GIUSEPPE CAPRIN —~l GRADO ritorno del mare, per gettarsi sul lembo delle sabbie scoperte a predare le arsclle ed i piccoli granchi. Di faccia al casone si scopriva la larga veduta della laguna: un'ampiezza di acque ammortite, e lontano l'isola di Grado, giacente, con le case umiliate alla chiesa e al campanile, (piasi in mezzo ad un allagamento. Quel casotto albergava un Gradenigo, prima pescatore, poi marinaio di nave sotto Angelo Emo. Trovandosi fra gli ultimi che fecero tuonare il cannone di San Marco sui mari, all'assedio di Tunisi restò ferito alla gamba destra, da uno di (pici proiettili composti di quattro palle incatenate, che spinti dal mortaio uscivano a guisa di una croce. Reso invalido, allorché Venezia vedeva già disordinarsi la propria milizia, fu posto a custodia di quella valle marina. faticava poco per il governo della peschiera: durante l'estate dava scolo alle acque (piando per troppo limo si appannavano, eia rinfrescava; d'inverno costruiva un capannone di stuoie sul grande bacino, presso al palazzo, perchè i fiocchi di neve, scendendo a fondo, non bruciassero la schiena al pesce toccato ; faceva per sé provvista di poche fascine nella spinala e poi dava fuoco agli sterpi, alle erbe fetide, agli stecchi della, maremma per correggere il terreno con la cenere. Egli era un ramo cadente del grande albero Gradenigo: ramo della famiglia plebea, derivata però anch'essa dal ceppo dei fuggiaschi aquileiesi, la quale parallelamente aveva dato uomini di remo alle galere, soldati di cernidc e barcaroli, quando la gemella emigrata a Rivoalto, giù per i secoli, illustrava il libro d'oro del Palazzo ducale. Mentre in Venezia i Gradenigo contavano tre dogi, molti uomini di toga e vari capitani valenti, in Grado quello stesso sangue scorreva nelle vene di povera gente, senza titoli e priva di publici onori. Ma la comunione di origine concedeva alla città pesca-reccia il diritto il' insuperbire per il posto che essa ed i suoi figli occupavano negli annali più antichi. Sapeva per voce passata di casa in casa, eh' era la nuova Aquileia, che i Gradenigo l'avevano fondata, e che tristi vicende l'afflissero per più secoli. Si reputava madre di Venezia e voleva che ciò non andasse perduto dalla memoria dei Veneti. La tradizione, per via di un' arte rozza, ha qualche potere sul carattere popolare, ed a Grado lusingando l'amor proprio cittadino, aveva instillato un orgoglio non ispre-gevole. La storia leggendaria, che correva dimessa, senza ordine cronologico, senza esattezza, pareva in ogni modo agli isolani tanto più certa, e non levava sospetto, perchè non mancava ad essa ciò che difetta spesso nei libri, la buona fede ilei narratori. 11 culto delle memorie era il patriottismo di tutti in quel piccolo nido. Siccome la grandezza passata non aveva lasciato che statue mutilate e marmi rotti e scritture indecifrabili, così restarono della storia poche reminiscenze che si ricomponevano con la fantasia. Il Comune conservava verso la prima metà del nostro secolo alcune carte, sfuggite al sacco dei Genovesi, alle ruberie dei pirati, all'incendio dell'archivio, appiccato nel i dal Patriarcato di Aquileia. 11 2 luglio 13S7 il patriarca Bertrando investi Federico Savorgnan a titolo di censo e livello perpetuo del detto feudo per il canone annuo di libre ] di pepe e di un beretto inglese e di 40 denari d'Aquileia. (Archivio di casa Colloredo in possesso del marchese Paolo.) La ckntknara tj seguivanli i sacerdoti, i giudici, il carnefice. Le loro armi additavano la qualità delle imprese ed i fabbri da campo davano a quelle la forma dei rostri degli uccelli di rapina e degli unghioni ilei falchi. Narrasi ancora intorno ai focolari friulani, che Alboino, giunto al culmine delle Alpi, alla vista della superba campagna friulana rimanesse colpito dalla lussureggiante vegetazione e destinasse a suo alloggiamento la pianura, dove poi sorse Udine. Comandava che i folti prati si riserbassero al pascolo dei puledri scandinavi e scoperse, nascosto sotto le foglie, il fior dell'uva. Guerreggiò circondato dai gasindi, schiera di giovani scelti nel cimento delle battaglie, e banchettò bevendo nel teschio rilegato in oro, di un re vinto nella Dacia: Cunimondo dei Giapidi. « Nefanda tazza, dice uno storico, che i Longobardi fecero comparire due secoli sui deschi regali e lo stesso Paolo Diacono vide sulla mensa di un duce».1) Affidava Alboino al nipote Gisulfo, fatto mastro di stalla e duce, la provincia del Friuli, e fra i gasìiidì ili Gisulfo vuoisi fosse Volchero Savorgnan, chi-" si indica capostipite della illustre prosapia.2) Lungo i 20Ó" anni clic dura il dominio longobardo, ed anche mentre Italia muta solo estranee signorie, i Savorgnan li troviamo sempre dove arde la guerra, coinvolti nelle lotte J) La Farina, Storia d'Italia, voi. I, pag. 77. 2) Taluno vuole che un nobile della famiglia degli Scauri abbia dillo origine alla famiglia Savorgnan ; qualche altro indica capo stipite un Severino, nobile aquileiese disceso dai Severi, imperatori di Roma, oppure un nipote del patriarca aquileiese Federico. Ireneo della Croce nella //istoria ili '/'n'osto, (\ enetia, 1698, G. Albri/./.i, pag. 213), ritiene che i Severiani con voce corrotta venissero chiamali Savorgnani. Francesco Palladio (Hìstorie del Friuli, appresso Nicolò Schirali, 1660, pag. 20), afferma che la origine vien detta da. molli essere longobarda; ed anche B. Vollo (1 Savorgnani, Venezia, 1 ip. di Giov. Cecchini, 1857, pag. 27), rileva che le memorie della famiglia si collegano a Volchero longobardo capostipite. Difatti la famiglia non trovò più in là di Volchero alcun fatto per fondarvi 1'origine e conservò e rispettò la tradizione. io lacune i>t grado che travagliano i paesi allo sbocco delle Alpi. Diventano grandi feudatari e nessun romanzo d'amore viene a svelare una debolezza di cavalieri effeminati, un intrigo men che onesto di signorotti prepotenti.1) I ponti levatoi dei loro moltissimi manieri non si abbassano per dare il passo ai fastosi cortei del medioevo ; i merli non discoprono 1' alabardiere di gala che passeggia inutilmente, col lucido morione e la polita partigiana, sulla torre. Tutt'altro: gli ammazzatoi sono guarniti di lance e siili' alta terrazza del bastione spunta la corsesca della guardia di guerra. Dovrebbero portare sulla corazza il teschio della morte : il loro stemma ha le chiazze del sangue. I Savorgnan, che erano nobiltà di campo con Gisulfo, dopo la dominazione franca sono già possenti feudatari, ed allorché Venezia acquista il Friuli, combattono sotto le ali di San Marco-, usbergo al proprio scaglione. Calati invasori in Italia, ne avevano assunto più tardi la difesa ; Stranieri prima, italiani in breve volger di tempo, erigono sulla strada, per la quale sono discesi, i propri castelli: sentinelle della nuova patria. Diventano quindi conti palatini, patrizi, vicedomini, marchesi d'Istria; danno ricovero agli esuli toscani, costretti ad abbandonare Firenze per isfuggire l'odio implacabile dei Guelfa; i loro diritti si estendono su larghi campi infeudati: hanno giurisdizione propria e sono nelle terre padroni e giudici : spingono 1' orgoglio del valor militare sino al puntiglio. ') La famiglia Savorgnan fu investita in varie epoelie di un numero Straordinario di feudi. Possedeva i castelli Savorgnan di 'Porre, Ariis, Palaz-y.uolo, Flambro, Cassacco, Buia, Flagogna, Madrisio, Torre di Zuino, Ragogna, Zegliaco, Pinzano, Chiusa, sulla strada romana che andava in Germania, quindi la Torre di Codroipo, il Castel di Tarcento, Anduins, Zegliaco, Castelnuovo, Artegna, Belgrado ed Osopo. Aveva in alcuna delle proprie terre diritto di sangue, giurisdizione su ac c da questo casato lo aquistò pochi anni sono il ricco industriale Pasquale Fior, di Udine. (Archivio di casa Colloredo in possesso del marchese Paolo.) 2j Ancora oggi si vede la tinta sanguigna, data alla torre da un Colloredo, e spicca sul grandioso castello, che tra. i molti ricordi ha pur quello delle Memorie di un Ottuagenario, dettate in gran parte in una stanza del corpo centrale dall'illustre e compianti) Ippolito Nicvo. LAG UN K DI ORA ini Si mandano cartelli per un duello romoroso con la scorta di venti cavalieri per parte, in complete armature ; sobillano i vassalli, tramano congiure destinando a premio della sommossa gli averi e la testa dell'avversario. La casa militare dei Colloredo si era sparsa per tutte le corti : aveva paggi, ambasciatori, vessilliferi, maestri di spada al fianco dei maggiori principi : i suoi antenati si trovarono coi Savorgnan a sbarrare il varco agli Ungheri, ai Turchi ; avevano preso parte alla sorpresa di Marano; erano andati a Lepanto ed avevano saputo morire; la punta delle loro sciabole mostrò imperiosa ai contadini assoldati sulle porte delle chiese le gole alpestri da difendere, luccicando negli scontri cruenti sulle balze cadorine, tra le strette del canal di ferro, alla chiusa carnica. Avevano vissuto di tutte le angoscio, di tutte le convulsioni italiane: oggi vinti, domani vittoriosi. Kd erano anch'essi entrati stranieri. Risalendo all'età in cui Corrado il Salico riceve la cortina d'Italia, benedetta dal Papa, incontriamo Liabordo dei Walsee, che con le truppe di Popone, patriarca di Aquileia, combatte la prima fanteria lombarda, stretta intorno l'arca della rivoluzione: il carroccio. Questo Liabordo dei Walsee è il loro avo. Venuto con il re di brancolila, prende stanza nel Friuli, muove contro Milano, e tornato è investito di terre e fonda la nobiltà di Mels, Colloredo e Prodalone. Arrigo, suo fratello, restituitosi in Germania, manda i figli con Barbarossa contro la lega di l'ontitla e i nipoti alla rocca di Duino per dilatare sopra un lembo dell'Adriatico, contro il libero comune di Trieste, la prepotenza del soverchiante feudalismo; Liabordo prepara in vece una generazione fedele ad Udine e a Venezia, che muta parte o fazione, ma che pur combatte per la patria nuova, giacché la vecchia patria non ha più nel cuore.1) ') Veggasi la monografia ili G. E. di Crollalanza, Memorie storico~ge-nealogichedella stirpe Waldsee-Mels-Colloredo. Pisa, 1S75. Direzione del giornale Aràldico. j.agunk j)i grado Una legge naturale aveva mutato negli stranieri la lingua, la fede, i costumi e sino l'anima. Si potrebbe dire che in alcuni fatti c'è la mano di Dio.1) I Longobardi credevano di trasformare il Friuli in una colonia scandinava: ottennero effetto opposto. Paolo Warnefried, che pretendeva trasmettere la purità del sangue ai posteri, duecento anni più tardi dalla calata dei suoi antenati non sapeva la lingua degli avi, e da memorie e da pitture ritraeva il vestito dei Longobardi.-) «La colonia longobardica era già friulana due secoli dopo la sua costituzione, e la lingua latina era già propria dei vincitori, che deposta la naturale ferocia, piegarono a civiltà.»3) Si ravvicinò ai vinti, si confuse, spari. Dal 952 in poi il Friuli era soggetto ai duchi ora bavaresi, ora carintiani, e l'amministrazione veniva tenuta alla maniera germanica ; scomparso il sistema longobardo, erasi introdotto il bavaro, più tardi tutto s'infeudava all'elemento alemanno ; esistevano chiese, monasteri e villaggi tedeschi. « La popolazione naturale preponderò ed assorbì la forastiera; la nobiltà bavara o carinziana, in terra non sua, ^ Buona parte delle famiglie nobili friulane sono di origine longobarda, bavarese, di Strassoldo discendono da Remerò di Strassau, venuto dalla Franconia; i conti Porcia sono di stirpe longobarda assieme coi conti di Ceneda. I Cobalto si dicono sangue degli HohenzoUern ed il nome assunto sarebbe una traduzione del predicato straniero. I conti Valvason, l'artistagno, Freschi e Barozzi provengono da Odorico d'Auinbech della Carintia, cavaliere dell'imperatore di Germania Enrico, lo zoppo; i conti Ozi venivano dalla baviera, i conti di. Belgrado erano originariamente carintiani conti di Flaschberg. Francesco Palladio, Op, cit., voi. I, pag. 148; Montags-Revue, 1858, N. 10-14. E di origine germanica si dicono gli Artegna, gli Zucchi, i Rizzardi, gli Simiglio ecc. 2) Questo Warnefried, clic e poi. Paolo diacono, scrisse il. famoso inno di S. Giovanni battista Ut queant hi.vis n'so>mre ftbris ecc., da cui si sa clic Guido d'Arezzo trasse i nomi delle note musicali. :|) P. Kandler, Dei Popoli che abitavano i Istria, il Istria, anno VI, N. iS, pag. 77. per le correnti politiche, per il prevalere dell'elemento romanzo, perdette il carattere originario e finalmente scomparve non lasciando nemmeno un ricordo di tombe o di sepolcri.»1) Oneste verità ricordavano là sulla Centenara le famiglie dei conti Savorgnan c Colloredo. Evocava contro alle due nobili stirpi quel vecchio Gradenigo il quadro commovente dei profughi, fuggiti con le reliquie dell'arte e della chiesa, e che avevano recato là nella solitudine delle acque il germe dei liberi comuni e il pensiero nazionale. Poveri, senza case, senza reti, senz'armi, aspettavano i brevi periodi di pace e correvano a raccogliere tra le rovine delle distrutte città litoranee i vasi, in cui i Romani tenevano olio e savori, ed i fusti di colonna, le lastre di marmo per murare i nuovi templi. Il riflusso abbandonava sulla riva l'alga perchè se ne coprissero le capanne, i funghi stendevano il feltro su quei tetti fragili e molli. Il mare portava, galleggianti sulle onde, le madonne di legno;2) i preti benedivano i fedeli con gli aspersori di crine. ') v. Zahn, / fastelli tedeschi in Friuli, traduzione di ('. A. Murerò, Udine, I*. Gambiarasi, 1S84, pag. XI; e Studi /■'riulani, traduzione di (i. Loschi, Udine, tip. del Patronato, 1S88, pag. 71. 11 conte Francesco Coronini nel suo volume / Sepolcri dei J'a-triarehi d'Aquileia, versione ital. di G. Loschi, Udine, tip. del Patronato, 1S69, a pag. 12, accennando alle profonde radici che aveva posto il germanismo nel Friuli, nota anch'esso la sua totale scomparsa. Ma tutti questi scrittori dimenticarono di rilevare la rapidità con cui si dileguò la sporadica colonia ricca di potere, d'influenze e di feudi : avvenimento storico certamente da prendersi in serio esame e da contrapporre a • pianti per amor nazionale vantarono la influenza che gl'immigrati bavari o carintiani esercitarono nella vita civile del Friuli. '-) La madonna di Barbana presso Grado e quella che possedeva una isola di Venezia ora sommersa, si ritiene arrivassero con una burrasca di mare, appunto all'epoca in cui incominciava ad infierire la persecuzione degli Iconoclasti contro gli adoratori di sacre immagini dal 485 al 5S0. La sventura clic tutti a ti rate! lava da Grado a Cavar-zere, suggerì un semplice governo di padri di famiglia. Appariva nuova questa società che nasceva tranquilla, nella pace del lavoro, con l'austerità dei costumi, e che non si gettava come una valanga sopra un popolo inerme, con il diritto della spada sguainata. Nessuna violenza ne macchiava la origine. La novella unione si era impossessata di quegli sterili affioramenti di sabbie, che aprivano una sola via al suo coraggio, alla sua. destrezza., al suo genio: il mare. Lo affrontò non temendone le tempeste. Diventava quella società una popolare federazione di marinai, di soldati e di mercanti, regolata da schiette e sapientissime leggi, onorata da uomini che da umile origine erano pervenuti a sommi gradi nell'armi, nella dottrina e nella scuola delle astute diplomazie. Dodici secoli durò nella sua meravigliosa potenza, poi piegò sopra se stessa, e completamente esaurita, cent'anni dopo scomparve: ci lasciò con la città di San Marco un monumento d'arte e restarono nelle isole quegli ignorati discendenti dei dogi, dei procuratori, degli ufficiali di consulta, dei dottori di cattedra e di consiglio, che fedeli al primo mestiere continuano ancora oggi la vita semplice, tribolando e chiedendo alla provvidenza la fetta di pane bastevole a sè ed ai figli. Scorrono coi burchi sulle lagune assopite, attorno alle città collocate sui sabbioni, fermi ai remi ed all'amo: 1 ga un cor pica de fede, Do brazi per vogar, E per pescar : la rede ! II. LE CITTÀ DI LEGNO Nova vita in palude — Lanternari —Portonuri — Gli acquimoli — Saline — Prime chiese — Vele dipinte — Architettura archeologica — Grado metropoli ili Inde le isole — Comunione di tutela e di difesa — // Tribunato — Grado perde la suprema zia politica — 77 Dogado. Alle prime minacce di Attila, nel 45.?, gli Aquileìesi occuparono Grado, la gente di Concordia riparò a Caorle, quella valorosa di Opitergio in Eraclea, da Aitino gli abitanti fuggirono in Equilio e sulle verdi barene di Torcello, mentre i Padovani s'impossessarono di Malamocco e delle Reaitine ed i nobili d'Este e Monselice si trasportarono sulle velme di Chioggia e Capo d'Argine, dove i rustici coloni avevano ridotto i prati vili ed acquosi ad utili ortaglie. 1 fuggiaschi stavano sicuri su quei dossi marini, lontani dalle terre desolate da invasori affatto inesperti della navigazione e sprovvisti di navi. La sicurezza e la pace, magari nella povertà, avevano suggerito la scelta di luoghi abitati da pochissimi pescatori maremmani, e nei quali certo mancava ogni agio della vita. Costruirono le .abitazioni sopra i terreni ove il loto induriva, spianando le strade marginali sulle rive, rassodate con siepi di giunchi. Le case, tutte di una medesima altezza, erano coperte di stoppia; le finestre poche, con le imposte cieche ; si entrava per un portico nella corte e per scale esterne si saliva al poggiolo, che girando intorno metteva nelle stanze superiori del modesto edificio.1) Fra i ceppi di capanne gettarono a cavaliere dei fossi passaggi di travi ad uso del vicinato, e si servivano delle lini re, piccolissime barche, per trasportarsi da un luogo a L'altro. In comune fortificavano le sponde- delle isolette e le dighe con palizzate a fine di assicurarsi dalle dilavazioni delle pioggie ed infrenare la furia delle onde esterne; confinavano nelle edicole, disperse per le paludi, i lanternari, guardie notturne, che inalberavano il (anale sull'asta della garetta e segnavano le bocche della marina e le secche. Era una lotta contro gli elementi, vera lotta per il diritto del vivere. Poi mutavano corso agli scoli, allargavano un rio, segavano il falasgo che cresceva sulle barene, lo asciugavano, torcevano con esso le corde; scendevano a far legna presso i larghi alvei ai lembi delle fiumare ed a far acqua con battelli a botte, che servirono più tardi quale misura per determinare la portata delle navi.2) Erigevano molini stabili lungo i canali sfondati dalle correnti dolci, ed ove il mare entrava per crescimento con ') Fabio Mutinelli dà la forma, dell'arco acuto alle l'meslre della Venezia di legno, mentre si sa che seppur quell'arco figura nella parie inl'e-riore di S. Marco, incominciata nel 970, prima non era mai comparso nelle contratture italiane, ed il gotico si manifestò appena nel XIII secolo. Annetti Urbani ili Venezia iteli'anno Sto al 12 inaggio 170)7. Venezia, tip. di (i. lì. Merlo, 1841, fase. I, pag. 12. Le imposte o scuri, (issate su cardini esterni, sono proprie dei Veneziani, che le tolsero a Roma. Nell'antico duomo di Torcello stanno ancora, alcune imposte di lastra sottile di marmo veronese, ora immobili, le quali si aprivano e si chiudevano di fuori. Tommaso Temanza, Antica pianta dell' indila citta di Venezia deli nenia circa la in età del XII seeoìo ere. ecc., in Venezia, 1781, nella stamperia di Carlo Palese, nota a pag. 24. -) Barene, anticamente veline, erano le isole di sola melma, più basse delle Tombe, Tombe erano le isole di suolo più solido, calcareo. Pontiere si dicevano a Grado quégli affioramenti isolati di sabbia, presso al contine ite, che il mare nelle cresciute allagava. violenza ed usciva quindi con rapidità, ponevano gli acquimeli piantati sulle peate dette satidaiios.1) I portonari, alloggiati nella torretta di una larga zattera, impedivano il passaggio ai fuorusciti e alla gente pericolosa o sospetta: da principio erano guardie di polizia, più tardi diventarono gli esattori delle gabelle o le spie dei contrabbandieri fluviali. Sorgevano intanto * oratori e cappelle tra l'abitato 0 fuori, nella solitudine delle lagune, e si convocavano le ratinate publiche mediante la crotola di faggio, con la (piale si chiamavano i divoti anche agli uffici divini.-') ') Appena clic i Vendi ebbero assicurati i loro acquisti nel Trevigiano e in quel ili Padova, vi distrussero gli antichi mulini, i quali erano numerosi per moilo ehe il corpo de' mugnai dicesi uguale a quello dei pescatori. In ricompensa dei privilegi goduti doveva questo corpo far guardia notturna nel palazzo ducale. Ermolao Paoletti, // Fiere di Venezia ecc., presso Tommaso Fontana, Venezia, 1Sj7, pag. 107. Nella Cronaca di Giacomo Caroldo si legge: «Dogado Gradenigo 1355 furono dal Publico dati ad inprestito a Maestro Bonamisi da Ferrara Ducati mille d'oro perchè si (diligo fare quattro Mulini sopra sandali nel Canale di Castello e dovrà restituirli a 150 all'anno.» '"') Quella povera architettura, quelle costruzioni primitive durarono anche allora che Venezia aveva già fabriche sunluose impellicciate di marini. Ce case di legno coperte di canne e paglia in buon numero si mantennero in Venezia lino al secolo XV" ed oltre ancora. (G. Gallicciolli, Delle Memorie Venete antiche, profane ed ecclesiastiche, Venezia, Domenico Fra» casso, 1795, voi. I, pag. 300), I-a chiesa di S. Salvatore, magnifico tempio di Venezia, con vòlte reali, incrostate di mosaico, aveva il letto di paglia S|m> al 1365 (Francesco Grazia, Cronaca di S. Salvatore, pag. 78). Alcuni cronisti asseriscono che S. Marco slesso nei suoi primordi era di legname e che hi giesia de nhssicr S. Antonio fu principiato con una Véla di nave e poi Jiuita m tavole, Rammentasi ancora che nel iS°S Pietro Malto Bergamasco, ti quale dimandava limosina suonando la pira, principiò di tavole S.ta Maria Maggiore. II Pace nel Cerimonia/ di S. .Marco, Mss. Sv., p. 104, scrive che «la Canonica prima era di legno: fu fatta di pietra nel iòiS sopra le case donate dal doge Ziani». Anche in Padova nei bassi tempi predominava l'uso delle case di legname. Nella stessa Costantinopoli, sede dell'impero di Oriente, prevalevano le case di legno. 28 LAGUNE ih GRADO Le poche città, nascenti in mezzo agli ampi specchi marini, sembravano tante imitazioni di Ravenna, clic, posta tra i fanghi, aveva le case di legno, le chiese e i ponti di legno ed i loggiati costruiti con i tronchi della Pineta marittima, che andava dal fiume Savio, per i pantani di Comaccbio, giù, sino all' Isonzo, selva foltissima, i cui avanzi si addensano in larga macchia intorno alle foci del Tagliamento ed ombreggiano ancora in breve tratto la eminenza di Belvedere presso Aquileia. I *,-ni**Ti m*. Avanzo (itila pineta al Belvedéjt. Su per i fiumi cominciarono a salire le cimbre a fondo piatto, tentando di rinnovare le relazioni del traffico. Erano i Veneti senza dubbio in possesso di nuci legni, che loro giovarono nella fuga, per mantenere i quali e costruirne di nuovi divennero necessari molti cantieri.1) Se le barche potevano dirsi le loro seconde case, il mare era la loro seconda patria. Sugli orizzonti di (pici bacini spiccavano intanto le navicelle da pesca : flottiglia che ingrossava sempre più e scorreva i lidi; andavano e venivano (pici gusci sottili con quanto vento potevano portare le vele, scritte e dipinte, segnate di croci, decorate con galli, stelle, triangoli e pesci: tutti emblemi della miseranda classe marinara. Come si distinguevano gli eserciti per i trapunti delle bandiere, così per quelle rozze pitture si riconoscevano nella calma ch'I golfo e nelle burrasche i fratelli della seconda Venezia.2) * * ') Il Muratori cita una legge dei re longobardi, rinnovata nel 775 da Carlo Magno, nella quale si fa cenno che i Comacchiesi con grossi barconi urinati, su per i fiumi portavano il sale a Mantova, Cremona., Parma ed a Pavia: la reggia Longobarda. Cassiodorio, ministro di Teodorico, nella sua lettera ai tribuni li incaricava di andare in Istria a prendere il grano, rilevando che breve era per i Veneti questa gita, avvezzi a viaggi più importanti ed arrischiati, e ciò nella prima metà del VI secolo. s) L'uso di dipingere le vele e di segnarle con simboli è de' primi tempi, e dura ancora, per quanto vada lentamente sparendo dopo le classificazioni e numerazioni dei Governi marittimi, che vanno disciplinando le flottìglie pescarecce. B. Cecchetti ci dà un saggio della onesta e laboriosa araldica contemporanea dei bravi e coraggiosi Chioggiotti: Cavallo è dei Cavallarin, Scarpa dei Scarpa, Calerà a ve/e e a re/ni di Zennaro, Gamba dei Gamba, Gallo che guarda il sole dei Padoan detti Giosafatte, Croce dei Crosara; Tagliere con suvvi polenta dei Veronesi detti Polenta, fII Mercato delle Erbe e de/ Pesce in Venezia, opera postuma, Venezia, presso la tip. Nazionale, 18S9, pag. 42-43.) lacune di grado Grado, nel 452, non era che un castello e una villeggiatura.1) La storia non lo ricorda, ed ignora clic fosse stato l'antiporto militare delle acque gradate. Ma l'archeologia è venuta a leggere con la sua lampada le tavole epigrafiche che si sono scoperte e ad interrogare i frammenti scultori e gli avanzi funerari. Il mare scoprì vasti selciati, le reti trassero in luce sigilli, si viddero nei giorni di grande calata di acque le cellette delle tombe e le olle cinerarie divenute tane nuziali dei pesci. E nel rimestare le arene delle velme uscirono dalla terra e dal secolare riposo cadaveri con in bocca l'idolo, fiale cristalline, fibule, chiavi, lucerne, monete il cui ossido aveva rispettata l'effigie dell'imperatore, ed armi logorate dalla salsedine. La scienza ricostruì allora un mondo sepolto lasciando a noi di accettarlo pienamente o di modificarlo. Collocò a Grado il presidio dei piloti, una specie di prefettura del movimento marittimo, 1) Le cronache antiche tutte ammettono, come abbiamo detto a nota I della pag. 13, che Gradui dicevano i Romani alle gradinale falle di marmo sulle spiagge per l'imbarco o lo sbarco delle merci. Aggiungiamo che altri per acque gradate dicono doversi intendere quelle acque che per le secche hanno altezze varie e i loro bassi fondi sono a gradini. Ma i più vogliono derivato il nome di acque gradate alla laguna grade;e, perchè essa era il bacino del porto di Aquileia : il vero porlo sarebbe sialo il castello di Ponzio, presso il villaggio di San ('anziano, che allora, sostengono, guardasse il mare: antiporto il castello di Grado. Il prof. Seb. Scaramuzza è purè dell'opinione ehe Grado, costruita dai vescovi aquileicsi, era una Specie di villino fortificato e che la città si estese adorno al castello, sui terreni più tardi divorati dal mare-, tfagìtte Friulane, Anno II, N\ S, 1SS0, pag. 127. Grado, dal patriarca Elia venne chiamala Nuova Aquileia, nome che si