Marco Contarini vi dava perfino grandiose rappresentazioni nel teatro, che vi avea costrutto. « Vi si videro (scrive il Tiraboschi) gi-

rare sulla scena tirate da superbi destrieri fino a cinque ricchissime carrozze e carri trionfali e cento amazzoni e cento mori e cinquanta altri a cavallo e cacce ed altri solenni spettacoli ». Sono descritti e stampati i Trattenimenti qui dati al duca di Brunswich Ernesto Augusto vescovo di Osnabruk nel 1685 e a don Tomaso Henriquez de Cabrerà l'anno seguente.

A nord è Presina, detta anche Carturetto o Carturo di sotto, la cui parrocchia di San Bartolomeo ha una buona tela sopra l'altare maggiore, e tiene soggetta l'Isola di Carturo con la chiesa di San Matteo e con palazzo Cittadella.

A Carturo di sopra danno indizio d'antichità i ruderi di fabbrica romana sterrali da pochi anni vicino al cimitero. Nel medio evo ebbe un castello atterralo nel 1202 dai Veronesi e nel 1237 da Ezelino, e due volte ricostrutto da Guglielmo da Carturo, e nel 1276 ebbe un podestà collo stipendio di lire 40 per semestre. « Si veggono (scrive il Portenari) le rovine della torre del castello alquanto eminente sopra l'acqua del Brenta che con le spesse inondazioni cavando il terreno si è andata approssimando ». Da queste inondazioni si deve ripetere lo scadimento del paese. Un documento del 1181 porta che il suo arciprete sostenne litigio con l'abate di Praglia per le chiese di San Nicolò e San Pietro; unite a monasteri esistenti in Carturo. Nella arcipretale e matrice, dedicala a Maria, si festeggia nel 25 agosto la esenzione del villaggio dai cholera del 1836. Vi hanno antico sepolcro i Malfatti che credonsi discendere dai Carturo. A pochi passi dalla chiesa si sprofonda un bacino di campi 1200, coltivato a risaje e scavato dal Brenta 20 piedi al di sotto del circostante terreno, cui è attiguo un boschetto di campi 60.

Rifacendo la strada per Piazzola si trovano Tremignon (1209) e Vaccai* ino (1137), quello con parrocchiale di San Giorgio, queslo con parrocchiale di San Michele, una volta di juspaironato Micheli, ora Cittadella, da cui dipende la signorile villeggiatura Trieste, con bellissimo giardino architettato dal Jappelli.

Li mena (918), bagnato dal Brenta e dalla Brentella, non è dubbio che sia luogo antico, poiché vi furono dissepolte lapidi romane e la sua arcipretale titolata ai santi Felice e Fortunato, è composta di maltoni romani, cos'i il campanile. Fu aggiunta in altezza forse quando vi furono ricostruiti l'abside e il portico aderente alla facciata. Ha tre navi e possiede in bel rilievo una matrona con capelli sciolti sulle spalle, e un tronco molto antico di colonna col capitello sopra cui poggia la pila dell'acqua santa. Nel 1478 fu dala ai canonici Lateranensi di San Giovanni di Verdara, soppressi nel secolo scorso. Oggi n'è patrona la famiglia Dal Fabbro, e perchè minaccia rovina, si celebrano le sacre funzioni nell'elegante tempietto munito di bell'altare di marmo con buone statue e bel rilievo nel dossale, che la Casa di Ricovero in Padova eredò con 500 campi e coll'edilizio vicino dal Morsari, il quale ebbe la vaghezza di unirvi i più grandi vasi vinari che si conoscano nella provincia, tra cui otto capaci ciascuno di 370 mastelli. Questa cantina era l'ala deslra del maestoso palazzo Fini, che incendiato più non risorse, mentre la sinistra fu ridotta a grazioso casino di villeggiatura. Altre abitazioni civili formano questo bel casale, in cui trovi il ponte e la rosta che partisce il Brenta, onde il suo ramo destro entri nella Brentella, opere amendue del. principe Francesco da Carrara. Egli avea pure circuito il castello di mura di fosse e di argini, che i Veneziani distrussero, in tempi più antichi quel castello, che più non esiste, apparteneva all'estinta famiglia cognominata dal villaggio, la qual diede uomini ragguardevoli. Il Giustiniani vorrebbe trentunesimo vescovo di Padova-il beato Pietro da Limona;. Odorico da Limena fu eletto abate di S. Giustina nel 1269, e probabilmente Pietro Cozzo da Limona modellò il salone della Ragione.

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Lungo la slrada verso Padova, sta Altichiero (918 Villa Alticheria è Vicus Alticherms). Vi ha bella villeggiatura lo Zamboni, che diede bell'esempio di miglioramenti agricoli; casino con boschetto e ombrosi viali il Cimegotto e altra casa il Manfrin, una volta splendida villeggiatura di Angelo Querini che vi avea raccolte molle lapidi romane e anticaglie ora disperse. Ne fu stampata la descrizione di Giustiniana Winn Rosemberg, con annotazioni del Ben incasa e venlinove incisioni. La parrocchiale poverissima è litolata a Sant'Eufemia.

Fuori di Porta Codalunga avanti il 1509 esistevano la magnifica villa dei Capodilista, la chiesa della Trinità, il monastero di Benedettine di San Marco, l'altro dei Camaldolesi e quelli di San Bernardo dei Certosini, in cui riparò Massimiliano mentre assediava la ciltà. Tra questa porta e quella del Portello, esisteva innanzi quel tempo una terza, che infilava, il borgo di Porciglia, da cui aveva il nome e molto appresso ergevasi il mona-siero di Benedettine di Santa Maria di Porciglio, che avea eretto nel 1219 il padovano Pietro Bonizzi. Ora non iscorgi da quella parte se non lo stabilimento del gasomel.ro e dall'altra la vicina stazione della via ferrata.

Da questa slrada a un quarto di miglio si parte a destra un viale, che finisce al santuario dell'A ree 11 a. Qui san Francesco nel 1220 fondò un ritiro di monaci, in cui visse il beato Luca Belludi, e un altro di monache che accolse la beata Eiena Enselmini, e vuoisi il quarto di Clarisse istituito da quel santo. Nel 1231 vi mori sant'Antonio, reduce da Camposampiero , onde tanta venerazione n'ebbero i Padovani che nel 1275 i). Comune decretò di compierne la rifabbrica. Ma anche questa soggiacque allo sterminio del 1509, meno una parie della cella, che vide spirare il taumaturgo, e che pochi anni appresso la pietà dei Padovani comprese miro la chiesuola, detta Sant'Antonino per la sua piccolezza. Nel 1673 questa si ampliò e nel 1840 si die mano a ricostruirla com'è oggidì a disegno del Trevisan. La statua di quel sanlo moiiente, eseguita dal Rinaldi non ancora trilustre e qualche bel monumento sepolcrale fu scolpito dal Gra-ilcnigo. Di questo santuario scrissero Berzi e Gonzati.

Riprendendo la slrada verso Vigodarzere. troveremo il palazzo Magno, ora Meloni, il casino Novarra, il palazzino Contarini, ora Parpagiola, e altre belle case. Qui il Brenta faceva una gran curva che si tolse leste con un taglio rettilineo, sovra cui si gettò nuovo ponte. Fra questo e il vecchio, eh' è a cavalcioni della curva, sta il palazzino Priuli. Pochi passi più in là vediamo a destra la villeggiatura dell'attuale podestà Francesco De La-zara, e a sinistra l'arciprelale del villaggio (918). Da questo sorli l'illustre famiglia Vigodarzere, ricordata nei documenti tino dal principio del secolo XII, di cui fu crede e lustro il vivente conte Andrea Cittadella. Vi esisteva nel 1199 e poscia un ospedale di leprosi, ed un castello fortissimo. La chiesa titolata a san Martino, di fabbrica assai vetusta, ebbe aggiunte posteriormente le due navi laterali ed ha un campanile con lìgura di vecchia torre. Il suo arciprete Giambattista Ceroni con testamento del 1799 lasciò un reddito per dieci doli. Vi appartengono la villeggiatura Zusto, era Pisani, di bell'architettura, e la contrada Bagnoli, menzionala fin dal 1077.

Con breve gita giungi alla Certosa in riva al Brenta, ora villeggiatura De Zigno. f Certosini, istituiti Ira noi per codicillo del vescovo Pietro Dona, ebbero nel 1448 il monastero anzidetto di San Bernardino, le cui monache per la Mia scandalosa furono sparse in altri monasteri della città. Annichilito quel luogo colla spianata del 1509, i monaci vi piantarono una colonna, e portatomi nel lor ospizio a Campo S. Martino, ove stettero fin ali 554 circa, quando traslocarono in questo romitaggio presso Vigodarzere. Vi trovi ancora viali con secolari carpani e fra ridenti prati un bell'ingresso che prospetta verso il fiume, due lati del maggiore peristilo. ciascuno a sedici arcate sorrette

da piedritti, due altri lati di un peristilo minore a colonne toscane bu-gnale, un cortiletto di forme leggiadre dinanzi alla chiesa, e alcune comode celle. La quantità dei mattoni ivi accatastati con rottami di cornici, di statue, di busti, di teste e di travature mostrano la primiera vastità e magnificenza dell' edilìzio, che fu architettato dal padovano Andrea della Valle nel 1560. Qui ebbero dolcissimo riposo que' romiti fino al secolo scorso, in cui la repubblica veneta li disperse.

Sempre in riva al Brenta pervieni a Saletto e Tao. Alla parrocchiale del primo, litolata a san Silvestro ed esistente il 1127, soggiace Busiago (1080) che nel secolo XII era pieve, corte e feudo dei Cananei da Tersola con castello, gruppo di case, borghi e cinta di mura.

Tao, con parrocchiale di san Pietro apostolo, è parola evidentemente accorciata di Tavo, Ottavo; i documenti del medioevo lo dicono sempre Odavum come appellano Nonum il vicino villaggio di Santa Maria di Non.

Retrocedendo a sud-est incontreremo Godiverno Santa Trinità (1026) con parrocchiale di questo titolo, di cui ha il patronato la famiglia Estense Selvatico Frigimelica. 11 campanile è un avanzo della torre unita al castello o palazzo Dalesmanino, indi Frigimelica. Quello Selvatico, che ora vi esiste con peschiera e belle praterie, si attribuisce al Sansovino.

Ancora a sud-est a breve distanza è Pionca (1127) con parrocchiale dì Sant'Ambrogio di juspatronato della famiglia Badoer.

Tornando a Vigodarzere e volgendo alla sinistra del Brenta troveremo Mejaniga e Cadoneghe, e all'opposta riva del fiume la villa di Torre.

Ignoro come si voglia Mejaniga anticamente nomata Emilianica dalla gente Emiria. In una donazione del 1047 si chiama Milanigz e pare che nel medioevo questo villaggio sia stato feudo della famiglia da Nono, ed avesse anche questo il suo castello. Ora non vedi che la parrocchiale di Sant'Antonio con tre buoni altari di marmo.

In uno statuto del 1234 si novera Cadoneghe e Ronchi di Cadoneghe onde lo ritengo luogo non antico. Vi trovi la villeggiatura Nani e la parrocchiale di Sant'Andrea apostolo con tre tavole di antico pennello rappresentanti il Crocifisso e due sante, e con rilievo nel dossale dell'aitar maggiore che figura il pellicano tra fiori e frutti.

Sembra che Torre (918) abbia preso il nome da un torrione, posto già in difesa del Brenta. Nel secolo XII sorgeva ne'suoi dintorni la Silva de Brenta. Dalla grandiosa arcipretale col titolo di San Michele dipendono 2600 anime, la villeggiatura Gaudio, la bella casa Widman, il palazzo Marcello , il sito una volta Fistomba, nome da pochi secoli dimenticalo, e la sua contrada detta ancora Morlise. Cianciano che qui avessero sepoltura i Padovani infedeli, e Fistomba (Felicis tumba) fosse un luogo comperato da Felice decimoterzo vescovo, per seppellirvi i cristiani.

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Distretto I di Padova. Ville fuori di P. Portello e Pontecorvo.

Prendendo la postale di Venezia, arriviamo, dopo un miglio circa, alla chiesa di San Lazzaro che diede il nome alla villa. Qui un tempo stagno un monastero di Zoccolanti, intitolato a sant'Orsola, ed uno spedale pei leprosi. La parrocchiale possiede un quadro di marmo raffigurante s»nta Teresa.

Ponte di Brenta (1234), è luogo allegro e popolato, con civili abitazioni che finiscono al ponte, costrutto la prima volta nel 1191. Sorgeva vicinissima un'estesa selva detta Porpora. Va crescendo ognora più per la

sua felice postura. Nel secolo XVII avea uno spedale titolato a s. Daniele. Oggi novera tra le molte sue case il palazzo Giovanelli, e le belle abitazioni Broda, Bolani, Veronese, Scalfo, Fasolo ecc., e la parrocchiale di San Marco aggregata alla basilica di Roma, che possiede sette altari di marmo, buone scolture, belli intagli nella teca dell'organo, un elegante pulpito. Gli abitanti lavorano di sedie e segnatamente di stoviglie economiche cui il Da Rio stampò una memoria. La fiera annuale è frequentala.

A pochi passi oltre il ponte sottopassi alla via ferrala, e più oltre rinvieni Peraga. Nel 1027 Ingelperto conte ebbe questa corte e la cappella dal patriarca d'Aquileja, poi Arduiksua vedova le vendette con 44 massarizw (90u campi circa) al monastero di Sant' Illario per lire 1700. Da questo villaggio originò la famiglia omonima da cui sorli Filippo che ne fu signore, ed ebbe dai Padovani il castello di Mirano in compenso di Peraga e di Vigonza, incendiate nel 1319 per ordine di Jacopo da Carrara. Avea Peraga nel secolo XII uno spedale. Ampia n'è la chiesa, dedicata ai santi Vincenzo e Anastasio, chJ era parrocchiale anche prima del 1192, ora d'juspatronato dellafamigliaComeIlo.lt suo campanile, già torre vetusta e cadente, fu demolito per metà. Nei dintorni stanno le villeggiature Arrigoni e Trevisan.

Da Vigonza (1004) ebbe origine altra famiglia omonima estinta. Sino dal 1135 la sua parrocchiale di Santa Margherita era congiunta ad un monastero di canonici regolari di Sant'Agostino, l'uno e l'altra ceduti nel 1478 alle monache della Misericordia di Padova. Del monastero avanza un por-tichetto presso la chiesa. Questa una volta a tre navi cadde, e fu lieo-strutta di forma rotonda col disegno del Jappelli. La fabbrica rovinò in brevi anni, e fu sostituita dalla odierna architettata dal Sacchetti. Èd'jus-patronalo regio, e una discreta tela sopra l'altare maggiore si vuole di Palma il giovane.

A Para volo (1027), dove si trovò fra mattoni romani scritto Lwc, la parrocchiale di Sant'Andrea è d'juspatronalo regio, poiché apparteneva alle monache della Misericordia.

Noverila (918) è bellissimo casale alla destra del Brenta e alla sinistra del Piovego. Un documento del 1054 fa cenno d'una sua chiesa di Santa Maria e della estensione del villaggio anche dove sorse più tardi Ponte-dibrenla. Un aliro del 1095 parla del suo porto, a cui fermavansi le bar che, che pagavano le gabelle ai canonici di Padova per le merci che sca-ricavansi e trasferivansi nella città, mercecchè non era ancora scavalo il Piovego, ciò che fu nel 1209. Avea questo luogo un castello appartenente ai Dalesmanini, che fu distrutto da Ezelino, e ne'suoi dintorni boscaglie. Nel 1508 Pietro Vittori vi fondò anche un monastero del terzo ordine di San Francesco. Per l'amenità del sito l'imperatrice moglie di Federico II qui scelse di soggiornare durante i due mesj, in cui l'ermossi a Padova il marito, che sovente in questi dimorili tornava alla caccia. La parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo ha bella forma e grandiosa, beli'aliare maggiore di marmo con le statue di que' santi e con rilievo nel dossale della mensa che figura Gesù in atto di fidare le chiavi a san Pietro. Oltre a questa chiesa, al suo elegantissimo campanile compiuto nel 1857 col disegno del professore Calcinardi, e a parecchie civili abitazioni, vi noveriamo i due palazzi Cappello, la villeggiatura Santini, una volta Gallino, il palazzo paladiano Marina in riva del Piovego e le villeggiature Giustiniani, ora Chantal, Manzoni, e Sacerdoti ora Tonzig. Qui nacque e fu sepolto Angelo Agnoletto professore del Seminario, autore di parecchi scritti. Qui i più ricchi pagano le medicine ai poveri malati e gli abitanti lavorano di sedie, d'armadj e di altri mobili in noce.

Valicando il ponte del Piovego, puoi volgerti a San Gregorio, da cui transitando il canale di Roncajette, portarti a Terranegra, per retrocedere

a Camino. A San Gregorio esisteva un monastero di Sant'Orsola de' Cistercensi nella contrada di Vodicalcara, fondalo nel 4294 da Enrico Scro-vegno cavaliere gaudente. Dopo alcuni anni fu ceduto a Benedettine, sino a che si compì il monastero di S. Marco fuori di Porta Porciglia poi Minori Osservanti lo tennero finché soppressi. Vi era anche spedale per alloggio dei pellegrini che fu commendato, onde la sua chiesa titolata a San Gregorio venne fatta parrochiale. Il ponte de' Gradici sul Piovego, che da Padova conduce a questa villa, credesi dapprima eretto di graticci, da cui avesse il nome. Certo fu costrutto di pietra nel 128f, rotto nel 1509 dai soldati di Massimiliano dopo ch'ebbero devastata la villa, e rifabbricato dappoi. Presso questo ponte Cane della Scala, mentre assediava Padova nel 1320 eresse una bastila, di cui nel secolo scorso vedevansi ancora le fondamenta, e da questa fino al Bassanello scavò una fossa, che munì di terrapieni.

A Terranegra (1027) fu sterrata una lapide sepolcrale di Q. M. Antonio Mercatore e C. M. Antonio Gemello probabilmente fratelli. Ha molini costrutti prima del 1256 e parrocchiale dedicata a san Gaetano.

Dal nostro Camino (1095) forse provenne la illustre famiglia omonima, che si traslocò a Treviso. In questa villa nel 1137 combatterono fieramente i militi della famiglia Ongarelli coi militi dei canonici di Padova per occupare certo bosco e certi terreni contesi tra loro, e fu sparso sangue. Della sua parrocchiale col titolo di San Salvatore, esistente prima del 1130, sono ancora patroni que'canonici. Fu ricostrutta a spendio del canonico Bellini, che nel testamento lasciò prò tempore all' arcidiacono di Padova e nel codicillo al vescovo di Chioggia il suo palazzo qui posto, oltre all'unito tempietto, dov'egli è sepolto, e oltre a 60 campi, coll'obbligo di stipendiarvi un mansionario. Ora l'arcidiacono e il vescovo se ne contrastano il possesso, ma con modi pacifici quali non usarono i loro precessori. Nel cimitero riposano le ossa dei professori Avvanzini e canonico Melan. Nei dintorni si coltivano vivaj di vili che si spacciano da lontano; ma la rinomata uva corbina e corbinella di Camino, soffre più d' ogni altra la fatale critogama. Ne dipende la frazione di Lavezzolo, ricordata in un documento del 9G4.

Un miglio a sud è Granze di Camino detta anche Frassenedo(1171) da frassini, con piccola parrocchiale tilolata a san Clemente, d'juspatronato regio. Qui ha villeggiatura il Leali e anche qui si coltivano vivaj di viti corbinelle.

Un documento del 1171 noma Vi Ila t ora, Villa laura, e fa cenno della sua parrocchiale de' Santi Simone e Giuda. Un altro del 1281 appella Villa fura la contrada Villafora che ne dipende. Gli etimologisti esilerebbero di credere queste ville una volta popolale da tori e da ladri?

A sud-ovest è Saonarola (1080), della cui parrocchiale titolata a san Martino parla un documento del 1130, come un altro 1132 fa cenno d'im bosco della Castaldia di Sermazza vicino a Saonara sopra il Cornio verso Piove, che si estendeva dalla Fossa Gorganaro fino all'acqua navigabile di Sermazza e cominciavasi a tagliare dai canonici di Padova. Chi potrebbe ora precisare questi confini e queste acque dopo tante variazioni de'no-stri fiumi e canali! A Saonara nel 1275 esisteva uri ritiro di monache di Santa Maria che unironsi poscia a quelle di Sant'Anna in città. Nel secolo decimosettimo vi gra nell'orto Vidogarzere, e fu poscia sepolto, e nuovamente discoperto nel 1847 un Priapo, alto più d'un metro, nel c»i plinto è "sculto Mysterium, la chiesa ha ampia forma, bella facciata, bel campanile, altari di marmo, due tele del Vicari ed una del Gazotio assai lodata. Sovra tutto abbella Saonara la sfarzosa villeggiatura del conio Andrea Cittadella Vigodarzere, dove accorrono frequenti brigate da Padova e

vi sono accolte cortesemente. Fu principiata dal cavaliere Antonio Vigodarzere nel 1813, proseguita con molta sua spesa e con disegno del Jap-pelli nel 1817 per ristorare i villici del caro sofferto l'anno innanzi, e compiuta dal conte Andrea suo nipote e figlio adottivo. In questo villaggio stanno anche le villeggiature Morosini, Pagan, e da altri si coltivano e fiori e rare piante specialmente dallo Sgaravato, che ne fa lucroso smercio, e vi è estesa la coltivazione del gelso, principalmente a merito del conte CitadeLla, che pure in questa villa con la solita splendidezza è largamente benefico a'poveri.

Fuori di Porla Pontecorvo, poco lungi dalla mura ergevansi due monasteri, l'uno di San Giovanni Decollato, prima dei Benedettini, poscia dal 140(5 dei cmonici di San Giorgio in Alga, e l'altro di San Giacomo di Benedettine. Presso questo fu vinto nel 1319 Simone Filippo capitano di Can della Scala dal podestà Altiniero degli Azzoni, uscito co'Padovani per liberare d'assedio la città.

Lungo la strada oltre il ponte che accavalcia il nuovo taglio da Bassanello al canale di Roncajette, è Volta del Barozzo, oggi d'anime 2600, parrocchiale istituita nel 1315 dalla famiglia da Rio fondando la chiesa di cui è patrona. Prima estendevasi fin là la parrocchiale di San Lorenzo di Padova, onde i rettori di Volta del Barozzo dovevano ai rettori di San Lorenzo ogni anno una libbra d'incenso, il terzo delle offerte di Natale e di Pasqua e una parte delle elemosine ricevute nei funerali. La nuova chiesa dedicata ai santi Pietro e Paolo ha una statua di Sant'Osvaldo del Bonazza, un pulpito ed un organo a intagli dorati, freschi nel soffitto, e buon rilievo nel dossale dell'altare, che figura il martirio de*santi Vito, Modesto e Crescenzio. Vi dipende la chiesa di Sant'Antonio abate di Rio, villaggio da cui originò la famiglia omonima anzidetta, della qual chiesa è patrono il rettore di Volta del Barozzo, e dipende l'abbandonato oratorio di Sant'Osvaldo, una volta delle monache di Betlemme di Padova, ora degli eredi Sardagna. Presso questo arando fu scoperta una madonnina in terra cotta, che si vede nella parrocchiale sotto sani' Osvaldo. Per la vicinanza alla città alcuni del villaggio vengono ogni dì a lavorarvi di falegname e muratore, e gli altri coltivano gli ortaggi.

Proseguendo vediamo sul lembo sinistro della strada uno di que termini della città, che la repubblica di Padova piantò sopra tutte le strade esterne l'anno 1287 per due miglia lontano dal Salone. Vi si legge il nome di Barone de'Mangiatori da Sanminiato podestà di quell'anno, e ai fianchi la croce, stemma di Padova.

Poco più in là parimente a sinistra è Roncaglia (1027), presso cui nel secolo XI eranvi una selva detta Onido, Olnedo, Olmedo da olmo ; nel XII due chiese di San Nicolo, e San Basilio. Oggi la parrocchiale porta il nome di quest'ultimo. È piccola chiesa con qualche discreto dipinto. Vicinissima sta una casuccia, dove villeggiava il professore Dianin che venne sepolto rimpetto la chiesa. I terreni suburbani fertilizzati col concime, che da Padova facilmente vi si trasporta, prestansi ottimamente alla coltivazione degli ortaggi.

Oltre il bel ponte sul Roncajetto è Ponte San Nicolò. La parrocchiale dedicata a san Nicolò è d'juspatronato dei Collalto.

Roncajette (918), nel952 i canonici possedevano un castello, e i monaci di Santa Giustina vasti terreni, ed ospizio fino al Della parrocchiale di San Fidenzio, ora d'juspatronato regio, si hanno ricordi fino dal 1130. Fu prolungata posteriormente e possiede medaglioni figuranti san Pietro, san Paolo, sant'Andrea apostolo e san Giovanni e una vetusta anconetla in dieci spartimenti, forse dei Vivai ini, bene conservala. Il luogo comunque appartalo è reso ameno dal fiume ch'esce dalle gradelle di San Mas-

simo di Padova, e corre a Bovolenta, dove si unisce col canale di Pontelongo. Le tortuose sue volte e l'ampio suo alveo lo palesano per l'antico letto del Bacchiglione, più grosso avanti le molte sue deviazioni operate nei tempi di mezzo. Nei dintorni stanno le villeggiature Da Rio e Sardagna. Qui il 29 luglio 1(586 un turbine svelse alberi, atterrò case, portò via molni, uccise uomini e animali e desolò il villaggio.

Gasale di Ser Ugo, ameno villaggio, in uno statuto del 1234 è nomato Casale domini Uuqonis. Col nome di Casale soltanto si trova in documento del secolo X, e dovea essere popolalo anche prima, poiché vi si sterrarono lapidi antiche, una fra due teste di epoca romana sta incassala nel muro esterno del vecchio campanile e un'altra che ha tisonomia del I o II secolo di Cristo, nella muraglia della casa Grigoletlo verso la strada. Rimane un tronco di torre unito a casa Ferri. L'ampia parrocchiale contiene un grandioso altare con buona tela della Presentazione al tempio, e in basso rilievo la Deposizione dalla croce. Il canonico Lodovico Gruato vi lasciò, con testamento 10 febbrajo 1834, annue lire 1400 per doti e per soccorsi a malati.

Ronchi di Casale 1259 ha chiesa titolata a san Martino, una volta dei monaci di santa Giustina.

Bertipaglia (1034) è detta sovente nei documenti Brada de palea. La parrocchiale col titolo di San Mariano ha il soflìtto e le pareti della tribuna dipinti dal Demin. Vi è soggetta la chiesuola di Santo Stefano a Cà Mura che appartiene al Canonici Illirici di Roma, e una volta era unita a un monastero, in cui aveano ristoro i pellegrini diretti per Roma.

Del villaggio di Mas era e della sua chiesa parla la donazione dell'874 da Rorio vescovo al monastero di Santa Giustina. In questa carta la chiesa, ch'è arciprelale e matrice di nove altre, s'intitola di San Martino, e in altra del 971 si chiama di Santa Maria, come oggi. Forse avea amendue i titoli, a cui si dimenticò il primo. Oltre a questa chiesa antica vi possedevano i monaci di S. Giustina un ospizio e 1800 campi circa, comperati dal Faccanon. Dipendono da questa parrocchiale l'oratorio annesso alla villeggiatura Orologio nella contrada Bolzani e quello unito alla casa Marchetti. Avea un podestà al suo governo.

Carpanedo (1034) avea nel muro esterno della parrocchiale di Santo Stefano una lapide romana, che fu portata a Catajo.

Anche a Lion (1034) esisteva una lapide romana, riportata dal Salomo-nio. Alla parrocchiale di S.Andrea è soggetta la chiesa di S. Giacomo posseduta dalla famiglia da Lion e consecrata nel 1363 dal vescovo Pileo Piata.

È controversa la origine del nome di Pozzo Veggiano. Nel diploma di Berengario del 918, in cui rafferma ai canonici di Padova le decime di parecchie ville, si trova Publiciano, che l'Orologio spiega per Pozzo Ve-giano. In documento del 1123 e 1171 questa villa si appella Putheus Vi-laliani. E il Furlanelto la vuole in antico Praedium Opsidianum, poiché le grandi possessioni delle famiglie romane s'intitolavano dal nome loro gentilizio, e poiché vi esisteva la lapide: Fortuna — Sacrum — P. Opsidius P.FRufus. UH. Vii — Tr. Mil. Leg. UH. Scythi — Paef. Fabr. — Altra iscrizione romana era infissa nel muro esterno della sua antica chiesuola, anche questa portata nel museo obiciano, onde per noi è sinora incerta la origine del nome di questo antico villaggio, se non si voglia che almeno nel medioevo la ricevesse da quel pozzo vetustissimo, ch'è presso la chiesa e che gli si aggiungesse il nome di Vitaliano ritenuto padre di Santa Giustina, perchè la tradizione fece sempre rimontare ai tempi di questa santa la stessa chiesa e il suo campanile.

Al di là della slrada di Bovolenta è Salboro (1045), con parrocchiale di Santa Maria, di cui si sta voltando la facciata verso la slrada, mentre prima vi guardava l'abside. In ognuna di queste terre sono ville e pa-lazzini, che saria lungo noverare.

XXII.

Disfretto II di Camposampiero.

Queslo Distretto si compone dei Comuni di Camposampiero, Campo d'Ar-sego, Loreggia, Massanzago, S. Eufemia, S. Giorgio delle pertiche, S. Giù-stìna*in colle, San Michele delle badesse, Villa del Conte, Villanuova, Campo S. Martino, Curiarolo, Trebaselcghe, Piombino; 24 138 700 pertiche cen-suarie; con buone strade; 5372 case, 32157 abitanti, di cui 227 forestieri; terreni sabbiosi e sterili, eccettuati Marsango, Loreggia e Rustega; produce buon vino e gelsi, e dianzi traeva gran profitto dalla filatura delle sete e dalla distillazione dell'acquavite; abbonda d'acque sorgenti e di rigagnoli, ma non ne cava tutto il frutto che potrebbe.

Campo d'Arsego (verso il 1137)è probabile abbia avuto nome dal rivo Arsego, e che prima fosse appellato Campo premarino. Della parrocchiale di S. Martino si veggono mattoni romani nelle muraglie; posteriormente fu ampliata ed alzata sopra queste.

Di S. Maria di Non (1130), villa romana, la parrocchiale, titolata alla Purilìcazione, appartenne alle monache di S. Croce della Giudecca. Della famiglia estinta da Nono vuoisi certo Bozza che diede il nome a Villa Bozza vicinissima, e che fondò un castello, le cui vestigia apparivano anche ai tempi di Portenari.

A nord-ovest a cavaliere della strada per Cittadella sta Curtarolo. Di parecchie lapidi scoperte ne'suoi dintorni, una riferisce il Furlanetto dedicata all'imperatore Caracalla od Elogabalo. Il monastero di S.Andrea, istituito da Tebaldo conte di Caldonazzo, nel 1146 da Bellino vescovo fu conferito al priore di S. Maria delle Carceri, coli'obbligo di mettervi de'monaci agostiniani. Nel 1404 il monastero delle Carceri fu dato in commenda al card. Domenico Grimani, lasciando al suo abate, finché visse, i priorati di S. Salvato e di S. Andrea di Curtarolo. Morto lui, unironsi anche questi al commendano, che fu più tardi B. Gregorio Barbarigo; ma egli nel 1670 ottenne di unire al seminario di Padova e il priorato di Curtarolo, e quello del monte delle Croci. L'Orologio vi accenna anche un monastero di frati Minori nel 1220. Curtarolo, podesteria nel secolo XIII, ebbe castello e diede origine alla famiglia omonima estinta.

Campo S. Martino (1130) è in fianco della strada di Cittadella con parrocchiale e con ospizio di S. Lorenzo, in cui abitarono i Certosini dal 1509 al 1554 circa, per trasferirsi nel nuovo loro cenobio presso Vigodarzere.

Marsango con Marsangello (1130) era parrocchiale col titolo di San Prosdocimo. Narrasi che Jacopo da S. Andrea di Musone, uomo prodigo, giunto qui dalla caccia con altri compagni inzuppati di pioggia, abbia dato fuoco per asciugarsi ad un casolare di paglia, compensandone il proprietario col dono di 10 campi di terreno.

A nord è Busiago con parrocchiale di S. Bernardino, e ad est Arsego (1130) con parrocchiale de' Santi Martino e Lamberto.

Verso il 1137, fra San Giorgio delle pertiche e Sant' Andrea di Codiverno era Campopremarino, che fu probabilmente Campo d' Arsego. Di San Giorgio erano feudatari i da Marostica, e di Sant'Andrea, gli credi di Giovanni Sicherio. Nacque contesa fra loro pel possesso di Campopremarino, e il vescovo di Padova, del quale erano vassalli, decise a favore dei Marostica. Nel 1195 esisteva a S. Giorgio un castello. Ivi nel 1222 Ugolino legato dal papa a raccogliere sussidj per Ter-rasanla, fu accolto splendidamente da Giordano vescovo di Padova. I vescovi di Padova aveano la signoria del villaggio. Buoni dipinti sia nella casa,

sia nella chiesa arciprelale litolata a s. Giorgio; nel campanile un vecchio bello e robusto torrione, vicino al quale corre la Fergola.

Dove questa s'incrocia colla Vandura e col Muson dei Sassi,a cavaliere della strada da Vigodarzere a Camposampiero, è Torre di Buri, già propugnacolo con solido torrione, atterrati nel 1557.

A nord-ovest è S. Giustina in colle (1137), la cui parrocchiale, una volta matrice di più chiese, risulta dai documenti prima del 1180; ha fìsonomia di grande vetustà. Il campanile, a questi dì atterrato, dovea essere molto antico. 11 sacerdote Carlo Ferrato lasciò doti a povere donzelle di questa parrocchia. Dipendono da essa Tergola e Tergolinà (1180), appellate così aai fìumicelli che le bagnano. Un diploma del 1008 di Enrico I rafferma al monastero di S. Ilario la giurisdizione sopra le ville di Censoria, Piallano, Pisniga, Tercela, Stra, corte di Triseculo e corte di Aureliaco-

Di qui ad un miglio siamo a Camposampiero, avvenente e popoloso casale, bagnato dal Tergotin e dalla Vandura, che corrono quasi inoperosi (v. la fìg. a pag. 40). Deriva il nome da S. Pietro, a cui unitamente a S. Paolo è dedicato il tempio maggioro, e lo diede alla famiglia omonima, di cui vivono discendenti ; primo le nostre carte nomano verso il 1127 Tiso, vassallo del patriarca di Aquileja. Uno statuto del 1205 lo nomina con le sue mariganzie, cioè ville soggette é governate da merighi, ora deputati comunali. Aveva un forte castello circuito da mura, argini e l'osse in potere di quella famiglia, padrona anche dei forti di Trevi Ilo, Campretto e Castelfonte. Oggi non vi osservi che due alle torri. È diviso dalla Vandura tra la diocesi padovana e la trevisana, S. Marco di Campo Arcone spetta a quella, il tempio maggiore a questa. Nel tempio maggiore, grandioso ad una nave, trovi freschi e tele del Santi, e nella chiesa di S. Marco una bella Madonna sopra l'altare maggiore. L'ospedale, capace di 50 letti, assistito dalle suore di S. Dorotea, lo fondò il vivente Pietro Cosma nel 1855. Nella chiesa di S. Giambaltista dei Minori Osservanti, serbansi antichi freschi, ma rovinati dai ristauri. Nel piano supcriore dietro al coro sta una piccola cella, nella quale dicesi che infermasse S. Antonio, donde fu tradotto all'Arcella presso Padova, in cui morì; un vecchio ritratto vuoisi colorito da un suo compagno sopra le tavole che gli servirono di letto ; ma si levarono per divozione molti pezzetti. Poco lungi avvi il santuario del Taumaturgo, con freschi antichi e stupenda tavola attribuita al Bonifacio, che rappresenta il vecchio castello e S. Antonio che da un noce predica. È tradizione che l'altare eretto nel 1432 da Gregorio Camposampiero, poggi dove sorgeva quel noce. Fu Camposampiero sede di un podestà nei secoli scorsi, ed ora di commissariato e pretura. In esso è un Monte di pietà; le suore di S. Dorotea dirigono le scuole elementari; l'archivio del Comune fu sperperato dai briganti nel 1811. Vi sono parecchie filande e nei dintorni prosperano i gelsi. Novera circa 3000 abitanti.

« Saccheggialo dallo Scaligero l'anno 1320, travagliato sette anni dopo dal ribelle Nicolò Carrarese, restituito l'anno 1328 da Cane a Tiso II, Camposampiero, ceduto Panno 1337 da Tisolino ai Veneti collegali con Marsiglio da Carrara, obbedì sempre a questa famiglia, dopo alla repubblica veneziana, e l'anno 1512 patì grave nocumento dalle armi di Cesare. Nel marzo 1842 presso il castello si scoperse fondamenta di grosse muraglie con uno strato di cenere e di carboni disposti in modo che sembra un incendio aver distrutto quell'antico edificio, ed aversene eretto un altro a forme differenti. In un torrione del castello rinvenitesi una medaglia romana in vaso di creta con epigrafe relativa all'imperatore Comodo, donde si può dedurre che quella vecchia fabbrica fosse di costruitimi romana » (Giovanni Cittadella).

A nord-ovest trovasi Fratte (1127) con parrocchiale di S. Jacopo.

Tre miglia distante è Villa del Conte, Villa Comitis. La chiesa de' Santi Giuseppe e Giuliana, ha bella forma moderna.

Loreggiola è villa romita con povera chiesetta titolata a Maria e dipendente da quella di Loreggia. Il soffiito è dipinto a fresco con molta maestria, come la Fede sulla volta della cappella maggiore dal Santi, che ornai settantenne possedè qui comoda abitazione.

Ottone I nel 972 donò ad Abramo vescovo di Frisinga la corte di So-dego, ora della provincia trevisana, e le terre soggette tino al confine di Loreggia che fa parte della nostra provincia. Ha bella chiesa dedicata a Maria, con freschi del Santi, stucchi nel soffitto e nelle pareti della tribuna. Il Romano vi tiene una progrediente fabbrica di ornamenti edilizj in terra cotta. L'ospedale di otto letti, anticamente serviva ai leprosi, poscia ai pellegrini, indi fu ripristinato dal parroco Jacopo Minello, che all'antico suo reddito di sette campi aggiunse il dono di lire 5000; pio istituto, pur troppo unico ai di nostri nei piccoli villaggi padovani.

Nell'ultima sistemazione territoriale si compresero nella provincia padovana le parrocchie di Piombino, con chiesa titolata a s. Biagio; di Tou-reselle ai santi Simone e Giuda; di Levada, ai santi Pietro e Paolo; di Silvelle a s. Martino; di Treraseleghe a s. Maria; e di Fossalta a s. Jacopo, le quali prima dipendevano da Treviso.

RosteGA (1227) fu data col suo castello in feudo a Guercio da Vigodarzere nel 1259 da Alberto vescovo di Treviso, in guiderdone del suo valore per liberare quella città da Alberico ; onde un ramo della famiglia da Vigodarzere si cognominò da Rostega. La chiesa dell'Assunta ha un campanile di moderna eleganza. Giandomenico Cecconi parroco in questo secolo lasciò doti, e Carlo Marinoni nel secolo passato soccorsi ai poveri.

S. Dono ha chiesa titolata ai santi Adon e Senen, una volta unita all'abazia di S. Benedetto di Polirono di Mantova. Fu predato e incendiato dai Trevisani nel 1229, e dai Veneziani nel 1372.

Massanzago (127(5) con parrocchiale di S. Alessandro va lieto della villeggiatura Baglioni, cui è annesso un tempietto a Maria, al quale nella festa della Maternità in ottobre concorrono moltissime brigate. Di autunno si trovano nelle chiese di questi dintorni cumuli di pannocchie di frumentone, che regalano i villici per ringraziare Iddio del fatto raccolto.

Zemimana (1199), al contine del Distretto verso il Noalese, ha la chiesa dell'Annunziata.

Burgorigco è diviso nelle ville di S. Eufemia con chiesa arciprelale, e di S. Leonardo chiesa parrocchiale, amendue ricordate prima del 1192. La notissima Speronella, nel suo testamento del 1199, fra altri moltissimi legati lasciò lire 100 perchè si costruisse e dotasse una chiesa di Santa Maria in questo villaggio. Scrive il Saloraonio: « Rizzardello Ponle signore nella villa di Borgoricco ebbe un palazzo munito di gagliarda difesa con fosse et una lorre al tempo che Padova era governata dal popolo, e questo nella villa stessa fece del suo costruir un tempio. Leggo pure in Or-sato che Borgoricco era contea et in una cronaca manoscritta che del 1179 overo 99 guerreggiando il Comun di Padova coi Vicentini, il castello di Borgoricco fu preso dai Padovani perchè contra essi ribellava ».

S. Michele delle Badesse, già parrocchia nel 1192, con campanile, probabilmente vecchia torre, di recente l'istaurato; possiede nella cappella maggiore due pitture del Miller e sopra l'altare una discreta Madonna. Il soffitto è condono a ornamenti e medaglioni di stucco. Eravi uno spedale con chiesetta di S. Giuliano, unito a S. Giorgio in Alga di Venezia.

La chiesa dei S. Pietro c Paolo di Bronzola anche nel 1192 era parrocchiale. Oggi dipende dalla chiesa di Fiumicello di cui è patrono il rettore. Parimenti la chiesa di Fiumickllo, ora titolata a s. Nicolò, era parrocchiale

l'anno 1192 S. Andrea di Codiverno (1137) aveva castello nel 1148 ed era parrocchia nel 1192.

Di Villanova ( 1276) 1' arcipretale dedicata a san Prosdocimo, a tre navi, era matrice di dodici chiese che venivano a battezzare nell'ampio suo fonte. Ha un colossale campanile, e nella cappella maggiore una buona Madonna. Nel cimitero sorge una edicola, che Girolamo Rozzini, tornalo ambasciatore dalla Porta Ottomana, murò alla foggia del S. Sepolcro di Gerusalemme; e sopra una pietra che si vuole abbia egli portato dal Golgota, sta scrino — Pietra sopra la qual comparvero gli Angeli alle Marie.

Anco la chiesa dell'Assunta di Murelle era parrocchiale nel 1192, e fu governata per qualche tempo dallo Scardeone storiografo.

Reschiglhno (1110) ha parrocchiale di S. Daniele, ricordata in uno statuto anteriore al 1236. Si sta ricostruendo il campanile a disegno del Pe-razzolo. Dello spedale si vuole un avanzo la casa posta non lungi dalla chiesa.

XXIII.

Distretto III |di Cittadella.

Vi appartengono i Comuni di Carmignano, Cittadella, Fon talliva, Galliera Gazzo, Gran torto1, S Giorgio in Bosco, S. Martino di Lupari, S. Pietro Engù e Tombolo. Piano da per tutto, numera 27,901 abitanti, di cui 327 forastieri, in case 5194 sparse sopra la superficie di 180,048.36 pertiche censuarie. Ha terre irrigale e abbondose di grani e di gelsi per solerzia più che per fecondità naturale. Tagliato dalle strade di Bassano, Vicenza, Padova e Treviso, mantiene prosperoso commercio massime di buoi da macello. Il Brenta lo bagna da nord a sud ver ponente. É il più allegro distretto in pianura della provincia, e lo intersecali strade e molteplici rigagnoli.

Lungo la via che da Padova per Limena conduco a Cittadella s'incontra per prima Paviola, frazione di S. Giorgio in bosco, con chiesa di S. Jacopo, dipendente dalla parrocchiale di questo, che col nome diPataviola troviamo in uno statuto del 1218.

Persegara, con chiesa di S. Margherita oggi dipendente dalla parrocchiale di Lobia, è probabilissimo abbia nome dai persici, come Perazolo e Brombeo dalle pere e dalle brombe o prugne. Il primo documento da me rinvenuto che menzioni Persegara è una sentenza del 24 dicembre 1218, pronunciata dal podestà di Padova Giovanni Rusca comasco eda'suoi giudici nella pubblica adunanza sulla piazza del Peronio, ora dei frutti, perchè allora si slava murando il Salone. Condannarono ceni Aimo e Animo de Belleta al troncamento di amendne le narici o al pagamento di lire 50 per ciascuno, poiché aveano deposto il falso.

Lobia (1265), a sinistra della slrada di Limona, ha parrocchiale titolata a S. Bartolomeo, ricostruita nel 1664 dal Comune e dai divoli.

è vicino S. Giorgio in nosco. In uno statuto del 1265 si nominano Ambe Bacarne Sancti Georgii in busco, ch'io ritengo l'ima di questo villaggio e l'altra di Paviola che gli è soggetta.

Bolzonella ebbe una volta torre famosa, a della del Salomonio, dov'ora sorge altra villeggiatura con ampi possessi del conte Andrea Cittadella Vi-Rodarzere. L'unito tempietto della Santissima Trinità serbale o--<sa della famiglia di lui, c dipende dalla parrocchiale di S Giorgio in Brenta.

Fra S. Giorgio in brenta (1234) e Fonlaniva, Ponzino dc'Ponzoni cremonese, podestà di Padova nel 1314, scontrò Beltrame Còndottìerescaligero Illustroz. del L. V. Voi. IV. :>:>

mentre valicava la Brenta e lo sconfisse, e ferito il menò prigioniero in Padova, dove mori.

Due villaggi ad ovest oltre il Brenta portano il nome di Grantorto; l'uno Comune a sè, e chiamato padovano; l'altro frazione di Gazzo, detto vicentino, Grantorto vicentino, Gazzo con parrocchiale di S. Martino, Grossa con parrocchiale dei S. Pietro e Paolo, a cui è soggetta la chiesa di S. Zaccaria di Gajaniga, S. Pietro Engù con parrocchiale di S. Lorenzo, da cui dipende la chiesa di S. Michele di Armedola e Carmignano con parrocchia di S. Maria, a cui è sussidiaria l'altra chiesa alle Camazzole, nell'ultima sistemazione furono dalla vicentina trasportati alla provincia padovana. In uno statuto del 1275 Grantorto padovano si appella Grognotorlìim, Il soffitto della chiesa è dipinto a fresco dal Santi, fu devastato nel 1198 da Vicentini e Veronesi, perchè i Padovani rifiutaronsi di liberare i prigionieri che avevano preso nel castello di Carmignano.

Canfriolo ( Canifredulum 1276) dipende da Grantorto padovano. Avea castello eretto dai Padovani nel 1191 e rovinato nel 1202 dai Vicentini. Ripreso dai Veronesi, fu ricuperato con astuzia dal suo signore Pietro conte di Carturo, soprannomato Volpe pe' suoi stratagemmi militari, on-d'egli aggiunse una volpe alla sua arma gentilizia.

Da Canfriolo si perviene presto sulla strada di Vicenza, e volgendo a destra si trova il magnifico ponte di legno sul Brenta presso l'amenissimo villaggio di Fontaniva. La famiglia omonima, ora estinta, fu potente a segno, che un Uberto di Ariprando fu eletto nel 1034 a difensore ed avvocato del potentissimo monastero di S. Ilario ed ebbe in compenso vasti possedimenti a Nogarola, Gajaniga, Fossolovara, Perarolo e Fiesso; la sua famiglia fu tra le prime vassallo dei nostri Vescovi, coi Transalgardi, Steni, da Montagnone, Mallraversi, da Baone, da Carrara, da Este ecc.; e di essa abbiamo vistose donazioni di terreni a monasteri e luoghi pii. Se badiamo ai cronisti questo castello era in origine posseduto da certo Gri-moaldo o Romoaldo Longobardo, da cui provenne la famiglia da Fontaniva, e da questa le altre degli Avogari, da Peraga, Gandulfi o Baffi nobili veneziani, Sicheri, Cucchi, Cani, Vitelli, Proti da Vicenza e Roduli. Onde Andrea di Zainbon cantò:

Fons et origo Patrum, regali semine fulgens Fontaniva fuit. Mater generosa Protorum Fontanivenses genuit, magnosque Milones, Atque Vocatorum series, procerumque Peragm, Gandulphos, Alatos, Baphos, Icetosque Sicheros, Cum Canibus Zuccos, Vitelos de semine Rulli.

Oggi nella grandiosa parrocchiale, titolata al B. Bertrando e ricostrutta nel 1643, una bella Madonnina in tavola credesi del Sassoferrato. Si addita anche la casa una volta Anselmi e ora Bentegodi di Verona, posta vicino alla chiesa, come quella in cui il beato Bertrando morì. Secondo Giovanni da Nono fu nipote a Guglielmo de Oringa della famiglia de' Roduli, e dirigendosi verso Roma passò per questo villaggio allora signoreggialo da Baldo dei Canini, alloggiò nella casa di lui e ivi terminò i suoi giorni. la questa villa trovansi quattro ruote per olio di linseme. Si gareggia coi paesi vicini per ingrassare i buoi da macello; la cartiera del Crescini da Padova fa lavorare 30 persone: un piazzino del conte Andrea Cittadella Vigodarzere, risalta graziosamente tra ombrose piante sopra l'ampio verdeggiante prato che gli è spianato innanzi. Vi appartiene una elegante cappellina architettata dal marchese Selvatico. Fontaniva e villaggi circonvicini sono irrigati da acque vive, ma i terreni vi sono ghia-jofl per le alluvioni del Brenla.

Cittadella sorge dove s'incrociano le strade da Padova a Bassano e da Vicenza a Treviso. Fu eretta nel 1220-21 (v. fìg.pag. 51), e ne diresse il lavoro Benvenuto da Carturo che alzò a foggia di poligono ad angoli molto ottusi un girone di mura, grosse oltre un metro e mezzo ed alte dodici, non compresi i merli; le rafforzò di trentadue torri poste ad eguali distanze: vi apri quattro porte munite di saracinesche; le difese da altrettanti torrioni solidissimi: vi scavò una larga fossa all'intorno; e vi gettò quattro ponti levatoj che accennavano alle porle. Ora questi sono di pietra, e da questi partono quattro ampie strade che si uniscono nel centro del castello, ossia nella piazza, e lo dividono in quattro parti, le cui abitazioni per altre strade minori che finiscono nella mura vengono distinte in parecchi spartimenti quadrati. Restano tuttora le mura, le torri, la fossa in cui si diede talvolta lo spettacolo della regata, le porte con triplice ordine di archi, eccetto quelli di Bassano. che ne novera cinque e formava il castello propriamente detto, da cui si passava a girare le mura.

Luogo si forte e in cosi felice postura, privilegiato avanli il 1236 della fiera annua che prima tenoasi a Onara, e di un mercato ogni domenica, invitò presto numerosi abitanti dai luoghi vicini, onde scaddero i castelli di Onara, di Carturo e altri. Ansedisio de'Guidoni podestà in Padova per Ecelino vi rinchiuse nella torre di porta Padova molti cittadini, di cui oltre a 300 uscirono dopo che Cittadella fu tolta dalle ugno del tiranno.

