PARTIGIANO ” La giovane guardia u Il Demone triste, spirato dell’esilio, Volava sulla terra peccatrice, Rd i ricordi dei giovani migliori Accorrevano in folla, Quando oltre le nebbie eterne, Avido di conoscenza, egli seguiva Le carovane nomadi Nello spazio degli altri abbandonati; Quand’egli credeva ed amava, Felice primogenito della creazione ! . .... I giorni delle prove son passati; ' Insieme alla fragile veste terrena Sono cadute da lei le catene del nude. Sappi che noi da tempo l'attendevamo ! La sua anima era di quelle La cui vita è un istante 'Di dolore intollerabile, Di irraggiungibili letizie.......... A prezzo crudele essa ha pagato 1 suoi dubbi .......... Dia sofferto ed ha amato K il paradiso s’è aperto per l’amore i 1 Vi Z Dal libro „La giovane guardia“ (Premio Stalin) LIBERTA! La denominazione «Regione Giulia» è una espressione nuova con la quale viene compreso tutto il Territorio che tu annesso all’Italia alla fine della prima guerra mondiale. Il Litorale sloveno è solamente una parte della Regione Giulia. Questa nuova regione italiana contava quasi un milione di abitanti dei qualil due terzi slavi, (sloveni e croati), e un terzo italiani. La storia politica dei popoli della Regione Giulia è molto varia. Prima, deH’occupazione italiana, questo territorio non ha mai costituito un’unicai unità amministrativa; neppure l’Austria, durante la sua secolare dominazione ebbe motivo di unificare e collegare tra loro i popoli della Regionel Giulia. Dal punto di vista economico, questa regione pur non essendo ricca, non è così misera come taluni vorrebbero dimostrare. La sua principale ricchezza consiste nella laboriosità e nell’iniziativa dei suoi abitanti. Nonostante questi fossero di nazionalità differente, per secoli vissero nel rispetto reciproco; l’odio nazionale era per loro una, cosa completamente sconosciuta. I nostri vecchi e tutti coloro che si interessano a questo problema sanno perfettamente quanto questo irredentismo fosse stato sincero e a chi in realtà avesse servito. Come tutti sanno, Tltalia imperialista ebbe questo territorio come parte del bottino e come premio per la partecipazione alla guerra imperialista. Simili slogans e altri ancora più vuoti ed assurdi costituiscono tutta la piattaforma ideologica dell’irredentismo, causa di tanto male per tutta la nostra popolazione e non solamente per gli sloveni1 e croati. L’irredentismo preparò il terreno adatto al fascismo nascente che da noi trovò l’ambiente favorevole per le sue prime Imprese su vasta scala. La prima e la più importante è la marcia su Fiume dei legionari di D’Annunzio. Quando le potenze imperialistiche d’occidente si divisero il botr tino di guerra, nessuno chiese loro come fosse in realtà questa nostra terra, chi vi abitasse e quali fossero le aspirazioni di questo popolo; ed a nessuno o a pochi, interessò sapere come Tltalia fascista amministrasse questa sua nuova regione, e quale fosse il trattamento riservato alle minoranze nazionali. Un quarto di secolo di dominazione fascista rappresenta per tutta la Regione Giulia uno dei più oscuri periodi della sua storia. Siamo stati testimoni di una tale oppressione sociale e nazionale che ci era sembrato di essere ritornati nel tenebroso medio evo. Gli sloveni e i croati furono doppiamente oppressi: nazionalmente e socialmente. L’oppressione delle minoranze nazionali fu uno del più grandi delitti del regime fascista e ci sembra quasi impossibile che in quel tempo, in Europa, potessero concretarsi simili ingiustizie. Il governo di Roma aveva deciso sic et sempliciter di far sparire le minoranze slave della Regione Giulia, e: questo' non potendosi conseguire con mezzi «legali», fu affidato all’opera delle squadre fasciste e al fanatismo e all’arbìtrio di singoli funzionari governativi, i quali, per assolvere questa loro «missione» non rispettavano neppure le stesse leggi fasciste. I mezzi «legali», per ottenere la snazionalizzazione, furono la proibizione dell’uso della lingua slovena in pubblico e nella vita privata, la forzata emigrazione, oppure il trasferimento nell’interno dello stato del maggior numero possibile di sloveni e croati (specialmente se intellettuali), la soppressione delle scuole slave, l’italianizzazione dei nomi delle località slovene. Si giunse persino ad italianizzare i cognomi ed i nomi di battesimo. Se volessimo continuare con simili citazioni non termineremmo mai. Agli sloveni fu imper dita ogni attività culturale. Ogni manifestazione anche minima di sentimento nazionale era severamente punita. La predicazione in lingua slovena fu proibita perfino alle chiese. Questi provvedimenti «legali» erano accompagnati dalla violenza delle squadre fasciste. Bisogna ancora ricordare a questo proposito, che, nel medesimo tempo e con tenace conseguenza, furono distrutte tutte le istituzioni economiche slave, alcune delle quali di notevole importanza per la vita economica locale. Con simili sistemi, inconsciamente, il fascismo italiano si scavava la fossa. Il fascismo aveva iniziato la sua marcia al potere da noi, e in noi trovò la prima e più forte resistenza. Il gruppo etnico slavo nell’op-porsi alla sistematica distruzione totale, trovò un forte alleato nel proletariato italiano di Trieste e delle altre città della Regione Giulia. Il proletariato delle .nostre ciò tà con le sue gloriose tradizioni rivoluzionarie non cedette di fronte al fascismo neppure nel periodo delle più spietate persecuzioni. In tutte le prigioni politiche ed in tutti i luoghi di confino d’Italia, la nostra gente aveva la più forte rappresentanza; non vi era carcere politico in Italia dove mancassero gli slavi, dove non si fossero lavoratori triestini. La popolazione slava fu in special modo colpita con lo scioglimento di tutte le associazioni culturali ed educative create nel corso di decenni con notevoli sforzi e sacrifici. L’attività culturale si è perciò svolta neU’illegalità e molti coraggiosi intellettuali furono per questo condannati a lunghi anni di carcere. L’oppressione fascista diveniva di giorno in giorno più feroce. Era perciò necessario intraprendere una azione più decisa ed eventualmente por mano alle armi. I figli più arditi del nostro popolo non esitarono di fronte al pericolo e cominciarono ad attaccare con le armi il tiranno fascista. Queste azioni avevano lo scopo di accendere tra il popolo la scintilla della ribellione, di indicare la via per le future lotte, di infondere coraggio e fede nell’avvenire. Queste azioni avevano inoltre lo scopo di attirare l’op'mione publica mondiali sulla tragica situazione in cui si trovava la nostra regione. Bisogna riconoscere che questi primi scopi furono raggiunti. La stampa internazionale cominciò a interessarsi alla Regione Giulia. La nostra tragedia venne portata a conoscenza anche al di là dei nostri confini. La rappresaglia non si fece attendere a lungo, e fu sanguinosa. Caddero le prime vittime. Vladimiro Gortan fu il primo eroe che immolò la sua esistenza per la libertà della nostra terra; migliaia d’altri lo seguirono. Il processo di Trieste del 1931, del Tribunale Speciale che condannò altri quattro combattenti per la libertà, i martiri di Baso-vizza, ebbe risonanza mondiale. Il fascismo italiano per queiringiusta sentenza subì il suo primo serio colpo. Malgrado le insensate persecuzioni della polizia fascista, la resistenza del popolo oppresso si faceva sempre più forte e prendeva forma secondo sistemi organizzativi più perfetti. Nella sua lotta contro. Toppressore, il popolo della Regione Giulia diede esempio unico di unità e compattezza. Durante questo periodo, comparve sulla nostra scena politica- una personalità della quale appena ora possiamo conoscere l’importanza ed il significato. Tra la gioventù progressista di Trieste comincia ad operare lo studente Pino Tomažič. Egli però non limita la sua attività a Trieste ma è conosciuto nelle più remote località della Regione Giulia sopratutto nel Carso ed a Vipacco. Appena ora siamo in grado di giudicare la vera grandezza di questo giovane eroe che era nel contempo agitatore, organizzatore e profondo ideologo. Non è possibile trovare una macchia nella sua vita politica e neppure in quella privata. Era un vero, co-manista e rivoluzionario. Sono pas sati dieci anni da quando egli indicò la giusta soluzione dei due principali problemi della Regione Giulia: il problema nazionale e quello dell’apparteneza statale. Egli difese questo suo principio di fronte a chiunque, senza esitazioni. Difese questo principio anche di fronte al Tribunale Speciale che doveva condannarlo a morte. Esattamente dieci anni dopo la celebrazione del primo grande processo, il Tribunale Speciale si era nuovamente trasferito a Trieste per giudicare ancora una volta i più arditi figli del nostro popolo. L’Italia fascista, allora si trovava in guerra. Il processo del 1941 non aveva più il carattere manifestativo e propagandistico di quello del 1931, ma voleva essere un atto di auto-difesa del fascismo morente. Il governo di' Roma voleva schiacciare sul nascere la ribellione che di giorno in giorno dilagava. Mentre si stava celebrando questo processo, si udivano nei nostri boschi i primi spari annuncianti l’alba della libertà. L’eroico comportamento dei nostri compagni durante il processo costrinse al rispetto gli stessi carnefici. L’ostinata fierezza di Pino Tomažič, il quale non si difese di fronte ai giudici fascisti, II Ten. Col. sovietico Rybacenko parla al raduno dell’ OF tenutosi il 30 * 7'1944 nella Valle del Vipacco II compagno Stoka incita all’ inizio dell’ insurrezione Le marce nella neve erano faticose, ma. non hanno potuto far tvacillare la ferrea volontà dei combattenti ma accusò e 'condannò il fascismo, fu in seguito d’esempio a tutti i combattenti della libertà, i quali, come lui, senza paura guardarono la morte in faccia. Al poligono di Opicina i fascisti troncarono la gìo. vane vita di Pino Tomažič e dei suoi compagni, ma le parole di Pino rimasero. Ancora oggi, nella nostra lotta quotidiana, seguiamo le diretitve da lui indicateci. Infatti Pino Tomažič, dieci anni fa, dichiarò che Trieste appartiene al suo retroterra perchè senza questo non può vivere; dichiarò