usò per indicarla dai pontefici, dai sinodi e dagli scrittori antichi. Fra le varie tradizioni sulla origine di Grado va notala anche quella del De Rubeis, che cioè il patriarca Agostino nel 407-420 fondò la città, avendovi cretto mi castello, e fattovi costruire case e chiese. Meni. Etcì. Aqnil., cap. XIV, col. 117. Rammentiamo anche la leggenda secondo la quale gli abitanti del vicino continente, nell'anno 169 dell'impero di Marc'Aurelio, fabricarono un castello in Grado per ripararsi contro le invasioni dei Quadi e Marcomaimi, Sarcofaghi scoperti in diodo neWanno /Sóo, (Disegno eli N. Girotte) c lo disse anche borgata di pescatori di conchiglie porpori-ferc e di legionari.1) Aggiunse che l'isola di Barbarla era il lazzaretto, San Pietro in ciel d'oro e San Giuliano, invece, le terre dedicate al culto: cimiteri di nobile gente, dove gli alberi dalla fronda immobile gettavano la nera ombra sui sepolcri ; e concluse clic la Centenara formava il quartiere dei marinai, anzi l'arsenale per i fabricatori di vele e di corde, giacché i cento* nari erano i sarti militari per alcuni, ma per altri invece soldati disboscatola.2) Dalle lapidi, che l'aratro dissotterrò in quelle rive friulane, si apprese che giacevano sotto i nuovi orti e i vitigni tutte le sepolture dei trierarchi e dei veterani, soldati di nave o ciurma marina. Gli archeografi ricostruendo quel mondo antico solo con le indicazioni delle tavole scolpite o ilei titoli o coi resti marmorei, corrono il rischio di comporre dei bellissimi *) G. Filiasi, Memorie storielle de' Veneti primi e secondi, Venezia, Modesto Fenzo, 1790, T. Ili, cap. XVI; S. Romanin, Storia documcntatii di Venezia, P. Naratovich, 185^, T. 1, pag. 52; P. Kandler, Grado-Aquileia, L Istria, Anno III, N.ri 23-24, 1S52. Neil' alino 1860 si scoprirono per caso nella piazzetta laterale al duomo di Grado, quattro sarcofaghi, tre con inscrizione, uno senza, e si repu Lino sepolture pagane del terzo secolo cristiano ; erano quasi pieni di ossa, tra cui si rinvennero vasi lacrimali. Continuando gli scavi si trovarono i resti di uno scheletro femminile con tracce di una veste color verde, e nella fossa alcuni oggetti appartenènti al cadavere, cioè un anello, quattro aghi crinali ed una moneta dei tempi di Teodosio. Una quantità di lapidi esistono sparse per Grado, benché moltissime da venti anni a questa parte ambirono vendute o vennero adoperate per alzar muri. La tavola piìi notevole, tra le esistenti, è quella che serve da architrave sulla porta laterale della, chiesa di S. Rocco: rappresenta dm-soldati romani che stringono il labaro, la gloriosa insegna di Costantino. Venne illustrata da monsignor del Torre nel libro d'Anzio, pag. 397, dal Bertoli nelle Antichità d'Aquileia, Venezia, C. Albriz/.i, 1739, pag. 151, e dal Dr. C. Gregorutti, Iscrizioni inedite aquileiesì, istriane e triestine nell'or-cheografo triestino, Anno 1SS7, Voi. XIII, pag. 15 f. 2) Secondo il Glossarium Ducange, Centenarium vorrebbe dire : canalis per quem aqua decurrit. ■34 Lagune ni grado e curiosi romanzi pieni di dottrina e di poesia. La critica storica, la quale va innanzi con prudenza, c' insinua il sospetto che molte delle pietre storiche, rinvenute sulle isole, potessero derivare da quelle barcate di sassi preziosi che si portarono dalla terraferma nelle nuove città, per costruire i palazzi dei maggiorenti ed anche gli edilizi destinati ad usi più modesti. E noto che tra il materiale adoperato per edificare S. Marco ci erano i quadrelli della casa ili un Teofilato di Torcello, che il castello di Equilio venne eretto con le rovine di Oderzo, che la vasca battesimale della chiesa di S. Donato di Murano era un cippo ili granito che formava il coperchio sepolcrale del decurione Lucio Anicio.1) La città di Grado si è (ormata nel V secolo sotto gli occhi e davanti alle armi di Attila. Aveva già. la chiesetta, dedicata alla B. V. delle Grazie, fatta murare dal 389 al 407 da S. Cromazio per i prelati aquileiesi, che si recavano sul!' isola nei mesi di estate a godere la frescura del mare. Quando il patriarca Secondo, nel 452, temendo il flagello degli Unni, discesi con le macchine ruotatali a smantellare le città, riparò sull'isola, seguito dal clero, portando seco gli arredi sacri e le reliquie, in quel momento si cominciarono ad innalzare gli edilizi e alcuni anni dopo il tempio maggiore ') Per la basilica di S. .Marco si mandarono più volle a prendere materiali sui luoghi delle scomparse città romane. Valga a. prova il seguente passo di un documento: « . . . . E( molli zculelomcni el populan mandano a tuor marmori in Aquileia et Ravenna .... * Cronica Anonima. Secolo XV, ci. VII, Cod. 324, biblioteca Marciana, Venezia, l'i giova in proposito richiamarsi all'autorevole giudizio del Mommsen, il (piale scrive: «Venetis titulis hoc proprium insidet ineluctabile malum, ut de vera origine plerunnpic non salis constet. Nani quamquam in. iis qui 'Porcelli Buratli Maiorbi el. omnino ad ipsum Altinum antiquum reperii sunt dubitatio ea panilo minor est, qui prodierunt Venetiis, ii mini eo delati sint ex Altini ruinis an a litoribus Hi-stricis vel iJalmaticis, ex ihventionis loco nullo modo determinatur ». Corpus Inscript. Latin., voi. V, parte I, pag. 205. di S.1-1 Eufemia, dentro ad un vasto cerchici di mura castellate. Attorno, sulle sabbie, si formarono alcuni borghi miserevoli, gruppi di casipole e tuguri di canna; santuari, pristini, dove si macinava a mano, acquimolì che lasciarono il nome al canale Ara del molili, nel quale, dicono i vecchi, l'acqua scendeva borbottando come in un torrente e nel cui letto e nelle barene laterali si trovarono antiche pietre da mola.1) Venne nel nuovo luogo parte dell'alto online degli ottimati ed è probabile a questi si associassero anche alcuni maestri de' collegi delle arti.'-') Per le costruzioni si corse alla città imperiale, ridotta ad una grande cava, dove non mancava ricco e copioso materiale: colonne di breccia africana, alabastro rosso, dadi di porfido, scaglia di goccia azzurra : tutto ciò che rendeva suntuoso il palazzo cesareo e splendide le ville consolari e le case dei decurioni e le terme e 1'anfiteatro e il circo. In una raccolta delle poesie anteriori al XII secolo, fatta dal signor Edelstand de Meni, si legge un cantei sulla distruzione di Aquileia, attribuito al vescovo Paolino. Narra il poeta tutta l'opera vandalica delle orde affilane, ma lascia credere che le chiese non venissero diroccate: le dice soltanto piene di vepri, nascon-digli di volpi e nidi di serpenti. Accenna che si violarono ') Abbiamo notizia sicura di un mulino rincora nel XIV secolo. Il Comune di Grado addi 29 aprile 13|.s informa sui danni recati dal mare al lido e a quel mulino. Grazia IX. C. 43, Archivio di Stato in Venezia. Inoltre nella, sedala del nobile Consiglio di Grado, 27 dicembre 1497i si legge, circa un obligo assunti» dal fon lira re : vitelli in codeiu Consillio capliuii fuit quod magisler Manaus Fitacanipus per annum debeai ponderare liomiuilius de Grado ponderare volenlibus frumentum missuni et miltenduni per eos ad inoloiuiiminr. et siiuililer farinaiu postquam reportata luerit de molendino* ecc. ecc. Ardi, di Stato in Venezia, Provveditori e sovraintendentì alla Camera dei Confini, busta 20^1, c. 49, t.o. '-') 11 Filiasi scrive clic la gente riparata a Grado stimava discendere dai decurioni e ottimati delle colonie aquileiesi e tergeàtine, rovinate dai barbari. Op. cit., T. IV, pag. 15. le tombe per approfittare elei marmo ; nè la profanazione è solo di tempi così lontani : ancora nel secolo scorso si gettarono in un carnaio le ossa dei patriarchi per adoperare le lastre di rosso veronese e di cipollino dei sarcofaghi. In Aquileia erano vissute le arti sino all'ultima ora, languenti c abbrutite col declinare dell'impero, non annientate nell'incendio e dalla spada dei barbari. In Grado saranno certamente convenuti, fosse pure in numero esiguo, architetti e scultori, murari e linaroli, stovigliari e lavoranti di porpora e mosaicisti, che formavano il nerbo della fraternità degli artisti collegiate Fra gli esuli dunque l'autorità ecclesiastica maggiore ilei veneto estuario, quindi magistrati e cittadini cospicui per censo, costruttori edili e navali, artefici e il poverume che seguì e scortò il tesoro cristiano. Grado divenne tosto la metropoli di tutte le isole e per quasi duecento anni vuoisi dirigesse le sorti della Venezia palustre.1) «■Essa sostenne la stessa parte polìtica che, più tardi ma in modo più illustre, ebbe la citta dei dogi, appena sorta dalle lagune.» 2) ') La ('rotulea detta Sagomimi così registra le isole dei Veneti ci : «Prima illarum Gradus dicitar quae cium 'constai altis meenibus et ecclesiarum copia decorata, Sanctorumque corporibus falla, quemadmodum antiqua.' Venctiie Aquileja, ita et ista totius nova Vcnetiec caput et metròpoli* loie dignoscitur. Secnnda insula Bibiones, tertia Caprulas, quarta Heraclea, quinta Equilius, sexta Torcellus, septima Morianas, oetava Rivoaltus, nona Metlia-maucus, decima Pupillia, undecima minor Clugies, duodecima Clugies Major ecc. ecc.» (H. Fr. Zanetti, Cronìcum l'eiietitiu, ecc., Venetiis, 1765, pag. 4.) ") A. Fr. Gfrorer, Storia di Venezia dotta sua fondazione fino all' anno tradotta dal prof. Pietro dott. Pintori, in Venezia, tip. del Commercio di Marco Visentin!, 1878, pag. 20. Il Filiasi, Op. cit., T. VI, pag. 15, dice che Grado era considerala dagli antichi cronisti come la prima fra tutte le isole veneziane. * # Dobbiamo metter in dubbio ciò clic altri con ardita sicurezza affermarono: non esservi stato, cioè, in que' primi tempi alcun ordinamento sociale, e che la religione soltanto e il potere ecclesiastico tenessero legati al dovere della pace e della concordia gli elementi transmigrati. Immaginare che quella società si reggesse per alcun tempo senza freno di leggi, senza legittime minacce e provvisioni contro chi osasse turbare la tranquillità, cercata nella sventura, e che tutti fossero uomini esemplari, senza passioni, e che avessero la forza e la volontà e V intelletto di smorzarle, e sapessero obbligarle a silenzio, è stoltezza.. Eravi buon numero di nobiltà e di cittadinanza tra i convenuti nelle isole, sicché è indubitabile s'iniziasse, subito, la costituzione del Municipio, naturale autorità di governo paterno, che non aveva bisogno di leggi scritte ed era frutto del genio latino. Se la miseria pareva diffusa e dava colore di tristezza ai borghi, ai paesotti, alle città dì legno, le doviziose famiglie distinte per titoli e per coltura, sfuggite allo schianto, è certo che appena convenute tra le plebi in terra sicura, queste avranno interessate alla associazione del Comune, chiamandole tosto, per stringente necessità, a partecipare dei doveri e dei diritti della patria. Sicché bisogna concludere, che con la chiesa emigrasse anche la civiltà, che aveva uno dei fondamenti principali nel reggimento cittadino. Narra la cronaca detta Sagomimi, che nel 460 il patriarca Niceta, convocati gli anziani e gli ecclesiastici delle sorelle lagunari, formasse un governo politico con la nomina del Tribunato: il primo dei tribuni risedente in Grado, ignorasi il numero eli questi capi, la durata delle loro funzioni: si sa che avevano sede in Eraclea, a Rialto ed a Torcello, altri minori negli aggruppamenti isolani più popolosi. Si recavano i tribuni a Grado il sabato sera per trattare nella festa seguente le cose necessarie al bene publico.1) A collaudare l'attività di questi capi si costituirono le colie ioni, ossia le adunanze popolari, divenute più tardi Xarrengo : assemblee che approvavano o respingevano quanto si proponeva ad esse in materia di polizia, di sicurezza, di amministrazione. Il vero sta in ciò, che, costituito da Niceta o da altri il governo dei tribuni simulacro del duumvirato romano, fondavasi col Consiglio grande o con le raunanze generali un potere democratico moderno; che se l'aristocrazia voleva essa giudicare in civile e criminale, riconosceva però alla moltitudine il diritto di sindacato e quello di formar leggi di utile comune. Grado, sede tribunizia, durante le angustie ed i triboli, dava quindi sicurtà ad un popolo, clic la fortezza, l'ordine, le speranze della, federazione aveva, riposto nel consentimento generale. In quell' albore di rinascimento ') Pietro Pacifico, Cron. Veneta, pag, 21. L'accreditata cronaca Barbaro, ponendo nel 466 la istituzione dei tribuni, dice : «che si riducevano in Grado e si formò una republica composta dei membri di tutte quelle isole». A Grado, dice Labaume, fu posto il germe del glorioso governo; quel Tribunato, soggiunge S. Romanìn, fu il primo passo dell'autonomia, ziana, il principio della, reggenza, democratica delle isole. In un antichissimo codice che vide il Gallicciolli, come si legge nel 'Pomo II delle sue Memorie Venete antiche, p. 254, si notano i nomi dei tribuni annuali dell'anno 4S0. Sarebbero nell'isola di Grado : Severo Gradenigo; in Caorle: Massimiliano Coppo; in lesolo: Giustino < aravetlo; in 'Porcello: Valentino Delfino; in Mazorbo : Pietro Orio; in. Pura.no: Costantino Barozzi; in Ammiano: Stefano Celsi; in. Costanziaco: Giovanni Landò; in Murano: Andrea Dandolo; in Rivoalto: Onorio Arpinate ; in Malamocco: Teodoro naseggio; in Chioggia : Policarpo Caloprino. fra gli storici vi ha grande diversità di opinione intorno all'epoca in cui furono istituiti i tribuni, e perciò anche circa la loro durata: questa discordanza., che prova mancare ogni documento certo, consiglia a non fissare l'anno primo del Tribunato, 1,1'. CITTÀ IH legno 39 essa esercitava le supreme funzioni : era depositaria delle prime leggi, ritrovo dei volonterosi magistrati della giovine nazione. Ma negli stagni tra il Piave e la Li ve n za, Eraclea cresceva d'importanza, costruiva chiese e palazzi, nutriva una stirpe di dogi e fecondava il germe delle più orgogliose famiglie del patriziato : ambiva scoronare la madre. Sparita la uguaglianza della prima povertà, sopravvenne la divisione degli spiriti e andò distrutta l'armonia ilei sentimenti. Corsero due secoli e maturarono nelle discordie i tumulti. Equilio ed Eraclea si odiavano e il primo sangue versato separò le isole e le gettò in braccio a sciagurate fazioni. Una raunanza nel f>()C), posto che la data ci sia pervenuta con esattezza, privò Grado della supremazia del Tribunato: un anno più tardi, a fine di metter termine alle discordie, per saggia proposizione di Cristoforo istriano, patriarca di Grado, si nominò un doge ed Eraclea divenne la residenza del principe, restando sempre il focolare di ardenti e continue sedizioni. Il Dogado si trasferì (pùtidi a Malamocco. ni. LA MADRE DI VENEZIA Ricchezze delle chiese di Grado — Una flottiglia bizantina — / doni dell'imperatore Eraclio e del patriarca Fortunato — La bandiera dei santi Erniagora c Fortunato alla presa di Lesina — Lo sposalizio del mare — Il palazzo del doge Orscolo IL Grado, privata della supremazia politica, conservava tuttavia la veneranda autorità e potestà ecclesiastica; teneva sempre la reggenza degli animi di tutti gli abitanti lagunari. Le sue chiese erano aumentate di numero ; il suo clero godeva ili una gerarchia creata da privilegi papali: S.''1 Agata aveva un coepiscopo e diaconi, S.1' Eufemia il patriarca con numeroso stuolo prelatizio. L'arte più che all'architettura civile rivolgcvasi alla ecclesiastica; in quei primi tempi essa viveva lungi dal mondo profano: fattasi religiosa, si prodigava nei templi. Il poema cristiano veniva tradotto negli ornati e ne' fastosi corredi delle basiliche, le (piali dovevano trasportare la niente dei fedeli nei campi del mistico sogno, tra i fulgori del cielo. 1 santi si libravano negli smalti fiammeggianti d'oro; 1 sacerdoti restavano nascosti all'occhio profano, talché le salmodie e gl'inni di gloria pareva uscissero dal fondo dei sepolcri. fossero o meno le isole suddite all'imperator greco, come parecchi eruditi sostengono, vivevano nel VI secolo in Grado ufficiali e soldati bizantini e persiani, che prolungarono 44 LAOl rNK DI OR ADO il loro soggiorno sino a quando il. governo del Bosforo tenne in quelle acque una scolla navale, bizzarramente splendida, da parer fatta per i trionfi e le processioni più che per le guerre. Avevano i dromotiì e le palandrie la poppa tutta guarnita di immagini, la prua con la Madonna mora, le vele dipinte come gli arazzi al succo di erba, storiate di santi della Siria e dell'Egitto: re e patriarchi barbuti, angeli dal tipo degli eunuchi ili Sofia. L'imperatore Eraclio, risedente a Costantinopoli, favoriva le isole della Repnblica, le colmava di benefizi. I Veneti avrebbero perciò intitolata elei suo nome la città sòrta sul sito chiamato Alelidissa ; ma può non essere vero il servile omaggio, se si tien conto che sedici città, prima o poi, portarono il nome di Eraclea. L'imperatore era uscito vincitore contro Cosroe 11 dalla battaglia di Ninive nel 627. Aveva dato alle fiamme, vendicando Gerusalemme incendiata dal Persiano, il suntuoso palazzo di Darstaged, dove tre mila schiave asiatiche tentavano di ringiovanire un re sfibrato dalla lussuria; caccio in fuga epici re parricida riguadagnando le terre imperiali, i prigionieri e la croce di Cristo, che riportò sulle proprie spalle a Gerusalemme.1) Nel 631 Eraclio, che proteggeva la chiesa di Grado, mandò a «pici patriarca oro ed argento in copia.-) [ preziosi metalli ridotti in falde sottili servirono alla incrostatura dei sacri adornamenti. Grado stava dislesa sopra un terreno dalla forma di una lama falcata: pareva un grande castello a torri, fiancheggiato da una macchia di alberoni; la dicono congiunta a San Pietro d'Orio, il Porfirogenito la chiamò nel X secolo Grande fortezza. Doveva essere per vastità, per il numero degli abitanti, ') L. Muratori, Annali, anno 616; La Farina, Op. cit., Voi. I, pag. 1 ì2. -) Codice K1SS. della Biblioteca Marciana, CI. XIV, Cod, GLXXVI, appartenuto ad Apostolo Zeno, pag. 12. l.A MADRE DI vknk21a 45 per la importanza sua il luogo più vivo. Aveva anguste le vie, case modeste, una piazza chiusa da portici e selciata, l'edilìzio dell'annona, il palazzo per dare alloggio ai dogi, ed un atrio publico per le radunanze del popolo. Ma tutto veniva superato dalla magnificenza delle chiese. S.ta Eufemia, fatta basilica patriarcale, intitolata quindi ai S.1' Ennagoni e fortunato, aveva intorno a sè una collana di minori case divine, le quali recavano la impronta di quella confusione di popoli che con le macerie della romanità, con gli avanzi dei monumenti disfatti e fulminati, rifecero le abitazioni e le mura.1) S. Pellegrino guardava il mare, barricato da blocchi ili pietroni ; S.t;l Agata, sotto il morso delle onde, rovinò e venne rifabbricata in luogo più sicuro; S. Giovanni levava il suo tetto di piombo a calotta; S. Vitale, con le confessioni dei martiri e le catacombe, era cospicuo scrigno di tesori. A queste si univano S. Paolo, S. Zenone, S. Lorenzo, S. Pancrazio e S. Quirino, il monastero di Barbami : tutti tempietti in lido.-) Il duomo s'imponeva con la simbolica prescritta dalle discipline del primo cristianesimo, aveva l'atrio, l'esedra, il portico, le navi, gli amboni, l'altare a baldacchino e la tribuna. Il battisteriò ottagono, isolato, in campo libero, alla sua destra. Mosaici nel pavimento, doppia fila di colonne di marmo, un numero straordinario di lampade a bacino ed a forma di delfini, pendenti da corone d'oro.8) ') I.a chiesa di S.la Eufemia venne canonicamente decretata basilica e metropoli dell' Istria e dei lidi remoti, sotto il governo spirituale del patriarca Paolino, 57.3-75- '-') Tutte queste chiese furono donate di arredi o terre o rendile da Fortunato patriarca di Grado, e si trovano citate nel suo testamento. Una epigrafe che sta sul muro della corte dell'antica canonica, c'in-forma che esisteva là un tempietto dedicalo ai SS. Fabiano e Sebastiano. I pescatóri narrano inoltre di aver seduto pochi anni fa i vestigi della chiesa di S. Gottardo. °) Una dì queste corone, allora usate, esiste nel tesoro di Monza. Sculture del VI secolo, esistenti nel duomo di Grado. (Disegno ilei prof. F„ Nordio.) Sculture del secolo VI, esìstenti nel duomo di Crudo. (Disegno (lei prof. li. Nortlio.) LA MADRE DI VENEZIA aù II santuario, clic divideva il clero dal popolo, era chiuso da un velo di seta come nel tempio di Salomone e nelle prime chiese di Roma.1) L'altare scintillava: aveva l'antipendio d'oro e tutte d'oro le croci, i candelabri, i calici gemmati. Ai lati sorgevano due pergami ti'argento. I piatti dei pani benedetti, che si distribuivano ai fedeli, ci vengono detti un paziente lavoro a smalto, e opera di fusione bizantina le colombe per gli olì, sospese sulla fonte battesimale. Il grosso cereo pasquale, fittamente coperto di scritture, restava esposto tutto l'anno ed era il calendario con le indicazioni delle feste mobili. I turiferari, vestiti di drappi a scaglietta lucente, agitavano i turiboli dinanzi al patriarca, che pareva una statua di metalli preziosi, e sedeva sulla cattedra di S. Marco Evangelista, inviata in dono, nel 630, dall'imperatore Eraclio, appunto dopo le vittorie persiane. Ai (binativi moltissimi e di rarissimo pregio fatti dal patriarca Fortunato da Grado al duomo di S.,:' Eufemia vanno aggiunti i lavori di orificeria regalati dal successore V encrio. Fortunato fece lavorare i più insigni artefici chiamati dalla Francia, ma probabilmente anche dalla Grecia ; donò a Carlo Magno, quando si recò a confortarlo alla conquista della Venezia marittima, due bellissime porte di avorio. E probabile che S.|L Eufemia possedesse anche un organo, giacché Gregorio, prete, che Filiasi dice veneziano, e forse gradese, imparata la maniera di costruirli, venne nelle lagune a porla in pratica ; invitato in corte da Balderico duca dei Franchi, si recò in Àquisgrana, dove accolto con onore si ebbe in premio una badia di Francia.2) ') Nel testamento di Fortunato, patriarca, tra i molti donativi si trova pura il velo serico die copriva e separava il santuario . . . choro parutas rum brancico velo idest ante cavcellos de secretorio. '-') Filiasi, Op. cit., Voi. VI, l'arte II, pag. 302. Non mancava l'aite del canto sacro clic in Aquileia era stata coltivata con passione dai chierici.1) Si tien parola in qualche documento oltre che degli ostiari ed esorcisti anche del conzicrc, che a Pasqua acconciamente ornava il tempio di razzi e olivo. Le molte reliquie deposte a Grado, seconda città dopo Roma che possedesse il maggior numero di corpi santi, chiamavano dai più lontani paesi i credenti; che allora era forte e diffusa la pietà e cieca la fede. I pellegrinaggi arricchivano quel tesoro, che vantava inoltre la custodia del vangelo, che si diceva scritto da S. Marco, e lo stendardo dei S.li Ennagoni e Fortunato, bandiera santa delle prime battaglie. Col tramonto del X secolo sorgeva un uomo che doveva aprire la. via della gloria alla sua patria: era questi Orseolo II, I Narentani allora corseggiavano l'Adriatico, tormentavano 1'Istria, ladroni esperti, vivendo di prede e di rapine. Non forbivano i coltelli perchè era malaugurio tener pulite le lame. Orseolo TT preparò l'armata che stimava bastevole a scovare i nemici dai nidi scogliosi di Lesina e Curzola, e volendo dalla vittoria assicurarsi anche l'imperio delle acque dalmate, si diresse con uno stuolo di navi a Grado. Erano là a riceverlo il clero ed era là tutto il popolo: le campane lo salutarono, e lo accoglieva una gioia schietta e generale, augurio di felice evento.2) ') Liruti, Notizie delle cose del Friuli, Voi. Il, Udine 1776, Fratelli Gallici. Del presbiterio Aquileiese S, Gerolamo scriveva Aquileienses clerici quasi c/iorus angelonttll haboitur. Veggasi anche P. Antonini, // Friuli orientale, Milano, Tommaso Vallardi, ISf>5, pag. 71. *) Gfrorer, Storia di Venezia dalla sua fondazione fino al ioS.j, Irad. da P. Pintori, Venezia, Marco Visenlini, [878, pag. 253; Laugier, Storia della repnblica di Venezia dalla sua fondazione sino alla sua fine, Voi. I, pag. 222, Venezia, Girolamo l'ano edit., 1832; Romanin, Op, ri/., Tomo I, pag. 276. LA MADRE DI VENEZIA g] Entrò Orseolo in S.la Eufemia con il lungo seguito di marinai e di truppa da sbarco. I'ambone era contornato di lampade e ceri, sull'altare coperto di fiori la biblioteca degli Evangelistari : la torretta d'argento dell' eucaristia aperta. Il patriarca Vitale giunto presso i gradini della solca : «Ricevete, disse, o Signore, ih pegno dei voti che tutti facciamo per la prosperità della vostra impresa e della protezione del ciclo sull'armi veneziane, lo stendardo dei S.t! Ennagoni e fortunato. Ricevetelo con devozione: i vostri soldati vadano con fiducia sotto questo stendardo, clic animerà l'ardente loro intrepidezza nella battaglia.» Il doge ringraziò affidando il pennone alla sua guardia, e parti con la dotta.1) Diresse egli stesso la presa di Lesina, incoraggi ed eccitò i soldati a scalare le mura, li guidò nel combattimento sugli stretti spaiti dei merli, e piantò, quando più feroce pareva la mischia e più incerta la sorte, lo stendardo sul bastione, facendogli scudo con la persona, difendendolo con la sua spada di principe. Vittorioso, riportò il vessillo a Grado. Non usciva dal sacro tesoro della chiesa (niella insegna, battezzata nel sangue dei Veneti, che nelle grandi solennità: era il segnacolo di una religione che associava Dio alla patria; sventolando sul capo alla moltitudine, nei giorni di pericoli o di sventure, pareva sciogliesse dalle pieghe e ') La prima volta che si la cenmi detto stendardo «li S. Marco è appunto nel 99S, (piando il vescovo Domenico di casa Gradenigo, nel duomo di Olivolo, consegna al doge la bandiera. Andrea Dandolo in Muratori, Rer. /tal. Scr. XII, 225 e seg. ; Gfrorer, Op. ci/., pag. 25;. Quest'ultimo narra, clic prima di recarsi a Grado il doge ricevette con solennità, anche nel duomo di Olivolo, dal vescovo Domenico Gradenigo, una bandiera, e lascia credere fosse lo stendardo di S. Marco, perchè manda un poetico saluto al gonfalone lionato; ma il cronista Giorgio, ed altri, asseriscono invece che sullo stendardo appariva S. Teodoro, protettore di Venezia, sino all' epoca delle guerre con (ieno\a, in cui si sarebbe adottato il leone, perchè i Veneti restarono ingannati talvolta dallo stendardo nemico molto simile al proprio. 