Riavuta dai Padovani la libertà, emanarono alcune leggi tendenti al buon governo e alla gelosa custodia di questo castello. Una del 1275 vi prepose due podestà e un capitano. Dei podestà, amendne stipendiati con lire 66 e soldi 13 per quadrimestre, e tenuti a mantenere del proprio due cavalli e due servi armati, l'uno avea ad abitare continuamente sopra il girone con 15 guardie, maggiori d'anni 25, l'altro poteva soggiornare nel paese con altre cinque. Il capitano con sei guardie avea a stare sempre nel castello di porta Bassano, ricevendo per sè e per un servo 12 lire al mese e obbedendo agli ordini del podestà.

In questo tempo di cittadina libertà prosperò Cittadella. Passò qutndi ai Carrara, di cui Jacopo vi ospitò nel 1347 Lodovico re d'Ungheria e Francesco I vi accolse regalmente nel 1384 Carlo imperatore e poscia due volte gli oratori dei potentati, belligeranti nella guerra di Chioggia. Cittadella subì le stesse vicende di Padova senza perdere dell' acquistata prosperità, e nel 1397 con le terre soggette potea mettere in armi 8130 uomini, di cui 600 a cavallo; nel 1405 prima che Padova si diede ai Veneziani per maneggi del suo arciprete Agostino e di altro sacerdote, onde il doge Michele Steno, con lettera del 26 marzo 1406 assegnò all' arciprete, finché visse, i redditi dell' abazia di Carrara, decretò di rispettare gli statuti di Cittadella, e cesse agli abitanti le terre di Mira Spinosa, già appartenente al principe da Carrara, e la Gora Brentella, che bagna il paese, con facoltà di edificarvi un molino.

Nel 1484 la repubblica di Venezia donò questo paese, che fruttava 10,000 ducati l'anno, a Roberto da Sanseverino suo generale, e morto lui a Pan-dono Malatesta, per riprenderglielo quand'egli si accostò alla lega di Cambrai. Occupato per breve tempo dalle armi, cesaree, soffrì gravissime jatture e lo sperpero del suo archivio. Ebbe al governo, oltre i podestà, un sindaco che curava le rendite del Comune, un console ch'esigeva i dazj o le gravezze, sei stimatori che le spartivano, quattro regolari con 40 guardie dette saltarj, che proteggevano le campagne, il consiglio dei 40 eh' eleggeva gli ufficiali, a cui in seguito si aggiunsero altri duo, l'uno di 66 eli'eleggeva quello, e l'altro generale che nominava questo, un collegio di 12 notaj, i deputati prima 12 e poscia 4, che presiedevano col podestà

ai consigli, e i quattro proveditori di sanità istituiti nel secolo XVII. Oggi è sede di un commissariato, d' una pretura, di un consiglio e delle cariche comunali. Ha verso i 7000 abitanti, mantiene prosperoso il commercio col Tirolo e con le altre vicine provinole; e frequentatissimi ne sono i mercati al lunedi e la fiera annua in ottobre. Molte civili abitazioni vi trovi, munite, come a Padova, di portici lungo le strade principali, popolati borghi, buoni alberghi, un teatro colorito dal Bagnara, uno spedale, un monte di pietà, un collegio femminile, la grandiosa arciprelale di S. Prosdocimo ad arditissima nave, disegno del Bertoldi di Cittadella, con facciala incompiuta e piccolo campanile, e buoni dipinti del Demin, del Santi, del Querena e una Cena in Emaus bellissima del Bassano. A questa arcipretale, una volta ufficiata da un arciprete, sei canonici e parecchi chierici, aggiungi con altre chiese di minore importanza quella di S. Maria del Torresino che ha una tavola molto lodata, scuola di Squarcione, rappresentante Gesù morto e tre tele di Cito de'Rossi da Cittadella. Un tempo nel borgo fuori di porta Bassano era il monastero degli Agostiniani ora convertito in osteria, e fuori di porta Treviso il monastero dei Riformati, ora caserma. Il Portcnari ne ricorda pure di Carmelitani, Zoccolanti e Certosini. Oggi si irovano fuori porla Bassano due macine e nel paese parecchi torchi d'olio.

In questo paese di cui stampò cenni storici Giovanni Cittadella, ebbero i natali Giuseppe e Antonio Cornino rinomali tipografi, Gaspare dagli Uccelli incisore in rame, Michele Fanoli e Francesco Zanoni pittori e Michelangelo Carmeli professore di lingue orientali e autoredi varie opere.

A nord-ovest è Santa Croce Bigolina, e a nordest Galliera la cui parrocchiale lilolala a S. Maria Maddalena, ha buone statue di marmo. Il palazzo Dolce, acquistalo dalla imperatrice Maria Anna moglie di Ferdinando I, si va ristaurando con magnificenza sovrana. Vi sta rimpello la strada che conduce a Montinello Vecchio; didietro si estende il parco di 99 campi. È tradizione che nel 1037 siasi trovata vicina ad Asolo una tavola di bronzo portante il decreto del senato romano che stabiliva in questi dintorni il confine tra i Pedemontani e i Padovani.

S. Martino di Lupari, grossa villa, detla Luparium in uno statuto del 1231, ha S. Martino per patrono della elegante arcipretale, ora matrice di Galliera e di Tombolo. La fronte è ornata di bassorilievi e statue ; e internamente buoni freschi nel soffitto, una statua della Madonna del Bianchi di Follina, e buoni dipinti del Vicari di Venezia. Vi trovi anche il corpo di S. Defendente. La sacrestia serba i ritratti a olio di tutti gli arcipreti del villaggio dal concilio di Trento in poi ; il bel campanile ha sette campane, quanti gli altari della chiesa. Nei dintorni havvi una ferriera e nella contrada dell'Abbazia una ruota per pilare il riso e una a tritare il linseme: e Pierina Bulian moglie a Luigi Silvello si distingue nella tessitura di tovaglie.

A Campreto (1137) la famiglia da Camposampiero teneva un castello che fu eretto nel 1204, distrutto da Ezelino nel 1246 e riedificato per orrdine della repubblica di Padova insieme con quello di Mirano nel 1272. Vi esisteva nel 1221 un monastero,

A Tombolo (1234) il Preti di Castelfranco fu incaricato di erigere una nuova chiesa a tre navi. Ma costrutta la grandiosa facciata, si voile per economia ridurre ad una sola nave il tempio, onde i fianchi della facciata sporgono dai muri laterali. È titolata a S. Andrea. Vi è soggetta la curazia di Santa Eufemia, vulgarmente detta Abbazia Pisani.

Da Onara (972) ebbe nome la famiglia, che si cognominò poscia da Romano. Avea curia, fiera annua che si trasferì a Cittadella prima del 1236: il castello, atterrato nel 1228, sorgeva pochi passi lontano dal cimitero

presente, la cui edicola si tiene dei tempi di Ezelino. L'arciprelale, titolata a S. Biagio ha due statue di S. Prosdocimo e S. Biagio in marmo, e campanile, già vecchia torre, nel cui muro sta infisso un antico idoletto entro il suo capitello. Il conte Giovanni Cittadella possiede qui estesi terreni e risaje e una elegante e comoda villeggiatura da lui architettata, con tempietto, che ha un bel dipinto del Simonetli figurante S. Caterina, e serba le ossa della famiglia Cittadella. Dall' alt» del palazzino verso nord si domina una bella e vasta pianura fino ai colli Asolani, e in esso si trova un buon dipinto di scuola fiorentina rappresentante la Madonna col Bimbo e Santa Maddalena, e il ritratto della contessa Beatrice Papa-fava Cittadella poetessa e pittrice che visse 102 anni, 1729. Suo figlio Luigi fu generale della repubblica veneta, e fatto prigioniero dai Turchi nella difesa della Morea e mono a Costantinopoli. Andrea Cittadella nel 1616 venne dichiarato pe'suoi meriti e per quelli de'suoi ascendenti conte di Onara dalla repubblica.

Appartengono a questo Distretlo S. Nicolò, frazione di San Giorgio in bosco, e S. Anna Morosina o Villa Ramusa, che ha vecchio palazzo di buona architettura, ma assai guasto, una volla dei Morosini, ora del conte Ciltadella che vi tiene filanda, sega e pila pel riso.

XXIV.

Distretto IV di Montagnana.

Fanno parte di questo Distretto i Comuni di Casale, Castelbaldo, S. Margherita, Masi, Megliadino S. Fidenzio, Mcgliadino S. Vitale, Meri ara, Montagnana, Salelto, Urbana. È piano ed esteso 178,022.94 pertiche censuarie, con 5867 case e 27,810 abitami, di cui 73 soli forastieri. Ha terreno che inclina al leggiero in Urbana, Caslelbaldo e Casale, molto sabbioso a Masi, tenace in Megliadino S. Vitale e in parecchi dintorni di Montagnana, leggiero e sciolto negli altri dintorni di questa, assai friabile a Megliadino S. Fidenzio e Saletlo, più tenace e forte a Merlara e S. Margherita, e i due Me-gliadini non mancano di torba. Produce molta canapa, e più ne coltivava il secolo scorso, che si smercia sovra tutto nel Trivisano e nell'arsenale di Venezia; e buon frumento che si manda in Lombardia e Tirclo. Molta coltivazione dei gelsi, e varj fiumicelli, principalmente a nord il Passine.

A Salotto (1077) con parrocchiale di San Lorenzo, i Marchesi d'Este aveano giurisdizione e vasti possedimenti. Nel 1755 vi si scoprirono una iscrizione e altre anticaglie. L'Adige ai tempi romani da ^Verona correva dritto a Montagnana, e per Saletto veniva ad Este ove sembra si dividesse in due rami per unirsi con uno al Brenta o con l'altro melter foce al mare. Straripato alla Cucca sul tenere di Verona per diluvio di pioggie eadute nell'ottobre 589 vagò più anni, finché si aperse il letto odierno. Oggi da Verona e Segnago viene a Castelbaldo e di qui lambendo i villaggi di Masi, Lusia, Barbona, Boara, Anguillara e Borgoforie esce dalla nostra provincia per versarsi al Porto di Brondolo nel mare. Il 3 gennajo 1137 avvenne quell'orribile tremuoto da Venezia a Milano, che fracassò la Cattedrale in Padova e molti edifizj in altri luoghi, massime a Verona. Franarono insino i monti °Qde l'Adige si arrestò impedito dalle macerie di essi.

Progredendo lungo la postale, si giunge alla città di Montagnana (Pohs Eniani?). Ai tempi romani fu compresa nella colonia alestina, e

., * Le Lupie, che dilungatisi per Saletto ad Este ti miglia, formano una zona di sabbia s|nvile a quella dell'Adige. Restarono incolle fino al secolo scorso, in cui i Veneziani le ^cesseroa privati permetterla coltura.

nel medioevo la signoreggiarono i marchesi d'Este, poi la repubblica di Padova. Parecchie iscrizioni scoperte ne' suoi dintorni provano eh' esisteva ai tempi di Roma, nei quali aveva anche un Foro, perchè Tacito scrive che i Vespasiani, partiti da Este e valicato l'Adige al Foro Alliem (Aniano), sconfissero i Vitelliani, che fuggirono struggendo il ponte. Soggiogata dai Longobardi divenne Sculdascia, o Scodosia, e comprendeva 0azzo, Vighizzolo, Ponsò, Megliadino, Saletto, Montagnana, Trecontadi, San Salvaro, Urbana, Merlara, Casale e Altaura, cioè tutto il distretto di Montagnana e parte di quello estense. Indi la possedette Ugo marchese di Toscana, da cui provennero i marchesi d'Este. Di questi Azzo II, I' anno 1077, ne ottenne la conferma da Enrico IV per sè e pei suoi figli Ugo e Folco. Intendo dire della giurisdizione e di gran parte dei terreni, non di tutti, poiché abbiamo una donazione dille decime di Montagnana fatta nel 1026 da Orso vescovo al monastero di S. Pietro in Padova. Nel 1100 vi esisteva un castello, dove soggiornava il marchese Folco che nel 1115 donò al monastero della Santissima Trinità di Verona, la chiesa di S. Martino con lo spedale, terreni a Trecontadi e il diritto di trar legna dai boschi presso Montagnana e Urbana. Occupata Padova da Ezelino (1237), divenne il castello di Montagnana il rifugio dei Padovani. Assalita da lui 1238, oppose eroica resistenza. La ebbe nel marzo 1242, ma ridotta in un cumulo di rovine dai cittadini che ricovrarono in Este. Egli innanzi di partire ordinò che altro castello vi fosse costrutto, forte come il primo. Spento Ezelino, i Montagnanesi, come ì Padovani istituirono un annua corsa di cavalli sulla via che conduce al Vampadore, decretando al primo giunto «Ila mela il premio di un palio scarlatto, al secondo un gallo e al terzo un mellone. Ceduta Montagnana dal marchese Azzo alla repubblica di Padova, questa vi mandò un podestà e un capitano; il podestà riceveva lire 70 per semestre, ma dovea offrire un pegno di mille marche d'argento, il capitano con otto guardie aveva a stare continuamente sopra la,lorre del castello. Inoltre i Padovani nel 1277 vi arginarono il fiume nuovo, e vi scavarono un alveo largo 40 piedi che finiva nel Frassine, facendo una rosta di muro coperta di lastre di piombo, onde l'acqua non potesse scorrere nel fiume se non ad alto livello. Montagnana assalita ancora da Cane Scaligero, resistette, ma vide incendi iti i suoi borghi. Cadde nelle mani di lui cinque anni dopo per vile terrore del suo podestà Antonio Filarolo che fuggì a Badia. Nel 1337 si diede spontanea a Marsilio da Carrara. Accolse il 1339 Mastino della Scala ospile del principe Ubertino da Carrara. Dovette a questo il canale da Montagnana ad Este (1343), più tardi abbandonato perchè incomodo alla navigazione. Ebbe per ordine di Francesco I da Carrara nuove fortificazioni, e in due anni le compieva Franceschino dei Schiti. Insultò nel 1388 all'infelice Francesco II da Carrara, uccidendo il suo capitano Bartolomeo da Montecuccolo, e si diede a Giangaleazzo Visconti. Tornò a quel principe per abbandonarlo ancora, cacciandone il presidio e offrendosi nell'agosto 1405 ai Veneziani. A ciò spedì Antonio Àbriano, Giacomo e Francesco Mini e Bartolomeo Guidoni al doge che li accoglieva benignamente, e accordava ai Montagnanesi di mantenere i loro statuti e di mutare la loro insegna munita del carro nell'odierna fregiata di una stella, a cui sormonta il leone alato. Nel 1397 col suo distretto contava 4350 uomini atti alle armi, di cui 2300 a cavallo.

Le mura quasi intatte girano 1900 metri, in pentagono irregolare con fossa e torri ottangolari di diversa epoca. Una volta erano due le porte, Legnago e S. Zeno; poi vi sì apri la Nuova che conduce a Vicenza. A porta Le; gnago si erge il castello, principiato nel 1360, e circuito allora entro e fdori d'acqua, sulla quale gettavansi due ponti levatoj, a cui succedevano otto grossissime porte chiudenti le arcate tuttora esistenti. Sovrastano due colossali torrioni quadrati; e tre altri, poiché il quarto fu demolito a Porta

S. Zeno, anche questa bene fortificata con due ponti levatoj e sei porte. Entro le mura fra molte civili abitazioni, munite qua e là di portici, fanno beila comparsa il Monte di Pietà e i palazzi Valeri, Bragadini, Santini che prospettano col Duomo sull'ampia piazza posta nel centro; e così i palazzi Forali. Michelazzi, Facchini, Pisani, Trotta, Lion Balbi, il teatro, il pubblico macello e la caserma ricostrutta sul modello dell'antica. Altro palazzo Pisani in borgo San Zeno è diviso dal primo mediante un tempietto che va •rnato di una tavola del Gian Bellini e dove una stampa appicciata là entro cornice reca: « Ceneri di Vittor Pisani, Generalissimo della Ven. Repub. L'anno MCCCLXXIX salvò la patria nella guerra di Chioggia. Morì in Manfredonia nell'anno MCCCLXXX il giorno XXIV Agosto nell'età d'anni LVIII. Il suo corpo per ordine dell'eccellentissimo senato venne deposto a pubbliche spese nella chiesa di S. Antonio di Castello in Venezia con la qui sotto iscrizione in carattere gottico. Demolita detta chiesa nell'anno MDCCXIV, il suo pronipote Pietro Vettor Pisani ottenne dal governo di poterle trasportare in questo suo oratorio di Montagnana l'anno MDCCCXIV:

Inclitus hic Victor Pisano? stirpis alumnus

Arniorum ostilem venetum caput cequore classem

Tirreno strami hunc patria claudit at ille

Egreditur clausam reserans ubi Brundulus altis

Stragibus insignis deducit in mquora Brentani

Mors heu t magna vetat tunc cum mare classibus implet.

Il palazzo municipale in fianco della piazza è attribuito al Sammicheli. La sala dove si raduna il consiglio va ornala d'un magnifico soffitto a buoni intagli in legno, di una lunetta colorita dallo Zanchi e sovra tutto di una grandiosa tavola di Giovanni Buonconsiglio comunque guasta, che fu qui portata dalla chiesa del Nome di Gesù ch'era unita allo spedale vecchio, ed oggi è convertita a stalla. L'archivio del Comune non ha documenti più antichi del secolo XVI, e vi notai un registro dell'estimo del 1517, un volume delle deliberazioni del Collegio dei Notaj dal 1593 al 1598, e parecchi volumi delle deliberazioni nei Consigli dei secoli XVII XVIII.

Quando ai tempi di Ezelino tu distrutto il Duomo, l'arciprete e i suoi canonici passarono a Vighizzolo, e solamente nel secolo XV si potè costruir il grandioso odierno di Maria e d'juspatronato regio. La facciata non compiuta ha una porta ad arco trionfale, eseguila posteriormente dal Sansovino, ma poco dicevole allo stile della fabbrica. Sopra questa facciata di straordinaria altezza un orologio costrutto dal Ferracina batte f istante in cui nasce e tramonta il sole. Internamente la chiesa è una gran croce, le cui braccia furono aggiunte più tardi, siccome il coro eseguito a disegno del Palladio. Le pareti già dipinte a fresco furono poscia imbiancate. Contiene buone sculture e pitture, fra cui del Buonconsigli, e bellissimi altari di marmo. Meritano osservazione nella cappella maggiore i grandiosi ornamenti e le colonne di terra cotta, una volta dorati ed ora tinti di bianco e giallo. Di campanile serve una torre delie antiche fortificazioni. S'ha inoltre la chiesa di S. Giovanni apostolo, di S. Francesco, nel secolo XIII appartenente a* Minori Conventuali soppressi nel 1769, con buoni dipinti; la chiesa e il convento di S. Benedetto, è oggi abitato d-dle figlie del Sacro Cuore che vi erigono un collegio femminile, la chiesa de' Santi Rocco e Sebastiano, già unita al monastero di Cappuccini e ora allo Spedale Civico e alla Casa di Ricovero; quello fornilo di una biblioteca medica donata dal Penolazzi e capace di *0 letti, questa promossa dal direttore Zannini, e aperta il 21 dicembre 1859, 1' uno e l'altra assistili dalle Suore della misericordia e tenuti con somma pulitezza e direi quasi con lusso; la chiesa di S. Antonio abate di vetusta fabbrica, a cui era annesso un ospizio di Canonici Regolari di

S. Salvatore di Venezia ; parrocchiale di S. Zeno, rimodernata con vecchio campanile ; una cappella, unico avanzo della chiesa di S. Maria delle Grazie e del monastero di Minori Osservanti; la chiesa di S. Giambattista nel Borgo Frassine con fresco di antico pennello; l'altra di S. Giambattista, già appartenente alle Terziarie di San Francesco che presto sarà demolita col monastero e la Madonna di fuori, frequentatissima nella festa dell'Assunta. La chiesa di S. Giorgio, già unita al monastero di S. Chiara e poscia a) Duomo, fu atterrata in questo secolo.

Il cimitero con portici d'ordine toscano non è ancora compiuto; il Monte di Pietà presta al 5 per 100 e possiede una tavoletta del Buonconsigli. In fianco dello spazioso stradone dove si fa il mercato pel buoi è un pubblico passeggio foggialo in minori proporzioni come il Prato della Valle di Padova, nel cui centro per abbassare un' altura si trovarono tegole e monete romane, frammenti d'armi e monete del medioevo e frantumi di fabbrica, onde si argomenta che qui fosse il castello anteriore ad Ezelino, tanto più che il sito nomasi Casligliero. La collezione di quadri del Baricolo ne vanta del Caracci e del Luini.

Montagnana ha 8000 abitanti dediti all'agricoltura ed al commercio, specialmente della canapa, tra cui primeggiano i Forati, Baricolo, Zeni, Cremonesi, Valerj, Garbitif Placco, Prosdocimi, Chiuaglia, Eberle, Penile ecc., ampie e buone strade, un ginnasio privato, un commissariato, una pretura, una congregazione municipale. Le terre producono molta canapa e buon frumento. Lasciando a parte che Giovanni Villani vuole autore degli Scaligeri un mercante da Montagnana, ricorderò qui nati Pietro Fidenzio Giun-teo dotto grammatico, Carlo Guarnazza professore di leggi nella Università di Padova, Gaspare Marzolo professore di medicina, Giambattista Marzolo arciprete, giurisperito e poeta, Marc'Antonio Nali autore di parecchi scrini, i pittori Jacopo da Montagnana nel secolo XV, Pietro nel XIV, Antonio Naserio vescovo di Belluno morto nel 1393, Guido da Montagnana capitano de'cavalieri padovani nella battaglia contro i Veneti del 1143, Guercio Lotti fatto cavaliere da Cane Scaligero nel 1328.

Borgo S Marco, un miglio da Montagnana, ha bella e grandiosa chiesa ovaie, architettala dal Vaniini di Brescia, eccetto la maggior cappella, ch'è anteriore. A memoria della pestilenza del 1631 vi si fanno quattro processioni nelle feste di S. Sebastiano, S. Monica, S. Rocco e S. Agostino. A Monasliero è il palazzo con oratorio di S. Giuseppe degli eredi Gennari. Fu questa villa devastala da Ezelino nel 1238 e dallo Scaligero nel 1312.

S. Salvaro (Salvatore) prese il nome dal titolo della sua parrocchiale, a cui Folco marchese d'Este donò alcuni possedimenti nel 1090. Vi era unilo un monastero di Portuensi, che nel 1181 da Gerardo vescovo di Padova fu concesso all'Abazia delle Carceri, e poi nel 1670 fu unito al seminario vescovile di Padova. Ha nel soffitto tavole tizianesche e nella volta del coro un antico fresco figurante il Redentore di forme colossali-A S. Dorotea, si attribuisce la liberazione del villaggio dalla peste del 1631 e dal colera; pe'dintorni le strade sono sabbiose e riescono incomode assai al viaggiatore.

Nell'antico e grosso villaggio di Urbana (953) i marchesi d'Est3 aveano giurisdizione e possedimenti. Azzo nel suo testamento 15 luglio 1142, lasciò a sua moglie Aichiva con altri possedimenti la corte di Urbana e i suoi beni di S. Salvaro; e all'ospitale di Gerusalemme, molli poderi nel Padovano, nel Polesine e altrove. Urbana nel secolo XIII avea podestà con lo stipendio di lire 30 per semestre, ed un monastero di Benedettini di S. Giuliana. La grandiosa arciprelale, una volta collegiata con quattro canonici, reca il titolo di S. Gallo, e come il suo campanile ha tisonomia di vetustà attestata dalle due iscrizioni del 1144 a

piedi del campanile e del 1127 nella facciata dalla chiesa. Una lapide romana qui scoperta sta presso 1' ufficio del Comune. Ne 1686 un fortissimo uragano vi portò molti guasti e uccise 22 persone, onde a ricordarlo a' istituì una processione annua al 22 luglio. Qui hanuo villeggiature Miari e Zaborra, ed estesi terreni i Carminati e da Zara; un istituto pio soccorre ai poveri e alle maritande.

Vicino è Casale di Scodosia (953), con chiesa di S. Maria, una volta collegiata di quattro canonici e matrice dei dintorni, Il vecchio campanile è inclinato per un fulmine che lo colpì presso terra nel secolo scorso; di bella moderna struttura la chiesa a tre navi con molte reliquie ed elegante marmoreo aliare maggiore. Ogni anno vi si dispensano lire 600 in doli. Ne dipende la contrada Al laura nominata nei documenti del secolo X ed XI, con palude detla Zudolenga. Un'altra palude avea pure Casale nel 1075 chiamata Lago Frondato.

Con documento del maggio 953, datato nell'altro grosso villaggio di Merlara, Almerigo marchese e sua moglie Franca che viveano secondo la legge salica, donavano alla chiesa di S. Maria dell'Adige, poscia Badia della Vangadizza, da loro fondala, un terreno detto Cavezana. In altro del dicembre 953, Franca vedova d'Almerigo, vivente a legge longobarda, dona alla stessa chiesa altri beni in Este e nella Scodosia. Un terzo del 996 accenna in Merlara corte, castello e chiesa, e un quarto del 1075 una palude presso Merlara, detta Malanteda. Qualche iscrizione romana vi fu trovata. L/Arcipretale di S. Maria a tre navi era collegiata con quattro canonici , ed essa e il suo campanile coniano oltre sei secoli, ma la nave di mezzo fu alzata da pochi anni. Un istituto elemosiniere, devolve le rendite de'suoi 60 campi in celebrazione di duo messe settimanali, in medicine e soccorsi a poveri, in doti a povere maritande e in altri scopi pii. Vi si trovano 300 e più campi a risaja, e ne è rinomato il frumento.

Castelbaldo fu costrutto e fortificato nel 1292 dai Padovani contro i Veronesi. Vi eressero anche un tempio, e si riservarono la nomina dell'arciprete. Al 23 gennajo 1339, fatta la pace tra Ubertino da Carrara e Mastino della Scala, si pattuì che Ubertino struggerebbe le fortificazioni di Castelbaldo, fatte sul tenere veronese oltre l'Adige, e non esigerebbe gabella di sorta sulle merci che vi transitassero. In esso fu chiuso a vita l'abate di Praglia Bonifacio da Carrara, perchè avea tramato con a'tri la morte del principe Francesco I. Questo propugnacolo fu smantellato dai Veneziani, che ne impiegarono i materiali a fortificare Le-gnago. Nel 1397 contava 400 uomini atti alle armi, di cui 80 a cavallo, e fu sede di un podestà sino alla caduta della repubblica veneta. Oggi il solo Comune di Castelbaldo novera oltre 2500 abitanti. L'arcipretale col Molo di S. Prosdocimo, juspadronato del Comune, è molto alta, vasta e. di moderna e bella architettura; non compiuta la facciata e principiato appena il suo campanile che risulterà dei più belli e colossali dei dintorni Altra chiesetta dell'Assunta è unita al palazzo Ruzzini, ora col* le£io Armeno Moorat. La casa detla la Torre, ha una stanza a vòlta alquanto sotto al circostante terreno con muri grossissimi. È probabile fosse [3 Prigione dell'abate di Praglia e qui sorgesse la torre del castello, «ella chiesa e del monastero dei Predicatori non restano avanzi. Vi furono demolite anche parecchie villeggiature per raddrizzare l'Adige. Un pio istituto dispensa ogni anno lire 600 in doti a donzelle provenienti dalla laiJiiglia Bertoldi. Eccellenti praterie, ma poco avanzata vi è l'agricoltura.

[o riva all' Adige e di fronte a Badia è il grosso villaggio di Masi con Parrocchiale di S. Bartolomeo, ove diciannove tavolette di buon pennello, l°rmano cornice al primo altare a destra. Qui ebbe i natali Francesco IliUHroz. del L. V. Vo!. IV. 34

Boarelti nel 1748, letterato, filosofo e matematico di qualche grido, che tradusse l'Iliade in ottava rima e in dialetto.

Da Masi camminando sopra l'argine destro dell'Adige si perviene a Piacenza del V Distretto d' Este, e di qui dopo cinque miglia a nord-ovest si trova Megliadino S. Vitale, con chiesa .di questo santo, una volta unita ad un monastero, ora juspatronato del Seminario vescovile di Padova, fatta parrocchiale da ducento anni circa, e prima dipendente da quella di Megliadino S. Fidenzio. La canapa riesce qui della miglior qualità, e i paesani fanno grande lavorio e smercio dei cannicci pei bachi da seta. Il Comune possedè verso i 600 campi, le cui rendite devolve in pagamento delle imposte erariali. Che Megliadino, poscia diviso nelle parrocchie e nei Comuni di S. Vitale e di S. Fidenzio, sia luogo antichissimo, è grande indizio l'ampia strada, ritenuta la Emilia Altinate, che scorre per queste contrade. Inoltre nel 1853 vi si sterrarono dodici scheletri umani, di cui uno portava un braccialetto, altro una laminetta che a varie ritorte capiva la parte superiore del braccio, altro un anello d'argento al dito, e un quarto, più grande di tutti che stava entro una tomba formata di mattoni romani, aveva al dito un anello d'oro e un altro d'argento e d'appresso una moneta d'argento dell'imperatore Antonino, un'urna cineraria, un lumicino ed alcune monete di rame. Un altro scheletro, una spada ed altre anticaglie scavaronsi parecchi anni avanti. Probabilmente furono vittime dell'avvisaglia che indicammo tra i Vespasiani e i Vitelliani.

A due miglia circa è Megliadino S. Fidenzio ;(1030) con chiesa una volta arciprelale (1171), alla quale erano uniti fino a sei canonici. Vi si scopersero iscrizioni romane, e nel 1860, presso la casa dell'ingegnere Cotti, due cadaveri con anelli e spada, e nella contrada Catena spade guaste, anelli, monete romane e urne cinerarie. Al medioevo vi ebbero giurisdizione i marchesi d'Este. Una palude detta Camdkia (1075) stava nello sue vicinanze, che secondo uno statuto del 1234 erano Capo di Vico, Cavoese e S. Vitale. Vuoisi che dalla chiesa matrice di questo villaggio dipendesse un tempo anche Montagnana. Anticamente era dedicata a S. Tommaso. Aggiunse il nuovo titolo dacché vi fu trasportato il corpo di S. Fidenzio. che dicesi rinvenuto a Polverara, e che alcuni opinano sia stato martire e terzo vescovo di Padova, allri vescovo di Armenia o di altro paese d'Oriente. Dopo diligenti studj io debbo escludere sia stato nostro vescovo, accordarmi con la tradizione che il suo corpo siasi qui trasferito ai tempi di Guaslino vescovo di Padova, e ritenere probabile il suo martirio, e certo il suo vescovado Novense nella chiesa orientale. Ciò deduco, in mancanza di più antichi documenti, dalla lamina di piombo del suo sepolcro, la quale mostrasi del secolo X, o del principio dell' XI e reca precisamente: -f Hic Requiesc. Scs (sanctus) Fidentius Eps (Episcopus) Novensis, a cui seguono altre sei o sette lettere illeggibili. Il corpo riposa in arca marmorea sostenuta da due colonnine e appoggiata dietro all'altare di una cappella sottoposta al coro della chiesa, che vuoisi fatta a spese d' una regina d'Ungheria. Sarebbe forse Beatrice d'Este vedova di Andrea II? K questa chiesa a tre navi, e si ascende al coro per due gradinate laterali alla scala per cui si discende nella cappella di S. Fidenzio. Dietro alla stessa sorge una colonna che rammenta, come nel secolo X quando vi fu portalo il corpo di S. Fidenzio, l'angelo che lo scortava in figura di bifolco piantasse un ramo secco di quercia, che germogliò e crebbe cogli anni a straordinaria grandezza. Dicesi che questa quercia cadde dalla vecchiaia, e che dalla sua radice spuntò quella di secolare grossezza, che oggi si vede presso Sa colonna, e che ogni anno il giorno di Pasqua, sia alta o bassa, ha foglie e fronde. Sparvero le belle villeggiature Dotto, Papafava, Orologio e Pisani, decorate di sontuosi palazzi. Il Comune possiede 600 campi, i cui redditi eroga nelle imposte erariali.

Un miglio ad ovest è Santa Margherita, con parrocchiale recente, di forma grandiosa ed elegante, e campanile non ancora finito, cantoria dise" gnata dallo Zabeo, e qualche discreto dipinto. Anche qui si scopersero urne cinerarie, e Fidenzio Manno, morto nel 1840, lasciò lire 200 annue ai malati poveri.

XXV.

Distretto V di Este.

I Comuni di questo Distretto sono Baone, Barbona, Carceri, Cinto, San-t'Elena, Esle, Lozzo, Ospedaletlp, Piacenza, Ponsò, S. Urbano, Vescovana, Vighizzolo, Villa di Villa, Vò. È in parte montuoso; nella pianura mostra le alluvioni dei fiumi che lo bagnano, cioè l'arena dell'Adige, o la minuta sabbia e l'argilla del Bisatto: però in ogni dove ha sufficente quantità di pus vegetale. Si estende pertiche censuarie 283,835.88, sovra cui stanno 8027 case, in cui vivono 39,201 abitanti, de' quali 156 forastieri. Produce vini eccellenti, massime nei monti, biade, riso, canapa o gelsi.

Prendendo le mosse da Padova, come abbiamo fatto sinora, attraversato il Distretto di Monselice, giungiamo alla città di Este (Aleste), cui fondatore vorrebbesi Ateste compagno di Antenore, nato da Licaone figlio di Priamo re di Troja e da Laotoe figlia di Attaco re do* Lelegi; onde Licaonio a memoria del padre il vicino monte (Cacone),ed Enezia (Venezia)\& provincia occupata co'suoi compagni Eneti. Ma se gli Euganei abitarono il delta veneto, cioè il paese contiguo all'Adriatico, bagnato dal Brenta, dal Bacchiglione, dall'Adige e dal Po, come asseverano gli scrittori greci e romani, e come provano i monumenti scoperti, esc i Veneti cacciarono gli Euganei, che si raccolsero ne'nostri colli, a cui lasciarono il nome, è più probabile che questi abbiano editicato Ateste e l'abbiano appellata così dal fiume Adige (Athes) che le scorreva vicino. La congettura che Ateste sia stata abitata da Euganei prima che da Veneti è fortemente appoggiata alle iscrizioni euganee sterrate ne'suoi dinlorni, nelle quali il Lanzi trovò molte orme di alfabeto e di linguaggio greco, come si vogliono d'origine greca i nomi dei colli vicini Cero, Calaone, Cinto ecc. '. Quella opinione del Lanzi e i non pochi monumenti con iscrizioni affatto greche, taluni anche con figure vestite alla greca fanno ritenere di origine greca anche gli Euganei antichi abitatori di queste contrade. Come suole tra popoli deboli e forti, gli Euganei soverchiati dai Veneti si fusero con questi per forza o spontanei e sparendo il loro nome, restò quello dei vincitori. Più tardi e gli uni e gli altri piegarono alla potenza di Roma, mantenendo le venete ciltà le proprie leggi e magistrature, e formando parte della Gallia Cisalpina. Soggetta a Roma era certo nel 184 avanti Cristo, incerto il come, poiché la Venezia fu sempre amica e alleata dei Romani. Forse le discordie intestine

1 De'suoi monumenti parte furono acquistati dal Silvestri, rodigino, che poi ormarono il museo di Verona: altri da Temmaso degli Obizi pel museo del Catajo; altri portati a Ferrara da Peregrino Prisciani, che attorno al 1480 fu podestà di Leniinara. Il Furlanetto illustrò (1847) anche quelle delle lapide estensi e patavine °lie trovansi altrove. Nella prefazione alla Storta di Esle di Castano Nuvolata è una buona monografia di quanti scrissero intorno a questo paese e alla famiglia d'Este, lodando specialmente Isidoro Alessi, ehe nello Ricerche istarico critiche delle antichità <H Este dalla sua origine /ino al 1213 (Padova 1776) rivide quanto erasi detto, appoggiando o confutando con molto senno: ma trovando poco spaccio alla sua opera, come avviene sempre della municipali, e chiesto invano un sussidio dal Municipio, non Pubblicò e fors' anche distrusse la seconda parte. Presso il Gabinetto di Lettura di Este sì te una raccolta di scritti palrj. C. C.

avranno resa necessaria quella dipendenza, poiché abbiamo monumenti anche di una contesa pei confini tra gli Estensi e i Padovani, sopita dal proconsole Lucio Cecilio Calvo verso l'anno 141 avanti Cristo, e di un'altra tra gli Estensi e i Vicentini, a sedare la quale il senato di Roma delegò sei anni dopo il proconsole Sesto Attilio Sarano. Concessa ai Veneti la cittadinanza latina (89 av. C), senza condurre tra essi nuova gente divenne colonia. Poi avuta dai Veneti la cittadinanza romana (45 a. C), e fatte le loro città liberi municipj, gli Atestini furono ammessi a dare suffragio nei comizj romani colla tribù Romulia. Oltre a bO lapidi portano il nome di questa tribù, aggiunta ai nomi di cittadini estensi. Spento Cesare, da cui i Veneti ripetevano quel privilegio, essi durarono amici delta repubblica ed espulsero i legati di Antonio. Ma rimasto solo padrone Ottaviano Augusto, come Roma piegarongli il collo le Provincie, ed egli, a saziare l'avidità de'suoi veterani li sparti in 28 città e terre formandone altrettante colonie militari. Questa sorte toccò ad Este, ove pose soldati distinti nella battaglia di Azzio, onde le lapidi atestine li chiamano Azziaci, accennando specialmente a quelli della legione XI, composta di cittadini romani. Di questi è stato Marco Billieno, eletto poscia decurione dagli Atestini, Quinto Celio alfieri (signifer), Anfustio, Salvio Sempronio e Quinto Atilio. Lapidi ricordano anche soldati di altre legioni.

Gli scavi dimostrano che Ateste era di forma oblunga, colla circonferenza di circa due miglia tra l'Adige a sud e il colle a nord, dalla piazza presente per le contrade del Duomo, S. Francesco, S. Maria delle Consolazioni, Settabile e S. Fermo, indi per l'aperta campagna e in tutto quel tratto che dicesi Casale, e di qui fino al ponte di S. Pietro, chiudendo la circonferenza la contrada di S. Stefano e il colle. Il territorio atesfino, attraversato dalla via Emilia Altinate che radeva la città, comprendeva dalla parte montuosa Venda e i colli minori Zovone, Boccone, Cortelazzo, Castel-nuovo, Pendice, Teolo, Rovolone, S. Eusebio, Arquà, Montericco e Monselice, e dalla parie piana si estendeva fino a Lobia e a Pojana, al tenere di Legnago, al settentrione di Rovigo tra l'Adige e J' Adigetto, a Pernumia e a Conselve. Sicché era più vasto che i tre presenti Distretti di Este, Montagnana e Monselice.

Le lapidi ci fecero palese la esistenza di un tempio greco a Castore e Polluce in riva dell'Adige, e di un altro forse di Angusto presso la presente chiesa di S. Tecla; il culto di Giove Ottimo Massimo, d'Iside, della Fortuna, di Sileno e di Silvano, la esistenza dei sacerdoti Augustali, dei Seviri che presedevano col Flamine al loro collegio, dei pontefici, dei magistrati Decurioni Duumviri, Prefetti giusdicenti (juridicundo), edili, questori e prefetti all'erario, curatori delle opere pubbliche; dei collegi delle arti, dei loro prefetti e patroni, dei loro questori o cassieri e dei loro decurioni o membri ascritti; di oltre 150 famiglie di nomi diversi; di parecchi Estensi chi furono militi di coorti pretoriane, di altri veterani congedati, di qualcuno appartenente alla legione dei Veliti, di tal altro che fu medico o cuoco o lavoratore di pettini da scardassare la lana, la canapa, il bombace, o lavandaio, o misuratore; di qualche cameriera e di una famiglia cacciatrice. Più un monumento atestino prova l'uso pur in que'tempi, dei coltelli, forchette e cucchiaj nelle mense, e mentre qualche monumento patavino prova tra i Padovani l'uso delle vesti trojane, qualche atestino dimostra l'uso del vestir greco. Più tardi gli uni e gli altri adottarono la foggia dei Galli, e indi la romana. I monumenti estensi accennano qui i gladiatori e ginnastici, specialmente della palla, e mostrano l'uso, che par singolare al Furlanetto, di coni tronchi per le iscrizioni lapidarie, che tengono ai lati due leoni e nel mezzo una testa di capro, sovrapposta ad un corpo cilindrico rastremato, con un encarpo tra la seconda e la terza linea. Non ci mancano me-

morie d'illustri Atestini, come di Sabina poetessa nello scorcio del secolo primo di Cristo, lodata da Marziale, e un oratore parimente del primo secolo che si vuole Tito Annio, e Corelio cavaliere mentovato da Plinio. Uscirmi da Este i Vespasiani, quando capitanati da Pedio Aquila, battevano presso Montagnana i Vitelliani, alla cui testa era Cecina (69 di Cristo).

Dopo ciò nulla sappiamo di Este, nò a quale dei popoli barbarici abbia dovuto il suo esterminio. Certamente dagli scavi apparvero traccie di un generale incendio. Non è improbabile che abbia avuto il suo vescovo, prima che gli Atestini, obbligati a fuggire la patria, ricovrassero nelle lagune. Questa fuga è certa; tutt'al più si può tenere che alcuni Atestini ed anche Patavini abbiano cercato salvezza all' inespugnabile Monselice. Compì V eccidio di queste contrade l'Adige nel 889, allagandole per alcuni anni, non restituito al suo vecchio alveo probabilmente per volere degli stessi Longobardi onde recare maggior danno ai nemici, che tenevansi ancor saldi a Padova e a Monselice, e che poi caddero nelle mani di Agilulfo (600 602).

Gli esposti fatti ci autorizzano a creder Este in questi tempi una semplice villa, soggetta a Monselice, che probabilmente sarà stata retta da un ga-staldo longobardo. Tale durò ai tempi carolingi, in cui Monselice divenni contea; poscia dipendette ora da Padova, ora da Monselice secondochè quello fu unito o staccato da Padova per le concessioni imperiali, e nel secolo X si rifece capo di un esteso distretto che comprese lo stesso Monselice e Montagnana, e fu concesso dagl'imperatori alla principesca stirpe, la quale da Este prese il nome. In origine longobarda e forse bavarese, ebbe do-minj in Toscana e in altre parti d'Italia. Oberto sembra il primo che abbia avuto da Ottone (961) il dominio di questo Distretto; confermato da Enrico IV ad Ugo e Folco figli di Azzo II (1077) e ai loro discendenti da altri imperatori. Azzo marchese, conte di Milano e della Lunigiana, si stabilì in Esle, dove eresse il castello a' piedi della collina, al quale si aggiunsero col tempo molte abitazioni.

Il Muratori (Antichità Estensi) narrò le geste di questa illustre schiatta e le guerre de' suoi discendenti nel Distretto di Este per questioni dei loro sterminati dominj. Io mi ristringerò a'pochi fatti, che più davvicino interessano la storia della città.

Mentre vi dominava Folco, ricovrò presso lui Sinibaldo vescovo di Padova, espulso dall'altro vescovo scismatico Pietro. Francale le città italiane dalla soggezione impenale.il marchese Obizzo, figlio di Folco, fu tre voltò podestà in Padova (1177-1189) vicario imperiale per tutta la Marca Trevisana. Anche suo nipote Azzo VI ebbe il vicariato imperiale e la podesteria in Ferrara (1196-1205), in Padova (1199), in Verona (1207), dopo che ne debellò i Ghibellini. Antesignano del partito guelfo, fu da Innocenzo III innalzato a marchese d'Ancona, e dopo che espulse il Salinguerra da Ferrara Be venne fatto perpetuo signore (1208). Nondimeno visse ancora in Esti fin al 1212, lasciando due figli Aldovrandino e Azzo VII, e due figlie Beatrice, poscia beatificata, e Costanza. Aldovrandino non ebbe il genio e il valore del padre, onde la repubblica padovana, già fatta potente e ardita dopo aver sottomessi i signorotti rurali, mirò ad estendere il suo potere anche sovra gli Estensi, e assediato Esle, presa la rocca, costrinse Aldovrandino * farsi cittadino di Padova, giurare obbedienza al suo podestà e fissare fui un palazzo per sua dimora, pur ritenendo la giurisdizione nelle sue terre. Morto anch'egli nel 1215 ebbe a successore il fratello Azzo VII che indarno tentò espellere da Padova il tiranno Ezelino (1238), onde questi prese Esle, e lui cosirinse a rifuggir in Rovigo. Sceso Federico II (1239), Azzo si chiuse nel castello del conte Sambonifacio suo amico, onde fu «tesso al bando, ed Este e il suo territorio passavano alla giurisdizione imperiale, per tornare in breve al loro antico signore e cadere di nuovo

nelle mani di Ezelino (1249), per tradimento di Vitaliano d'Arolda. Se non che Azzo, posto da papa Alessandro IV alla testa della santa crociata, espulsi da Padova gli Ezeliniani (1256), ricuperò i suoi dominj di Este, Montagnana e Monselice fino a Ferrara. Ma spento Ezelino (1259), e liberata la Marca specialmente a merito di lui, i Padovani sconoscenti tornarono a vantare pretensioni su Este e Montagnana, forzando lui, stremato di forze, a promettere uomini e denaro quando lo esigesse il loro podestà (1260), serbandone ancora la giurisdizione. Il nipote Obizzo IV (1264) infastidito dalle esigenze dei Padovani, si fermò stabilmente in Ferrara, ondassi occuparono Este, che cedette il posto eminente alla ferrarese città. Morto Obizzo, signore non solo di Ferrara, ma di Modena e di Reggio (1293;, i Padovani occuparono (1293) anche le fortezze di Este, Galaone e Gero, e d'allora i marchesi vi perdettero ogni politico dominio.

Este segui le sorti di Padova. A fortificarla contro Can della Scala, si adoperarono molto i Padovani, e lo stesso loro podestà Bornio de' Samaritani bolognese vi lavorò colla zappa nel 1312. Cadde in mano dello Scaligero due anni dopo, indi fu data e ritolta ai Padovani, per restare a lui e a' suoi nipoti fino al 1337, in cui vide sventolare le insegne Carraresi e fu in questo tempo (1339) che Ubertino Carrarese ne ricostrusse il castello disfatto dalle guerre precedenti. Passò in mano del Conte di Virtù nel 1388, che V anno seguente lo restituiva in feudo ad Alberto marchese d'Este suo alleato, accordandogliene il pieno dominio. Ma questo fu breve, poiché nel 1390, lo cedeva a Francesco Novello da Carrara, il quale ne rimase signore fino al settembre del 1405, in cui gli Estensi uccisero il suo podestà Ceco da Pisa, e spedirono a Venezia Giovanni da Cartura, Ottonello di Marco e Bartolomeo Rizzardi per darsi in mano a quella repubblica. Il doge con lettera del i 6 settembre prometteva serbare gli statuti detla comunità, diminuiva le gabelle, approvava le vendite fatte da Francesco Novello agli Estensi, donava a questi i mulini presso il ponte della Torre, e altre grazie. Non per questo fu obliata del tutto dai marchesi d'Este l'avita terra e vi soggiornarono da semplici cittadini Taddeo morto nel 1448, e Bertoldo perito nella guerra contro Maometto II, ambedue sepolti nella sua chiesa di S. Francesco. Anzi fu ancora signo -reggiata una volta da un principe estense, Alfonso duca di Ferrara (1509), quando la lega di Cambrai, a cui egli aderiva, si riversò contro Venezia. Ma dopo gravi sventure ed effimere signorie di quello, di questa, di Francesi, Spagnuoli e Tedeschi, tornò ai Veneziani per vivere in pace quasi tre secoli. Ai 14 maggio 1797 occupata dai Francesi, inaugurò come Padova, la Municipalità; nel 4 maggio dell'anno vegnente passò agli Austriaci, indi formò parte del governo italico, e poscia nuovamente dell'austriaco, soffrendo altamente dal brigantaggio nel 1809. Creata città con rescritto sovrano del 9 maggio 1829, oggi novera col suo circondario verso 11,000 abitanti. Nel 1397 la podesteria di Este contava 2300 uomini atti alle armi, di cui 450 a cavallo.

Al suo governo i marchesi d' Este preposero proprj giudici, detti messi, visconti e podestà. Altri podestà cittadini di Padova vi mandarono i Padovani e i principi da Carrara, e altri patrizj veneti col titolo di podestà e capitani la repubblica di Venezia 2. Or ne fanno le, veci un commissariato ed una pretura, a cui aggiungonsi l'uffizio delle ipoteche, il notariato e gli uffizj idraulico, di commisurazione e dell'imposta sulle rendite. Furono magistrature civiche il Consiglio che eleggeva le cariche, compo-

2 Nel 1302 fu stabilito che il podestà di Este durasse in carica sei mesi, avesse 409 lire di stipendio, ed estendesse il suo reggimento sopra Este, suoi villaggi, Villa di Villa, Calaone, Catatonica e Vigfiizzolo. I podestà veneziani duravano in carica 11 mesi.

sto di 60 cittadini prima del 1318, e di 48 dopo, le cui deliberazioni erano invalide se non erano presenti 32; i tre consoli, uno per ter-ziere della città, che controllavano le spese e le riscossioni fatte dai massari, ed assistevano il podestà e il suo vicario; i venti massari amministratori delle rendite del Comune; il sindaco, economo o fattore dei beni comunali ; i tre cattaveri, revisori delle aziendo degli altri uflicj, inquisitori e giudici della condotta degli ufficiali ; i tre massari giurati che giudicavano dei danni recati ai possedimenti altrui e dei confini, e dirigevano i lavori pubblici; i 26 saltari che custodivano le campagne; i tre giusticieri sorveglianti dei pesi e delle misure, e della sanità delle bestie da macello; il collegio dei notaj, da cui traevansi quelli assistenti al podestà e alle magistrature civiche; il collettore delle multe; i pubblici banditori; i pubblici stimatori; e i commissarj alle chiese. Molte incumbenze di tali magistrature oggi spettano alla congregazione municipale.