che Trieste, isola italiana in territorio sloveno, può esistere e progredire solo nel complesso statale jugoslavo che offre a questa città ogni possibilità di sviluppo. Il gruppo etnico italiano della Regione Giulia, nulla ha da temere per la sua esistenza nazionale nel nuovo stato socialista. Siamo giunti così alla grande svolta della storia di questa regione: siamo giunti all’anno 1941. La vecchia, smidollata Jugoslavia era stata distrutta, era sparita: così rapidamente da lasciare tutti perplessi. La cricca governativa si era posta al sicuro, abbandonando i popoli al loro destino, Tutti i vecchi politicanti rimasti in patria si erano messi bravamente al servizio dell’oppressore continuando a percorrere la vergognosa strada del tradimento. I popoli della Jugoslavia non li seguirono perchè nuovi dirigenti erano sorti dalla massa. Aveva così inizio la lotta sanguinosa e senza compromessi. Da questa lotta doveva nascere la nuova Jugoslavia, senza sfruttatori, senza oppressioni, democratica, socialista. I popoli della Jugoslavia compresero ciò e non si risparmiarono i sacrifici. Nessun sacrificio, era trop. po grande pur di poter raggiungere la meta. Quasi contemporaneamente, come in tutte le regioni della Jugoslavia, ebbe inizio anche da noi la lotta partigiana. In un primo tempo le azioni avevano un’importanza limitata, non certo paragonabili ai combattimenti che già erano in corso nella Jugoslavia meridionale. L’occupatore controllava severamente questo territorio. Oltre a ciò, da venti anni vi risiedevano numerose divisioni italiane. Quantunque l’effetto militare delle prime azioni partigiane nella Regione Giulia fosse minimo, queste ebbero un’enorme importanza morale per tutto il popolo. II popolo attendeva da venti anni questo momento e perciò salutò con entusiasmo i primi colpi di fucile partigiani, l’eco dei quali annunciava l’inizio della lotta. Il popolo della Regione Giulia non temeva la lotta nè il sacrificio, perchè vi era ormai abituato e sapeva che la libertà non si conquista senza sacrifici. Il collegamento tra gli abitanti e le formazioni partigiane fu perfetto come in pochi altri luoghi. Centinaia di combattenti entrarono immediatamente nell’esercito di liberazione. La maggior parte fu inviata nelle regioni interne della Slovenia perchè da noi non era ancora possibile mantenere in vita grandi unità partigiane, specialmente per la mancanza d’armi. Molti di essi fecero più tardi ritorno, ricchi di esperienza e di conoscenze militari e poterono trasmettere ai combattenti più giovani. La prima compagnia partigiana della Regione Giulia si formò spontaneamente nel 1941, presso Ilirska Bistrica: (Villa del Nevoso) ed ebbe, subito dopo la sua creazione, scontri con l’esercito, italiano. Questa unità si trasferì in seguito nella valle del Vipacco e vi sostenne aspri combattimenti. Il maggiore ebbe luogo sul monte Nanos (Monte Re) il 15 aprile 1942. Già nell’autunno del 1941 alcuni partigiani della Slovenia vennero volontariamente a dare il loro contributo alle unità della Regione Giulia. Si crearono così i primi contatti stabili tra la Regione Giulia e la Jugoslavia. Con Io sviluppo della lotta, questo collegamento divenne sempre più stretto cosi che ancora prima della liberazione la Regione Giulia e la Jugoslavia divennero un’unità, tanto dal punto di vista militare come da quello politico. Nell’agosto del 1942, nella valle del Vipacco, presso Osegliano venne formato il primo battaglione al quale i combattenti dettero il nome del più grande poeta sloveno della Regione Giulia: Simon Gregorčič. Le sue compagnie operavano nel Tolminese, nel Collio e nel Carso. Malgrado lo scarso armamento venivano compiute azio. ni temerarie. Si attaccavano pattuglie ed unità minori del nemico, si danneggiavano le linee ferroviarie. Per creare le condizioni per un più rapido sviluppo della lotta partigiana, per offrirci le preziose e-sperienze del Dolenjsko e Notranjsko, il Comando Generale della Jugoslavia decise di inviare nella Regione Giulia il distaccamento di Lož (Loški odred). Nella seconda metà di ottobre del 1942, dopo un cammino lungo e faticoso, il Distaccamento riuscì a raggiungere la Beneeia annessa all’Italia nel si col battaglione «Simon Gregorčič», che unendosi assieme formarono il distaccamento dell’Isonzo. Con l’arrivo del Distaccamento Lož, la situazione della nostra regione mutò cosi radicalmente che nel novembre del 1942 il nuovo distaccamento potè passare all’offensiva. Questa si potrasse fino al febbraio 1943. Furono catturate in combattimento grandi quantità di armi, servite all’armamento dei nuovi volontari. Il Distaccamento dell’Isonzo estese la sua attività perfino oltre il vecchio confine italo-austriaco, neL la Beneeia annessa allTtalia nel 1866. L’esercito italiano rispose con una formidabile offensiva sullo stile di quelle compiute nel Dolenjsko. Numerose divisioni vi presero parte. Ebbero luogo combattimenti estremamente sanguinosi, nel corso dei quali le unità del distaccamento impedirono la realizzazione dei piani del governo di Roma. I partigiani non furono distrutti, ma uscirono dall’offensiva ancora più preparati per continuare la lotta. Nell’aprile del 1943 si procedette alla riorganizzazione delle unità; furono create due brigate d’assalto; la Brigata «Simon Gregorčič» e la brigata «Ivan Gradnik». Si giunse così ad una forma organizzativa superiore: la brigata d’assalto, capace di affrontare il nemico in campo aperto. Entrambe le brigate sostennero aspri combattimenti, nei quali il nemico ebbe perdite considerevoli. Combattimenti di particolare gravità ebbero luogo in Benecia ed in Resia e, al ritorno, oltre l’Ison-zo, sul Monte Nero. In seguito ie brigate si trasferirono nel Dolenjsko dove si fusero e costituirono una forte brigata denominata «Ivan. Gradnik». Nella nostra regione rimase solo un piccolo distaccamento, che in seguito si sviluppò, diventando ancor prima della capitolazione dell’Italia, un reparto forte e solido. Nello stesso modo si svolgeva la lotta di liberazione nazionale In tutta la Slovenia. Dove le condizioni erano più favorevoli, lo sviluppo era naturalmente più rapido. Il cuore della resistenza slovena fu però sempre nel Dolenjsko, dove risiedevano il Comando Generale della Slovenia, il Comitato centrale del Partito comunista Sloveno ed il Comitato Esecutivo del Fronte di Liberazione. Nel meridione si era già nuovamente for. mato un fronte jugoslavo contro il quale erano impegnati centinaia di migliaia di soldati nemici. La capitolazione dell’Italia rappresenta una grande svolta nella lotta di liberazione nazionale. Il Comando Generale della Slovenia aveva previsto la capitolazione e l’aveva attesa perfettamente preparato. II disarmo delle unità italiane e la liberazione di tutto 11 territorio occupato daU’Italia, ad eccezione di Lubiana, furono compiute con così fulminea rapidità e precisa organizzazione da poter far fronte, alcuni giorni più tardi, al nuovo e più forte nemico: alle orde tedesche, che credevano di poter liquidare l’esercito di liberazione della Slovenia in poche settimane. La capitolazione dell’Italia ebbe un’importanza ancora maggiore per la Regione Giulia. Essa rappresenta uno dei più importanti avvenimenti della sua storia. Immediatamente scomparve tutto l’apparato amministrativo fascista. I Comitati di Liberazione Nazionale presero il potere e lo mantennero fino alla liberazione totale. I Comitati esplicavano la propria attività anche nei presidi nemici. Erano eccettuate solo le città più grandi, Trieste, Gorizia ecc. Per uscire però, da queste città, l’occupatore doveva sempre servirsi di forti colonne bene armate alle quali le unità partigiane ostacolavano l’irruzione nel territorio liberato. Nelle città stesse si andava organizzando l’attività illegale che doveva in seguito raggiungere una tale perfezione, da rendere poco sicuro l’occupatore anche in esse. I partigiani lo attaccavano e colpivano perfino nelle vie della città L’attività -illegale era special-mente sviluppata a Trieste e Gorizia; durante la lotta gli attivisti vi raccolsero grandiose quantità di materiale di ogni genere, special-mente sanitario ed ingenti somme di denaro. Con la capitolazione dell’Italia si verificò tra noi un’altro fatto storico di eccezionale importanza per il futuro sviluppo del movimento democratico. Gran parte del proletariato italiano della Regione Giulia aderì alla lotta di liberazione nazionale. Negli anni 1943 e 1944 si arruolò nelle formazioni partigiane un così grande numero-di volontari italiani che una parte di essi fu inviata nella Bela Kra-j:ina, dove la situazione era più, favorevole per quanto riguardava l’approvvigionamento e l’armamento. Numerose unità italiane combatterono inquadrate nel VII e IX Korpus. Le più celebri per numero e combattività erano la brigata «Triestina», la brigata «Fontanot», il battaglióne «Alma Vivoda», il battaglione «Pino Bud-i-Cin». Non dobbiamo in questa occasione, dimenticare i G.A.P. (gruppi d’azione patriottica), che compirono temerarie azioni di sabotaggio a Trieste, a Monfalcone e nelle zone'vicine. A Trieste fu creata l’Unità Operia - Delavska enot-nost, nella quale erano organizzati gli operai italiani e slavi. Oltre agli altri compiti svolti in precedenza, questa organizzazione prese parte con successo ,al fianco dell’Armata Jugoslava, ai combattimenti stradali per la liberazione di Trieste. Nel settembre del 1943 i partigiani proclamarono la mobilitazione generale. Questa mobilitazione ;bbe grande successo. In pochi giorni furono formate grandi unità e-quipaggiate con armamento italiano. Queste nuove unità, senza alcuna esperienza militare, trattennero per molto tempo alle porte di Gorizia le divisioni corazzate tedesche. Solo in seguito, di fronte alla superiorità del nemico meglio armato, e poiché erano già circondate, si ritirarono nei boschi. Qui si rior. ganizzarono e passarono nuovamente all’attacco. Per dire la verità l’offensiva tedesca non venne mai meno. Il IX Korpus appena creato sostenne accaniti combattimenti attaccando presidi, colonne, ferrovie, nodi stradali ed altri obiettivi. Purtroppo non possiamo qui descrivere tutti gli episodi del sovrumano eroismo dei partigiani: che si conquistarono la più grande ammirazione dei rappresentanti degli eserciti alleati in missione, La brigata "JVatisone accolta dalla folla in Piazza Unità "L'Unità Operaia" va alt' azione I combattenti erano duri, ma noi tutti sapevamo che erano gli ultimi giorni dell' occupazione A 40 giorni dalla liberazione sono iniziate le perseguitazioni La libertà, il lavoro ed il pane. Potremo conquistare soltanto se marceremo uniti sulla via della lotta di liberazione nazionale presso il Comando del ¡X ¡Corpus. 