52 LACUNE DT GRADO spargesse nell'aria l'alito confortatore e la fidanza; obbligava a guardare in alto, su, dove La vita è virtù e sacrifizio, dove la morte è gloria. La custodivano durante le funzioni, per i brevi istanti in cui stava esposta nella domenica di Ascensione presso alla mensa, un vecchio, una donna, un fanciullo: armati! Il doge, ritornato tra le acclamazioni del popolo india, sua reggia, istituì la festa dello sposalizio (lei mare; invitò il patriarca ad assistervi tutti gli anni, perchè avendo contribuito alla vittoria, benedicendo le milìzie esultasse alla memoria del trionfo, così splendidamente celebrato. Non era quella una vana e frivola cerimonia, uè venne suggerita da provocante ambizione. Se in presenza degli ambasciatori si affermava il diritto di conquista sul mare, dice efficacemente la Rcnicr Michicl, si ubbidiva in pari tempo ad un pietoso pensiero, giacché l'asperges lo ricevevano nel vasto cimitero del mare tutti quegli infelici che per la patria perirono senza l'onore della sepoltura, senza che la mano dell'amicizia o della riconoscenza avesse potuto scolpire i loro nomi su quella tomba mobile e profonda. Orseolo, assicurato il dominio sull'Adriatico, fece erigere in Grado un palazzo e andava ad abitarlo allorché, stanco delle cure del governo, voleva riposarsi in quella città, che tu detta la madre di Venezia. IV. IL PATRIARCATO Aquileia cristiana — / primi • vescovi — Lo scisma — Due cattedre vescovili ■ Riconoscimento del Patriarcato di drudo — Giovanni triestino ; sua tragica fine — Fortunato da Trieste; suoi disegni per dare le isole venete ai Franchi — Pericoli per la Pcpublica — Battaglia di Pipino in laguna - ■ Morte del patriarca Fortunato. Roma ed Aquileia furono tra le prime stazioni della fede: si narra nell'una predicasse S. Pietro, nell'altra S. Marco di Cirene. Aquileia era città ricca ; guardava da una parte con le sue torri marmoree le calme acque gradate su cui scorrevano le cursoi'ic, le triremi ed i trabuchi;1) dall'altra parte dominava la pianura sconfinata, tutta a righe cii olmi fatti sostegno ai festoni delle viti. Emporio commerciale, giaceva sull'asse delle strade che si diramavano dovunque la potenza romana aveva stampato l'orma delle legioni al di la didle Alpi. Ufficiava nei numerosi templi una moltitudine di dignitari: pontefici, aruspici, auguri, augustali, vittimar?, le sacerdotesse di Marte e le Saliare. Era il soggiorno gradito dei nobili, utile ai plebei che arricchivano con la mercatura, l'ospizio delle invalide o ripudiate cortigiane imperiali, il rumoroso presidio dei militi, ma soprattutto il ') Corrispondono agli odierni trabaccoli secondo Alwin Schultz, Dos Etòfische-Leben eoe/Leipzig, Hirzel, 1SS0, liti Band, S. 2S4. bastióne antemurale che doveva trattenere gli straripamenti dei popoli del Settentrione. Aquileia, come Roma, al tempo delle prime infiltrazioni della fede, piegava a decadenza. Sfatata la maestà delle leggi, le feste publiche, le rappresentazioni crudeli, il godimento dei sensi avevano abituata alle perfidie degli augusti imperatori una società oramai esausta di forze e senza virtù. Allo spettacolo brutale elei supplizi, divertente un popolo inferocito, incominciava ad imporsi il fecondo martirio dei cristiani, detto il santo irrigamento di sangue.1] Le concioni radunate dai fervidi apostoli si tenevano segrete, e cosi pure le prediche: se grosso il numero dei discepoli, si nominavano i diaconi, e se molte le chiese clandestine, si consacrava un vescovo. Abbisognarono trecento anni prima che la unione cristiana potesse presentarsi riconosciuta ed ordinata, publica e vittoriosa. Nel quarto secolo aveva regole liturgiche, vesti proprie, vasi, gerarchia ecclesiastica; nel 347 Fortunazio eresse la basilica aquileiese, e il primo dei vescovi a chiamarsi patriarca fu Paolino, nel 557, accusato più tardi della usurpazione di un titolo clic non gli spettava. I canoni antichi riconoscevano soltanto le cinque sedi patriarcali di Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli. L'innocente vocabolo patriarca.) tolto alla lingua greca, significava prìncipe o capo dei padri \ ma la dignità godeva privilegi, come quello di sedere a fianco del papa e il diritto di innalzare la croce in tutte le terre soggette all'ecclesiastico padronaggio. L'appropriazione cii quel titolo provocò scene sconvenienti nei primi secoli ed anche più tardi : (piando Innocenzo IV nel Concilio di Lione, dell'anno 1245, concedette J) I primi martiri aquileiesi furono i vescovi Ermagora e Fortunato) atleti del cristianesimo, onorati perciò di altari e chièse in tutto il raggio della metropoli. II. PATRIARCATO 57 al patriarca d'Aquileia di sedere presso a quello di Antiochia, questi con l'altro di Costantinopoli ne rovesciarono dispettosamente e con disprezzo la cattedra, dicendo che ivi sedere non doveva cum non essct de Patriarchis.x) Il patriarcato di Grado è frutto del ceppo pastorale di Aquileia; ebbe vita (piando cessò il litigio scismatico, durato trenta lustri in seno alla chiesa. I primi vescovi aquileiesi, che durante la invasione dei Barbari si erano salvati in Grado, non avevano fatto che mutar dimora, e tutti, appena ristabilita la sicurezza sul continente, ritornavano alla primitiva residenza. Le due chiese erano allora una cattedra sola ; il vescovo e il clero con le reliquie ed i libri, a seconda delle vicende, passavano da un luogo all'altro, cambiando semplicemente di alloggio. Ma diviso il clero per più di cento quarant' anni in due partiti, a cagione dello scisma dei tre capitoli, vollero i dissidenti separato pastore in Aquileia, e gli ortodossi chiesero un proprio prelato nell'isola: i primi appoggiati da Agilulfo, re longobardo, i secondi protetti dagli esarchi di Ravenna, dalla Repnblica Veneta e dal papa; così vennero a formarsi ') I Pontefici clic durante 1" scisma non accordavano ai mitrati aquileiesi il titolo di Patriarchi, glielo attribuirono sotto il dominio dei Franchi nelle decretali, lai adoperarono con Fortunato di Grado ncll'Soj, inviandogli il pallio, e secondo altri prima ancora, con Severo nel 715. Nel I [36 Innocenzo II confermò tutte le prerogative e le onoranze dei predecessori a Enrico Dandolo concedendogli il privilegio di farsi precedere dalla croce da per tutto, tranne in Roma e alla presenza del Papa, Giuseppe Cappelletti, l.e chiese d'Italia ecc., Venezia, G. Antonelli, 1853, pag. 65. Secondo Flaminio Corner, Notizie storiche delle Chiese e Monasteri di Venezia e 'l'amilo ecc., Padova, 1758, pag. 180, Leone IX avrebbe conceduto quell'onore nel 1043 a Domenico llclcano. Il pallio era un ornamento che consisteva in due strisele bianche cadenti dagli omeri al petto, con. croci ricamate. Veniva tessuto con la lana di due agnelli benedetti dal l'apa e custoditi in un monastero. , La croce palriarchina era formata di due aste traversali, la supe- riore più corta, della inferiore. 58 LAGUNE l»l GRAD< le chic sedie, clic, cessata la disputa teologica, bisognava canonicamente riconoscere. Gregorio li assegnando nel Concilio del 731 i territori ai due vescovi, stabilì materialmente la cattedra di Grado, staccata dalla diocesi antica, con Antonino capo dello spirituale governo della Venezia marittima. ') -:<■ * * Ad Antonino, molestato dalla prepotenza di Callisto aquileiese, succedette l'arcidiacono Emiliano, quindi Vitale nato nella Lucania. Se Vespasiano a Roma aveva fatto innalzare il tempio della pace eterna, che non vide mai altro che guerra perpetua, potevansi a (pici tempio comparare le due: basiliche, allorché da una parte il popolo friulano pativa sotto il dominio dei Longobardi e le isole venete attendevano al ristabilimento della loro indipendenza. Giovanni, triestino, che occupò il seggio vescovile nella sua città natale, ciotto maestro di grammatica, salì l) Fu detto scisma dei tre Capitoli e anche scisma istriano, un dissidio che aveva la sua radice nelle dottrine di Nestorio, il quale sosteneva che in Gesù Cristo dovevansi vedere due persone, il Tiglio di Dio e il Tiglio di Maria, e che Maria avendo partorito l'uomo non era madre di Dio e però le negava la divinità. Ci li scritti di Teodoro, vescovo di Mopsuesta, di Teo-doreto, vescovo di Ciro, contro S. Cirillo, e la lettera d' Iba, vescovo d'Edessa, favorevoli al Nestorianismo, costituivano i tre Capìtoli dello scisma. Nel 607, in Grado, causa lo scisma, si nominava Candidiano ortodosso da Rimini, in Aquileia Giovanni lo scismatico; nel 698, (piando lo scisma venne condannato in un Concilio aquileiese, si elesse, nel 711, in Aquileia Sereno, in Grado Donato di Piacenza (717). Il Cappelletti, Op. ci!., comincia perciò la serie dei Patriarchi di Grado con Donato (717); 1'Ughelli nell'Italia sacra, Tomo V, la principia con Flia (570); ma i più moderni scrittori, valendosi dei molti documenti posti in luce, pongono la istituzione patriarcale nel 727, con Antonino, come aveva già pensato Vittor Sandi nella sua. pregiatissima Opera Principi ,/i storiti civile della Repnblica Veneta ecc. alla cattedra gradese nel 766, e ricorrendo all'autorità del pontefice Stefano III, domandò assistenza per frenare le violenti pretensioni del suo vicino ed obligare al rispetto le ribelli diocesi istriane. Nessun altro obbiettivo fuorché quello di creare un più largo raggio alla potestà pastorale lo preoccupò nel governo, costretto a difendersi da improvvise rappresaglie e da provocanti minacce. E mentre era solo a respingere gli attacchi, non trovava che scarso conforto nella debole protezione del papa, I due dogi Giovanni c- Maurizio Galbai lo invitarono a consacrare vescovo di Olivolo, luogo di Venezia ora sestiere di Castello, un giovane greco, che qualche autore dice appena sedicenne, raccomandato da Niceforo, imperatore bizantino.1) Il metropolita Giovanni si rifiutò alla preghiera, respinse sdegnato la ingiunzione. Il correggente Maurizio con una parte della flotta, si recò subito a Grado, prese d'assalto la città, ed impossessatosi dell' inubbèdiente patriarca e fattolo frustare, comandò di precipitarlo dalla torre più alta «sì che il sangue dell'ucciso si rapprese sulle pietre del lastrico». II cadavere venne raccolto da alcuni pescatori per toglierlo agli insulti della soldatesca e consegnato al clero, che lo seppellì nel mausoleo dei martiri di S.t;i Eufemia. Questo fatto sarebbe avvenuto verso la fine dell'801 0 nella primavera dell'802. N'ebbe orrore il popolo, che voleva sollevarsi, ratte-nuto però dalle forze ligie al doge brutale ; ma non perdonò, e il sasso contro cui aveva battuto la testa il venerando Pastore, diventò reliquia di pietà e maledizione. Al dire dei cronisti, il rifiuto di consacrare Cristoforo di Dannata, perchè in età indegna della nùtria, non sarebbe Stato che pretesto in mano ilei due principi veneti e dei ') Giovanni Galbai fu l'ottavo doge, regnò dal 7S7 all'804; risvegliò 1 partiti d'Eraclea e d'Emidio, seppe tuttavia farsi permettere di associare al dogado il figliuolo Maurizio, e si sospetta con l'intento di rendere quella dignità ereditaria nella sua famiglia. 60 LAGUNE DI crai») loro consiglieri; accusa più grave pesò sulla memoria del-l'assassinato. Narrasi che alcune lettere inviate da Giovanni a papa Adriano, per essere trasmesse in copia a Carlo Magno, venissero intercettate dal greco Leone, arcivescovo di Ravenna, e gli aprissero il segreto di una corrispondenza che tendeva a destare nel grande imperatore il desiderio della conquista dei veneti domini. Ammesso questo, il mostruoso delitto dei Galbai avrebbe avuto per motivo la ragione: di Stato. A Grado gli animi atterriti non si addormirono e la indignazione per il sacrilego fatto giunse sino a Malamocco, residenza dogale. Successore a Giovanni, veniva eletto suo nipote Fortunato da Trieste, tempra di uomo singolare, il cui ingegno si modellava ai tempi, e che se ebbe soverchia l'ambizione, è giustizia dire che la ebbe pari alla mente sua.1) Entrava ministro della chiesa nella città affranta dalla crudeltà dei due capi della federazione, e senza cercar subito eli vendicare il congiunto, accarezzò un disegno, in cui si combinava la condanna dei Galbai con la grandezza della sua cattedra ; e con la splendida apparenza di questo disegno affrontò I' avvenire. * '* Il Papato odiava la corte di Bisanzio: era insofferente del suo imperio, giacché Costantino aveva fatto la religione schiava, dello Stato, attribuendosi titoli, dignità, prerogative di vescovo, mentre laggiù sul Bosforo distruggevano a colpi di martello le immagini o le gettavano sui roghi accesi innanzi alle porte dei templi. ') Era consuetudine ecclesiastica accolta e rispettata lungamente, che il clero ed il popolo procedessero alla libera eledone del patriarca, il quale ottenuta l'approvazione del papa, ed il riconoscimento del doge, prendeva possesso della sua mensa. Nutriva la medesima ripugnanza per i Longobardi, che volevano tenerlo sottomesso alla loro prepotenza. Re Astolfo aveva portato le sue armi in Roma, aveva dettato le condizioni da superbo vincitore, tassando le teste degli abitanti ad un soldo d'oro annuo per ciascuna. Il pontefice, come bevesse con lieto viso il veleno, subì l'onta, ordinò publiche funzioni ; faceva cantare le litanie, mandava il popolo coi piedi scalzi in processione, ai santuari, dietro alle croci, su cui era infisso il trattato di pace con Astolfo. E mentre curvava umile il capo davanti al conculcatore, pregava, di nascosto, con lettere, i Franchi, a passare il S. Bernardo. Scriveva a Pipino : « Venite, la vostra impresa è raccomandata dal ciclo, da tutta la milizia elei Reati, da tutti i martiri, i quali vi saranno molto tenuti per questo favore.» 1) I Franchi alla testa del movimento politico e religioso avevano assunta la protezione del corpo ecclesiastico, gettando il boccone del poter temporale ai pontefici, i quali alla lor volta retribuivano la generosità ili quella corte, macchiata da tante domestiche vergogne, offrendo e benedicendo le corone imperiali. A Carlo Magno non bastava quell' umano castello di ferro che gli assicurava forza e gloria e che formava il. suo esercito sterminato; col sistema beneficiario, si era acquistato il potente appoggio del clero, giacche i vescovi erano diventati esattori, giudici, piccoli principi terreni, invitati alle assemblee dei campi Marzi e delle corti plenarie. Correva la perfida età in cui si legalizzava la servitù doppi,, dispotismo invadente, ed i ministri di Roma vendevano l'Italia agli stranieri. Noi troviamo Fortunato spinto dagli eventi che trascinavano la teocrazia nella loro corsa. Carlo Magno era padrone della Penisola sino alla Calabria, possedeva tutte le coste occidentali dell'Adriatico, ') La Farina, 0/>. fi/., pag. 244. (,2 LAGUNE ih GRADO meno l'isole venete. Aveva tolto le chiese dell'Istria alla sede di Grado per sottometterle alla rivale Aquileia. Il partito franco aveva messo forte radice anche nella laguna; l'impero con misure vessatorie feriva l'interesse dei mercanti veneziani, limitandone il commercio nelle province ad esso soggette e destava artatamente gelosie ed ingordigie. Dal vicino Friuli veniva la eco dei privilegi accordati alla chiesa e dei benefizi divisi tra i personaggi che formavano la fiera nobiltà della spada. Il Parlamento raccoglieva i tre ordini che dovevano amministrare il paese, cioè i prelati, i castellani, le comunità delle terre, e si radunava nelle cinese o nel publico palazzo, riserbando il seggio più alto al patriarca di Aquileia, il quale era il capii della solenne adunanza, per onore e diritto concessogli regalmente. Carlo Magno si era recato fine volte in Aquileia: vi aveva condotta quella corte, che sapeva alternare le leste più brillanti alle imprese guerresche: grossa raccolta di armigeri, a cui era di non poco ornamento Eginardo, lo storico vestito di ferro. L'imperatore accordò in quelle sue visite esenzioni e larghezze.1) Non si può dire che la grandezza provenuta al patriarca aquileiese dalla costituzione feudale e dalle speciali concessioni offendesse Fortunato, ma è lecito supporre l'obbligasse a misurare la inferiorità della sua sedia, priva di poteri civili. E bisogna tener contai anche di questo : che un uomo che possedeva ricca e forte coltura aveva diritto di aspirala; 1) Accorilo al patriarca la esenzione del Fodero, della Parata e del Mansionatico. Era la prima, mia imposta in frumento, anche ridotta in denaro, che pagavano i popoli al re (piando visitava la provincia; era la seconda un censo che gli pagavano (piando si metteva in viaggio; la terza una contribuzione di vettovaglie all'esercito acquartierato. Della presenza di Carlo in Aquileia ci dà notizie il monaco di San dallo. E troviamo la. descrizione di una caccia nella, pineta aquileiese a cui presero pari.; i cortigiani e Carlo Magno, ne 11' Hìstoìn Populaire ti,- La Frati fi', 'Tom. l,!r, Paris; Cli. Lature, pag, 119. a grandezze, dappoiché come segno dei tempi basta ricordare che la convenzione conclusa nel 934 tra il marchese dell'Istria Wintcro e Venezia, conservata nel prezioso codice 1 revisanco, venne firmata dal governatore con un segno, non sapendo egli scrivere il proprio nome. Nò ciò basta: da. alcuni documenti si rileva che i dogi Pietro Tradonico (863) e Tribuno Mommo (986) non sapessero scrivere ed i notai autenticassero i loro segni. Fortunato poco sperava da una repnblica che seppur contava l'appoggio, o era suddita, dell'impero di Oriente, poteva venire assorbita, dal grande sovrano dei Franchi, mentre poi il pontefice era di questi più che alleato, strumento. Fai eccolo tra i primi in una. congiura tiì famiglie tribunizie che prepara il rovesciamento dei Galbai: scoperta la trama, deve fuggire da Grado, i suoi complici si salvano a Treviso. Traversa il Tirolo, giunge a Salz nell'803 e si presenta a Carlo Magno. La bella persona, il fascino della parola, la chiarezza delle idee, acquistano l'animo dell'imperatore alla seducente proposta di annettere i paesi della laguna alla sua corona..1) Si presentava carico di doni, ebbe in contraccambio un diploma, che assicurava, la immunità ai possessi della chiesa gradese sui territori del continente e il diritto di armare (piatirò navi con bandiera patriarchina, esenti da ogni gabella nei porti italiani : ultima ricompensa l'abazia di Moyen-MoiUier, ') Lo dicono alto ed esile; alquanti! calvo, la faccia, angelica, barba lunga brizzolata. Di venerando esteriore, dotalo di prodigiosi talenti, amante delle arti belle, del fasto e delle opere grandiose ; destro, prudente, accorto, abilissimo negli affari di Sialo, diplomatico di particolare attitudine, compilo cortigiano, astuto adulatore, capace di mire arditissime, zelantissimo per il bene della sua. metropoli, intangibile nella vita privala. S. Della Giacoma, Fortunato da Trieste, patriarca di Grado (803 - 825}, nell'Archeografo triestino, Nuova Serie, voi. Ili, Trieste, Tip. L. Ilermanstorfer, 1S72-75. 64 LACUNE di crado Intanto gl'intrighi dei settari avevano provocato la rivolta a Malamocco e la fuga dei Galbai, che cercarono salvezza a Mantova. Una parte del piano di Fortunato si poteva dire compiuta, la tragica fine di Giovanni da Trieste era ornai vendicata. Ma nella mente di quell'uomo d'azione restava tuttavia il sogno politico, una febbre da agitatore, che come fuoco nell'anima, non si estingueva più e lo trascinava ad effettuare con imperturbabilità lo studiato disegno. Uno dei congiurati del partito franco, Obelerio, che asseriscono avesse sposato una francese, detta da alcune cronache sorella di Pipino, favorito dalla propria fazione, era salito al seggio ducale.1) Fortunato, giunto rapidamente in Italia, non ebbe il coraggio di varcare la laguna, perchè nel doge sospettava il capo politico che gl'interessi della nazione sovrapponeva ai vincoli che avevano unito nella speranza i cospiratori. Allora egli fomenta la rivolta in Eraclea, che odiava siccome partigiana dei Greci, ne provoca la distruzione, quindi si reca in Istria, e si trova con i rappresentanti dei Comuni allorché fanno valere i loro diritti e presentano le loro querele contro la rapacità del governatore franco, duca Giovanni, nel famoso Placito di Risano. CìPintrighi e le arti sottili gli riaprono le porte di Grado, lo rimettono alla sua cattedra ed egli, instancabile ed instancato, vuol riuscire in ciò che forma il pensiero della sua vita: essere il solo capo ecclesiastico nell'estuario, l'astro ') La prima notizia di questo matrimonio con ima. figlia del re Cario si trova nella Cronaca /'. ri/., Tomo V. Filiasi, Op. ci/., Tomo VII, pag. 239. ?) Veggansi le differenti versioni sulla, battaglia in laguna in G. R. Carli, Antichità Italiche, Milano, 17.S9, Parte III, pag. 267. 66 LAGUNE Di GRADO trionfi: di questi momenti s'impossessa la leggenda, perchè quanto si è compiuto sembra posto fuori dell'umanità. * * Di ritorno a Grado, Fortunato restaurò le brecce ed i templi con le ricchezze di cui lo aveva colmato l'imperatore. Ma l'altare non gli dava la pace, nè ve la cercò. Coinvolto in nuova lega secreta, venne deposto ; scampato in Istria, appigliandosi ad una politica estrema, spintovi forse dal desideriti di riconciliarsi coi Veneti, disperando dei Franchi, riscalda il loro governatore Luidevito nel proposito di sollevare la Pannonia e lo fornisce di lavoranti e denaro per agguerrir quelle fortezze. Svelati i maneggi, giunge secre-tamente a Grado, con un naviglio asporta immensi: ricchezze, ripara in Dalmazia, e, chiesto asilo ai Bizantini ed ottenutolo, propone a Michele imperatore una levata di armi per cacciare i Carolingi dall'Italia. Egli sconfessava tutte le lotte del passato. Tradito da un prete mentre va con 1'ambasceria greca a Rouen, apprende che colà si conoscevano le sue ultime arti nemiche. Tentò giustificarsi, ma indarno : aveva perduto ogni fiducia, ed affranto si ritirò nella abbazia di Moyen-Moutier. La sua vigoria., la sua volontà, il suo sogno lo accompagnarono sino alla porta del chiostro come inseparabili amici della travagliata esistenza. Se l'ambizioni: tradita, è cruccio, se l'ideale accarezzato con tanta voluttà di orgogli, spezzandosi nelle mani, diventa incubo tormentoso, Fortunato soffrì crudelmente: mori poco dopo, nell'825. Il suo cadavere passò dalla cella alla fossa tra il silenzio delle mura di quel rifugio : là non lo piansero che i monaci. La. memoria del grande patriarca non andò immune da attacchi: la storia è inesorabile anche coi morti. Alcuni scrittori, senza l'appoggio di valide prove, dissero che i doni fatti da Fortunato a Carlo Magno appartenessero alla basilica di S.ta Eufemia c che gli arredi lasciati con testamento fossero quelli ricevuti per Grado, una delle chiese beneficate dalla munificenza di Carlo. Purtroppo gli uomini si giudicano dai fatti palesi, non da quelle intenzioni che talvolta occultano qualche virtù. Fortunato imitò la politica dei papi: era prete, desiderava la grandezza della sua'cattedra; non la poteva ottenere dai Bizantini, sperava dall'imperatore. Nessuno può dire che l'animo suo noti intravvedesse nel piano, che fu giudicato tradimento, la prosperità del paese, soggetto al suo ecclesiastico governo. Si trovò ravvolto in ([negli avvenimenti tristi e condannati che s'intrecciano nella storia di Venezia, ed i (piali, seppur dimostrano le fiere lotte intestine, avvisano il trionfo di un popolo italiano. Sorgeva forte di convinzioni la indipendenza della Repnblica di San Marco; doveva finire l'impero carolingio; morire senza gloria Fortunato. Fu anima, inquieta come era inquieto il suo tempo: ingegno vivo e svelto, tempra forte di politico, che spese il prestigio di tante virtù in una causa che non trova il consenso del nostro cuore. Noi non vogliamo giudicarlo coi sentimenti che ci vennero infusi dalla nostra epoca, nella (piale il volere fu prodigio e meraviglia di libertà, ma piuttosto con questo fatto: allorché nel 788 gl'Istriani ed i Triestini temettero che il vescovo Maurizio volesse vendere le loro tona; al Franco, gli strapparono gli occhi onde per turpe mercimonio non venissero sostituite le istituzioni feudali alla civiltà degli ordinamenti romani. ECCLESIASTICI DELLA SPADA Sorgimento di Venezia — // pomo della discordia — Patriarcato nazionale c Patriarcato tedesco — Prelati militari. Dopo quella battaglia, clic poteva annientare la Repnblica e mutarla in una collana di isole feudali, soggette a baroni marittimi, la Venezia fu vera signora di sè; in quel momento, immolando i propri figli, ini/Java la grande epoca dei marinari italiani. Il governo, la nobiltà, la forza si erano accasati in quell'arcipelago di banchi che formava le fondamenta di una citta singolare, non più veduta, il cui popolo stesso, meravigliato, doveva cantare : (là Roma lùbrica Romolo e Remo, Venezia xe vignila a vela e a remo ! Erano intanto passati duecento anni, e nel rooo, la regina delle lagune usciva con maestà, quasi miracolo nuovo, dalle onde, come nelle allegorie dei pittori del seicento; si chiamava prima Olivolo e Castellana, ed aveva assunto il nuovo nome che durerà nei secoli.1) Padroni i Veneziani delle ]) B. Cecchetti così descrive la prima città di Venezia: * L'aspetto della città non doveva essere dissimile d;i quello di una borgata. Pochi gli edili/a cospicui: nel secolo IX la basilica di S. Marco o meglio una cappella ducale, e un' abitazione pei dogi ; poi qualche palazzo, ma molte più le casipole coperte di paglia o di tavole fscàndolej. Chiesiuole, ponti di legno, le vie non selciate. Poi paludi, compi erbosi e il mare, azzurro nastro che univa co' suoi mille fili le isolette della singolare citta». La vita dei Veneziani fino al 1200, Venezia, Naratovich, 1870, pag. 50. bocche dei fiumi, scalvarono le boscaglie del Cadore e costruirono stille fondamenta di olmi ed ontani i primi grandi edilìzi, adoperando per la cavalcatura dei tetti i roveri di Montona d'Istria. Il palazzo ducale di Agnello Partecipazio primeggia con le quattro torri merlate e ad una ad una sorgono le ricche dimore dei Dandolo, dei Bocasio. La chiesa di S. Teodoro ha ceduto la sua dignità e il corpo dell'Evangelista alla cappella di S. Marco. Durante questi due secoli il principe di Rialto ha stretto trattati col re di Borgogna, debellato i Saraceni, astutamente assicurato il libero transito fluviale alle merci ed ai prodotti che navigano sul Po, sull'Adige e sul Ticino; ha donato Basilio il Macedone di dodici campane fuse in Venezia, ha regalato Ottone tedesco di una sedia di avorio. Dagli squeri di S. Alvise, Castelfortc e Cannaregio si sono varate le piccole navi che terranno gagliardamente in rispetto i corsari e quei legni che nel porto di Albiola sconfissero gli Ungheri, combattenti nelle scafe di vimini, coperte di cuoio, trasportate dal 1 Danubio. I mercanti veneziani avevano visitato quasi tutte le piazze germaniche; abitavano in propri quartieri in Costantinopoli; erano i più destri incettatori di stoffe a Gerusalemme e Jaffa; frequentavano le fiere di Pavia, dove vendevano ai ricchi italiani il damasco, i ciambelloti di capra bianca, le piume degli uccelli acquatici, tinte con arte ingannevole. Fabbricavano vetri, sete, damaschi, broccati, velluti.1) Carlo Magno, che per il solito portava il mantello da pastore, indossava nelle grandi occasioni il salone veneto.'