Queste cariche appajono dallo statuto atestinó, compilato nel 1318, ch'ebbe vigore fin al nostro secolo, che dà anche provvide disposizioni intorno l'agricoltura, gl'incendj, la polizia urbana ecc. Chi rubava fruita, se non pagava la multa stava legalo ad una pietra nel mezzo della piazza per un giorno intero, con al collo il suo furio. Niuno da S. Pietro alla vendemmia poteva entrare nei campi coltivali sui colli, o andare alla caccia su questi dall'aprile all'autunno compiuto. Di grosse multe erano colpiti i ladri di piante, di pietre, di legna, e i danneggiatori delle terre. I portatori di vino erano tenuti ad accorrere agi' incendj coi loro mastelli pieni d'acqua. Col pagamento di multe si esimevano dalle pene corporali anche i bestemmiatori, gli spergiuri, i rei di pubblica violenza, i falsificatori di pesi e misure. Era vietato l'erigere baracche nella piazza e nei luoghi pubblici il distendere in questi cuoi, il gettare spazzature dalle finestre sulle vie, nel fiume, o entro i pubblici pozzi, il piantare alberi a minore distanza di tre piedi dalle strade e dal campo alimi e il filare ove si vendevano commestibili. Leggi sanitarie frenavano gli abusi dei beccaj, mugnaj e fornaj. Eran proibite le armi a chi non ne aveva la licenza, vietati i giuochi d'azzardo compreso quello della Maina3, i rivenditori di vettovaglie, i postriboli entro le fosse di Este, le serenate sotto le finestre dei vedovi rimaritati, e il sedere sui carri ai bovaj per le contrade della città. Erano fissate le mercedi ai muratori secondo le stagioni, e doppie multe ai danneggiatori dei beni comunali. Non era ammessa la denuncia, se l'accusatore non ne giurava la verità e persone leali non avessero attestata la probità di lui, legge sapientissima degna delle più civili nazioni.

Città sì popolosa ebbe sempre parecchie chiese e una volta parecchi monasteri. La chiesa maggiore sembra eretta dove sorgeva, un tempio pagano, e scavando si sterrarono scapi di colonne, statue, pavimenti di musaico e altri ruderi. Sono indizj di sua grande antichità l'aver dessa a patrona S. Tecla, venerala in altri luoghi fino dai primi secoli del cristianesimo, tessere accennata da un documento del 1091, e da altri documenti la sua collegiata nel secolo XII \ Caduta l'antica chiesa per vecchiaja e tremuoti ncl 1688, il cardinale Barbarigo gettò la prima pietra della nuova nel 14 rnaggio 1690, che fu compiuta ad una sola nave nel 1722 sopra l'area del-! antica con la spesa di un milione di lire venete, restando tutt'ora ^coinpiuli la facciata e il campanile. Ha forma grandiosa semicirco-

Qualunque giuoco coi dadi. ^ 4 Una bolla di Lucio II del 1144 accoglie sotto la protezione della santa sede la colatala di s. Tecla d'Este, e le conferma il possesso de'le chiese di S. Maria di Castello, .] S. Stefano d'Este, della Santissima Trinità, di S. Giustina di Calaone e S. Maria Ponsò.

lare, nove altari, pitture del Tlepolo, della scuola di Pàolo, di Alberto Durer, di Carlin Dolce, freschi del Demin sulle pareti della tribuna, un tabernacolo, a cui sovrastano due angeli che sostentano il globo con la Fede velala in piedi e due angeli genuflessi in atto di adorare, scolpiti dal Corradini, un colossale crocifisso di lagno con le tre Marie e un ricco parapetto per l'altare maggiore di storie sacre colla scritta: Fadinelti dottor Domenico disegnò, Anna e Uosa ricamarono 1860. I canonici fu« rono soppressi nel 1810, restando la chiesa arciprelale e matrice d'juspatronato regio.

Ha oltre sei secoli la chiesa di S. Stefano e il campanile. Apparteneva a monache Maddalene e poscia a Conventuali» soppressi nel 1657. Nell'antico suo pulpito dicesi che abbia predicato S. Bernardino da Siena. In grandiosa moderna tela il De Lorenzi dipinse il martirio di S. Stefano.

Giannantonio Capovino nel 1637 eresse la chiesa della Salute per rì-porvi l'immagine di Maria a fresco esistente sopra il portello del suo brolo nel borgo di San Pietro d'Este, alla quale si attribuiscono molti miracoli. Ha la forma ottagona come i due svelti campanili, e nell'interno lodate tele dell'estense Zanchi.

Dove ora San Francesco, ergevasi Santa Maria degli Angeli (1299) con monastero di Conventuali di cui son memorie fino dal 1285. Un insigne sepolcro dei marchesi Taddeo e Bertoldo, fu distrutto dopo la soppressione dei monaci. Oggi chiesa e convento servono a caserma; resta il bel portico palladiano quadrato a sette arcate per lato.

Nel 1506 Pietro Gazo estense e Giuliano Pavon padovano ricostrussero in forme più ampie Santa Maria delle Consolazioni. Avea unito uno spedale che nel 1504 fu ceduto ai Minori Osservanti soppressi nel 1769 e ripristinati nel 1858. Ha due sole navi, la mezzana e la sinistra ; possiede una tavoletta con la scritta : Joannes BapHsta coneglanemis opus, e un bell'altare di marmo bianco. Vi è contiguo l'oratorio ili San Carlo.

La Madonna del Carmine o della Restara, cominciata nel 1602, compiuta nel 1613 e data ai Carmelitani soppressi nel 1651, ha bella facciata, svelto campanile, e sta fra due canali.

Monumento della pietà del marchese Taddeo è Santa Maria delle Grazie, eretta pel suo testamento del 1448, onde collocarvi una Madonna, tavola greca in forme colossali, regalatagli dal doge Moro, portata via da Corinto; e credula opera di san Luca. Compiuta nel 1478, fu data ai Domenicani, che costruirono nel 1717 la presente, di belle proporzioni, piìi ampia, ad una nave e a croce latina. Soppressi questi padri nel 1770, fa resa l'anno dopo parrocchiale in luogo di San Martino. Ha nove grandi altari di marmo, sei statue dello Zandomeneghi, pitture del Calvelli e dello Zanchi, oltre alla Madonna anzidetta e un coro di 34 stalli con buoni intagli in legno.

La chiesa di San Martino, essendo estinto il monastero unito nel 102(5, fn data alle monache di S. Stefano di Padova, che vi mantennero sempre un parroco, il quale passò nel 1771 in Santa Maria delle Grazie. Come la chiesa, risale al secolo XI il suo campanile, che da tempo immemorabile strapiomba di più d'un metro.

La chiesetta di San Girolamo, eretta nel 1642 dalla confraternita dello stesso santo, possiede una gran croce maestrevolmente cesellata dall'estense Urbani ; quella di S. Rocco, costrutta verso il 1524 per voto nel contagio, allungala nel 1767 e munita di elegante facciata, ha pur una Madonna col Bambino di forme colossali; la Madonnetta fu murata dai Battuti nel 1585. Nell'unito ospizio riceveano soccorsi poveri fanciulli e malati e decrepiti. Ora vi è stabilita una congregazione di giovinetti sotto il patrocinio di Maria e di San Luigi.

Furono demolite la chiesa di San Pietro, spettante a un monastero, sceso il ponte della Girometta, e quella di San Fermo nella contrada Set-tabile, ambedue accennate in un documento del 1139. L'altra di S. Maria dei Battuti, vicino a San Francesco, serve ora al museo civico Quella di SanVMichele, ricordata nel 1192, unita a monache Benedettine soppresse nel 1810, ricostrutta verso il 1590, ha bella facciata dello Scamezzi e non serve più al culto. Furono atterrati in questo secolo la chiesa e il monastero de' Cappuccini sul colle; l'oratorio della scuola dello Spirito Santo rimpetto a San Francesco, dove oggi il pubblico macello; spari l'oratorio unito al monastero di Terziarie di San Francesco.

La ròcca sussiste ai piedi del colle, quasi inlera, colla cinta e le torri fabbricate da Ubertino da Carrara; la torre più bassa e rozza verso il borgo °- Girolamo accenna a età più vetusta. Vicino ergevasi il palazzo dei marchesi bene fortificato e difeso dal Sironc s, che colle acque divideva la ròcca dalla città; e del castello e del palazzo sono proprietaij i Trieste di

t» Divenuta la repubblica di Padova signora d'Este, i marchesi passarono ad abitare a'tro palazzo nella contrada delle Grazie, presso la chiesa, fatto poi monastero.

Padova. Anche la città aveva cinta di mura ai fianchi della rócca, terrapieni nel resto della sua circonferenza, intersecati da torri, e bagnati a nord dal Sirone, ad est dal lìumicello della Restara che usciva da quello e negli altri lati da una fossa. Le mura furono demolite, eccetto qualche tratto in parte compreso nelle aderenti abitazioni. Si entrava in città per quattro porte. La porta Vecchia, una volta Vitaliana e poi Carrarese, sta rimpetto alla ròcca e al palazzo dei marchesi in capo di Borgonuovo. Sovr'essa er-gesi la torre del Comune, ricostrutta nel 1090. Quella di San Martino era presso il ponte delle Grazie; la terza di Santa Tecla stava al ponticello, e Portasecca alla punta del muro che principiava dinanzi la torre della rócca verso S. Girolamo. A rendere viemeglio sicura questa fortezza si eressero ne' dintorni varie torri.

11 palazzo del Comune, che stava presso Santa Tecla, oggi adorna la piazza maggiore. Il teatro fu eretto nel 1724, rabbellito nel 1813, incendiato nel 1824 mentre vi si rappresentava l'incendio d'Aquileja, e riedificato più ampio e appariscente. Molte civili abitazioni ma poco eleganti novera Esle, talune munite di portici; le strade interne si desiderano migliori. Per l'amenissima postura, in Esle e nei dintorni 80 famiglie di Venezia e di Padova venivano nel secolo scorso a villeggiare.

il Musco, (v. pag, 203) istiluito dal podestà Fracanzani, contiene oltre a 125 monumenti estensi euganei, greci e romani. Altri molti stanno nei musei del Calajo, di Padova, Vicenza, Modena, Ferrara e sino a Roma. Furono illustrali dal Furlanetto, ma taluni scoperti posteriormente sono ancora inediti. Il Ginnasio, istituito nel 1839 cessò col 1851. Vi perdurano le scuole elementari. Vissero in passato le Accademie degli Alesimi e degli Eccitati. La stamperia e tipografia Longo, in ampio edificio con elegante facciata lombardesca, va prosperando, lì gabinetto di lettura, mantenuto da una società di cittadini, è provveduto di giornali e di circa 0000 volumi. Nel-1' archivio del Comune notai un codice degli Statuti Estensi del 1318 con aggiunte fino al 1392, volumi degli atti del Consiglio Civico dal 1482 al 1797, un volume titolalo Estravagante del secolo XVI contenente documenti importanti per la storia di Este, un registro dei beni della Comunità del 1516. un epistolario di Francesco II da Carrara e dei Dogi veneti dal 1392 al 1540 circa, altri volumi di lettere ducali e degli estimi , e un diligenlissimo indice per materie, in selle colossali volumi compilato nel 1750. Aggiungasi la scelta collezione di quadri del Sartori, con pregevoli oggetti in avorio, in marmo, in bronzo, e disegni, e scelti pezzi di belle arti, e la collezione parimente di pregevoli dipinti che il Franchini tiene nella sua antica fabbrica di terraglie, porcellane, maschere di cera ecc., dove trovi un bellissimo gruppo rappresentante il Moncenisio, qui lavorato in porcellana da un secolo circa. Alla fabbrica Franchini aggiungasi l'altra di terraglie del Contiero, la fabbrica di paste pugliesi, di cui si fa un esteso smercio, condotta dagli Orsi nel. vecchio palazzo Roda, e il lavorio di corde di canapa mollo antico, che procura il pane a parecchie famiglie.

Il Monte di pietà, istituito nel 1541, presta al 6 per 100 e prospetta ambedue le piazze; agli antichi spedali dei malsani (1199), di S. Andrea e della Carità successe nel 1770 lo Spedale civico, fondato nel monastero di S. Maria delle Consolazioni, arricchito dai lasciti Scarabello, Feslin, Lazzarini e Borgo ed assistito dai Minori Osservanti e dalle suore della Misericordia. L'ospizio dei poveri raccoglie fanciulli d'ambo i sessi e vecchi mondici, assistiti dalle suore anzidette. Doti proveggono le cammissarre Gazzo e dello Spirito Santo.

Da parecchi anni è sospesa la luminaria del Venerdì Santo, istituita

nel 1780, che conducevasi per le principali contrade estensi, e attraeva molti dalle vicine città.

Essendo Este scala per Padova, Montagnana e Legnago ha fiorente commercio e frequentatissimi mercati. Il frumento de'suoi dintorni è molto ricercato specialmente dalla Lombardia.

Isaia da Este, canonico lateranense, commentò in vulgare la Sacra Cantica. Lazzaro Baldo, fu giureconsulto e professore nell'Università di Padova, ambedue del secolo XV; Geronimo Atestino, scrittore di una cronaca estense edita nel 4480; Ippolito Angelieri medico e storiografo nato verso il 1530; Laura da Esle poetessa verso il 15(50 ; Marc' Antonio Cappello , uno dei consultori della repubblica veneta con fri Paolo Sarpi durante l'interdetto; Eugenio Gentilini, autore di un libro intorno all'artiglieria edito nel 1626; Antonio Zanchi pittore di merito; Gaspare Ventura Lonigo , professore di meteorologia nella Università di Padova, consultore della veneta repubblica in materie feudali e autoredi varj scritti, morto noi 1667; Alessandro Alessi che lasciò encomiati scritti di medicina e della peste del 1631 ; Vincenzo Carraro che scrisse in prosa e in verso e mori nel principio di questo secolo; Biagio Schiavo, reso famoso dalle ingiurie del Baretti; Isidoro Alessi che diede una storia molta lodala di Este fino al 1213, morto nel 1799; Antonio Corradini, buono scultore nato sullo scorcio del secolo XVIIfi; Angelo Scarabello distinto orefice e cesellatore del secolo passato; Giuseppe Fineo, poi cognominalo Farinelli, compositore di opere musicali nato nel 1779, morto a Trieste il 1836; Gio. Maria Zecchinelli medico e autore di varj scritti ; Nicolò Scarabello professore di filosofia, prefetto degli studj nel Seminario di Padova e sacro oratore di grido; Andrea Legnaro distinto latinista, e più distinto Giovanni Battista Ferrari ornamento del Seminario stesso. Il dottore Gaetano Nuvolata stampò nel 1851 una storia di Este, che adoprai molto, ed esibirei per modello alle storie parUcolarizzate dei Distretti 7.

Grosse muraglie scoperte al di là del ponte di S. Pietro fecero credere, che ai tempi romani un ponte mettesse nel borgo Caldcvico, e un altro accennasse a Mur-Longo, amendue strade suburbane, lungo le quali si scavarono lapidi e nidori antichi. Parecchie iscrizioni sterraronsi in Cane-vedo (Cannabetuni). A Fossahottà esisteva fino dal secolo XII la chiesa di S. Bartolomeo che nel 1198 fu data a frati Ospitalieri onde assistessero allo spedale. Nel XIV secolo vi entrarono i Gesuiti e vi durarono fino al XVIÌ. Quindi e chiesa e monastero furono demoliti e nel 1671 i Granala n'eressero poco distante un'altra piccola che titolarono parimente a S. Bartolomeo. Presso S. Andrea della Mota anticamente un ospizio, che nel 1598 hi dato a monaci Olivetani, soppressi i quali, la chiesa venne fatta parli Il Corradino disegnò nel 1727 il bucintoro di Venezia, che fu ammirato dai nostri padri, e bruciato dai democratici. 11 Corradino avea vanto nel fare statue, che pareano coperte d'un velo, com'è la succennala Fede nel duomo d'Este, e quelle nella cappella Sangro a Napoli, dove si suol dire che poco pudica è la Pudicizia, trasparente dal panneggiamento. Morì nel 1753. C. C.

? Convenendo nelle lodi date all'illustratore di « Este, pupilla delle euganee contrade notiamo che egli, a pag. 292, parlando d<d 1200, lo chiama « Epoca fatale alle hberlà italiane, che meglio sarebbe avvenuto se una mano di ferro avesse tutti compressi <Pie'movimenti per darne almeno il trionfo ad un solo, e formare uno stato ». Dissentiamo f^nehissimamentc da questo concetto; stimando la libertà anzitutto, e non potendo augurar a')'ttalia d'essere stala riunita da Alboino oda Ezelino o dal Valentino. Si smentisce egli stesso a pag, 320 dove, come segno d'amor patrio, augura che Esle fosse divenuta capo <" un ducato italiano, come Ferrara e Modena. C C.

rocchiale. A Pilastro sorge la chiesetta titolata a Maria, una volta spettante a Servili, soppressi nel 1631, che ha fisonomia di circa sei secoli, come il suo campanile. Quella di Pra dedicata alla SS. Trinità, rFmonta oltre al 1144; risale al 1480 pel testamento di Francesco de Lismano la parrocchiale di Schiavonia, dedicata alla Madonna, il cui parroco Pietro Benvenuti la governò per 52 anni tino al 1848, e morì testando un lascito a favore dei malati poveri. Descritta la città, passiamo ai villaggi.

Volgendo a sud-est, si perviene a Sant'Elena (1193) che un tempo facea parte della Corte Elsina, ed avea un monastero unito alla chiesa, l'uno e l'altra congiunti da Sisto IV (1479) col priorato di Solesino al monastero di S. Benedetto di Padova. Ora la chiesa di Santa Elena è parrocchiale, d'juspatronato regio, grandiosa, ad una nz.ve, con bella facciata e sette altari, di cui ii maggiore sia sotto una volta sostenuta da dodici colonne e con dipinli del Gamba parroco d'Arzer, di Cavalli, e di Giovanni Carlo Bevilacqua. Delle cinque campane, una battezzata dal B. Gregorio Barbarigo si suona, comunque rotta, nei tempi minacciosi, e i paesani si gettano in ginocchio a pregare. In un'edicola è dipinLa la Madonna del latte , e le donne che ne difettano vengono anche da lontani paesi ad implorarla. Pietro Odorizzi pasrroco, morto nel 1838, procurò la ricostruzione della chiesa e lasciò di che pagar le medicine ai poveri; il presente parroco Giambattista Tovena anima i villici ad utili operazioni agricole. Questo villaggio ebbe molto a soffrire da Ezelino il monaco, dai Vigonza fuorusciti padovani (1312), dagli Scaligeri (1320) e dagli Spagnuoli (1513).

Villa ni Villa, grosso casale due miglia dà Santa Elena, toccò al marchese Guelfo IV duca d'Altorf nel 1098 con Cancello, Ancarano, Calcato-nica e Finale. Ivi nel 1130 era una canonica di Portuensi con chiesa di S. Maria, poscia monastero di Camaldolesi, rovinato dalle guerre e ricostrutto nel 1313 da Nascimbene Grompo. Anche i Carmelitani aveano qui monastero unito alla chiesetta dell'Assunta, poscia detta del Pilastrello. Soppressi nel 16rì0, restò la chiesetta, a cui si aggiungono l'oratorio di S. Rantua (S. Rotonda) colla casa Giovanelli nella contrada Grompa, eretto da Ubertino e Rolando Grompo, altro oratorio di S. Giuseppe nel centro del villaggio unito al palazzo Polcenigo, un terzo di Santa Giustina nella contrada delle Motterelle annesso al palazzo della Rovero vedova Trevisane la parrocchiale di S. Andrea, che estendea già la sua giurisdizione su Carmignano, Passiva, Coregia e Finale. Fu l'istaurata nel 1612 e riedificata in questo secolo col disegno del De Marchi di Friuli. È ampia e bella ad una nave con elegante facciata, bellissimi rosoni a stucco nel soffitto, quattro altari di marmo grandiosi e semplici, una pittura di Luca da Reggio, altra bellissima con la scritta: MDXXIIi. Die P. Augusti Michael Veronensis Pinxit., una terza creduta di Carlin Dolci, e buoni intagli di legno negli stalli del coro. Apparteneva ad un monastero di Benedettini, che fu demolito, ed accolse per qualche tempo le monache di S. Francesco piccolo, dopo che fu atterrato nel 1509 il monastero del Bassanello. Il campanile, vecchia torre, che ricorda più secoli, porta infissa nel muro esterno una testa, che certo facea parte di monumento romano. Questa, Para di macigno con iscrizione a Giove Fulminare e qualche altra lapide qui scoperta, danno indizio dell'antichità del villaggio. Vi hanno estesi possedimenti Giovanelli e Papafava. 11 presente parroco Isidoro Corsale possiede buoni dipinti ed una scelta libreria, e compilò un indice sì diligente dei nati, morti e maritati nella sua parrocchia, che io vorrei imitalo per vantaggio pubblico anche dagli altri parrochi.

Francesco Sommariva, morto in questo secolo, lasciò lire 100 annue per medicine a malati poveri.

Piegando ad ovest, si perviene a Granze di Vescovana, con parrocchiale di Santa Cristina, con bella casa Prosdocimi e grandiosa abitazione de-degli eredi di Cristoforo Camerini, in una cui stanza vuoisi abbia dormito il B. Gregorio Barbarigo. Anche questa villa appartenne alla corte Elsina e alla giurisdizione dei marchesi d'Este.

Vescovana grosso villaggio un miglio distante, probabilmente nel secolo XII comprendea Granze di Vescovana e Boara. Appartenne parimenti alla corte Elsina e dai marchesi d'Este passò al Pisani di Venezia , che vi tennero giurisdizione sino alla caduLa della repubblica veneta, ed oggi posseggono vaste campagne e grandiosa villeggiatura, tempietto gotico lombardesco architettato dal Selvatico ed eseguito dal Gradenigo, in cui è sepolto il padre del proprietario, che fu 1' ultimo ambasciatore in Ispagna per la repubblica. Avea una ròcca fortissima che fu distrutta nel 1248 da Eze-lino. La parrocchiale titolata a San Giambattista juspatronato dei Pisani sta in fianco al loro palazzo, e l'uno e l'altra guardano sull'ampia piazza, nella quale ogni venerdì si fa un mercato, specialmente di polli, ch'è frequentatissimo. Questa chiesa di moderna struttura ha freschi a chiaroscuro attribuiti al Canaletto, ma guasti dai ristauratori, ed altri discreti dipinti. Nella contrada Stramezza lontano due miglia verso l'Adige si trova la grandiosa abitazione dei Manfredini. Questi oltre al Pisani, e al Giovanelli vi posseggono vaste campagne, che sono molto feconde di biade.

Conca di rame e Barrona amendne in riva dell'Adige, faceano parte eziandio della corte Elsina, e della diocesi di Adria, alla quale oggi ancora appartiene la prima, non la seconda, dopo che fu fatta parrocchiale la sua chiesa di S. Michele che venne eretta dai Morosini nel 1014, di cui un Barbone nel 1696 è stalo capitano di Padova. Possiede la mandibola inferiore di S. Pietro Orseolo e il corpo di S. Giustino martire. Vi è poco distante il palazzo una volta Morosini, ora De Daverio. A Concadi-rame Naldo, capitano dei Veneziani, assalì impetuosamente una banda di cavalieri spaglinoli nel 1513 facendone macello, e gli Spagnuoli per vendetta incendiarono la villa.

Neanco Lusià, parimente in riva dell'Adige, ha chiesa, siccome Conca-dirame, onde i suoi abitanti dipendono dalla parrocchiale di Lusia ch'è al di là del fiume nella diocesi adriese. Abbiamo memorie che Cunegonda figlia d'imiza e di Guelfo, figlio di Rodolfo principe, portò in dote verso il 1030 ad Azzo marchese d'Este la corte ch'è detta dallo storico di Weingart Elisina e da Corrado di Ursperg Elsina, e che secondo V uno si estendeva per undici mila mansi (220,000 campi circa), secondo Y altro per 1100, da ambedue delta nobilissima. Il Brunacci, poiché altri nostri documenti nominano la corte di Lusia appartenente ai marchesi d'Este, non esita a ritenerla la stessa corte Elsina o Elisina. In questo villaggio si trovò un'urna sepolcrale rotonda di macigno euganeo, portante la iscrizione: Q. Bachi. C. F. — Cardilliaci - Maria. C. F. _ Ter ti a Uxor. Il conte Camillo Silvestri, presso cui stava questa lapide, cerca dimostrare, scrive il Furlanetto « che appartiene a quel Bebio memorato da Floro e fatto uccidere da Siila, e crede eh' egli avesse sposala Maria Terza, figlia di Cajo Mario, e che questa infelice doglie, seco portando da Roma le ceneri del marito, le abbia deposte in quell'urna e collocale in quel luogo; cita pure un passo di Plutarco, dov' è nominato un Cajo Lusio nipote di Mario, e suppone che dai parenti di quel Lusio siasi chiamata Lusia quella villa, dov' essi aveano i loro Poderi. Checche ne sia della conghieltura del Silvestri, sembra essere

esiense quest'epigrafe e dalla forma del suo sepolcro e dalla pietra, di cui è formato, e dalla situazione in cui trovossi, giacché tino a quel punto estendevasi 1' antico territorio di Este e della stessa gente Bebia abbiamo memoria in altre lapidi ». Dopo ciò anche noi riterremo la stessa corte quella Elsina, Elisina, o di Lusia, e molto antica per la iscrizione e per le memorie e pei documenti anzidetti, e tutta appartenente al territorio estense al di qua e al di là del fiume, e prima e dopo che l'Adige col nuovo suo alveo la squarciasse in due.

Rotta Sabbadinà è pure in riva di questo fiume. Ha chiesetta de' santi Zeno e Bartolomeo, una volta dei Crociferi soppressi nel 1651, rifabbricata dai Marchiori, e oggi dipende dalla parrocchiale di Vall'Urbana. Qui gl'Imperiali, i Francesi e il duca di Ferrara tentarono nel 1513 di passare l'Adige, ma i Veneziani non solo vi ostarono, ma riuscirono anche di tagliare gli argini contro i nemici.

Anche Vall'Urdana fece parte della giurisdizione dei marchesi d' Este. Avea nel 1297 una chiesa unita a monastero. Spariti col tempo , Nicolò Quirini e il doge Agostino Barbarigo, per assistenza delle anime che vi-veano disperse in quelle valli del Gorzone, vi eressero e dotarono la presente poverissima chiesa di S. Urbano, che fu falla parrocchiale nel 1499, e possiede un bel dipinto del Guglielmi. I terreni sono feracissimi ma poco prosperosa l'agricoltura.

Carmignano, forse detto dalla gente Carminia di Ateste, diede qualche iscrizione dei tempi romani. Quando nel 1077 fu compresa nei domini confermati dall'imperatore Enrico IV ai marchesi d'Este, dipendeva dalla chiesa di Villa di Villa. Ora la parrocchiale è dedicata a S. Giorgio. Nella contrada Passiva esisteva un forte che fu distrutto da Ezelino.

Ancora in riva all'Adige abbiamo Balduina con parrocchiale di S. Giambattista, d'juspatronato della famiglia Contarini, e Piacenza (1225) grosso villaggio con parrocchiale di S. Antonio Abate, di antica struttura, a tre navi, poi rimodernata, da cui dipendono tre altri oratorj. Questa villa fu distrutta nel 1323 dagli Scaligeri, e saccheggiata nel 1513 dagli Spagnuoli.

Malagevole è l'andar sopra l'argine dell'Adige e sopra molte strade comunali di questi villaggi ; bonissima invece la strada che da Piacenza conduce a Ponsò. Fra l'uria e l'altro rinvengonsi le Valli Mocenighe, possedute dal conte Alvise Francesco Mocenigo, che vi ha grandiose adjacenze coloniche con tempietto e pila pel riso che si raccoglie nella quantità di 6000 sacchi circa per anno. La parrocchiale è piccola e povera.

A nord-est sta Vigiiizzolo ( Viculus) in riva del canale di Santa Caterina , in cui si scoperse qualche lapida romana. Fece parte della Scodosia e indi dei dominj estensi. Nelle donazioni fatte negli anni 1073 e 1075 da Guelfo d'Esle duca di Baviera al monastero della Vangadizza, risulla che il marchese Azzo verso il 1030 avea beni allodiali in Vighiz-zolo, presso cui era la palude detta Valle de Termine, in Polso (Ponsò) con la palude Arzere de Molo, in Megliadino con quella Cavadicia, in Altadura con l'altra Zudolenga, in Casale con palude Lago Frondado, in Merlara con quella Malanteda, e in. Arzere de Mala (Mota). Queste valli almeno in Vighizzolo duravano ancora nel secolo XV, poiché abbiamo memorie che, nel 1444, gli abitanti di Cazzo e di Vighizzolo ottennero nuova investitura del diritto di pesca nelle stesse. La parrocchiale S. Giambattista si trova mentovata fino dal 1077, e fu concessa nel 1178 al monastero delle Carceri dal vescovo Gerardo. È ampia, a una nave, di moderna costruttura con qualche discreto dipinto II Comune di Vighizzolo possedè, siccome parecchi altri di questi dintorni, estesi terreni, e ne spende i redditi in pagar le imposte erariali, e meglio il farebbe in mi-

gliorar le sue strade. Qui Corrado da' Vigonza fuoruscito padovano, unito allo Scaligero e ai marchesi d'Este, si fortificò nel 1322. L'anno vegnente restituito in patria, fu dichiarato perpetuo padrone di Vighizzolo e delle annesse giurisdizioni. Questo forte venuto poi in mano di Aldovrandino III marchese d'Este, fu ceduto da lui a Iacopino e Francesco da Carrara nel 1350: resta un avanzo di torre.

Ponsò è detto nei documenti del mille Palso, Polso, Paulso e Pauso. Qui pure aveano giurisdizioni e beni i marchesi d'Este ed eravi una palude detta Arzere de Molo. La iscrizione Terentiai Chrysidi — Olia. Graphe qui sterrata da molti anni, è altro indizio dell'antichità del villaggio. Consoli aveva al suo governo, com' emerge da documenti del 1195. La parrocchiale di S. Maria apparteneva al capitolo di Este nel 1144. Vi si trova una tela dell'Assunta che fu nel 1797 portata dai Francesi a Parigi e poi restituita. Del campanile venne rifatta l'anno 1821 la metà inferiore, essendosi sostenuta la superiore con meraviglioso meccanismo immaginato da Antonio Claudio Galateo. Dipendono da questa l'oratorio della Madonna della Salute unito al palazzo Fracanzani e la chiesetta molto antica della Madonna dei Prà verso le valli, detta Chiesazza. Ogni anno vi si solennizza la seconda domenica di ottobre, festa della Maternità, con processione. Presso si scavarono grandi macigni e cadaveri, vittime della battaglia tra i Vitelliani e i Vespasiani. Hanno vasti terreni Fracan/.ani, Trieste e Carminati, e vi è estesa la coltivazione del gelso.

Anche Carceri è villaggio antico. Ivi circa il 1097iAzzo II costrusse una chiesa di S. Maria, che nel 1117 fu dala a Portuensi, a'quali Bellino vescovo nel 1144 donò tre parti delle decime di tutta la Scodosia, e nel 1446 la chiesa di S. Andrea di Curtarolo co' suoi beni, onde mantenessero lo spedale contiguo alla chiesa. Queste donazioni, e altre specialmente dei marchesi d'Este, fecero ricchissimo quel monastero, ceduto nel 1409 a Camaldolesi, e passalo in commenda nel 1494. Pistore che ne avea il priorato, successe nel 1184 al Beato Giovanni Cazzaconle nei vescovato di Vicenza. Quell'antico cenobio per metà demolito, tu acquistato con tulti i suoi beni dalla famiglia Carminati. La chiesa, oggi parrocchiale, è ampia, con grandioso coro di cinquantuno stalli e bellissima Annunziata. Nel convento rimane un avanzo di piccolo portico ad archi sostenuti da binale colonne che accenna al secolo XII, e un altro quadrato del secolo XVI con 9 arcate da due lati e 7 dagli altri. Questo villaggio vide nei 1312 la sconfitta data da Paolo Dente con 2000 cavalli e co' fuorusciti padovani a Corrado di Owen-s.tein capitano di Padova pel duca di Corintia, e nel 1189 la solenne festa perla consacrazione della sua chiesa abaziale fatta da Goti Credo patriarca di Aquileja coi vescovi Gherardo di Padova, Pistore di Vicenza e Gherardo di Belluno, alla presenza dei marchesi d'Este e dei consoli atestini. Dipende dal villaggio Gozzo, parola che indica luogo coperto di boschi, il quale ai tempi dei Longobardi facea parte della Scodosia.

A Palugana (palude euganea^) nel 1767 si scoperse la iscrizione C. Ennio C. L. — Hilarioni — M^urra^us — L i b. Poslt — Oggi è contrada di Ospedaletto.

A Bresica si trovò altra iscrizione romana nel 1690. La chiesa titolata all'Assunta fu eretta e fatta parrocchiale nel 1695 a spendio di Isidoro Alessi e di Bartolomeo Lonigo, estensi.

A Tresto si narra che nel 1468, certo Giovanni di Ponsò, barcajuolo, era giunto di sera con la sua barchetta presso il ponte della Torre, un miglio distante da Este, quando gli apparvero due donne maestosamente vestite, che vollero essere condotte nella campagna due miglia lontana, detta dei Trcsti. Là una delle matrone disse a Giovanni che volea fondata

una chiesa a Maria, e fece da lui conficcare in terra un coltello, che tratto fuori lasciò il terreno intriso di sangue. Dopo ciò sparvero, e Giovanni con altri operaj diede mano alla erezione della chiesa, persuadendo gl'increduli col far da essi conficcare il coltello nel suolo, nò poteva essere levalo o smosso se non da coloro die gli prestavano fede. L'opera dovea interrompersi per siccità accaduta, allorché si vide scaturire davvicino una fonte. Costruita la chiesa, fu commesso ad un pittore di colorire l'immagine di Maria per porla nella chiesa stessa. Approntata la tavoletta stava egli meditando il lavoro, quando lo sorprese il sonno, da cui sveglialo trovò l'immagine ornai compiuta. A prova del triplice miracolo si mostrano il coltello, la fonie e la tavola dipinta. Questa chiesa fu data dal vescovo Zeno ai padri Eremitani. Venduta per la guerra di Candia fu compra dal cardinale Barbarigo vescovo che ne erogò le rendi Le a mantener chierici poveri del seminario padovano. Ma in pari tempo istituì presso la chiesa di Tresto un collegio di scuole elementari, di umanità e di relorica, dal quale sortirono Marc'Antonio Ferrazzi, Francesco e Giambattista Canale e Iacopo Facciola li ^ professori del seminario padovano. Questo collegio, chiuso nel 1715 dal vescovo Corner, fu riaperto nel 1810 e cessò nel 1831. Oggi non resta che parte del monastero. L'elegante santuario, che mostrasi col campanile costrutto nel secolo XV. Entro vi leggi questa iscrizione: loaunes Costa — Sacerdos. Pientissimus — Poeta Eximius Patria Axiliacensi — Lingua Romanus — Seminari Patavini Decns - Oblt IV. Kal tannar. MDCCCXVll — Vi* Ann. LXXIX. Mcns. VII. Dies XXI. Olire la succitata immagine di Maria di forme colossali squisitamente condotta, v'è una grandiosa tavola rappresentante la Madonna col Bambino, S. Girolamo da Fiesole e S. Matteo, ai quali sormonta Gesù fra tre angiolétti, beli'opera di antico pennello, forse del Buonconslgli ; una armatura di ferro ebo Bonifacio de'Rossi illustre cavaliere regalò per divozione con una dote al bell'altare maggiore da lui costruito. Ogni anno in settembre vi si solennizza la fondazione del santuario con numerosissimo concorso, musiche, giuochi e vivande. Il santuario, ufficiato da un confessore, dipende dalla parrocchia di Ospedaletto. In questo un certo Iltebaldo donò nel 1102 a Giovanni vescovo di Padova un terreno nella fìotla di Scandalo, perchè vi si murassero una chiesr. ed uno spedalo di S. Jacopo. La parrocchiale odierna, titolata a S. Giambattista fu eretla posteriormente lungo la strada. È grandiosa o bella con elegante facciata e bel campanile, ed ha pitture dello Zanchi e un organo di Calido, come tante altre delta nostra provincia. La Confraternita dell'Agonia novera olire a 5000 confratelli anche di Padova-f Widrnann e Papafava ci hanno vasle possessioni.

Santa Cuoce di Campolonuo, tetro villaggio, ha parrocchiale dedicata alla Santa Croce, di juspatronato delle famiglie Manzoni e Meneghini.

In Calaone vivea la poetessa Sabina encomiata da Marziale, che di Cantone ebbe a lodare i pampinosi gioghi, celebre anche per le saporose sue castagne, di cui Corclio d'Este cavaliere romano, come narra Plinio, recò gl'innesti lino a Napoli. Nel secolo XI lo dominava la famiglia omonima, vassalla dei marchesi d'Este, a cui, estinta la famiglia, il castello e la giurisdizione tornarono. Il castello nella cima del colle, sostenne lungo assedio contro di Ezelino dal 1249 al 1250. Distrutto dai Padovani il 1293, non risorse più. La parrocchiale di S. Giustina, di cui è patrona la famiglia Boldù, si ricorda nel 1144 come appartenente alla collegiata d'Este, e nel 1399 era ancora di juspatronato dei marchesi d'Este. Altra chiesa di S. Urbano vi esisteva prima del secolo XVII. Sulle coste della collina e sovra il colle Murale presso Esle trovi tratto tratto graziosi casolari, con terreni coltivati

a biade, a vigneti di eccellentissime uve e a frutti di varie qualità. Dalla vetta di Calaone, ove scatta una fonte che resiste alle più grandi siccità, dove parecchie case con la chiesa formano il grosso del villaggio, si gode il panorama della città di Este e di una estesissima pianura, diamantata da frequenti chiese e campanili. A mezzodì sorgono i colli Ventolone e Baone, e dietro a questi gli altri di Monselice e Montericco. I colligiani, per voto della peste del 1G31, la prima domenica di maggio scendono in processione alla chiesa della Salute in Este e le olirono due grosse candele di cera. Essi, come gli altri dei colli vicini, sono generalmente livellar) dei terreni che coltivano ed amano assai. Nella valle Galaona sorgono acque termali, presso cui trovasi un umile stabilimento di bagni, che domanda ampliazione.

Dipende da Calaone il villaggctto di Itivadolmo posto al piano, che avea una chiesetta di San Fermo esistente nel 1411 e ora distrutta. Vicino è il colle Cero, il più alto del distretto estense, dominato da Cono da Calaone e poscia dai marchesi d'Este, il cui castello fortissimo sulla cima subì le sorti di Calaone. Nel 1190 vi esisteva un cenobio di monache. Sullo stesso colle nel 1026 si fabbricò una chiesetta a S. Filippo Neri, presso la quale abitavano in romitaggio uno o due sacerdoti e il prete Casetta, a cui ricorrevano i curiosi per aver vaticinj. Ora non vi rimangono che nude muraglie e il rovinoso campanile, dove usan taluni nella calda stagione ascendere la notte, e attendervi il giorno per respirare Paria fresca e godere l'ameno spettacolo dell'aurora.

Tra Calaone e Cero ergesi il poggio di Salarola. Nel 1179 i marchesi d'Este e il signore da Baone cessero quattro campi posti alla sua vetta, perchè vi si murassero una chiesa ed un monastero. Questa chiesa fu titolala a Santa Margherita e consecrata dal vescovo Gherardo. Dapprincipio ebbe unito un doppio monastero, presto ridotto a sole monache Benedettine, che nel 1199 troviamo beneficate dalla celebre Speronella. Questo monastero di Salatola fu commendato ai Barbo (a cui successero i Pesaro, e poi gli Orologio) e le monache (1439) passarono presso S.Mattia in Padova. Oggi gli avanzi sono ridotti a coloniche abitazioni.

Baone sta a nord-est due miglia dalla città estense. Una deposizione di testimoni del 1192 ci fa sapere che il marchese Azzo d'Este ebbe Baone e la sua corte in feudo dal vescovo di Padova, e ch'egli lo sottinfeudò ad Ugo da Baone che viveva verso il 1077. Di questa famiglia, che vuoisi originata dai Maltraversi di Padova parlano mollo i documenti e gli storici, dai quali è detta d'or%ine longobarda. Narrasi che il ricco Alberto nel 1192 abbia fatto sradicare i boschi di Baone e piantar viti che comperò nella Schiavonia, il cui esempio fu imitato da altri. Certo i documenti di questi tempi parlano spesso di viti schiave e garganeghe. Della stessa famiglia fu quella Cecilia, cagione di tanto odio tra Camposampiero e Ezelini e di accanita guerra per la Marca trevisana. Ella passò a quattro maritaggi eppure i paesani la chiamano ancora la Vergine di Buone. La famiglia si estinse nel secolo XIII. « Non è mai fine nelle carte che seguono al 1147 di raccontare de'suoi tanti beni, diritti, forze, vassalli, masnade, giurisdizioni, dignità e glorie » (Brunacci). Il castello fu distillilo da Ezelino nel 1242. La parrocchiale di S. Lorenzo posta al piano, che con parecchie case forma il grosso del villaggio, apparteneva a'monaci di S. Girolamo, soppressi nel 1088 da Clemente IX per erogarne le rendile nella guerra contro i Turchi. Indi fu data ai monaci del Santuario di Presto, e quando il Barbarigo comperò i beni di questi, sottomise Fimo e l'altro ai patronato del Seminario di Padova, che dura ancora. Ha fìsonomia di antichità,

Illustrar, del L, V. voi. IV.

quantunque siasi prolungata e rimodernata posteriormente. Il campanile fu demolito per vetustà ; un buon dipinto ha la data del 1580. Ne dipende la chiesetta di S. Fidenzio, una volta parrocchiale, sulla vetta del colle, e l'oratorio dell'Assunta sul colle stesso, cretto dagli Orologio, che vi aveano deliziosa villeggiatura. Dalla sua cima si vede Arquà, e amenissima prospettiva. Che Baone eziandio debba ritenersi anticamente abitato, sono indizj le lapidi scoperte, e le traccie di un tempio pagano.

Amena è la gita dei monti da Baone verso Monselice. Mezzo miglio circa distante si giunge in cima della strada, da dove si scorge la bella pianura, sovra cui vicinissimo si erge il grazioso poggio Montebuso; rimpello sta Monselice e a sinistra Montericco, l'un e l'altro dietro ad umile collinetta detla le Casette, che gira a semicerchio sempre eguale in altezza e finisce a Montebuso. « Questa cosla montana, che da Monselice protendesi ,ad Este è di tutta la euganca catena la più ubertosa per propizia guardatura di sole e per industri cure degli abitanti. Essa fa mostra di una ■ vegetazione lussureggiante, pomposamente abbellita dai festoni delle viti gravi di uve squisite, vagamente dipinta dai colori di molle e diverse fruita saporitissime, e (prova della costante mitezza del clima) ospizia l'ulivo, traendone copia d'olio bastante all'uopo de'colligiani e a qualche lucro di commercio colle vicine provincie » (A. Cittadella). Sopra Montebuso era un tempo la fortezza che fu distrutta dallo Scaligero, e vorrebbesi fabbricata da MacarutTo de Macaruflì, potente cittadino di Padova. Ora vi torreggia il maestoso palazzo Centanin, una volta Barbaro, e un tronco di torre servi a formare l'oratorio che dicesi la Madonnelta delle Ave.

Se una passeggiata per queste parli riesce deliziosa sopra modo, un'alila da Baone a Valle S. Giorgio non trova più incantevole paragone. Chiuso sempre tra colline, vai ascendendo sopra una strada scavata nel sasso e giunto alla cima ti si apre ad un tratto e ti si rapisce quella Valle, a cui la strada serpeggiando con rapida china si sprofonda e ti conduce alla chiesa e alla bella casa arcipretale. Da quell'altura vedi far maestosa corona a guisa di anfiteatro i colli Lozzo, Cinto, Gemmola, Busta, Venda più lontano, Fasolo, Galzignan, Valsanzibio e i due Arquà grande e piccolo.

Prende la valle il nome del santo patrono della sua chiesa e si distingue in Val di sopra o Val dell' Abate, e Val di sotto o Valle di Donna Daria. Questa matrona, figlia ad Alberto da Baone, sprezzando lo sdegno di Ezelino, raccolse e seppellì l'esangue corpo di Guglielmo Camposampiero ch'egli avea fatto decapitare e lasciare insepolto (1242), Che Valle S. Giorgio sia slata abitata ai tempi romani ce lo fanno credere parecchie lapidi che vi furono sferrale. Il frammento di una è infisso tuttora nel vetustissimo campanile, e altra iscrizione del secolo Vili nella facciata della chiesa parla dei martiri Felice e Fortunato; un turbine incendiò il batiisterio, svelse e slanciò 200 passi lontano metà del campanile con le campane, distrusse case, uccise abitanti, onde ogni anno si rammemora il 29 luglio con processione. Dipende dall' arcipretale l'oratorio di S. Biagio in Valle di sopra, una volta unito a monastero, poi l'uno e l'altra dati all'abazia di Vangadizza; e Gemmola, detto Gemma dei colli Euganei dai nostri cronisti, sovra cui riparò la B. Beatrice d'Este, di cui abbiamo la vita scritta dal Brunacci. Prima vi esisteva un monastero fondato da cerio Martino di Milano, con chiesa di S. Giambattista, di cui si hanno memorie del 1215. Ma essendo rovinoso, altro ne costrusse nel 1221 quella illustre monaca, figlia ad Azzo VI e a Sofìa principessa di Savoja. e colà visse e morì il 10 maggio 122(5, e vi fu sepolta in arca di marmo. Il 1578 con grande pompa venne trasferita nella chiesa di S. Sofìa di Padova, quando a questa traslocò le monache di Gemmola il vescovo Cornaro. Il monastero è ridotto a casa colonica.

A Terralba esisteva un piccolo cenobio di Eremitani, il cui priore Terrazzano di Napoli nel 1683 rislaurò la chiesa, che tuttora sussiste, ma abbandonata. Le corre vicino YArzer del vescovo, e una pia tradizione vorrebbe che S. Prosdocimo giunto da Padova al fonte della Rivella e impedito dai soldati d'avanzarsi, deviasse dietro Monte Ricco e giungesse a Terralba.

A nord-est di Valle S. Giorgio sta Cornoleua (1484) con parrocchiale dedicata ai santi Nazario e Celso, e a nord-est sta Cinto che a Cintici o Diana vuoisi sacrato. Ottone imperatore nel 983 confermò ai canonici di Verona la corte e la chiesa di Cinto. Come nel st colo decimo, così oggi la sua arcipretale porla il titolo dell'Assunta. Esisteva su questo colle un castello che fu distrutto dagli Ezeliniani nel 1242 e rifatto venia custodito per legge del 1275 della Repubblica padovana dagli abitanti di Cinto, Valle dell'Abate, Rusta e Cornoleda, che doveano tenervi un capitano e sette guardie, mutandoli di 15 in 15 giorni. Cadde nel 1313 per sempre. ■ La chiesetta titolata a S. Lucia di Rusta fu eretta nel 1483 da Enrico Faiaguasta, e quella parrocchiale di Faeu dedicata a S. Pietro è posta in altura. In questo villaggio avea feudo Manfrcdino d'Abano nel 1115. Ne dipende il colle Fasolo, su cui sta un tempietto di San Gaetano tra annosi cipressi; appartiene agli eredi Grimani. Dal bel colle di Lozzo provenne la famiglia omonima, ramo dei Maltraversi di Padova. L'antico castello fu distrutto nel 1239, e ricostrutto veniva custodito, per leggi del 1275 della repubblica padovana, dagli abitanti di Lozzo, Coitela, Val Nogarcdo, Vimenclle, Faedo, Fontanafredda, tenendovi un capitano e nove guardie. Inseguitolo riebbe Nicolò liglio di Guido da Lozzo, lodalo dal Mussato per ingegno ed eloquenza, ma biasimato per ambizione, il quale defezionando dai padovani parteggiò per Can della Scala, e venendo essi a combatterlo incendiò il castello e riparò a Vicenza. Poscia tramò contro Jacopo da Carrara (1345) insieme coi fratelli Enrico e Francesco: Scoperti egli fuggi, e s'ignora come finisse, e questi furono decapitali. Ora sopra le rovine del castello sorge la sfarzosa villeggiatura Correr. La chiesa arcipretale dei S. Leonzio e Carpoforo, d'juspatronato dei Correr, conteneva la sepoltura di Guido Lozzo, ma le sue ossa furono disperse dai Veronesi che lo tennero colpevole dell'eccidio di Mastino della Scala. La chiesa cadente si va ricostruendo grandiosa con disegno del Riccoboni di Este. Hanno vaste campagne i Correr, il collegio Armeno, e i Maldura.

Costeggiando la deliziosa collina sui confini della provincia verso il Vicentino, troviamo Valbona, con chiesetta di S. Rocco, dipendente da quella di. Lozzo e con piccolo castello quasi intero. Sulla cui grandiosa porta si vede lo stemma carrarese; ha grosso muro quadrangolare, con ambulacri e torricciuole ; e nel mezzo massiccio torrione.

Fontanafredda (977), ci diede qualche lapide romana. L'arcipretale di S. Donato ebbe da Sinibaldo vescovo le decime di Viminelle e di Fontana-fredda. Contiene il corpo di san Desiderio martire e ha tre altari, le cui colonne sono di bel marmo cenerognolo scavato dal vicino cofe Palazzone. Fu qui arciprete Giambattista Campateli! autore di opere ascetiche. Nel 1072, Uberto conte e Ugo suo tìglio donarono al monastero di S. Stefano di Padova cinque massarizie, di cui tre in Fontanafredda, Valnoga-redo e Zovone e due in Pernumia. La bella parrocchiale di S. Bartolomeo ha discreti dipinti ed 6 d'juspatronato dei Contarini da Mula. Sia questo delizioso luogo tra le belle colline Vendevolo, Brecale, Ilesino, Veraro, Castelletto e Verza. Gli ulivi perirono nei crudi verni degli anni scorsi, come in altri colli estensi ; nè furono più rimessi. r Cortela' (1114) è parte sul colle e parte al piano con parrocchiale dei Santi Nazaro e Celso in altura. Cosi Bogcon (977) dove esisteva prima

del 1275 un monastero annesso alla chiesa di S. Leonardo. L' arcipretale antica, e matrice di Cortelà e Castelnuovo, è titolata a Maria ed appartiene alla famiglia Erizzo.

Vo' è al piano con chiesa di S. Lorenzo, dipendente dell' arcipretale di Zovone (977); questo in pianura con arcipretale di S. Felice è bagnato dal canaletto detto la Nina, e conserva gli avanzi del castello. I lasciti del sacerdoto Giovanni Rossi, dell'arciprete Luigi della Bona e di qualche altro proveggono di doti e medicine.

Distretto VI di Monselice.

Novera i Comuni di Arquà, Battaglia, Boara, Gàlzignano^ Monselice, Per-numia, S. Pietro Viminario, Pozzonovo, Solesino, SlangfaeHa. Per gran parte è piano con 27,472 abitanti in 5403 case sopra pertiche censitane 220,900.88, il cui terreno inclina al forte in Boaj'a e Stanghella, è torboso nei luoghi bassi, sabbioso a Solesino e più a S. Pietro Vhninario, e misto di argilla e di sabbia a Pozzonovo e Monselice. È attraversato dal canale di Este. A sud è bagnalo dal Gorzone e dall' Adige che, segna il suo confine.