11 collegamento delle formazioni: partigiane con la popolazione fu meraviglioso. Il popolo diede ai partigiani tutto quello che poteva; ammirava i partigiani e li amava sinceramente. Molti sacrificarono la vita per dare ad essi il loro aiuto. Molto si dovrebbe dire per descrivere l’eroismo, lo spirito di sacrificio,, l’iniziativa e l’ingegnosità dei no-’ stri informatori, intendenti, ed altri attivisti, specialmente delle donne. Le tipografie partigiane inondarono tutta la Regione Giulia di manifestini, riviste, e giornali Veniva stampato perfino un quotidiano «11 Corriere Partigiano». Alcune edizioni erano anche tecnicamente perfette, cosi da sembrare impossibile che venissero stampate in condizioni cosi da sembrare impossibile che venissero stampate in condizioni così difficili. Queste pubblicazioni non erano soltanto di natura propagandistica ed informativa, ma in esse vi si poteva leggere anche canzonieri q opere letterarie dei partigiani poeti e scrittori. Venivano stampati perfino libri! scolastici. Il potere popolare ave- va infatti riaperto, dopo 25 anni, le scuole slave che erano frequentate da migliaia di bambini ini tutto il territorio.' La stampa era per noi un’arma, altrettanto importante come i cannoni e le mitragliatrici. Anche; l’occupatore si rendeva conto dell’efficacia di quest’arma. Tutta la sua polizia e tutti i traditori erano mobilitati per impedire che le pubbIicaziio(ni partigiane arrivassero in man0 al popolo. Tutto era inutile. L’ingeigjnosità dei nostri! propagandistici era così grande da far giungere la stampa parti'gia-na nelle città ed in ogni presidio, nonostante i numerosi blocchi. Molti persero la vita nell’esecuzione di questo compito. Le unità del IX Korpus controllavano un territorio di eccezionale, importanza strategica. Questo territorio era importante per l’eser- > cito di liberazione per mantenere il- collegamento con il mare e con l’Italia, ed era importante per i tedeschi perché attraverso questo passavano importanti strade necessarie al rifornimento delle truppe impegnate sul fronte italiano Noni bisogna perciò meravigliarsi, se i tedeschi volevano ad ogni costo; distruggere il IX Korpus impe- gnando a tale scopo tutte le proprie forze. Malgrado la- formidabile pressione e le numerose offensive chei sij .susseguivano regolarmente in tutte le parti del territorio liberato, le nostre unità1 tennero le proprie posizioni, rimanendo fino, alla fine' della guerra alle porte di Trieste; e Gorizia, pronte per occupare la città appena ciò fosse stato possibile. E così avvenne. L’ultima grande offensiva contro il IX Korpus venne effettuata per, la Pasqua del 1945 quando le sorti della guerra erano già sapute. I tedeschi riunirono tutte le forze che avevano ancora a disposizione e mossero verso le nostre montagne. Essi volevano liquidare il, IX Korpus prima che giungessero la armate del sud, lasciando così Trieste agli alleati occidentali. Non v’è dubbio che l’ultima offensiva fosse frutto di un piano della speculazione della reazione triestina, la quale, a quanto sembra, fornì perfino ì mezzi finan-¡zjiairi. Ma grazie al, valore dei partigiani, anche questo piano fallì: l’attacco fu respinto e l’Armata, Jugoslava potè liberare tutta la Regione Giulia e giungere per prima a Trieste. Senza l’eroico comportamento! delle unità del IX Korpus, i successivi avvenimenti si sarebbero sviluppati in modo abbastanza differente, ed anche il Trattato di Pace, con ogni probabilità, sarebbe stato diverso. Come abbiamo1 accennato, il proletaria'o triestino partecipò, al fianco dell’Armata Jugoslava, ai combattimenti chq portarono alla liberazione di Trieste, con l’insurrezione del I. Maggio 1945. Subit0 dopo la liberazione, il ¡potere ,popolare prese in mano Tamministrazione dii Trieste e nonostante le enorme difficoltà seppe risolvere i problemi più urgenti. In seguito a pressioni delle grandi potenze occidentali e per amore della pace, l’Armata Jugoslava si riTirò da Trieste Le masse democratiche, che avevano assistito addolorate alla partenza dei liberatori, continuarono, la lotta per difendere le posizioni acquisite e per l’annessione della Regione Giulia alla R. F. P. Jugoslava, in seno alla quale confidavano di creare il socialismo. Dopo la partenza dell’Armata Jugoslava, Trieste e tutta la zona A vennero a trovarsi sotto Tam-ministrazione anglo - americana. Tutti sappiamo in qua e modo gli anglo-americani abbiano rispettato le conquiste della lotta di liberazione e i diritti della popolazione triestina in genere Il primo provvedimento della, nuova amministrazione fu lo scioglimento d|ella IDifesa Popolare, . Tesautoramento dei Comitati dii) Liberazione Nazionale, l’annulia-mento di tutte; le ordinanze emesse da questi comitati. Le autorità anglo-americane si erano prefisse, tra l’altro, di distruggere l’unità delle masse democratiche allonta- nando nel medesimo, tempo l’influsso della Jugoslavia e deg i altri paesi a democrazia popolare. Per raggiungere quest0, scopo non si fece risparmio di mezzi, e neppure si fu troppo sensibili nella scelta dei metodi: le violenze! poliziesche, le persecuzioni degli ex partigiani, l’appoggio, a partiti e gruppi tipicamente reazionari, la -riabilitazione di vecchi fascisti e squalificati collaborazionisti furono le mosse «strategiche». Le masse democratiche triestine, pe rò risposero a dovere ad ogni manovra e a tutte le provocazioni. L’atteggiamento compatto e deuso delle masse popolari, saldamente appoggiate alle loro organizzazioni, con il Partito Comunista alla testa, sotto, la saggia guida di compagni che già durante la lotta di liberazione aveva.,o datoi ¡prova della propria, capacità, costanza e spirito di sacrificio, costrinse l’occupatore ad essere molto prudente nel calpestare ì diritti democratici. Llatteggiamento del proletariato triestino, in questi anni ha meravigliato tutto il inondo e rimarrà ben impresso nella storia di queste terre. Solo recentemente, quand0 fui pubblicata la risoluzione dell’Ufficio Informazioni, e quando un gruppo di incoscienti avventurieri infiltrattisi nelle nostre file, dopo aver delittuosamente abusato dei più sacri sentimenti del nost.ro| popolo per i inconfessabili fini personali, si riuscì a creare il dissidio e la confusione nelle nostre masse; gli imperialisti poterlono cosi svolgere i propri piani su più vasta scala, sapendo d’incontrare una resistenza minore. E’ difficile comprendere l’enorme im,portanza storica della lotta di liberazione nazionale per i popoli della Jugoslavia,, ed è ancora più difficile comprèndere l’importanza per il popolo della Regione Giulia La lotta di liberazione nazionale rappresenta una grande prova e una, grande esperienza. Molto abbiamo imparato! in questi anni. Abbiamo conosciuto in primo luogo la nullità e la decadenza politica delle vecchie classi dominanti, che non si vergognarono di abbandonare il proprio popolo, mettersi apertamente al servizio dell’occupatore, umiliarsi di fronte ad esse, solo per conservare i propri beni e continuare a sfruttare il popolo. Di fronte a, noi vi è ancora una dura lotta e gravi prove; ci attendono nel prossimo avvenire. Da questa lotta usciremo vittoriosi solo se rimarremo uniti, compatti e decisi come lo siamo stati durante la lotta di liberazione, quando abbiamo, creato la fratellanza tra gli slavi e gli italiani. Questa fratellanza è la condizione per continuare con successo la lotta contro l’imperialismo e contro i guerrafondai. Solamente se ognuno di noi darà tutto per la continuazione della lotta potremo tranquillamente guardare verso un avvenire che non può essere che il nostro. Il movimento di liberazione nazionale, il quale disponeva di per sè stesso di una grande forza vitale e morale, ha raccolto in se le larghe masse popolari di tutte le tre nazionalità conviventi nel Territorio di Trieste e non vi era alcun ostacolo a che anche la donna vi partecipasse interamente. Tutto il peso della vita che, in un certo senso la opprimeva più che non gli uomini stessi, la spingeva a questo. Nel periodo che seguì immediatamente alla prima guerra mondiale, un duro ostacolo si oppose allo sviluppo delle sane forze popolari: la schiavitù fascista che portò alla donna ed alla madre una doppia sofferenza. Essa guardava il marito affaticarsi per guadagnare il minimo necessario alla vita e vedeva come questo minimo andava riducendosi di anno in anno. Poi, all’orizzonte, si manifestarono i primi sintomi del nuovo conflitto mondiale. Molte lacrime essa versò nel vedere crescere i propri figli: la preoccupazione per il loro avvenire la sconsolava perchè prevedeva quante difficoltà essi a-vrebero dovuto superare per assicurarsi un pezzo di pane. Poi accompagnò con il pensiero i figli lungo tutti i dolorosi sentieri che per essi il fascismo aveva serbati.. Fu con essi in Abissinia, nei Battaglioni Speciali, nelle prigioni, al confino e nei campi di concentramento. Anche il destino delle sue figlie la proccupava. L’insieme di tutte queste circostanze ha fatto della donna una combattente fedele alla lotta contro il fascismo e la sua dittatura e più tardi un artefice della libera vita dell’avvenire. •Le forme e l’essenza di questa vita futura erano note soltanto alle più progressive, però tutte le donne lavoratrici le intuivano. Ed ecco perchè, appena si presentarono le condizioni favorevoli, la lotta si ravvivò e ad essa parteciparono anche le donne. Queste condizioni vennero create dal movimento di liberazione: che era permeato dallo spirito rivoluzionario e progressista. Il movimento; di liberazione si scagliò nel vivo del marciume e dell’ingiustizia del vecchio ordine sociale. In questa