-') Nessuna difficoltà pareva insuperabile a epici commercianti, che in Oriente sapevano astutamente adattarsi alle fogge tal ai costumi del paese, e in forti carovane armate andavano in ') Cecchetti, Le industrie in Venezia, néìVArc/i, veneto, Toni. JV, Parte seconda. '"') l-Sago Veneto amictus-». Eginardo, Annales Frane, Dfl una stampa conservala nella Biblioteca Marciana in Venezia 9343911897 rcCCI-KSlASTICI DKl.f.A SCADA 77 Francia, in Germania, pagando, alle porte dei manieri, il diritto di passo, corrompendo le guardie confinarie e cercando di abbonire la durezza feudataria mediante la scorta zingaresca di musici, ballerini, saltimbanchi, i quali con scimmie e bestie cercavano sollazzare i vassalli e le castellane.1) Gli artefici realtini formavano già alcune consorterie ; Venezia girava la propria moneta. A Rialto si riuniva il barcolame davanti al quartiere dei trafficanti che occupavano i solai, le baracche, le logge, ed avevano collocato un orologio solare presso ab macello. I giovani chioggiotti, buranesi, realtini e gradesani, imbarcati prima su legni greci, formavano una schiatta gagliarda di navigatori, che dirigeva adesso i cammelli carichi di frumento, le scrìle a vela latina, le acasic con la torre, le marcilliaiie, le falaudrie ed i bardotti falcati : nuovissima flotta di commercio e di guerra, non più bizantina ma italica. Sopra tutta questa marineria di pubblico servizio splendeva il bucintoro, legno delle solennità, che ricorda le pompe dei Faraoni, e che dopo la prima festa delle Marie, per quasi dieci secoli trascinò i panni di velluto sull'onda del Canalazzo."') Allorché Lodovico imperatore (856) scese in Italia per ammirare con l'augusta consorte quella città originale, fatta d'isolotti, la peota d'oro con musiche e armati lo accolse e lo condusse per i canali, acclamato, sotto un ciclo di bandiere.3) Nello sterrato del Broglio, che si chiamerà più tardi Piazza 1) Filiasi, Op. cit., Voi. VII, pag. 231. 11 Cecchetti scrive: «Il doge, la consorte, i figli, i magistrati non isdegnano di trattar affari di commercio: di boinbace, di cinnamomo, di pepe, di allume, di sale, di tessuti, di armature, di legname, di pelli.» La-vita dei Veneziani fino al secolo XIII, néll'Areli, veneto, T, II, P. I, N. 3, Venezia, 1871. 2) Il Vianolli póne il bucintoro già ai tempi di Pietro Tradonico; la Cronaca 'Sagomimi lo ricorda nelle feste di Orseolo 11, anno 998. :t) Così un apografo della Bibl. Univ. di Padova, N. 873, citato da E. Musatti nella Storia di un lembo dì terra, Padova., Tip. del Seminario, 1886. LAGUNE l>l GRADO S. Marco, e che allora durante le prime ore del mattino era mercato del pesce, Ottone II di Germania (998) assistette ad un torneo, dal quale apparve qual fosse già allora la ricchezza eli un popolo che nel fango delle lagune aveva trovato le perle della sua corona. 78 La Republica procedeva sicura di sè per l'arco della sua fortuna. Venezia diventava proprio come scrisse il Petrarca: la citta ricca d'oro, più ricca di fama ; potente per facoltà, più potente per virtù ; fondata sopra solidi man/ti, più solidamente piantata .Mille basi della civile concordia ; cinta da salsi incorruttibili flutti, protetta da piti incorruttibili consigli. Ma la questione del possesso istriano rodeva nella quercia, laggiù, in fondo all'estuario, nel seno del lago gradese. dove la contesa era proprio il pomo della discordia sulle mense patriarcali. I vescovati istriani erano passati sotto la giurisdizione dell'una o dell'altra sede per volontà dei conquistatori o per decreto della corte romana. 1 presuli aquileicsi mettevano innanzi l'antichità del loro diritto, accusando la cattedra isolana di essersi intrusa dopo i dissensi religiosi: la dicevano appartenere ad uno stato marittimo che nulla aveva di comune con la costa orientale adriatica. Massenzio era andato più in là, aveva chiesto la soppressione della metropoli gradese, volendola alle proprie: dipendenze quale plebania sutlr.igunea. I pili miti pastori gradesi, nei sinodi e nelle proteste, sostenevano che le isole della laguna e l'Istria componevano in origine la prima Venezia, che i papi scrivendo ai dogi nominavano insieme le due province affratellando la popolazione dell'una con quella dell'altra, e che finalmente le lapidi e gli editti romani provavano che i due paesi uniti insieme formavano la decima regione. Ma non era questa contrastata giurisdizione il motivo unico e la ragione immanente cieli'eterno litigio. Le due Primazie si modellavano secondo la natura dei governi a cui metteva lor conto ubbidire: frenata la gradese da quella imperiosa volontà republicana ch'era legge suprema ; arrogante l'altra quanto più riteneva di rendersi benevisa ai principi germanici, che l'appoggiavano e che potevano dirsi gli alleati della sua prepotenza. La forma esterna delle due istituzioni doveva subito palesare l'avversità che le divideva. A Grado era siala la chiesa nazionale, in Aquileia la cattedra si era mutata in un feudo germanico; la prima formava un corpo esclusivamente ecclesiastico, con limitate funzioni civili, la seconda costituiva una corte sfarzosa e romo-reggiante di ecclesiastici della spada. * E nell'ordine naturale che la Repnblica Veneta, nata da una associazione di profughi romani, su terre a romani soggette, dovesse portare non solo il suggello nazionale oltre i secoli, ma che tutto quanto uscisse da essa recasse la impronta nettamente veneziana, come se avesse gettato del bronzo liquido sempre nella stessa forma. Noi vediamo esclusi i forastieri dagli uffici di Stato e dalle dignità ecclesiastiche, e persino vietato ai dogi, dopo il matrimonio di Lorenzo Tiepolo con la figlia del re di Bosnia, di sposare donne straniere.1) Alcuni, cavillando, dissero che i primi duchi si affaccendarono a far coprire la sedia gradese dai membri delle ') Antichissime leggi del Senato proibivano si accettasse a veruno beneficio ecclesiastico dello Stato uno straniero. Ma le leggi del 1619-1651 vietavano persino di ammettere priori, abati o superiori di qualunque religione di fratì o monaci, uè di qualsiasi altra congregazione che non fossero SWtIditi nati nello stalo. Vettor Sancii, Principi di storia tirili' della A'ef>ti-i'.'ifa Venda ecc., Venezia, 1756, Sebastiano Coletti, Voi. I, pag. 170, c Voi. U, Part€ li, pag. 032. So LAGUNE di GRADO proprie famiglie, per avere non solo nel clero un potente strumento nelle mani, ma con esso il popolo tutto.1) Onesto sospetto potrà prevalere nel critico trascorrendo gli annali dei primi tempi del Dogado, ma non ha valore per i secoli di poi. È possibile che i Partccipazi, i Candiani e gli Orseoli sognassero il soffocamento del regime popolare per ridurre la Repnblica a patrimonio dinastico; ma il sistema di nominare uomini di Stato, capitani ed ecclesiastici possibilmente veneziani, era oltrecchè sentimento patriottico, egoismo di nazione e necessità politica, in (pianto che si voleva vivere sicuri, mentre non era lembo di terra italiana, che prima o poi non fosse avverso alla Regina del mare. Chi tien conto altresì come in que' tempi, ed anche molto pili tardi, le nobili case reputasssero dovere dedicare qualcuno dei propri al sacerdozio e ne derivasse loro lustro ed onore (piando giungeva ad alta dignità ecclesiastica, non dovrà meravigliare se i dogi si adoperassero a tutt'uomo per far salire al patriarcato gradese uno dei propri figli o parenti. Si rammenta che donna Beriola della illustre casa Correr fu sorella di papa Gregorio XII, madre di papa Eugenio IV ed ava materna di Paolo II, mentre contava nella parentela sei cardinali e tre patriarchi.-) Oltreciò la chiesa s'identificava nello Stato e questo in quella. La seconda Venezia si poteva dire fondata dai vescovi che si erano rifugiati a Grado. I corpi santi, le bandiere, le croci, trasportate nelle isole, furono il primo germe della veneta Signoria. E questa, non potendo liberarsi dalle tradizioni, s'inchinò al leone di S. Marco, gli affidò la spada *) Il patriarca Vittore II (878) era figlio del doge Partecipazio ; Giorgio (896) era fratello del precedente; Vitale IV (967) era figlio del doge Pietro Candiano IV ; Orso Orseolo (1018) era figlio del doge l'ietio Orseolo II e fratello del doge Ottone. -) A. Quadri, Compendio della Storia Veneta ecc., Venezia, 1822, Francesco Andreola, Parte II, pag. 20j. e ne fece il proprio stemma. Lo pose a guardia del palazzo e della basilica. Era il segno sacro dei cerei pasquali, il bollo araldico del pugnale dei bravi : dipinto sulle bandiere dei formidabili galeoni e ricamato sulle pianete dei diaconi, posto dai pittori ai piedi dei dogi confusi nella gloria del cielo o collocato presso un gruppo di santi clic circondano Pietro Orseolo I, il cui corno scompare nei raggi di un'aureola. La Republica nel 1379, per la guerra con Genova, ordinò che tutti i monasteri si armassero, perchè la patria era sopra di tutti: il clero ' interveniva al ricevimento ilei vittoriosi c mostrava alla folla le insegne sporche di sangue; il doge spruzzava di acqua benedetta il mare alla bocca del lido. Il patriarca dava solennità alla investitura del doge, questi investiva il patriarca nonostante le proteste e i litigi sollevati dalla curia romana. A tutti e due veniva ricordato che delle loia opere dovevano render conto a Dio al al governo. * fu dunque i! Patriarcato gradese occupato in buona parte da Veneziani. Possedeva un ricco palazzo a S. Silvestro in Venezia,1) chiese dipendenti, vasti terreni nella Dalmazia, in Romagna, a Costantinopoli ed a Negroponte nella Grecia e godeva su alcune chiese diritto esattorie) di decime. ') Nel 1157, Bernardo Cocnaro (tonò un pezzo di terra contigua al tempio di S. Silvestro sopra il canal Grande ad Enrico Dandolo, patriarca, onde fabricasse per luì e successori un palazzo, con una cappella intitolala Ognissanti. Museo Corner in Venezia, Codice Cradenigo-Dollin (Cod. 19), con disegni del pittore Giov. Crevambrock. La chiesa di S. Silvestro di Venezia, unita ad altre minori, obbediva ai patriarchi gradesi, i (piali vi fermarono la loro sede quando furono costretti di abbandonare Crudo. Il palazzo sorgeva presso il Sottoportico di S. Silvestro verso canal Grande, e vi abitò il Carmagnola prima che gli fosse donato il palazzo a S. Eustachio. G. Tassini, Curiosila veneziane ecc., Venezia, A bantu e Merlo, 1S87, pag. 674. 82 LAGUNE DI GRADO I monasteri, le plebanie e le città pagavano tributi in denaro, in vino, oltre l'annuo presente di un canestro di rose, di frutta, di selvaggina, di pesci. Quando il patriarca imprendeva il viaggio da Grado a Venezia sonavano a festa tutte le chiese del veneto mare; gli movevano incontro i monaci nelle barche, i capitoli nelle gondole ; gli offrivano l'ospitalità della stanza rivolta ad oriente, un buon letto, un buon pranzo, la schietta manifestazione di un popolo consolato.1) Un decreto senatorio, 7 luglio 1366, gli conferma il diritto di viaggiare col suo seguito « valendosi di ciuci navigli che meglio gli fosse piaciuto, o sulle galere della Republica o su legni mercantili». Recavasi in Istria, e fuori delle mura lo attendevano le milizie con le bandiere spiegate, le confraternite coi gonfaloni, il vescovo in abiti pontificali, il clero con le croci ed. i toriboli, il podestà, il consiglio, e gli offrivano le chiavi del Vescovato, della cattedrale e quelle della città. Era per tre giorni, secondo antica usanza di volontaria' sommissione introdottasi nelle nostre terre durante l'occupazione bizantina, il padrone disponente del potere municipale. In mano sua prestavano i dogi nei primi tempi il giuramento di fedeltà ; spettava ad esso la consacrazione del primicerio di S. Marco, al quale poneva l'anello in dito ; interveniva alle assemblee della nazione ed ai giudizi solenni presieduti dai dogi; era anche giudice supremo negli affari ecclesiastici della sua diocesi.'-) Il patriarca Orso Orseolo, (piando il fratello Ottone venne rovesciato dal Dogado, diresse i negozi di Stato con la veste di reggente, e sotto al suo ritratto si leggono ancora, nel fregio dalla sala del Gran Consiglio, questi versi : Othonern fratrém supplet Patriarcha Gradensis Donec ab exilio defunctum comperit esse. ') La consuetudine si protrasse, e troviamo in un legale strumento del 22 agosto 1395 che il priore dei Camaldolesi dell'isola S. Clemente, invece di somministrare un letto ad ogni nuovo patriarca di Crado, contribuisse il compenso di quattro ducati. Archivio Patriarcale, Tom. IX, pag. 238. Circa il dovere di salutare il patriarca a suou di campane durante il suo viaggio da Grado a Venezia, veggasi una bolla di Gregorio -) La bolla di papa Gregorio XI, Avignone, dee. 1370, dà facoltà al patriarca di istruire processo e condannar se colpevole l'omaso, vescovo di Ciltanova, accusato ali falsificazione di monete, complici alcuni suoi famigliari si ecclesiastici che laici. La bolla piccola di Urbano VI, 29 febr. I3g4, dà incarico al patriarca da riformare i monasteri della diocesi di Castello, 'Porcello e Chioggin, in molti dei quali si commettono dissolutezze e scandali. R. Predelli, / libri commsiìion'ali della Republica di Venezia. 84 LAGUNE DI GRADO Buono Blancànico, patriarca, promosse nel 954 un sinodo in S. Marco per impedire il commercio degli schiavi cristiani.1) Il patriarca Domenico andò in qualità di legato del sommo pontefice Gregorio VII a Michele, imperatore di Costantinopoli, per comporre lo scisma tra la chiesa latina e la greca. Il patriarca Enrico Dandolo sedette alla destra del papa Alessando III, quando federico Barbarossa firmò la tregua preannunciante la pace di Costanza; Domenico, il quinto, andò ambasciatore per la sospensione delle ostilità nel 1331 ai Genovesi, e Biagio Molin venne nominato commissario nella guerra contro Sigismondo re d'Ungheria.2) Fortunato Vaselli, Fra Tomaso da frignano e Francesco Laudo ottennero il cappel lo card malizio.3) Alla investitura del patriarca convenivano i maggiori dignitari della Republica e talvolta gli oratori del Duca di Milano, dei Fiorentini e quelli della città di Bologna.4) -:<-* * Se non che il principato vescovile di Aquileia estendeva la sua spirituale autorità su diciassette diocesi dell'ampio ') Già nel S54 sotto Orso Badoero duce, venne proibito il commercio degli schiavi, ma i Veneziani non rinun/.iarono a quel traffico che dava tanto utile. Veggasi il Caroldo, pag. 22. E strano che i contralti di compravendita depositati all'Archivio notarile di Venezia siano Brinati in buon numero da preti, che erano quasi tutti notai, mentre si sa che la Corte di Roma èra contraria :< questo mostruoso mercato. P. G. Molmenti, Cd Storia di Venezia nella "'itti privata, Torino, Roti:; & Favale, 1SS5, pag. 2S0. -) R. Predelli, Op. cit. ') Le cronache francescane registrano tra i patriarchi gradeu anche Pietro Filargo, che fu poi il papa Alessandro V. Ma P Ughelli non lo accoglie e il Cappelletti lo esclude. ') Veggasi l'ordinamento ecclesiastico c civile del 1.599, i. d. VII maggio, nel dare l'investitura della temporalità a Pietro, patriarca di Grado. Coifìmenwriuli, IL c. SS. ecclesiastici della spada territorio che andava dal lago di Como al Quarnaro. !) 11 numeroso capitolo contava tra' 24 canonici un vicario dell'Impero. Formava una splendida gerarchia ecclesiastica, uffieiante secondo un proprio rito, e che nelle sfarzose processioni, con la ricchezza degli arredi e degli abiti, abbagliava la folla dei divoti accorsa ad ammirare l'imponente apparato.2) Dal secolo X in poi ad ogni novello patriarca, nel giorno in cui se ne proclamava la consacrazione, usavasi consegnare una spada sguainata in segno del suo temporale dominio.3) Ed era vasta ed importante questa giurisdizione, frutto di concessioni, di grazie, di regalie. Da Carlo Magia» a Lotario, da Berengario ad Ottone III, e più tardi ancora, quasi tutti gl'imperatori avevano accordato alle terre pa-triarchine la investitura principesca, per cui godeva l'alto prelato la assoluta padronanza sul Friuli, il privilegio di levar truppe, d'imporre dazi e pedaggi e il diritto regale di coniar moneta.1) Enrico lo Zoppo gli donò la contea d'Istria ss ') Le diocesi suffruganee erano le seguenti: Belluno, Céneda, Cittanova, Conio, Concordia, Feltré, Capodistria, Lubiana, Parenzo, Padova; Pedena, Pola, Treviso, Trieste, Trento, Verona e Vicenza. 2) Sotto Popone (1019-1042) i canonici erano 50, tua il numero venne ridotto a 24, come si apprende dallo Statuto compilato per commissione del patriarca (Gregorio di Montelongo, e del (piale si conserva copia alla biblioteca Marciana, collezione Svajcr, Cod. LXIX, CI. bit. IV. :l) Ottone II concedette nel 983 al patriarca Rodoaldo la, investitura e il temporale dominio della città di Udine e dei castelli di buia, Fagagna, ('magno e Bracciano, e questo titolo d'investitura fu il primo fondamento del temporale dominio dei patriarchi. F. Palladio, (>/>. ai., pag. 143. Il documento è riferito anche dal Cappelletti, C/>. c/I., Voi. Vili, pag- MS- *) Liruti, Cappelletti, Coronini ed altri vogliono che Corrado II accordasse a Popone, patriarca, il diritto di batter monete. Sembra invece che quel diritto non fu conceduto a nessuno de' patriarchi, (die coniarono arbitrariamente ad esempio di alcuni comuni italiani. Veggasi A- Puschi, La zecca dei patriarchi d''Aquileia, Trieste, Tip, del Lloyd a. u., 1S84. .Sii i.AiaxK ni (;raikì come si trattasse di un monile, libero di tenerla o di donarla a chi volesse. Altri sovrani gli cedettero castelli, abbazie, chiese e paesi. A questi materiali benefizi si aggiungevano gli onori che sollevavano la sedia aquileiese all' altezza del trono : furono scelti i suoi vescovi per accompagnare gl'imperatori nel viaggio a Roma, quando si recavano a ricevere la corona del mondo dalle mani dei papi ; venne consegnato a Popone, patriarca, il vescovo di Milano Eriberto, che immaginò il Carroccio, fatto prigione da Corrado. Gl'imperatori germanici volevano aver aperte le valli friulane ai propri eserciti e trovare un principe amico che lasciasse loro libero il passo; da ciò l'interesse di appoggiare, soccorrere e beneficare quel guardiano ecclesiastico che, signore del Friuli, disponeva di una delle chiavi d'Italia. 11 Patriarcato era governo retto con regime teocratico civile : una immunità ecclesiastica che poteva cedere ad altri quello che aveva dai maggiori ricevuto, e (igni guerra fortunata accresceva i limiti dei suoi territori, annientava il numero delle sudditanze e le arricchiva il tesoro. Poteva dirsi un fungo ingrossato nel sangue che aveva bagnato la vasta regione. Da Engelfredo ingiù (944-1251), il Patriarcato diventò, in paese di genti italiane, un isolotto germanico, con una successione, rare volte interrotta, di metropoliti tedeschi, la cui corte, foggiata sul sistema teutonico, con cariche, titoli e cerimonie tolte ai FYanconi, era spesso convegno di poeti bavari, menestrelli del liuto.1) Inetti alcuni di quegli alti prebendari allo amministrare le terre soggette, le più lontane affidate ad avidi gabellieri, *) Furono tedeschi tutti i metropoliti dal 944 sino al 1251, fatta eccezione per il ravennate Giovanni IV (984-1019) e per Federico III (1195-1219), unico slavo. I )opo la tragica line degli 1 lohenstau leu non salirono più che quattro altri tedeschi alta sede patriarcale. Francesco Coronini, / Sepolcri dei patriarchi d1 Aquileia, in trad. di (\. Loschi, Udine, 1SS9, pag, 23. ne seguì che la loro mano fluttuava perennemente dalla più fiacca debolezza alla più perversa tirannia. Le finanze, rassettate con saggezza durante la paco, venivano poste in compromesso poco dopo dal travaglio delle discordie; e come chi nulla ha fatto per accumulare il patrimonio posseduto e lo scialaqua, così prodigamente smembravano il piccolo stato e davano castelli e paesi, gastaldie e strade ai vassalli e nominavano i più pericolosi signorotti giudici di feudi e capi di milizia per fortificarsi e comperare altrettanti sostegni della propria potenza. Ma i difensori divenirono alla loro volta nemici, c i conti tli Gorizia, avvocali della chiesa di Aquileia, furono de' primi a togliere prestigio e potere ai mitrati che per officio avrebbero dovuto proteggere. Talvolta i patriarchi avevano gli scrigni pieni d'oro, perchè gli zecchieri della Toscana curavano con astuzia l'interesse di chi a loro appaltava il commercio monetario; pure moltissime volte si accorgevano ili aver vuote le casse sino al fondo ; mettevano allora fuori di corsola moneta, perchè ogni conio nuovo dava loro vistosi guadagni. Esausto il tesoro, mungevano il paese con gravezze per provvedere a spese utili o non prevedute ; imponevano tasse sulle tùie d'olio, sulla spremuta delle uve, sull'arte dei conciatori di pelli, degli spadari, dei calzolai, dei cane-strari e segatori di prati ; facevano pagare il diritto di navigazione, di pesca e dei mulini sui fiumi ; fissavano il contributo di un bìsanto per ogni nave grossa che arrivava nei porti dell'Istria, e la decima per ogni morto che se ne andava con Dio. Facevano bollare a fuoco e in fronte i bovi friulani che dovevano per privilegio del Comune di Gemona tirare i carri oltre i confini, avendo proibito che gli attiragli della Carinzia facessero servizio di trasporto. 1 balzelli senza limite, sproporzionati, arbitrari dimostrano la perpetua burrasca in cui trovavasi la fortuna del principe. A soccorrere la quale non bastavano le somme che venivano in aiuto dai Mantovani, dai Ferraresi e sino dai Fiorentini, i quali si comperavano la libertà elei commerci nelle piazze poste presso gli sbocchi alpini,1) 1 patriarchi, stranieri al paese per nascita, per interessi, per educazione e per amicizie, appartenenti ad auguste case e legati a queste da ereditarie devozioni, seguivano una politica che s'impigliava nei movimenti delle fazioni, turbava la tranquillità della chiesa, costringeva l'ecclesiastico a. deporre il pastorale e la mitria, per l'elmo, la corazza e la spada, frano preti militari. Dopo stuzzicati gli appetiti dei valvassori ed accese le cupidigie: che mettevano in fiamme la provincia, dovevano correre a spegnerle; trascinati dai regnanti germanici nelle imprese fatali, erano costretti recarsi con i propri fanti in quei luoghi dove un tumulto italiano a spade alzate voleva, cacciar Corrado il Salico, oppure dove una lega si ribellava ad Enrico il Vittorioso o al Barbarossa. Oggi in funzione ecclesiastica decretavano una tutela vescovile, domani erano li armati ad imporla con la forza. Stringevano alleanza con un potente per qualche vasta impresa e guadagnavano un povero parroco al tradimento contro un castellano. Avevano poche volte sotto le bandiere la gioventù friulana, quasi sempre le masnade stipendiate, senza patria e senza nome. Molti di ([nei mitrati dimostrarono di essere veri uomini d'armi e intrepidi condottieri, sempre a cavallo, che si cacciavano dove pili era fitta la pioggia delle frecce, e dove suonavano i colpi di mazza, federico, Popone, Raimondo e Pagano della Torre, uscirono incolumi da combattimenti feroci. Gregorio di Montelongo, che si compiaceva penetrare nella parte del campo ritritai oso come mia fucina da fa bri, vicn fatto prigioniero dal conte di Gorizia e condotto scalzo sopra una mula nella città del nemico. ') Attilio Hortis, Giovanni Boccacci ambasciatore in Avignone e /'ileo da Praia, Trieste, Tip. I JcrmaunsLorfer, 1875, pag. 6. Wolchero muore in reputazione di santità; Giovanni IV il moravo, la cui corte era convegno ili parassiti, di buffoni e di donne svergognate, cadde pugnalato da Tristano Savorgnan ; Bertrando, assalito nella pianura di Rinchilvelda dalla soldatesca dei conti di Gorizia e dalla gente condotta dai conti di Spilimbergo, muore per le ferite ricevute: canonizzato, si manda1 in dono il suo piede sinistro ad Elisabetta d' Ungheria, che lo aveva richiesto inviando a ciò due ambasciatori. Federigo fu trucidato dai suoi, dopo un solo anno di pastorale reggenza. Gastone Tornano, il 20 agosto [318, mentre cavalcava per le vie di Firenze, cadde di sella e rimase schiacciato dal cavallo. Allorché nel 1332 si porta la salma di Pagano della Torre all'ultima dimora, un pugno di armati assalta il convoglio, spoglia il cadavere e lo getta sulla strada. Le cronache finalmente raccolgono i fatti pietosi del Capitolo che da tutte le rendite per alleviare il danno di una publica sciagura e ci conservano le comminate punizioni contro il clero dai rotti costumi. La storia degli antistiti aquileiesi sembra un romanzo i cui capitoli non si somigliano mai ; e ad ingrossar l'onda degli incredibili fatti concorrono virtù e coraggio, vizi e viltà, proprio come dentro un ruscello fluisce il filo di chiara sorgente e gronda lo scolo di acqua corrotta e sporca. VI. ZIOBA GRASSO Grado c le sue difese — // governo dei gastaldi— Prime famiglie emigrate a Venezia — // saccheggio di Popone — Voldarìco s'impossessa dell'isola — Vital Michiel fa prigioni gli assalitori — La festa del giovedì grasso — Soppressione della cattedra gradese — Abolizione della sovranità dei patriarchi di Aquileia. Nel dodicesimo secolo Grado presentava l'aspetto di una città afflitta da spesse aggressioni: si poteva dirla nascosta dalle mura come una testuggine dal guscio ; le cortine e le torri restaurate, le porte massicce col chiodame a punta di diamante, spiegavano che, dopo superato il sacco e la rovina, aveva voluto assicurarsi contro nuovi pericoli. Era guardata dalla parte del golfo da una palizzata, che a guisa di un grande pettine difensivo, fatto con grossi roveri, presentava tanti denti, a punte acute e incatramate, contro cui il mare si abbaruffava costantemente. Il mandracchio, dalla parte opposta, rivolto alla costiera, era chiuso da speroni, che impedivano il passaggio a barche grosse, obligate ad entrare per una apertura, che in caso di minaccia veniva ingombrata di cestoni pieni di sabbia, onde i legni nemici, entrati nelle trappole, restassero in secco. Ad una riva, che si prolungava con le sabbie sotto la torre, a tramontana, stava lo squero bastionato, dove sin dal primo doge e per suo ordine, coinè in tutte le isole, si costruivano i legni armati a servizio comune. Dentro le mura cittadine i cumuli eli macerie, i rottami rielle casìpole atterrate e le abbronzature, che segnavano come l'incendio uscendo dalle finestre avesse intaccato i sassi di molte abitazioni, bastavano a raccontare le poco fortunate vicende di una. popolazione, che null'altro domandava fuorché la pace e il diritto eli trarre dalle lagune un povero e penato alimento. Erano passati sei secoli da quando il primo tribuno si trasformò nel primo doge di Eraclea, ma durante quo' sci secoli poteva dirsi interamente consumato il sagrificio che i Veneti dovevano fare per costituirsi in forte governo. Eraclea quasi non esisteva più ; avevano tentato invano di salvarla dal decadimento