Da Padova vi si entra avendo Catajo a destra di là del canale, superba

villeggiatura, ornamento precipuo della nostra provincia, dovuto agli Obizzi. Narrano che questi provengano dai fratelli Frisco e Obizzono di Borgogna, calati nel 1007 con Enrico II, autori dei Fiesehi in Genova e degli Obizzi in Lucca, illustri per valore e ricchezze, cariche, alti maritaggi. Beatrice degli Obizzi innamorata del sito s'eresse a'piedi del colle una casa non

pomposa ma comoda, che il figlio Pio Enea verso il 1572 ampliò con molto spendio, spianando la collina, tagliando la rupe,scavando nel sasso anditi e scale. Il marchese Tommaso, ultimo di questa famiglia vi aggiunse un museo e un' armeria, e morendo nel 1803 istituiva erede la ducale casa di Este, che rispondeva alle intenzioni del testatore, conservando non solo, ma accrescendo di comodi e ampliando questa magnifica dimora.

Nel giardino parallelo al palazzo stanno grandiose serre, e di fianco una vasta peschiera quadrangolare ch'è divisa dal giardino per una capanna, presso cui si stende la vasca del nuoto. Vi trovi, fra altre rarissime piante, tre colossali magnolie, 1' una di 98 anni e le altre due di 47 ; graziose carpinate, e nel fondo uno stradone che in mezzo al boschetto finisce in una piazza rotonda, presso cui una graziosa collinetta, l'una e l'altra circon data di alberi.

In fianco della porta d'ingresso al palazzo, foggiata ad arco trionfale, sia la cappella archiacuta, con finestrelle, a colori e figure e pregevoli dipinti all' altare 6 alle pareti. Entrando ti si affaccia la Grotta dell' elefante, dove sono goffamente condotti, ma pure di bell'effetto un elefante, il dio Bacco, satiri e altre figure. Trovi nel primo piano, la cui scala è scavata nel sasso, la sala dipinta dal cavaliere Zelotti nel soffino e negli spartimenli delle pareti che rappresentano fatti storici degli Obizzi e svariate allegorie ; altri dipinti nella stanza che divide le due ampie terrazze, di cui taluno di Paolo Veronese, 1 e altri nello stanzino attiguo attribuiti al Tintoretto. Anche le pareti esterne, che murò Pio Enea, erano un tempo colorite a fresco. Al secondo piano ascendi per bella scala a chiocciola, nella cui sala e stanza vicina esistevano i ritratti di varj personaggi della famiglia Obizzi coloriti da esperti pennelli, di cui non restano che le cornici. Aggiungi nella stanza del bigliardo e nella contigua altre tele nel soffitto ritenute del Moretto, ed un'elegantissima porta di quattro colonne marmoree che sostentano una cornice scolpita in pietra dura ad alto e finitissimo rilievo.

La sala del Museo, lunga da cento metri, è gremita di .preziosità. Qui il marchese Tommaso con instancabili cure e grandi spese raccolse molte anticaglie euganee, etrusche, greche e romane spettanti a Padova, a Este e ad altri luoghi d'Italia e fuori; sino a venti urne cinerarie in alabastro o in tufo calcare, sterrate a Volterra; vasi cinerarj euganei di vetro e di creta, dissepolti nel territorio estense, di colore or rossiccio, or castaneo, or nerastro che racchiudono reliquie di ossa bruciate, monete, corone, spille, armille, monili, ecc., iscrizioni e stele greche e romano con isva-riati rilievi, e bronzi e deità greche ed egizie, e busti d'imperatori e statue, e frammenti di ammirabili antiche sculture. Ne ha stampato la illustrazione il Cavedoni. La mummia fu trasferita a Vienna nel 1838, e la collezione di 14,600 medaglie e monete, in parte a Vienna e in parte a Modena. L'armeria, in gran parte disfatta. Non eraabbondosa d'armi offensive, ma noverava alcune belle e intere armature diligentemente lavo fate; conteneva anche armi da fuoco, tra cui due bellissime colubrine, qualche fucile di fino lavoro, cannoni di cuojo, moschetti a ruota, archibugi a forcella 2 ecc. Bimane la raccolta d'antichi strumenti musicali.

Lasciam ad opere speciali il descrivere degnamente e il parco e questo Principesco soggiorno, di 350 stanze, oltre a parecchi cortili ed ampie stalle.

1 Una iscrizione esistente in Arquà, riportata dal Salomonio, dice espressamente y'fi Pio Enea t fece edificare il gran palazzo del Calajo con pitture celebri di Paolo Veronese..

2 Si attribuisce a Pio Enea degli Obizzi, generale della republica veneta, l'invenzione e 'a denominazione de)VObice,

Pochi passi da qui si entra in Battaglia, grossa borgata che conta co'suoi dintorni presso che 3000 abitanti, ed è divisa in due lunghi file di case

dalla slrada che da Padova si dirige a Monselice, e dal canale della "^Battaglia, che corre parallelo alla strada, la quale ne forma il contrargine. Un ponte di pietra congiunge le due rive. Trovai nominato Battaglia e i

suoi molini e il suo ponte in uno statuto anteriore al 1230, e non è improbabile abbia preso il nome dalla famiglia Battaglia , e riterrei che sia sorta dopo il 1189, in cui si cavò il canale che parte da Padova, e sì condusse la strada odierna , che la rese scalo da Padova per Monselice, Este, Montagnana da una parte, Rovigo, Ferrara e Romagna dall'altra.

La parrocchiale di S.Jacopo ha discreti dipinti e buona statua della Madonna. Sega, ferriera, grandiosa pila da riso, molini, sono girati dall'acqua che scende dai due canali superiori in quello di sotto mediante un sostegno appellato Arco della Battaglia, opera veramente romana in macigno. Questo ediTizio si chiude il giovedì e la domenica per comodo della navigazione. Negli altri giorni si aprono soltanto le bocche per dar acqua alle ruote che dopo esce spumeggiante dalle sponde murato a macigno e precipita nel canale di sotto. Si apre il sostegno per intero quando la piena dei canali superiore minacciano inondazione, e allora tutte le acque si riversano in quello di sotto con grande cascata. I letti dei canali superiori sono più alti delle sottoposte campagne e si elevano sempre più. Nel 1850 f acqua si alzò qui 40 centimetri oltre le rive e fu miracolo il sostenerla con banchi dì terra , finché squarciò l'argine a Mczzavia. Nella contrada delle Chiodare nella casa Mincio esistettero fino a questo secolo cartiere qui stabilite nel 1340 da Ubertino da Carrara, e dirotte da Pace da Fabriano, che furono le prime in Italia dopo quelle di Fabriano.

A destra del canale sorge il grandioso stabilimento dei bagni termali di Santa Elena della Wimpfen, con mignifico porticato, giardino, peschiera e boschetto, dal quale si passa nell'ampia e lunga strada, fiancheggiata da doppia fila di alberi parallela all'altra carrozzabile che conduce ai piedi del colle, sulla cui vetta si erge maestoso l'elegante e splendido palazzo di essa Wimpfen, successa in questi possedimenti al Meneghini e questi al Selvatico. Vi ascendi per una scalea di 128 gradini di macigno. Al piano sorge 1' acqua termale che serve ai bagni, molti grandiosi edifizj addetti al palazzo , altro bel giardino e grandiosa serra. Quel colle negli antichi documenti si chiama della stufa. Lo stabilimento si dice di Santa Elena dalla chiesa di questo titolo che appartenne al colle stesso fino dal 1192. Nel secolo XII e nel 1220 il Comune di Padova ordinava questi bagni fossero decentemente tenuti. Nel secolo decimoquinto vt cercò salute Francesco Carmagnola. Ma solo nel secolo XVI incominciarono a rivaleggiare cogli aponensi. L'illustre medico Benedetto Selvatico rifece nel 1648 la casa che sta a cavaliere del colle, e nel 1092 fu ristaurata quella che al piano accoglie i forestieri. Sul chiudersi del secolo decimoltavo la famiglia Selvatico eresse nuove abitazioni sulla riva del fiume nel luogo detto Battaglia; conducendovi l'onda salubre per sotterranei. Nel cimitero riposano D'Almeida portoghese generale di Grecia, morto da pochi anni, e il pittore Calisto Zanotti bolognese defunto nel 1857. Sovra il Monte delle Croci sorgeva l'antica parrocchiale di questi dintorni, poscia congiunta a monastero che esisteva nel 1215, fu dato nel 1383 da Francesco I da Carrara ai Camaldolesi col monastero abbandonato di Santa Maria dall'Alto di Monselice, e nel 1070 fu ceduto al seminario di Padova per volontà del B. Gregorio Barbarigo. Ora appartiene .al duca di Modena, conserva ancora la chiesetta ma abbandonata e gli avanzi del monastero.

Naquero qui Luigi Guerra, professore di gius ecclesiastico nella Università di Padova l'anno 1773; Cado Leonati arciprete di Montagnana morto nel 1701., Giannantonio Leonati medico suo fratello e Angelo Schiavetti professore nel Seminario e nell'università di Padova, poi canonico di Monscljcc (1783). Dipende Battaglia dal Commissariato di Monselice.

Nel 1045 Burcardo vescovo di Padova donò a'suoi canonici la pieve di

Santa Giustina di Pernumia con la giurisdizione su questo grosso villaggio, col suo castello e con tre parti delle decime Pernumia, Sai boro Dorsone, Gazzo e Gorgo, lasciandone la quarta parte alle chiese delle ville. Altri documenti del secolo decimo nomina Pernumia. Avea podestà nel secolo XIII, i quali dovevano osservare gli statuti della sua Comunità, cha furono raccolti in un codice dello stesso secolo, che si conserva nelle biblioteca capitolare di Padova. La arcipretale titolata a Giustina, avea una collegiata di cinque canonici. Possiede qualche dipinto del Gasparini da Schio. Ha forma grandiosa, è matrice di sette chiese dei dintorni e in un dossale d'altare il Bonazza scolpì un miracolo di S. Vincenzo. La piazza, su cui ergevasi il'castello, spianato da Ezelinolo nel 1236, dicesi ancora Contrada del Castello. Nei dintorni si coltivano molto i persivi. Giovanni Pietro Masieri, nativo e arciprete di qui, morto nel 1806, scrisse due volumi di Memorie della città e diocesi di Padova; vi ebbe i natali mar* c'Antonio Trivellato professore di filosofìa e teologia nel seminario, morto nel 1773, autore di varj «critti.

San Pietro Viminario (1054) a sud-est di Pernumia ha chiesa, fatta parrocchiale nel 1787, dopo soppressi i padri conventuali, è dedicata a S. Pietro, ha fisonomia di oltre sei secoli; fu di recente dipinta la sua facciata come quella della casa parrocchiale, antico monastero; possiede una Madonna di buon pennello, un grandioso tabernacolo di legno dorato, il corpo di S. Mauro e altre reliquie. Vi si solennizza la terza domenica di settembre in memoria del colera del 1855, da cui fu quasi indenne il villaggio.

Di qui a due miglia si perviene a Monselice, popolosa di circa 1)600 abitanti; nel 1857 creata città. Si stende a'piedi del colle di quel nome, ch'è staccato dalla schiera degli altri, ed è bagnato dal Frassine. Paolo Diacono narrando la discesa de' Longobardi nomina Monselice ed ha lapidi e anticaglie anche dei secoli della repubblica romana. Dipendeva dalla colonia atestina, e forse anche allora non era si fittamente abitata al piano come oggidì, ma piuttosto alle coste del monte. La chiesa maggiore, oggi a breve altura del colle, era prima del secolo XIII nella sua svetta, e la

Monselice.

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DISTRETTO VI DI MONSELICE 285 circuivano le abitazioni dell'arciprete e de'canonici formanti la sua collegiata. A Monselice in ogni tempo luogo fortissimo, rifuggirono parie degli Estensi e Patavini dalle incursioni dei barbari. Alboino nel 5(58 occupata tutta la Venezia, si arrestò dinanzi a Padova e a Monselice che per 32 anni fecero testa fino al 600-602 in cui re Agilulfo prese quella per fuoco e questa probabilmente per fame. Ne seguì che sparvero le città di Aleste e di Padova, ma divenne e restò per alcuni secoli capoluogo dei territori Monselice; onde il traltatodi Lotario imperatore coi Veneziani (840) e altri documenti, tra i popoli di terraferma Friulani, Trevisani, Vicentini ecc., non nominano i Patavini nè gli Atestini, sibbene i Monselicesi •". Preso Monselice dai Longobardi, sarà divenuto la sede di un qualche gastaldo, dipendente dal re, finché Carlo Magno istituì i conti, che, come sembra, formò una contea di Monselice col tenere di Este e di Montagnana; e contea si appella in documenti del 906, 914, 926, 930, mentre in altri del 960, 1013, 1050 e del 1100 si dice giudicheria. Conchiudo che Monselice dall'epoca longobarda fino alla seconda metà del secolo X sia stata autonoma, e che soltanlo dopo sia venuta soggetta a Padova indi ad Este. Difatii un documento del 1115 porta che Folco marchese d'Este presedeva in Monselice ad iusliliam faciendam .... et lune judices jussu Marchionis judicaverunt.

Federico Barbarossa, coll'animo di fiaccare le nascenti repubbliche italiane, pose a Monselice il noto conte Pagano: ma venne espulso, e Monselice tornò ai marchesi d'Este. Poscia fu preso da Ezelino (1237). Fatto camera imperiale da Federico imperatore ( 1239), rioccupato dagli Ezeli-niani che licenziarono il presidio imperiale (1249), riavuto dai marchesi d'Este (1256) e passato in potere della repubblica di Padova, che per legge del 1275 vi stabilì duo capitani con 46 guardie alla custodia del castello e per altra del 1276 due podestà a rendervi giustizia. Nel 1317 lo diede a Can della Scala il podestà Buzzacarino. Passò ai Carraresi nel 1338. Fu infeudato dal Visconti ad Alberto d'Este nel 1388. Ricuperato da Francesco II da Carrara 1390, noverava con le sue vicinanze 3000 uomini atti alle armi, di cui 750 a cavallo. Rimase in potere dei Veneziani dal 1405 al 1797, eccetto il tempo della lega di Cambrai.

Documenti del castello di Monselice abbiamo fin dal 914, e d'una porla delia sua città del 1050. Federico II atterrò la plebana di S. Giustina, e vi sostituì la rocca di cui vediamo gli avanzi. Cinque gironi alzati principalmente da quell'imperatore, de'quali restano molte parti, circuivano questa ròcca e il monte e le abitazioni del piano. Si erge ancora sulla piazza munito di orologio, un torrione che difendeva 1' antica porta di S. Antonio, la quale infilava h strada rivolta alle valli e ai monti. Sembra che il palazzo del Municipio poggi dove ergevasi l'antico Foro, che il Brunacci vi trova fino dal 1013. Nel castello, che guarda sulla piazza in faccia all'anzidetto torrione, aveano sede i signori del luogo, e v'erano le carceri, dove morì nel 1372 Iacopino da Carrara. Le grosse muraglie di macigno accennano al secolo XIII e forse a tempo anteriore. In una stanza sta un camino probabilmente coevo all'edilìzio, la cui cappa semicircolare addossata alla parete J ornata di spartimenti di colonnine, si erge fino all'alto softitto. Sembra che Padova sola in Italia, eccetto Venezia, avesse allora camini. Poiché Andrea Gattari scrive che Francesco I da Carrara, alloggiando in

S Anche Anastasio bibliotecari", vissuto nel secolo IX, tra le ciltà di confino novera Mantova, Reggio e Monselice. Solo il trattato di Ottone III del 983 coi Veneziani nomina 1 Vicentini, i Monselicensi, i Padovani, i Trevisani ecc.

Roma nel 1368, ed usandosi colà di accendere il fuoco entro casse empiute di terra, vi fece costruire per suo comodo due camini all'albergo della Luna dove alloggiava. Apparteneva questo antico edilizio ai Marcello, ed ora è del Girardi, possessore anche della vicina cava di trachite.

Proporzionale alla popolazione sono le chiese. La maggiore a Santa Giustina, mentovala fino dal 958 col suo arciprete ebbe una collegiata di cinque canonici, soppressa in questo secolo, il cui archivio conservasi nel civico di Padova. Un documento del 1147 vi accenna l'arciprete e preti suoi colleghi, e diaconi e suddiaconi e chierici. Ora coli'arciprete ha quattro mansionari curati, un mansionario delle sette chiese, un cappellano, ed è d'juspatronato regio e vescovile a vicenda. Simone Pal-tanieri padovano, prima canonieo di Padova, poi arciprete di Monselice e in fine cardinale nel 1261, ottenne dal papa (1257) di trasferire a San Martino nuovo la collegiata, poscia che l'arcipretale in vetta del monte erasi distrutta da Federico II, e di permutare il nome di S. Martino in Santa Giustina. Questo tempio grandioso, una volta dipinto a fresco, conta almeno cinque secoli come il campanile. Possiede un reliquiario e una croce, finamente lavorati in argento nel secolo XV, un calice di moderna fattura, parimente d'argento, ricco di pietre preziose, un altro pregevole del secolo XIII o XIV, quattro reliquiari dei secoli XIV o XV, qualche buon dipinlo e parecchi libri membranacei preziosi, come un registro dei beni della collegiata del secolo Xlil importante pei luoghi che ricorda, un evangeliario e un epistolario miniati nel 1509 da Bartolomeo Sanvilo canonico in Monselice, una Bibbia in foglio grande del secolo XI, mancante del principio e del fine, dodici grandiosi libri di coro, due messali e un salterio del secolo XV con miniature, e un martirologio del XII.

Quando la famiglia Duodo patrizia veneta nel secolo XVII venne in possesso di una estesa parte di questo colle, vi condusse un'ampia strada, spianò una piazza e vi costrussc selte chiese. Ascendendo per quella china godi la più bella prospettiva, e scorgi Conselve, Este, Rovigo, e i luoghi circonvicini. Lungo la strada trovi le prime sei chiese o meglio edicole di graziosa forma disegnate dallo Scamozzi, con dipinti di Palma il giovane e del Lotti ma guasti. Oltrepassate queste, ascendi per ampia gradinata sulla piazza, da cui si stacca altra scalea che conduce alla cima del monte. Prospettano sulla piazza il bel palazzo Duodo, ora Balbi Valier, e la chiesa di S. Giorgio più grande delle altre, amendne a disegno dello Scamozzi. Per un atrio rotondo, colla volta a fresco passi alla chiesa parimente circolaro le cui pareli racchiudono entro armadj venticinque corpi e innumerevoli reliquie di santi. Vi si solennizza ogni anno la festa di Ognissanti con concorso anche da Padova e dalle ciltà vicine. Poco lungi e a breve altura del colle si addita un recesso, in cui vuoisi che s. Francesco abbia meditato quaranta giorni prima di ricevere gli ordini sacerdotali.

Antica chiesa è pure S. Tommaso, che nel 914 Ingelfredo conte di Verona donava al monastero di S. Zaccaria di Venezia con la corte di Pelriolo. Il documento narra che questa chiesa era posta dietro il muro del castello sulla costa di Monselice. Quelle monache ebbero più volte a lottare coi frali di S. Giustina pel possesso di questa chiesa che aveva aggiunto anche il titolo di S. Zeno. Nel 1115 i monaci proposero persino il duello a definir la lite che Folco marchese sentenziò a favore delle monache. Oggi è parrocchiale di piccola struttura, ed ha un bel calice d'argento dorato del secolo XV.

Non meno antica è la parrocchiale di S. Martino che nel 971 fu donata con beni, case, servi e serve al monastero di S. Giustina di Padova da Guastino vescovo; bella, a una nave con cinque altari marmorei e discreti

dipinti. L'altra grandiosa di Santo Stefano, che novera 4 o fi secoli è ridotta a stalla, e il monastero ad abitazione. La piccola di S. Luigi spettava alla soppressa Congregazione Mariana, ha qualche buon dipinto ed un calice d'argento dorato con pietre preziose e bellissimi smalti. Elegante chiesetta è S. Rocco che possiede molle reliquie. Più ampia e antica è la parrocchiale di S. Paolo, a due navi. Si trova nominala nell'anzidetto placito del 1115, e si crede piantata sulle rovine di un tempio pagano, anzi dicesi che sotto il pavimento n' esista ancora un' edicola. Possiede il corpo di S. Giustino ed alcuni dipinti di qualche merito. L'antica chiesa di San Daniele col monastero fu da papa Innocenzo fatta dipendente all'abazia di Nonantola nel 1132 e verso il 1186 commendala. Venne in gran parte demolita nel 1834 ed ora appartiene al seminario di Padova. Sussiste ancora 1' altra di S. Giacomo, che ha lìsonomia col suo campanile del secolo XIII, possiede qualche buon dipinto, il corpo di s. Felice, altre reliquie di santi e nel 1257 aveva unito un monastero di 56 monache, a cui presedeva certa Reolda badessa. Non conducendo vi vita morigerata furono soppresse nel 1420, e venne ceduto il monastero ai canonici di S. Giorgio in Alga. Oggi posseggono e l'una e l'altro i Padri Riformati. Vi tengono una biblioteca di 3000 volumi circa, tra cui notai un bel codice di s. Agostino De civitate Dei del secolo XV; una rarissima edizione dell'Uflizio della Madonna in pergamena del secolo XVI con belle vignette nei margini, e una lettera olografa del B. Gregorio Barbarigo. La chiesa di S. Pietro (1013) era posseduta con quella di S, Andrea nel 1139 dall'abazia di Vangadizza. Molti monasteri qui esistenti sparvero.

Vi addita il Portenari anche uno spedale della Casa di Dio. Un altro di malsani io vi trovai fondato nel 1191. L' odierno fu ravvivalo specialmente a merito e spesa del sacerdote Stefano Piombino ; è assistito dalle suore della Misericordia e sarà presto ridotto a 24 letti.

Nel dominio \enelo governavano Monselice i podeslà e i magistrati del Comune; oggi un commissariato, una pretura e la congregazione municipale; l'archivio del Comune non rimonta oltre il secolo XVI, ha le deliberazioni del Consiglio dal 1575 in seguilo senza interruzioni. Un Museo civico recente contiene dieci iscrizioni lapidarie, qualche dipinto e alquante medaglie. Nel piano superiore vi ha gabinetto di lettura. Più doviziosa è 1» collezione del sacerdote Piombin. In undici stanze trovi busti antichi, urne cinerarie e vinarie, figuline, qualche cippo sepolcrale, antichi bronzi, scri-gnetti preziosi, lavori in cera, arredi sacri, mobiglie, bellissimi intagli in legno e in avorio, vetusti strumenti musicali, ventagli, pietre dure lavorate, scatole, orologi, anelli, sigilli, circa ottomila monete e medaglie, di cui non Poche in oro e molte in argento, una stupenda collozione di trine, piatti di majolica figurati, incisioni in rame, intarsiature, miniature, molti di-Pinti, tra cui taluni di pennello distinto, e altri innumerevoli oggetti rari Preziosi.

Qui è vivissimo il commercio, massime di biade, grande il passaggio dei forastieri, siccome scala delle Romagne con Padova. Nella villeggiatura Sabini ammirasi un colossale Esculapio, ch'è la seconda opera del Canova.

Sonvi eccellenti frutteti di ogni specie massime nel colle di Monselice e flel vicino di Montericco, che nelle antiche carte è detto Monte vignalesco* Nella cima sta la chiesa di S. Giovanni con l'ospizio una volta del monastero di Rua. In una sentenza del 1224, con cui Guido da Landriano milanese podeslà in Padova dannò Fosco pistore al troncamento di una narice o a Pagar lire 7 perchè testimonio falso contro Tomasino di Mariota, è ricordato Capodiponte. Anche presso Monselice è una contrada detla Pozzo Vegiani che in uno statuto del 1272 si chiama ruzovigliamm. A Bagnarono esisteva

nel 1231 un monastero. In una carta del 1234 Vetta è appellata Vedetta, e della chiesa di S. Salvatore in Sanselvaro si hanno memorie del 1146.

Sono di qui Bernardo Bozza (1817), autore del noto panegirico del Bacucco , Giovanni Brunacci celebre storico-diplomatico vissuto nel secolo scorso, Pietro Carreri medico e professore nella Università di Ferrara morto nel. 150(5, Jacopo Ferretto defunto nel 1816, Andrea Muggia professore nel Seminano di Padova vissuto fino al 1770, frale Giuseppe Maria Palti-nierio del secolo XVII, AnLonio Gualtieri compositore di opere musicali nato nel 1580, e Jacopo da Monselice pittore del secolo XV.

A sud-est di Monselice trovasi Vanzo con parrocchiale di S. Matteo, c-rctta e fatta preposiluralc con cinque chierici dal cardinale Paltaniero ; onde anch'oggi il suo Rettore s'intitola preposito.

Pozzonovo è presso le valli con ampia parroechiale di Maria , dove il conte Polcaslro villeggiava e avea molti terreni, ora posseduti dalla contessa, sua vedova, e dove le viti, come a Bagnoli e Trinano, furono quasi immuni sinora dalla fatale crittogama.

A destra della magnifica postale da Monselice a Boara e Rovigo, troviamo Stawgiiella grosso villaggio con civili abitazioni. La parrocchiale di S. Caterina, d'juspatronato Pisani, è grandiosa, bella, non ancora compiuta, a croce greca, con cinque altari di marmo; magnifico tabernacolo decorato di statuette di bronzo; copiose reliquie, due statue di San Pietro e San Paolo del Bonazza, discreti dipinti, e un crocifisso di cedro americano del Brustolone o sua scuoja. Una lapide romana ricorda un milite della Legione XII.

La postale, giunta a Boara all'estremità del Distretto, viene intersecata dall' Adige sovra cui fu gettato da pochi anni un lungo ponte di legno. La parrocchiale titolata a Maria è d'juspatronato Pisani, ha bella facciata, crocifisso di legno durissimo e quattro statue in marmo di Carrara. Le terre vi sono fertilissime, ma poco avanzata V agricoltura. Scarseggiano le viti che si maritano ai salici ed è radicata nel volgo la paura delle streghe.

Retrocedendo per la postale verso Monselice e deviando, ad ovest, giungiamo a Solesino , luogo antico. Nel 944 papa Martino confermò al vescovato di Adria alcune terre di Lendinara col suo bosco fino all' Adige e altre in Solesino , Tribano, Mardinago, Anguillara e Vigodarzere. In Solesino dominarono i marchesi d' Este e vi rendeva giustizia un Podestà che, per legge del 1276 della repubblica di Padova, riceveva lire 30 al semestre. La arcipretale dedicala a Maria, è posta in lieve altura dove ergevasi il castello distrutto da Ezelino nel 1259, una delle cui quattro torri serve di campanile. È grandiosa, ad una nave, ha bella statua di Maria in marmo ed elegante pulpito con parapetto di metallo a rilievo. Apparteneva a' Benedettini, fu commendata col loro monastero, e nel 1479 ceduta dal suo commendatario Filippo Orsino ai monaci di San Benedeto Novello di Padova. Vi si ricorda nella seconda festa di Pasqua la pestilenza del 1631. Dalla contrada Carpanedo si stacca l'argine Conselvaw che va ad Anguillara, e si vuole l'antico argine dell'Adige.

Tornando a Monselice e volgendo verso Este, a un miglio distante sorge la collina di Merenuole al di là del fiume, con parrocchiale titolata a S. Nicolò, e una volta con rocca dei marchesi d'Este a difesa di quel fiume distrutta da Ezelino nel 1237. « Questa collina è notabile per le ville che biancheggiano sovr'essa e quasi si specchiano nel fiume sopposto; e perchè a differenza di quasi tutti i monti della catena euganea, questo si compone tutto di calcaria bianca, le di cui stratificazioni si manifestano nello molle cave, che in antico vi si praticarono. Invece in quasi tutti gli altri

le stratificazioni della calcaria si addossano alla trachile, che poi nelle maggiori altezze sporge fuori disimpacciata dall'involucro, e rileva da sola » (Cittadella).

A nord-ovest di Monselice trovasi Arqua' grosso casale in altura amenis-sima. Della sua antichità ci sono garanti le lapidi scoperte in esso e i documenti. Uno del 985 vi ricorda il castello e la residenza di un giudice-, altri la giurisdizione dei marchesi d'Este, poi dei conti di Abano, acuì i marchesi lo diedero in feudo. Un terzo del 1040 rammenta , come Rodolfo 'di Normandia, abitante in quel castello, donasse un terreno al monastero di Vangadizza per mercede dell'anima sua, di quella della moglie e di Ugo marchese. Un quarto del 1196 ci insegna che se le terre erano di altri, i coloni o villani pagavano due moggia di biade per marno (20 campi circa) e parte del vino, e prestavano opere alla corte del padrone o signore quante fiate volesse. Aveano i padroni la giurisdizione sugli affittuali, onde li punivano se rei, pretendevano 1' albergheria , cioè l'alloggio per sè o loro messi quando portavansi ad esigere il fitto o ad altro fine, ed esigevano la colta, cioè tanto soldo" quanto voleano in ragione di campi. I coloni proprietàrj delle terre pagavano solo al pubblico Vari-mania e il foraggio ogni s. Martino. Per questa arimania davano in Arquà chi uno stajo di melica, chi uno di sorgo, oltre a due focaccie e tre denari per manso.

Dalla repubblica padovana Arquà ebbe un podestà con lire 100 per semestre. Nel 1322 vide arso il suo castello da Corrado di Vigonza, padovano fuoruscilo, fautore degli Scaligeri. Sotto Francesco lì da Carrara era vicaria che noverava 1200 uomini alti alle armi, fra cui 600 a cavallo, e restò vicaria anche nei quattro secoli della dominazione veneta.

Arquà fu lieto e tranquillo soggiorno del Petrarca negli ultimi anni della sua vita (vedi pag. 126). Venuto a Padova nel 1348, ne parti a motivo della peste, ma vi tornò nel 1349, in cui Jacopo da Carrara suo amicissimo gli procurò un canonicato. Ripartito per Roma al giubileo e ritornato udì alla porta di Padova (1350) la morte d'Jacopo. Nel 1369 dimorando in una casa dei padri Carmelitani sopra questo colle e piacendogliene la postura, deliberò sLabilirvisi, onde l'anno seguente vi comperò un poderetlo e vi edificò una casa dove visilavalo spesso Francesco I da Carrara e il vescovo Prata, e dove finì nel 18 luglio 1374 tra le braccia di Francesco da Serico, o come altri scrissero, assalito dall'asma fu trovato mono nel suo stanzino col capo sovra un libro. Alle pompose esequie assistettero il principe da Carrara, il vescovo, gli abati dei monasteri, i parrochi, il clero e l'Università di Padova. Sedici più cospicui cittadini ne portarono il feretro all'arcipretale, dove fra Bonaventura da Peraga poscia cardinale, ne recitò V elogio e dove fu sepolto. Indi Francesco da Brossano milanese gli eresse quell'arca di marmo sostenuto da colonnine, che tuttora vediamo innanzi quella chiesa e dissepolto il cadavere ve lo ripose con altra pomposa solennità, incidendovi:

Frigida Francisci lapis hic tegit ossa Petrarchao Suscipe virgo parens animam: sate virgine parce Fessaque jam terris cceli requiescat in arce M.CCC.LXXIV. XVIII Julii.

Un monaco, avendo corrotto il decano del paese nel 1600, fece segare un angolo della tomba, e staccò dallo scheletro la scapola destra. Nel 1567 Pietro Paolo Valdezocco padovano infisse sopra quell'arca la testa di bronzo che rappresenta il sommo poeta, e da pochi anni Carlo Leoni si diede il merito di restaurare quel monumento, caro all'Italia, a Padova e sovra tutto agli abitanti di Arquà.

La casa del Petrarca, ora del cardinale Silvestri, esiste quasi nella primiera interezza; antichi freschi fatti eseguire dai successivi proprietarj e malamente ristaurati figurano alcune scene del poeta con Laura. Nella stanza da pranzo vedi entro nicchia una gatta imbalsamata che vuoisi compagna alla mensa del cantor di Valchiusa. Nell'attigua, entro grata di ferro sono un armadio e una sedia che si pretendono usati dal poeta, e appesi alle pareti entro cornici due autografi del Cesarotti e dell'Alfieri, oltre quattro volumi che dal 1788 ai nostri giorni contengono le firme e le poesie e anche le scempiagini di coloro che la visitano.

La arcipretale, di cui è patrona Maria, ha dipinti della scuola di Paolo, di Palma il giovane e del Damini, un altare di marmo che apparteneva ai monaci di Rua, e due di legno dorato dal secolo XVI. Presso questa chiesa oggi governata dal colto e gentile arciprete Gaetano Cerchiari sta una casa antica del Naccari, dove si narra che il Petrarca combinasse il matrimonio di Maria figlia a Nicolò da Carrara con Francesco Contarini patrizio veneto. Altra antica casa vicina del Campolongo con sotterranei vuoisi già prigione, presso cui accennasi lo spedale dei pellegrini ora demolito. Della sala di residenza dei vicarj restano sol le muraglie con parecchi loro stemmi, il rimanente serve ad abitazione, ed appartiene al Campolongo con la chiesetta della Santissima Trinità, dove trovansi antichi dipinti in tavola, una tela d'Jacopo Palma, e un grandioso quadro, importante per le foggie dei vestiti, eseguito da Giambattista Pelizzari nel 1628, e raffigurante Daniele degli Oddi che cede il vicariato ad Antonio della stessa famiglia. Ogni anno nella festa della Trinità vi si solennizza la benedizione dei frutti (principale prodotto del paese) accordata dal pontefice nel 1650. Dal cucuzzolo, vicino, dove sorgeva il castello, di cui porta il nome, si gode la più pittoresca prospettiva di Arquà, dei colli Eulo o Venlolone, o monte grande; del Monte piccolo, Carbarina o Carbareola, ai di cui piedi scatta la fonte raineriana che diremo, della pianura di Battaglia, Pernumia, Carrara ecc., eie"colli Montericco, Merendole, della pianura di Solesino fino all'Adige e al Po, del poggio Biniago vicinissimo, l'altro Baone e quello Calaone innanzi a cui sta la collinetta Covalo e de'colli Cero, Geraola, Rusta ch'è preceduto dal poggio detto le Murlughe. Fermandosi da tanto incantevole scena alla valle, su cui prospelta il Covalo, vedesi quel silo detto ancora la Taglia perchè Galeazzo de' Pii colla sua compagnia e con cento fanti imperiali che depredavano il paese vi fu assalito nel 1513 dai colligiani di Arquà ed ucciso, restando molti de'suoi tagliati a pezzi, e sessanta prigionieri.

Vi si coltivano gli ulivi, e uve e frutti squisiti. La cisterna costrutta dal Petrarca fu ristaurata dal Comune nel 1856. Due buonissime strade conducono a questa altura, di cui l'una volge ad Este e Monselice, l'altra scende a Battaglia Al piano si sprofonda un laghetto che alimenta pesci eccellenti e taluni grossissimi e non lontano scaturisce l'acqua che odora di gas idro-solforico ed ha sapore saligno. Negletta fino al 1837, l'Arciduca Ranieri viceré del Lombardo-Veneto ebbe ad apprezzarla, onde ne porta il nome e adoprasi con effetto in molti morbi.

Non è lontano il colle Lispida, detto anche Selvatico. Ai tempi romani si facea grande uso del suo macigno, come moslrano i ruderi di que' tempi, la cava fu da molti secoli esaurita. Avea un monastero doppio nel 1227 con chiesa di S. Maria, ma poco dopo ne restarono padrone le sole monache, t Essendo divenuto (scrive monsignor Orologio) una semina d'iniquità, papa Eugenio IV commise nel 1436 a Lodovico Barbo abate di S. Giustina di cacciarle di là e consegnarne il locale ai canonici di S. Giorgio in Alga ».

A un miglio e mezzo è Valsanzibio (Valle S. Eusebio 1187) dove molli nella bella stagione visitan il giardino del conle Leopardo Martinengo, singolare per isvariali giuochi d'acqua: che meriterebbe da solo una particolare illustrazione per degno tributo al suo proprietario che lo conserva con grande spendio per divertimento, più che proprio, d'altri. La parrocchiale di S. Lorenzo è d'juspatronato dello slesso conle, successo ai Barbarigo, che possiede quasi intara la villa in cui ha estesa la coltura dei gelsi e degli ulivi.

Costeggiando i colli dopo due miglia, si giunge a Galzignano (952), dove avea feudi nel 1115 Manfredo conte d'Abano. Nel secolo XIII lo governava un podestà a nome della repubblica di Padova. Della parrocchiale abbiamo memorie fino dal 1077; è grandiosa ad una nave con discreti dipinti. Altra chiesa della Santissima Trinità fu qui fondata e dotata da Ricco-bona liglia a Pietro da Carrara e moglie ad Antonio conte di Lozzo, che donolla ai Conventuali di S. Antonio di Padova.

Dopo un' erla malagevole che accavalca la Siesa di Galzignan, si discende con rapida china al piano, e s'entra da una parte nel primo distretto, e dall'altra s'esce da questo di Monselice toccando Montegrotto e S. Pietro Montagnon, con cui terminiamo le nostre escursioni pe' colli Euganei, dov'è soverchio ripetere che ad ogni passo variano i bellissimi prospetti.

Oggi impropriamente si appella Montegrotto quello a' cui piedi sorgo lo stabilimento dei bagni, mentre appartenne quel nome alla prima collinetta che s'incontra venendo da Mezzavia, che nei documenti dei tempi di mezzo si chiama Monteguccio e Monteguturo; e forse deriva da Mons eegrotorum. Sulla vetta nel secolo scorso si scoprì un busto di Esculapio che fu portata alla Marciana in Venezia, e nei dintorni lapidi volive ad Iside, e vasche di marmo che vennero portate allo stabilimento dei bagni Orologio in Abano. Cerio nel secolo XIII erano que'bagni ancora frequentati, poiché uno statuto della repubblica di Padova anteriore al 1236, ordina di tenere scavato e navigabile il iìumicello, pel quale le barche erano solite andarvi, vieta agli ospitalieri in Montegrotto e della Stufa (S. Elena) di esigere più di quattro denari per l'alloggio di un giorno e una notte, ed impone di tener netta la fonte d'acqua potabile posta sopra il colle della Stufa. Presso l'arcipretale è l'altra collinetta appellata Montagnone; la seconda che s'incontra venendo da Mezzavia. Da questa e dal santo patrono ebbe nome il villaggio da cui sortì la illustre famìglia omonima della quale fu Rustico, che professava legge longobarda e nel 1077 donò ai canonici di Padova le decime di Lione, Albignasego e Noventa. Vogliono fosse di qui la Berta, del noto e ripetuto aneddoto e del proverbio del tempo che Berta filava.

Non è lungi il colle a cui il Castello lasciò il nome e vestigia. Uno statuto del 1275 della repubblica di Padova ne ingiungeva la custodia alle Comunità di Montagnone, Villaranza , Terradura con S. Pelagio, e Abano con le sue decanie mediante un capitano e nove guardie, tre per ciascuna torre. Occupata Padova da Ezelino, alcuni citladini rifugiaronsi nello stesso. Egli lo forzò indarno, onde partendo incendiò per vendetta la torre di Montegrotto, e atterrò in Padova le loro abitazioni. Lo ebbe più tardi e lo spianò.

Dov'oggi si erg* l'arciprelale di S. P.etro, vogliono che sorgesse il tempio di Gerione, che da altri più giustamente si pone sovra il poggio di San Daniele. Questa chiesa grandiosa ad una nave, possiede un dipinto di Luca da Reggio, un calice di stagno, e una pisside dì legno molto vetusta. Il campanile rimonta a sei secoli. Dipendono dalla stessa l'oratorio di S, Bartolomeo, posto al di là dei colli verso Galzignano, dove scatta al-

tra fonte termale, che si adopera hi altro povero stabilimento, l'oratorio della Madonna annesso al palazzo Guerra Concini Torri e quello presso lo stabilimento di Montegrotto o Casa Nuova Questo stabilimento contiene dieci vasche e quattro l'altro appartenente alla chiesa di Montagnon. A breve distanza è il palazzo Scapin che torreggia nella sommità del colle Donati e il palazzino Trieste abitalo dal professore Configliachi. Nella contrada Zucca tra i colli da dieci cave si eslrae il macigno. Vi hanno estesi possedimenti il duca di Modena, Trieste, Maldura e Mario *.

XXVII.

Distretto VII di Conselve.

Lo compongono i Comuni di Agna, Anguillara, Are, Bagnoli, Cartura, Conselve, Pontccasale, Terrassa, Trinano. E tutto piano per 175,924 96 pertiche censuarie con 4799 case in cui vivono 22,161 abitanti. Abbonda di torba in Agna, Tribano, Conselve, Bagnoli, Anguillara, Ponlecasale e Terrassa, ha terreno alquanto leggiero in Agna, Anguillara e Bagnoli, meno leggiero in Conselve, Terrassa, Pontecasale e Tribano, argilloso e sabbioso in Cartura, e misto di torba, argilla, creta e sabbia in Are. Lo bagnano il Gorzone e l'Adige che ne forma il confine a sud, e gli scoli o fosse Pai-lana, Barbegara, Rebozzola, Sorgaglia, Rovega, Monselcsana, Navigale, Sab-badina ecc.

4 Ecco i nomi e le altezze dei Colli Euganei sopra lo spiano dell'Adriatico:

Venda

metri !>8fi

Monte Rosso

metri

174

Della Madonna

» 520

Ròcca di Monselici

>

471

Rua

> 404

Monte Può Ita

>

Ì67

Cero

• 387

• Calvaiina

»

120

Roverella

. 575

• Merlo

 

90

Orbiezo

 

• Catajo

87

Ricco

» 348

di Lispida

73

Venlolone

» 329

• Buso

 

53

Cingolina

» m

» delle Frassinelle

 

40

Pendice

mi

Lago d'Arqnà

 

8

Sieva

. 227

» di Venda

»

233

Lonzi na

» 217

     

VOriUoiogia Euganea del cavaliere Nicolò da Rio è opera capitale per la cassazione delle roccie e de' minerali di questi colli. Son creduli d'origine plutonica, di die fan prova le tante sorgenti minerali, calde fin a-}-68° R; mentre vi sono scarsissime le sorgenti d'acqua dolce e diaccia. La Flora Euganea del Trevisan porge 2100 piante; tra cui molle marine, dovute al cloruro di sodio che in varj luoghi vi si trova; e qualche specie o lulla particolare, come il leonlodon lucidum, il tencrio euganeo, o rarissime altrove. V'abbondano le alghe, massime le oscillane, le anafaine, te Iyngbye, i scilonernì. La Fauna vi novera non meno di 2736 forme specifiche. G, Romano diede le piante fanerogame euganee: Cavedoni Celestino I' indicazione de' principali monumenti antichi del regio museo estense al Calajo (Modena 1848); e descrizioni più o meno poetiche (a parlar solo de'recenti); Ugo Foscolo, che vi collocò le avventure di Jacobo Ortis; Barbieri (i colli euganeì, poemetto 1811: Veglie Tauriliane 1821); Polcastro (Frassinelle, poemetio, 183-2} ; Nicolò Tommaseo e Pimbiolo degli Engelfreddi, versi latini: Cittadella Andrea (I colli euganeì. L'eremo di Rua): e quest'essi ed altri i Ricordi sui colli Euganei, strenna pel 1860. C. C.

Questo distretto, eccetto il Comune di Conselve e qualche altro, non fu funestato dalla crittogama delle viti. Il suo frumento, si paga più che quello degli altri distretti. Speriamo, che presto abbiano a sparirci ributtanti tu-gurj di canna e di paglia che servono di abitazione ai più benemerenti coloni, i più poveri.

Il canale di sotto, che abbiamo veduto a Battaglia, innanzi dì giungere a Cagnola prende il nome da questo villaggio dove lo accavalca la strada che da Bassanello presso Padova si stacca a sinistra e si dirige a Conselve. A Cagnola principia il distretto. Questo allegro villaggio nelle vecchie c?.rte è detto Codegnola, Codognola. La sua parrocchiale de'Santi Filippo e Giacomo esisteva fino dal 1141. Ha due statue di marmo e un discreto dipinto all'altare maggiore.

Più in là un miglio e meno al fianco destro della strada sta CAuiunA (1130) che avea forte castello e podestà nell276, con tire 25' per semestre. La parrocchiale è grandiosa con altari di marmo. In uno formano cornice i misteri della Passione in medaglie di marmo. Andrea Ferin con testamento del 1851 vi lasciò lire 12;000 per quattro doti e per cinque moggia di frumentone all'anno ai poveri della parrocchia, e altre lire 12,000 per un nuovo campanile. Questo non fu eseguito, erogandosi la rendita di quel lascito a benefizio della chiesa ch'è povera. È soggetta Motta di Cartura, dov'esiste una bella casa Moschini.

Scorse tre miglia, siamo a Conselve, grosso casale, anzi cittadina,, con molle civili abitazioni e vasta piazza, su cui prospetta la chiesa maggiore. Novera co'suoi dintorni presso che 5000 abitanti. Nelle antiche carte si appella Caput Silve, perchè vi cominciava una gran selva; troviamo mento vato Consehe nel 977 e 1013. Nel 1026 Orso vescovo donò con altri beni alle monache di S. Pietro di Padova anche le decime di S. Lorenzo di Consclve. Alberto da Baone, morto verso il 1114, avea giurisdizione nella corte di Conselve e nella sua isola, e lanto sui proprj beni quanto sugli altrui, e teneva beni allodiali in Conselve, dov'è la torre, la piazza e altrove. Ciò coincide con altro documento del 1309 in cui si legge Campus Marlius Communis Consilvis, parole che dinotano essere pervenuto allora al Comune il Campo Marzo dove prima tenevano placiti i giusdicenti. Altro documento del 1205 reca essere stato verso il 1147 nella campagna di Conselvc, e precisamente nel luogo dello Rivolo e nel silo Padelga un lago del Comune, che più tardi venne asciugato e coltivato.

Ancora fino ai tempi di Ezelino avea Conselve proprj giusdicenti, poiché è noto ch'egli nel 1242 lece decapitare Raineri di Bottello, che v'era giudice e signore. Lo governava nel 1276 un podeslà che riceveva lire 100 per semestre, e un vicario pei Carraresi nel 1397, in cui, insieme alle terre soggette,contava 5350 uomini atti alle armi, fra cui 1500 a cavallo. Fu vicaria durante il dominio veneto, nel qual tempo eleggersi a protettore qualche patrizio veneziano. Conserviamo una stampa del 1788, in cui sono raccolte composizioni in verso e in prosa dedicate a S. E. Nicolò Morosini eletto protettore della vicaria di Conselvc. Oggi commissariato e pretura.

, Di bella moderna struttura e una delle più grandiose della provincia e l'arcipretale di S. Lorenzo, ad una nave, incompiuta nella facciata. La ercssc nel 1194 altro Alberto da Baone, e la consacrò ricostruita nel 1748 il cardinale Rezzonico. Avea una collegiata di sei canonici. Vi trovi freschi Re1 soffitto del Caironi di Milano, semplici altari di marmo, un dipinto all'altare maggiore attribuito al Tinloretto, un elegante ballisterio di marmo eseguito a spendio dell'abaie Ferdinando Suman, che vi dipinge anche gli apo-

Wustraz. de' L. I". Voli IV, 36 b

stoli e altri santi. Un'epigrafe ricorda Girolamo Snman professore nel seminario di Padova, arciprete d'Arino, poi di Conselve, morto nel 1830, lasciando alcuni scritti e distinta fama di sè; un'altra Francesco Piccinoli (m. 1856)che lasciò lire 120,000 a benefizio della chiesa e dei malati. In fianco al coro sta 1' oratorio del Santissimo con Via Crucis in medaglioni di terra cotta. Nella festa della Madonna del Carmine o nella domenica successiva una solennità religiosa ricorda il colera del 1830, da cui Conselve fu molto flagellato^ come nel 1849 e nel 1855. Dipendono dalla stessa l'oratorio del Brai-loti titolato a S. Valentino dove si solennizza il 14 febbrajo con grande concorso di popolo, l'oratorio dcl'Fanto titolato a S. Luigi, e quello di S. Benedetto appartenente al piovano"di S. Benedetto ora in S. Luca di Venezia. Nel 1214 hi eretta la chiesa di S. Antonio Abate nella contrada di Caltalada, data poscia a Benedettine che passarono più tardi a S Prosdocimo di Padova. Quella chiesa non esisteva più nel 1563. È soggetta parimente all'arcipretale la chiesa di S. Giambattista in Palò, di cui sono patroni gli eredi del La-zara. Giovanni di questa famiglia morto nel 1619 fu creato cavaliere da Enrico IV e da Luigi XIII di Francia, ed ebbe col figlio Nicolò pe'suoi meriti dalla repubblica veneta il titolo di conte di Palò. Esisteva in .Conselve uno spedale dei pellegrini, poi detto di S. Maria, una volta d'juspatronato Conti, che ora serve ad abitazione e devolve le suo rendite a scopi pii. Altro istituto limosiniere fu aumentalo del lascito Zoppellari. Alvise Malipiero (m. 1780) lasciò due terreni in Tribano per celebrazione di messe e per quattro doti. Altro Malipiero ne istituì venti da lire 70 per povere maritande nate nelle terre possedute una volta dai Malipiero.

Gli credi La/.ara hanno villeggiatura con palazzo, giardino, boschetto e viali di carparli, ove ospitò nel 1574 Enrico III di Francia. Il palazzino Suman ora appartiene al Moschini. Il palazzo Sanlonini fu demolito, quello Conti, poscia Cado, è circuito a nord ed ovest dal Campo Marzo che si estende per campi 40. Sull'altura chiamata Castellari) fu il castello. Nella piazzetta Navétta si trova questa iscrizione: Il Som. Pont. Pio VI — Ritornando da Vienna -— Passò per questo Borgo — K prese volta mutando poste — Il 20 Maggio 1792

Qui nacquero Giuseppe Menegazzi poeta e medico, autore di varj scritti, Gregorio Trentin fabbricatore di organi premiato dagl'Istituti di Milano e di Venezia, e il Martinelli, morto il 1824,rettore del seminario di Padova.

Il castello di Conselve fortificato nel 1256 da Ansedisio de'Guidotti podestà di Padova e assalito dai Crocesegnati fu arso dal suo capitano che riparò a Pernumia. Ebbe Conselve a sofferire estorsioni dai fuoruscili padovani fautori dello Scaligero nel 1317, e incendio da questo, poi saccheggi dagl'imperiali nel 1513.