lotta vennero costruite nuove forme sociali e nuovi rapporti sociali. Il fine di questa lotta era la liquidazione di ogni schiavitù e la vittoria completa del lavoratore oppresso e disprezzato; questa lotta era una manifestazione della volontà e delle aspirazioni del lavoratore, perciò non vi è nulla di strano se la donna vi si sia dedicata interamente e tanto vi abbia sacrificato. Il movimento di liberazione con ili quale i lavoratori ponevano le basi di una vita veramente libera, non avrebbe potuto raggiungere il suo scopo se, nello stesso tempo, non avesse creato formazioni partigia-ne armate, che andavano via via trasformandosi in esercito capace di vincere, con l’Unione Sovietica, l’ultima battaglia contro l’occupatore e contro i traditori interni. Appunto perciò è impossibile considerare il movimento di liberazione e l’esercito partigiano come due cose separate. Essi sono legati l’uno all’altro da legami tanto forti da dover considerarli come una sola unità e infatti costituiscono una unità indivisibile. E’ necessario, soltanto, stabilire quale era il posto che in questa unità ha occupato la donna, quale il suo compito, la sua responsabilità ed il suo contributo alla vittoria sul nazifascismo, per la completa liberazione delle masse popolari. La si poteva incontrare un po’ dappertutto: essa era semplice combattente, infermiera, dottoressa, portaordini, telefonista, informatrice, attivista del' terreno, operaia nelle officine e nelle tipografie, attivista del nuovo potere popolare che stava sorgendo. Proprio in questo ultimo campo le donne espletavano mansioni difficili e di grande responsabilità. Contemporaneamente al movimento di liberazione ed all’esercito partigiano, si sviluppava anche la donna. Mano a mano acquistava nuove capacità per poter far fronte ai compiti che la nuova vita le presentava, compiti che essa accettava volentieri con la profonda coscienza della persona matura che sa dove vuole arrivare. Sarebbe errato credere che la nostra donna fosse Stata così matura e capace già all’inizio della lotta di liberazione. Essa era soltanto disposta a lavorare, a sacrificare tutto, anche se stessa. Non conosceva, però, ancora il suo lavoro; doveva appena imparare, •spesso Così come lo scolaretto apprende l’abbiccì. Nella vita partigiana non si poteva! rispondere: «no, non so, non posso». Tutto si doveva sapere, o almeno, affrontare ogni compito con più o meno sicurezza. Mi ricordo ancora dei primi tempi della mia vita partigiana. Allora venni assegnata all’ufficio di un’unità. Avrei dovuto saper scrivere a macchina. Durante la mia vita mi ero occupata delle cose più svariate, mai però avevo scritto a macchina e sentivo quasi una ripugnanza per quei freddi tasti. Nella speranza di poter evitare questo lavoro, per me spiacevole, mi lamentai di non saper scrivere a macchina. Ma un giovane partigiano — si chiamava Jože Planine — mi disse, incoraggiandomi: «Non importa, imparerai compagna!» Più tardi quando ben altre difficoltà erano da superare, quando io stessa dovevo infondere coraggio ad altri affinchè non cadessero per l’erta strada, ricordai spesso queste parole. Da principio la donna assunse, nel movimento di liberazione, tutti i compiti che dovevano venire svolti nelle retrovie: raccolta di denaro, viveri, vestiario, materiale sanitario per i combattenti partigiani, servizi di collegamento e lavori di tipografia. In queste attività essa dimostrò un coraggio degno di ammirazione, una decisione senza uguali. Spesso essa si dimostrava una vera eroina. Mai non dimenticherò la contadina che mi raccontò come parecchi battaglioni della milizia fascista avessero circondato il suo paese tenendolo, stretto, per interi tre giorni, in qn anello di ferro inesorabile. In un bosco, dietro il villaggio, era accampata una compagnia di partigiani. Il pensiero che essi avessero fame le da- va una sofferenza acuta. Questo pensiero le diede la forza ed il coraggio di portare loro dei viveri. La sua casa era piena di agenti di polizia. Non era assolutamente possibile allontanarsene. Aspettò 1’imbrunire, poi, con un cesto di viveri, passò attraverso la finestra del gabinetto e riuscì a raggiungere felicemente il bosco. Il suo coraggio non era secondo a quello dei combattenti partigiani. Essa era un combattente, come lo erano loro. Le nostre contadine ci tenevano a considerarsi, e giustamente, combattenti, partigiane, come quelli che combattevano nella brigata. Infatti, il rischio ed il sacrificio che esse affrontavano non erano minori a quelli del fronte e spesso si trovavano in situazioni molto più difficili di quelli che portavano le armi. Nelle loro case v’erano gli uffici delle unità partigiane e del potere popolare. Ad un tratto il nemico muoveva all’attacco. I partigiani nascondevano carte, documenti e macchine nei bunker, poi si ritiravano. Nella casa rimaneva soltanto la donna. Arrivava il nemico ed essa lo affrontava con coraggio e fierezza. Negava ostinatamente che nella sua casa vi fossero stati partigiani. Ogni lineamento della sua faccia rimaneva impassibile, l’espressione forzatamente impenetrabile per il timore di tradire involontariamente. Il nemico se ne andava svergognato senza aver trovato nulla. Poi i partigiani ritornavano ed era lei che doveva nuovamente provvedere alla numerosa famiglia partigiana. Un compito particolare era assegnato allora alla donna antifascista, all’attivista ed alla partigiana a Trieste. Per renderci conto, sia pure inadeguatamente, di quanto essa abbia dovuto rischiare, basta dire che a quel tempo vi erano a Trieste ben otto organizzazioni di polizia. Essa doveva muoversi e vivere, perennemente seguita e sospettata da questa. Non un momento di distrazione: la vigilanza continua sulla propria sicurezza era assolutamente necessaria. Difendendo se stessa, difendeva il movimento di liberazione. In caso di arresto doveva essere pronta a immergersi nel più impenetrabile silenzio. In questa atmosfera di oppressione, essa doveva eseguire con esattezza tutti gli ordini: ogni minuto poteva essere fatale sia per lei che per i suoi compagni di lavoro. Già nel 1941 essa colla-borava alla stampa ed alla diffusione di o-puscoli e manifesti clandestini, esponendosi al pericolo di una dura reclusione in caso venisse scoperta. Si rendeva conto dell’importanza della stampa, perciò trovava la forza di portarla con se sotto gli occhi delle sentinelle, attraverso i cordoni di polizia e dell’esercito, per poi distribuirla. La sua ricca immaginazione la aiutava ad escogitare tutti i mezzi possibili per raggiungere lo scopo. I treni allora erano fermi perchè i partigiani facevano saltare i binari per impedire al nemico di effettuare trasporti militari. Grandi distanze dovevano essere, perciò, coperte a piedi o con mezzi di fortuna. Ad una portaordini accadde una voi- ta di scendere da un autocarro e quando questo si era già messo in movimento di ricordarsi di aver abbandonato sull’automezzo una valigia piena di stampa clandestina. In un impeto disperato, si lanciò dietro all’autocarro in corsa, si afferrò al parapetto posteriore e potè così salvare il materiale prezioso, atteso nella vicina Mon-falcone. Anche per l’attivista partigiana della città valeva il principio di dover saper tutto: «Gettalo in acqua e nuoterà!» era la sua parola d’ordine. Tutte dovevano attenersi a questo" principio e quando si presentava qualche lavoro che credevano al di sopra delle proprie forze non dovevano pensare, neppure per un momento ad' addurre qualche scusa per liberarsene. Nel momento stesso in cui il compito veniva assegnato, si doveva pensare al modo di realizzarlo. I compiti delle donne erano i più svariati: trasportavano armi, diffondevano manifestini, apponevano delle scritte sui muri ecc. Tutte queste a-zioni richiedevano la massima cautela, disciplina e puntualità. Il minimo ritardo a-vrebbe potuto danneggiare irreparabilmente il lavoro, la minima imprevidenza avrebbe potuto mandare in prigione tutte quelle che vi partecipavano. Da quanto coraggio esse fossero animate, da quanta perseveranza combattiva, da quale rara e decisa volontà, lo dimostra il fatto che esse non temevano neppure il quartier generale della polizia e della gestapo. Arditamente affiggevano e spargevano manifestini perfino nei vestiboli dei loro palazzi. Quando poi gli arresti erano all’ordine del giorno e la polizia effettuava frequenti rastrellamenti in città, la diffusione dei manifesti e dei volantini era quanto mai necessaria per elevare il morale della popolazione ed ammonire gli oppressori che l’ora della resa dei conti era vicina. Quando l’Italia venne estromessa dalla macchina bellica di Hitler, le donne provvedevano che gli internati, di passaggio per Trieste, raggiungessero le formazioni parti-giane. Tutto ciò doveva venire fatto dopo il coprifuoco e, se una pattuglia di polizia si imbatteva per caso in un tale gruppo, pedinava la donna-accompagnatrice, per la paura di misurarsi con gli uomini. I partigiani ammalati che dovevano rifugiarsi in città per essere assistiti e coloro che rimanevano feriti negli scontri per le vie della città, venivano curati dalle donne. Esse provvedevano ai medici, alle abitazioni a-datte ecc. Soltanto esse conoscevano tutte le difficoltà che questa attività comportava. Armate di bombe e rivoltelle, nel 1944, sorvegliarono l’ospedale della Maddalena finché, nel cuore della notte, sul suo più alto fumaiolo non sventolò la bandiera della libertà. Il giorno dopo migliaia e migliaia di triestini volgevano i loro occhi commossi alla bandiera al vento che diceva agli oc-cupatori ed ai loro servi quali erano la forza e la fede dei partigiani della città. Ecco come la donna espletava la sua multiforme attività, sacrificando tutta se stessa alle esigenze e necessità della lotta. Spesso le circostanze le imponevano di riparare nei boschi per evitare di venire arrestata, ma a questo passo la invitava anche l’inar-ginabile sviluppo della lotta di liberazione ed il conseguente consolidamento dell’esercito partigianoi e del potere popolare. Le partigiane Fanika e Toncka mi hanno raccontato un giorno il loro primo inverno partigiano. La neve era coperta da una dura crosta di