ristaurando chiese ed edilìzi, ma la miseria e la febbre ne scacciarono la popolazione. Equilio scompariva; rimanevano ancora in piedi le ossature de' suoi edilìzi c nella granile piazza crescevano gli olmi ed i noci e si seminava il frumento. La palude, allargatasi, aveva mutato la bella e fertile campagna in una immensa pozzanghera, che d'estate alimentava ed in autunno infracidiva i canneti. Solo giù verso la riva ergevasi una torre, in cui dall'ottobre al marzo si accendeva una lanterna. ') Malamocco, seconda sede dogale, era stata inghiottita dal mare. -x- •>:- Grado, retta da un Gastaldi), col suo tranquillo e domestico governo municipale, rispettava il codice primitivo delle poche leggi fatte in famiglia. ') Esistono leggi sin dal XII. secolo a provvedere all'illuminazione di quel faro, ora noto sotto il nome della Tori;- del Caligo. F. Mutinelli, Lessico veneto, Venezia, tip. G. 13. Andreola, 1851. Sessanta delle sue primarie famiglie erano passate a Venezia : i Gradenigo si trovavano aggregati alle sette casadc apostoliche ; ') i Balbi avevano dato un vescovo a Torcello, gli Avcnturadi o i Cha da bona ventura un altro vescovo a Olivolo. I rami di questi nobili ceppi emigrati s'innestavano per tutto l'albero storico ed avevano contribuito alla fortezza della Republica. I Girisi erano parenti del doge Gala, a cui nel 755 il popolo strappò gli occhi. GÌ'Iscoli si associarono a ([nella fazione che uccise noli' 864 il doge Tradonico, mentre si recava alla chiesa di S. Zaccaria. Dei Bolsena, nel 1102, alla presa di Zara, infausta giornata in cui il doge Ordelafo muore vittima del suo coraggio imprudente, un Giovanni era sopraccomito di galera. I Pianiga entrarono nel Consiglio del 1122; i Lugnani avevano dato esperti navigatori, i Boselli validi costruttori navali agli squeri di S. Alvise; e la tradizione voleva che Angelo Bolani, nel 1077, fosse uno dell' ambascieria dei dodici, che accompagnò a fola Ottone, figliuolo di Federico Barbarossa, fatto prigione alla battaglia di Salvore.'2) Il duomo era qua e là lastricato di tombe: nelle urne, i cui coperchi a fior di terra si livellavano con il terrazzo dell'abside e delle cappelle, dormivano i primi vescovi aquileiesi che avevano cercato vivi il rifugio, morti la quiete J) Le prime famegie apostoliche sotto il governo di Venezia erano le seguenti: lladoero, P>asegi, Barozzi, Contarmi, Dandoli, (Jradenighi, Michieli, Morosini, Memi, Polani, Sanudi delti prima Candiani, Tiepoli. Cronaca veneta, Oh VII, Cod. DXIX, pag. r6. '-') Famiglie di Grado, estratte dal Codice 3.5 della Classe VII e dal Campidoglio Veneto mss. del Cappellari, Bibl. Marciana, Venezia. Notiamo che Boccaccio nella V novella della X giornata del Decameron narra di un Ansaldo gradense, di nobile famiglia, che potrebbesi supporre emigrata ad Udine, città dove succede la narrata avventura. Tra gli autori citati dall'Ireneo della Croce è pure un Paolo (ira dense. Il nostro storico accenna alla cronica manoscritta di questi, ed altro non ci e noto fuor della notiz:a dataci dal frate triestino. eterna nell'isola, ed affratellati coi defunti sacerdoti gra-desi, formavano nel tempio un sottostrato di scheletri. Fuori, nell'atrio, una lastra scritta chiudeva la cella funeraria che custodiva il corpo del doge Pietro Candiano.1) Ma S.ta Eufemia mostrava, come tutte le altre chiese, lo sfregio della mano sacrilega che aveva menato guasto da per tutto ; le racconciature, fatte con poca arte e molta pietà, rendevano ancor più visibili i danni. ') Quésto doge volle, appena salito in seggio, liberare il mare dai corsari dalmati e l'anno 877 con la flotta riusciva a serrarli in una baia a poca distanza da Grado, onde non gli scappassero dalle mani. Era già vincitore quando un colpo mortale lo freddò. I veneziani, spaventati, ripararono nel porto di Grado, dove deposero il corpo del condottiero, che fu con grande solennità sepolto nell'atrio della chiesa. Un'altra versione vuole che sbarcalo a Zara e penetrato nell'interno, rimanesse ucciso al ritorno, sopraffatto dai pirati nascosti nelle boscaglie. Andrea Tribuno sottratto il cadavere, lo avrebbe portato a Grado. Eugène Labaume nell' Hùtoìre abregée de la Republique de Venise, Paris, Imprimerle de Lebégue, 1S11, scrive: «Essendo (il doge) nelle adiacenze di Grado pervenuto a rinchiudere in un seno di mare alcuni de' loro bastimenti, volle assolutamente combatterli . . , ma i corsari, disposti a vendere caramente la loro vita, diedero la morte a un gran numero di Veneziani, fra i quali si trovò il doge, che, per incoraggiare i suoi, fece durante l'azione il servizio di semplice soldato. Costernati per tal perdita i Veneziani non pensarono più che alla propria salute; allora i Narentani li inseguirono con ardore. Parecchie galere furono bruciate; le altre si salvarono a Grado, recando il corpo del sventurato doge. . . .» Il Romanin, Op. cit., narra che vicino a Triscupi, nel Primorie, una tomba, sulla cui pietra sta scolpita la figura di un guerriero coperto di un berretto a corno acuto, mantenesse in paese la tradizione, clic il doge vinto venisse là sepolto ed il sarcofago fosse il trofeo della vittoria. Altre fonti confermano il fatto che fosse tumulato a Grado: «Pietro Candiano.... el corpo del ipial portarono a Grado e li fu sepelito. » Cronaca, mss. 133 4. della Bibl. Univ. Padova. « cius cadaver ab Histris subtractum, paulo post Graduai est deportatimi atipie eo locum sepultnm ». Lucio, De Regno Dalmatice et Cnatie, pag. 64. « cius corpus Andreas Tribunus suspiciens in atrio Gradensis Ecclesiac postea sepelit». Andrea Dandolo in Muratori, Op. cit., Tom. XII, col. 192, Pars II. Ai tanti saccheggi sofferti dalla metropoli lagunare si aggiungevano quelli inflitti da Popone, patriarca di Aquileia nel 1026 e nel 1044.1) Questo tedesco aveva tenuto il posto di cancelliere e cappellano di Enrico II, e discendeva per la linea materna dalla corte di Sassonia. Brutale quanto esperto ') Smaragdo, esarca dì Ravenna, saccheggiò Grado, nel 5S6-58S, facendo prigione il patriarca Severo. Fortunato da Pola, vescovo aquileiese, nel 62S 630, con i suoi sgherri uccise le guardie alle porte, penetrò nella città, e vinta ogni resistenza, rubò quanto i cittadini non avevano potuto nascondere. Nel 712 Sereno e nel 726 Calisto e nel 762 Sigualdo e nell'S75 Valpcrto, tutti patriarchi di Aquileia, piombano su Grado con le loro masnade. Pupo duca del Friuli, che abitava in Cividale, nel 731 passando con la sua. cavalleria e le bande di pedoni per un, argille o strada, che dicesi unisse l'isola al continente, la. diede in preda alla brutalità delle sue orde; resistette il popolo, ma vinse la forza iniqua del longobardo, il quale ritornò alla propria residenza ricco del fatto fiottino. Ili questo argine che servì alla impresa di Lupo scrive anche Paolo Diacono (De Reb. Long., libi". 5, cap. 17) ; altri vogliono che venisse costrutto con fango secco e duro dai soldini dell' invasore. Ancora, oggi i pescatori indicano le tracce del passaggio ehe doveva prolungarsi per più miglia. Cadolao, duca del Friuli, danneggiò Grado allorché Pipino s'impegnava a dar battaglia ai Veneti in laguna.. Quando nell'869 i Saraceni, fatti baldanzosi dopo la vittoria di Crotone riportata sui Veneti, infestavano quasi tutta 1' Europa meridionale, e volevano un porto nel golfo di Venezia, spedirono una dotta su Grado. Dicono gli storici, che al nome temuto dei Saraceni le popolazioni abbandonassero le città ; ma i Cradesi diedero prove di grande coraggio affrontando il nemico e sostenendo la difesa sino a che giunse un soccorso di navi da Venezia a mettere in fuga gli assalitori. Veggansi Laugier, Labaumc, Romanin, Tentori ecc. ecc. Le violenze dei mitrali a 1111 ilelusi si rinnovarono con Valperto nell' SSo, castigato eoa la chiusa del porto di Pilo, il che lo obligò alle più umilianti condizioni di pa.ee, dovendo lasciar libero il commercio sulle sue terre ai Cradesi, confermati a questi gli antichi privilegi di portare la merce in Aquileia senza nessuna, gabella. (Ducale Ex. Coti. mss. Trevisaneo). Circa, il primo assalto di Popone v'ha, chi lo mette al 1023, altri nel 1026 ; circa il secondo alcuni scrittori lo negano, altri tacciono, e il Co-roninì, op. cit., pag. 40, registra la morte di Popone il 2S settembre 1042 d'accordo con Ermanno lo Zoppo contemporaueo del patriarca. in armi, comandò una parte delle truppe imperiali nella spedizione contro l'Italia del 1022, ed accompagnò Corrado il Salico, il più pitocco dei sovrani, alla incoronazione, che doveva esser fatta in Roma per mano del pontefice. Le alte aderenze e la sua astuzia lo giovarono nell'intento di strappare una bolla al papa, con cui la chiesa di Grado veniva posta alla immediata dipendenza di Aquileia. Colta l'occasione che il metropolita isolano Orso e il fratello Ottone Orseolo, il doge, avevano dovuto salvarsi in Istria, cacciati dalle intestine discordie, si presentò con molte barcate di soldatesca davanti a Grado, tranquillando i sospetti della popolazióne con assicurarla lo movesse amicizia per l'assente pastore, che voleva difendere e coadiuvare. Appena entrato abbandonò al sacco la città. Sbigottita, la gente corse alla difesa, tarda ed inconsulta. Le orde assassine spandevano terrore, comandavano con la spada, massacravano chiunque osasse opporsi alla loro infame consegna. Penetrarono nei templi, fecero un fascio dei gonfaloni, delle aste sacre, si appropriarono vasi, calici, turiboli, evangeliari. Tutto cadeva sotto il loro martello ; la polvere delle muraglie velava l'opera criminosa dei guastatori. Spezzarono le arche, cacciarono le mani nella poltiglia che l'acqua marina, penetrando nelle tombe per infiltrazione, aveva prodotto, associandosi alle materie dei corpi decomposti. Ingannati da un frate, che (piale ostaggio doveva guidare la loro cupida ladroneria, rubarono pochi ossami, credute reliquie dei S.li Ennagoni e Fortunato. Sfondarono le porte dei monasteri posti sulle isolette, violarono le monache, rubarono gli arredi e gli apparati, le immagini bizantine, inchiodarono sul tronco di un albero, onde apparisse l'enormezza dello sfregio, una mitra arcivescovile, e partirono avendo spogliato santuari e case e sino un crocifisso del suo fusciacco di seta azzurra, ricamato con puro oro levantino. Popone consegnò la città ad un presidio di truppa e ritornò con si vergognosa ed iniqua vittoria in Aquileia. ZiQBA GRASSO 00 La sua ciurmaglia lo seguiva nei peatoni cantando : Christus vincit, Christus regnai, Christus imperai. Appena il popolo Veneziano ebbe contezza del fatto richiamò il doge Ottone ed il patriarca Orso, che giunti a Venezia ed armata una flotta, fecero vela per Grado, cacciarono le guardie di Popone, s'impossessarono delle torri e fecero scolpire sulla porta maggiore i seguenti versi : Ibis portas jussit Otho dux neetere ferro pondere prò ferri eapiat sibi premia regni.1) Papa Giovanni IV, saputa la infamia commessa dal prelato aquileiese, cedendo alle istanze dei Veneti, ripublicò un'altra bolla che rimetteva Grado nei suoi antichi diritti e dichiarava carpita con arti subdole la decretale anteriore. Popone cagionò più tardi l'ultima rovina alla città che aveva già quasi distrutta. Durava l'interregno del 1042, che precedeva la nomina del doge Domenico Contarmi. Noi dobbiamo attentamente considerare questo momento storico in cui per molti impulsi si accrebbe la somma degli odi e delle inasprite passioni che degradavano e sbalzavano dal seggio i principi veneti, se vogliamo scoprire il preannunzio della soppressione della cattedra gradese e il principio latente della decadenza di Grado. ' 'itone, dopo il suo ritorno dall'Istria, poco si mantenne al governo. Una di quelle fazioni che conturbavano Venezia e la stordivano con le arditezze, invase il palazzo ducale, proclamò decaduto il doge, e fattogli radere barba e capelli, selvaggia punizione riserbata dai Germani ai traditori, lo confinò a Costantinopoli. A capo della lega stava Domenico Llabanico, doppia figura, che una versione dipinge per rigido difensore delle ') M. Sanuto, Cronaca Veneta, Vita dei dogi, It. CI. VII, Cod. 800, carte 55. prerogative popolari, dove altri lo mostrano anima triste, che aveva calore solo per le vendette. Restò oscuro il motivo del bando, e nessuno osò strappare il segreto agli orditori della trama; si pretende che la gelosia delle dovizie e delle grandi aderenze degli Orseoli, imparentati con re S. Stefano d' Ungheria*e con l'imperatore di Oriente, nobilmente si mascherasse della necessità di assicurare la istituzione republicana, minacciata dalla crescente potenza di una casa dogale. Ma altri asseriscono che gli Orseoli, anzi il doge ed il patriarca, avessero concluso un patto segreto con Popone per cedere Grado ad Aquileia e compiere l'alto tradimento onde, soppressa laggiù la sedia, si potesse trasportarla a Rialto, concentrare cosi i poteri, dividendo in famiglia ledile supreme cariche cii uno stato, non più glorioso della popolare libertà, ma schiavo c corrotto dal bizantinismo dei maggiorenti. Ci ripugna fare il processo alla polvere dei morti e condannarli, per via di cavillose induzioni, nel nome e nella memoria, inquantochè senza irrefragabili prove il tardo giudizio è quasi sempre ingiustizia. Da quell'ora funesta in cui i patriarchi di Aquileia non si appellarono ai monarchi, pitoccando un aiuto, nè presentarono piìi i loro diritti sul tavolo giallo dei Concili, ma vollero sostenerli con la violenza ed il sangue, da quell'ora cominciò a suonare l'agonia per l'antistite gradese; difatti egli si allontanava spesso e lungamente dalla sedia, amando vivere sicuro in quella Venezia, la (piale, per giudizio de' più astuti consiglieri, l'accentramento dell'autorità ecclesiastica non voleva avvenisse per effetto di una legge intempestiva, ma bensì il tempo e le circostanze ne dimostrassero la necessità, essendo sua massima politica, che al popolo non bisogna mai gettare le frutta acerbe. Anche senza il sinistro disegno attribuito agli Orseoli, prima che venisse trasferita definitivamente la cattedra, i metropoliti isolani avevano trasportato la residenza nel palazzo S. Silvestro. Erano già caduti in tale povertà, che Domenico Cervoni domandò a Gregorio VII la elemosina, poiché malamente viveva coi soccorsi delle plebanie e dei monasteri. Mancava soltanto alla nuova residenza l'apostolica sanzione : gli avvenimenti la prepararono tosto. Nel ti62 era doge Vitale Michiel II, quando Voldarico patriarca di Aquileia, della nobile famiglia dei conti di Treffen, con buon nerbo di gente raccolta insieme dai feudatari friulani, occupò a tradimento Grado, rinnovando le gesta dei suoi più audaci predecessori. Giunta la nuova al palazzo ducale, si volle punire le insolenti provocazioni degli ecclesiastici e dei conti del Friuli ; il doge salpò con una grossa coda di navi, scegliendo un nerbo dei piti destri e coraggiosi marinai ed un grosso numero di fatua, che si erano offerti spontaneamente; una galea vi uni anche Chioggia, che già nel X secolo era corsa in aiuto ai Gradesi. Circondò l'isola, ed entrò per la bocca del porto, ordinando di alzare le vele perchè servissero di scudo alla ciurma. Ditale l'assalto alla città, se ne impadroni e ritrovò nel palazzo il patriarca aquileiese con i suoi dodici canonici, che trasse prigionieri nel proprio legno per condurli a Venezia. Voldarico supplicava per la libertà, prometteva di pagarla a sacchi tli monete della sua zecca; aveva vergogna dì affrontare il popolo che lo attendeva a San Marco. Vitale Michiel non ascoltò le preghiere: inesorabile, amò castigare l'orgoglio e perpetuare il ricordo del fatto. Una piccola gondola rostrata porto la buona novella a Venezia. Pochi giorni dopo il doge al suo giungere in Venezia trovò tutta la cittadinanza che lo attendeva: si erano vuotate le case, chiuse le botteghe a Rialto, a S.1-' Maria Formosa, a Castello, da per tutto. Le sponde, le fondamenta ed i ponti pieni di gente, un suolo mobile di barchette si serrava intorno alla sua galea. Disceso a terra il principe con i prigionieri, scoppiò un'acclamazione dai petti che si sentirono liberi d'odio. Uno dei più tormentosi nemici era là, tra loro, in mano della nazione che doveva punirle). Comperò Voldarico la libertà accettando il duro patto impostogli di mandare ogni anno, il giovedì grasso, anniversario delta sua sconfitta, un toro e dodici porci, onde i Veneziani rivedessero nello strano tributo il patriarca ed i dodici canonici vinti e catturati nell'isola di Grado. L' arte dei fabri ferrai e quella dei casse/eri ebbero i primi onori nell'annuale solennità, istituita per ricordare al popolo che doveva impegnare sè stesso nel difendere San Marco. La mattina del giovedì grasso uscivano le due fraterne, armate di scimitarre ed alabarde, precedute dai gonfaloni e dalla musica; si recavano in piazza, dove data la caccia al toro gli si tagliava la testa e macellati i porci se ne distribuiva la carne ai poveri. Quindi il corteggio accompagnava il doge alla sala del Piovego per atterrare i castelli di tavola, che rappresentavano le fortezze friulane. Era brutale la costumanza, ignobili i simboli che ricordavano i vinti, ma un alto concetto traspariva da quella festa popolare: volevasi esercitare la forza nei figli perchè crescessero difensori della patria, e corpi robusti ed anime gagliarde sentissero l'orgoglio di ogni nuova vittoria.1) *) A Grado, sino a trent'anni fa, usavasi il giovedì grasso far correre per le vie un toro, affidato ai beccai. S. Scaramuzza: De omnibus rebus et de qtlibusdam aliis ecc., Padova, Tipografia alla Minerva, 1878. Si consultino inoltro gli articoli dello stesso autore, per la storia e costumi di Grado nel-l'Isonzo, anno VI, Gorizia 1S76, n. tS; nel Cornar Vendo di Padova, ii-, 346 e seguito, maggio 1S74; nel Corrieri- di Gorizia, anno VI, [888, n.i 122, 127, 128, 130; nelle Pagine Friulane, anno li, n.i 3, 8, 10, li. jSSq; Opuscolo per le nozze Jogazzaro-Koi, 1SS8, Venezia, Tip. Commerciale. ZI or, A GRASSO Il Patriarcato gradese si avviava intanto alla sua estinzione. Alessandro 111, nel ii/S, legittimò la residenza a S. Silvestro, dichiarata demo la mala impresa di Voldarico, asilo di sicurezza. Per tre secoli alcuni piccoli contrasti con qualche pastore suffraganeo ed altre miserevoli dispute coi vescovi di Olivolo turbarono la serenità del decrepito ministero spirituale. Quindi, nel 1451, morto Silvestro Michiel, ultimo (.Iella serie gradese, papa Nicolò V soppresse l'antica cattedra ed istituì quella di Venezia. Furono i mitrati tedeschi di Aquileia a gettare troppo presto con la loro prepotenza il Patriarcato isolano in braccio a (|uella Venezia, che tutto doveva assorbire e tutto rendere fattore inseparabile della propria possanza. Non riuscirono a ridurlo in propria servitù ; ma esso sparì lasciando i propri privilegi in eredità alla maggiore basilica del mare veneto, confidando all'archivio del Seminario alcune carte, sfuggite alla rapacità degli uomini e del tempo : carte dolorose, piene di angoscia, alcune latine esclusivamente utili alla chiesa, ed altre, che, pure in latino, narrano le crude vicende del popolo di Grado, abbandonato per sempre alla povertà.1) Non poterono godere di quella scomparsa i metropoliti avversari. Le rivolte improvvise o preparate, i gucrreggiamenti con una 0 l'altra città, gli odi che duravano trai feudatari riottosi e la brama di estendere i propri limiti, ch'era meta ') Il Patriarcato gradese durò otto secoli : ebbe princìpio con Antonino nel 727 e terminò con Domenico VI Michiel, eletto l'S gennaio 14.15, morto nel 1451. Dei sessanta mitrati, che occuparono la sedia, i primi 2(> abitarono in Grado, gli altri 34 risiedettero a Venezia; si recavano però spesso nell' isola ad assistere alle funzioni maggiori della cattedrale dei Sai Ermagora e Fortunato. principale degli stati vicini, andavano preparando anche la loro fine. Treviso, che pur si giovò del loro aiuto, Venezia, che combattendo contro di essi li ebbe compagni in alcune imprese, e Padova e Brescia e Milano e i conti di Gorizia e i Savorgnan, i da Camino, tutti ne desideravano la rovina. Il pontefice si era mostrato ostile alla signoria tedesca della chiesa aquileiese, ed aveva tolto al Capitolo il diritto di elezione e cominciò a mandare i prelati da Roma o da Avignone. La grandezza secolare del principe aquileiese volgeva addirittura al tramonto. Nel 1420 i Veneti avevano sconfitto in battaglia il patriarca Lodovico l'Ungaro; gli accordarono per grazia le torri di S. Vito e di S. Daniele, abolendo la sovranità patriarchina.1) La nutria aquileiese divenne feudo ecclesiastico delle famiglie patrizie veneziane: gli arciduchi e gli imperatori protestarono invano alla corte di Roma: Venezia non aspettava che il patriarca fosse morto che già gli aveva dato in suo vivente un coadiutore con l'aspettativa alla successione. Così il Patriarcato aquileiese ridiventò italiano. Rimase ancora per tre secoli sul trono patriarcale uno scheletro coverto dal pallio d'oro: nel 1751, istituiti i due arcivescovati di Gorizia ed Udine, sparì anche quel vano simulacro. Aquileia, già vuota di gente sin da quando i presuli trasportarono la loro residenza in Udine, era interamente decaduta. La vasta basilica nuda di ogni ricchezza, sembrava solo cimitero di prelati. Ladri volgari predarono gli oggetti preziosi, le storiche reliquie, e cercarono tra le ossa l'anello di quei guerrieri, che alla morte si erano presentati negli abiti e con le insegne episcopali. J) Questo pastore, che fa uno dei migliori, visse gli ultimi giorni in esilio volontario su quella terra che col tokai gli ricordava la vite friulana trasportata in Ungheria dal suo antecessore, Pertol'Jo. Commemorazione del Patriarcato aquileiese nel duomo di Cividale. (Quadro di E. Scompanni.] ZIOJiA CRASSO I07 Del ricco patrimonio non esisteva più nulla: gli ultimi patriarchi, stretti dal bisogno, avevano impegnato i diplomi imperiali fregiati da pesanti suggelli d'oro presso alcuni usurai toscani.') Dura soltanto l'uso, che il giorno dell'Epifania, nel duomo di Cividale, un diacono comparendo con il capo coperto da un elmo a lunghe piume bianco-rosse, ed armato, vuol ricordare lo scomparso dominio degli ecclesiastici della spada. 'j Giuseppe Girardi, Storia fisica del Friuli, S. Vito, tip. Pascatti, 1841, pag. 46. / / IL CONTE DI GRADO Impoverimento della città — / Gradesì vogliono emigrare — Podesteria veneziana — Uffici del Conte — Gli statuti cittadini — Rettori valenti e inetti — Un documento curioso. L'orgoglio di un popolo non proviene soltanto dagli illustri fatti che esso ha dato alla storia, ma anche dalle afflizioni stoicamente sofferte; chi non può mostrare una grandezza conquistata è ugualmente felice e superbo se guardando al rimoto orizzonte può dire di non avere avuto vili natali, se altre viltà non lo disonorano e se la sua miseria ò effetto di assidua congiura degli uomini, del tempo e della natura. Grado fa ricordare quella leggenda che racconta come mia nave carica di uomini e condannata alle ire dell'Egeo, sbattuta dalle tempeste, arenando si pietrificò c divenne città, che alle nuove generazioni attestava soltanto le dolorose avventure dei padri. I Gradesi nel 1300 erano padroni di tutte le barene e velme sparse dallo sbocco del Tagliamento a San Giovanni di Duìno, e potevano liberamente sfruttarle ad utilità agreste; ridurle per lo meno in campi di fava e di cipolle; potevano anche pescare in qualunque sito: chiudere le valli, serrare le foci dei fiumi, dove nel rimescolamento delle correntìe, si associavano i pesci dolci ai marini.1) Ma la provvida legge ) Il Senato accordò ai Cradesi di poter pescare dalla foce del 'ragliamento sino a San Giovanni di Tuba. (Relazioni degli avvocati fiscali, Miscellanea Veneta, Bibl. Marciana in Venezia, CI. Vili, Cod. 1008.) che sanciva la legittima proprietà del fondo usurpalo al mare e posto a coltura, non bastava a scongiurare la crescente miseria, ne la distruggeva quella libertà ampia, senza restrizioni, ili pesca con qualunque istrumento e di caccia con la balestra. TI rassodamento delle paludi costava la vita e costava la vita l'avvicinarsi alle rive, dove le guardie del vicedomino aquileiese facevano rispettare il diritto maesta-tico dei feudatari portato arbitrariamente sino alla laguna. L'assenza del patriarca aveva diminuito e reso molto più raro il concorso dei divoti alle spettacolose funzioni ecclesiastiche di S.t:i Eufemia e di Barbana ; ') le inimicizie perpetue con i vicini mantenevano un largo raggio di terrore intorno al paese. Le minori isole del Dogado, in epici torno di tempo, non erano abitate che dalla casta inferiore, da quella che con vocabolo romano fu detta plebe. Ma fosse pure la povera gente rimasta a Grado carne da fatica e da patimento, essa non poteva durare in una lotta contro elementi incombattibili. Le terre, anche dette tombe, che sporgevano dal vasto impaludamento, si erano ') Era regola ecclesiastica che tutti i vescovi e prelati suffragane! dovessero visitare annualmente nel giorno dei S.ti Ermagora e fortunato la propria chiesa metropolitana. I vescovi al momento della investitura giuravano di rispettare l'obligo di questa visita. In uno strumento del 1240 vien detto «che il vescovo di 'Porcello cede alle monache di S. Cipriano 1'isoletta di Sant'Antonio eremila, per edificare un chiostro, verso l'annua contribuzione di due ampolle di vino, octo solido*, c una stuoia per suo benefizio nel viaggio che faceva annualmente alla volta di Grado, affine di solcnni/.zarvi la lesta di S. Ennagoni». Nicolò Battaglir.i, 7o/rollo antica e moderna, Venezia, Ti]), del comm. di Marco Visentini, 1S71, p. 50. Naturalmente, fattisi i tempi pericolosi, i pastori evitarono il viaggio con iseuse o cercarono di farsi rappresentare alla funzione, che lini col perdere I' imponenza e la solennità dei primi tempi. Esisie in proposito una sentenza arbitraria del dicembre 1237 che accorda al vescovo di Castello di mandare un suo nuncio, ma ogni tre anni faccia la visita in persona. Veggasi Giacomo Gregori, Notizie succinte deli origine, religione, decadenza dell'isola e citta di Grado. li Istria, anno V, n. 9 e seguenti, Trieste, 1S50. coverte eli folte e selvagge cresciute di alga, che il'estate marciva a fior d'acqua e che le onde ricacciavano nei canali. Il paesaggio squallido, vuoto, era divenuto luogo malsano, da cui si levava una effumazione che uccideva con le febbri violenti chiunque osasse invadere quel cimitero marino. Anche in tempo di pace il signore mitrato di Aquileia stringeva d'assedio la metropoli rivale: teneva chiuse le vie presso la foce dell'Isonzo, dove i pescatori andavano a far legna, ed appostava i propri sgherri a custodire i serbatoi dell'acqua piovana mandata da Dio nei fossi della Centenara. A Grado mancavano talvolta i viveri; la popolazione *i nutriva di pesce salato e di lumaconi raccolti sui muri diroccati. Alla reggenza del tribuno era succeduta quella del gastaldo, a questa subentrò nel XIII secolo la podestaria del rettor veneziano, il conte di Grado.1) Era durata troppo a lungo la prova ed i Gradcsi pensavano di emigrare ; sicuri che avrebbero trovato terra meno ingrata al loro braccio ed al loro cuore. Dal giorno che gli esuli avevano cercato rifugio su quello scoglio, la pace non si era fermata mai nelle loro casucce : da una parte l'acqua del golfo veniva ad allagare le chiesette ed a distruggere le opere difensive, dall'altra le orde longobarde, te ciurme ladrone dei patriarchi erano piombate per incendiare i presepi della miseria, distruggendo ai figli del mare [c reti, i remi e le vele. Doveva esser giunta, in mezzo alle famiglie costernate, la proposta di Enrico Dandolo, che consigliava il trasporto della Republica a Costantinopoli, per sottrarre i cittadini dalle aggressioni de' nemici, tra' quali, primi, i presuli d'Aquileia, l) La più antica istituzione di una podestaria, onde si abbia contezza, è quella di 'Porcello, che data dal 1197; poi quella di Chioggia del 1211. Vettor Sandi, Op. cit., Voi. Il, 1'. 