Trinano grosso villaggio, tre miglia a sud-ovest (944, 970, 1034), in documenti del 1040 è detto nella giudicherà di Monselice e nella contea padovana. Altro del 1077 lo pone sotto la giurisdizione de'marchesi d'Este e nomina la sua chiesa; altro infine del 1117 ricorda Pietro suo arciprete. Nel secolo XIII avea un podestà che percepiva 40 lire per semestre. L'ar-cipretale, una volta collegiata con sei canonici, ha patrono S. Martino, ed è grandiosa, ad una nave, con elegante facciata; con sette altari di marmo, un colossale marmoreo tabernacolo sovra l'altare maggiore cui due angeli di legno ai fianchi fanno brutto contrasto ; freschi, e stupenda tela di S. Martino attribuita a Iacopo da Ponte sopra il coro, e due lodate tele della lionato Boltrami. Al Castkllaro trovansi le fondamenta del castello che fu distrutto nel 1256 da Gerardo capitano d'Ezelino in Monselice. L'arciprete Paolo Gallcrio, vissuto nel secolo decimosesto, lasciò lire 3500 annue per doli, sussidi e altri scopi pii. Il Ferri e gli Emo Capodilista

posseggono estese campagne.Il primo tiene chiuse molte lepri entro 200 campi, dove qualche anno se ne fa la caccia coi levrieri condotti da molti invitati. Una volta questo spasso ripetevasi ogni anno all'Ognissanti e a S. Martino

Di Bagnoli non rinvengonsi documenti avanti il 1234. Non ebbe neanco castello perchè uno statuto del 1275, nel quale si distingue, come oggidì, in Bagnoli ài sopraedi sotto, obbligava i suoi abitanti con quelli dei dintorni a custodire il castello di Anguillara. Oggi è grosso villaggio, e prospera sempre più mercè la fecondità delle sue terre che danno eccellente frumento, vino e massime il friulano. La parrocchiale titolata a San Michele, fondata nel 1425 col suo campanile, ingrandita e rimodernata nel 1662 da Martino Widman : ha discreti dipinti e l'altare maggiore di marmo delBonazza. Una volta era unita a monastero de'Benedettini e poscia fu data ai canonici regolari di S. Spirito di Venezia che vi possedevano molte terre. Soppressi nel 1656, successero i Widman, delle cui beneficenze serbano memoria gli abitanti e da pochi anni il principe d'Aremberg, che ora ne ha il juspatronato insieme agli Scapin, e possiede ne' intorni 4600 campi, di cui soli 1000 vallivi, il suo palazzo, una volta ospizio di que'monaci, ha spaziosa sala che servì a teatrali spettacoli, in cui recitò lo slesso Goldoni, e più spaziosa e bella una doppia cantina a volte. Allo stesso principe appartiene altro vecchio palazzo con scala a chiocciola che mette ad una elegante sala ornata di freschi e di fregi a stucco, e alla cucina fornita di un colossale camino marmoreo. Qui fu medico il noto poeta Pasto, zio materno del presente parroco Giambattista Salvagnini, e v'ebbe i natali Antonio Bonicelli vice bibliotecario della Marciana, autore di varj scrini.

S. Sino prende il nome dal santo patrono della parrocchiale, che vuoisi ottavo vescovo di Padova , sia morlo qui, e un parroco lo abbia disepolto in tempi lontani e di nuovo ricoperto senza lasciarne indizio veruno! La chiesa di struttura moderna e rotonda, d'juspatronato Zara e una volta Zaguri, ha una bella tela della Benato Bel trami, reliquie di santi, statua di S. Antonio in marmo e un fresco di Giambattista Mingardi. Le campagne degli Scapin si distinguono per miglioramenti agricoli.

In riva all'Adige e all'estremo del distretto sorge Anguillara (944), il cui castello, per lo statuto del 1275 dovea essere custodito con nove guardie a peso di Anguillara, Cesso con Borgoforte, Agna, S. Siro e Bagnoli. Della sua parrocchiale titolata a S. Andrea, abbiamo memorie anteriori al 1236. I principi da Carrara vi possedevano 3500 campi, che nel 1405 Francesco li cesse alla veneranda Arca di S. Antonio, in compenso delle argenterie ricevute da suo padre e consumate nella guerra. Un vicario nobile padovano governava questo casale e le sue vicinanze. Il Salomone dice il castello di Anguillara fortissimo, munito di fosse, ripari e torri, e costruito da Jacopo da Carrara, indi fatto contea di un ramo di questa famiglia, che per distinguersi dagli altri adottò nello stemma un carro rosso inquartato di due anguille.

Anche Borgoforte cosi detto perchè munito della villa Cesso distrutta è in riva all'Adige, con parrocchiale di S. Antonio Abaie, d'juspatronato delle famiglie Fressati e Beretta. La sua ròcca fu spianata nel 1374 per la pace seguita tra i Veneziani e Francesco I da Carrara. Ricostruita, fu atterrata per sempre nel 1405 della repubblica veneta.

Ad Agna, scavaronsi figuline romane e altre anticaglie. Del 970 Ingelinda longobarda abitante nel castello di Agna donò ai canonici di Padova terreni in Tribano; L'areiprelale di S. Giambattista, una volta con collegiata, è grandiosa, ad una nave, con bell'altare maggiore decoralo di buone statue marmoree. Qui ebbe i natali Andrea Brighenti, che essendo precettore

del Borghesi in Roma, cantò la Villa Borqhesiana (1750); F arciprete Francesco Danieletti fu largo di beneficenze ai poveri mentre visse e morendo nel 1724 lasciò annue 2000 lire per soccorsi e doti. Questo castello apparteneva ai Carraresi. Nel 1239 Ezelino lo vinse e vi fece prigioniero Jacopo da Carrara che fece decapitare in Padova. Narrasi che durante l'assedio, le donne del Carrarese sieno fuggile sovra una barca, e naufragate nel canale vicino detto dei Cuori.

Ad est dopo un miglio è Cona, divisa tra la provincia nostra e quella di Venezia, ma dipendente dal diocesano di Padova. È detta corte, con chiesa di Santa Maria in un documento del 914, lo che smentisce la tradizione che abbia avuto il nome da Cono di Calaone, fondatore del monastero di Candiana, che viveva quasi due secoli dopo. Diplomi imperiali del 963 e 1116 raffermano alle monache di S. Zaccaria di Venezia le terre qui poste, che ad esse donò Ingelfredo conte veronese; ed esisteva in Cona un castello, che i nostri cronisti dicono unito a bellissimi palagi e cinto di fosse. Oggi l'arciprelale di S. Antonio martire è d'juspatronato della famiglia Albrizzi successa al monastero di Candiana. Antonio Zara, asciugando con macchine a vapore le sue possessioni ben meritò dell' agricoltura.

In Candiana, quattro miglia a nord, Cono sunnomato fondò la chiesa e un monastero che diede a' monaci Cliiniacensi con estesi terreni nel 1097; morto verso il 1104 volle in esso avere sepoltura insieme alla moglie Berla. Il suo testamento fu eseguilo nel 1106, onde vennero a que'monaci i beni di lui in Pontelongo, Ponlecasale, Tenv.ssa, Are e Cona coi boschi adjacenli. Questo monastero dipendeva dall'abazia di S. Pietro di Modena, poi fu commendalo dall'ultimo commendatario Tommaso Gra-denigo nel 1462 e concesso a canonici di S. Salvatore della congregazione Renana, che lo tennero tinche soppressi nel secolo scorso. Anche questo fu uno dei più ricchi monasteri della provincia. Contiguo il Portenari vi accenna a' suoi tempi un prato chiuso di mura, largo un miglio e mezzo, dove si tenevano bellissime razze di cavalli. S. Michele oggi è parrocchiale, d'juspatronato degli Albrizzi , la più ampia di questi dintorni ad una sola nave, con grandiosi altari, di cui uno in legno imponente per mole, ornamenti e intagli barocchi, che sono profusi anche nell'organo. Conliene statue colossali d'apostoli e dei dottori della Chiesa, freschi nel soffitto e altre discrete pitture. Fu ricostrutta nel 1493 e meriterebbe qualche ristauro. Il colossale ed elegante campanile accenna alla stessa epoca. Il monastero serve di abitazione al proprietario Albrizzi. Pochi passi lontana sta un'edicola della Madonna detta della Mova, verso la quale i paesani hanno gran divozione, e vuoisi che là sopra un rovere sia apparsa Maria.

Dopo un miglio si giunge a Pontecasale, nominato nei nostri documenti al principio del secolo decimosecondo, tra cui uno vi accenna verso il 1120 boschi e paludi e che le sue decime appartenevano al monastero di Candiana. La parrocchiale di S. Leonardo possiede una statua di S. Antonio tra le nubi sostenuto da due angeli in marmo sopra l'altare di proprietà del conte Ferdinando Cavalli. Abbellano il villaggio il palazzo Cavalli, e sovra tutlo quello del conte Martinengo attribuilo al Sansovino, che si vanta il più pregevole della provincia per castigale forme architettoniche. Lo fiancheggia un porticato di trentaquattro arcate condotto ad angolo, che per estensione forse non ha pari nelle ville padovane. Vi trovi due maestosi camini marmorei, pitture, medaglioni in marmo, antichi vasi e piatti di majolica figurali, incisioni in rame, antiche mobiglie finamente intarsiate, un letto a bellissimi intagli in legno, su cui dicesi

abbia riposala il lì. Gregorio Barbarigo, ritraiti di uomini illustri della famiglia Barbarigo entro cornici di squisito lavoro e altri pregevoli oggetti, il conte Cavalli diede il bell'esempio di sostituire nelle sue possessioni ampie case coloniche ai casolari di paglia, e d'avere riformate le sue campagne con lavori di terra e con più adatte e utili piantagioni.

Le decime di Are, che trovo nominate fino dal 971, appartenevano verso il 1120 al monastero di Candiana, e qui pure nel 1125 si accennano selve e paludi. La parrocchiale è titolata all'Assunta.

Arzer di cavalli, non comparisce nei documenti prima del secolo XIII. Uno statuto del 1267 ordina che lungo la sua strada si faccia un ponte di pietra, a spendio di esso e di Bovolenta, e che lo scolo vecchio, il quale corre tra Bovolenta e Arzer di cayalli dalla palude navigabile allo scolo di Fravalcdo sia mantenuto da Arzer di cavalli, da Pontccasale ed Are. La parrocchiale di S. Jacopo apostolo, ha qualche dipinto del suo parroco Felice Gamba. Egli possiede un bando a stampa del 20 aprile 1068, ove la repubblica di Venezia promette ducati 4000 a chi prendesse o uccidesse entro lo Stato Antonio Buzzacarini quondam Brunoro, e ducati 2000 se fuori; minaccia contro lui, se preso, il taglio della testa fra lo due colonne della piazzetta, ordina la confisca de'suoi beni e la demolizione del suo palazzo nella contrada Dossi d'Arzer di cavalli che appella • ri-fuggio et asilo de sicarii, banditi e malviventi et ove temerariamente si fabbricavano monete false » ; e vuole che sull'alterrato edifìzio si ponga una colonna a memoria della sentenza. Del palazzo demolito si trovarono, nel 1846 lo fondamenta e gli avanzi di sei pozzi, di cui uno avea una graticola di ferri taglienti alla profondità di dodici piedi. E viva nei padovani la tradizione dei pozzi con rasoj, dove alcuni signorotti trabalzavano le vittime della loro malvagità.

Anche le decime di Terrassa appartenevano verso il 1120 al monastero di Candiana, a cui le donò Cono da Calaone, ed anche qui nel 1125 esistevano selve e paludi. L' ampia parrocchiale titolata a S. Tommaso, ha una Discesa dello Spirito Santo. Nel santuario d'juspatronato Monti Bragadin si solennizza la Natività di Maria con molto concorso. Apparteneva a monaci Agostiniani di Manlova, e nel 1574 fu dalo a Camaldolesi. Francesco Ceselli^ custode di quel santuario, lasciò austriache lire 2500 all'anno per soccorsi a malati poveri, e Angelo Portile parroco venete lire 1000 per doti.

Gorgo, in riva del canale di Bovolenta, è ricordato in carta del 1045, e un'altra vi fa giusdicenti verso il 1141 Liticcarda e Maria contesse da Carrara e cerio Traversino probabilmente da Caslelnuovo. La chiesa di San Liberale sembra fondala alla line del secolo XII.

XXVIII. Distretto Vili di Piove.

Si forma dei Comuni di Àrzcrgrande, Bovolenta, Brugine, Codevigo. Correzzola, Legnaro, Piove, Polverara, Pontcìongo e Sant'Angelo. E piano esteso per 238,414.51 pertiche censuarie con 5295 case e 27,047 abitanti, di terreno tenace e freddo ad est, più caldo ma egualmente forte a sud, sabbioso a nord o più ad ovest, nè grave, nè leggiero troppo nel suo centro. Lo bagnano principalmente ad est il canale di Roncojellc, a sud il canale di sottoche parte da Battaglia, e cangia il nome in canale di Cagnola, di Bovolenta e Pontelongo prima di passare per questi luoghi, e ad est il canal Brenta, cavato nel 1488 e il Taglio Novissimo nel 1610, che segna il suo confine correndo lungo le maremme di Venezia e di Chioggia. Nella

parte alta è ubeitoso di grani e di foraggi, meno fecondo nella bassa quanto più si accosta alle lagune, dov'è pieno di valli a strame e a canna e sottoposto a frequenti inondazioni. Appartengono alla prima S. Angelo Legnaro, Polverara, Brugine, alla seconda Godevigo, Pontelongo e Correz-zola. In passato si distingueva per tessuti in lino e cotone. Nei Lempi di mezzo dicevasi Saccisica, poiché apparteneva rI regio fisco, appellato Saccus. Berengario imperatore nell'897 ne conferì la signoria e i beni del pubblico erario al vescovo Pietro di Padova suo arcicancelliere.

Partendo dalla porta di Pontecorvo e valicando il ponte S. Nicolò si giunge a Legnaro (1055). Nel 1076 Olderico vescovo donò al monastero di S. Giustina di Padova metà di questa villa con la chiesa di S. Biagio, le sue decime, il quartese, la giurisdizione sopra le terre donate e la palude Memora o -Nemora, la quale divideva questi beni dagli altri del vescovo, onde venne la distinzione di Lignarium a latere domini episcopi e Lignariam a latere doìnini abbatis che si legge in uno. statuto del 1234, e che dura ancora. Nel 1276 governava questo ameno villaggio un podestà con lire 30 per semestre; il suo castello fu distrutto dai Veneziani nel 1373. La parrocchiale di S. Biagio è bella ed ampia ad una nave, con elegante campanile e grandioso tabernacolo sopra l'altare maggiore di marmo. Hanno estesi possedimenti i Folco, Businello e Camerini successi al monastero anzidetto. Parecchie famiglie trafficano di polli che portansi specialmente a Padova. Presso la villeggiatura Businello trovasi una collezione di lapidi e statue, rilievi in marmo, colonnine e capitelli, un'urna antica di ferro fuso, vasi etruschi, ecc. Formava parte dei museo Nani, la cui illustrazione è a stampa.

Anche ad Isola dell'Abba', in riva al canale di Roncajette, avevano molti beni i monaci di S. Giustina di Padova fino dal secolo XII. Un documento del 1160 dice che quest'Isola, prima del tremuoto del 1117, era tutta lago, e andò poi mano mano asciugandosi. La parrocchiale di S, Leonardo ha qualche discreto dipinto, e il defunto rettore Bartolomeo Dal Moro credette recarle ornamento co' poco pregevoli suoi stucchi. Tutta la villa è posseduta dal Camerini successo a quo' monaci.

Seguendo l'argine del canale di Roncajette troviamo a sud Polveraha, dove uno statuto anteriore al 1236 pone un lago che finiva a Bovolenta, e dove un documento del 1142 accenna un bosco. Vi esisteva fino dal 1221 un monastero di frati bianchi, con chiesa di S. Margherita che nel 1438 fu unito al monastero di S. Giovanni Decollato fuori di Padova. Altro documento del 1239 nomina Alberto priore di quel monastero e Ugo di altro monastero di S. Maria del Tresone ambedue in Polverara. Vi era pure un monastero di donne col titolo di S. Agnese, che nel 1259 furono separate in altri monasteri. Il Porlenari vi accenna anche uno spedale de'Santi Erma-gora e Fortunato e un secondo a' suoi tempi commendato, e contiguo alla presente parrocchiale di S. Fidenzio, di cui rinvenni memoria tin dal 1130. È di bella moderna struttura con discreti dipinti e cinque altari, di cui il maggiore si dice posto dove fu dissepolto il corpo di san Fidenzio trasferito a Megliadino. Erano in molta fama i galli e le galline di forme gigantesche, e nerissimi, ma vanno imbastardendo, e non superano oggi i comuni che d'un terzo in grandezza.

Due miglia ad est è Brugine con parrocchiale del Salvatore, moderna come il campanile, con pitture del Pagania e del Guglielmi. Il Broda vi possiede vaste campagne con palazzo, in cui si ammirano freschi di Paolo Veronese e deila sua scuola, con oratorio e giardino che fu tra i primi nomati inglesi nella nostra provincia. Le donne lavorano a tesser lino e barnbage.

Tale industria è più estesa a Campagnola (1277). Della famiglia omonima furono Pietro vicario di Ubertino da Carrara, Bellaverio suo fratello abate di Santa Giustina, Girolamo, Giulio e Domenico distinti pittori. Nella parrocchiale di S. Pietro., ad una nave con elegante facciati, rinvieni qual-ch'i buon dipinto, bell'after maggiore in marmo disegnato dal Danielelti, stupendo baldacchino eseguito dal Rinaldi, ed elegante palpilo. Nel contiguo oratorio della Confraternita trovasi una tela della scuola di Paolo donata da Priamo Venier. Questa famiglia patrizia veneziana aveva sfarzosa villeggiatura che fu distrutta. Mentre le donne s'industriano a tessere tela, gli uomini si adoperano nella pesca e massime nel vender in Padova, Vicenza e altrove pesci che comperano a Chioggia.

Bovolenta borgata, mollo civili abitazioni e di circa 3200 abitanti, è mentovata nella donazione del 1027, che fece Litolfo Carrarese al monastero di S. Stefano di Carrata. La sua chiesa di S. Agostino consacrata dal vescovo Milone, oltre all'arcirirete, verso il 1090, da molti sacerdoti era officiata di giorno e di notte, e godevano per concessione di quel vescovo le decime di tulio il tenere bovolentano « da Ronco Fusarolo alla fossa di Pontelongo ». Fu distrutta dalle fiamme col suo archivio dopo il 1090, novamente consacrata dal vescovo Bellino nel 1141, in cui teneva soggette le ville di Gorgo, Braida e Cazzo, che non avevano chiese, e anche Gagnola; i cui abitanti qui dovevano ricevere il battesimo in Bellino. In questo tempo le confermò le decime anzidette, che si estendevano perfino ai pesci, agli uccelli ed alle fiere. Ora la chiesa si erge a sinistra del canal di Roncajette, ma sembra che prima esìstesse alla sua destra e a sinistra del canale di Battaglia lungo la strada di Padova, pochi passi prima di giungere alia piazza. È molto ampia, a tre navi, con otto altari e bel campanile; d'juspatronato dello spedale di Padova e d'istituzione del capitolo padovano. Ha un grandioso rilievo rappresentante il battesimo di Gesù, sovra cui- è coricata la statua della Fede, e ai lati stanno la Speranza e la Carità, opera encomiata in marmo di Carrara del Danielelti. Contiene statue dello stesso marmo del Bonazza, un Crocifisso attribuito a Cima da Conegliano, e discrete pitture; si domanderebbe un più decente pavimento. Furono demoliti il monastero di Conventuali e la chiesa di S. Francesco, che fondò nel 1264 Azzolino de' Vitadini. Lungo la strada in un angolo delle estese praterie delle i Patriarcati, sorge una crocea ricordo della peste del 1631, a cui i Bovolen-tani cantano l'esequie nella terza domenica d'agosto.

Gli anzidetti canali sono accavalciati da due ponti, ad una sola grandiosa arcata. D1 uno fa cenno uno statuto anteriore al 1236. Un castello fortissimo esisteva dove si uniscono i mentovati canali che lo circuivano. Fortificalo da Ansedisio de' Guidoni podestà resistette ai Crocesegnati (1256). Distrutto dai Veneziani collegati col Visconti nel 1388 fu riedificato da Francesco II da Carrara due anni dopo. Cadde nel 1513 per opera degli Imperiali e non risorse più.

In capo del piccolo borgo che finisce alla piazza sta una casa con grande arcata, un tempo porla del castello sopra cui sorgeva un torrione. Vòlte sotterranee narrasi che dal castello aveano uscita alla piazza. Si conservano il palazzo Dona, ora Zara, Erizzo, ora Barziza, Borin, Foscarini, i due Molin e Doltin, una volta Querini. Tre miglia dislanlc verso Pontelongo sorge il palazzo Alberti e sulla riviera di S. Lorenzo quello Diedo. L' Accademia di scienze e lettere ha comoda abitazione, che prospetta sulla piazza. Trovansi vetusti rilievi , di cui 1' uno rappresenta un santo guerriero e un fanciullo, infisso nel muro esterno della casa Dianin, e l'altro incassalo nella parete esterna della casa Dollìn posta un migliò

distante sull' argine del canale di Pontelongo. Marino da Pesaro nel secolo XV istituì Cinque doli. Sei fornaci lavorano materiali da fabbrica che si consumano specialmente a Venezia. L' opportunità dei canali fa mercanteggiare di biade gli abitanti mollo compagnevoli; qui nacque Clemente Sibiliato poeta ed oratore di merito, morto il 1795 lasciando parecchi scritti a stampa.

Piegando ad est, troviamo Arzarello o Arzere di Donnana o Arzere de' Bandelli (1221) sulla strada da Piove a Pontelongo. La parrocchiale dell'Addolorala fu ristorata nel 1855. Gli uomini lavorano stuoje e le donne tessono tele di lino e di bambagia, trascurando l'agricoltura. Sembra che la contrada Arzerini di Brugine, Arzarello e Arzergrande abbiano preso il nome da una slrada (agger) romana, col tempo disfalla. Che cotesti villaggi in vicinanza alle lagune fossero popolali anticamente, ne sono prova le fondamenta di fabbriche romane scavate qui e altrove.

Arzergrande è a un miglio verso le lagune. Nel 1120 Sinibaldo vescovo ui Padova esentò dalla sua giurisdizione i possedimenti del monastero di S. Cipriano di Venezia posti in questo villaggio e in Campolongo maggiore. L'arcipretale titolata a Maria è grandiosa e bella ad una nave, di recente struttura con dipinti rovinati dai ristauri, come in altre chiese dei dintorni, due angeli di marmo sopra l'aitar maggiore, e una buona statua di san Michele nella sacrestia. Qui è il centro dell'industria delle stuoje. Nel giardino della casa arciprelale si trovano due frammenti di lapide romana. Neil' uno si fa menzione di un quatuorvìro padovano , nell' altro si vede un' aquila che porta freccie tra gli artigli. Lungo la via presso la chiesa sono infissi nel terreno moltitronchi di colonne per lo più scanalate e taluni coi capitelli a fogliami crinitissimi intagli che sler-raronsi da pochi anni a Vallonga, ove si scoperse anche una palafitta di pochi roveri. Di uno si formarono i leggìi di questa chiesa. Le amplissime strade son indizio di antichità, ma anche qui a sabbia.

Pontelongo è un'amena borgata , divisa in duo dal canale, e unita da bel ponte di pietra, oltre il quale trovasi la parrocchiale di S. Andrea apostolo, troppo povera in confronto della ricchezza del paese. Un dipinto con la scritta Ex volo 1076 e una processione la prima domenica di maggio rammentano un contagio. Il Peruzzi vescovo di Vicenza, morto nel principio di questo secolo, fu monaco di Candiana, indi parroco qui, come il Fonlanini che finì vescovo di Concordia. Gli abitami profittando del canale, scala tra Venezia e Padova, mercanteggiano in grani. Vi esisteva una ròcca costruita dai Padovani per difesa di quel passo.

Tre miglia a sinistra ò la piccola villa di Terranova con chiesa di San Geminiano falla parrocchiale nel 1217.

Bimpetto, a destra del fiume, ò Correzzola, che ne' tempi di mezzo fu luogo paludoso. Guido de' Crescenzj e sua moglie Giuditta, già vedova di Manfredo da Sambonifazio, vendettero al monastero di S. Giustina per sole lire 600 tutta la Curia di Concadalbero nel 12 giugno 1129, che a sud confinava coll'Adige, a est colla fossa Beba, a nord col Retrono (Bacchiglione) e ad ovest col Vighenzone (Canale di Pontelongo) comprendendo Concadalbero, Castello di Brenta, Dcsmano, Bovolenta, Correzzola, ecc. Otto giorni dopo si modificò il contratto e si pattuì la vendita della sola metà della Curia per lue 300, restando l'altra alla famiglia Sambonifacio, come da carta del 1135. Falli padroni di questo vasto tenere i Benedettini si adoprarono ad asciugarlo e vi riuscirono. A Correzzola stabilirono il centro dell'azienda delle fecondissime possessioni che ne risultarono, ed eslen-donsi oggi per oltre 13,000 campi nei villaggi di Cona, Concadalbero, Villa del Bosco, Brenta dell' Abbà e Civè. Le appellarono coi nomi dei

santi e le seminarono di casolari, la più parte di muro, in cui vivono circa 4000 coloni. Come in Correzzola, cosi negli altri villaggi fondarono chiese e stabilirono gastaldie per raccogliervi i frutti. Costrussero a Correzzola granaj capaci di 4000 moggia di frumento e otto cantine, onde risultò il più bello edifìzio di simil genere nel Lombardo-Veneto, con porticati, due ampj cortili selciati ad uso di aje, scuderia di cento cavalli, sovra cui oggi trovasi la bigattiera, magazzini e ghiacciaja. Le fornaci apprestarono i mattoni e le tegole, e la selva di roveri di Villa del Bosco i legnami necessarj. Soppressi que'monaci nel 1808, Napoleone le conferiva in feudo a Francesco Melzi di Eri), già vicepresidente della repubblica italiana e gran dignitario della corona. Gli succedeva il nipote e quindi il figlio di questo, duca Lodovico, che largheggia in beneficenze a'poveri ed introdusse a Civè una macchina idrovora a vapore della forza di 50 cavalli per l'asciugamento delle valli di circa 4000 campi. Oggi queste terre sono condotte a fitto dal conte Zuc-chini di Bologna, che tiene splendida villeggiatura , fa scavare molte fosse per facilitare gli scoli ed aumenta la coltivazione delle viti, essendovi mollo estesa quella dei gelsi.

La chiesa di Correzzola, fatta parrocchiale nel 1709, mostra col campanile circa sei secoli. Reca il titolo di S. Leonardo, e come ogni altra di questo tenere, è d'juspatronato regio. Vi era una ròcca, e ad un miglio in riva al fiume un'altra era siala eretta da Francesco I da Carrara verso il 1360, detta Castel Carro. Villa del bosco (1234), ha parrocchiale dei Santi Nicolò e Rocco, con bella tela di Antonio Dugoni. Della parrocchiale di Conca D'Albero, una volta capo di esleso territorio, abbiamo memorie sino dal 1069; possiede una tela del Dugoni, reliquie di santi, ed estende la sua giurisdizione anche sulle vaste possessioni del Melik, poste nella provincia di Venezia, in cui ha bella villeggiatura con oralorio, bosco, giardino, laghetto e altre delizie, dove cinque anni fa non vedevasi che valle di canna. Questa trasformazione è dovuta alle due macchine a vapore, ch'egli vi pose, seguendo l'esempio dei Benvenuti che primi le istituirono a Canlarana vicina, dove con esse fanno lavorare anche un trebbiatoio e dove con pozzi trivellati ottennero buona acqua potabile. Anche la parrocchiale di S. Donato di Civè, posta appresso le lagune, è antica, poiché Gerardo vescovo di Padova diede nel 1189 all'abate di Sanla Giustina la prima pietra per erigerla, nel qual tempo vi esisteva vicino un bosco, appellalo Argine del Castaldo. Retrocedendo al canale di Pontelongo iroviamo Brenta Dell' Arra' con arciprelale di S. Palcrniano, dove pure era un castello e dove termina il fondo Melzi.

Rimpetto alla riva opposta è Calcinara, in cui i Padovani fabbricarono saline e un forte castello, cagione di sanguinose lotte coi Veneziani. La parrocchiale, de'S. Felice e Fortunato, una volta versole lagune, fu distrutta dal mare. Un documento del 1106 addita in Conselve un bosco chiamato Casa Pagana e porta che Alberto da Baone cesse tutta la villa al monastero di S. Cipriano di Venezia.

In riva del canale Brenta è Codevigo (1049 Caput Vici). Nominasi la sua chiesa nel 1147, ora parrocchiale dedicata a S. Zaccaria, rimodernata, a una nave, delle due laterali facendosi portici.Era collegiata con arcidiacono & tre canonici. Molte urne cinerarie qui scavaronsi, e più basso verso le lagune le fondamenta di fabbriche remane. Domenico Pastorello, dopo 50 anni di governo parrocchiale morendo nel 1834 lasciò per soccorrere i poveri malati. Il De-Boni die© architettato dal Falconetto il palazzo Corsaro in questo villaggio, dove soleva villeggiare con Alvise di quella pa. trizia famiglia Angelo Beolco, dello Ruzzante, poeta che qui compose la Maggior parte delle sue comedie in lingua rustica padovana.

Vallonga (1108) ha parrocchiale di S. Pietro, piccola' ma con grandioso campanile. Un dipinto del Vecchia ha la data 1639. Gli abitanti lavorano di stuoje. Vuoisi vi passasse la via romana diretta ad Àquileja e corresse molto grosso il fiume Brenta. I frammenti d'iscrizioni rinvenuti de'più bei tempi romani, fauno ritenere che altre possano esistere sotterra.

A nord-ovest verso Piove è Tognana (TodegnanaiìQì) con parrocchiale di S. Paterniano, e a nord-est Cambroso (1129) con parrocchiale di San Benedetto, e Rosara (1080) con parrocchiale di S. Daniele. A Vallonga, Rosara e Codevigo aveano giurisdizione i Forzate poi detti Gapodilista. « In questi luoghi, afferma il Salomonio, al di d'oggi si trovano sotterra urne antiche con ossa abbrugiate e medaglie de'diversi imperatori ».

Ancora a nord due m-glia sta Corte, eh' è nominata con la sua contrada S. Nicolò, ora di Piove, nel 1064. L'arcipretale di S. Tommaso, nel 1571 avea arcidiacono e quattro canonici, soppressi prima del 1585. Il podestà, nel 1276, riceveva lire 30 per semestre; il castello fu fortificato da Francesco I. da Carrara nel 1372. Le sue terre sono feracissime.

Deviando a sud-ovest due miglia entriamo in Piove (Plebs Sacci). Dell'antichità di questa borgata, o cittadella, che co' dintorni ha olire 6500 abitanti, fanno testimonianza le lapidi e anticaglie e i documenti. Accennai che nell'897 Berengario imperatore donò al nostro vescovo Pietro questo distretto. Altri documenti ci fanno sapere che i Saccensi trafficavano molto coi Veneziani, e aveano da essi il privilegio di transitare a Venezia colle barche immuni da gabelle, pagando solo 200 libbre di lino al doge per anno. Nel 1005 volevano i Veneziani torre ad essi tal privilegio, ma si opposero i Saccensi, ed ottennero giustizia dai dogi Pietro e Ottone. Nel 1055 Enrico fi contro il vescovo, che gli avea angariati come servi, sentenziò ch'erano uomini liberi, il vescovo dovesse restituire ciò che avea loro carpito, si struggessero le carte di servitù a cui erano stati forzati, si considerassero in avvenire quali arimanni, si trattassero come gli ari-manni del contado di Treviso, pagassero il consueto al vescovo per l'ari-mannia, non vendessero questa a signori o prelati, ma a persone solventi, e contribuissero a modo antico per queste loro franchigie lire 7 agl'imperatori, quando calavano in Italia. Gli arimanni Saccensi erano dunque coloni liberi, proprietarj di terre, i quali doveano soltanto certe ricognizioni al signore del luogo in servigi personali, in frutti x> in denari. Più tardi Eurico IV, con diploma del 1079, donò al vescovo anche la gabella delle sette lire.

Come giusdicenti i vescovi di Padova tenevano in Piove i visdomini, ed aveano palazzo, di cui parla un documento del 1080, dove spesso veni* vano a sentenziare. Vi mantenevano ancora una specie di dominio nei primi tempi della repubblica padovana, poiché nei 1223 confermavano i consoli eletti dalla Comunità di Piove. Ma non tardarono i Padovani a privarli di ogni autorità come fecero degli altri signori delle ville. Per uno statuto del 1276 vi mandavano due podestà, di cui ciascuno riceveva lire 150 al semestre, perchè s'avvicendassero. Ebbe un solo podestà nella dominazione carrarese, quando noverava con le terre soggette 6300 uomini alti alle armi, di cui 2000 a cavallo. La repubblica veneta vi spediva a reggerla un suo patrizio. Oggi la pretura, il commissariato, la deputazione e gli altri uflìcj rcgj e comunali risedono in uno stesso luogo, che presso la piazza architettò Jappelli nel 1821, dove unì anche le prigioni.

Antica e grandiosa è la chiesa S. Martino Maggiore, Un documento del 1085 nomina certo Martino suo arciprete, ed uno del 1004 la sua pieve. Altri portano che il vescovo Milone l'ampliò nel 1090, che questa rifabbrica si compì nel 1110, e ch'egli vi istituì una collegiata, composta di arciprete,

arcidiacono e canonici, che fu soppressa in quesio secolo. È a tre navi, fu ristaurata nel 1403, ha undici altari ricchi di marmi, del Sansovino quello del Sacramento, e possiede un'antica e pregevole Madonna e un San Martino, unico lavoro conosciuto di Giovanni Silvio. Furono distrutti il monastero di Conventuali fondato nel 1250, e la sua chiesa di San Francesco.La chiesa della Concezione è fatta stalla, il monastero di Agostiniane in parte distrutto serve di abitazione, come la chiesa e il monastero dei Santi Vito e Modesto di Benedettine, un miglio lontano verso Padova. Vicino alia demolila chiesa di San Francesco si erge la chiesetta, una volta della Confraternita del Crocifìsso, ora di San Francesco, d'antica struttura con una buona Cena di Gesù, tavole dipinte nel soffitto, un Crocifisso con la Maddalena in marmo di Carrara, e nel contiguo sacello una Madonna di buon pennello. Di antica struttura è pur Santa Giustina o San Rocco. Vi è unito il sacel'o di san Filippo Neri, con discreti dipinti. Un ampio viale alberato conduce al Santuario di Santa Maria delle Grazie, edificalo nel 1484, formalo a due navi mancante della destra. Possiede un' antica miracolosa Madonna. Un dipinto presso l'altare contiguo rappresenta due uomini, che voglionsi i fratelli Sanguinazzi, in atto di contendersi colla spada questa tavoletta dell'eredità paterna, e tra altre figure un bambino lattante in braccio alla madre, che dicesi abbia parlato, e suggerito ai contendenti di regalare la tavoletta a questa chiesa. Da lale imagine si ripete la liberazione di Piove dalla peste del 1631, di che ogni anno il 27 aprile la ringraziano in processione. L'annesso monastero di Minori Osservanti fu in parte atterrato. Possiede un'antica anconelta dei Vivarini la chiesa di San Nicolò. Memorie del castello abbiamo sino dal 1004. Distrutto, Francesco I da Carrara nel 1359 vi alzò alcune torri e circondò il luogo di profonde fosse e di terrapieni. Una torre serve ancora di campanile alla chiesa maggiore di San Martino, e un'altra sia nell'ingresso del paese sulla strada di Padova; si vede tuttora per lungo tratto verso la chiesa di Santa Giustina un avanzo della fossa e del terrapieno.

Presso S. Nicolò era V antica porta; vicino della quale si slacca il fiumicelio che si dirige alle lagune. Altre porte appellavansi di S. Martino, e S. Giustina. In capo dello stradone, in cui si fanno i mercati con grande frequenza di buoi, sta il piedistallo di marmo, su cui ergevasi lo stendardo del Comune. Tra le molte civili abitazioni, non poche con portici, spiccano ì palazzi Gradenigo, il Priuli con belle fabbriche adiacenti, giardino e viali boschivi, il Pasqualigo, ora Bertani, e il Gasparini. Ne furono demoliti fino a quattordici, li più di veneti patrizj dopo la caduta della repubblica. Lo spedale di recente ripristinato con largizioni dei Piovesani, e lasciti e rendite di lire 5000 circa dell'Istillilo Elemosiniere, era an nesso alla chiesa di S. Rocco. Il Monte di Pietà istituto nel 1493. presta all'8 per 100. La industria dei tessuti di lino e cotone non si mantiene che in qualche angolo del distretto.

Quando Piove fu preso dai Crocesegnati nel 1256, Filippo legato apostolico vi cantò la messa nella chiesa di S. Martino. Saccheggiato coi dintorni dallo Scaligero (1317), poi occupalo dal fuoruscito Nicolò da Carrara (1327), indi datosi al Rossi generale dei Veneti (1336) e passalo ai Carraresi, dopo ostinata resistenza cesse ai Veneziani nel 1405. Visse poscia tranquillo, eccetto nell'epoca della lega di Cambrai. Ebbero in Piove i Da'ali riandarmi Marco, poeta del secolo XVI; Bernardo Bocchino, provinciale dei Cappuccini, consultore del Sant'Officio, revisore dei libri in Venezia, vescovo di Zante e Cefalonia (m. 1785); Angelo Bolognini professore di medicina a Bologna, morto dopo il 1536; Enrico Caterino Davila, Paggio di Enrico III, prode guerriero e scrittore delle guerre civili di

Francia, ucciso nel 1631 (v. il ritratto a pag. 156) e Giambattista Svegliato professore del seminario di Padova e prefetto del seminario di Monreale in Sicilia (1791-1837), autore di orazioni e versi latini: Gaspare Cavalcabò Baroni pittore (1759). Visse in Piove il notissimo medico Girolamo Cardano milanese.

Ebbe questa cittadella tipografìe nei secoli andati, e ricordo la preziosa edizione ebraica in pergamena fatta colà nel 1478 e titolata; Iacobi ben Àscer Àrba turim (Seu IV Ordines). La biblioteca civica di Padova la possiede, come anche i due volumi delle memorie della città e diocesi di Padova del Masiero, di cui il primo porta la nota Piove di Sacco, Conzatli 1799.

Di questo luogo abbiamo a stampa alcuni cenni storici statistici di Giuseppe Candeo, e le Memorie Storiche di Aurelio dall'Acqua, e non tarderà ad uscire la storia di Piove e de'suoi dintorni, per Domenico Legrenzi, e quella di lutto il distretto piovesano pel dottor Marcolini.

Retrocedendo verso Padova tre miglia da Piove si giunge a Vigorovea (1199). Nella parrocchiale di S. Giacomo una bella statuetta di Maria in terra cotta s'attribuisce al Briosco. Lungo la strada fu scoperta nel 1755 una lapide romana. Al di là della strada è Piovega (Pablica 1110) con parrocchiale di S Maria: e più verso Padova S. Angelo (1080) che aveva nel secolo decimosecondo boschi detti Seudonedo (forse selva d'Onedo, o di olmi) e Pala de Marmora la cui arcipretale è titolata a S. M chele, e gli abitanti lavorano di sedie.

fine. Il marzo 1861.

E SUA PROVINCIA

PER

CABLO BELV1GL1KR1

DAL NOME DI

ALEARDO ALEARDI

ABBIA FREGIO QUESTA DESCRIZIONE DELLA SUA TERRA CUI ACCRESCE GLORIA PER CITTADINE VIRTÙ E PER ALTEZZA DI CANTO CHE L'ITALIA RIPETE AMMIRATRICE

p_u33 sint voronensis urbis prerogativa}, aritiquitas nempe, et antiquiiatis illus-tria sdirne vestigia, aeris salubritas, situs amoenitas et indium cullus, et quam feiicibus ingeniis aburularit sem-per, et etitm iiunc aburuiet, quantaqm' olii» ejus potentia fuerit; nmio igno-rat nisi qui aut in antiqua historia piane est liospes, aut illius aspectu fruì nuinquam potuit.

m ORATOMI.

in presa non lieve sembrerà a ottenere in poche pagine quanto promette il titolo di questo lavoro, ed a ragione ; perchè Verona da' tempi dell' ingrandimento romano fino ai recentissimi fu spettatrice di fatti che si annodano ai precipui della sto-secolo VI al XV (in cui assorta da pochi Stati

preponderanti) ebbe una successione di proprie memorabili vicende, e sempre, in mezzo a moltissimi egregi, non pochi sommi produssse , quali colla virtù, colla dottrina , colle arti, a lei nobiltà accrebbero e gloria, iniziando non di raro discipline ond'ebbe a gloriarsi la italica patria; e perche, in fine ella ed il suolo che le appartiene porgono all'artista, all'erudito, al naturalista, argomenti speciali di studio, di ricerche, di meditazione.

Delle cose veronesi con estensione varia , paratamente trattarono parecchi, di tutte insieme, ciò che intendesì qui fare, che noi sappiamo, nessuno; per la qual cosa se da molti egregi scritti potemmo aver lume ed appoggio, rima-seci tuttavolta il difficile compito di scegliere, unire, ordinare tanti materiali a norma del pregio loro e „deirintendimento di questa opera, ciò clic femmo colla possibile cura.

Delle cose generali quel tanto dicemmo che bastasse a legame delie particolari; in queste poi ci studiammo conciliare la voluta concisione coli'interezza de' fatti, col nesso che hanno fra loro e con certi principj onde scaturisce la parte ideale della storia.

Risparmiammo, possibili!)mente la noja del citare, fummo larghi invece di indicazioni bibliografiche; dove trattossi di giudicare uomini od appartenenze nostre lo femmo volentieri con parole di valorosi non nostri, acciocché più attendibile il giudizio fosse o mcn sospetta la lode.

Del resto fasciando all' immortale Malici la gloria di avere = Illustrata Verona = ci parrà molto se avremo voce'di non averla oscurata.

I.

Topografia. — Abitanti. — Prime vicende.

ai lembi più meridionali dell'Alpe Retica e dalla pianura che tra PAlpone ed il Mincio stendesi davanti a quelli sin verso Po è formato all'incirca il nostro territorio; i confini poi ne subirono varie mutazioni che accenneremo con precisione quando l'argomento lo chieda.

Chiunque pertanto scorra la via che sino da tempo remoto congiunse le estremità dell'Alta Italia, può formarsi un'idea chiara ba-stevolmente, circa l'indole varia del detto suolo.

Vedesi da una parte tratto tratto sollevarsi il terreno in clivi ed in colli ondulati leggermente, coperti di viti e d'oliveti, coronati da gruppi di ci-

290 PROVINCIA DI VERONA

pressi che danno alla gajezza del paesaggio una certa aria solenne; a tergo di quelli si alzano monti dove scoscesi e brulli, dove rivestiti da vigorosa vegetazione, risultandone cosi una serie di vallette aperte al mezzogiorno, chiuse al settentrione dai Lessini, le somme vette dei quali (di tutte le alpine, linea più meridionale fra Italia e Lamagna) ora si celano fra gli addensati vapori, ora si disegnano crude e taglienti contro l'azzurro del cielo. Dalla parte opposta invece lo sguardo scorre sopra un vasto piano, che assomiglia in estate ad un mar di verdura, il cui limite estremo confon-desi coll'orizzonte.

Il principale carattere topografico del paese vien pòrto dal fiume Adige. Sceso tra noi per la valle formata dai Lessini a sinistra, dalle falde di monte Baldo a destra, divide il Veronese nella sua maggiore lunghezza; primo di tutti i fiumi alpini che neghi tributo al Po; del quale giunto alla distanza di circa diciotto chilometri, prende precisa direzione verso levante e si versa in mare. Riceve tutti i fiumicelli e torrenti che si l'ormano tra i Lessini ; ma Tacque de1 terreni opposti defluiscono più basse, le riceve il Tartaro e per esso l'Adriatico. Quel monte Baldo, alla cui radice orientale dicemmo correre l'Adige, immerge l'altra nell'onde « del più vasto e sonante Italo lago » il Garda, del quale l'unico emissario segna per qualche tratto l'attuale nostro confine all'occidente.

Chi ponga mente alla direzione analoga di tutte queste acque s'avvede essere il terreno inclinato dà nord-ovest a sud-est, l'atto dipendente dalle condizioni in cui agirono le cause alle quali è dovuta la formazione della pianura Cispadana.

L'abitato più antico ed illustre di questi luoghi fu Verona; edificata quasi nel mezzo, ne riunisce tutte le note ed i vantaggi, appoggiandosi a' monti, stendendosi sul piano , ricevendo maestosa grazia dal fiume * che la divide. I quali pregi venivano cosi cantati dal Berni :

« Rapido fiume, che d'alpestre vena Impetuosamente a noi discendi, E quella terra sovra ogn'altra amena Per mezzo a guisa di Meandro fendi; Quella che di valor, d'ingegno è piena, Per cui tu con più lume, Italia , splendi, Di cui la fama in te chiara risuona Eccelsa , graziosa , alma Verona.

TOPOGRAFIA. ABITANTI Terra antica e gentil, madre e nutrice Di spirti, di virtù, di discipline; Sito cui lieto fanno anzi felice Le amenissime valli e le colline; Onde bene a ragion giudica e dice, Per questo e per l'antiche tue rovine, Per la tua onda altèra che la parte, Quei che l'agguaglia alla città di Marte ».

Nè di avviso diverso fu Bactian Serlio quando scrisse che: « bene a ragione, i Romani fecero tali cose a Verona (parla de'suoi monumenti) perchè egli è il più bel sito d'Italia, per mio parere, e di pianure e di colli e di monti e anco di acque ».

Nessuna certa memoria, nessun diretto monumento abbiamo, per poter asserire quali i primi abitanti del paese ed i fondatori della città.

Gli scrittori latini posteriori alla occupazione romana, fascinati dallo splendore od ossequenti alla politica della dominatrice, poco e leggermente s'occuparono intorno alle cose dei vinti, meno dei Greci, da' quali in cambio bevvero le più vanitose menzogne, che recarono nella storia delle origini confusione ed incertezza per poco insuperabili. Ciò nulla ostante, anziché respingere in fascio le asserzioni dei Latini su tale argomento , miglior partito è lo spogliarle giudiziosamente delle circostanze favolose, accordarle fra loro, massime quando concorrano a dimostrare quella, cui, non solo patriotico sentimento, ma ci persuadono ancora forti conclusioni etnografiche, unità primordiale e fondumenlak della nazione Italiana. Il tema non esige, nè lo spazio permette qui svolgere simile quistione, talché prenderemo a moverci dal punì più basso , in cui i varj popoli frammentar)" della grande immigrazion^ primitiva (celtica?) con civiltà e nomi ormai diversi si contendono e occupano successivamente questo suolo, difendendolo alle invasioni di altri cognati in origine, ma per lasso di tempo resi stranieri, fino a che, questi cadono sotto, e quelli cedon davanti alla irresistibile spada di Roma.

Euganei, Reti, Veneti, Etruschi, Galli si fanno con bastevole discordia comparire dagli autori sul nostro suolo. Che cosa possiamo ammettere di tutto questo? proviamoci ad indicarlo.

Plinio vissuto nel primo secolo dell'impero , avverso alle finzioni dei Greci, nativo di questi luoghi, descrivendo la X regione d'Italia, riferisce Mantova agli Etruschi, Trento ai Reti, Verona ai Reti ed agli Euganei.

t

Il nome Euganea, anche per testimonianza di altri autori ! è il più an -tico tra le Alpi ed il mare Adriatico -. Prima sede di questo popolo furono i monti bresciani, trentini, veronesi e vicentini. Disgustato delle tristi solitudini alpine, è credibile scendesse ad occupare il piano sinuato tra i monti ed il mare. Questa bassa regione, già intimo seno del Mediterraneo, r> toltagli dalle immense deposizioni dei torrenti e dei fiumi, doveva in allora presentare I1 aspetto d'una vasta palude. Tratto tratto che lo scomparire dell'acque permetteva discendere alle popolazioni soprastanti, ben è presumibile che lo facessero, e, compiendo col lavoro l'opera della natura, si apprestassero su questi terreni una sede più fortunata , popolandoli, riducendoli a coltura , tenendone una signoria di fatto, se non politicamente costituita, fino a tanto che il nome Euganeo fu in parte novamente respinto, in parte assorbito dall'Ileneto prevalente.

Sebbene la posizione confinale di questo popolo, unita ad altri indizj, ci renderebbe meno restii ad ammetterne una provenienza esterna. * il linguaggio al contrario ne induce a sostenere gli Ileneli nulPaltro in origine, se non una tribù di quelle genti prime, la quale, avuto pel concorso di favorevoli circostanze, incremento sull'altre, giungesse a soverchiarle e signoreggiarle. Questo sembrerà più verisimile quando si ponga mente al rapido e compiuto fondersi degli Heneti cogli Euganei, il quale fu tanto, che ne' tempi successivi l'uno e l'altro nome adoperassi indifferentemente per indicare il medesimo popolo, rimanendo la distinzione tra Euganeo ed Ileneto solo in relazione a' tempi addietro. Limili sicuri del nome Ileneto o Veneto furono a settentrione le Alpi; al mezzogiorno le paludi atriane ed il Po sino al mare, a levante il limavo; ad occidente il Clusio, locchè però viene da taluni negato.

Noi vogliamo inferire da tutto ciò, gli Euganeo-Veneti primi abitanti dei luoghi , e l'orse fondatori della nostra città; che se Plinio loro as-

1 Tito Livio — Lucano — Silio Italico.

2 Tito Livio parlò anche di Lebui o I.cbici. Gli storici nostri, copiandosi fedelmente, attribuiscono ad essi il primo incolalo del nurse; ma da ultime l'alialo Venturi sentendo quella asserzione seni' appoggio e feconda di gravi complicazioni, se ne stacca per bel modo insinuando i Lebai e gli Euganei esser lutt'uno.

3 Brocchi, Speculazioni geologiche intorno alta primitiva formazione della pianura lombarda — Buomme, Ppys. atlas.

4 Ma nessuno, crédiamo, fra tutte le opinioni sulla origine dei Veneti, vorrà sostenere la Liviana di Antenore e degli ILneli di Puflagonia. Plinio nel riferirla esprimesi in guisa, da lasciar intravedere come non gli arridesse gran fallo. Venetos Trojana Stirpe tìortós auclor est Calo. Strabone fu il primo a ritenere i Veneti derivanti dal .popolo di egual nome al nord (Iella Gallia Celtica, spesso nominalo da Cesare; poiò soggiunse >syw - o'j/ inyjpi^o^zjoii àpx&1 yyp Tìspi rw» toiovtwv ~o ttAce, Del reslo è quesii uno dogli appoggi aii fautori delle origini galliche. Altri poi li vogliono Medi, Slavi, lllirì ; Micali crolla il capo per tutti {Italia av. il dom, dei Rom.).