ghiaccio; gli alpini-sciatori, tutti vestiti di bianco, inseguivano i partigiani. «Abbiamo raccolto dei rami di abete e li abbiamo disposti sulla neve. Stanche morte vollemmo sdraiarci su questo primitivo giaciglio. Ma non avevamo nulla con cui coprirci. Con i fucili rompemmo la dura crosta di ghiaccio e scavammo della neve. Poi, sotto quella coperta bianca, ci addormentammo. «Anche il grano riposa coli» disse a mò di conclusione Tončka che era contadina. Il giorno dopo erano di nuovo pronte a una nuova marcia e già pensavano come affrontare le nuove azioni che sarebbero seguite ail’offensiva nemica. La donna dedicava tutta se stessa alla lotta. In essa nascevano la passione per la lotta e per la vittoria ed il sentimento del compimento del dovere che eleva la coscienza ed il valore dell’uomo. La donna partigiana sentiva questo sentimento, meglio e più profondamente dell’uomo. Questo sentimento cancellava la differenza che la divideva da lui nella vita precedente, quella differenza cioè che 1’abbassava e la rendeva inferiore all’uomo. Ora gli era alla pari. La responsabilità che essa si assumeva in un così grave momento storico, responsabilità che essa sentiva e portava con la stessa coscienza dell’uomo, la rendeva uguale a lui. Non chiedeva a se stessa cosa poteva o non poteva fare come donna: si chiedeva soltanto se vi era ancora qualche cosa da fare perchè il popolo lavoratore potesse quanto prima festeggiare il gran giorno della vittoria. Non era cosa facile essere partigiana, o infermiera o partigiana-dottoressa. La prima doveva raggiungere il centro della battaglia, sotto il fuoco nemico ed esporsi continuamente ai più grandi pericoli, salvare i feriti e trasportargli in luogo sicuro. La seconda doveva essere pronta a qualsiasi lavoro: doveva fare da medico, da ingegnere e da muratore nello stesso tempo. «Questa è la nostra quinta base» — mi diceva la dottoressa Pavia, mentre mi trovavo in un ospedale partigiano. Così dicendo passò 10 sguardo sulla fila di baracche disposte lungo un ripido pendio. «Questa è la maggiore, le altre sono più piccole» — disse — «Per ognuna ho dovuto sciegliere un luogo adatto, ben nascosto. Non è facile, perchè vicino deve esserci una sorgente di acqua. Con l’aiuto del personale, ho costruito io stessa le baracche. Come un operaio esperto, le ho coperte con carta catramata affinchè fossero riparate dall’acqua. L’uomo può imparare a trasformare la macchia in una abitazione provvisoria e, tenendo naturalmente conto delle circostanze della vita partigiana, del tutto confortevole. Ho dovuto dare il mio stesso aiuto affinchè i feriti potessero essere quanto prima al caldo». Nelle stesse solitudini montane, lontane dal mondo e dagli uomini, si trovavano anche le tipografie partigiane ed i complessi tecnici. Anche qui l’opera delle donne era notevole. Esse vi lavoravano come dattilografe; in molti lavori di carattere tecnico sostituivano i compagni affinchè questi potessero partecipare più largamente e direttamente alla lotta nelle stesse unità di combattimento. Ai tempi della lotta di liberazione, la parola d’ordine delle donne era: «Gli uomini a combattere; nel loro lavoro 11 sostituiremo noi!» Esse non solo prendevano alla lettera il significato di queste parole, ma le applicavano sostituendo gli uomini nelle stesse unità partigiane o nelle retrovie, ovunque esse potevano farlo. Inoltre la donna occupava una posizione di rilievo nel nascente potere popolare. Es- sa sviluppava la sua attività nel campo politico, economico, finanziario, culturale e scolastico. Come il potere popolare si rinnovava e completava continuamente così anche essa doveva educarsi e rendersi capace ad affrontare i sempre nuovi problemi che le si ponevano di fronte. Era necessario approfondirsi in tutti i problemi del momento studiarli con la prospettiva del loro futuro sviluppo, con la prospettiva della vittoria sugli occupatori e sulle forze oscure dell’oppressione, con la prospettiva di una nuova vita nella quale la donna, quale membro della società, doveva godere degli stessi diritti dell’uomo e poteva sviluppare tutte le sue capacità nell’interesse del popolo lavoratore. Nella lotta la donna partecipò a vari corsi di abilitazione dove dimostrò una ferrea volontà di imparare e conoscere per poter rendersi utile quanto più al movimento di liberazione ed alla lotta del popolo lavoratore. Mai non potremo dimenticare le maestre partigiane che hanno consacrato tutte le loro forze all’insegnamento sia nei territori liberati della Venezia Giulia, sia anche nelle immediate vicinanze di Trieste. Il popolo voleva scuole dove poter far sentire la propria voce ed esprimere la sua volontà e le sue aspirazioni. I maestri che insegnavano in queste scuole si erano formati nella lotta di liberazione. Tra essi, le donne occupavano un posto d’onore. Nel campo culturale esse hanno lottato per la libertà e per un migliore avvenire. Non portavano fucile o altre armi, cionondimeno erano combattenti come le donne partigiane che lottavano sul fronte. Insegnavano alla scuola, dirigevano corsi ed educavano pionieri. E tutto ciò vicinissimo alle basi militari degli occupatori. Nella snervante attesa che l’occupatore, da un momento all’altro, raggiungesse la scuoia partigiana, dovevano tenersi pronte ad ogni eventualità. La vendetta dell’occu-patore sulla maestra-partigiana era tremenda. Egli capiva bene l’importanza ed il valore di essa nella lotta di liberazione, perciò, se qualcuna di esse cadeva nelle sue mani, non aveva per lei alcuna pietà. Fra indicibili sofferenze, dovettero morire le maestre partigiane Majda e Boža. Nel Colilo accadde che la maestra ed i suoi alunni venissero gettati assieme in un rogo ardente. Ma troppo forte era nella donna parti-giana l’attrattiva di sacrificarsi per l’edificazione di un mondo nuovo, perchè il pensiero della morte, delle prigioni fasciste e dei campi di concentramento potessero arrestare il suo cammino. Essa respingeva questo pensiero anche quando l’istinto stesso alla vita glielo faceva nascere nella mente: si sarebbe abbassata) davanti a se stessa se avesse permesso che un simile pensiero si annidasse, solo per un momento, nella sua anima entusiasmata . dalla grandezza della lotta di liberazione. Non piegava davanti alle torture inflittele dai fascisti, davanti allo spettacolo delle fucilazioni, impiccagioni ed ai roghi viventi. All’orizzonte sorgeva) per essa e per il popolo l’alba radiosa che annunciava i giorni della libertà. Per questo anche la morte non poteva farle paura. La lotta di liberazione aveva bisogno delia donna come dell’uomo. Nell’essersi dedicata incondizionatamente a questa lotta e nell’averla fatta propria, essa ha dimostrato che la donna ha compreso il profondo significato che la guerra di liberazione ha per la vita della generazione presente e di quelle future. Mara Samsa Eravamo appena giunti al riparo di un grande masso, che lo scoppio di una granata ci raggomitolò su noi stessi. — Ci hanno visti — brontolò Mirko. ■— Purtroppo! Quando salivamo il monte, passando per lo spiazzo senza alberi nè cespugli, siamo stati scorti dai loro canocchiali — risposi io — Ed ora vedrai che musica; crederanno però che siamo un’intera brigata. Non avevo finito di dire l’ultima parolai che uno scoppio fragoroso, ci strinse tutti e quattro in un mucchio solo. Poi alle granate si aggiunsero le mitraglie da 20 rn/m e intorno a noi cominciò l’inferno. Per fortuna eravamo al sicuro. La roccia ci riparava da ogni pericolo ed una sottostante sporgenza di terreno, impediva alle scheggie di raggiungerci. — Andiamo via di qua. Ci ammazzerano tutti — gridò Stojan. — Non tanto presto — rispose Mirko, guardandomi serio, quasi sopra pensiero. — Questa è la volta buona per noi... se non riusciremo a spostarci appena sarà possibile. Fumiamo unal sigaretta, poi si penserà sul da farsi. Rimanemmo fino all’imbrunire sotto il masso. Poi il fuoco cessò. Un’altra ripresa ci fece star pensierosi ancora per un po’. — Danno fuoco al bosco — esclamò Mario, che per tutta la giornata non aveva quasi aperto bocca. — Bisogna andar via — disse Mirko fra sè; e poi più forte — Aspettate che dia un’ochiata in giro. Aspettammo il suo ritorno. Disse: — Andiamo1 — e avvicinandosi a me continuò — siamo circondati.. Tutt’intorno al bosco, sulla strada vi sono camion e carri armati tedeschi. Inoltre hanno appi-cato il fuoco ai margini del bosco (che, però, in un paio d’ore si spense da sè). Bisognerà passare oltre1 la linea dei camion, cioè oltre la strada. Tutta la notte cercammo un varco per passare, ma quando già stava facendosi giorno, non ci restò che ritornare nel folto del bosco ed aspettare l’occasione) favorevole. Per quattro giorni si ripetè la stessa storia... Scoppio di granate di giorno e tentativo di passare la strada di notte. Da due giorni erano finite le scatole di tonno e la fame si faceva, sentire. Ma più della fame soffrivamo la sete. Ciò che ci teneva di buon umore erano le sigarette che ognuno aveva in abbondanza, avendole recevu-te a Lupogliano, prima che giungessero i tedeschi. Al matino del quinto giorno, dopo vani tentativi di passare la strada per ricongiungerci con gli altri compagni che dovevano trovarsi sul monte di Mune, eravamo ancora allo stesso posto. Delusi, un po’ scoraggiati,-con la sete che ci bruciava la gola, riposammo al riparo del masso senza parlare, fissando le cime degli alberi e quel poco di azzurro che si poteva scorgere. Gli automezzi e i' carri tedeschi, fermi durante la notte, cominciavano a mettersi in moto e girare intorno al bosco a differenza degli altri giorni che se ne andavano per poi ritornare la sera. Sentendo chiaramente il cupo rombare dei motori, Mirko sì alzò di scatto, e dopo aver sbirciato tra gli alberi disse rivolto a noi: — Hanno cambiato tattica. Girano attorno al bosco con i loro carri. Bisogna filar via da questo posto. Costi quel che costi. — Sì, e come? — chiese aspro Mario che da un paio di giorni era diventato nervoso. '— Dobbiamo riuscire — rispose Mirko. — Andiamo in quella direzione: passeremo la strada nelle vicinanze di quel piccolo ponte che abbiamo visto stanotte. — Ci incamminammo. Dopo due ore di lento