1, pag. 534. 114 LAGUNE DT GRADO c per fuggire la costante insidia del mare, che aveva ingoiato le isole di A miniano, Costanziaco e Malamocco.1) Se il Gran Consiglio si lagnava del travàglio dato dai patriarchi alla Republica, potevano con ben maggior diritto dolersene i Gradesi. Questi co' propri occhi avevano veduto sommergersi l'isola di Bibione e gli abitanti fuggire, appena a tempo di salvare la vita. Ma forse è vero che l'amore è più forte c piò costante del timore e che anche la sventura incatena alla terra in cui si è nati. Quei di Grado non emigrarono ; benché spesso venissero gettando la minaccia di abbandonare il paese, allorché il conte metteva in forse i privilegi antichi, che la Serenissima aveva man mano accordato alla povertà rimasta sopra quel lido.-) # Il conte di Grado veniva scelto tra i nobili del Maggior Consiglio. Il primo del quale si abbia notizia è Gabriele Barbarigo, che assunse la reggenza nel 1266: era elettore ducale.3) Non vi ha esempio in alcun governo di un magistrato che fosse nel tempo istesso podestà, gabelliere, giudice ed ') Dopo questo proposta, fatta nel 1204.05, i cronisti Barbaro e Savina assicurano che un'allra venne messa a pariito dal doge Pietro Ziani nel 1224-25, ma la notìzia è accolta con diffidenza, benché nessuno abbia potuto provare che siano inventati i discorsi del proponente e del procuratore An/.olo Fnlier, anziano del Consiglio, le cui commoventi parole guadagnarono un solo voto di maggioranza, che bastò a fermare i Veneti nelle loro isole. Tomaso Te-manza, Op. dt., pag. 45. '-') Veggasi la ducale del doge Andrea Gl'itti al conte Andrea barbo, 3 novembre 1525> nl cl'i ^ detto che avendo il daziario di Venezia, imposto il dazio al pesce salalo di Grado, toglieva a quella povera gente la. sola industria, onde i nunzi dichiararono, che ove non sia. provveduto * li convenir» abbandonar il luogo». Archivio di Grado, Grazie e Privilegi della Comunità, carte 17. :l) Codice latino, CI. X, n. XXXVI del secolo XIV, Bibl. Marciana di Venezia. il. conti-: Di GRADO ut amministratore. Durava in funzione sellici mesi e prima ili prendere possesso dell'ufficio giurava di mantenersi onesto e saggio; di giudicare secondo l'uso della terra, e, se gli mancasse la pratica, di obbedire alla propria coscienza. Rispetterà i consigli c gli ordini del signor Doge e del Consiglio di Rivoalto, vigilerà non avvengano frodi, nò contrabbandi e non circolino monete false; vieterà i giuochi d' azzardo, sequestrando il denaro al vincitore, restituendolo al perdente: non dormirà, non pranzerà fuori del palazzo, non farà commercio clandestino con soci a danno della Republica. Invierà ogni mese la cassa a Venezia; assieme ai conti; terrà in custodia le chiavi delle porte della città.1) Riceverà dalla, Republica lire 450 di piccoli all'anno ; dal beccaro tutte le lingue degli animali macellati, dal conduttore del dazio ogni anno paia sci de Mazzorinì buoni et grassi al tempo debito.-) ') Commissio Potestatis Gradi, dal capitolare clic va dalla fine del 1200 ai principio del 1300, con aggiunte scritte nel 1318. Commissioni, Registro I, C. I e seguenti, Arci), di Slato in Venezia. ?) Provv. e Sopr. alla Camera dei Confini, l'usta 210, c. S6, Arch. di Stato in Venezia. Pa durala della carica più tardi venne ridotta ad un anno, Nel XVI secolo il conte reggeva per sedici mesi, ma con le sopra citate istruzioni; veggasi la commissione del 1523 del doge .Andrea ( ì ritti a Giovanni Francesco Ihillin: * olimi q user enti rati onem, facies sceuudum usuin dieta; terra1, ubi vero defecerit secundum bonaitt conscientiam facias, et judi-Cabis. Y'indielain malelieiorum CUCI Consilio hominum dieta: terra fecìssct condemnationis.» Il conte Pier Francesco Malipiero nel gennaio 15S0 scrive al Senato * che bene e proficuo sera, fosse statuido un salario conveniente, essendo pochi li ducati venti al mese, che il detto Reggimento si dovesse fare almeno per due anni, acciocché i savi Rappresentanti potessero maggiormente esser fatti capaci di tutte quelle cose che in eletto luogo s'aspettano al beneficio publico ». Un decreto del Maggior Consiglio dd. 27 decembre 15S0 stabilisce che al conte di Grado venga aumentato il salario di dicci «lucati, «si che habbia per l'avvenire in tutto ducati trenta al mese». (Dal Libro Krigcrius a carta 75 tergo |esistenle nella Cancelleria ducale.) Arch. di Stato in Venezia, Arch. della Compilazione delle leggi, Jkista n. 21S, marcata G, US LAGUNE Di GRADÒ Dovrà tenere sci servìtores ben armati, dei quali uno sia il cuoco, e questi non devono avere meno di venti anni e non più di sessanta. Gli si affidava il comando su tutte le barche dei gabellieri e su quelle di fazione in spionaggio politico, sparse dalla foce del ragliamento a San Giovanni di Duino. I capitani di galee, deputati alle scorrerie del golfo, dovevano nel 1270 e forse più tardi ancora, obbedire a' suoi ordini.-1) Quando i primi conti provveditori si recarono a Grado, la città ducale era tutta intenta ad ordinare il sue) corpo di leggi : riformava il Consiglio, istituiva i Pregadi, i Tesorieri, i Camerlenghi, l'Avvogaria del Commi, le Preture, i magistrati del Piovego, moderava la potestà del doge, creava la Camera degli Imprestiti. Grado non aveva leggi scritte, e si regolava col diritto consuetudinario. A Venezia ogni moto, ogni rivolta, ogni lite, ogni impresa, la floridezza del commercio, le crisi politiche, tutto spingeva a sviluppare una legislazione atta ad infrenare l'avidità delle ambizioni, l'ingordigia della ricchezza, a stabilire regolati rapporti sociali, a raccogliere nel pugno della nazione i maggiori diritti, In suprema autorità e la, forza.. Nel piccolo asilo i costumi legali erano invece nella coscienza e nelle abitudini : le cause venivano risolte dalla testimonianza dei vecchi, ossia dal giuramento di quella veneranda corte di giustizia. Per la natura dei consessi popolari, che a volte erano riunioni annonarie, a volte comizi di municipio, in moltissimi casi il conte non aveva che un simulacro di potere. L'isola dipendeva bensì da Venezia nelle cose d'interesse generale, ma conservava propria autonomia. ') « Capitane! et custod.es deputali ad guardiani culli debeant esse et guardare ad comitem Gradenscm et ipse eos mittere possit et tacere stare sicut ei videliilur. 2 marcii 1280»; Prof. A. S. Minotto, (ohi. Il, 171, Ada et Diplomata e A'. Tabularlo Veneto usane a/i medium seminili XV sumtna-tini regesta, Veuel.iis, Typis Ioli. Cechini, 1S70. II. CONTI'. DI GRADÒ HO Nel secolo XIV si compilarono gli statuti gradesi; e venne mantenuta la invidiabile indipendenza paesana, essendo libero ai comuni di ommettere quella parte della legislazione generale che non confaceva alle convenienze particolari ed era pur libero di far qualunque cangiamento ad uso e beneficio proprio, ') La nominante rispettava gli statuti cittadini, prima di tutto perchè non contrastavano al suo diritto e poi perchè collettivamente concorrevano a tonnare il codice della felicità della nazione. Bastava ad essa il convincimento, che le famiglie, regolandosi nella loro miglior maniera, prestassero spontanea e grata obbedienza alla legge impostasi volontariamente, e che in fin dei conti venisse con ciò liberata da •aire ed attenzioni e vigilanze minute, le quali talvolta diventano odiose. 11 libro delle costumanze legali di Grado era breve: conteneva norme di eleggibilità, regolamenti di cariche, definizioni di incombenze, provvedimenti di polizia, ammende e pene per reati, che si potrebbero dire domestici, ossia specialissimi per il luogo. Rozzo nella forma, palesava l'orgoglio della sovranità popolare nella compilazione imperiosa e secca: facile scrittura ed energica, senza ambiguità, fatta per la. intelligenza di pescatori che non vivevano in un ozio sterile, ma erano condannati ad uno sterile lavoro, e tanto più volevano intendersi presto e campar quieti e sicuri. Le poche pagine di quel manuale di vita civile non provvedevano a tutte le contingenze sociali, e però veniva ingiunto al conte « trattandosi di casi non contemplati di ricorrere a casi analoghi, mancando questi, agli usi, mancando anche gli usi alla ragion naturale». Era, il conte, come si vede, (piasi sempre un semplice esecutore della volontà statutaria, ma talvolta doveva costituirsi legislatore per il fatto immediato e non previsto. ') D. Manin, Giurisprudenza lagtttU) Venezia, Tip. Anlonelli, 1847 Veneta, nell'opera Venezia >' le sui Voi. 1, pag. 288. t?.ò Lagune ih gra!>ó Gli accadeva più volte di trovarsi in conflitto con il Consiglio, il quale protestava e dalla capitale otteneva quasi sempre ragione ; cosi, mentre non poteva dirsi grato e facile il suo ufficio, era forse di troppo breve durata. Aveva appena il tempo di acquistare le cognizioni necessarie al ben governare, le quali meglio si apprendono nei piccoli luoghi dalla confidente comunione coi cittadini, che giunto al termine della reggenza, doveva consegnare le chiavi al successore ed andarsene accompagnato da un buon saluto o dalla tacita riprovazione, che si manifestava lasciando vuote le rive al momento della sua partenza. Ma il tempo limitato, con accortezza, lascia tanto più facilmente scoprire la valentia dei magistrati; scorrendo quei volumi di documenti che ci conserva l'Archivio di Stato in Venezia, distinguiamo subito il podestà energico, attivo, oculato, previdente, da quello che, semplice congegno della macchina dello Stato, obbediva agli ordini e riusciva a mostrarsi nient' altro che un rigido intendente fiscale della Republica. Troviamo l'abile rappresentante, che mette nella popolazione ciò che la legge non ha la virtù di infondere: la vigoria di nuovi pensieri e nuovi fatti ; e troviamo chi porta e trasmette la propria fiacchezza e tutto e tutti immiserisce. Uno lascia le tracce della larga operosità : rassetta gli edilizi, racconcia le strade e i revetìni posti a saldezza degli arzerì e fa si deliberi un contributo per contenere le maree e costringerle a frangersi negli ostacoli prima di giungere furiose contro le rive. Cerca che i sagrifizi equamente ripartiti, spesi per il miglioramento delle condizioni generali, non siano nò troppi, nò permanevoli. Riceve in custodia i testamenti, regola la divisione delle eredità, estende il verbale delle dichiarazioni fattegli a voce dai moribondi, nel breviario, detto anche libro delle agonie. Fa armare due battelli per recar soccorso ai naufraghi ; crea un provveditore del ricupero sopra la roba trovata in mare; arma una saettìa per servizio di corrieri e missive ai Dogi, ai Pregadi, ii. CONTE di GRADO al Consiglio, e vuol rendere impossibile il contrabbando con una vigilanza attenta e perseverante, ordinando la costruzione di barche chiamate codicarìe, simili a epiche che i Romani avevano fatte con tavole e chiodi per scorrere il Tevere e le apposta nelle bocche delle barriere, collocando finalmente alcune spie su alti impalcati, eretti sui fianchi di sabbia pia prossimi ai confini. Prende accordi con gli uomini di Grado per statuire penalità gravi contro spogli o ruberie commesse da forastieri in danno dei sudditi del Dogado ; arma giovani e vecchi, a cui dà morioni, spade, scuri, picche, e pugnali. Esercita la compagnia delle collide, fa persino il cozzone o l'ingaggiatore per la marineria di Oriente. Muove lagni ai conti di Duino, al governatore di Gradisca, cattura bande armate delle limitrofe province che turbano i possessi dei Gradesi e va con pochi arditi alle fazioni notturne. Esce dalla sfera ristretta di capitano municipale, tii pretore, di prefetto, e si sente ministro della Republica allorché la informa di quanto avviene a Trieste o noli' Istria ; avvisa ogni passaggio di navi nel golfo, si procura segrete relazioni a Gorizia; denuncia al Senato il più piccolo movimento di truppe nel Friuli, ogni tentata violazione di confine e cerca di trascinare Venezia ad una guerra sulle rive dell' Isonzo per far rispettare i terreni segnati dai leoni di pietra o per vendicare l'offesa fatta ad un miserabile cercatore di nicchi, sostenendo che l'onore del Dogado sta nel diritto del più infimo suddito, che vive magari, non scritto in alcuna citta, e nato su scanno di fango, coni-preso nello stato delle lagune di S. Marca.1) Contro questi infaticabili reggitori, che volevano cooperare al prestigio e alla potenza della Regina adriatica, fa riscontro la snervata e prudente azione di (pici conti, che registravano i pettegolezzi nel libro del Comune, definivano in palazzo comicamente le baruffe femminili e 'j Le antiche leggi consideravano veneziano chiunque fosse nato Ira l'isoletta Belforte, presso lo sbocco del Timavo a. San Giovanni di Duino, e Cavarzere, prendendosi questi due punti estremi «piali contini del Dogado. 122 cacone dt ('.rado davano la caccia alle misure scarse, credendo di fortificare e di arricchire la Republica (piando avevano fatto pagate scrupolosamente la bollatura a fuoco sui quartaruoli delle biave, sui mastelli del vino o quella col carbone gommoso sulla testa dei bovi e elei castroni. Scrivevano le domande dei Gradesi in forma di questue piagnucolose, ingombrando il tavolo tlci Savi Grandi con preghiere il più delle volte puerili, a cui avrebbe dovuto rispondere il sentimento caritatevole di un protettore e non la ragione del publico diritto. Inquietavano tutti gli Offici di Venezia per la pietà del povero luoco, giungendo talvolta a far ridere gli austeri giudici del Consiglio dei X.1) Fa prova tra i molti documenti anche il seguente atto : Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Patroni Colendissimi Porto vivemente a Vostre Eccellenze Illustrissime linsolenze fattemi alla mia casa da un tal Antonio Cobo da Grado, col dir ') Marco Sanudo conte di Grado (1539), accusa il cancelliere Doimo da Spalato, «il quale per esser di mala natura et povero va giorno e notte a mangiar et durmire liora da uno et hora da un altro di questi del luoco non haveudo lui il modo da durmire et perciò mostrandosi partiate, palesando il tutto con chi gli piacesse prima, che fossero inviate le lettere... et anco nel'administrare Giustìzia Civile et Criminale pallesando il tutto alle parti per l'ingordigia del guadagno el nuda natura, della (piale è pallese alla citta di Spalato». Arch. di Stato in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera, dei Conlini, Pasta 11. 211, frinii e Grado, Busta n. S. Il conte Marco Milazzo, Grado 27 settembre 1670, accusa Giacomo Marches;in detto Bimbìli, di non aver voluto adattarsi ad una sentenza in materia civile e di essere uscito in offese e parole indecenti contro il cancelliere e il coadiutore, minacciando il primo di bastonate. Mancò pure di rispetto al conte che fu obligato a dirgli « che vadi fuori della sala. Costui è un pescatore, ma fa il mcrcadante, et è uno di giudici e satrapi di questo luoco, huomo perfido e seditioso, solito per quanto intendo strapazzar tulli e lino li Rettori. La giustizia di questo miserabile Reggimento non ha forza nò modo di reprimere la di lui audatia. Lo rappresento humilmente con tutto candore ai prudentissimi riflessi di Vostre Eccellenze per le proprie necessarie deliberationi ». Arch. di Stato in Venezia, Capi del Consiglio dei X, Lettere di Rettori e altre Cariche (Dogado) dall'anno 1505 al 1790, Gambarare e Grado, busta n. 76. hauna naia Dona dicasa mentre era. al balcone p.... busarona et altre paiole nefande, questa è dona da bene che si contesa et si comunica. Suplico Vostre Eccellenze Illustrissime ha non per meter, che le case de soi nipresen tanti siano stia passate, per che qui sono delle persone insolente, che non portano rispetto aniuno, stani aspetando da Vostre Eccellenze Illustrissime la formacion del proseso, et a Vostre Eccellenze Illustrissime vivemente melinchino. Grado li 8 novembre 1045. ALVISE BARBARO Conte di mia propria mano con giura mento.') Per apprezzare questa denunzia, rispetto al tempo ed ai fatti gravi che si svolgevano per il Dominio, basterà ricordare che essa giungeva nella sala d'arme del Palazzo lineale mentre i Dieci inquirivano sul disastro di Candia, sugli inconvenienti prodotti dalla rivalità dei comandanti, (piando quell'isola era già in mano dei Turchi. Venezia tentava l'ultimo sforzo deliberando di mandare il Doge stesso a capo della flotta; si allestivano le galeotte in arsenale e davanti alla Piazzetta: non si pensava che alla guerra, non si lavorava che per la guerra. Il tesoro era esausto ed il Senato stava ordinando di portare alla zecca tre (piarti dei vasellami d'oro e d'argento posseduti dai cittadini. L'istriano Biagio Giuliani era saltato in aria coi nemici dando fuoco alle polveri della fortezza di S. Teodoro in Canea! ') Ardi, (ti Sialo in Venezia, Capì del Consiglio dei X, Lettere di Rettori, Busta N. 70. Vili. AD SONUM CAMPANA // palazzo del rovi une — Le selle easade — Consiglio e Magistrati —I privilegi, — l? arengo — Una puìliea adunanza — Vita municipale — / bandi del coinanclador — La euria dei giustizieri: condanne notevoli. Chiamato dalla campana e dal banditore il Consiglio di Grado si raccoglieva nella sala del Palazzo di città, posta sopra il Fon./ego.1) L'aula dove si svolgeva la vita publica e si trattavano gl'interessi di tutti, era vasta e poteva contenere quanti pescatori convenivano alle radunanze straordinarie, dette pomposamente dai magistrati veneziani, le concioni de tota uuiversita/e Gradi, Aveva il soffitto a travate spesse e curve come il corbame di una barcaccia; le finestre ad arco schiacciato, guardavano sopra un liagò o pcrgolo (li muro a tetto. Alla parete principale pendeva il crocifisso delle processioni, proprio sopra il cosiddetto tribunale o stallo del provveditor. Lungo i muri stavano i banchi dei consiglieri. Una parte del palazzo serviva di abitazione al conte, il quale per onore specialissimo aveva privato oratorio, in cui tutte le domeniche ufficiava il pievano del ') Ne fa prova il libro delle sedute con la seguente premessa in. capo ai protocolli : « Convocatimi et congregatimi fuit Consilium Nobilium Gradi in salla palatj super ['aulico de Mandato Magnifici Domini Comitis et Specta-bilium IJominorum ludicum ad sonimi Campane et preconia voce ecc. ecc.» 128 ACINIO 1)1 GRADO Reggimento.1) Al pianterreno, in fianco al Fontego, trovavansi la cancelleria e l'archivio comunale. Sul portone erano murati due scudi: il leone in maestà, stemma del Dogado, e la torre merlata del Comune. Onci di Grado vogliono, che i francesi nel [812 demolendo Fedilìzio per costruire il forte Palazzotto, distruggessero la casa che il doge Pietro Orseolo aveva fatto erigere per proprio uso, quando ritornò vittorioso dalla guerra coi Narentani, cioè in principio dell' undecime secolo, fatta quindi sede- municipale; ma il disegno, che ci tu conservato ila una famiglia, combatte la tradizione e dimostra la fabbrica meno antica. ') Nel 1550 la cappella podestarile venne distrutta e il conte Giovanni Hall. Corner con lettera 12 «leeonilire 1070. domandava al Consiglio dei X il permesso ili ricostruirla perchè « si vedeva sotoposto ad un grandissimo incomodo ed era obligato massime ne' giorni festivi rimaner senza, la Santa Messa per cagion de' sinistri tempi e per la. lontananza di cadauna Chiesa da questo Palazzo». .Arch. di Stato in Venezia, Capi del Cons, dei X, Lèttere di Rettori, Busta n. 76. È pure voce popolare che il Consiglio venisse eletto dalle sette case patrizie, dette anche le famiglie della balla d'oro, le quali per avito privilegio si tramandavano il diritto di possedere le cariche supreme. Formavano queste i Burchio, i Corbatto, i Degrassi, i Marchesan, i Manin, i Maria ed i Merlato. Troviamo costituita anche in Grado quella classe di nobiltà, che si distingueva a Venezia col titolo di cittadinanza, e sedeva in Consiglio occupando gli uffici maggiori. Probabilmente dapprima furono le sette famiglie a porre le fondamenta di questa aristocrazia, che venne poi estesa dalla nobile Rappresentanza a chi aveva i titoli necessari per conseguirla, fra' quali la prova di essere originario di Grado, figlio di matrimonio legittimo e di poter vantare servigi resi alla patria dall'avo in giù. Più tardi si fece uno strappo alla legge e s'introdusse l'abuso ili accogliere facilmente chi con brighe sapeva assicurarsi la protezione ilei consiglieri.1) È ignoto se anche; a Grado, come a Chioggia, a Murano ed a Zara, i cittadini eletti alla nobiltà consigliare acquistassero per quel fatto la cittadinanza originaria di Venezia e potessero quindi aspirare a tutti i ministeri del governo, specialmente a quello della Cancelleria ducale, chi; era a parte dei segreti di Stato. ') Il conte di (libido Francesco Maria nella sedata, del 26 de-cenabre 1560 per ovviare «che alcuni popolari anzi moderni abitatori» riescano a, farsi nominare cittadini nobili del Consiglio, <-ed a. provvedere che se mai alcuno pretenderà, di porsi a questa prova, l'abbi ad esser eletto eoi voler e parer della maggior parie dei cittadini e non col consenso di 25 o 30, come alle fiale si suol fare delle cose di questo Consiglio», dispone che ninno possa in odio alle leggi cvehif ballottalo se nel Consiglio non interveranno almeno 90 consiglieri e non s'intenderà rimasto ed eletto, s'egli non avrà in favore almeno li 5/e""délle delle ballotte, con quésto però che ciascuno che ha data prova, abbia a deposilare avanti ch'egli sia ballottato ducati 50 'fi denari contanti all'ufficiti di questa cancelleria, da essergli poi restituiti in caso ch'egli resti al modo sopradetto, ma cascando egli perde i detti denari, i quali siano applicati alla spettabile comunità». I lai I,ibro Privilegi c. 23. !->0 Lagune di grado Il Consiglio gradese si adunava nell'atrio ed entrava nella sala seguendo il conte, dopo l'ultimo tocco di campana ; nei primi tempi chiudevasi la porta e si deponevano le chiavi a piedi del podestà veneziano. La curia dei tre giudici, i due camerlenghi, il comandador ed il cancelliere sedevano su scanni appartati.1) I camerlenghi erano incaricati dell'amministrazione del publico danaro, e dovevano riscuotere le regalie. Il comandador rispondeva della esecuzione delle sentenze pronunciate dalla curia presieduta dal conte, bandiva le leggi, publicava ad alta voce, innanzi al popolo, le terminazioni della Republica, faceva le strida dei beni, intimava citazioni, operava Sequestri, aveva anche la custodia dell'ufficio di sanità: la sua parola era comando. Portava la veste nera, in capo un berretto rosso, con l'impresa della Republica.2) II cancelliere obbediva al conte, di cui era segretario, e per il reggimento trattava le materie giudiziarie, amministrative ed anche militari. Sul banco podestarile veniva deposto di volta in volta il libro dei privilegi. Grado sino da remotissimi tempi godeva grazie speciali, concedute dai dogi e confermate dal Maggior Consiglio, tra cui la esenzione da qualsiasi contributo militare. Nel 1580 fu semplicemente obligata a formare un corpo di cernide, ') .Nessun documento indica il numero dei membri del Consiglio, infuori di quello citato a pag. 129, nota I, e che lo la ascendere a cento; i verbali esistenti notano la presenza alle sedute di venticinque, al massimo di quaranta consiglieri. Tulli i magistrati venivano eletti dal Consiglio, l'ili tardi non si riscontra che un solo camerlengo, eletto dal eonte, (die annui nistrava le rendile e le spese della città. Arch. comunale di Grado, Ilo cunicnti Lorenzo Pizzamano, 10 marzo 1773. ') Questo tocco o berretto venne venduto pochi anni fa, dopo aver servito di trastullo ai bambini nella famiglia del possessore. o milizie territoriali, per difendere il paese in caso di guerra. Fra fuori della barriera doganale; non pagava dazi per le merci ch'entravano nel suo porto, uè per quelle che comperava in Aquileia, in forza di antico patto imposto al patriarca Valpcrto già nell'880, e rispettato poscia dai meno aggressivi suoi successori.1) Poteva liberamente vendere il pesce salato e fresco su tutte le pescherie del Dogado ed ai tre mercati annuali della Motta.-) Ritraeva il sale da Capodistria e Pirano a prezzo bassissimo.:!) Il vino ed il ') Quei di Grado e di ('aorlo avevano diritto all'importazione libera nella Patria del Friuli, Romagna e Marca anconetana,, di fave, legumi, vini, zaladia, biave, e diritto di acquistare nelle stesse province quanto loro abbisognava «perette in dite povere terre non cresce herbu ne biava». Potevano anche ritirar panni dalla Patria del Friuli; Leonardo Lo-redan, doge, informa il conte Angelo Quirini, duce, 1521, *che con ogni angaria, avendo inibito, che altro che una persona non potesse venir dal Friuli a vender panni ed altre merci, essere libero Grado di dazio». Una. straordinaria quantità di ducali confermano i privilegi ogni qualvolta i conti od i daziari veneziani tentavano di introdurre balzelli nuovi sulla bollatala, delle misure o pesi, od altrimenti credevano scadute le grazie. Veggasi la ducale del doge Giovanni Soranzo al conte Biagio Zeno (1314); del doge Antonio Venier al conte Marco Grimani (1382) ; del doge 'l'omaso Moeenigo al conte (ierola.moLomba.rdo (141 5) ; del doge Francesco Foscari al conte Nicolò Dolfin (1423), al conte Maffeo Gradenigo (1450), al conte benedetto Molili (1456) ; del doge'Giovanni Moeenigo al conte Gianfredo Giustiniani (1479); del doge Agostino Barbarigo (1489); del doge Andrea Gritti (1524); del doge Francesco Donato (1549). Veggasi inoltre il volume: Statata, Privilegia, Decreta et Mimerà ima e/m/ ///dieijs See/tris, ad favore;;/. ('omunitatis Capri/lanini; Libi. Marciana in Venezia., It. CI. II, (od. 39, pag. 27. Nel 1650 si permette ai Gradesani, Caorlosi e Maranesi di poter portare sui mercati, esente di ogni vessazione daziaria, anche il pesce comperato in Istria.. '-') Ai mercati di San Michele, di San Martino e di San Nicolò della Motta era permesso unicamente ai Gradesi di vendere satana, proibito a tutti gli altri, anche pagando il dazio, di portarvi pesce salato. :1) 11 nodaro ducale Gerolamo Falipera avverte gli uffici salari dell'Istria di non dare a quelli di Grado e Caorle che il sale necessario alla loro industria, tenendo nota del quantitativo perche di contrabbando * lo conducono ni Trevisana et altrove a danno dei nostri dalij». 