PRIME VICENDE 299 socia i Reti. (Rethorum el Euganeorum Verona III. 19), non peneremo a concedere che una mano di quelli per la fatale vai d'Adige calasse quaggiù, lasciandovi sangue e nome; abbenchè, riflettendo quale fosse la sede degli Euganei, sia più facile supporre eglino stessi commisti prima , o ne' racconti successivi essersi confusi coi Reti :i.

Era l'Alta Italia occupata, da occidente ad oriente, dai Liguri, dagli Orobj, dagli Euganeo-Veneti, quando gli Etruschi, soggiogata l'Umbria, si spinsero al di qua del Po, fondando sul terreno conquiso una nuova Etruria, con ripartizione territoriale e costituzione civile, eguali a quelle dell'Etruria prima. Notevole ristringimcnto dovette per ciò subire la potenza veneta, come raccogliesi anche da Tito Livio, dove dice: « gli » Etruschi avere occupato tutto il paese traspadano, toltone l'angolo dei » Veneti intorno al mare », ed in allora anche Verona ricevette signoria ed incremento Etrusco. A quelli già senza dubbio appartenevano Adria, le foci de! Po e Mantova. Catul'o chiamando Lidie Tonde del lago, mostra che n'era rimasta memoria sui luoghi; il Dempstero asserisce Sir-mione una tra le dodici Lucumonie della seconda Etruria; Onofrio Pan-vinio vorrebbe pur tale Verona; forse lo fu; ma non egli, non i venuti dopo di lui giunsero a provarlo, sebbene siensi scoperte anche tra noi multiformi traccie monumentali della presenza etrusca ,;.

ìì Non va posta in silenzio l'opinione clic vuole i Reti provenienza di gente etrusca. Anche Malfai ^ sostenne, ed è tutl'allro che abbandonata. Ma i fatti sui quali si appoggia, sono suscettibili di spiegazione diversa, tanto che ci sembra più arrischiato l'accettarla che non il respingerla.

ti Lasciando stare le olle, i vasi, qualche frammento d'iscrizione scavatisi in epoche varie nel nostro territorio, abbiamo nel museo due iscrizioni, l'una da Sant'Ambrogio l'altra venuta da (pici di Fumane, 'e quali ci mostrano un nome sconosciuto alla geografia antica, e ci insegnano come le popolazioni di 'l'iella che ora diciamo Val Pulicetla, si chiamassero a tempi romani Artisnates, "ella qual voce è impossibile non riconoscere vestigio etrusco.

Di più sembra esser stato costume di quel popolo abbastanza superstizioso, aver Ara djU Armna'L

Non è così agevole il dire sino a quando rimanesse Verona in tal condizione; egli è verisimile tuttavia che quella potenza venisse meno tra noi per la seconda delle invasioni galliche. guidata da Elitovio. Di questa invasione erano principal massa, i Genomani, ai quali si attribuì la fondazione di Brescia, e da taluni con ragioni più scarse ed incerte quella ancor di Verona.

Noi ci guarderemo dal dire, che i Cenomani non giungessero all'Adige mai; che non abbiano potuto aver stanza nella città alla destra del fiume. La cosa, dentro certi limiti di spazio e di tempo, non è inverisimile. Quello che troviamo di negare a Strabone ed a' suoi seguaci si è, l'origine cenomana della città non solo, ma ben anche la dimora diuturna ed estesa di quel popolo in questa regione. Qui, venuta meno la benefica e civilizzatrice potenza etrusca, di fronte alle invasioni galliche rinvigorissi il nome veneto, col quale noi giungemmo alla dominazione romana, il quale serbammo tra le rovinose mutazioni de' tempi medj, al quale apparteniamo etnograficamente ancora; e mentre, a dire il vero, gli altri nomi più o meno antichi Liguri, Orobi, Insubri, Cenomani non hanno vita se non dal linguaggio degli eruditi, il nome Veneto la ripete dall'uso generale e costante della nazione.

Toccate le principali quistioni sull' origine della nostra città, non dispiaccia ascoltare una vecchia cronaca, la quale farà, non tuttavia per lo bello stile, sovvenire ai lettori quanto di Fiorenza e di Fiorino racconta il Villani : « Dora è da sapere le cose maravigliose che sono state « inanti che Christo vegnisse, secondo che scrive Sicardo vescovo de Cre-« mona, che trova per cronache antiche, che quando fu destrutta Troja, « e che se partì molta zente, zioè homeni e donne, come fo' principal-« mente Enea s... et Antenor e molti altri i quali foro in el trattato

delle divinità locali, note sollanto là dove ricevevano cullo; questa specialità ci viene presentata dalla seguente lapida, che reca una Dea Udisna:

C. OGTAVIVS m. F- CAPITO MEMO HO? SVORVM

nomine l. r. ocraviomm m. f.

CLEMENT1S N...... UA...T.

STA neri OPTVMOnm /RATRVM va1snam AVGVSTAM lOCO 1t1vato arvsnat1rvs ded1t

•e da un'altra, pure di que' luoghi, che porta un Dio Cuslano

cvsi.ano sac U octavivs c. f. crassys l c. octav1 l. t« martia1.is et - — „ maceh

« della destruttion de Troja, per patii fatti con Greci per aver la città, « i fo d'accordo de esser salve le persone e le donne, e quelle robe « che i podèa portar con loro, onde i cargo quella nave che i posse et « messe in mare per venire in Italia, et venne come piacette a Dio. « Scrive questo Sicardo che fra le altre donne, venne una donna chia-« mada Madonna Verona, ed ella vedendo il paese esser bello ed acconzo « per ella, si è dilicato il laberinto che si chiama la rena. Si che per « quello dificio andò poi crescendo la città di Verona »7.

Quanto al nome, la etimologia n' è incerta un po' più che no '1 sia l'origine della città. I fautori dei varj sistemi sulle origini italiche e nostre in ispecialità hanno tutti quanto basta per torcerla in proprio favore. Il trovarsi una omonima nei Carni, Virunum favorirebbe i Veneto-Illirj; ma poiché ve n' ha un' altra nella Gallia celtica, se ne fanno forti i gallizzanti, meglio che del Brennona. I teneri d'importazioni germaniche trovano la radice di Verona, Bern, in quella lingua, e la dicono comune a Bergamo, Berna, Bergen e di non so quali altre. Vollero alcuni una famiglia Vera etrusca, autrice della città e del nome. Per istare con gli Etruschi non potrebbesi avvicinare il nome di Verona a quello di Arusnales mentre ne'luoghi vicini, occupati da quel popolo, abbiamo un nome 8 simile che ci fornirebbe il termine di transizione ? Del resto se il lettore troverà sdrucciolevoli tutte queste etimologie , sappia che noi siamo precisamente d' accordo; ma non ve n' ha di migliori.

0) Cronaca di Veri K2) Parona.

•ona, di Pier Zagata, in principio.

APPENDICE A

Verona Cenomana.

Parecchi scrittori pensarono alienamente da quanto sponemmo circa i rapporti dei Cenomani con Verona, e sostennero aver quelli invaso e signoreggiato il territorio e fondata la città. Or ecco i motivi ai quali si appoggia il nostro dissenso, nè sia chi adombri a quanto siamo per dire, quasi per noi si rifluii comunanza di origine colla nobile e generosa Brescia. Ben altri sono i vincoli che collegano le italiche genti, e la loro fratellanza sta scritta in pagine dalle quali non si cancella nò dalla penna nè dalla spada.

Primieramente i Cenomani erano poco numerosi nè potevano largamente e fortemente estendersi. Livio parlando di loro, dice « Cenomanorum manus » ; infatti è certo che occuparono nemmeno tutto l'attuale territorio bresciano. La parte montana di esso, massime le celebri valli Triumpilina e Càmune, erano tenute da popolazioni Reliche ed Euganeo, onde fu che il nome Cenomano prima di ogni altro gallico scomparve a tale; che da Tacito non si rammenta pure, nella guerra Vitelliana combattuta in gran parte ne' luoghi già tenuti da quella gente.

Grave obietto non fa il numero di abitati e la forza attribuita a' Cenomani dagli scrittori, dove si voglia ricordare come nei due primi secoli di Roma, popolazioni e città numerosissime si mostrino sopra una estensione, che formerebbe a stento tre dei dicianove scomparti amministrativi dell'attuale stalo Romano; la forza poi ond'erano rispettali e temuti, meglio che dall'ampiezza dei terreni e dal grande numero degli abitanti, dipendeva dalla organizzazione militare e politica della gente valorosa, in cui ogni uomo era guerriero, l'una tribù legata all'altra; uno per tulli, tulli per uno.

Di più, se Verona fosse stata Cenomana, comparirebbe cogli altri popoli galTici, resistente all'occupazione Romana; ma invece, mentre si vedono i Cenomani, in gran parte agire ostilmente contro Roma, e la vincitrice contro di essi, di Verona e del li Venezia non un motto, segno evidente come nessun contrasto avesse qui avuto la prevalenza latina, e nessuna comunanza di politica esistesse tra Verona ed i Galli. Persino il nome stesso di Verona è osservabile come non presenti ravvicinamento di suono coi nomi gallici, mentre ad innumerevoli desinenze di quelli (nix) accordasi quello di Brescia.

Un' altra osservazione non è da lasciarsi perchè favorevole troppo al nostro assunto. Polibio c'insegna che quando i Galli vennero in Italia, di null'altro sconoscevano fuorché d' agricoltura e di guerra; che poco o nulla apprendessero per lungo tempo dai vicini o dai vinti possiamo asserirlo, dacché sommessi due secoli avanti Cristo e rimasti sui luoghi, nessun fatto abbiamo d'onde argomentare, fiorisse tra loro qualche onesta arte di pace ; tarda e lentamente allignò fra loro la coltura latina, talché Brescia, per islare a noi, non presentò scrittore alcuno fino al II secolo di Cristo; mentre Mantova ebbe Virgilio, Padova Tito Livio, e Verona prima di questi Catullo, e poco oltre la metà del primo secolo, contava ben cinque scrittori, dei quali vivono ancora l'opere e la rinomanza. La quale superiorità, non puossi meglio attribuire se non all'essersi qui conservata quella coltura che v'aveano recata gli Etruschi, alla quale non fu estraneo il linguaggio, e dopo tanti secoli possiamo ancora vederlo; ed in vero mentre il dialetto veronese per interezza di pronunzia, e proprietà di vocaboli, accostandosi non poco alla "ingua italiana, facilmente primeva tra i dialetti veneti, il bresciano pella diversità de' suoni e degli accenti, pel troncar delle voci e per moltissime di esse, presenta affinità assoluta con quelli degli altri luoghi già soggetti alla invasione ed allo stabilimento dei Galli.

A tutte queste osservazioni, delle quali noi stessi non vogliamo esagerare il valore, aggiungesi una testimonianza indiretta, ma precisa di Polibio, addimostrante quale fosse il confine tra i Cenomani ed i Veronesi. Egli dice che nella guerra coi Galli, i consoli Furio e Flaminio, levato il campo dal Po presso lo sbocco dell'Adda, dopo aver giralo più giorni, finalmente passato il fiume Clusio tov KXou'aiov ~otv.<j.ov vennero nel paese dei Cenomani, d'onde si portarono di nuovo tra gl'Insubri. Questo fiume Clusio è patentemente il Chiese, che scendendo da Valsabbia scorre a dieci miglia da Brescia e si versa nell'Ollio; ora passando, giusta Polibio, il Clusio dalla sinistra alla destra, si entrava nei Cenomani. Che se per abbreviare la marcia di (pie'consoli, oziosa invero, volesse alcuno dal Po dirigerla sulla destra del Clusio e farli d'indi passare, esporrebbesi alla pena di cercare gl'Insubri alla sinistra del fiume stesso, sposterebbe il centro dell'agro cenomano, escludendone Brescia, novità bastevolmonte audace e contraria ad ogni storica testimonianza. Conferma questo fatto il riscontro di un altro che abbiamo sott/occhi. Una delle scorie più sicure per rintracciare I' antica estensione dei territori, c l'osservare la estensione delle diocesi ecclesiastiche, le quali, determini te da prima , conforme alle partizioni politiche, si mantennero, generalmente, tra lo alterarsi di quelle; ebbene la diocesi nostra ancor oggi arriva al Chiese, comprendendo non solo Peschiera, tolta al civile di Verona da mezzo secolo in circa, ma le due nobilissime terre di Desenzano e Lonato, che lo furono in tempi ben più remoti.

Vogliasi ora attendere all'insussistenza delle autorità allegato in contrario .

Tito Livio parlando dello invasioni galliche dice: Alia subinde manus

Cenomanorum, Elitovio duce, vestigia priorum secuta eodcm salta (avente Belloveso, cum transcendisscl alpes ubi nunc Brixia oc Verona sunt urbcs.... considunt (Hist. V. 35), L'autorità sarebbe forte, se il passo non fosse viziato, dovendosi leggero Brixia ac Cremona. È noto che Tito Livio da nessun altro autore tanto prese come da Polibio; ora questi ricordò come i Cenomani si ponessero lungo il Po; avendo presente questo, poteva lo storico padovano tacere Cremona^ Ma come Livio da Polibio così Plinio da Livio; e quegli descrivendo l'Italia traspadana dice: in mediterraneo regionis decima? colonia?: Cremona, Brixia cenomanorum agro (111,19), segno che così avea letto in Livio. Infine ritenendo la lezione Verona, metterebbesi Livio in contrasto con sè stesso, dichiarante altrove che i Cenomani avanti i Romani non avevano che vici, dei quali Brescia era capo; ed essendo incontrastabile la preesistenza di Verona alla dominazione romana, Euganeorum Verona, sarebbe stato dallo storico dimenticata e goffamente confusa colle borgate ceno-mane. Favorevole alla contrastata lezione torna Tolomeo, se non che egli è ben palese di quanti errori sia zeppa la geografia di quell'autore e qual caso possa farsi della sua autorità (Mafff.i, Verena lllus. V. I).

Ma l'Achille dell'avversata opinione è il famoso distico di Catullo nel quale, senza però far metto di Galli, Brescia vien detta madre di Verona. Se abbiamo arrecate bastevoli prove a far sospettare viziato il passo di Livio, a maggior diritto riteniamo tarda interpolazione il distico delle stampe catulliane. Lasciando le osservazioni tutte intorno al forte guasto che subirono già anticamente i carmi di questo poeta, e l'altro, non forse minore arrecato dai racconcia tori; lasciando che egli stesso fa trapelare un' opinione diversa, dove chiama Lidie l'onde del nostro lago; giudichi il lettor» con quanto di senno si possano ritener genuini i versi in quistionc.

Ella è la porta d' una mala femmina, che stuzzicata dal poeta, esce colla cronaca scandalosa della sua padrona, e dopo averne dette da chiodi, soggiunge:

Atqui non solum hoc se dicil cognitum habere Brixia Cynèce suppositum specula!,

Fl.WVS QVAM mollis peucviuut flvmine MÉLL0,

Brixia verona mater amata ìièm,

Sed de Poslhumii et Cornelii narrai amore

Cum quibus Ma malum fedi adullerium.

Prima di tutto ognuno vede come in un componimento rapido, mordace ed un tantino osceno, sia fuori di luogo la scappata erudita nella quale parlasi di Brescia, della sua acqua e della fondazione di Verona; ma lasciando anche ciò, dal più degli interpreti la porta loquace viene, ed il contesto lo vuole, ritenuta in Brescia; ora, come Catullo alla porta bresciana poteva far dire della mia Veronal Altri però ad accomodarla con questa parola mette la porta in Verona, ma allora come poteva saperne del fiume bre-

APPENDICE 305 sciano e delle sue acque? questa obbiezione è tanto più attendibile in quanto che al poeta stesso sembra già molto che ne sapesse così in là della sua padrona :

Qui tu islw janua nosti^

cui ella:

Swpe Ulani audivi furtiva voce loqucntem... ora vorremo che quella sgualdrina recitasse furtiva voce anche un po' di storia e di geografia? e quali poi? Il torrente che scorre poco fuori da Brescia e viene chiamato Méta da Virgilio non attraversò mai la città; al contrario il lìumicello che veramente passa per Brescia (percurril Gartia) venne chiamato anticamente non Mela nè Mollo. Gli dà quel nome lo Statuto Bresciano, così lo chiamarmi parecchie carte prima e dopo il mille; più tardi, e forse in grazia del distico, alcuni lo chiamarono Mello; ma quel nome restò sulle carte, e il popolo lo chiama Garza anche a' nostri giorni. Tutto questo considerato, sarà non difficile supporre* quej distico fattura di qualche nostro conterraneo, male informato delle cose di Brescia e poco bene delle Veronesi, apposto prima come chiosa marginale, inserito poi nel testo e bonamenle ritenuto da molti tra gli editori successivi. Dirà taluno: sia pure cosi; quel verso esprimerà sempre l'opinione che allora correva più accetta. Non lo neghiamo; tale fu appunto: e non in base del distico ma per altra causa; un passo di Giustino. Questo scrittore compendiando Pompeo Trogo, affastellando i fatti accaduti in duccnt'anni, unisce in una sola le tre calate galliche di Premio, di Belloveso e di Elittovio, attribuisce ai soli Sennoni recentissimi Advenaruni (Livio) quanto, e più, avessero fatto gli Insubri ed i Cenomani; poiché narrata la legaz one a Dionigi, di quelli che avevano incendiata Boma, soggiunge essi stessi avere l'ondato Milano, Como, Brescia, Bergamo, Verona, Trento, Vicenza. Fatale alla verità storica fu questo passo, poiché essendo stato Giustino autore più degli altri in uso nei bassi tempi, ed anche al rinascere dei buoni studi, ed essendo entrato, chi sa perchè? in grazia il nome di Brenno, prosatori e poeti non ebbero altro a dirci per tanto tempo, arrivandosi perfin a cavar fuori da quel del duce il nome di Verona-, e così riguardo a Brescia, che essa pure fu da taluno de' suoi storici, e voce popolare pur mo ne resta, fondata e nominata da Brenno.

Conchiudiamo: Verona non fu fondazione gallica; non essa nè il suo territorio poterono essere a lungo od estesamente soggetti al dominio de' Galli

i Primo olio pattasse con forte erudizione intorno ai principi di Verona fu Onofrio Panvinio (Ani. Ver.). Quanto ai rapporti cogli Euganei, Ileneti, Peli, Etruschi,non potremmo citare se non opere generali, e ce ne asteniamo Quanto alle quislioni Cenomane vedasi il volume edito dal Nizzardi ; Brescia mocci.. « Memorie storico-critiche intorno atlantico stato dei Genomani ed ai loro contini, raccolte, e pubblicate dall'aitate Antoni*

II

Verona sotto i Romani.

Come e quando precisamenle entrasse Verona a l'ormar parte nel corpo della Romana repubblica., nessuno lo disse fra gli storici antichi, e questo silenzio ne induce ad argomentarlo dalle generali vicende. Prima che le armi latine varcassero il1 Po, la regione al di qua del fiume comparisce divisa tra i due gran nomi, Veneti e Galli. Queste genti ci si presentano compiutamente ostili e in continue scorrerie P una ai danni dell'altra. Egli è ben probabile tale antagonismo influisse ancora sulla politica esterna, ed i Veneti essere stati amici di Roma appunto perchè! Galli la combattevano. Reca meraviglia il vedere come questi ultimi ristassero dall'armi durante la prima guerra Punica, e si movessero solo dopo la vittoria di Imtazio Catulo, e la pace partorita da essa. Allora Insubri e Gessati si collegarono, fecero armi, movendo verso Roma. Il console Emilio tenne Jor testa in Etruria non senza stento, ma il soprag^iunto Marcello gli respinge, gli vince a Clastidio (222 a. G.), Vidomaro ucciso, i Gessati in fuga, il Po varcato, Mediolano e gì' Insubri soggiogati, il paese raffermato nella dipendenza per via di colonie, furono il seguilo di quella memoranda vittoria. I Cenomani, posti fra gì' Insubri guerreggianti e i Veneti tranquilli e favorenti Roma, nou corsero miglior sorte; e ben presto vediamo il lor paese sottoposto e trattato da conquista. Ora, tra i pochi anni corsi da questi falli alla calata d'Annibale (ii22-218 a. C), deve collocarsi la sommessione dei Veneti e di Verona segnatamente, poiché ci e noto i Veronesi essere stati con Roma durante quella guerra Con pari sicurezza possiamo asserire che 1' unione accadesse per atto volontario, si attesi i precedenti, sì per non trovarsi nominati i Veronesi nei fasti Capitolini, sì ancora pel modo onde furono trattati questi luoghi,

Sambuca *. Sono tredici scritture polemiche, tra le quali figurano l'opuscolo dei Maflei: Dell'umica condizione di Verona, ed il commento al carme lxvi di Catullo del Volpi. Badisi che in alcune di quegli scritti la quistinne è spostala, volendo che Maler valga Metropoli. Il Maffei validamente risponde anche a questi (opuscolo citalo e Ver. IH.). 1 Silio Italico.

i ROMANI 307 non constando esser qui, per buon tempo mandato da Roma, alcun governatore, nè condotta alcuna colonia, cosa che non mancavasi generalmente di fare a tutela della conquista e depressione dei debellati. Eventi successivi confermano tal supposto; poiché a' primi rovesci toccati dai Romani, i Galli si sollevarono tutti e si unirono al Cartaginese, che mille e una beile cose promise; i Veronesi invece serbarono fede, soccorsero Roma e morirono per lei alla battaglia di Canne.

Tumulto di guerra, seguito da novazioni civili, portarono sul nostro suolo, per la prima volta, i popoli del nord, circa un secolo dopo i toccati avvenimenti. I Cimbri, spinti da ignote cause fuori delle lor sedi, traendosi dietro i Teutoni, si rovesciarono sull'Italia dalla parte del No-rieo ; ributtati dal console G rbone, piegarono verso la Gallia, ove collegatisi cogli Ambroni e coi Tigurini, compajonò vincitori sul Rodano. Roma non vide altra salvezza che la spada del plebeo Cajo Mario, glorioso pel Giugurtino trionfo. A lui console fu data la Gallia e la guerra con essa , allora appunto quando in seguito ad altre mosse i Cimbri ed i Teutoni, divisi in due gran corpi, movevan contro 1'Italia, meta delle loro scorrerie. Accennavano i Teutoni al passaggio dell'Alpi Ligustiche, mentre i Cimbri avevano preso la via della Rezia e del Norico. L'armata romana fu conseguentemente divisa , diviso il comando. Mario sul Rodano vince i Teutoni ; ma, mentre sta pflr trionfare, giunge a Roma notizia : Catulo battuto, i Cimbri in Italia. Erasi Catulo appostato in quel punto della vai d' Adige, ove il fiume scorre fra dirupate strettezze, detto poi la Chiusa, Disposte genti sulle allure , avea unite le due rive del fiume con un ponte, cui signoreggiava forte castello. Ma nulla resistette all' impeto de' Cimbri, i quaii presi i Romani alla sinistra del fiume, colle prove d' audacia le più disperate, abbandonandosi giù per ripide chine, precipitandosi eog'i scudi nella corrente, li sgomentarono in modo che cominciarono a lanciare disorLlinaiamentc i posti, ed a Catulo non rimase miglior partito che movere le insegne, e dare aspetto di ritirata, a quella ch'era per diventar fuga. Allora gl'invasori espugnato il castello -, passato il fiume, sopra una diga formata d'alberi svelti ed accatastati nel letto, sboccarono e si diffusero sul piano.

Mario abbandona il trionfo; richiama le legioni; si riunisce a Catulo ch'evasi trincerato vicino a Brescia; frattanto i Cimbri avevano fatte devastatrici escursioni sul Veronese, aspettando i Teutoni, coi quali marciare

2 Di questo castello parla il coinpendiatore di Livio : Ad /lumen Alhesim castellimi editum. Scipione Malici volle ravvisarne le traccie in alcuni ruderi clic si Irovano sul monte Pastello. Il sito è opportunissiino, fu munito parecchie volte nei lempi sucees>ivi. Nel 1848 gli Austriaci sul lianco dello stesso monte piantarono una batteria molesta as'i Italiani che erano a Rivoli ; a guerra Imita vi costruirono il forte che ora si vede.

sopra Uoma. Ma poiché in seguito ad una legazione inviata al campo Mariano, intesero la rotta dei compagni e videro i capi incatenati, il combattere divenne desiderio e necessità.

Nel mezzo di quella pianura oggidì penosamente coltivata, ma fin a un secolo addietro, quasi deserta, che ad occidente della città stendesi fino ai colli di Somma Campagna, in un sito chiamato Campi Condii o Cauri, succedette la terribile pugna, il giorno prima delle calende sestili, Tanno dcu di Roma. Oltre alle consolari legioni, il sole avverso ed ardente, e la polve infocata combatterono contro i Cimbri ; la sconfìtta fu pieni e terribile; Beorice re, ed i capi restarono sul campo fra turba infinita. Spettacolo atroce presentavano i trinceramenti, ove le donne, sui plaustri, discinte e agitai? come l'urie, uccidevano i pochi fuggiaschi e gl'irruenti nemici, trafiggendo infine se stesse, ed i propri figliuoli.

Speciale interesse hanno questi fatti por noi ; sì perchè accaduti, pos-siam dire, in vista della città stessa, sì perchè un avanzo di quelle genti, o i campati dall' eccidio, o qualche rimasuglio dell' orde immigranti, ri-covratosi nei monti nostri e del Vicentino, vi perpetuò la lingua e la discendenza dei Cimbri.

L'invasione Cimbrica, oltre alla rovina dei terreni, ebbe una trista conseguenza per noi anche sotto i'aspetto politico, essendosi in seguito ad essa fatto più gravoso il legame che avvinceva Verona alla Romana repubblica.

Ma passato quel nembo ristorossi per lunga pace. Fu estranea alle armi civili di Mario e Siila, di Cesare e Pompeo, e alle guerre tra gli uccisori e i vindici del dittatore , per le quali pianse Mantova troppo vicina a Cremona.

La lunga quiete fortemente concorse allo sviluppo della coltura intellettuale ed alla materiale prosperità di Verona; allora appunto fiorirono tanti scrittori, da non sottostare, per questo riguardo, se tolgasi Roma, a nessuna città, colonia o municipio italiano; e quanto alla sua grandezza e magnificenza ne parlano gli autori, e più eloquentemente le ancor ammirate rovine.

Alla metà del primo secolo imperiale, fu insanguinata dai pretendenti. Poiché essendo stata la Cispadana teatro della guerra fra Ottone e Vitellio, qui era rimasto il nerbo delle forze di quest'ultimo vincitore. Proclamatosi poi in Oriente Vespasiano % e dichiaratesi per lui le legioni dell' Jl-

"> Panvinio colla scorta di una lapide, che parla d'una gente Flavia, appartenente a Verona, vorrebbe oriundo di qua Vespasiano. Ma Svelonio dice chiaro, che quegli era nato umilmente presso Rieti. Verona ebbe non poca parte al trionfo del partito Flaviano, e ne fu lodata da Tacito (L. III).

! ROMANI 309 Jirio e della Pannonia, Verona fu base delle strategiche operazioni, poiché consultando in Padova Primo e Varo ed altri che teneano Vespasiano ove fosse a far piazza d'armi, fu scelta Verona ; sì perchè avea campagne aperte opportune alla cavalleria ; sì perchè parea accrescere riputazione all'impresa se fosse tolta a Vitellio una colonia ricca e munita.

Nel passaggio occuparono Vicenza patria di Cecinna generale Vitelliano; ma « nei Veronesi fu bene impiegata l'opera, poiché colle ricchezze e coli'esempio giovarono al partito ». La cinsero poi d'assedio i Vitelliani « ostentare virus et militari vallo Veronam circumdare placuit » ma fu breve e senza frutto, che condottosi da Antonio Primo l'esercito di Flavio verso Bedriaco, una battaglia vinta favorì Vespasiano e diede il crollo alla fortuna di Vitellio (70 dopo Cristo), il quale ucciso, rimase il trono ad una successione, meno Domiziano, d'ottimi principi; fra questi M. Aurelio e L. Vero, che sconfissero Quadi, Marcomanni (106 d. C). Altre guerre di pretendenti s'ebbero più tardi sul Veronese (dal 2^6 al 249 d. C.) ; la prima tra Giulio Massimino, Balbino e Puppieno; 1'altra fra Decio e Filippo. L'ultima venne decisa nella nostra città, uccidendovi a tradimento Filippo, dopo la battaglia.

Ma pur troppo s' accresce l'importanza di Verona co! farsi più minacciosi i barbari presso l'Alpi, decantata barriera, che l'Italia solo protegge da! vento di settentrione.

I famosi confini d'Augusto minacciati prima, difesi a stento più tardi, alla metà del secolo terzo non esistevan più. Il pericolo incalzava regnando Gallieno, al cui tempo i Germani, se crediamo ad Eutropio, erano giunti sino a Ravenna. Queir imperatore pertanto munì la nostra città di nuove mura '', e la rinvigorì con una colonia militare, che vi condusse. La celerità colla quale furono erette, mostra che se n'avea urgente bisogno ; l'iscrizione dedicatoria 8, reca che cominciata T opera ai tre d'aprile in nove mesi era bella e compiuta.

4 Mura di Gallieno, (V. editizj e pianta di Verona).

5 Ecco l'iscrizione, quale tuttora si logge sul fregio della gemina porta già in quelle mura compresa. I caratteri attuali risultano dagli incastri delle lettere di metallo, delle luali nulla si è conservalo.

colonia . avgvsta verona . nova . gallieniana . valeriano ii et . lvcillio . coss . mvri . veron . fabbicati . ex die 111 non . ai'iulivm

deoic Piti. non. oicembris ivbente sancissimo gallieno av g. n. insistente avr. marcellino v. p. dvc. dvc. cv1unte ivl. marcellino

L'iscrizione italianamente direbbe: « Verona colonia augusta (d'Augusto?) (ora) nuo-, * Vamente colonia Gallieniana, essendo consoli Valeriane» per la seconda volta e Lucilio,

310 PROVINCIA DI VERONA

Quesla è P ultima memoria che si abbia relativa alla deduzione di Romana colonia, talché a Verona sarebbe toccata la finale partecipazione al gentil sangue latino.

Ucciso (268) per congiura Gallieno, mentre combatteva contro Aureolo, fu acclamato dall'esercito Claudio, a grande ventura; poiché appena vinto Aureolo dovette volgere le armi contro i Germani, i quali, ch'amati dall' usurpatore, eran giunti in Italia, minacciavano la nostra città. Ven-ner battuti dall' imperatore presso il Benàco nella Lucana. Gran parte peri in battaglia, il restante cacciato fuori d'Italia; Claudio, per questa e le successive vittorie acclamato Gotico o Germanico, ebbe tregua dai barbari, non da' suoi figli che mattamente si laceravano.

Qui pertanto combatterono Carino e Giuliano, onde il panegirista di Costantino chiamò « Verona di civil sangue macchiata » ; al finire di queste contese cadde l'impero in Diocleziano (284), del quale e del suo collega Massimiano Erculeo , si han leggi segnate a Verona. In quest'epoca si manifesta, pel sangue dei martiri, introdotta già fra noi la religione di Cristo.

Non c'è che dire; i tratti della nostra storia portano tutti la misera impronta generale del tempo.

Neilo smembramento dubbiamente bene ideato da Diocleziano e ladramente mantenuto dai succeduti, Massimiano e dopo lui Massenzio suo figlio ebbe l'Italia, ma ben presto calò di Gallia a contendergliela Costantino. Impadronitosi di Susa, vincitore a Torino, accolto a Milano, non volle lasciarsi a tergo Verona, nella quale erasi fatto forte Ruricio Pom-pejano, uno dei più valorosi generali di Massenzio. Passato superiormente l'Adige, Costantino la cinse d'assedio, ma gli assediati vollero battaglia; fu sanguinosa per ambe le parti, e Ruricio vi perdette la vita. Non per questo la ciltà s' arrese, e soldati e cittadini ripulsarono vigorosamente Costantino; alla fine fu a viva forza espugnata, indi abbandonata al saccheggio che, come rilevasi dal panegirista di Costantino, fu de' più rovinosi. I soldati ebbero salve le vite; quando rimostrossi al vincitore che non v'era sufficienza di catene, ordinò che si mutassero in ceppi le spade; la parola è l'uomo.

Costantino fortunato per questa e per la sommessione d'Aquileja, potè proseguirò l'impresa contro Massenzio e compierla in meno di due mesi

• i muri dei Veronesi furono fabbricati dal giorno 3 d'aprile; il giorno 4 di novembre » dedicati. Volendo cosi Gallieno inviolabile Augusto nostro, ad istanza di Aurelio Mar-

• Cellino condottiero di ducento, assistente Giulio Marcellino.

I ROMANI 311 dagli avvenimenti narrali. L'ossidione di Verona figurò più tardi fra le decorazioni dell1 arco, eretto dal senato al maggior nemico di Roma.

I Goti, che sugli albóri stessi della loro sistemazione politica, spinti a tergo dagli Unni, eransi rovesciati sull'Or ente, alla morte di Teodosio, il quale avevali infrenati, mossero contro l'Italia. Ricaviamo da Claudiano che presso Verona fu P ultima battaglia tra Slilicone ed il Visigoto Alarico, il quale dopo la sconfitta di Pollenza, mutato consiglio e rotta la fede, voleva resistere ancora « L'Adige allora travolse al mare i fiotti rossi di gotico sangue » 6. Non cosi poi, quando sette anni dopo ripassò accompagnato da Ataulfb, socio nella sped zione. La calma succeduta all'invasione fu rotta dall'armi di Co-tantino, acclamato Cesare in Brittania e sceso quindi in Italia per difendere, come egli diceva, 0 per ('spogliare affatto , come dicevano Ì potenti alla corte, l'imbelle Onorio. Qualunque fosse la sua mente trovò m<rte proditoria per ordine di Onorio stesso vicino ad Arilica (Peschiera) sul Mincio, teatro destinato a scena anche maggiore.

Imperciocché quella strana congerie di popoli, che sotto il nome di Unni aveva rovinato l'impero gotico di Ermanrico, trovato in Attila duce condegno, passò sterminando dal Tanai al Beno, che non arrestila ; battuta e respinta sui campi Catalaunici da Ezio, ricalcate le proprie orme sino al basso Danubio, regnante Valentiniano , scese in Italia. E già noto quanto raccontino le leggende e quanto accetti la storia intorno alle imprese del flagello di Dio. Verona non fu esente" alle ra Pine degli Unni. Di qui, dove, meno Aquileja, nessuna resistenza notevole avea trovato, stava Attila per scendere nell'Italia centrale, Quando fu rattenuto da un avvenimento abbellito e svisato in gran Parte nei racconti del cristiano Occidente. La corte di Valentiniano deponendo una pace comperata ad una nuova vittoria d' Ezio, mandò contro l'Unno legazione, preseduta da Avieno, uomo consolare, e dal pontefice Leone I, il quale univa alla cristiana virtù spiriti e coltura romana. (Vedi qui dietro Vaffresco di Rafaello).

Attila cauto più che non si creda, geloso di Ezio, superstizioso, avaro, superbo, poteva meglio sperare dall'impresa riuscita? non avventuravasi oltre IJ° coll'esercito romano di fronte; frangeva senza battaglia la spada di Ezio; "'ceveva tributo per la pace cui concedeva alla maestà dei Cesari e dei Pontefici supplichevoli davanti a lui ; (452 d. Q.) accettò, e l'Italia fu salva.

Al cadere dello Impero (470) Verona, come tutte l'altre città italiane, Passò sotto il dominio, qual ch'ei fosse di Odoacre, e quindi dei barbari

Claudiano. De VI Cons. lion.

Scontro di Leone l con Attila

Tenuti dopo; ma tanto profonda radice tra noi avea messo la coltura latina, che per quanto fossimo esposti ai primi impeti, alle ripetute rapine, alle prolungate stazioni dei settentrionali, ne serbammo sotto parecchi aspetti traccie luminosa.

APPENDICE B

I Cimbri.

Ella ò cosa singolare che nelle nostre montagne confinanti colle vicentine e colle trentine, in un tratto di ben dodici villaggi nel mezzo de' quali è Selva di Progno., parlisi una lingua diversa da quella parlata tutt'all'in* torno. Non v'ha dubbio eh' essa non appartenga al ceppo germanico, e il più mirabile si è, questa lingua meglio avvicinarsi al tedesco settentrionale che al meridionale, onde non poca meraviglia reca il veder gente attorniata da dialetti italiani, rozza e vissuta ab immemorabile t far carbone, conservare il tipo della vetusta lingua germanica; eccone un saggio nell'orazione dominicale, che ciascuno, volendo, può raffrontare con quella in pretto tedesco moderno, t Vater unser der du pist in Himmeln ! a Gheheilig say dai Nani ; und zua keme dain Ranch; dain Bis geschie-« ghe bie in Himmel, also auf Erden ; unser taglich Proat ghib uns haut, « un verghib uns unser schiulden, als auch bier vergheben unser schul-» dighern und fu ere uns nicht in Vcrsuchung sondern uns erlùse von « dubel » (Dulser, dialetti romanici) Qualcuno però potrebbe appuntarci aver noi esposti, senz'ombra di dubbiò, fatti che sono fortemente conlra-detti ; dirsi da Plutarco la lotta dei Cimbri non sotto Verona ma presso Vercelli accaduta; non Cimbri dei tempi Mariani, ma Goti, ricoveratisi colà nel V e VI secolo, esser gli abitanti in Selva di Progno e negli attigui Comuni. Noi ci dichiariamo una volta per sempre sciolti da quella ridevole vanità, che tortura la storia per accrescere importanza al proprio paese, ed esponemmo i fatti nel modo che ci sembra più verisimile, nè più nè meno. Quanto al sito della battaglia, Plutarco è il prime ed il solo antico che accenni Vercelli. L'autorità di lui, massime ne'fatti Sillani e Mariani, varrebbe per mille, se egli medesimo non annientasse quell'asserzione, con quanto dice prima intorno alle posizioni dei belligeranti, seguendo le quali, posto ch'ei tacesse il luogo della pugna finale, chiunque lo collocherebbe, in forza del racconto, sul 'piano tra Verona ed il Mincio, per lo che non ardito è supporre che la parola Vercelli, in cambio di Verona, sia un errore penetrato ne' codici e perpetuato nelle stampe

Illustra*, del L. V. Voi. IV.

ve

del biografo greco. Si aggiunge un argomento del quale ogni sensato deve fare altissimo conto, ed è la vulgare tradizione di que'fatti, che dura tra noi, e con la quale s' accordano parecchie appellazioni locali.

Tal quistione collegasi coll'altra del ceppo cui appartengono i montanari di Selva e de'circostanti comuni. Abbiamo ad osservare anzi tutto come parecchi, indotti forse dalla somiglianza dei suoni, abbiano confuso i Cimbri coi Kimri; razza germanica i primi, celtica i secondi. Ammesso questo, cade una quantità di osservazioni dedotte in contrario dalla etnografìa e dalla geografia. Resterebbe a più forte ragione ad esaminarsi due passi, l'uno di Ennodio, l'altro di Cassiodoro, dai quali vorrebbesi inferire che quei Cimbri, sieno discendenti da qualche frotta di Tedeschi sbandati, ricevuti in Italia da Teodorico. Ma Ennodio parla con tanta vaghezza, che le sue parole si posson, non che ad altro riferire, all'intera migrazione ostrogota. Più preciso è Cassiodoro quando prega Clodo-veo re dei Franchi a non voler perseguitare le reliquie d'alcune tribù germaniche,' da lui debellate, oltre i confini del regno di Teodorico, il quale avevagli presi in tutela. Noi preghiamo il lettore a richiamarsi in mente i confini del regno di Clodoveo e di giudicare dopo, quanto fosse necessaria questa raccomandazione a favore di gente, già arrivata nella montagna veronese. Del resto l'opinione da noi tenuta fu propugnata da Panvinio, Sigonio, Maffei; Cantò pure v'inclina nella Storia degli Italiani.

APPENDICE C

Incontro di Leone I con Attila.

Intorno al preciso luogo di questo famoso incontro non parmi fuor d' opera dire qualche cosa, essendo stato soggetto di discussioni fra illustri eruditi. Sorgente prima del racconto è lo storico Giornandes, il quale cosi s'esprime: ìiaqne dum ejus (Attilop) animus ancipiti negotio inter ire el non ire {Romam versus) flnctuarel, secumque deliberans tardar et, piacila ei legalio a Roma adrenil. Nam Leo papa per se accedil in acroventu mam-lulejo (così) ubi Mincius amnis commeanlium, frequentatimi e transitur. Qui mo% deposito furore, promessa pace, discessit. (De rebus Gelkis). Paolo diacono, che scrisse tre secoli dopo, fu primo ad indicare lo sbocco del Mincio in Po, come luogo ove il fatto fosse accaduto. Novissime eo loco quo Mincius in Padum influii (Ihmni) castrametati sunt. Gli scrittori successivi, senza cercare più in là, non dall' oscuio Gioinandcs ma da Paolo diacono copiando

APPENDICE 315 •parlarono tutti dello sbocco del Mincio. Nel 1606 Francesco Gonzaga vescovo di Mantova, seguendo quelle indicazioni, alla sinistra del Mincio sotto Gover-nolo fece edificare una cappella dedicata a san Leone, in cui votiva iscrizione diceva : Hic est locus Celebris Me, ubi in Padum olim Mincii defluen-tibus undis, Leo I P. M. Anno D. 454 (così) Allilam flagellimi Dei proe-senlia minilabunda Petri el Pauli aposl. muuilus admiranda eloquentia sua, a Romance urbis et lolius ìlalìm devaslalione removit. Cujus tanice rei memoria ne deperirei, fr. Franciscus Gonzaga Ep. Mantuanus, wdiculam posuit ac S. Leoni dicavit. A. C. MDCVI. in tal guisa alla volgare opinione s'aggiunge il monumento. Ma la falsità della cosa è troppo evidente: perchè Giernandes, più vicino ai fatti e perciò più attendibile, parla del corso e non dello sbocco ; perchè nen puossi nè provare nè argomentare che alla foce il Mincio avesse uno dei più frequentati passaggi: ubi Mincius... coni-meantium frequenlatione transitur; perchè infine, e questo vale per tutti, il Mincio allora di là non passava. A tempi romani l'emissario del Benaco, dopo essersi impaludato intorno a Mantova volgevasi sensibilmente all'est, dividendo le sue acque, parte ne dava all' Atriano, parte ne versava in Po sopra Ostilia. Il presente letto fra Mantova e lo sbocco è opera fatta intorno al mille, nell'intento di provedere alla salubrità della terra, trattenendo nel lago una maggior massa di acque col sussidio di moderatore Gaber-num, intorno al quale formossi e crebbe una bella e grossa borgata che ne trasse il nome e che Dante chiamò Governo. (Vedi Bertazzolo Sostegno del Mincio a Governolo).

Scipione MafTei fu primo a negare quello che ricantavano tutti. «■ Questo « famoso abboccamento, cosi esprimesi nella Verona Illustrata, di san Leone « con Attila seguì nel Veronese, nel luogo ove ora abbiamo Peschiera, il « che si fa chiaro da Giornandes, il quale lasciò scritto seguisse ove si « passa il Mincio, e ove il passaggio di tal fiume è molto frequentato « da quelli che viaggiano, con che viene ad indicarsi il suddetto sito pel * quale corse sempre la imperiai via da Milano ad Aquileja poco discosto « dalla mansione di Sarmiòne » Ciò è giudizioso tanto e fluente dalle parole di Giornandes, da preferirsi senz'altro, anche non accetlando la violenta emendazione della parola Arrovento nell'altra Arilico, che indi appresso propone.

Filiasi (sui Veneti primi e secondi) e dopo lui il nostro Angelini (Bibl. Italiana) con buon corredo di osservazioni stanno per Ponte Molino; ciò che infine non fa che modificare ed acconciare la prima opinione. Noi aderendo in sostanza a quanto dice MafTei, siamo d' avviso che, il luogo del memorabile incontro sia un pò al mezzogiorno di Peschiera a sinistra del Mincio. Primieramente colà per evidenti indizii riteniamo fosse la via Gallica; strada che da Sommacampagna s'inoltra al Mincio, e che vi è ancora, in parte ridotta alla moderna, in parte avvallata, malagevole come tutte quelle de' tempi andati; questa menava certo al passo del Mincio.

Avanzo, a dir vero, d'opera antica nessuno, ma ce lo attesta il nome di • Ponti, rimasto ad un paesello un pò dentro dall'altra riva del fiume. Se non ci facessero paura le allucinazioni di questo genere vorremmo vedere Y Aerovento di Giornandes in un'altura presso quella via chiamata tuttora Monte-Vento. Meglio ci afforza, il nome d'una piccola terra sui margine* del Mincio chiamata Salionze. Sarebbe azzardoso l' asserire tal nome corruzione di san Leone o san Leonzio, ma così appunto lo troviamo indicato in carte antiche, segnatamente nella descrizione del nostro territorio, fatta da Bernardo Brugnolo nel secolo XVI, (trovasi nel Thealrum Orbis di Abramo Ortellio Geografo di Filippo IL) In questa denominazione, ben meglio che nella lapide del vescovo Gonzaga, non è difficile ravvisare una traccia della memoria devota serbatasi colà verso il pontefice, che aveva associato il proprio nome alla cessazione del flagello.

HI,

Condizione del Veronese sotto i Romani.

Quale fosse la estensione del nostro territorio, i luoghi notevoli di esso, lo stato della città durante il periodo rapidamente da noi trascorso, nessuna espressa e diretta memoria ci dice, ma solo possiamo dedurlo in parte, ed argomentarlo da parecchi tratti d'autori, dalle vestigia di monumenti e dalle conservatesi denominazioni.

Toccammo già, come una delle più valevoli guide a rintracciare i confini antichi, sia P osservare quelli delle giurisdizioni episcopali, che in principio si conformavano agli scomparti politici, ricevendo in seguito pochi e verificabili cambiamenti. Ora i confini o esistiti, o presenti della Diocesi nostra si attagliano decisamente con quelli che, non senza altri appoggi, riteniamo fossero dell' antico territorio Veronese.

Avevamo adunque a mezzogiorno il Po. Questo ricavasi da Tacito e da Plinio; dice il primo che Ostiglia era vico dei Veronesi; l'altro che era sul Po. E veramente per lunga età fu nostra quella nobile terra, e ci fu tolta solo dopo caduta la signoria Delia-Scala. Ad occidente era confine il Clusio (Chiese), come si ricava da Polibio; e forse lo era in gran parte anche nei corso superiore, poiché ci attesta Plinio che il Benàco era « nell'aro Veronese », ed in giurisdizione de'Veronesi fu ritenuta ne'tempi di mezzo e sotto la Repubblica Veneta 1' acqua tutta del lago, °nde Riva stessa, da due insigni documenti capitolari, si fa appartenere al nostro contado.

Per quanto ci venga contraddetto, ogni storica presunzione estende fino ad Ala il nostro confine settentrionale '. A mattina men grave alterazione subì, e ne lo accerta 1' antichissima denominazione della Torre di confine -, ed il sapere che apparteneva al veronese Colonia, come rilevasi da un carme Catulliano.

* Vedi Stoffella della Cuoce. Confine tra il Veronese ed il Trentino a' tempi dei Romani.

2 A sette chilometri da San Bonifacio verso Montebello. La torre venne innalzata a tutela del loro confine orientale dai Veronesi, essendo imperatore Berengario, i come rica-

In molta parte più ameno e pittoresco dovett'esser il territorio a quei tempi. Una mal avvisata ed avara smania di coltura non aveva per anco abbattute le selve d'aceri e di quercie che coprivano i fianchi dei monti, ne' dissodato pascoli per cambiarli in isquallidi campi; non per questo era mcn ricco di prodotti, o men coperto di borgate nobili e popolose.

In luogo di delizia è il Bendco. Sulla riviera occidentale di esso era Tusculano, più sotto Sala (Salò), dal margine d'un interno bacino vedeva sorgere di fronte, sul ciglio d' erto promontorio, e specchiarsi nell'onda soggetta, un tempio di Minerva (Manerbas), divinità tutrice della vicina valle, a cui la mitezza dell'aria, ed il lussureggiare degli ulivi e degli allori, fece dare il nome della Dea (Ateneja-Val-dénese). Scendendo per questa, presso la svolta della riviera scontratasi il podere della gente Decenzia 3. Costeggiando il lago, lasciando a destra una selva che dava il nome di Lucana al vasto tratto di paese, dove Claudio imperatore sconfisse i Germani, si presentava la stazione mditare che traeva il nome dalla vicina Sirinio (Sirmione).

Poche ville antiche in tutta Italia van cinte di tanta rinomanza e destano tuttora tanto interesse, quanto questa, già dimora di Valerio Catullo. All' estremità della penisola, sostenuta in gran parte da sostruzioni che sorgevano dall' onde, biancheggiava tra il fitto degli ulivi la casa del molle ed elegante poeta. In quella del padre di lui era accolto Giulio Cesare; ivi Catullo fra gli studj e i facili amori passò parte della vita , così fuggevole a chi la gode; e forse qualche secolo dopo, sotto quell'istesso tetto, ebbero asilo i discendenti dell'imperatore Probo, esulanti da Roma 4.

Lasciala Sirmione, continuando a costeggiare il lago, giungevasi per breve tratto ad Arilica 5 borgata notevole, se non già sin d'allora castello.

vasi dalla seguente iscrizione, che ora esiste nel nostro museo fu demolita da Ezzelino nel vm.

an. X DCCCCXX IMPERATE BERECA RIO AVO. m VERONEN 1ianc TVRRE IN ag.... S. CONST.. R

(agro sanclo conslituere?)

3 Tale, e non altra riteniamo l'origine di Desenzano. Della gente Decenzia parlano alcuni dei nostri marmi. A Desenzano si scavarono in varie epoche lapidi, monete, lucerne, frammenti di colonne milliarie, un sarcofago con bassorilievi ed iscrizioni e qualche pezzo di musaico. Di tutto ciò v'ha un esatto disegno presso quel ginnasio convitto. Il silenzio degli scrittori antichi ed il nomo stesso ci fa supporre Desenzano villa non vico.

4 Vedi l'appendice D.

5 Dubitarono alcuni se Arilica, altrimenti Ariolka, nella tavola Peutigeriana Arde-lica, fosse nel luogo dell'attuale Peschiera. Lapidi scavate sul sito tolgono ogni dubbio.

SOTTO I ROMANI 319 Era in essa il collegio dei nocchieri del lago, abituati certo al mare, poiché a que'tempi il Mincio era navigabile sino al mare. Per cui Catullo nel carme Phasellus, n arrate agli ospiti le vicende di quel naviglio, ne' mari d'oriente, soggiunse che nessun voto a littorali Numi avea l'atto per giungere « a mare... liane ad nsque lìmpidum lacum », e Virgilio cantando >En. I. X) i guerrieri, dalle sponde benacensi, partiti in soccorso di Troja. dice:

lime quoque quingentos in se Mesentius armai ' Quos palre Benacoy velatus arundine glauca Mincius infesta ducebat in cequora pinu.