cammino arrivammo al limitare del bosco e a cento metri dalla strada, sulla quale, ad intervalli quasi regolari, passavano a forte velocità i camion tedeschi. Era mezzogiorno. Ci sedemmo sull’erba, osservando ben nascosti la strada, aspettando che questa, per un tratto di 200 metri, restasse libera dai camion. Mirko, che tacitamente riconoscevamo nostro capo, disse guardando l’orologio: — Ora fumiamo ancora una sigaretta in compagnia e poi passeremo. — Fumando continuò: — Ogni 3 o 4 minuti passa un camion. Bisogna che in questo lasso di tempo uno per uno si raggiunga l’altra parte. — Chi va per il primo? — Stojan. Mirko si rivolse a me ammiccando. — Ci vado io ■— dissi — tu, Mirko, o chi resta, salutate chi già sapete. In quel momento passò un camion. Strinsi la mano a tutti e mi lanciai per il pendio. Oltrepassai la strada d’un salto e scomparvi fra i cespugli. E’ andata bene. Poi fu la volta di Stojan, poi quella di Mario. Infine sentimmo anche il pesante corpo di Mirko, buttarsi nel fosso, dalla parte dove eravamo già noi. — Tutto bene — disse appena ci scorse — gliela abbiamo fatta. Ci dissetammo in una pozzanghera che serviva: da abbeveratoio per le mucche, e non pensando alla fame, ci mettemmo a fumare, aspettando la notte, per continuare il cammino. — Dove andremo appena farà buio? — chiese Mirko. — Penso si debba andare verso casa, e là prendere contatto con il circondario — risposi. Appena si fece buio, ci mettemmo in moto e dopo quattro ore eravamo arrivati a Cernuti. Ci fermammo, chiedemmo del pane e da bere ad una veccietta che impaurita ci servi, dicendoci quasi pregando: — Per amor di Dio, prendete e andate via dal paese. I tedeschi vengono a tutte le ore, anche di notte. Mangiammo il pane e bevemmo un boccale di vino. Poi, più allegri, salutammo i compagni Stojan e Mirko, che dovevano prendere un’altra direzione. E proseguendo per due, per scorciatoie, via verso il Domio. Ci riposammo da Slavko per due giorni, poi, avuto il contatto con il Circondario, fummo destinati, io in città e Mirko, perchè ricercato dalla polizia, quale referente militare della zona. L’ultima volta che vidi Mirko fu quando andai alla stamperia dove ebbi occasione di scambiare le mie opinioni sul lavoro e sulla situazione della città. Quando ci lasciammo mi dette una pistola di buona marca, dicendomi: — Prendi, servirà più a te in città che a me su queste colline quasi libere. Non lo vidi più. Una mattina, una pattuglia di belogardisti lo arrestò, mentre stava lavandosi ad una fonte. Fu torturato barbaramente. Ma Mirko resistette ad ogni dolore. Non rispose ai suoi carnefici. Di fronte al plotone d’esecuzione mantenne un comportamento da eroe che fu l’estrema testimonianza della sua sana fibra di comunista. I partigiani hanno compiuto fedelmente e con coscienza il loro dovere a fianco degli alleati, perseguitando i criminali di guerra e vendicando così le innumerevoli vittime delle orde fasciste. Peter lisina nella lotta per la liberazione e peìr il ctinht'liiliiniinito del polene f/r»fjr»!rfVe A quattro anni dalla fine della guerra, dopo trattati e interminabili conferenze, il governatore ha ancora da venire per dar vita ufficiale al Territorio Libero di Trieste. E intanto le due zone vivono sempre più una vita distaccata, piena di contraddizioni, in quanto sono rette da due diversi sistèmi di amministrazione, sotto due diversi Comandi militari che governano temporaneamente sia l'una che l’altra parte del Territorio. Da ciò deriva un danno per la popolazione tutta che ha, tanto quella che risiede nella zona A come quella che risiede nella zona B, comuni interessi economici e sociali, comuni costumi e abitudini. La popolazione della zona A, specialmente, si vede da questo fatto strappate le migliori conquiste democratiche della vittoriosa guerra di liberazione. «L’Istria», cioè la fascia costiera che si estende dal monte di Muggia a Cittanova, essendo sotto l’amministrazione dell’Armata Jugoslava, armata del popolo, sorta nella lotta di liberazione e sulla cui bandiera porta il simbolo della democrazia popolare e della fratellanza dei popoli, ha potuto invece conservare tutte le conquiste della lot- ta di liberazione e rafforzarle ulteriormente. Oggi l’Istria vive una vita nuova, da decenni e decenni vagamente aspirata dai poveri e dagli oppressi. Era dura la vita in Istria per i lavoratori. I rapporti politicosociali erano sopravvisuti a tutti gli eventi storici. I grossi proprietari fondiari formavano, con gli esponenti della borghesia delle cittadine, l’oligarchia che op- primeva e sfruttava i lavoratori delle campagne e delle cittadine. Per i pescatori la vita era impossibile; e, infine, il fascismo! in queste condizioni, sotto la instancabile attività dei comunisti, andava maturando fra il popolo la coscienza della lotta per la propria emancipazione. Nel 1921 i contadini del Marezego facevano a schioppettate con le squadracce fasciste. I migliori operai di Isola e delle altre fabbriche prima di prendere la via dell’esilio o finire in galera, lasciarono buon seme fra la gioventù! Pobeghi fu centro di cospirazione antifascista per tutto il trentennio di oppressione. E quando scoppiò la rivolta del popolo della Regione Giulia i figli di questa zona furono in prima linea a fianco del proletariato di Trieste e della popolazione del Carso. L’otto settembre 43, le mitra- gliatrici del popolo insorto crepitarono da Skofie al monte S. Marco e a Porta Porton. E dopo la grande offensiva nazifascista, si formarono anche in Istria i battaglioni partigiani operanti nel quadro del IX e del VI Corpo della Slovenia. A centinaia i giovani, e non solo i giovani, lasciavano le proprie case per unirsi al movimento partigiano. Intere compagnie della X brigata del VI Corpo, venivano costituite da istriani. Molti si distinsero e assunsero funzioni di responsabilità, numerosi caddero eroicamente ed i loro nomi sono oggi ricordati sulle lapidi e sui monumenti che sorgono in quasi tutti i paesi. Un grande ruolo svolse nella lotta il battaglione Alma Vivoda, nelle cui file militavano i giovani italiani delle cittadine dell’Istria. Numerosi giovani di Isola, Strugnano, Si-ciole ed altri luoghi, militarono nelle file della Brigata Fonta-not, mentre gli italiani del distretto di Buie combatterono nella Vladimiro Gortan, battaglione Budicin. I partigiani dell’Istria prepararono la via alla IV Armata Jugoslava per la liberazione di Trieste. Con le proprie forze ripulirono tutta la zona dai presidi e dai concentramenti nemici. Gli organi del potere popolare, con tutte le istituzioni create già nel corso della lotta, iniziarono le attività legali. Al fascismo ed a tutte le forze, della reazione e dell’imperialismo è stato così inferto un colpo mortale. Ma l’Armata Jugoslava dovette abbandonare Trieste. Le forze della reazione, rimessesi dopo il colpo tremendo inferto loro dalla vittoriosa guerra antifascista, con la minaccia di una nuova guerra, indussero le forze della democrazia al compromesso. La Amministrazione del Governo Militare si preoccupò immediatamente della liquidazione delle conquiste della lotta di liberazione. Sciolta la guardia del popolo, ben presto anche i Comitati popolari dovettero cessare le loro attività, mentre in tutti i settori della vita pubblica ritornarono ai posti di dirigenza i funzionari del tempo fascista che ben si prestano all’assolvimento dei fini reazionari che il Governo Militare si prefigge. L’eroica lotta del proletariato e della popolazione democratica di Trieste negli anni seguenti la guerra, costrinse le autorità di occupazione allo smascheramento della loro azione antidemocratica e contribuì non poco alla soluzione di questioni internazionali. Oggi, che le forze democratiche a causa della nota risoluzione dell’Ufficio Informazioni, non sono più compatte, ciò appare ancor più chiaramente. la; natura reazionaria del GMA. Ed il domani si profila sempre più incerto per quanti amano la pace e lottano per una maggior giustizia sociale. Nello zona istriana, dalla liberazione in poi, il potere popolare si è rafforzato e si rafforza sempre più. I combattenti che Io avevano creato con il proprio sacrificio, oggi impegnano tutte le loro forze perchè si consolidi. Lottando contro difficoltà obiettive di ogni genere, nel corso di tre anni il potere popolare della zona istriana dei TLT passò alla risoluzione dei principali problemi ed alla eliminazione delle ingiustizie sociali ereditate dal vecchio regime. La terra dei latifondisti è stata distribuita ai contadini, le scuole si moltiplicano, mentre una Intensa attività ebbe inizio nei campo dell’istruzione e della cultura popolare. Nel campo dell’economia si procede a passi rapidissimi. Già da un anno è stato risolto il problema della disoccupazione. L’agricoltura, grazie all’instancabile attività degli ex coloni e dei contadini poveri che si sono riuniti in cooperative di produzione, ha ottenuto miglioramenti degni di elogio. Nelle campagne, al vecchio speculatore, sono subentrate le cooperative agricole e di consumo che apportano un enorme contributo all’elevazione della vita nei villaggi. Oggi, mentre nel mondo si congiura nuovamente contro la pace, i combattenti della zona istriana sono sempre più compatti e pronti alla lotta per stroncare i tentativi dell’imperialismo. Per questa loro azione sanno di poter contare sull’appoggio di tutti i compagni di lotta e di tutta la popolazione democratica di Trieste, che sente il bisogno della lotta unitaria contro le forze della guerra e del regresso. E così, come furono stroncati i piani dell’occupatore nazi-fascista, lo saranno anche quelli dell’imperialismo anglo-americano e dei suoi servi locali. M. A. Il paese di Smarje è ricostruito ! IL CONTRIBUTO DEGLI ATTIVISTI NELLA LOTTA DI LIBERAZIONE Non si può parlare della lotta di liberazione, di guerra partigiana, di lotta antifascista, senza rammentare il grande contributo dato dagli attivisti. Anzi, non vi sarebbe lotta partigiana senza la preparazione di questa da parte degli attivisti. L’opera degli attivisti, dopo l’appello lanciato dall’Unione Sovietica, fù una delle più difficili. Bisognava dare il massimo aiuto ai compagni sovietici, ed