132 LACUNE DI GRADO frumento di Trieste e d'Istria, importato nella Patria del Friuli, doveva venir misurato dallo stimatore di Grado per la trattenuta del dazio. ') Tuttavia due balzelli gravavano gli abitanti, l'uno a beneficio dell'arrendatore dell'oste-ria, l'altro a vantaggio del fonticaro.'-) Era quindi il volumetto dei privilegi una seconda legge fatta per rendere mcn grave la esistenza di ([nella popolazione, ma in certo modo poteva dirsi anche il libro che poneva in evidenza le virtù del paese, giacché i dogi ricordavano, con lusinghiero linguaggio, quanto avesse operato a prò della nazione. La storia dei sagrifizf era raccolta nella serie di lettere benigne, che, simili ad una collana di decorazioni, onoravano la storia della squallida cittaduzza. La guerra di Ferrara, le ostilità di Marano, le ultime violenze di Raimondo della Torre richiesero sagri-fizio di proprietà e di vite, ed i Gradesi avevano fatto il servizio pericoloso portando ordini chiusi alle galere veneziane, investendo di giorno le barche nei canneti delle coste ') Lo stimatore per deliberazione del Maggior Consiglio, 5 luglio 135S, poteva, uscito di carica, far parte dello stesso Consiglio; riceveva 200 lire annue di piccoli; era (diligalo a tenere barca e due servi, durante il biennio del suo ufficio. Ardi, di Stato in Venezia, Capitolare Exlimatores Gradii Commissioni, voi. I, c. io, Co. Stimava tutte le merci clic venivano portate nella Patria del Friuli o che da questa si esportavano per l'Istria e la Dalmazia. Veggasi Senato misti, voi. XXXI e XXXVII negli Atti e Memorie licita Società istriana ili Archeologia ecc., Parcnzo, 18S9, voi. V, fase. I e 2, pag. Il) e 75, nonché R. Predelli, Op. cit., Regesti. -) Queste due gabelle subirono col tempo varie modificazioni, sicché mancando la serie continuata dei documenti è diflìcile stabilire la durala ed i limiti esalti della gravezza. Si pagava prima, all'oste mezzo soldo per boccale di vino, ed al fonticaro soldi 22 veneti per staio di frumento, sopra il prezzo fissalo dal Comune, (piando si trattava di lar pane per la publica vendita, e soldi 14 se serviva per uso casalingo. Il dazio vino mulo, come si vedrà, secondo le norme delle aste, e quello del frumento cessò affatto nel 1539! s'introdusse però una leggera gabella sull'olio, grascie e formaggi. Leggasi la nota a pagina 171. per poter sguiseiare di notte tra il nemico e spiarne le mosse, le posizioni, i movimenti. Enumeravano quelle ducali le opere molteplici di coraggio e ila queste traevano ragione per confermare gli antichi diritti, per condannare ogni abuso di angheria daziaria.1) * Il Consiglio di Grado era la più bella e più pura incarnazione del comune . italiano, e le cariche ed il titolo di alcuni ufficiali potevano dirsi reminiscenze romane. I popoli ch'erano discesi con le armi nelle pianure friulane, e rotte le dighe dei difensori, allagarono le terre settentrionali della Penisola, conoscevano soltanto i parlamenti accampati all'aperto, i Placiti per chiedere ed ottenere giustizia, per disciplinarsi alla guerra e distribuirsi i bottini. «Ma vivere in città murate; provvedere al buon governo delle medesime, aver beni in comune, amministrarne, esigerne, erogarne le rendite in commi prò ; aver edili che procurassero agli edifizi, alle acque, alle strade e finalmente scribi che registrassero in protocolli le sentenze e redigessero gli atti dei privati e volontari giuridici negozi dei cittadini, queste erari bisogne intieramente ignorate ai rozzi abitatori delle germaniche contrade.»'-') Con Venezia, figlia di esuli municipi, si ordinò completamente la felice comunanza dei beni e del vivere anche ') I meriti dèi Gradesi acquistati nella guerra di Ferrara e V obligo che loro incombeva di seguir il doge quando prendeva il mare, risultano dalla ducale di Agostino Barbarigo, iS giugno 1490, che suona : «Adierunt presentiam nostrani domini nostri Amadeus C'orza et Nicolao Signano, et Ioanncs de Adamo, Nuncìi istius lìdelissimae comtnunitatis nostrae Gradi, et suplicave-ninl, ipiod et cimi in hello feriariensi, maxima onera, gravissimnque incomoda, et expensns passi sunt ol> continuano missionen barcharum et hominum qui in Grado propter illorum experientiam necessari] crani. Nec non quoties occurrerit. Nos insuper, mare teneantur, dicti fideles nostri propriis impensis Sequi dominium nostrum ...» '-') Capei, Sulla doni inazione longobarda in Italia. C3t lagune di grado dove la povertà non poteva mettere in fascio altro che i propri dolori. Splendido reggimento urbano, che teneva unite tutte le case alla loggia municipale, che illustrò le città e, dove non poteva farsi provveditore di studi e trarre i figli a grandezza, alimentava nel cuore il sentimento cittadino, poneva nel sangue la gelosia della libertà politica e della civica indipendenza. * La istituzione dei municipi, retaggio speciale dei profughi romani, estendeva la sovranità a tutti. Erano frequenti a Grado le grandi concioni dclli huo-tnini del Iliaco; il Consiglio riceveva la folla scomposta stando seduto; pareva, in quelle assemblee, il corpo senatorio che ascoltava per decidere o per associarsi alle deliberazioni. ') I protocolli delle adunanze sono tutti in latino sino al 1492 ed in parte sino al 1541. Vediamo dappresso una di queste adunanze con la scorta delle scritture autentiche. « Ragionamento fatto tra cittadini del Spettabile Consiglio di Grado, et populari habitanti in questa Città alla presentia del Clarissimo messcr Piero Francesco Malipiero dignissimo Provveditore in Grado et Confini per la Serenissima Signoria de Vcnetia etc. nel Palazzo della ressidentia del Clarissimo signor Conte congregati et coadunati insieme, acciochè ogni uno possi discorrer... si che udita l'opinione universale sopra questo negotio si possi far ([nella delibera-tione che sarà giudicata per la maggior parte, essendo per tale fine ordinato il presente ragionamento.»'-') ') Veggansi i protocolli nell*Arch. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sonr. alla Camera dei Conimi, Buste 206 e 210. -j Arch, «li Stalo in Venezia, l'rovv. e Sopr, alta Camera dei Conlini, Busta 210, e. 2«S, La curia dei giudici si era rivolta molto tempo prima al provveditore avvertendolo « che le acque dalla continua crescentia» e gonfiate da'venti avevano «li lidi et ripari et muraglie della città totalmente annichilati, cominciando romper in più luochi e continuando a far maggior rovina, massime all' incontro dell' abitatione del Clarissimo Conte, ridotta oramai in cattivissimo stato, mentre durante i temporali, per la grande mondatura rispetto alle rotture sopradette non si era securi nelle case, e il mar vivo veniva a sbatter in esso palazzo». Siccome sua Eccellenza doveva recarsi a Venezia, lo supplicava di notificar ciò a sita Serenità perchè volesse degnarsi di aiutar non solamente questa terra ma anche li suoi popoli provvedendo con palificate alla total ruma che li minacciava^) Esposto all'università il piano dei lavori da eseguire e la spesa necessaria, partecipato il' rifiuto dei magnifici Pregadì, fu da una parte del popolo manifestata l'opinione «rispetto alla povertà loro non doversi per bora intraprendersi il lavoro, dall'altra parte fu sostenuta che saria cosa buona et utile farlo dicendo sopra di ciò molte ragioni ». « Et essendosi parlato assai et contraditto fu posta per ser Francesco Marchesan ditto Cecati l'infrascritta proposta: che si debbia trare il denaro per far la ditta spesa a soldi 20 per testa dì tutti quelli cittadini et habitanti di questa Città et territorio che sono ottimi in età ... et che per far ciò con ordine et rettamente siano eletti quattro tansadori, dui di questo Spettabil Consiglio, et dui del popolo con solenne giuramento di far il debito loro legalmente e giustamente con buona coscientia, senza rispetto et fraudo alcuna..., et sia tenuto conto a parte. E fu commessa la ballottatone». Il conte Pier Francesco Malipiero fece aggiungere che ogni abitante dovesse dare dieci pali, mentre offriva spontaneamente per il riparo tutto il legname e le tavole sequestrate dai contrabbandi sull'Isonzo. J) Arch. dì Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Confini, liusta 210, c. 7. «3* 1.a<;i;nk di orado «Vennero licenziati quelli del popolo et rimasto il Consiglio degli spettabili Cittadini.»1] 11 conte apre quindi la seduta in nome de missier Gesù Cristo e della Serenissima ed annuncia che la notte-scorsa «verso le due bore di notte fu assalito Antonio Fasiola, mentre era andato giù di questo Palazzo da Pre-Andrea Saba e Prò Giacomo Soletti con armi si che restò il Fasiola ferito e maltrattato dai stessi, quali per essere sacerdoti non potendo procedere aveva subito avvertito l'Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Cappi dell'Eccelso Consiglio dei Dieci».2) Egli sa come il Consiglio dei X non è superiore ai preti, ma può volerne la punizione, e in caso non avvenga, ordinare di proibire l'avvicinarsi ad essi sacerdoti e persiti l'elemosina alla chiesa che li coprisse con diritto di asilo. Annuncia inoltre che «in questi tempi si sono verificate alcune ladrerie in orti e campagne delle isole; clic la oscurità delle strade non permette alle guardie di fare come se vorria il suo dovere » ; e finalmente «che il cavalier dei sbirri o bargello cominciò ad aprire lui e serrar le porte della Città alle bore debite, accordandoli la mercede come ballotata dalla ultima congregatane dì tota universitade Gradi e cioè, che facendosi la guardia ogni note con homeni iH, che de quelli 18 siano cavadi do et habia ci cavalier il salario di dite do guardie per tal sua mercede.»8) ') Arco.
  • , non ostante la proibizione e la minaccia di [8 mesi di galera in ferri «per huomeni e la Berlina per le donne : o padri e madri di figli che non fossero in età». Quindi segue una serie di giudicature contro la pesca in tempo inibito, e l'illecito possesso di cosi' ricuperate da naufragi, danni maliziosi alle urli, nasse da pesca, barche, chiuse da pisearie, depredazioni commesse ai confini, vendite di vino prima della messa domenicale, e contro svergogna tori di donzelle, vedove e maritate e zogadoii de cai te e dai. Abbiamo veduto quali fattori concorressero al governo della città : il conte, l'arengo, il nobile Consiglio, i giudici, il comandador, i due camerlenghi, il cancelliere ed il capo dei birri. Non era bisogno di maggior numero di ufficiali per amministrare una comunità priva di ricchezze, che non aveva vasti ideali da seguire e in cui le strettezze erano condizione della vita. Ed i Gradesi, rassegnati a tutto, invocavano dalla provvidenza niente altro che la continuità dello scarso vitto nel modo istesso che, per chiedere al cielo un po' di vento, aprivano nei momenti ili grande calma la vela: vivevano in barca, invecchiavano sul mare, non toccando la riva che in fin di settimana per portare alle famiglie il magro guadagno, ritagliato dalla decima e dalle imposte volontarie, spremute senza dolore, alla propria povertà. IX. LA CITTÀ diruttore architettonici! La loggia — Nunzi ed ambasciatori — Regate — / pesci per i banchetti lineali — Le rendite del Comune — Le frogie — Pescatori e sabbioncri — Corteo allegorico — Calafati, ortolani, burehieri — // beccar», il fonticaro, l'oste -— Nodaro, maestro di scuola, medico-fisico — Esercizi di balestra e steccati — I figli del popolo. Grado presentava un interessante quadretto delle costumanze italiane, conforme agli ordinamenti del medioevo veneziano. Le case risentivano l'influsso del clima e degli usi, e, benché destinate a ricovero di gente modesta, avevano le finestre ad arco, i tetti sporgenti, per modo che riparavano le scale esterne; in pochissime l'uso delle persiane, e, se c' e-rano, somigliavano agli sportelli di una nave. Era divisa in sestieri, tre dei quali si nominavano delle Porte grande, delle Porte piccate e della Porta nuova. La città spiegava a primo aspetto il carattere degli abitanti e il loro bisogno, quasi inerente, di trovarsi sempre insieme, fuori dalla camera da letto o dalla cucina, in una vivace e perpetua comunione stradaiola. jy W V.TUHATI M,. 'K' '2- „!....- 1 ■ A Porta piccola, parte interna, demolita nel rSyj. Nei campi si erano murati; delle panchine di pietra, ed ogni uscio aveva un sasso clic faceva l'ufficio di seggiola publica. Il veneto reggimento, nei piccoli luoghi, sembrava governo di tutti: palesava, mediante l'architettura del Palazzo, le sue frequenti relazioni con la piazza, nella quale solitamente erigeva un porticato per le adunanze od i ritrovi V. TMffAn me. Porta grande, parte esterna. popolari. Murava qui le lastre di marmo con le leggi proibitive, del tutto locali, e faceva scarpellare la bocca, sempre aperta, delle denunzie scerete.') ') Nel 15S0 il conte Pier Francesco Malipìero in un rapporto fa la seguente descrizione della ciltà: «La sua città di Grado è situata nelle paludi del suo Dogado con alcuni lidi appresso, circondala daìle acque salse, lonlana dalla terra ferma miglia quattro circa ed ha il suo porto intiero di Artiglieria.... La detta ciuà è fabbricata in forma lunga et stretta quasi a modo di galea, et è circondata da muraglie molto antique, parte delle quali minaccia mina, el; spetialmcnte nella parte del Palazzo dei suoi Magnifici Rappresentanti, fabricato sopra di esse Muraglie come anco vi è la maggior parte delle Case dei Gradesani ». Arch. di Stato in Venezia, Provv e Sopì', alla Camera dei Confini, l'usta 208, Friuli e Grado, Busta 5. I V NI- ni OR ADI) La loggia di Grado era l'ufficio delle aste1) e in pari tempo il convegno, nei giorni festivi, dei mercanti di pesce fresco od affumato, che trattavano i loro affari coi Porta grande, parte interna. ) Capitolato d'asta 12 moggio 15S0. Arch. di Stato in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera dei Confini, Busta 210, c. 86. pescatori ; vi convenivano anche le altre arti, tra cui i bur-chiéri, che andavano a ritirare le derrate ed il vino dalle caiicvc d'Isola e d'altri porti dell'Istria, ove alcuni Gradesi avevano possedimenti. ') Fra questi mercanti e parcenevoli^] si sceglievano i nunzi od ambasciatori della Comunità. Si inviavano le ambascierie solitamente in occasione dei banchetti che davano i dogi il giorno di S. Marco, dell' Ascension, di S. Vito e di S. Stefano, e per i quali Grado forniva il pesce.8) Esistono vari documenti ili rimostranze od inviti fatti ai paesi obligati al tributo; la Serenissima Signoria si ') «.... Clie Unii quelli che conduranno vini dalle partì della Marca et Istria, overo alili luochi sia per uso o per vender, eccetto che dal Friuli, et quelli cittadini, et habitanti di questa Città, che conducessero vini delle sue Entrade, che ne sono alcuni pochi (he ne hanno a Isola, et in altri luochi dell'Istria...» Capitolato, nota a pag 152, Archiv. di Stato, idem, idem. ') Parcenevolo era. il proprietario dì una nave 0 del suo carico, ma. in Grado era colui che dava alla propria squadra di pescatori le barche e gli attrezzi verso il frutto di una meta del guadagno. Da una relazione del conte di Grado, inviata al Senato nel 15S0, si apprende: «Onesta sua terra di Gradò con il mezzo dell'arte di pescare, Intrude et Navigationi, con altre Industrie si de Botteghieri et altri 'Prafc-ganti nò può cavar all'anno ducati 30 mila in circa, nò pagano alla Serenità alcuna recognitione, et godono tette le acque e Marine, Paludi, Canali di quel contado con pensi on livellarla di lire 9 di piccoli all'anno, et manco pagano detto livello, siccome non hanno pagalo da 150 anni in qua . . . . ili pesce salado ne fanno 16 et iS mila podene, come dicono loro ovvero ma-stellette all'anno». Archiv. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Contini, Busta 20S, Friuli e Grado, Busta 5. :1) Sin dalla nomina della primo doge Paoluccio Anafesto si obbligarono le città di pagare al doge le decime, e Chioggia, Porco, Equilio, Eraclea e Grado impegnavansi di servirlo ed accompagnarlo alla, caccia con carri e cavalli e fargli corteggio allorché partivasi a visitare ogni popolazione per render giustizia, mentre contrihuivasi per la sua mensa una data quantità di vino, di polli, di fruita, oltre al fieno, legna e le corna dei cervi presi in caccia. Francesco Zanotto, // Palazzo lineale, \ ol. I, Storia della fabrica, pag. 3, Venezia, C. Antonclli, 1846. Veggasi anche Ab. Giuseppe Nicoletti, Dei laiii Ite/ti publici ai tempi della Repnblica Veneta, Ardi. Veneto, Anno XVII, Nuova Serie, fase. 65, Venezia, 1S87. 154 LAGUJìE di GRADÒ lagnò il 30 decembre 1749 con i public) rappresentanti di Chioza, Grao, Caorle, Piran e Maran, clic avevano mancato all'obligo, chiudendo la sua lettera di rimprovero nel seguente modo: «____ è volontà nostra che abbiate a chiamar avanti di voi codesti capi della Comunità facendole una serie e pesante ammonizione per il trascorso, talché serva a farle nelle occasioni ventina: d'altri Banchetti suplire intieramente al loro debito, per non darci occasione di passare a quelle risoluzioni che convenissero; e dell'esecuzione ne attenderemo le notizie».1) Dai Gradesi si profittava del tributo per chieder al Senato qualche grazia, o anche per intenerire l'animo de missier lo Doxe.-) ') Fra le poche carte dell'Archìvio Comunale di Grado vi ha questa lettera relativa alla fornitura del pesce, che doveva farsi secondo alcuni gratuitamente, secondò altri a prezzo assai basso: « Aloysius Pisani I >ei (iratia Dux Venel. el Noli. Sap.ti Viro f.au- rencio Pizzamano de suo Mand. Coni. Gradi. Fid. dilecto Salut. el dilect. Aff. Neil'approssimarsi la prossima Festività di SS. Vito, e Modesto, ed occorrendosi per il Banchetto di d. g.no d'esser per N.tra honorevolezza proveduti della, maggior quantità di Pesce della miglior qualità e coinè sarete ricercato dal Lattor delle presenti, che ricerchiamo con la Vostra benemerita uigilanza uenghi assistito nella miglior forma crederete di Nostro seruicio, onde habbiamo ad esser abbondantemente proueduti ; della riceuuta delle presenti, con l'ordini in ciò rilasciati ci renderete con Vòstre distintane raguagliati. Dal in Ntro due. Pai. die XIX May. Ind. XII1I MDCCXXXVI. Nicolò Marchesini Sgt.io Adì .11 Maggio 1736 Fu fatto seguire Proclama pub. al I.uoco solito per notizia di q, Pescatori ad istanza di q. SS. Pareen.s k quali lu data notizia, delle sud. inchinale ducali affine sia fatta la Pesca del pesce per il tempo stabilito, e ciò in formai. 2 /ugno: fìi risposto in formale.» '-) Veggasi la seduta del Consiglio di Grado 17 aprile 1503, in cui si delibera di spedire due nunzi o ambasciatori a Venezia per ottenere da Aquileia il rispetto dei palli, tra cui il diritto di asportare merci senza, dazio. Arch. di Stato in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera dei Conlini, Busta 206, c. 58, t.o. Inoltre nella seduta 8 novembre 1579, si determina di spedire i/.TURATt ine. Pala d'argento del duomo di Grado. (Disegno di G. de Franceschi. iS7 L'università di Grado deliberava il 19 aprilo 1539 d'inviare a Venezia Don Marco de l'rata, pievano, «perchè e di bisogno mandar il posse qual si ha da prender per nome del Serenissimo a Sua Serenità, et perchè el saria bona cossa etiam che coloro over colui che anderà a presentar et portar tal posse, andasse etiam per nome di questo populo ali piedi della III.3 Signoria nostra ad supplicare quelli li piacquij soccorer questo populo di tormenti in queste grandissime extreipità Già nel 1372 aveva spedito ambasciatori a Venezia, scelti tra i nobili, « a portar le grazie per el dono fato al duomo de una preziosa pala d'argento dorato».-) l'ambasceria per sollevare la citta dalla sentenza pronunciata dai signori delle Ragion nove in materia dell'osteria. Idem, Busta 2IO, c. 8. L'immortale Manzoni lia dimostrato l'efficacia dell'ambascerie dei paesi veneti nel dialogo tra Portolo e Renzo: tutta verità clic prova come il doge ed il .Senato si lasciassero facilmente vincere dalla parola dei nunzi popolari, / Promessi Sposi ecc.,'l'omo II, pag. 199, Torino, (1. Bomba 1830. Alcuni documenti dell'Archivio diplomatico di Trieste parlano di ambasciatori inviali dalla città di Trieste al conte di Grado, e di regali a lui inviati. Nei Camerari (anno 1441) voi. XII f. 54» si legge: " Item s. X per un cesto de cinese che fo donade al conte de grado adi XVI de mazo 8. Nello Stesso volume f. 57» (slesso anno) * Item libre III soldi X dadi a ser teronimo de pellegrin per LXX bocc de vin tolto lo di de missier san zusto e che fo dona al conte de grado,,. ') Adunanza «de tota universitate ac populo Gradi* 19 aprile 1534-Arch. di Stalo. Provv. e Sopr. ai Confini, Pasta 206, c. 102. ') Questa pala ò di stile gotico, notevole per la storia dell'arte, è alta metri 1.57, larga metri 2.30. Contiene sotto la nicchia centrale della prima divisione, proprio a' piedi di S. Marco, in una piccola cartella, gli stemmi di Grado, della Republica, di casa Contarmi e di un tal Macalorsa, che da molli si dice l'avesse eseguita, ma che invece l'avrebbe fatta fare interpretando esaltamente la seguente iscrizione: 4- MCCCLXX1] ■ DESETEMBRIO 1 INLOTEMPO • DE LNOBELE*MISER• ANI>RKA■ CTARINI ■ DONI'. - HK.-V ENIESIA • E ■ MIS • FRANCESCIN ■ CTARINI • CTE • D E OR ADO KO . F Al' A-OU K-TA PAL A ED ONA DO" MA CALO RSA DA-V ENI E SIA CKE FEX E "F i5« CACI NK IH liRAlHI Il pesce per i banchetti veniva regalato o fornito ad un prezzo mite.1) Si usavano mandare anche messaggeri ad altre città per definire questioni o litigi; difatti il Consiglio di Grado, avendo lo spettabile Comune di Aquileia « scritto una lettera per la (piai dimostrano dexiderar de scinder et dar fine ale già tediose et ionge discordie», eleggeva nell'adunanza popolare del 7 febbraio 1524 otto cittadini, quattro nobili c quattro popolani, perche si rechino colà «li qual habiano tal cargo di veder di dar fine a tute differcntie che fin hora sono state. » -) Le due diseredate metropoli veramente non si odiavano più; desideravano la pace, per (pianto tosse possibile in mezzo agli avvenimenti che si andavano preparando nelle valli dell'Isonzo. L'erede del Patriarcato isolano sedeva maestoso sotto il pesante baldacchino della basilica Marciana, ed il governo aveva mandato a Grado, dopo la bolla de' 12 maggio 1451, cdie sopprimeva la cattedra, mi rettor spirituale; quindi permise, rispettando le consuetudini, il popolo potesse eleggersi liberamente il proprio capo ecclesiastico, sicché nel 1470 veniva nominato Giovanni Aspasio, il primo della serie dei pievani,3) al quale il Mitrato veneto assegnava lire duecento, che ab antico, per cessione generosa di Pietro Orseolo II, la sedia riscuoteva dalla città di Capodistria, in luogo di ') Eugenio Musatti, Guida storteti di Venezia, Venezia-Padova, Tip, Prosperini, pag. 362. '-') Arch. ili Stalo in Venezia, L'rovv. e Sopr. alla ('amerà dei Conlini, Busta 200, e. 107 e seguilo. :') L'ultima adunanza popolare, per la. nomina, del proprio pievano, venne tenuta nella Basilica il 2 novembre 1803, in cui a grande maggioranza si respingeva P unico concorrente proposto dalla Curia arcivescovile di Gorizia, perche la popolazione voleva parroco Cerniamo da Loreto, dell'ordine dei Minori Osservanti. Presentemente compete al Consiglio comunale di Grado il diritto della scelta e della nomina del parroco. LA CITTÀ 159 cento anfore di vino clic questa doveva dare ogni anno alia Republica.1) Però le spese necessarie all'amministrazione religiosa dovevano venir sopportate dal popolo, non potendo il Comune concorrervi di regola o stabilmente, appena bastando le entrate elei suo piccolo patrimonio per le principali, maggiori ed imprescindìbili necessità del paese. Ritraeva dalle allogazioni, sì a tempo che a livello perpetuo, circa lire trecentottanta >di piccoli,2) e percepiva per affitto di una metà dell' osteria, che possedeva a Malghera, sei candelotti per le feste di Natale e cento ducati.:ì) Non aveva altra rendita publica, e lo scarso censo doveva a tutto bastargli. Ma venivano in soccorso al culto, provvedendo del pari a tutti i bisogni della famiglia sacerdotale, le fragic o fraterne. Sceglieva ciascuna un santo patrono, il quale avesse esercitato la stessa arte, e ne faceva dipingere la immagine sul proprio gonfalone, con accanto le insegne del mestiere. La religione era diventata l'abito delle corporazioni e copriva l'ordinamento fatto per fermare nel pugno dei ') Museo Correr in Venezia, Codici Cicogna N. 2215. Notizie cronologiche spetta ali al Corpo ecclesiastico della chiesa parroccliiale di Grado, dopo la soppressione della sede. 2) Nota, di (pianto si cava dalle alìiUa/.ioni e livelli fatti per conto della Serenissima Signoria in Grado « et per conto della Speli. Comunità de Grado». Arch. di Stato in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera dei Confini, Busta 210, c. 142. Da questa nota appare che il governo della Republica percepiva per l'allogazione del dazio sul vino L. 1200 di piccoli e per l'affilio della pesca sull'Isonzo L. So e per livello perpetuo dell'isola Domine da Nicolò Corbatto L. 124.1. Al documento manca la data; il conte Pier Francesco Malipiero in una sua relazione del 1580 osserva «che il paese gode il dalio dell'Ho-stcria. e del Vin a spina, spettante alla Sereunissiuia Vostra .... partendosi Ira loro il denaro, cioè Rettori, Comunità et Cancelliero la (piai 11osteria e datio sogliono affittar per L. 400 all'anno,. Arch. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Confini, Busta 2oS, Friuli e Grado, Busta 5. ') Arch. comunale di Grado. l6o LAGUNE DI GRADO popolani il monopolio di tutte le professioni ; il rito e la segretezza servivano mirabilmente a rendere più forti quelle compagnie, che se tutelavano l'egoismo delle caste, d'altra parte esercitavano anche la carità, prestavano soccorso ai propri ammalati, se morti li trasportavano con funebri onori al sepolcro; aiutavano i vecchi infermi, le vedove e gli orfani dei fratelli. Nel 1462 avevano fatto porre sulla piramide del campanile un bell'angelo di ramo, eseguito a Venezia *e pagato con la raccolta dei bossoli^. Le principali confraternite gradesi erano due, quella dei pescatori, e, seconda per importanza, l'altra dei renaiuoli (sabbioncri).J) # * * I pescatori a Venezia godevano un onore speciale nella grande solennità dell'Ascerfsion. 