Non molto lunge verso oriente, Benevento (Castelnovo) a dieci lapidi da Verona; più in là que' Campì cauri celebri per la disfatta dei Cimbri. Risalendo verso il nord si presentava la gola Clusa (Chiusa; per cui l'Adige scende. Cominciò fin dall'invasione cimbrica ad aver celebrità infelice. Ai tempi della guerra Vitelliana le legioni tagliarono romanamente la rupe, agevolando al fiume la discesa ed il passaggio ai barbari. Dall'altra parte, alle falde dei monti Breunj stendevasi, aggregato di molti, la bellissima valle Breunìana " ; fiorentissima v'era la coltivazione delle viti, ed i suoi vini bramati alla mensa dei romani Luculli. Qui la popolazione degli Arusnati conservava i nomi e le memorie etrusche. Salendo poi gli estremi lembi dell'Alpi, all'apertura di bella ed ombrosa valletta, quasi Tempe dedicata al Sole, potevasi scernere dall'una parte Verona circuita dall'Adige, dall' altra la valle di P. Azzio. In questa, non lontano dalla quinta lapide, (Quinto), un luco avvolgeva nelle sue ombre misteriose tempio fregiato di marmoree colonne7, e presso questo un antro artificiale, destinato al culto arcano d'alcuna divinità.

Al di là di questa, tra colli vestiti d'ulivi (Olive), sopra un suolo rigato da vivacissime acque, Monte Aureo eranvi le splendide ville delle famiglie Cincia, Ottavia, Ferma, Valeria 8. Ma più rinomato era Cal-wrio, come ci dice il nome, ricco d'acque calde. Petronio Probo, Pc voto vi avea fondate le terme sotto il consolato di L. Lentulo e di Lucio Pisone (1 di Cristo) dedicandole a Giuno. ond' ebber»

^e lavori fallisi rial corso decennio per ampliare ed affondare il porto qualche pezzo di "*Wvo che si dovette abbattere avea tutta l'impronta di manufatto romano.

6 Pruinianaj Proviniana viene detta variamente nelle scritture antiche ; più tardi «Ome divulgalo e celebre di vai Policella, il quale potrebbe tuttavia essere antico.

' Ad stillas, onde la posteriore denominazione di Stelle data a quella borgata. ^ 8 Nomi recati da iscrizioni scavate su' luoghi (Vedi Saraina e Panvinio) In varii (RlPi sterraronsi pure a Montorio frammenti d'urne, di musaici, monete, idoletli ed altri •«getti d'antichità che ne manifestano l'agiatezza ed il lustro antico.

nome di terme Giunonie ». Procedendo al mezzogiorno era Colonia, ricordata dai versi di Catullo, Limniaco sull'Adige, e tra questo fiume e YAtriano (Tartaro) quelle paludi contro le quali appostossi Cecina generale di Vitellio ; finalmente Ostilia, centro della navigazione sul Po ed una delle chiavi pel transito alla bassa Italia; celebre per la industria della mellificazione , ma più assai per essere stata patria di Cornelio Nepote.

Quasi al centro de' luoghi rapidamente accennati, più illustre, più antica di tutti, Verona: Su quale delle due sponde dell'Adige fosse dapprima fondata non è certo; noi però penderemmo pei colli, di che rimane ancora una vaga tradizionale memoria; ma da tempi storici in poi comparisce sufi' una e sufi' altra sponda, addivenendone però parte maggiore quella a destra del fiume, il quale in questo luogo non cambiò mai notevolmente di corso. Onde Silio Italico, non badando a ciò che rimaneva a sinistra, disse Verona dall'Adige circondata. E, bene invero, tale poteva l'antica ciltà considerarsi, poiché il fiume circuivala da tre lati, mentre l'altro ne chiudevan le mura l0.

Che prima del secolo III cristiano Verona fosse munita possiamo argomentarlo da Plutarco e meglio da Tacito; ma la prima cinta di mura che si possa indicare è quella eretta ai tempi di Gallieno. Fatte rapidamente con pronti e non scelti materiali rammentavano quelle di Atene costruite, volendo Temistocle, coi marmi dei sacelli e delle tombe. Erano tuttavia poderose, altissime, sormontate da merli, afforzate con torri frequenti. Partivano dall' Adige ( sopra Sant' Eufemia ) si prolungavano fin dietro l'Anfiteatro, servendo di base al vallo che lo circuiva; indi ad angolo quasi retto ripiegavano, raggiungendo novamente il fiume. Nel loro andamento comprendevano parecchie porte, ma due cospicue per isfoggio d'architettura. Non possiamo con franchezza asserirlo, tuttavia egli è probabile che la città, prima di quest'epoca, fosse munita anche alla sinistra del fiume.

9 Sotto la tutela di questa dea son le terme; lo dicono le seguenti iscrizioni. Ve** il lettore quanto poco nera fosse per i gaudenti d'allora l'idea della morte.

« Gadius Magulla Her. Sccum non habet Junonis balnea, sed liabet omnia, Balnea, • Vina, Venus corrumpunt corpora nostra sed vitam faciunl B. V. V.»

« Quae mulluin Syrcnarum cantu dulcior, et quo ad Bacchimi in sodaliliis magis aurea Venere, quie eloqui voce clarior irundine, et quoe ad Junonis fontes ccelestia solatia C8" piebat, hic Turpilia jacet, Bisio liquens lachrimas cui fuerat solatium a pueritia; illa'1' autem tanlam dcmurri inopinate disjunxit amici lìam ».

10 Vedansi la tavola degli ingrandimenti di Verona e le relative indicazioni ; e eie •gni volta accada parlare dell'andamento o della località delle nostre mura.

SOTTO I ROMANI 321 Raccogliendo il detto intorno all' estensione di Verona, sembrerebbe poco convenevole raggiunto di Magna che le danno gli scrittori, e Marziale, per citarne uno, nel distico noto :

Tantum magna suo dcbet Verona Catullo, Quantum parva suo Manina Virgilio.

Ma devesi por mente come quel titolo potesse competerle pel confronto colPaltre vicine città ||, e come, anche senza di ciò, grande fosse veramente, per essere, quantunque in poco spazio, gremita di abitazioni e di popolo; per monumenti e per uomini illustri famosa. Badisi inoltre come alcuni edifizj si costruivano fuori delle mura ritualmente, altri per necessità come fu dell'Anfiteatro, e che infine era popolata, cosa facile a provarsi, buona parte della regione suburbana.

Tortuose e strette le vie, non meno qui che a Roma; nè il loro andamento diverso dal presente. Principale fra tutte la via Curriculare (il corso) attraversava la ciltà dal circo (Sant'Anastasia) passando pel Foro (Piazza dell'Erbe) mettendo ad una delle porte (dei Borsari), oltre la quale proìungavasi, fiancheggiala secondo il costume romano, da ceno-tafj e marmi funerarj. Questa via puossi considerare come il nodo dell'altre, che prolungandosi fuori legavano la città ed il territorio colle rimanenti parti dell'impero. Queste vie poi erano: i> La via Gallica percorreva il paese cispadano da Àquileja sino ad Eporedia; fu condotta l'anno 673 di Roma. 2.a La via Claudia Augusta, compiuta da Claudio I imperatore; cominciava ad Augusta (Vindelicorum) per Trento giungeva a Verona; di qua volgevasi ad Ostiglia; proseguiva di là del Po, congiungendosi colla via Emilia. 3.n La Posiumia, opera del console Sp. Postumio Albino nell'anno 606 di Roma, partendo dalla Liguria estrema, toccava Genova, Dertona, Piacenza, Cremona, Bedriaco; quivi giunta proìungavasi fino al Foro Giulio. Fu una delle prime vie che avesse colonnette miliarie ir\ ordinate dietro la legge proposta da Cajo Sempronio Gracco. Queste strade erano selciate da massi granitici, oscuri, di notcvol grandezza e spessore, mediocremente uniformati, e tali da sfidare il passaggio delle geli Vedi Plinio.

12 Un orrore degli antichi scrittori passato nel vulgo chiamò Emilia questa via; abbastanza confutò quest'opinione il Ma Ilei (Ver. III. t- 0- Che poi un (ratio di via in Ve-ror>a si chiamasse Emilia, ed Emilio un ponle sull'Adige nò neghiamo nè possiamo affermare. Ognuno sa da chi e quando condotta e per dove sia stata la vera via Emilia. .

t5 Ne! museo civico, venutavi dal Moscardo è una colonna inilinria, che appartenne tt questa via; porla il nome di Spurio Postumio Albino, soprascritto alla indicazione Numerica VIRI, il nome di Genova ed una cifra non intelligibile. È prova assoluta del-1 esistenza della delta via, la quale non comparisce segnata nella tavola Peutingerìana.

nerazioni; le esterne avevano un argine in mezzo alquanto elevato, due sentieri laterali per i pedoni ; dopo tanti sconvolgimenti , ne rimangono ancora traccie.

Or venendo agli edifizj, qual nobile aspetto non doveva presentar anzi tutto il colle che sorge alla sinistra del fiumeI Ne sormontava la cima il Campidoglio col tempio di Giove, al quale asccndevasi per amplissima scalea. Non molto discosto, sopra il pendio occidentale, erano le Terme; alla parte opposta sorgeva il Teatro, magnifica mole, dedicato a Ottavia sorella di Augusto u.

Varcato il fiume sopra il ponte marmoreo accedevasi al circo. Di fronte a questo la via curriculare guidava al Foro, decorato di archi agli sbocchi delle quattro vie che vi mettevano capo, di grandiosa basilica, e più tardi della statua già appartenente al campidoglio, e qui trasportata imperando Teodosio, per cura di Palladio consolare della Venezia e dell'Istria. Procedendo per la via nominata, scontravasi l'arco di Giove Ammone ed oltre la porta Gallieniana, la fiancheggiavano sepolcrali monumenti tra i quali magnifico era quello della gente Gavia.

Cenola/io de' Garj.

1i Vedi l'appendice H,

SOTTO I ROMANI 335 Sorgeva sopra un paralellogrammo, aveva quattro aperture, due maggiori alle fronti, due minori ai fianchi. Corintia elegantissima n' era l'architettura, tutto in pietra di taglio perfettamente lavorata. Nelle nicchie tra gli inlercolunnj minori delle fronti erano statue di alcuni Gavj ; tabelle sopposte ne recavano i nomi ; neh' interno aveavi quello dell' architetto l. viTRvvtvs l. l. cerdo architectvs. Altro indizio della splendidezza dei cittadini nostri era nel vicino ludo cui stava innanzi portico suntuoso. Un' iscrizione diceva Lucio Giustino averlo fatto, col consenso del popolo, lastricare e dipingere. Le quali dipinture eran forse quelle di Turpilio cavaliere, che, secondo l'attestazione di Plinio (Nat. Hist. xxxv, 50) si ammiravano in Verona

Da questa via rivolgendosi novamente alle mura, al di là del pomerio offrivasi il maggiore de' veronesi edifizj, l'anfiteatro, opera del primo secolo dell'impero. Sebbene minore per mole di quello eretto da Vespasiano, sebbene meno ricercata'e sfarzosa ne fosse l'esterna architettura, non dipartendosi dalle semplici forme toscane 10, nulla certo mancava alla sua bellezza severa ; costrutto poi in marmo soprastava a quello che era di fragile travertino.

Anfiteatro nello stato odierne.

15 Vedi l'appendice I.

IH Da Leon Battista Alberti, che primi) parlonne, in poi, molte cose meno esatte si dissero intorno allo siile, e specialmente intorno all'ordine toscano dell'anfiteatro. Rotta* mente ne disse il Malici, dandone i dettagli rilevati e delineati con somma esattezza Dell'ultima parte della Verona illustrata.

Sopra un*1 ampia olisse ripartita in setf.antadue spazj si elevavano in triplice ordine altrettanti pilastri, con piccole ma calcolate differenze e formavano la cinta esterna, che collegavasi al corpo dell' anfiteatro per mezzo di due volte continue lanciantisi dall'altezza dei due primi ordini, accessibili e praticabili sui dossi, i quai compresa l'arca terrena formavano gli esterni ambulacri.

A questa cinta succedevano tre zone concentriche, decrescenti in profondità ed altezza; ma le due prime formate da pilastri, murature, volte; quasi massiccia l'ultima imminente alla piazza centrale. Nella prima di queste zone si svolgevano le scale rispondenti alla parte più alta della gradinata interna; nella seconda quelle che mettevano alla media, e le carceri per le fiere ; nel massiccio dell' ultima erano praticate le scale in rispondenza diretta agli shocchi del podio.

Dietro questo di giro in giro allargandosi si alzavano i gradi anfiteatrali, fatti solo per sedersi; su tre di essi, più'profondi degli altri, detti precisioni mettevano a simmetrica distanza, le scale interne per semplici spaccature che chiamaronsi vomitorj. Da una precìnzione all'altra alternativamente, l'altezza dei gradi veniva tratto tratto dimezzata da un incavo di estensione sufficiente a farne risultare una scala che agevolava il distendersi della folla. Gli spazj intercetti da queste scale, chiamavansi cunei, i quali servivano alla distinzione dei posti che gli spettatori dovevano occupare secondo norme prestabilite. Ai tardo venuti toccava starsene in piedi sulle precinzioni, perciò detti excuneati Dietro al sommo gradino ergevasi una loggia 17 variamente decorata, accessibile al popolo, capacissima; profonda quanto gli ambulacri esterni coi quali già la noverammo.

Durante gli spettacoli, un' immensa tenda o velario svolgevasi sopra tutto il recinto; giocando su di un sistema di funi, accomodato a travi fisse verticalmente in una specie d' attico sovrastante alla cinta esterna, forse sostenuto da un'antenna piantata nel mezzo dell'anfiteatro.

Serbato ai magistrati, ai senatori, alle vestali era il podio, nitente di marmi preziosi, munito e fregiato da nobile parapetto, e difeso per un graticolato posticcio dì reti e pali dagli slanci delle fiere combattenti nell'arena. Così chiamavasi lo spazzo di centro, che all'occasione di spettacoli spargevasi di sabbia, talvolta preziosa. Due ingressi all'estremità del maggior asse davano sull'arena immediatamente, e servivano agli inservienti ed agli attori.

17 Grandiosa, armonica od in tutto degna dell'edilìzio è la decorazione marmorea di questa loggia, che vedesi nel Caroto. Malici vuole assolutamente che l'osse tutta in legno ; ■ cita passi d'autori che parlano d'incendj accaduti in altri anfiteatri, ed argomentando conchiudo. La quistiono forse resterà li; però senza dubbio erano di legno la impalcatura ed i gradi.

SOTTO I ROMANI 525 Gli spettacoli più comuni erano combattimenti di bestie, gare navali, pugne di gladiatori, e più tardi, supplizj di cristiani ls.

Ora chi legge, dia vita', immaginando tutto questo, abbracci con un giro d'occhio la moltitudine, e vegga sul podio lucente agitarsi le vesti delle vergini, le toghe dei consolari, i manti imperatori e la maestà dei fasci; e si figuri l'ampio volteggiar del velario ed i larghi sprazzi di acque odorose per nascoste doccie portare letizia e refrigerio agli spettatori; e questi foltissimi per i cunei e per l'immensa loggia, infinitamente varii di vestiti, d'atti, di volti, ora prorompere in applausi, ora intenti ansiosamente al dibattersi delle fiere, alle truci insidie dei gladiatori, al ferito che cerca morendo un'artistica posa.... Fonda, io dico, ed animi tutto questo, chi voglia farsi un'idea di que' virili spettacoli, chiesti come pane a quel tempo, esecrati con ostentazione nel nostro, che cerca onestar la fiacchezza col vanto, mediocremente vero, del mitigato costume *9.

18 D'uno spettacolo in parte andato a vuoto, per non essere giunte a tempo le pantere dell'Africa si ha menzione in una lettera di Plinio.

Quanto alle naumachie, nulla di certo, anzi nessun vero indizio, ma gli è un chiodo 'issato dai nostri archeologi, e sfumata quella tra i ponti della Pietra ed Emilio, la volerò nell'anfiteatro. L'opinione ingalluzzì quando negli ultimi scavi si trovò un acquedotto sotterraneo che esce dal perimetro dell'arena, ma la cosa e lontana dal l'esser provata.

È nolo quanto svariati fossero i ludi dei gladiatori. Nel museo dell'anfiteatro conserviamo una lapide di tale « generoso reziario, vincitore in ventisette pugne»; rara, forse Unica è questa in cui si abbiano scolpite l'armi usate in simile specie di combattimenti.

19 Vedi l'appendice J.

APPENDICE D

Le Grotte di Catullo.

Di tulio il suntuoso edilìzio che, secondo la voce popolare ed ogni probabilità, era la villa Catulliana, non rimangono che pochi avanzi, ma suf-licenti a dedurne la passata magnificenza. Doveva avere in pianta ben 200 metri di lunghezza sopra 100 di larghezza. Dallo stile di qualche accessorio ornamento e da rottami di capitelli sembra che l'alzato avesse decorazione d'ordine corintio; ma scomparve da immemorabile tempo. Mutili avanzi delle sostruzioni verso il lago, chiamati volgarmente le grotte di Catullo ; più sopra bel tratto d'acquidotto coperto da mirabile ammattonato ed un piccolo ricinto di muro su pianta quadrilunga è quanto ci rimane con calce primitiva. Negli scavi fattisi in varie epoche si trovarono statuette, medaglie, cippi, frammenti di doccia, marmi lavorati variamente; alcuni pezzi di musaico si scopersero da poco e non possiamo dolerci che sieno stati ri affida ti alla custodia di un qualche metro di terra. Ricco in simil genere di lavoro dovette essere stato l'edifizio, poiché, senza molte ricerche, dopo tanti secoli di rovina e di sperpero se ne trovano innumerevoli particelle (cubetti di tre a quattro millimetri) disseminate pel suolo, ora coltivo, dove innal-zavasi.

Nel 1801 il francese generale La Combe fece rilevare la pianta di quelle rovine dall' njlitanie di campo Milliny, lavoro pubblicato da F. Henin, capo dello stato maggiore del corpo d'armata che aveva assediato Peschiera ( Vedi Journal historique des opérations mililaires du siége de Peschiera: Torino 1801), unitamente ai piani d'assedio della piazza, ed a quelli di attacco delle trincee di Sirmione. Di là fu tratta quella che trovasi nella Descrizione del Com. Da Persico. Lavoro più completo, dietro dispendiose indagini, e con isfoggio di erudizione, compilò il conte Girolamo Orti, La Penisola di Sirmione (Verona 1856), dove si ha la pianta del fabbricato completa al sud, essendovi ingegnosamente tirato a far parte il pezzo detto il bagno, più il disegno preciso ed elegante d'una quantità di frammenti.

Delle lapidi Sirmionesi, nessuna si riferisce a Catullo. Tre sono votive, con caratteri di egregia forma, che le mostrano più antiche; una sepolcrale, due pubbliche, recanti i nomi imperiali di Costantino e di Giuliano.

SOTTO I ROMANI

327

APPENDICE E

(V. pai 319).

Sotterraneo alle Stelle.

La parte superiore di questo tempio scomparve, dando luogo ad una chiesa, ma intatto vi è il sotterraneo. Monsignor Dionisi pensò fosse dedicato a Mercurio Trofonio, avendovi rimarcato alcune singolarità convenienti a quel culto, come Tesser sotterra, lo scaturirvi una fonte, l'avervi simulacri con

Sotterraneo alle Stelle.

SC|,penti. Il genere di lavoro e più la forma perfetta delle lettere in qualche iscrizione darebbero a credere l'opera del secondo secolo almeno; il Venturi la reputa posteriore a Costantino volendo una sola persona il Pomponio Corbellano che la eresse ed il Pomponio, ricordalo in altre lapidi, Correttore della Venezia, dignità introdotta dall'organizzazione costantiniana,

528 PROVINCIA DI VERONA

ne inferisce quindi, quest'antro servisse di ricetto al culto idolatrico che in quell'epoca appunto perseguitato nelle città, diventava pagano. Noi accettando e ravvicinando le riportate opinioni, siamo d'avviso che il tempio potesse essere dedicato a Mitra, divinità del Sole Oriente, il cui culto, specie di sincretismo religioso in opposizione al Cristo, ebbe voga appunto al declinare di Roma. L'idolo di Mitra, fra i simboli ond'era carico, non mancava d'essere attorcigliato da un serpente.

Il sotterraneo consta di una stanza principale, con sfondi e nicchie, cor-rito], acquidotti, il tutto benissimo conservato. La maggiore edicola porta larghe traccie di buon pavimento in musaico. Fu sacrata al culto cristiano eia Papa Urbano III (1187), mail rito novello rispettò saviamente le memorie del caduto e la mensa dell'altare è sostenuta dall'ara gentilesca la (piale reca in bel carattere l'epigrafe:

ROMPONI AE ARISTOCLIAE ALVMNAE

Sopra l'ingresso al fondo della scala, moderna costruzione, venne collocata la lapide che ne ricorda il fondatore:

POMPON1VS CORNELIANVS P.F. ET IVLIA MAGIA CVM IYLIANO ET MAGIANO FILIIS A SOLO EECERVNT.

APPENDICE F

(V. pag. 320). Corso antico dell'Adige.

Opinione infondata si è che l'Adige anticamente non facesse a Verona i giro attuale, ma per via più breve proseguisse dal punto ove ora è Castel-Vecchio nella direzione dell'Adigetto, passando così davanti alla città ed anco a buona distanza. Tanto il Saraina e, dopo lui, disse il Panvinio. Mal'fei tenne la stessa opinione nell'opuscolo SuW antica condizione di Verona, ma colla schiettezza propria de' grandi uomini, si disdisse nella Verona illustrata, chiamandola « stravaganza senza fondamento, repugnante direttamente alle autorità degli scrittori antichi ed a ciò che tuttora apparisce ».

Gli scrittori poi a'quali accenna sono: Silio Italico, che indicò Verona Athesi circum/lua; Servio (ad Mn. L 8) che nominando l'Adige, lo dice fiume della Venezia, Veronam cìvitatem ambiens, espressioni l'una e l'altra di grandissima improprietà, se l'Adige non avesse allora fatto il giro come

SOTTO I ROMANI 329 oggidì. Ma testimonianza ancora più assoluta resta nel ponte della Pietra, in gran parte avanzo insigne di opera antica; perchè sarebbesi costruito il ponte se l'Adige di là non passava? Il grazioso poi si è che i sostenitori della impugnata opinione, non lunge dal detto ponte ne vogliono un altro, e fra questi due un bacino atto ad accogliere e sostenere l'acqua per le naumachie, innalzando, senza risparmio d'inchiostro, magnifico edilìzio per gli spettatori di maggior conto. Il disegno puossene vedere (intruso?) nelle Antichità Veronesi di Onofrio Pan vinto.

APPENDICE G

(V. pag. 320). Mura e Porte.

Intorno a queste mura ed alle porte compresevi nulla dicemmo di che si abbiano larghe vestigia. L'aspetto ce ne viene conservato da un bassorilievo dell'arco di Costantino dove si rappresenta la oppugnazione di Verona. Moltissimi avanzi ne abbiamo visibili ancora, con frammenti di cornici, di cippi funerar], con massi che hanno tutta la vista di avere appartenuto alla cinta esterna dell'anfiteatro. Quanto alle porte, erano più di tre. Assai verisimilmcnte una metteva dalla città al vallo che cingeva l'anfiteatro. Un'altra, ora spoglia d'ornati, solToìta da private abitazioni e di più intonacata e tinta, è quella che dalla corte Farina mette sulla via dietro la Gran Czara. Ma veniamo a quelle che dicemmo, e veramente sono cospicue. L'ima di esse attraversa la via del corso, e tanto in atti vetusti come nell'uso comune chiamala porta dei Borsari (de Dulsaris, v. de Bursaris) forse dal nome di famiglia che vi avesse case vicine. Dagli archeologi fu detta Porta GalHeniana per essere compresa nelle mura e per avere in fronte la dedicatoria iscrizione già da noi riferita. Ma elio tei porta preesistesse a quelle ce ne sono argomenti, prima la ricercatezza architettonica e l'abbondanza di membrature intagliate, cosa che ffial risponderebbe alla precipitazione con cui vennero fatte le mura; secondariamente la bontà dell'opera, che massime nella parte inferiore ci sembra indicar tempi meno decaduti dei Gallieniani; infine il vedersi, per dare luogo alla lunga dedicatoria, spianate le membrature ed invaso Io spazio dell'architrave, il quale però rimase intatto nello interstizio fra le due trabeazioni sporgenti.

Perdutasi ogni traccia, ogni memoria della parte interna, rimane l'esterna, bastevolmcnte conservala. Elevasi a tutta larghezza della via, e presenta tre

Illustra?, ilei L. V. Voi. IV. >rì

Porla GaUicnìana, o dei Borsari.

«comparti. La metà inferiore dell'altezza è tenuta dal primo. In esso le due aperture, secondo l'egregio uso edilizio dei Romani, hanno colonne, trabeazioni con timpani in bell'ordine corintio. Ne'due scomparti superiori, decrescenti, vedesi doppia fila di sei aperture, le quali sembreranno meschine a chi non sappia servir esse di feritoje.

Grande rassomiglianza riscontrasi fra questa porta e quella che vedesi ai Treviri conservata in ogni sua parte. (V. Cajntu' Monumenti d'archeologia e Mie arti).

Non a tutti piacque ad un modo; Serlio T aveva in dispetto, nò volle disegnarla coll'altre antichità di Verona; più spassionalo, e forse più giusto illustrolla il Caroto (Ant. Ver.). MafTei ne va in gloria. Per giudicare

SOTTO l ROMANI 331

rettamente, bisogna riflettere quanto nuoccia all'aspetto buono di essa, e lo starne sotterra una parte (ora solo il plinto, 40 cent, circa; ben più stamane a' tempi del Serlio), e il mutilo architrave nella trabeazione maggiore/e l'angustia delle superiori aperture, pur voluta dalla destinazione dell'edilìzio. Quello poi che riesce impossibile giustificare ò l'affastellamento di cornici, colonne, pilastri, nell'ordine di mezzo, degno di tempi anchefpiù decaduti. Tulfavolta, comunque si voglia giudicare artisticamante, ella è sempre interessante reliquia e speriamo che pur a fronte di] qualche|di-sagio e di qualche dispendio il buon senno civico non lascerà di provedere alla sua conservazione.

Per trovarsi nella contrada di egual nome (fra S. Sebastiano ed il ponte delle navi) volgarmente do' Leoni si chiama l'avanzo d'altra porta che dicemmo in elusa nelle mura di Gallieno, ed Arco si disse da qualche scrittore; che tale

Porta Lcona.

n°n debba ritenersi oggidì non fa duopo provare, essendo ben noto, per una Quantità di confronti, che archi trionfali con una e con tre aperture si presento, con due non mai ; per questo carattere della gemina apertura, per una

certa rassomiglianza colla sopra descritta, per la conosciuta esistenza di una porta in questo lato della città, per la conversione a questo lato delle mura di Gallieno, a noi pare fuor d'ogni ragionevol dubbio che a quelle appartenesse.

L'architrave sovrastante all'apertura, che rimane, essendo già da gran tempo minato quello verso la strada, porta la seguente iscrizione:

T. I. FLAVIYS P. F. NOUICVS 1111. YJR. I. D. \

Dalle quali parole il MafTei fu indotto a credere fosse questo l'ingresso al Foro giudiziale, senza por mente a quanto potesse contenere il restante della iscrizione nell'aichitrave attiguo (strano accozzamento di chi sa mai qual altra, e come accaduto, si è quello che soggiunge il Serlio, L. III). In occasione di sterro, discoprissi anche qui, alla profondità di circa m. 1. 30, dal piano attuale, l'antico lastrico, recante i profondi solchi delle ruote; altro indizio non lieve, che questa fosse porta di città, e non di Foro giudiziale.

Ora parlando della struttura architettonica, osservisi quanta l'armonia e la grazia, quanta ne sia la perfezione. Serlio, Scamozzi. Grutero, l'Addisson parlarono di questa reliquia; Perault la diede colTarco di Tito per modello dell'ordine composito. Oltre ai disegni recati dagli autori nominati e dal Museo Veronese, prezioso rilievo, fatto pei' mano di Andrea Palladio, ne possedè la biblioteca dalla città.

Al di dietro di questo circa 40 centimetri, esistono avanzi d'altro edi Il-

iaca Porta ai Leoni, secovxlo Panvinio.

SOTTO 1 ROMANI 553 zio, simile per dimensione e struttura, destinato chiaramente all'uso medesimo, però vario nel materiale (essendo parte in cotto e parte in tufo, mentre la precedente, coni'anche la Gallieniana sono in marmo) e vario nello stile. Nulla ornai della parte bassa, ma della superiore accessibile per la casa cui si appoggia, rimane bel frammento d'ordine dorico, trabeazione completa, dentelli nella cornice, triglifi e metope decorate da teschi e patere nel fregio, architrave a due fasce ed un fusto di colonnetta canalata. Gran dire già si fece dai critici in fatto d'arte per non vedere a questa colonna sottoposta la base ; ma più conosciute ed apprezzate in seguito le pure forme doriche della Grecia e della bassa Italia, scemò la meraviglia; tuttavolta questo rimase uno dei rarissimi esempi di colonna dorica senza base usata da buoni architetti romani. Quanto si disse per fissare l'epoca di questo lavoro è senza appoggio ; ma sembrando di poter collocare l'altro descritto, attesa la squisitezza delle forme, al primo secolo dell'Impero, questo, certamente anteriore, potrebbe riferirsi all'epoca repubblicana, onde noi non esitiamo a considerarlo come il più antico frammento d'antichità veronese. Fra i due archi inferiori il Saraina lesse sopra tabella i nomi t'. valebivs. q. c/ecilivs. q. SERViLivs. p. coRNELivs. Ora non ve n'ha più traccia.

APPENDICE H

Campidoglio — Terme — Teatro.

Col nome di Campidoglio s'indicarono alcune volte le rócche soprastanti alle città; dagli scrittori cristiani dei primi secoli venne usato a significare tempio idolatrico, ed a ciò è dovuto il molteplice ricorrere di questa parola ne'loro libri. Che poi molte città avessero un edilizio, ròcca e tempio insieme, chiamato Campidoglio, ad imitazione di Roma, non è a dubitare; tale fu quello di Verona; lo accerta una lapide che ne fa menzione, che rechiamo qui, e che ci sarà duopo ricordar di nuovo.

HORTANTE REATITYD1NE

TEMPORVM DDD NNN GRATI ANI VALENTI NI ANI

ET THEO DOSI AVGGG STATVÀM IN CAP1TOLIO ' D1V JACENTEM IN CELEBERRIMO FORI (creberrimo ? ) LOCO CONST1TVI 1VSSIT VAL PALLA DI VS YC CONS YENET ET IIIST

Un' altra poi se ne conserva votiva a Giove, Giunone e Minerva, che, secondo ogni verisimiglianza, appartenne a questo tempio, essendo quelli i nomi delle tre divinità capitoline, esposti secondo l'ordine nel quale s'invocavano a Roma.

Che qui fossero terme già sino dal primo secolo dell'era imperiale impariamo da Tacito e da parecchie iscrizioni. Alcune di queste ricordano i riattamenti che se ne fecero per cura dei decurioni; ed una, rinvenuta nel 1810 presso Castel-Vecchio reca « Marco Nonio Mudano, della Pohlicia, pretore ed uno dei XV sopra le cose sacre, curatore e patrono dei Veronesi, essere con elargizione concorso al compimento delle terme ». Questo Nonio fu console nell'anno 954 di Roma. Il luogo poi delle terme venne abbastanza palesato da varj frammenti di tubi metallici e da altre caratteristiche rovine, trovate in quella parte del colle; tutto il resto scomparve.

Meno disgraziati fummo riguardo al teatro. Pochi monumenti sono che portino memorie e prove di barbarica ignoranza e di amore illuminato e generoso all'antichità, come questo teatro, gli avanzi del quale videro la luce a' nostri giorni.

Un frammento di iscrizione ora smarrita fece pensare al Panvinio fosse dedicato a Ottavia, e quindi eretto sui primordi dell'impero. Del resto nessun' altra memoria sino alla sua caduta. L'anno 895, o per tremoto o per altra cagione crollò una parte della vetusta fabbrica con morti e lesioni parecchie. Berengario I, senza pensare ad altro riparo, istigato dal vescovo Adelardo, con decreto fatale più che non otto secoli e tanto urto di Barbari, ordinò la demolizione del teatro e d'ogni altro edilizio che minacciasse rovina. Il documento è tanto interessante non solo per la storia civica, ma per la generale ancora, che lo rechiamo disteso.

In nomine Domini nostri Jesu Chrisli Dei Alterni. Berengarius Bex. Quia evenit nuper in civitate Verona) ut pars quaidam medii eirci, qua) subjacet castro, prce nimia vetustate corruerit, collidens cuncla sub se posita wdifteia, hominèsque cunctos pene quadraginta atlriverit subita morte condemnans; ideirco prwsentis Adelardi Episcopi Santiw Veronensis Ecclesice, nostrumque (ìdelium, priesenlium scilicet et futurorum industria, prwdecessorum quoque omnium amore, nec non prò animo? nostra) remedio, nos sanctee Bei Ecclesia) Verona) ac cuncto clero et totius civitatis populo et cunctis sub ipso castro moranlibus, per hoc nostra) aucloritalis prweeptum commisisse, quatenus ubi-cumque cedificium aliquod publicum, ponti perlinens ruinam minalur, aut ali-cui videtur ut in ruinam ejusdem quomodocumque sii, damnum fulurum, liceat eis omnibus, tam prmdicto) Eclesue cum clero, quam cuncto ejusdem civitatis populo, absque ulta pubblica) partis offensione, ipsum cedificium publicum usque ad firmam evertere in nullo ei sii trepiditas damili, eo videlicet ordine, quo cer-nens nec quilibet publicus exaclor quempiam hoc agentemcondemnare,aut alieni

SOTTO I ROMANI 355

quicquam mideat hoc inferro molestia?: Contro, quod auctorilalis nostra? pra?-Ceptum, siquis pugnare tenlaverit, aut aliquem er priediclo negotio molestare prwsumpserit, vel ullam inferre calumniam, nec quod cepperai perficcre possit aut conatus ejus redigatur ad nihilam, sciai se componilurum XX auri obricì libras, medielalem camera? nostra? et medietatem cui ex hoc aliqua fuerit il-lata molestia; ut aulem hoc veriits credatur, et diligenlius ab omnibus ob-servetur, marni propria reborantes, anuli nostri impressione duximus insigniti. — Signum Domini Berengario Serenissimi regis — Joannes cancellarius ad vicem Ardinghi Epi. el archicanceliarvi recognovi et subscripsi — Daium quarta Non. Maj ab lncarnatione Domiti. DCCCXCV. Anno vero Berengarii Serenissimi Begis IX. Indictione XIII Aclum Verona? in Dei nomine felìciler. —

Gli ordini malvagi hanno sempre miglior ventura dei buoni ; che questo sia slato zelantemente eseguito ce ne fa testimonianza un altro decreto dello stesso Berengario, col quale dona a quel Giovanni cherico suo cancelliere, certo terreno con alcuni archivolti, arcos volulos el covalos, cum temila ante ipsos... posila. Sopra i quali archivolti (dial. co voli) erano collocati i gradi del teatro. Passato poi questo Giovanni alla sede pavese, per testamento (v. Ughelli) ottenne da Notkerio nostro quelli in un colla casa addossatavi fossero mutati in oratorio, da dedicarsi a san Siro primo vescovo di Pavia. La sorte del teatro dopo quel cròllo non fece che peggiorare; parte spianato die luogo alla strada, parte ingombro da terra sopra cadutavi dal vicin colle e da macerie, parte scomparve fra misere abitazioni; smarrissi ogni traccia della sua forma non solo, ma quasi la memoria della sua esistenza tanto che da Panvinio al Da Persico non reputavasi vano il discutere se in questo luogo fosse stato il teatro, sebbene le case del vicinalo nell'interno, ne'muri e per le annesse ortaglie mostrassero qui essere qualche insigne rovina.

Alcuni frammenti cioè pezzi di colonne, medaglie, marmi lavorati, l|n piede di bronzo appartenente a statua gigantesca, disotlerrati nel 1"6I rimasero stimolo a future ricerche. A. queste diede impulso il consiglici' Pinali, ma la gloria di avere tornato alla luce quanto rimaneva del teatro è dovuta al cav. Andrea Monga, il quale, con animo regio e non comune intelligenza, abbattendo e sterrando mise in gran parte a nudo l'area della scena, bel tratto dell'orchestra e della gradinata e un Sparto della somma loggia. Questo per bella ventura porta scolpito il nome della famiglia cui apparteneva valebia, che ci ricorda un altro vanto della n°atia città.

Nelle Antichità Veronesi di 0. Panvinio trovasi un disegno del teatro, su indizj leggeri ideato dal Caroto; ma le scoperte recenti posero in grado <M stender l'iconografia e la pianta in modo da appagare la critica più severa.

Avanzi dell'antico teatro.

APPENDICE I

Ponte, Circo, Foro — Cenofafio dei Gavj.

Di questo ponte una gran parte ancora sussiste. Le pile, gli archi del ponte della Pietra, verso la, riva sinistra, sono senz'altro lavoro romane. È il più antico di Verona; forse ne fu l'unico per molto tempo, poiché esso soltanto coli' indicazione pons marmorem trovasi figurato nella Iconografia di Verona. Fu soggetto a molti rovesci nei tempi di mezzo. Cansignorio fabbricò la torre a destra (1311) che ancor si vede. Per qualche tempo cadutane una parlo, veniva racconciato in legno, e cosi era quando

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SOTTO I ROMANI 337

si batterono su esso lo Sforza e il Picinnino. Fra Giocondo nel 1512 ne assicurò le pile antiche corrose, serrandole con palizzata,, e la più debole di esse col giltar un arco dall'una all'altra delle due laterali che sopportasse la strada, liberò da ogni pressione ed urto superiore. Finalmente l'egregio podestà Da Persico fece togliere le immonde e pericolose casipole che lo deturpavano nel 1822.

Dagli avanzi di muri scavati in epoche varie e dalla loro forma e da molti frammenti di antichità trovati ne'dintorni, il Dionisi dedusse l'esistenza del circo sull'area ove oggidì è santa Anastasia ; luogo destinato a tre diverse grandezze. Ben più certa è però 1' esistenza del foro an-lico.colà appunto ove s'apre oggidì la piazza delle Erbe. La sua forma quadrilunga attagliasi a quella voluta da Vitruvio; qui rimase la statua che il consolare Palladio aveavi fatto trasportare; degli archi, che pure consta essere stali anche nel Foro di Roma, ne vien accertata la esistenza nel Ritmo Pipiniauo ; mentre il basamento di grandioso edilìzio sotto al palazzo Malici ben possono essere i resti della basilica; per ultimo l'aggiunto in foro rimasto ad antica chiesetta qui presso, induce una specie di certezza su questo argomento.

Ma con dolore ed onta ci volgiamo al monumento de' Gavj, le cui mutile e pur grandiose forme, sparvero al principiare del secolo.

Teodorico avealo rispettato, e compreso qual porta nella nuova cinta murale della ciltà; era sfuggito alla demolizione permessa da Berengario; Can Grande li lasciollo inlatto costruendo il castello vicino, sebben vi dovesse dar impaccio. Andrea Palladio ne fu ammiratore e ne trasse diligenti disegni, che si conservano presso la civica biblioteca; Serlio ne riparlò ne' suoi libri; il severo Scamozzi l'attribuì alla miglior età dell'arto antica. Tutto questo non gli valse a tutela. Sembrerà querula poesia ma invece è storia; i stranieri, pare fatale, debbano tornar barbari ogni volta scendono in questa povera terra. Il ccnotalio de' Gavj fu atterralo nell'agosto 1805. Era 'cmpo di gloriosa prepotenze, tuttavia il Pittali, erudito e buon cittadino, trattò così bene la causa del caduto, in una memoria allora stampata, che ^ viceré Eugenio decrelonnc la riedifica/Jone (20 gennajo 1806) assumendosi metà della spesa, l'altra lasciando a carico del dipartimento. Ma per la dissensione bravamente promossa sul dove si dovesse riedificare, non se ne fece nulla. I pezzi furono trasportati da una parte all'altra, abbandonati generosamente per tanto tempo alle pacifiche ladronaje dei dotti e <legli ignoranti, e che ora potrebbero servire ben poco alla ricostruzione.

Le nobili forme di questo cenotafio, sebbene con qualche alterazione, furono riprodotte nei due altari, Pindemonti in Sant'Anastasia ed Alighieri in San Fermo. I disegni palladiani, per tacer degli altri, le membra che ancora serbano forma potranno porgere sicuri dati a riedificarlo con ogni desiderabile precisione nel giorno in cui Dio placalo conceda un nome da Poter scolpire in fronte a monumento romano.

APPENDICE J

Sull'Anfiteatro.

Trattati, indagini, discussioni senza numero e senza fine da nazionali e in forestieri si fecero intorno agli anfiteatri, ed al veronese specialmente, siccome quello che nel suo assieme si presenta di gran lunga più conservato d'ogni altro. Noi non vogliamo già condurre il lettore per simil campo; tuttavia male crederemmo adempiere l'uffizio nostro non aggiungendo qualche notizia su questo monumento, pregio della città in fatto d'arte, e de' più cospicui d'Italia.

A cinque punti principali iiducesi il detto e quanto è a dire intorno a ciò: fondazione; stato antico; vicende; slato attuale; scavi. Quale fosse in antico ci ingegnammo esporre di sopra, giusta le più critiche e fondate opinioni, benché non l'abbiamo tempestato di note.

In qual tempo, per opera di chi fu edificato l'anfiteatro? Chi ne fu l'architetto? Non una lapide, non una medaglia, nè un passo autorevole, nè una tradizione attendibile ci ajutano a risposta. Noi lo femmo del primo secolo dell' impero , e veramente a questa si riducono le opinioni degli scrittori: non però tutte. Lasciando pure in pace madonna Verona scappata da Troja, si vuole da taluni nientemeno sia opera etnisca, opinione che non merita confutazione, purché siasi iniziato agli studj dell'antichità. Altri tutt'all'opposto lo disser fondato ai tempi di Massimiano, recandone, prova infelice! il decadimento artistico che esso appalesa; mentre chi esamini le membrature, massime nella cinta esterna (superiori notevolmente tanto nell'assieme come nell'esecuzione a quella della porta Gallicniana), e la perfettissima forma delle cifre numeriche sui quattro archi, solo avanzo di essa, dee riconoscerla opera di buoni tempi. Obhliarono poi tali assertori; che lettere di Plinio Secondo, fan motto di spettacoli anfiteatrali in Verona, un secolo dopo Cristo; e l'aversi pietre nelle mura di Gallieno appartenute all'edilizio (a. 265), il che basterebbe senz'altro; e che infine i tempi di Massimiano, non solo di artistico decadimento, ma erano ancora di gravi scompigli onde l'attività edilizia di allora, massime in queste parli, dovette restringersi ad opere di pubblica difesa; e qualche cosa di simile dovette fare veramente in Verona, come si ha da medaglia colla leggenda: maximia-nvs causar verona n (nuova) p (porta) rite cond (ita).

Saraina, Panvinio ed altri eruditi del cinquecento opinarono pei tempi di Augusto; il Carli nostro per filo e per segno racconta come l'anfiteatro

SOTTO 1 ROMANI 539 edificassero i legionari della XIII durante la guerra Vite!liana ; ma quanto preciso e prolisso n'è il racconto, altrettanto sono lievi gli argomenti, e forte contradittore ebbero Benedetto del Bene. Malici e Gian-Rinaldo Carli lo mettono poco prima di Trajano. Riassumendo tutte le osservazioni positive e negative ci sembra poter asserire con ogni verosimiglianza Pan. lìteatro essersi edificalo tra il regno di Tito e quello di Trajano (70-117 dopo Cristo). E veramente noi conosciamo con certezza che nella stessa Roma gli spettacoli si davano dapprima nelle piazze, nei circhi, nei teatri (Circ. de Log, 1) e che solamente negli ultimi tempi della repubblica la forma geminata del teatro diede origine all'anfiteatro A'v^iSIaipov ( cir-mnmsorio). Ma que' primi anfiteatri furono di legno; e Vil.ruvio, vissuto a (empi di Augusto, ne' suoi libri non parla di costruzioni silfatte: segno bastevole che non erano ancora cullate nei dominj della monumentale architettura. Il primo anfiteatro che si costruisse in pietra fu quello di Vespasiano, compiuto da Tito; ora, se il silenzio di Vitruvio ci allontana dai tempi di Augusto, riflettendo, ben difficile aver le provincie preceduta la capitale in erigere moli tanto fastose, ci sentiamo stretti a stabilire che non prima di Tito si cominciasse il veronese. Qualche conferma reca il silenzio di Tacilo e di Plinio. Il primo descrive minutamante fazioni di guerra accadute in Verona, nomina le terme dell'anfiteatro, che pure per la sua posizione dovea servire all'offesa od alla difesa, non un motto. L'altro descrive nella sua storia edifìzj di minor conto; nativo, com'era, dei luoghi, avrebbe taciuto di questo, se fosse esistito? Abbiamo ai contrario nell'epistole di Plinio Cecilio menzione <V un grande spettacolo di fiere, apparecchiato da certo Massimo; ora, sebbene direttamente non parli di anfiteatro, ci sembra non arrischialo il conchiudere che tali spettacoli qua si dessero appunto, perchè vi era anfiteatro, ed il collocare verso la fine di Trajano (Plinio morì qualche tempo prima, 114?) il più basso limite alla fondazione di esso; rimanendo così strette ad un mezzo secolo circa le indagini o le dubbiezze, tra le quali fin ora non si scorge un benché tenuissimo raggio.

Più incerti siamo adirne l'architetto, e ad impulso e spese di chi l'opera fosse fatta. Alcuni misero avanti il nome di Vitruvio ; qualche maggior piobabilità • starebbe per Vitruvio Cordone, fautore del ceno-tafio de' Gavj; ma, nonoslanti le cose dette, al primo nulla, al secondo Pochissimo ci possiamo piegare. Forse smovendo gli avanzi del vallo sepolti nell'attigua piazza, od abbattendo (se la fortuna della città lo perfetta ed il senno lo persuada) qualche vicina casa, comparirà qualche iscrizione od oggetto che sparga su questo punto della nostra storia civile ed artistica quella luce, finora cercata vanamente sui libri e tra le rovine. A questa s'appiglia un'altra questione: l'anfiteatro fu terminato o no? la cinta esterna fu eretta compiutamente o poco più della Parte che vediamo tuttavia? Fuvvi chi lo disse non perfetto; a noi sembra Inori di dubbio il contrario. E primamente in varie epoche pra-

licandosi scavi all' ingiro, si trovarono basamenti di pilastri della cinta esterna; anzi taluno d'essi è visibile precisamente dalla parte opposta di quanto rimane. In molli tratti invece di costruzioni antiche si trovano massi di materia, mole, squadrature, lavori colle modanature e perfino coi numeri uguali a quelli che tuttora formano quel grande avanzo detto Vaia. Alla sommità poi di questa osservossi qualche pietra, ed altre simili trovaronsi scavando, le quali portano i solchi prodotti coll'attrito dalle funi del velario; e tanto basterebbe per non mettere in dubbio la totale esistenza della cinta esterna, all'attico della quale (precisamente come sopra dicemmo) era affidalo tutto all'ingiro il meccanismo di ([nello. Di più. osservò l'erudito conte Fregoso, che attigui ad un vomitorio in alto, opposto all'afa, sono alcuni gradi, manifestamente dei primitivi, che si mostrano logori pel lungo passaggio, segno che anche da quel vomitorio il popolo entrava nei cunei vicini ; ma l'accesso ai vomilorj superiori effettuatasi per scale interne della prima zona, lo svolgersi delle quali era condizionato all'estradosso della volta che la congiungeva alla cinta esterna, onde par necessario inferirne l'esistenza completa. Finalmente, ci sembra che una simile cinta, attesa la serie delle spinte laterali e l'appoggiarsi al corpo centrale, d'ordine in ordine orizzontalmente non già per sezioni verticali ci si dovesse erigere, onde per noi la parte che ci rimane a testimonio senz'altro, l'esistenza del tritio. A queste osservazioni, basate su fatti che ciascuno può verificare, occorrono tradizionali memorie di varie rovine accadute nella cinta esterna 1 e la figura che se ne ha nelf Iconografia di Verona.

L'anfiteatro nei secoli di mezzo mutò nome, o forse perdette il classico e ritenne il popolare, con quello d'una parte, Arena, ch'era il piazzale di mezzo. Dai cronisti nel Ritmo Pipiniano, e nella Iconografia di Ve. rona viene chiamato Labirinto. Ebbe vicende parecchie. Il suo disfacimento, fosse volere o caso, era già comincialo dopo la meta del terzo secolo.

L'ultimo spettacolo sanguinoso datosi in esso, fu il martirio dei santi Fermo e Rustico. Non sarà sfuggito alle conseguenze del decreto di Berengario, pure di certo noi possiam dire. La barbara, ma preziosa poesia dell'Vili secolo poco sopra citata, l'annovera fra le rarità di Verona:

Ilabel alluni laberynthum magnum per circuilum In quo nescius egressus numquam vaici egredi Nisi cum igne lucernai vel cum fili glomere.

Nel secolo X ed XI servì di forte/za , vicenda toccata a molti tra i monumenti di Roma sfessa, e tale era quando vi rifuggi il conte Buc-cone fautore del vescovo Ratcrio (965). Poi dopo si schiuse a com-

4 Millesimo supradiclo (1183) mense januario maxima pars atee arena; Verona: cecidil, terremotai magno pjr prins facto, videlicet ala exterior. (Cronaca di Parisio da Corea Ap. Mur .R. 1. 8).

SOTTO I ROMANI 341 combattimenti degli eroi romanzeschi, tra i quali ricordano le leggende il famoso Lancillotto del Lago. Servì quindi ai duelli giudiziarj ; sotto agli Scaligeri si eseguivano in esso i supplizj e le esecuzioni capitali. Nel principio del mille quattrocento reso in parte abitabile, per addossate fabbriche, come si ha da curioso diploma, vi si ricettarono le donne pubbliche. Spazzata quella bruttura, tornò, sotto al Serenissimo, campo alla nobile gioventù di giostre ed esercizi cavallereschi. Papa Pio VI nel suo Pellegrinaggio lo vide (1782) foltissimo di popolo che devotamente plaudiva. Nel 1809 Napoleone vi assisteva ad una caccia di tori. Sguinza-gliavansi uno per volta i mastini contro tal cornuto che spaccionne parecchi; il sire, forse annojato del gioco un po lungo, ordinò si lasciassero tutti ed il toro fu domo; lezione bella da cui non trasse profitto. Nel 1822 vi fu dato trattenimento agli eroi pacilìci del Congresso che ribadiva le catene d'Europa; e Chateaubriand, perpetuo seminatoi- di motti, al vederlo gremito di popolo esclamava: speclacle uniqueì Un soldato poeta visitavalo nel-l'autunno del 1848 ritornando da gloriosa cattività e vi improvisava questi versi, riflesso d'anima generosa e di cuore gentile.