ai compagni jugoslavi, che in massa avevano risposto all’appello del paese socialista. Bisognava creare i comitati dell’OF di terreno in ogni paese, in ogni settore della Laura Petracco città, i quali avevano il compito di mobilitare la popolazione contro i fascisti prima, e contro i nazisti poi. Bisognava inviare i combattenti in montagna, tramite canali misteriosi e sconosciuti al nemico. Bi-. sognava ingaggiare la lotta contro l’occu-patore nella città. Rendere la vita difficile e pericolosa agli occupatori tedeschi. Questa era la parola d’ordine per tutti gli attivisti. Per portare il massimo aiuto ai combattenti partigiani, era necessario far conoscere alla popolazione, ed in primo luogo al proletariato, le vittorie che i combattenti partigiani conseguivano giornalmente. Si crearono stamperie illegali, dove si stamparono milioni di copie di manifestini, migliaia di libri e giornali, che resero nulla la propaganda nemica antipartigiana. In ogni casa, in ogni caserma, su ogni muro si potevano leggere parole ineggianti alla lotta partigiana, parole che mobilitavano la popolazione nella lotta contro il fascismo. Sono queste le azioni che diedero centinaia di collaboratori, i quali si organizzarono nell’OF e tramite questa organizzazione appoggiarono i combattenti. Professori medici e personale sanitario, non rimasero muti all’appello degli attivisti. Gli ospedali cittadini cominciarono ad organizzarsi e inviarono in montagna medicinali, apparecchi chirurgici ecc. In questo periodo fu pure costituita la Unità Operaia, che iniziò in modo organizzato la lotta contro l’occupatore, sabotando impianti bellici e che fu per tutto il tempo della lotta fonte inesauribile di combattenti sia per la montagna che per la città. E’ chiaro che intensificandosi il movimento rivoluzionario, aumentassero le azioni con- tro il nemico che di giorno in giorno diventava sempre più rabbioso. Era questa la rabbia che spingeva le SS a servirsi di tutti i mezzi e di tutti i sistemi pur di soffocare il movimento rivoluzionario, che a dispetto dei vari Gauleiter, andava sempre più rafforzandosi. Tutte le polizie, dalla SS alla famigerata banda Collotti, dalla Schutzpolizei alla Guardia Civica, furono continuamente mobilitate. Si servirono dei traditori del movimento partigiano e di liberazione, per avere indizi sugli attivisti dirigenti. Furono effettuati periodici rastrellamenti per le case della] città e negli immediati dintorni della stessa, allo scopo di farla finita con gli attivisti che alimentavano la lotta di liberazione. Migliaia furono gli arrestati, centinaia e centinaia i fucilati e gli impiccati; altre migliaia furono mandati a morire nei campi di concentramento di Auschwitz, Uachau, Buchenwald. Il forno della «Risiera» era in continua attività. Tutto fu inutile. Non servirono nè le bastonate, nè le torture della «cassetta», nè la corrente elettrica, a far cambiare la coscienza agli attivisti che caddero negli artigli dei carnefici nazifascisti. Il movimento di liberazione, sotto la guida del Partito comunista, aumentava di forza, aumentava il numero degli aderenti, delle azioni contro gli occupatori nazisti. Si costituirono le organizzazioni dell’UDAIS che raccolsero aderenti in tutta la città. Infine si costituirono i battaglioni militari, che si addestravano illegalmente sotto gli occhi dei tedeschi, pronti a scattare al momento opportuno per l’insurrezione. Fu con questa preparazione militare, in collaborazione con il Comando Città partigiano, che si liberò la città il I. maggio. La liberazione non costò troppe vittime proprio per la precedente accurata preparazione. Il compito più gravoso! spettò agli attivisti dopo la liberazione e cioè con la presa del potere. Fu una cosa nuova per tutti e bisognava soddisfare le richieste che faceva la popolazione. Queste richieste uscivano spontanee dopo tanta oppressione fascista e nazista. Inoltre era necessario in questa fase delicata la vigilanza e la lotta contro coloro che approfittavano del momento per appropriarsi di cose altrui. Una lotta aspra fu condotta contro gli arrivisti che in vari modi cercavano di infiltrarsi nei posti di comando per soddisfare, taluni interessi personali, altri per sabotare il nuovo potere popolare. Furono necessari comizi, conferenze, riunioni per rendere edotta la popolazione della nuova situazione. I fascisti, le famose brigate fantasma del colonello Savio Fonda scomparvero dalla città. Chi se ne andò oltre i confini, e che si nascose nelle più recondite cantine. La popolazione* dopo 25 anni di oppressione fascista fu libera di esprimersi. Si rafforzarono le organizzazioni dell’UAIS, UDAIS e UGA e si costituì per volontà dei partigiani l’Associazione Partigiani Giuliani, sempre in appoggio al potére ^popolare. Dopo i quaranta giorni del potere popolare cominciò per gli attivisti vecchi e nuo- vi, in unione alle organizzazioni di massa, con alla testa il Partito comunista, la lotta per la difesa delle conquiste della lotta di liberazione. Fu in questo periodo che la popolazione di Trieste e del circondario, dimostrò molta coscienza, maturità politica e un profondo spirito di sacrificio, sia nei grandi raduni di massa, che nelle grandi manifestazioni di protesta contro il neofascismo. Lo spirito battagliero della popolazione guidata dagli attivisti comunisti si affermò anche durante la gloriosa battaglia dello sciopero dei dodici giorni. Just Blazina L’unità che regnava fra la popolazione era di continuo monito a tutti i provocatori. L’unità portata dai partigiani in città era la base sulla quale poggiavano le azioni per appagare le aspirazioni della popolazione democratica. Contro l’unità cozzavano invano gl’imperialisti e la reazione locale. Vani sono stati e sono tutt’ora tutti i tentativi della reazione per denigrare l’eroica lotta di liberazione, per svuotare il contenuto rivoluzionario, per farla dimenticare a coloro che vi presero parte. Non servono le centinaia di colonne di giornali per far dimenticare ciò che è stato scritto con il sangue dei compagni combattenti, come sono inutili i processi e le condanne ai partigiani ed agli operai delle fabbriche, rei soltanto di aver fatto il proprio dovere di antifascisti conseguenti. Ciò che gli attivisti, i partigiani e la popolazione democratica tutta hanno fatto per l’annientamento del, nazifascismo, non potrà mai essere dimenticato, anzi sarà sempre un monito per tutti- coloro che volessero ripetere le gesta criminali dèi fascisti e dei nazisti. Infine, anche i tentativi di coloro che approfittarono della risoluzione dell’Ufficio d’informazioni per spezzare il fronte democratico del Territorio Triestino, per svuotare il movimento rivoluzionario di tutto il contenuto di lotta, sono stati sventati. Gli attivisti vecchi e nuovi, i partigiani e la popolazione democratica, sanno che il nemico è l’imperialismo, contro il quale è necessario lottare uniti, e che la divisione non è che un’ombra passeggera sull’eroica lotta del popolo di questo territorio. Vitri Andrea - Peter Qii e^oi di XV»fi Quattro anni sono ormai passati da quando i fascisti e le SS attaccarono il nascondiglio dei combattenti del battaglione di sabotaggio a Longera. Nessuno di questi combattenti si arrese. Hanno accettato la lotta con i fascisti. Ecco quanto racconta il compagno Danilo, uno dei combattenti, il quale è riuscito a passare il cerchio e salvarsi: «Erano circa le due quando il compagno Radivoj si è svegliato, svegliando a sua volta il comandante Pavel. Mi sembra che siamo accerchiati. Mettiamo una mina davanti al nascondiglio... «Non sognare, dormi tranquillamente» — rispose il comandante, e continuò a dormire. Erano le nove. Nel paese si sentii un gran trambusto. All’entrata del nascondiglio si presentò un pioniere. Disse: Longera è accerchiata. Il comandante Pavel mi svegliò e ordinò: «Va a vedere quel che succede fuori!» Andai e vidi che la casa era accerchiata. Ritornai dal comandante e gli descrissi la situazione. Disse freddamente: «Da vivi non ci arrenderemo! Preparate le bombe ed i fucili!» Ore e ore di angosciosa attesa... Sono le 11. Ad un tratto i fascisti aprono l’entrata e gridano: «Arrendetevi!» Un fascista illumina l’interno con una lampadina. Contemporaneamente si fanno sentire anche altri nei pressi dell’altra entrata. Cominciò la lotta. Il comandante si avvicinò all’entrata con una bomba in mano. La gettò fuori, ma non esplose. Allora i mitra fascisti cominciarono la loro canzone. Gridai: «Presto un’altra bomba». La bomba scoppiò e cinque fascisti si rotolarono nel sangue. Una sparatoria infernale stordì il comandante. Dopo che ebbe riuscito ancora una volta ad alzarsi al di sopra del muricciolo di protezione, cadde. Eravamo rimasti vivi ancora cinque. Ci lanciammo fuori dal nascondiglio. Ultimo saltai io. Inciampai in un cadavere. Lo osservai solo per un momento... Era mio padre, con la testa passata parte a parte da una pallottola. La lotta continuava. Eravamo cinque combattenti che tentavano di spezzare un cerchio di ferro. Ad un tratto ci trovammo tutti nella mia stanza. Radivoj rantolò: «Sono ferito gravemente!» E rimase là. Allora Stojan, respirando affannosamente, esortò: «Teniamo fino all’ultimo!» Nel corridoio vidi cinque fascisti. Gridavano: «Arrendetevi»! Vinko levò la sicurezza alla bomba, io sventagliai una raffica di mitra sui fascisti. Tutti e cinque caddero. La situazione era insostenibile. Gridai: «Compagni, dietro a me!» Corremmo attraverso il cortile e saltammo il muro. Il compagno Stojan, colpito mortalmente, cadde proprio sulla mia schiena. Davanti a me si mostrarono due fascisti. Gettai la bomba e gli travolsi. Vinko, ferito, non poteva più proseguire. Si era cacciato nel cespuglio, ed aveva levato la sicurezza alla bomba; aspettava.... I fascisti sparavano all’impazzata. Io e Ivan saltammo un muro di un metro. Ivan è rimasto ferito ad una mano. Sulla strada principale, a mille metri dal nascondiglio, vi era un nuovo agguato. Io ero ormai stordito. Domandai a Ivan se disponeva ancora di qualche bomba. In quel momento si fecero sentire due schartz. Saltammo nuovamente il muro appiattandoci a terra. I fascisti e i tedeschi urlavano all’attacco. Ivan era già tutto insanguinato. La bomba la teneva nelle mani ed aspettava, Sparai l’ultima raffica e saltai nel canale. In questa maniera io e Ivan ci salvammo dal cerchio della morte. Dopopranzo ci trovammo a Gropada, I-van ed io. Nella serata, giunse anche Vinko. Da sei che eravamo, tre siamo rimasti vivi. I fascisti che ci avevano attaccato convinti di averci tutti nelle 'mani e sicuri che ci saremmo ,arresi immediatamente, hanno perduto quindici uomini. Inoltre hanno dovuto trascinarsi dietro 7 feriti. Così abbiamo vendicato i nostri tre compagni morti. Danilo Tutte le dottrine, tutti: i patti e tutti i piani che la diplomazia americana con tanta generosità elargisce al mondo, non hanno sinora ottenuto tra i popoli ai quali sono stati destinati, il successo atteso e ancora meno gratitudine. Simili piani potranno forse commuovere qualche diplomatico della vecchia scuola come il conte Sforza che si affatica a cogliere ogni occasione, affin- mente la fòrza immensa dell’opinione pubblica democratica se credono di poter, con il loro agire, costituire una coalizione antidemocratica e dimenticano che la guerra non la fanno solamente gli stati maggiori e i diplomatici che prendono le cose alla leggera, ma bensì pure i popoli per i quali la guerra non é una fonte di grandi guadagni non guadagnati da loro o di glorie personali. Per i po- I partigiani greci si rendono conto che soltanto con una lotta senza quartiere potranno liberare la patria chè possano rimetterci lui stesso e il suo governo la loro reputazione, potranno forse avere l’approvazione e l’elogio dei »socialisti« tipo Bevin e Schumacher, potranno forse inculare un po di coraggio ad un »fuerer« di complemento come lo é De Gaule, non potranno però ingannare le masse democratiche del mondo. I veri scopi e le vere mete di queste premure «umanitarie» sono troppo evidenti, da non poter non accorgersi immediatamente di tutta l'ipocrisia e di tutti gli inganni che si nascondono sotto le parole di voler difendere la democrazia e sotto l’asserzione dell’esistenza di una civiltà atlantica inventata recentemente. Coloro che dirigono la guerra fredda e che creano la psicosi bellica, sottovalutano evidente- poli la guerra rappresenta solamente una grande sciagura, un immane spargimento di sangue, la guerra è per i popoli apportatrice di miseria e di dolori. Però si sta già coniando una risposta anche per questi signori. Al congresso della pace apprenderanno la voce di cinquecento milioni di uomini che vogliono vivere in pace e che cercano di far rimarginare con il loro lavoro proficuo le ferite e le piaghe, che ha aperte la guerra recentemente conchiusasi. Ma purtroppo questi aizzatori alla guerra non si limitano solo a progettare ed ardire piani e congiure ma cercano di realizzare i loro, piani delittuosi ovunque dove ciò sia loro possibile. Molti, troppi sono i territori dove ancora oggi imperversa la guerra. Ma non dappertutto tut- to procede secondo i loro piani prestabiliti, anzi, si può dire, in nessun posto. La marcia vittoriosa delle potenti armate popolari in Cina che si approntano all’assalto decisivo contro le demoralizzate forze del Kuomingtang, sposterà essenzialmente, quando verrà portato a termine l’equilibrio delle forze nel mondo a tutto utile del fronte popolare democratico. E così sparirà una volta per sempre la Cina federativa la base degli intrighi delle potenze occidentali che è sempre stata inumanamente sfruttata. Al posto di questa Cina sorgerà una nuova Cina che diverrà il pilastro della democrazia e del socialismo nell’Estremo oriente, dove troveranno appoggio tutti i popoli oppressi dell’Asia. Alla stessa stregua, quantunque meno intensamente, e sinora con minori risultati, lottano i popoli dell’Indonesia, dell’Indocina, e di Burma. Lo sfortunato popolo greco vive e prova le atrocità delh guerra che rammentano l’occupazione hitleriana, e deve solamente all’intervento delle potenze occidentali se è costretto ancora sempre a difendere la propria libertà e la propria esistenza nelle montagne. Gl’imperialisti vogliono crearsi basi d’aggressione in Grecia e, per realizzare questo loro piano, so- no pronti pure di distruggere tutto il popolo greco che già da nove anni sanguina da numerose ferite. Gli eroici partigiani greci _ sostengono duramente e con-perseveranza questa impari lotta e sconfiggono le bande fasciste malgrado che queste dispongano di inesauribili depositi d’armi e munizioni. Gli imperialisti dovrebbero accorgersi proprio in base agli avvenimenti che si succedono in Grecia, che non è possibile spezzare la resistenza d’un popolo che lotta per la libertà e la pace. B. D. Alno ' Tsc ' Tung IVè le offensive dei monarco'fascisti, nè gli inverni e neppure i dollari americani hanno potuto annientare gli eroi greci. Il loro ideale è l’ideale di tutti i popoli soggiogati : la libertà ! IL I MACrCrIO DEI PARTIGIANI DEL TERRITORIO DI TRIESTE 1945 Alla distanza di quattro anni i partigiani di Trieste e del Territorio si ricordano delle loro azioni più gloriose. Queste azic» ni non si riferiscono soltanto alla liberazione di Trieste, ma vanno più indietro, fino agli inizi della lotta partigiana, che si è diffusa nel nostro Territorio, proveniente dalla Jugoslavia già partigiana. Il nostro movimento partigiano si è diffuso potente-mente con la caduta del fasci smo e con il disgregamento del potere badogliano. Come prime azioni partigiane, possiamo ritenere i tentativi di lotta del proletariato triestino, promossi da questo già quando si è mostrata la minaccia dell’invasione di Trieste per opera delle bande militari tedesche. 1/8 settembre la piazza Grande è stata testimonio della prima manifestazione delle forze democratiche della città. La piazza della Borsa ha visto dopo venti e più ani gli impavidi figli di Trieste democratica, che erano ritornati dalle prigioni e dai campi di internamento. La popolazione triestina saluta questi combattenti come i suoi figli migliori. La manifestazione straripa contro la volontà degli odiati carabinieri, fino alla piazza Goldoni. Il popolo si raccoglie nuovamente intorno ai suoi oratori. Da esso prorompe la parola d’ordine: aprire le prigioni e liberare da esse i detenuti politici. Questa parola d’ordine si trasforma in azione. Gruppi di combattivi democratici si avvia, malgrado la presenza delle orde hitleriane a Trieste, verso le prigioni. Essi si rendono conto che è necessario spezzare immediatamente i catenacci prima che sia troppo tardi. Così ancora nella stessa serata sono stati liberati dal Co-roneo numerosi antifascisti. Trieste non è diventata già allora teatro di combattimenti per le vie con le bande hitleriane a causa del sabotaggio e degli impedimenti frapposti da gente che era rimasta fedele al fascismo. Da questo momento comincia effettivamente la lotta, conclusasi poi per il nostro popolo con i! I maggio, quando gli operai triestini insieme all’Armata di Tito liberavano Trieste. Lungo è stato il cammino, terribili sono state le sofferenze deeli ostaggi caduti, dei martiri della risiera. Orgoglioso è stato il passo del partigiano vittorioso che con le sue azioni nella città e nella campagna, colpiva decisamente il nemico ed i suol servitori Tutte queste sofferenze e queste vittorie, gli eroismi ed azioni etiche, trovano la loro epopea nel primo maggio triestino. Il primo maggio 1942 chiude u ri’epoca fosca, l’epoca del fascismo. Questo primo maggio si è ancorato nell’animo di tutti i democratici del nostro territorio, come la loro giornata, il giorno della vittoria sulla reazione, il giorno nel quale hanno conseguito i loro scopi. Il nemico era vinto. Lunghe file di prigionieri, che già appartenevano al «her-renvolk» dell’esercito hitleriano, costituiscono il bilancio visibile della nostra vittoria. La banda di Colotti, la famigerata Guardia Civica, i «domobranci» ed i «belogardisti» fanno una compagnia poco onorevole alla banda Hi cui sopra. Su Trieste ha sventolato vittoriosamente la bandiera rossa, simbolo della libertà. I tricolori con la stella a cinque punte, italiani e sloveni, simbolo della fratellanza fra i nostri popoli, hanno sventolato dappertutto. Coloro i quali fino a ieri hanno servito l'occupatore e oppresso il nostro popolo, a motivo dei loro interessi di classe e personali, hanno paura. Gli operai triestini, gli artigiani e gli intellettuali erano armati e tenevano fermamente in pugno il potere. Per tale ragione il primo maggio 1945 non è soltanto il primo maggio dopo trent’anni di fascismo, ma è anche il I maggio della vittoria su tutto il passato. Per tale ragione i nostri primo maggio avranno luogo sempre nel segno del I maggio 1945, nel segno di quel primo maggio quando gli operai della nostra città, gli onesti intellettuali ed insieme ad essi i contadini della nostra campagna, hanno calpestato e spezzato per sempre un passato di schiavitù. Così il nostro primo maggio 1945, il primo maggio dei partigiani, degli o-staggi, dei caduti, di coloro che hanno vinto, sarà anche il I maggio 1949. Via con le vecchie tradizioni socialdemocratiche di questa festa, via con le scampagnate. Questo è il giorno della lotta per i nostri diritti democratici. I partigiani di ieri, gli odierni combattenti per i diritti democratici ed umani per il nostro popolo contro l’imperialismo ed il neofascismo, marciano in file invincibili contro tutti coloro che vorrebbero impedire ed offuscare un festeggiamento combattivo del nostro primo maggio. Franc Stoka Uniti nel Fronte popolare italo - slavo, lottiamo per il mantenimento della pace e per il rispetto del trattato di pace. ★ Soltanto una lotta comune potrà garantirci la pace, il lavoro, il guadagno ed il rispetto dei nostri diritti. * I partigiani sono rimasti combattenti contro gli imperialisti e gli istigatori di guerra, per la pace e la democrazia, per il rispetto del trattato di pace! ★ I partigiani sono l’avanguardia del grande fronte democratico popolare del Territorio di Trieste. * I partigiani sono i primi nella lotta per la libertà ed i primi nella lotta per la pace! A CURA DELL'ASSOCIAZIONE PAR T 1 G I A N I D R I- T. L. T. STAMPATO NEI. LA TIPOGRAFIA EDITORIALE STAMPA TRIESTINA S. A R. I.. - TRIESTE