Qui co'ruggiti confondean gli evviva Selvagge un tempo e cittadine fiere: Qui perdonando il martire saliva

Lieto alle sfere. Tutto passò, sui ruderi la luna Piange romita, e la straniera scolta Di tempo in tempo replicar la bruna

Ora si ascolta. Tiitìo passò, ma quell'antica altezza Non chiedo al volo dell'orgoglio umano. Non vorrei no, con fratricida ebbrezza, ,

Tornar Romano. Piti che le pompe di grandezza impura Amo gramaglie di virtù infelice; Dai falli antichi germinò sventura

Espia tricc.

E non l'ancella che di pianto vile,

Non la reina, che di sangue gronda,

Ma un'altra Italia di forte e gentile

Prole feconda. Aspettali questi non serbali a caso

Resti giganti dell'impero estinto.

Allora sarai d'intemerata ....

Gloria ricinto.

PROVINCIA DI VERONA Quando seguace la vittoria, ai nati E nascituri giorni dell' affanno Qui a nembo i lior sui nostri incoronali

Eroi cadranno.

Ad una specie di orgogliosa alfe/ione che ebbero sempre i Veronesi per il loro anfiteatro, è dovuta la sua salvezza nei secoli di mezzo e le riparazioni che, col migliorare de'tempi, vi si fecero per decreto e denaro pubblico.

Nel primo statuto veronese, scritto l'anno 1228, ma che può considerarsi come una raccolta d'usi e di ordini vigenti da circa due secoli nella repubblica, si ha, che il podestà prometteva di spendere nei primi sei mesi del suo reggimento la somma allora ragguardevole di lire 500; dalla cassa civica, in instaurare l'anfiteatro. Nel secondo statuto, scritto in più tempi, non però dopo l'anno 1376, ordinossi a conservazione la chiusura delle porte, si prescrisse una penalità a chi avesse operalo guasti all'*edilìzio. Il terzo statuto riordinato e stampato l'anno 1475 rinnova ordini e pene persino contro chi movesse un grado. Con tutto ciò sembra che in mezzo a scompigli pubblici e a violenze privale, questi ordini non fossero osservati a capello, poiché sappiamo da un poema di Pamfilo Sasso, che l'arena verso il 1480 mancava in gran parte dei gradi: Arena gradibus rama; ma diessi mano a l'istaurarla. Nel 1545 stabilissi la elezione di un cittadino che ne curasse la conservazione. Nel 1568 si fecero volontarie offerte in denaro principalmente per rimettervi i gradi. Nel 1579 il Veneto senato concorse rolla città a convenevoli opere, autorizzando all' uopo una gravezza per quattro anni, e cedendo una porzione delle multe. Provediinento simile fu preso nel 1(506; ed allora più accrescendosi lo zelo per la custodia, fu dessa affidata a due cittadini chiamati presidenti dell'Arena. A tempi del Malici concorrendo coi beni e coll'ingegno quel preclaro si fecero parecchie riparazioni, si perfezionarono i gradi tutti «la cima a fondo, si scoprì in parte il basamento intorno all'afa. Nel 1805 colla somma di 35 mila lire decretate dal governo Italico si restituirono alla primitiva forma ed uso i due ambulacri più interni colle loro scale minori. Il Comune, l'anno 1816, aprì l'arcala dell'ingresso primario e qualche anno dopo le corrispondenti di fronte. Ultimamente riattandosi la piazza d'armi si scoprì luti' intorno il basamento, che rimaneva per più d'un metro sepolto. Ora attendiamo, e certo non invano, che il municipio lasciando il meschino utile che trae dagli sbocchi e dagli altri luoghi dati a pigione, tolga ogni estraneo manufatto, li munisca di convenevoli cancelli, e più di tutto levi per sempre quella turpe baracca cui si da nome di teatro, che con danno della prospettiva, dispetto dei forestieri e non piccola vergogna nostra è piantata nel mezzo.

Tra i guasti e i restauri, sebbene preseduti generalmente da persone erudite, vennero in più parti alterate le forme primitive dell'anfiteatro;

Il podio spdgWo d'ogni decorazione è senza parapetto, Sparvero le precin-zioni e solo se ne trova a stento lievissimo indizio. Si volle persino contendere sull'altezza e sul numero dei gradini attuali se corrispondano agli antichi Della loggia resta più nulla, della cinta esterna rimangono solo quattro arcale, l'isolamento delle quali massime nell'ordine superiore e laggiunta di qualche scoinettitura nei massi non è a dir vero grande garanzia di durata, il che tanto più duole in quanlo che gli esperti non vi vedon facil riparo.

Soggiungiamo alcune tra le principali misure allenendoci ai più stimati rilievi.

Perimetro della maggiore elisse come se esistente tutta

la cinta esterna....... . metri 455,027

Asse maggiore di questa elisse.....» 152,490

Asse minore ........ » 123,237

Perimetro della olisse interna che circoscrive il

piazzale........ » 118,54r>

Asse maggiore di questa elisse . . . . . » 73,682

Asse minore........» 44,429

Altezza dell' ala ,.......» 30,000

Altezza della zona elio forma l'attuale prospetto . » 22,950 Differenza tra il piano esterno e quello del piazzale interno, risultante dalla pendenza interna del piano degli ambulacri . . . ... . . » 1,872

Altezza del podio.......» 1,800

Altezza media dei (42) gradi ..... » 0,510 Quanto al numero degli spettatori che possa capirò l'anfiteatro, i calcoli e le opinioni variano molto. Più di 23,000 Saraina; 22,( 00 il Maffei e con lui l'ingegnere Cristofoli; assai di più dice il grido vulgate. L'abate Venturi non sta pago di 50,000 Fra tanta varietà, facendo il confronto e le debile Limitazioni, da quello che integro si disse aver contenuto il romano, giudichiamo che la presente capacità del nostro s'aggiri intorno ai 30.000 spettatori stanti comodamente; ognun vede che una volta accalcalo di popolo il numero emerge indefinibilmente maggiore.

Ci rimane a toccare degli scavi. Alcuni vi cran già fatti a' tempi del Panvinio Più ordinati e regolari furono i successivi in epoche varie ; 1 risultati di questi furono principalmente: rettificare opinioni e togliere molle incertezze sullo stato primitivo dell'anfiteatro, nudandone tanto all'esterno come nell'interno ambulacri lino al piano primitivo: l'essersi scoperto I*acquedotto sotterraneo, ohe l'attraversa longitudinalmente e protendesi molto fuori dell'area occultata dall'edilìzio, \erso l'Adige, nel quale secondo ogni verosimiglianza shoccava. Questo serviva certamente a scolo e alla mondizia dell'anfiteatro, e, come vogliono alcuni ^''introduzione dell'acqua pei certami navali; e l'essersi sterrato il forame che vaneggia nel mezzo dell' arena, nel quale forse, lìggevasi un'antenna a

sostegno centrale del velai-io. Esternamente poi si scoprirono gli avanzi di un muro militare, opera posteriore, ma romana, e probabilmente contemporanea alle mura di Gallieno, le quali gli servivano di base; circuiva l'anfiteatro, lo guarentiva da sorpresa di nemici, che poteano dalla munita altezza di quello recare ogni offesa alla vicina città.

Infine questi scavi diedero una quantità di frammenti antichi, lapidi, medaglie, capitelli, fusti di colonne; oggetti, i quali, senza essere sommamente preziosi nè interessanti non mancano di pregio artistico ed archeologico. Si conservan la più parte nell' anfiteatro stesso, aspettando disposizione "decente ed accurata; si trovano poi in una ai piani dei varj scavi descritti ed illustrati nelle opere de' nostri eruditi.

Agricoltura. Uomini illustri e governo ai tempi romani.

Scarse notizie possiamo ricavare dagli scrittori intorno ai prodotti territoriali e alle civiche industrie di que'tempi, ne'quali non conoscevasi quali or le intendiamo, la statistica e la pubblica economia.

Lodatissime da Catone e da Virgilio furono l'uve reliche, ed il vino di esse fatto, inferiore soltanto al falerno. Augusto se ne compiaceva non poco al dire di Svetonio; e Strabone assicura che il vino retico non cedeva la palma ai vini più celebrati d'Italia. Ma che tal vino, sebbene cosi appellato, si facesse sul nostro , impariamo da Plinio, il quale nel-l'annoverare i vini più perfetti ricorda « i retici nel Veronese da Virgilio posposti solamente ai falerni » (PI. XIV. 6), e da Marziale, dove accenna, come i vini retici venissero dalla terra del dotto Catullo (I. 14). Nò vuoisi tralasciare la memoria che dei vini veronesi ci ha conservata Cassiodoro, scrivendo al prefetto delle contribuzioni fiscali da queste parti, al tempo di Alalarico. Altro frutto celebre II pomo lancilo ; era forse la pesca di cui la coltura è anche oggidì commendata e proficua massime in qualche parte del territorio. Che lino da questo tempo fosse largamente esercitata tra noi la pastorizia e l'arte della lana, s'argomenta non solo dall'estensione dei pascoli, ma ancora dal vedersi in Marziale come si aveano in pregio fra tutte le coperte nostre : Lodices millit dodi libi lena Catulli.

Nulla poi di speciale intorno ai metodi agricoli, nulla intorno al commercio , che pure dovette essere notevole. Molto si può presumere pei nobili avanzi, ma poco possiam asserire intorno allo stato dell'arti e de' mestieri. L'architettura favoreggiata dall'abbondanza di materiale egregio , potè giungere a commendevole perfezione per magnificenza di concetto, per buone pratiche edilizie. Con essa prosperarono la scultura e l'arte de' musaici, ambito ornamento dei luoghi pubblici e delle ricche abitazioni private, come ne fan fede i frammenti infiniti: ma tanto nella prima, come in queste, quanto ci resta, rivela P ideh-t'tà più assoluta col gusto e coi tipi della dominatrice. Ed anche

Uuslmz. del L. V. Vol.'V.

qui secondo l'uso di essa , le arti s'univano in collegi, i quali sceglievano a protettore e patrono un romano, talvolta anche un concittadino illustre e potente. Gran vincolo era questo, in un tempo, nel quale tanti erano gli obblighi del patronato e della clientela. Alcune lapidi recate dal Saraina, ora perdute, ricordano i collegi dei centonarj e dei fabri; e due che si conservano scoperte in Arilica, quello dei nocchieri benacensi » e ci tramandano inoltre la pia costumanza di quelli antichi, giusta la quale due figli lasciavano al collegio un capitale in denaro, perchè ogni anno si facesse memoria dei loro genitori ponendone sulla tomba rose e vivande.

Del resto null'altro. Era in allora condizione alla nostra come a tutte le plebi vivere sotto una tirannica sistemazione sociale, senza che il lavoro assiduo ottenesse guarentigia , nè schiudesse per il popolo la via ai miglioramenti ; chi si occupava del popolo? se una qualche forte ed eccezionale individualità sorge tratto tratto dagli immensi vulghi senza nome, questa non giunge che a lasciare o gloriosa od imprecata qualche memoria.

Quanto alle famiglie primarie, il Panvinio da lapidi nostre cavò cen-cinquanta appellazioni gentilizie ; altre ne dieder fuori ne1 tempi succeduti. Illustri nomi romani di potenti famiglie, e che tali alcune veramente fossero, n'abbiamo vestigia ne' monumenti. Ma prima di accettare alla buona tanto splendore di nobiltà, dobbiamo ricordarci per quante vie si propagavano i nomi delle schiatte patrizie, secondo i civili ordinamenti d' allora. Non mancarono fra noi personaggi che salissero alle alte dignità della repubblica.

Ma il vanto maggiore della patria nostra non venne dalla copia de' nomi chiari o dal moltiplicato onore delle magistrature , sì dalla gloria delle nobili discipline e delle lettere, nelle quali, felice presagio di quanto fu anche in secoli posteriori, Verona, in quest'epoca remota, fu seconda a ben poche città.

Qualunque fosse la lingua popolarmente parlata prima che si difondesse il latino, siamo nell'impossibilità di recarne qualche documento, se pure, come tale non si vogliano accettare l'iscrizioni euganec ed etru-sche dissotterrate in questi luoghi. Ma poiché stabilissi la signoria della repubblica, anche la lingua latino-romana, ch'era quella del governo, dei coloni, della civiltà nuova, non rimase del certo estranea alla massa del popolo, il quale anzi tanto la lingua propria (concorrendo motivi eccezionalmente efficaci, sui quali non torna fare parola), del pari

i Simile i'oll"gio esisteva a Como. Vedi Cantò Slorfa delle diocesi di Como.

SOTTO I ROMANI 347 che i costumi e la religione con quella dei dominatori, venne fortemente modificando e che questo accadesse senza pressione, ma piuttosto con spontaneo e pronto movimento, è provato dai nostri scrittori, dall' età stessa in cui cominciarono a fiorire, poiché ben pochi, anche in Roma fiorirono avanti C. Valerio Catullo, primo tra noi.

Nacque in Verona 2, quando, non si sa con precisione, mori durante la dittatura di Cesare. Andò nella Bitinia con uffizio nella comitiva di Me-mio pretore ; il più della vita passò tra gli studii ed i piaceri, combinazione nella quale i Romani riusciron più felici di noi. Fece all'amore con Ortensia ; la cantò e strapazzò a sangue, sotto il nome rimasto immortale di Lesbia ». Ricco, non sfondolato, pare che fosse ; Sirmione era sua, almeno in gran parte; ma le brighe, il scialare, i piaceri lo posero talvolta alle strette, talché deplorava la sua villa non al soffio di Borea o d'Austro, ma esposta al vento orribile e pestilenziale, di quindicimila ducento sesterzjl

È nota la flessuosa nitidezza, la festività del suo stile e la potenza de'suoi sali. L'endecasillabo n'è il metro favorito; tra'suoi componimenti son in pregio maggiore le Nozze di Peleo, e La Chioma di Berenice, imitazione di Callimaco. Eleganlissimus poelanm lo chiamò A.Gellio, e trovasi lodato da Ovidio, Tibullo, Marziale, Macrobio. Amicissimo fu, e dedicò il volume de'suoi carmi al concittadino Cornelio Nepote *, encomiandolo perchè solo fra gì' Italiani si fosse cimentato a scrivere una Storia Universale e di sommo lavoro e dottrina. È opera che trovasi citata anche da A. Gelilo e da Ausonio :i. Ma è totalmente perduta.

2 II C. Giovio dice che non mancherebbero argomenti per crederlo di Como; Ttraboschi ritiene che questo dicesse per celia. (St. della leti, v. i )

3 Laceri e guasti pervennero i versi catulliani. La prima edizione fu fatta nel I47ì (senza luogo). Antonio Paternio, Lacisio, filologo nostro, curò la Veneta nel 1487. Moltis-Ussimi furono i lavori critici e filologici intorno ad esso d' allora in poi; celebre fra tutti quello del Volpi (Cornino, 1731). A lui bel tratto di gratitudine porsero i Veronesi facendogli coniare medaglia d'oro che reca nel diritto l'effigie del commentatore; nel rovescio I' arma della città e una corona di quercia (donavasi a chi avesse salvato un cittadino) eoli' epigrafe: Gaudet Verona Catullo de cive suo B. M. Il poeta già sino dal secolo XV aveva una statua nella loggia civica con Macro, Plinio , Cornelio e Vitruvio.

4 Ostiglia fu Veronese sino alla caduta della signoria Della Scala. Passò quindi ai Mantovani per vendila fattane da G. Galeazzo Visconti. Qualche mantovano pose Cornelio tra' suoi; con logica simile potrebbesi mettere Virgilio tra i poeti tedeschi.

5 Le vite degli eccellenti condottieri, lavoro mutilo e guasto, è veramente di Cornelio Nipote o gli venne, foss'arte o caso,attribuito? è una questione che pende a risolversi pel secondo supposto, facendo eccezione alla vita di Pomponio Attico; ma qualche argomeuto non manca tuttavia pel primo. MafTei lo dice di Cornelio senz'altro; noi non

Simile sorte ebbero le opere di Emilio Macro naturalista. Visse al principiar deir impero. Virgilio raffiguravate in Mopso (Ecloga V. Servius) ed Ovidio (Trist. IV. IO) rammenta come a lui già vecchio leggesse l'opere proprie:

Scepe suas volucres legit mihì grandìor (evo, Qweque nocel serpens, qua? juvel erba Macer.

Plinio lo cita più volte senza recarne le parole, I pochi versi accennati da Isidoro non lasciano dubbio eh' egli non scrivesse poeticamente.

Una tradizione vaga fa veronese Marco Vitruvio, autore dei libri sull'architettura, ed a ragione maggiore, il suo liberto, pur esso architetto di felice ingegno, lasciò a beila prova l'arco de' Gavii

Lodato da Quintiliano (I. IO. 1.) come preclaro tragico del suo tempo, fu Pomponio Secondo, nè per tragedie solamente illustre, siccome colui, che sostenne la dignità del consolato (784. di R.), onde Plinio , che ne scrisse la vita lo dice poeta consolare.

Cajo Plinio Secondo nacque Tanno vigesimoterzo, morì nel settantesimonono dell'era cristiana. Servì a lungo nell'armate in Germania; arrivato all' impero Vespasiano, del quale era amico, ebbe il comando delta Spagna; Tito gli affidò il comando della flotta che stanziava al Miseno; dove fu vittima della propria passione per la scienza non solo, ma ancora, ciò che più torna in sua lode, dei nobili sentimenti d'umanità e del dovere, nella famosa eruzione del Vesuvio che distrusse Ercolano, Pompei, e Stabia. Fortissima tempra d'ingegno, attività prodigiosa fecero eh' egli acquistasse erudizione insigne; dettasse opere voluminose nelle quali minima è la parte dovuta alla fantasia; si occupasse nel foro, vivesse tra l'armi e nei comandi; pur morendo non vecchio. Le epistole di Plinio Cecilio suo nipote abbondano di preziosi ragguagli intorno alla vita di questo personaggio.

La Storia Naturale non solamente è la più notevole opera di Plinio ma è ancora senza dubbio il più vasto lavoro, che fosse idealo ed eseguito nella romana letteratura. E in trentasette libri; e il titolo non indica se non imperfettamente la mirabile diversità dei soggetti abbracciati e svolti dall' autore. È una vera enciclopedia di arti e di scienze.

vogliamo ne riccamente dire il nostro avviso, ne qui dar luogo ad una quistione di pura critica letteraria, estranea alla storia. Veggansi Tirauoschi, Pi'erro* flist. de la Ut Cerature ramarne. .

fi Malici (V. III. 74. Scrittori) passa in rassegna con molla finezza i motivi che indureb-t bero a ritenere nostro M. Vitruvio; ma essi compreso quello del non conoscerne la patria, non valgono se non a stabilire una probabilità. Sabellico e Merula lo chiamano Veronese.

SOTTO I ROMANI 349 scienze. Plinio avea fatto spoglio di ben due mila opere sovr' ogni argomento. Non fu la sola che Plinio componesse. La sua Storia ielle guerre di Germania, in venti libri, secondo Tacito, conteneva il racconto compiuto delle operazioni militari dei Romani contro i popoli del Reno e del Danubio. Scrisse inoltre libri di rettorica e di grammatica, la vita di Pomponio Secondo, suo concittadino, ed una continuazione delle storie di Aufidio Rasso. Lasciò censessanla libri di scritti, che forse non erano se non memorie, spogli di letture, materiale per opere ideate; tutto peri e n' abbiamo solo memoria per le moltissime citazioni degli antichi autori. Dopo tutto questo, che colloca Plinio tra gli uomini più insigni dell'evo romano, non è meraviglia, se con buon volere, meglio che con buone ragioni, ci venga conteso 7.

Tra gli uomini chiari di questo tempo non vuol essere dimenticato Sensio Augurino poeta, che fiorì sotto Trajano, e fu amicissimo di Plinio il giovine.

I nostri non furono estranei al maggior vanto di Roma, la scienza delle leggi, mettendo innanzi i nomi di Gajo e di un altro Emilio Macro giureconsulto. Visse il primo sotto gli Antonini, ebbe nome nelle scuole di' diritto per l'opera delle Istituzioni 8, che rivide la luce ai nostri giorni. I libri di Macro sono perduti.

Giunta l'epoca della decadenza nella quale i continuatori dell'antica letteratura non riescono che gelide e misere copie dei primi grandi, e l'originalità ed il genio erano passati dalla parte della Chiesa, dove fremeva in tutta la sua potenza la vita della società novella, nome non oscuro ebbe il settimo nostro vescovo Gricino 9 ed illustre il suo successore san Zenone 10 (IV secolo?). Di quest'ultimo rimangono parecchi sermoni e non

7 Intorno a Plinio si è discorso distesamente in questa Illustrazione parlando di Como* Voi. HI, pag. 40!ii». C. C.

8 Tutte le notizie intorno alla persona ed all'opera di Gajus, ed ai varj eruditi lavori intorno al palimsesto della Capitolare si trovano nel I voi. della Biblioteca Giuridica, pubblicata in Verona (Minerva Ì858) dal chiarissimo signor avvocato Tedeschi.

9 • Gricino antecessore di San Zeno nell'episcopato di Verona fu autore di opuscoli stimatissimi, i quali si sono perduti, o passarono sotto il nome di altri autori... Ce ne da notizia Andrea Dandolo nella sua cronaca presso Muratori (Iter. I, XII, 20). nella quale viene contradistinto col titolo di dottore egregio • (Venturi , Comp. v. I).

<fl Dell'epoca precisa e dell'altre quistioni toccanti S. Zenone parliamo più sotto; ora °i limitiamo ai sermoni, e furono d'essi per la prima volta dati alla luce nel 1508 dal Guarino, che perciò a torlo fu creduto l'autore; accusa che si vedrà infondata dove sappiasi che di questi, fanno menzione Raterio vescovo veronese del X secolo ed Icmaro di Rheims che visse alla metà del secolo IX. Alcune delle più vivaci obiezioni contro 'a genuinità di questi scritti ebbero vita dall'erroneo supposto che san Zenone fosse del tempo di Gallieno. Furono stampati nella Biblioteca Patrum. Dopo la prima edizioni

pochi frammenti. Il suo dire è rimarchevole per la vivezza delT immagini, per l'energia dell'argomentare, per la nobile e franca schiettezza dell'espressione, dalle quali note alcuni lo vollero africano; il Casa-buono qualificollo : Patrum Latinorum elegantissimi^: lodollo il Salmasio, e Barzio chiamollo Apulejo cristiano. Sebbene oltrepassi i limiti del periodo storico superiormente trascorso, collochiam qui la memoria della giovinetta Placidia serbataci dalla sua funeraria iscrizione i{. Anche nul-l'altro potendo soggiungere ci parve non ommettere questa donzella che comincia nell'evo remoto il novero di quelle donne illustri che di tempo in tempo crebbero gloria alla nostra patria.

Fra le cose che risguardano Verona durante l'epoca romana, d'importanza non lieve sarebbe il governo; ma considerando tanto i rapporti collo stato come gli ordinamenti interni, nulla abbiamo che non appartenga ancora ad altre parti di questa regione. Unitasi Verona, dopo la conquista dell' Insubria, alla repubblica col rimanente della Venezia, consta che avesse trattamento di alleata piuttosto che di vinta; poiché nò colonia ci fu tosto condotta, nè venne sistemata in provincia *2. Più stretto divenne il vincolo dopo la guerra cimbrica ; sia perchè i Romani considerassero come nuova conquista il terreno tolto ai nemici, o perchè in

Veneta tre se ne fecero in Verona; quella del i588 cui promise alcuni versi Adamo Fumano; un'altra nel 4740; e quella corredata dalle note e dissertazioni dei fratelli Ballerini 4739, riprodotta in Augusta 4758.

44 HIC REQV1ESCIT

IN pace PLACIDIA INLVSTRIS PVELIiA INSTRVCTA LITE ris QUI VIXIT ann1x VETO ET MENS XI ET SEPVLTA EST SVB D V 10 OCTT BR ITER P C LAMPA DI ET OR .....

Sub die VI D Octobrium, ilerum post consulatum Lampada et Orestis. Recammo questa iscrizione anche per la specialità dell'esser una dell'ultime tra le conosciute colla doppia indicazione dei consoli. Il secondo anno dopo il consolato di Lampadioe d'Oreste corrisponde all'anno 532 dopo Cristo. C.C.

42 Badi in questo luogo il lettore alla trina accettazione della parola Provincia Geo-grafica, terreno tenuto dalla frazione d'un popolo divisato da nome e talvolta da dialetto proprio. Provincia: sezione Governativa ordinaria, che implicava l'attuazione più o meno larga dei diritti di conquista, ed una vera dipendenza politica. Provincia: tratto qualunque ond'era circoscritta la giurisdizione temporanea di un console, d'un pretore, nel qual senso possono trovarsi, sotto questa denominazione i luoghi, quali anche non fossero Provincie nel secondo senso. C. C

SOTTO 1 ROMANI 551 alcune popolazioni si fossero manifestati sentimenti ostili durante la guerra, o perché si reputasse necessario alla futura difesa, egli è certo che nel tempo accennato troviamo il paese retto da proconsoli.

Dopo il grande commovimento italico della guerra sociale, cui i Cispadani non presero parte, ci venne conferito il « Jus lalii ». Pompeo Strabone essendo nella Cisalpina con autorità proconsolare, dichiarò colonie molte di queste città, non però conducendovi in tutte coloni, ma facendo partecipare i vecchi abitanti al gius latino, che era il primo passo alla cittadinanza romana. Quali precisamente fossero queste colonie , nessun documento lo attesta ; doversi poi tra esse numerare Verona P abbiamo con certezza dall' anonimo autore del panegirico di Costantino. * Quam Coloniam Gn. Pompejus aliquando deduxerat » (C. 8.) (88 A. e). Nè molto stette a conseguire la cittadinanza romana con voto ; dono che fu anche impreziosito dalla gran mano che ce lo porse, quella di Cesare (52. av. Cristo ), essendo stata questa una delle sue prime disposizioni giunto a Roma, nel prendere le redini dello stato. Che poi la cittadinanza di Verona e dell' altre fosse con voto, è certo peli' assegnazione lor fatta delle tribù come da lapidi antiche.

La tribù colla quale votava Verona era la Poblilia ì3. Il diritto di votazione, reso in parte illusorio dalla scaltrita distribuzione, che si fece a Roma nell'aggiungere nuovi ricevuti ai vecchi cittadini, esercitavasi. per mezzo di eletti popolari che venivano mandati ai romani comizj. Assassinato il dittatore, la Cisalpina restò contesa tra Decimo Bruto e Marco Antonio; e la Venezia, essendo ancora incerta la somma delle cose, venne serbata ad Antonio da Asinio Pollione, che la teneva colle legioni; quando il convegno nell'isola del Reno, tradì il senato, mutò i nemici in amici, e partorì il secondo fatale triumvirato, restò assegnata ad Antonio, e dppo la battaglia di Filippi, ad istanza di lui medesimo, tutta la Cisalpina, per legge falla a Roma, fu trasferita alla condizione Italica, come era stato pensiero di Cesare, onde nessuno col pretesto di esservi preside potesse tenere esercito al di qua delle Alpi » (Dione lib. 48). Così Verona tornò Italica per benefizio d'Augusto. Che poi questi, o triumviro ancora, o principe inviasse qui una colonia è cosa bene probabile, 31 per gli usi allora invalsi nello stato, sì per essere Verona chiamata Colonia Augusta nella iscrizione delle mura Gallieniane.

A. Gellio (16. 13) ci fa conoscere come studiasser le colonie rendersi piccole immagini di Roma, cercando uniformarsi ad essa, quant'era Possibile, nel civile sistema, negli ufìizj e nelle denominazioni di essi. Ad

3 Quindi la indicazione pobjl in moltissime delle nostre lapidi.

onta di tutta la conformezza studiata, molte cose nelle singole città erano diverse, diverso il numero, il nome e le attribuzioni de' varj magistrati. Ciò valga per chi non trovasse pienamente consono a cose d'altronde note quanto siamo per dire, e sarà poco toccando solamente quo'magistrati della nostra città, de' quali ci sia" rimasto sicuro monumento.

Come ogni altra comunità, Verona chiamavasi con nome generico Repubblica (Mus. 15. c. X.) parola cui corrisponde la moderna Stato. In Roma principal partizione era in senato e popolo; qui decurioni e plebe; avevan i decurioni la somma del governo e la principal cura delle cose pubbliche; avean insegne ed ornamenti particolari. Eran scelti tra persone cospicue, e preferiti nelle cariche più elevate, non però esclusivamente. Con ciò il governo sarebbesi risolto in oligarchia, invece consta che il popolo veniva secondo i casi interpellato; il campo cui rimase il nome di Marzio era (?) il silo delle popolari adunanze, corrispondenti ai romani comizj, alle quali intervenivano tutti i liberi cittadini. Le decisioni emesse d'accordo in queste intestavano col motto ordo el populus. Medio tra questi due, per censo e per influenza, era lordine equestre ; gli appartenenti ad esso avevano cavallo dal pubblico, ed accesso alle dignità dopo i decurioni. Di queste prima era la Duumvirale che godeva l'onore dei fasci. Ai duumviri, che rappresentavano il potere s'aggiungevano due altri sopra i giudizi (Duumviri Iuri dicundo). Panvinio portò opinione che nelle maggiori città questo magistrato giudiziario fosse composto di quattro e non di due; qualche lapida nostra coli'espressione mi. via. i. n. (a tacere delle aquilejensi e patavine) lo conferma, pure noi abbiamo forti motivi per ammetter ciò, solo con qualche riserva. Le città possedevano fondi e capitali, riscuotevano imposte; aveano cassa pubblica (erarium), onde pure la carica di tesoriere o questore dell'erario, e marmi scolpiti con fasci consolari attestano essere stata tra noi la dignità edilizia la quale avea ottenuto quell'insegna di alto potere. Finalmente oltre i patroni che si eleggevano le corporazioni o collegj delle arti le città solevano eleggersi a protettori personaggi di conto e d'autorità in Roma; tale fu Delfio Peregrino tribuno e prepretore nell'Asia per la nostra ciltà, di cui memoria ebbe Saraina da lapide ora perduta.

Tutta la sistemazione territoriale delle gran parti dell'impero, come pure gli ordinamenti politici, amministrativi e giudi/.iarj delle città , colonie e municipi perdurò, salve piccole e temporanee modificazioni, essenzialmente lo stesso fino a Costantino. Questi fu il primo ad operare il cambiamento nella costituzione romana, rendendola compiutamente mo-, narchica e sto per dire dispotica; per questo abbandonò Roma dove tutti gli arbitrj e le sfrenatezze dei Cesari non aveano potuto cancellare l'orme

SOTTO l ROMANI 353 profonde della libertà; per questo egli adottò conoscendola poco, e professandola meno, la religione cristiana prevalente, nella speranza di dominarla e di dominare per essa. Per queste novità l'Italia venne ridotta novamente a condizione di provincia nell1 antico significalo civile della parola ; fu divisa in diciassette parti, ciascuna delle quali ebbe alla testa un governatore col nome di consolare, correttore o preside. Dieci di queste provincie meridionali formavano la diocesi detta Roma; le restanti settentrionali, l'altra diocesi che fu detta Italia, e con questa la Venezia e Verona. Ambedue queste diocesi, unitamente all'Africa dipendevano da uno dei quattro prefetti del pretorio, ai quali era affidata la suprema cura dell'impero.

Abbiamo ricordanza di alcune iscrizioni, segnatamente di quelle poste sotto la statua eretta nel loro, a tempi di Teodosio. Senza ulteriori speciali cambiamenti governativi dopo il Costantino, Verona vedeva la fine dell'impero.

Ma uno gravissimo operavasi in questi tempi nelle masse della popolazione, latente dapprima, palese ben presto e solenne, prima toccante gli individui soltanto, ma poi, modificando credenze e costumi, passò a signoreggiar la società e minacciarne le istituzioni, mutarne gli ordini, e in qualche parte rovesciarne le basi; tale cambiamento fu operato dalla religion cristiana; onde sotto un certo punto di vista, nulla di più vero essere stata la propagazione di essa una delle cause efficaci della caduta di Roma.

Ma quali religiose credenze professaron i padri nostri prima della diffusione del Vangelo? Per quello che risguarda l'epoche anteriori alla dominazione romana è inutile farne parola; non potrebbero essere che supposizioni più o meno verosimili, destituite però d'ogni appoggio di tradizioni e di monumenti locali. Ma insieme coli'amministrazione , cogli istituti civili e colla lingua ci venne anche la religione romana e le ■sacre dignità, che per lo più venivano conferite ai decurioni, od a chi avesse sostenuto civili onori: pontefici, sacerdoti, flamini, auguri, sodali. Fra le nostre lapidi parecchie ricordano flamini, e talune flaminiche, non essendo il sacerdozio interdetto alle donne. Notabile una di Sortono festo flamine di due divinità, cosa contro le leggi (Cic. De leg. 2), qual meraviglia se il sacerdozio 13 non era gratuito? Morto Augusto e divinizzato

14 SOLI ET LVIVAI

y. SERTORIVS Q. F. FESTVS FLAMEN

*8 Consla da lapide ov'ò espressamente posto l'aggiunto gratuiUts. lUustraz, del L. V. Voi. IV. 4«

351 PROVINCIA DI VKHONA

l'adulazione al potere che sorviveva fece ambire il sacerdozio al suo Nume,' e l'ebbero tanti che formarono un ordine cittadino; sei presedevano quasi magistratura a tal corpo e si dicevano seviri auguslali 16; nelle lapidi compariscono tra i decurioni ed il popolo.

Estesa e radicata dovette essere la superstizione in Verona, ed è permesso raccoglierlo dalle numerose iscrizioni votive a varie deità consacrate, rinvenute nella città e nel territorio, ed in esso le molte denominazioni di luoghi che palesemente si riferiscono a pratiche di culto gentilesco. Meno il sotterraneo alle Stelle, nessun tempio ci rimase dei molti che dovevano essere. Ricordiamo oltre il menzionato capitolino, uno che erasi eretto e dedicato a Roma e ad Augusto e la fonte della dea Fero-nia 17, e le memorie di moltissime chiese eretto allo scomparire del gentilesimo sopra i delubri di quello, serbandone, ed abbellendosi colle loro spoglie.

Alla caduta dell' impero romano l'idolatria era scomparsa completamente fra noi, e la religione di Cristo 18 col sangue dei martiri e col-l'opera apostolica di ben venti vescovi gloriosamente stabilita.

E qui sia fine a questa escursione antiquaria nella quale c'ingegnammo per quanto le forze e la brevità ci permisero di dar vita alle nobili reliquie dell'evo antico che illustrano Verona, e delle quali non sia cancellata ancora l'impronta della interezza primitiva.

Altri innumerevoli frammenti ne' musei, ne' templi, nelle abitazioni arrestano spesso lo sguardo ed il pensiero, come gli avanzi d'un grande naufragio; non lasceremo di farne memoria ovunque l'opportunità sia maggiore, e lo faremo più volontieri, e perchè molti spiriti gentili che ebbero tra noi in onore l'antichità ci rendono più preziosi questi restì della passala grandezza, e per chiamare su quelli vigile l? occhio de'nostri concittadini .... ; P idiota discendenza de' barbari non è spenta del tutto.

tG Q. OCTAVIO

Q. L. POC. PRIMO VI VIRO AV<i SAC IVVEN octav1a tigr1s PAI' COMVGI R. M. ET sini V. F.

17 Cui rimase ancora il nome corrotto fontana del ferro.

18 Slimiamo bene di unire in uno tulle le memorie relative alla nostra Diocesi.

APPENDICE K

Intorno alla patria di Plinio,

Come d'altri insigni cosi di Plinio è contrastata la patria. Lasciando l'opinione dell'eccentrico Arduino, che in un momento di malumore lo disse romano e non s'ebbe seguaci più che egli non desse argomenti, Como e Verona stanno in tenzone originata sino dal primo rinnovarsi dei classici studj in Italia. La nobile gara non fermossi ad asserzioni; sì l'una che !' altra eressero statue all'ambito concittadino, Como sulla facciata della cattedrale, Verona nel foro. Dall'una parte e dall'altra corsero scritti vigorosi, oppugnanti le rispettive ragioni. Per Como stettero Fabricio, Rezzonico, Rovelli, Giovio, Kùlb e Cantù ; per Verona Petrarca, Panvinio, l'Arduino (che poi mutossi a favor di Roma), Vossio, Masson, Ughelli, Punk e MafTei. Il Tiraboschi nella Storia della letteratura espone la lite, cansando il giù dizio, solo dà colpa ai Veronesi perchè lascino il campo, ed in cotal modo, la vittoria ai Comaschi. Noi fra un parlare audace ed un indecoroso tacere scegliamo il primo, fidando che ne scagioni l'amore legittimo del patrio vanto.

I principali argomenti, sì positivi come negativi degli avversar), stanno con brevità perspicua esposti nella .Storia della diocesi di Como del Cantù e noi li riproduciamo opponendovi quanto soggiungono i nostri. Dicesi adunque :

— Valido appoggio dei Veronesi essere l'epistola dedicatoria di Plinio a Tito Vespasiano che comincia cosi: « I volumi della Storia naturale or « ora compiuti, lavoro ignoto alle muse de'Romani tuoi presento con « libera lettera a te, giocondissimo imperatore, e sia questa la più cara

* tua, mentre imiti il gran genitore; poiché.....tu solevi

Fare alcun conto degli scherzi miei, « Per adoperare a schermo Catullo, mio conterraneo » ma dovérsi notare come sia sospetta questa parola non se ne avendo altri esempi in latinità; in codici parecchi leggersi conterraneo, motto il quale derivando da Gena, baja, non importerebbe che lepido compagnone; e pur tenendo il conterraneo non perciò se ne avrebbe concittadino, sibbene della stessa terra o regione; questo poi era verissimo, dacché l'uno è l'altro traspadani. '

Insistono: gli antichi averlo tenuto comasco; nel catalogo lllustrium vi-rorum di Cajo Svetonio Tranquillo trovarsi: Plinius Secundus Novocomen-sis; se anche il libro non vogliasi di Svetonio essere certamente vetusto ; non solo: nefl cronico d'Eusebio da Cesarea sotto l'anno XII di Trajano dirsi che Plinio Secondo Novocomense oratore e storico insigne peri mentre visitava il Vesuvio. Questo tratto essere sincero trovandosi nella traduzione armena di quella cronaca e nell'antichissimo palinsesto scoperto dal Maj ; voce pressoché moderna aver chiamato primamente Plinio Veronese, d'un certo Giovanni prete mansionario di Verona, ignorante come portava il suo tempo.

Stare inoltre pei Comaschi molti luoghi dell'opere di Plinio il giovine. Nella lettera al decurione Cromazio Firmo (L. I, ep. 19) « tu sei (dice) « della mia patria; teco usai alla scuola; dai primi anni abitammo una « sola casa; tuo padre fu l'amico di mia madre e di mio zio materno e « di me, per quanto l'età lo permetteva; » ciò addimostrare come lo zio materno di Plinio avesse in Como il domicilio; ed in una orazione ai padri rammentare la magnificenza propria e quella de'suoi parenti. Aggiungasi che se Plinio maggiore fosse stato veronese avrebbe avuto i suoi beni colà, invece il nipote che ne fu l'erede ricorda tratto tratto beni sul Comasco, non una volta su quel di Verona; lo stesso aversi a dire delle lapidi molte e genuine che recan il nome de'Plinj essere a Como; poche ed incerte le veronesi.

Bellissimo argomento infine assecurare al Lario quel grande, l'amore cioè, con cui cercò e descrisse cose locali dimentiche o trasandate da altri scrittori. — Questo pei Comaschi.

Egli è vero anzitutto principale de'nostri argomenti essere la parola conterraneo rilevila, a Catullo nella dedicatoria all'imperante Tito Vespasiano: Namque tu solebas meas esse aliquiputare nugas, ut obiter emolliam Catullum conterraneum meum. Noi ne difendiamo la lezione ed il valore. È ingegnoso il sostituire congerraneo, ma non accettabile stante che tal parola è priva dell'appoggio di qualche buon codice, ne viene reclamata dalle regole di sana critica per qualche contrasenso o qualche difficoltà ch'altrimenti emergesse nel contesto; anzi, al contrario, esso la partorirebbe, nè potriasi adoperare senza notevole improprietà. E per vero , anche lasciando che dai pochi esempi recati di questa parola non s'appalesa gergo soldatesco castrense verbum, troviamo che congero ovvero congerro. (Cum quo familia-riter et facete confabulami^ Congerones sodales familiariter conviventes nugis ineptiisquoB tempus simul ferente*, Calep.-Forc. Lex.) reca l'idea del convivere e del confabulare; ora, come mai poteva Plinio chiamare cosi Catullo, vissuto un secolo addietro? se una qualche uniformità di vita o di studj fosse corsa fra i due, in senso un po largo, starebbe ; ma quale ravvicinamento mai tra la vita e l'opere di Catullo scapestrato, mordace, festivo, e la scientifica gravità di Plinio Secondo ? Che se egli stesso chiama inezia il prò*

SOTTO I ROMANI 357 prio lavoro (nugw) egli è, parmi, perchè la romana educazione severe etl alle cose stimava soltanto la guerra e l'amministrazione della repubblica; ed anche per una certa modestia non disdicevole nel presentarsi al suo imperiale amico.

Nò più felice troviamo la supposizione che lascia il conterraneo, ma solo per indicare latamente il paese. Como e Verona furono ambedue traspadane e tutto il settentrione d'Italia non mancò d'essere chiamato Gallia ; sta bene; ma in bocca di Plinio peccherebbe tuttavia di inesattezza, essendoché nella partizione d'Augusto, cui attiensi nella sua geografìa, Verona era nella Xregione d'Italia, la Venezia; Como nell'XI veramente Gallia. Di più, conterraneus porta la impronta di parola castrense, ciò che attagliasi alla dichiarazione di Plinio stesso e porge l'adito ad altre osservazioni. 1 cercatori delle più remote manifestazioni dell'idioma italiano si fermano con giusta insistenza intorno al latino castrense, e vi trovano parole o radicalmente simili o per senso speciale, costrutti e forme italiane anziché latine. (Muratoiu, Ani. I, dis. xxxii, xxxui. Cantu. St.Un. doc.G.w.v ani, Dei popoli ital. ecc.) Non sarà quindi arbitrio nè sottigliezza, se in mancanza d'altro, riscontro per aver il senso d'una parola appartenente al latino castrense ci rivolgiamo all'italiano. Ora in questa lingua, come terra s'usa per città «siede « la terra dov' è nata fui — 0 mantovano io son Bordello della tua terra • e di esempi se n' han mille, così conterraneo è parola usata ed intesa per nativo della stessa città, non già della stessa regione o paese in lato senso ; e perciò il Comasco parlando d' un Veneziano non direbbe già: della mia terra, nè direbbelo pure d'un Milanese, nè anzi, d'alcuni delle riviere stesse del Lario, salvo sempre che a stranieri non parli in terra straniera; che allor passerebbe. Tuttociò è chiaro abbastanza, ed il lettore intende più là ch'io non dico. Nò altrimenti la pensò tal valentuomo caldo pei Comaschi, il quale ad aggiustarla col conterraneo non vide spe-diente migliore che donare a Como anche Catullo.

— Dagli antichi Plinio fu sempre tenuto comasco — Evvi a dire. Tra gli antichi, accade intorno ai due Plinj il goffo abbaglio di confonderli in uno solo cui tribuirono l'opere e la vita d'entrambi; forse causa ne fu la indentità del nome, la strettezza dei rapporti.

Già fino dall'età di Sammonico Sereno, vissuto a' tempi di Alessandro Severo nella metà prima del secolo III, cominciasi ad intravedere l'errore. Plinius (dice) ut scitis ad Trajani utque imperatorie pervenit wtatem. Ma-crobio che cita questo passo, circa due secoli dopo ( 420 ), vi scorre sopra senza chiedere quale dei Plinj vivesse al tempo di Trajano; segno che nella sua mente esistevano un solo. San Girolamo, contemporaneo di Macrobio, parla d'un Plinio solo, chiamandolo oratore e filosofo. Vedasi ora qual peso vada concesso alla indicazione Plinius Novocomensis recata nelle memorie biografiche unite all'opera di Svetonio. Primieramente quello scritto non è genuino. Ciò non solo dello Scaligero e del Maffei, ma dalla

più parte dei critici si ammette, compresi i Comaschi stessi. Sebbene antico, poiché trovasi nei codici Parigino del X e nel Vaticano del XII secolo, quell'opuscolo non può assegnarsi più addietro del IV secolo. A quell'epoca la confusione dei Plinj era già consumata, e P autore, qualunque fosse, non fece che ripetere seccamente quanto correva. Dello aversi poi detta Como patria dell'unico Plinio e non Verona, trovasi facil cagione nello accennare frequente che fa Plinio il giovane a Como nelle sue lettere, mentre Plinio il vecchio non tocca mai chiaramente della sua patria. Ci ha di più. In quell'opuscolo stesso la parola Novocomensis forse fu intrusa. Francesco Petrarca, il quale se ne valse tanto da recarne sentimenti ed espressioni nei libri delle Cose memorabili dice : « Ne da Tito Livio separerò le, o Plinio Secondo veronese, da cui non sei nò per età nè per patria lontano » : dalle quali parole puossi arguire che Novocomensis non fosse nel codice da lui adoperato. Lo stesso dicesi riguardo i codici avuti da Vincenzo Belluacense ed a sant'Antonino, i quali nello Specchio Storiale e nella Cronaca recano estesa quella vita pure senza il Novocomensis.

Appoggio primario dei Comaschi, e prima causa della controversia è il testo d'Eusebio Cesariense più d'ogni altro esplicito, dal quale, per ciò appunto noi caviamo perspicua conferma del detto circa la confusione dei due Plinj. Là è scritto come nei tempi di Trajano vivesse Plinio comasco oratore ed istorico, e ch'egli periva nell'osservare il Vesuvio (Eus. Ces. Chr. adan. XII Trajani); ma il Plinio vissuto indubbiamente ai tempi di Trajano, come attestano la corrispondenza epistolare ed il panegirico, non può essere il Plinio, che pure indubbiamente era morto durante la grande eruzione del Vesuvio, cioè ventisette anni prima che Trajano imperasse. Dalla qual considerazione, panni restar chiaro: o che Eusebio fu intinto pur esso dell'errore intorno ai Plinj, o che l'opera sua subì in questo punto un guasto anteriore alla versione armena ed al palimsesto dei Maj. Nel primo caso cade l'autorità dell'uomo; nel secondo quella del libro, restandone solamente chiaro quanto a noi conferisce; la confusione dei due Plinj. Dopo tutto questo egli è vero nè più nè meno , primo nei secoli nostri ad asserire Plinio veronese essere stato un tal Giovanni prete mansionario della cattedrale, vissuto sul principiare del milletrecento. Ch'egli fosse proprio ignorante qui non merita concedere ne contrastare (ne parliamo a luogo), tuttavia o ingegnosamente lo scorgesse o l'indovinasse ovvero trovasselo scritto com'egli dice in quadam historia, precedette ogni altro nel distinguere ciò che gli antichi da Sereno in poi avean malamente confuso, poiché nello scritto Jìreris adnotatio de duobus Plinj, premesso anche al codice di Lincoln ed al Vaticano propone ed ingegnasi provare (pianto è per noi fuor di quistione, cioè che i Plinj furono due; Plinj duo fuisse noscuntur, rendendo cosi buon servigio alla critica storico-letteraria e svelando l'errore ch'avea porto argomento a Como per asserirsi patria del primo Plinio.

SOTTO I ROMANI 35!) Molti luoghi dell'opera di Plinio il giovane stanno pei Comaschi. Noi ne recammo due de' migliori che invero non provan molto. La lettera a Cromalo Firmo non dice che Plinio nascesse a Como nè che vi tenesse sta-bil dimora, ma nemmeno lascia nettamente supporlo; sol si raccoglie che Plinio vi si recasse alcun tratto. Più debole ancora è l'argomento che vuoisi trarre dall'orazione ai Padri Novocomensi, ove ricorda la munificenza de' suoi parenti. Il senso proprio di questa voce latina è veramente di genitori., o tutt' al più preso con larghezza di progenitori, e con ciò invano vi, si cerca un'allusione a Plinio il vecchio. Anzi, chi bene avvisi come il nipote non lasciasse circostanza per magnificare lo zio, non veggendone cenno espresso in questo luogo, sarà tratto con noi a credere la cosa contraria, che cioè, se tacque sia stalo appunto non ne avendo ragion di parlare.

E poiché siamo su Plinio il giovine, alla nostra volta vogliamo notare che parecchie espressioni nelle sue lettere (Veronensibus nostris; L. vi. ep. ull. Calullus meus, L, I, ep. II) sarebbero bene oscure ""se non si ammettesse veronese il suo zio e padre adottivo. Noi ci fermiamo qui. Ma Panvinio e MafTei in grazia, di questa adozione reclamano anche Plinio Ce-cilio ; veda il lettore.

Non vogliamo ora cavillare per attenuar l'argomento del non darsi memoria di ville o fondi, cui Plinio avesse sul Veronese; è argomento negativo che poco nuoce e poco giova. Di speciosità maggiore è quello dedotto dalle lapidi. Lo confessiamo, poche, mutile e quel ch'è peggio, perdute sono le lapidi veronesi relative a Plinio; abbondano invece le genuine comasche. Ma di queste non una parla di Plinio maggiore; in secondo luogo chiunque non digiuno in fatto d'antichità le scorra, vedrà che quelle unite al gentilizio appellativo dei Plinj recano un cognome greco che generalmente mostra condizione libertina , cosa d' altronde confermata anche dalla professione espressa di quelli: talché hen a luogo sovviene il motto herì grceculi hodie Cor.nelii; onde questi pretesi Plinj si risolvono la più parte in liberti; nò dà meraviglia se avendo il nipote Cecilio, recato coi beni anche il nome dello zio materno, questo per eredità o per manumissione restasse diffuso in Como, e si spegnesse in Verona.

Bell'argomento infine, dicono, ad assicurar a Como quel grande, è l'amore con cui cercò e descrisse cose della città e del lago ; il sarebbe, diciam noi, se non facesse altrettanto e più , rig