11 doge dei Nicolotti, scelto dalla loro famiglia, col berretto da gentiluomo, vestito splendidamente, seguiva per antico privilegio il bucintoro, in una barchetta legata ài legno sovrano; i pesciaiuoli di Poveglia portavano a Pasqua in Palazzo ducale alcuni panieri di frutta e pesce. Diciassette di loro, col gastaldo, si presentavano al doge, che li ammetteva al bacio della pace.3) I nunzi della comunità si scioglievano perciò a. preferenza da questa classe benevisa a Palazzo, protetta in pari tempo dai nobili ed amata dalle plebi. I pescatori di Grado avevano il proprio gastaldo, che presiedeva alla scola o fragia, ma sì dividevano in varie squadre ciascuna, vincolata al parcenevolo, II diritto di scegliere le acque per la pesca di stagione lo acquistavano appunto i parccncvoli, mediante la regata con gondole, il lunedì dopo la festa della Ss. Trinità, in cui si facevano correre i più abili rematori largamente l) Nel 1760 Grado aveva li confraternite ; nel 179S ne contava 7, cioè le scuole del S. Sacramento, del Rosario, del t'armine, di S. Antonio abate, di S. Nicolò, della. Confraternita dei Morti, e ili S. Ermagora e Fortunato. Anagrafe di tulio lo Stato della. Ss. Republica. di Venezia, comandata, dall'Ecc. Senato co' suoi decreti. Voi. I. *)• Si presentavano al dose con la solita frase: Dio ne dia et buon di, rnesser lo doge e senio Degniti a disnar con ini. Al clic il doge rispondeva: Sten ben vtgnudi. Ed i l'ovegliesi: Volano la nostra regalia. 11 Serenissimo replicava: l'olenticra, che cosai Ed essi: Ve volemo bazar. Et cosi per mezzo la bocca Sua Serenità li baciava,. Da Mariegola. della Scuola, di S. Vitale, 1417, 16 maggio, pag. 4, all' Arci), di Slato, E. Musatti, Op. cit. IÒ2 LAGUNE LI GRADO pagati per l'occasione o tenuti a posta in servizio tutto V anno. ■') Le gondole destinate alla gara venivano dette anche barelle bianche e servivano in pari tempo per le festività publiche; si costruivano in Grado o negli squeri di Venezia.2) Più tardi, verso il diciassettesimo secolo, il diritto di pescare, tanto nelle acque di fuori quanto in laguna, si commetteva al giuoco della sorte. Una terminazione del \G novembre 16S7 dispone: «Chiunque vuol pescare in queste acque deve essere scritto in una compagnia di dicci uomini. Questi dieci uomini, oppure il solo capo o uno di queli, deve ogni sabbato all'apparir del sole portarsi sulla l'onta delle Cesile per giocar al tocco le crazie. » Il pesce veniva condotto a Venezia e venduto a Rialto, ove i Gradesi avevano il loro posto assegnato presso quelli ') 1 vasti specchi lagunari che i vincitori della regata avevano diritto di scegliere, venivano detti Acque di fuori ed erano (ormali da vari bacini, cioè: il Beccai la Cava con le chiùse: /'osso del Fogon, l'osso gnaulo, Dosso galante, Dosso prova de Canal. Un tempo faceva parte anche la Mugola, ma rotto l'argine il mare la rovinò. Sino al 1S31 appartenevano alle Acque di Fuori anche Spigolo, Soravento, la Culazsa grande, le Ghiretle, Sfornirà e il Fallo, ma con il nuovo regolamento sulla pesca vennero queste date al Connine ili Monfalcone. 11 conte di Grado in una relazione del 1580 scrive: «... et nell'estade vogano a Regata alcuni luoghi che chiamano chiuse, per guadagnarne un per 1' altro luoghi più comodi et abbondanti di pesce che pigliano in quantità, salando con il sale che trazano da Pirano per concessione loro fatta per la Serenità Vostra, per Punissimo pretio s\ che ne vengono a sentir commodo grandissimo». Arch. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Confini, Busta 20S, Friuli e Grado, n. 5. -) Costavano se costrutte siili' isola da lire 200 a 300 circa, quelle che si ritiravano dai cantieri veneziani circa 100 ducati o lire venete 600. L'ultima di queste barche bianche venne disi rulla sei o sette anni fa. Il Comune aveva gondole proprie, come prova il protocollo della seduta di Consiglio 12 giugno 1492: * Captimi fiat prò reparatione Rive ubi solvuntur gondule civium Crudi». Arch. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Confini, Busta 206, c. 43, t.o. Il (raspollo in laguna veniva fatto con gondolini; giacché si accenna .spessissimo nelle lettere dei rettoli ai burchini, topi e gondolini. di Manin e Caorle ; una parte perei veniva acquistata di contrabbando dai Triestini, e la Republica non era riuscita a togliere questo commercio clandestino, clic tornava di danno alla suapescaria. Principalmente l'Istria, il cui pesce era soggetto a da/io, portava il prodotto della pesca a Trieste.1) Epperò gì'inquisitori sopra i viveri proibirono «di frizer pesce in quelle città, e specialmente sfoie per metterle in aseo, e farne vendita e traffico in pena de ducati cinque»; quindi minacciarono corda, prigion, galera. Se le fragif o confraternite parevano libere, non lo erano però del tutto e soggiacevano a rigorosi sindacati. I molti decreti e leggi del Collegio dei Cinque Savi, dei Giustizieri vecchi, dei Pregadi e del Consiglio dei X, ci informano della vigilanza governativa sulle varie maniere di pesca, e ci svelano tutta la serie d'inganni ne' quali già in remotissimi tempi la umana ingordigia si addestrava. Piii volte viene proibito l'uso «delle tratte, ladri, bra-gagne, rasche, paranze, ostrighere costituite di ferri radenti che s'immergono nelle velme e paludi per raccogliere vilis-simi ed anche immaturi generi di pesci»; si vieta l'uso dei gabani o carnevali «artifizi con pietre che vengono trascinati nel fondo del mare acciò il pesce populo vadi nelle reti » ; si proscrive la pesca a bilancelle con due barche, che calano la rete al fondo, quindi fanno vela e la trascinano impetuosamente; si condanna chiunque «osa pescar di notte 1) Veggasi l'Inquisitore ai Viveri e Provveditore sopra la Vecchia Giustizia, Lorenzo Memmo, nella sua relazione al Principe 40 12 aprile 1775-Il pésce dell'Istria pagava il 2Ò"/„ di dazio. In quel solo mese di marzo 90 brazzere con carico di pesce approdarono a Trieste, all' incontro 3 sole a Venezia. Per la importanza della pesca istriana giova la nota della quantità dei barili di sardelle salate pervenute al Dazio in anni otto e mesi sei dal primo maggio 1764 a tulio ottobre 1772. Tratta da Publici Registri dal còlto Sardelle Istria. Fermata in ordine a. Comandi del Nobil Huomo Ser Francesco Dona Savio Cassier dell'Ecc. Consiglio. Archivio [nquisitorato alle Arti: Minute Memorie e Cenni circa Arti: Filza Prima: Sardelle barili, N. 53,75i. t64 Lagune dì grado sbattendo l'acqua dal di sopra di una zattera senza sponde con fuochi accesi e il pesce impaurito vi salta su» ; s'impongono severe pene, dal XIII secolo in poi, contro le frodi del guarnire il pesce coll'alga, venderlo cutti vanitura alta, 0 insanguinargli le branchie, a mostra della morte recente, insanguinare baissas de alio sanguine.]) Ma talvolta sono gli stessi Gradesi, che con disposizioni, fermate nelle popolari assemblee, limitano a sè stessi i periodi della pesca nel piovego o nelle eoiuugue, cioè nelle acque, nelle paludi e nei " canali interni di publica ragione, e bandiscono dall'uso certe arti e s/iumcnti che distruggono il novellarne, il quale è il viver di tutto il Inoro.'--) I pescatori costituivano il maggior numero della popolazione, e informavano la vita del paese ai loro bisogni ed ai loro interessi ; si era posta, a tutto loro uso, nella torre della basilica, una campana, la peseadora, che suonava il coprifuoco per una santa abitudine domestica, ed avvisava i temporali, chiamando al soccorso se un battello stava per naufragare. Di autunno salivano con lo jìsolere i fiumicelli friulani, per andar a vendere nei villaggi e paesotti le mastello di anguille ammarinate, le sardelle poste sotto aceto brusco, e ritornavano, stupendo quadretto, coi cartocci del formentone che serviva ad empire i sacconi dei letti. figuravano i primi in tutte le solennità civili e religiosi:; alla processione di S. Marco, del Corpus Domini ed a quella di Barbana seguivano in cappa rossa lo sfarzoso pennello di tessuto d'oro, inghirlandato di fiori lagunari, raggiati e spinosi. Le loro feste erano poche, ma tutte originali e poetiche. ') Arch. di Stato in Venezia, Appunti oli Atti relativi alla, pesca raccolti da Filippo Legna ai. Mss. '-') Radunanza di tutta la gente di Grado del 5 aprile r51S, e del 9 luglio 1525- Arch. di Stato in Venezia, l'rovv. e Sopr. alla Camera dei Confinì, Busta 206, c. s9 e 112. t.A CITTÀ IÓ5 Vanno alla colla dei pignoli alla Centenara, col permesso dei Savorgnan, e vi godono lo spettacolo dato dai giovani che si arrampicano su per il tronco alto e ritto dei pini; sdraiati sull'erba mangiano la farinata, il pane impastato con la polpa dei fichi, bevono dalle damigiane alzate, poi alternano il ballo tondo a quel della pezzuola. Hanno tutti le vesti fresche; i più agiati le bottonature d'argento; le donne si sono messe le camiciole cani le asole e i bisantini d' oro. Ritornano beati ai loro tuguri e tutti insieme replicano le singolari giaculatorie: Noi pescadori ve preghemo a vu, San Piero, elic peschevi come nu; E ve preghemo, pescaor Gesù! L'arte dei lanaiuoli (sabbioneri), che faceva una classe distinta, costituita in confraternita, aveva anch'essa il suo gastaldo ed i suoi decani. I documenti del tempo ci informano che esercitava bensì il commercio della sabbia per le fabbriche, ma portava in pari tempo la zavorra ai navigli. La rena veniva scavata dalle banchine che si stendevano principalmente alla foce dell'Isonzo. Onesta corporazione traeva la sua origine da una leggenda. Il prezioso codice, illustrato dal fiammingo Grae-vàmbroeck, sostiene «che fu mai introdotta in altro luogo, ed ha le sue radici molto antiche; allorché nel 1340 avvenne il famoso miracolo di S. Marco, di S. Giorgio e di S. Nicolò, (piali salvarono la città da un'orrenda e spaventosa borasca, che quasi ogni cosa ingoiava, vonno lo cronache, che (pici buon Vecchio, ch'ebbe la sorte di servire con barca gli tre portentosi protettori, fosse di tal mestiere—»') ') Musco Correr in Venezia, (ili abili veneziani con ogni diligentia raccolti e dipinti nel secolo Al ili, Codice Gradenigo Dolfin, 11. 191, Voi. VII, pag. 1S8. idù Lagune di grado Marin Sanuto nelle Vite dei Veneti Duci narra che durante l'imperversare di terribile uragano un forastiero si presentò all' unico barcaiolo che si trovava alla riva della piazza, richiedendolo di trasportarlo a San Giorgio; questi dapprima oppose un rifiuto, quindi cedette alla preghiera e 10 condusse all' isoletta, dove accolto nella barca un giovane armigero passo a San Nicolò del Lido a levare il terzo personaggio che b attendeva. Frattanto la burrasca erasi fatta orribile, (piando si vide venire « una galera piena di diavoli che voleva sommergere Venezia ed abbassarla. I tre fatta la croce li obligarono a partirsi e tornò la calma ». Il barcaiolo rimise i tre misteriosi personaggi ai posti donde li aveva levati. Uno era S. Nicolò, l'altro S. Giorgio: 11 primo e il più anziano, S. Marco protettore, il quale disse: «Va al Senato, narra quello che bai veduto e fatti pagare, perchè hai contribuito alla salute di Venezia. Et in segno della verità prendi questo anello e di' che guardino nel Santuario che non ve lo troveranno. « Laonde la mattina il prefatto barcajuolo andò dal Doge, e dissegli (pianto la notte avea veduto. E mostrogli l'anello per segnale. E fu mandato po' Procuratori, e guardato dove stava il detto anello noi trovarono. Et il detto anello fu dato a scr Marco Loredano, et a sor Andrea Dandolo Procuratori, che lo allogassero nel Santuario, e' data provvigione perpetua al vecchio barcajuolo sopraddetto, » ') ') Di questa leggenda si occupano Marco Sabellico nelle Historie Venetìane, Giovanni Palazzi nei Fasti Ducali, lo Stringa nella Vita di S. Marco; Iacopo de Voragine nella Vito stessa. Ne parlano le cronache ilei Contarmi, di Andrea Dandolo, di Piero Dolfin, ili Raffaele <'aresino ecc.; Théophile Gautier nel Voy&ge en /lo/ir condisce del suo spirito questa narrazione cosi fortemente radicata nel popolo della Venezia. Il Ciorgione ha dipinto f.a toni posta ili Maro settata a prodigio di tre santi, ed il Bordone ha raffigurato // Ha trainalo chi presenta al Doge ed alla Signoria /' tinello tìntogli itti S. Marra: splendide tele, elle si ammirano nelle sale della R. Accademia di Pelle arti in Venezia. La città 167 Il Graevàmbrocck scrivo che al doge Bartolomeo Gradenigo il barcaiuolo domandasse « oltre una picciola mercede, anche il Privilegio di poter vendere solo con la di lui famiglia sabiohe, senza perturbazione alcuna; ma qualunque fosse l'evento di tanto prodigio è da riflettersi, che sette anni dopo a di 19 marzo il Consiglio di XL accordava la presa della rena dal lido di S. Erasmo». I sabbioiteri ci tennero a questa narrazione e ne menarono vanto in tutte le occasioni in cui facevano valere la origine del biro privilegio. 1 .a Republica, in buonafede o astutamente, non negò mai il miracolo, anzi tre secoli più tardi ne rinnovò il ricordo. Nel 15H5 erano venuti a visitare la Regina delle lagune alcuni principi giapponesi e il Senato comandò il famoso spettacolo publico, in piazza S. Marco, consistente in una processione religiosa unita ad un corteo allegorico. Sfilarono tutti i canonici, gli alti prelati, i sacerdoti, le fraterne e congregazioni delle cento chiese e dei molti monasteri, tutte le confraternite e tutte le scuole laiche, poscia vari gruppi rappresentanti scene bibliche e fatti tolti alle vite dei santi ed alla storia del Dominio; venivano quindi splendidi palchi con donne raffiguranti P isola tii Candia, la Lombardia, la Marca Trevigiana, le città del Dogado, l'Istria e le altre province di terraferma; e tra le scene che maggiormente colpirono si notava quella appunto che riproduceva il sabbioiicro coi tre santi nella barchetta, la galea dei diavoli, e il carro in cui il Doge e l'illustrissima Signoria ricevevano dalle mani del renaiuolo L'anello di S. Marco.1) Questo risuscitamento della leggenda, del resto sempre viva nelle tradizioni, rese l'arte dei sabbioucri più orgogliosa, giacché pretendeva che la salvezza della città ducale fosse dovuta ad un proprio antenato. ') Veggasi Fabio Mutinelli, Storia Arcana ,■uo/ andar, et tutto a un tempo li deva delle bastonate,.2) Il provveditore di Grado protestava contro i soprusi dei sudditi arciducali; il signore ili Duino, Mattia Ilofer, reclamava dalla Republica il rispetto delle sue acque. Alle violenze succedevano le rapine, alle scritture i fatti di sangue. *) Nei diari di Mari II Sanato si trovano una quantità di nolizie relative a sequestri di barche gradesi fatti da Triestini, e alle ardite scorrerie che il Bombìaa da Maggia imprendeva per difendere Grado e Caorle. Vegetisi le notizie T. VII, c. 1S1; '1'. X, c. 261, 301, 32S; T. XII, c. 69, 318, 326; T. XT1I, c. 145; T. XIV, c. 233; T. XVII, c. 25S; T. XIX, c. 177, 22Ó, 279; T. XX, c. 189; T. XXI, c. 117, 123, 207; T. XXII, c. Si. ") Arch.. di Stato in. Venezia, Provv. e Sopr. ai Confini, Busta 208, pag. 186. Nel 12/5, nel 1280 e nel 1284 Raimondo e Pagano della Torre fulminarono il porto; nel 1356 il patriarca Nicolò di Lussemburgo era riuscito a impossessarsi dei corpi dei S.'1 Ermagora e Fortunato, e gli alleati della lega di Cambray nel 1509 avevano dato l'ultimo colpo alla oittaduzza. Un giorno del marzo 1559 tutta la popolazione gradese si raccolse sotto il palazzo del conte ; si assembrarono sino i vecchi, le donne, i fanciulli. Un silenzio sinistro regnava nella folla. I deputati del popolo chiesero al rappresentante del governo che si facesse vendetta su qualunque luogo della terraferma. Erano stati scagliati dall' alta marea nelle secche tre bragozzi vuoti ; la gente si diceva presa ed uccisa dagli Uscocchi, che correvano il godo, ladroni ed assassini. La campana dei pescatori suonava a tumulto. .11 conte calmò gli animi, promise giustizia, inviò nunzi al Senato e poco dopo giungeva notizia dal Magnifico Ambasciatore della Maestà Cesarea che verrà fatta indagine e puniti gli Uscocchi colpevoli, inoltre che per metter fine a tristi avvenimenti "et levar ogni sorta de disturbi, seria bene, che li confini russerò posti talmente chiari e distinti, che l'una giurisditione venisse a restar ben separata dall'altra, non dovendosi haver rispetto di levar anco da una giurisditione qualche: villa, che fosse situata dentro del. territorio dell'altra con egualizarsi in modo conveniente,. Più tardi replicava lo stesso ambasciatore, con lettera da Praga * che riusciva difficile levar gli Uscocchi da Segna, come erasi manifestato il desiderio essendo pericolosa la misura, ed inoltre doversi riflettere che le depredatami, de' quali l'Ili.1' Dominio tanfo si duole, molte volte vengono fatte da altri, et si da banditi da esso Dominio, come ancora da propri suoi sudditi, assumendosi falsamente il nome di Uscocchi,.1) J) Ardi, di Stato in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera dei Contini, Busta 208, c. 10. La desiderata rettificazione dei confini restò nel numero dei molti desideri della diplomazia, e gli Uscocchi continuarono a rapinare sui mari ed a commettere i loro atroci delitti, deludendo la vigilanza e sottraendosi, troppe volte, alla caccia data loro dalle galeazze di San Marco. La piccola guerra funestava tuttavia la negletta isola del Dogado, e la Serenissima non voleva guarnire il confine di milizie perchè avrebbero potuto provocare la rottura delle ambigue .relazioni con l'Austria; aveva agli ultimi lidi una povera gente che ad ogni violenza mandava il suo grido a Gradisca; la Republica, richiedendo allo Stato vicino il sentimento di umanità per le sue popolazioni", si sentiva meglio parata e difesa ; mentre astutamente pensava che la guardia personale che ciascuno faceva al proprio diritto privato era per essa mallevarla che il suo possesso sarebbe difeso sino alla linea più estrema. Lentamente il Comune di Grado deperiva; la fame del 1569 aveva portata la falce tra i vecchi, in (pici tristissimi giorni in cui i popolani si affollavano alla mattina davanti il portone del palazzo di Consiglio, per ricevere il biscotto da munizione inviato da Venezia. Nel 1579 °hm* adito alla laguna si vedeva chiuso da nn vallo, in testa ai grossi canali si erano rizzate le croci bianche, segno di non poter procedere senza essersi annunciati alla sentinella sanitaria. 11 conte Pier Francesco Malipiero aveva fatto leggere in piazza, ed ai confini, l'ordine mandato dai Provveditori alla Sanità "per la conservation del Stato onde la peste scoperta nella città di Genova, nel Genovese, nella Fiandra, nel Cragno, nella Carintia et altri luoghi, stia lontana per gratta de nostro Signore, il che non si può fare se non con bandire essi luochi et con pena severa prohibire il commercio et pratica con loro,. Vietava a chiunque giungesse da luoghi sospetti di toccar terra, ai Gradesi di ritirare merci, di accogliere viaggiatori provenienti dai luoghi appestati, pena la forca, e condannato pure al supplizio chi, scoprendo i contravventori, non li denunziasse.1) Alla paura, che la grave calamità facilmente si estendesse, si aggiungeva il sospetto che alcuni con perfidia diffondessero il germe micidiale. Gli stessi ambasciatori veneziani, in tale proposito, davano al Senato curiose relazioni sugli untori, processi c confessioni strappate a questi infelici dalla tortura. Riferiva quello di Torino, "che un beccamorto negli arresti confessò di avere preparato in unione a tre suoi compagni e due donne alcuni sughi pestiferi conmosti delle medesime carni degli appestati, manegiati da loro nelle miserie passate, mossi a questo diabolico pensiero da desiderio di voler arricchire con la rovina affatto di questo paese. Altri arrestati nel Mondovì confessarono non solo l'empietà loro, ma il bosco ancora nel (piale tenevano seppellito et conservato a tal. effetto il liquore mortifero, che dentro a certi vasi è stato trovato et abbrugiato, con tutta la campagna un pezzo d'attorno^. La moria a Grado, grande durante l'infierire della peste nel 1575, era stata anche molta nel t579. Il flagello mietendo spietatamente, vuotava le case, lasciando dietro a sè la penuria de' viveri e l'abbattimento nel cuore della gente, fatta miserabile. Nel XVII secolo Grado agonizzava con lo stremato numero di pescatori, che amavano ancora e sempre la loro palude sventurata. Le condizioni del Comune scesero più tardi a tali estremi, che non comportavano una spesa publica fuori di quella necessaria a' più stretti ed urgentissimi bisogni. q Ardi, (li Stato in Venezia, Provv. c Sopr, alla Camera dei Confini, Busta 210, Friuli e Grado, n. 7. Il conte Pier Francesco Malipiero descrive lo stato lacrimevole di quella terra e le condizioni di publica sicurezza pericolose, tanto più che è ridotto a risieder * senza t avallerò, Officiali, ne Ministri di sorte alcuna, dal che ne nasce spesse volte l'audatia e temerità d'Alieni, Banditi et altre persone seditiose che si fermano in detto luogo, senza rispetto alcuno della Giustitia, essendo stati fin in casa sua, alla sua prescntia delli Banditi».1) Il conte Piero , Bembo, essendo esposto nel palazzo con la propria famiglia 4 alle Pioggie che per tutto trapassano et alli gagliardi venti che ogni foro passano , domanda il 7 settembre 1775 che il signor Luogotenente di Udine faccia operare i ristanti. 2) Piero Alvise Corner, conte provveditor, nel 1786 "chiede al Trono delle Eccellenze dell'111." Senato la corrisponsione per l'intiero corso di sua reggenza di ducati 80, coi quali in conformità dei precessori possa provvedersi di privata abitazione essendo comprovato lo stato rovinoso del Palazzo,. I Savi al Cassiere gliela accordano ad unanimità.'1) Finalmente il Magistrato dei Deputati et Aggiunti alla Provvision del Denaro propone la vendita del Palazzo da commettersi al Provveditor General di Palma, secondo il prezzo di stima del capitano ingegnere Albrizzi ascendente a lire 8886.*) Nel 1790 gran parte del Palazzo veniva ceduta per F esercizio dell' osteria.5) ') Ardi, di Stalo in Venezia, Provv. e Sopr. alla Camera dei confini, Busta 20S, Friuli e Grado, Busta 5. '-') Idem, Savio Cassiere, Documenti di spese, Busta 78. :l) Idem, idem. 4) Idem, Deputati ed Aggiunti alla Provvision del Denaro publico, Registro 136. ") Idem, idem, Registro 71, Documento 29, gennaio 1790. 2f4 LAGUNE DI GRAMO Un memoriale della Comunità alla Serenissima, in occasione di un decreto clic ordinava di arruolare nell'esercito dicci uomini delle cernide gradesi, dice 4 che la improvvisa e inaspettata comparsa dell' offizìale incaricato trovo la città spopolata di tutti li abitanti, condannati dalla miseria ad esercitarsi e giorno e notte nelle pesche. Che l'inaudita miseria rendeva gravissimo il tributo, mentre i privilegi antichi la esentavano da qualsiasi contribuzione militare ».') Un ultimo documento ci somministra la prova delle strettezze economiche giunte al massimo limite. Il nunzio Andrea Mozzato, recatosi a Venezia, prima di presentarsi ai piedi del Principe gì' inviò la seguente preghiera : * Sa bene la sua ^delissima Comunità della Città de Grado, primo ci antiqnissimo Patrimonio di questo Serenissimo Dominio, quanto clic in ogni suo bisogno sij stata dalla benignità della gratia sua favorita et agiutata; Et per ciò confidatasi più che mai Ha mandato me Andrea Bozzato suo Nontio et fidelissimo servitore della Serenità Vostra a suoi piedi per humilmente et con quella riverenza che si conviene a nome di quei suoi fedelissimi supplicare Che essendosi rotta la sua Campana di peso de Libre 1100 nel Campanile di (picila Chiesa, la (piale serviva per li divini officij et per ogn'altro bisogno pubblico et occorrente alla giornata in quel luoco, sì per le guardie notturne in tempo di sospetto, come d' altre occorrenze, et resa però al tutto inutile in modo che non si possono più servire ; La Serenità Vostra havuto rispetto all'urgentissimo bisogno et alla molta povertà et mendicità loro, si voglia degnare di farglinc dar una di quelle che sono nel suo Arsenale uguale di peso et di bontà, acciò che secondo gli occorrenti accidenti possi esser udito il suono da essi fidelissimi che si trovano fuori tutta la settimana in tutto il tempo dell'anno ') Arch. comunale
  • 0 donna e deposto in Comune, ve ne ha una che ricorda l'obligo di fornire il pesce ai banchetti della Serenissima ed una, interamente guasta, su cui altro non si può deci-ferarc se non la conferma delle libertà godute dai Gradesi. 1 .e fiamme hanno lasciato sopravvivere i ricordi del singolare tributo e delle prerogative, che erano fondamento della vita e delle istituzioni. I Francesi, poco dopo, rivolsero la chiesa di S. Rocco a magazzino militare, demolirono il Palazzo per erigere un forte, e così le pietre che tutte insieme costruivano l'asilo dell' arengo e del nobile Consiglio, diventarono lo spalto di una batteria che mostrava le sue quattro bocche da fuoco. RELIQUIE D'ARTE // duomo — Battistero di S. Giovanni Battista — La basilica della B. V. delle Grazie — La cattedra di S. Marco — Due custodie — Un'arcclla — L'evaiigclistario — Le bacinelle bizantine. Grado, che può dirsi la più antica città della Venezia marittima, è in pari tempo l'unica città delle lagune che possa vantare qualche edificio del sesto secolo. La cattedrale, la chiesa della B. \r. delle Grazie ed il battistero dedicato a S. Giovanni, sono opere, che nonostante i restauri e i deturpamenti, conservano alcuni segni caratteristici dell'epoca in cui furono cretti. La Cronaca gradense narra «che il patriarca Niceta, nel 454, riparato a Grado, dopo il suo antecessóre Secondo, trovando angusta la chiesa della B. V. delle Grazie, innalzò quella di S.1-1 Eufemia, adorna di pregevoli marmi, che poi illustre sede ebbe a divenire di LXI Patriarchi,. 11 segretario di questo patriarca lasciò scritto oltre a ciò che il pontefice Leone T inviasse a questo fine l'architetto Paolo. Il Laugicr,1) sulla fede del De Rubeis, fonte a cui tutti attìnsero, conferma la notizia, aggiungendo che Pietro Orseolo II dal 998 al loto fece rifabricare il tempio perchè danneggiato e ridotto (piasi in rovina dalle masnade dei Primati aquileiesi. 1) Op. cit., Tomo I, pag. 231. 224 lagune: di crai»» Altri cronisti, avvalorati da alcuni critici d'arte, vogliono invece che il magnifico duomo venisse rifatto per volontà e con denaro d'Elia, vescovo greco, dal 571 al 586, e si appoggiano non esattamente alle scritture del pavimento a mosaico. ') Sarà difficile si riesca a sciogliere la questione, perchè tanto nel V come nel VI secolo, l'arte discese a cosi compassionevole miseria da non lasciar determinare con sicurezza so i prodotti di essa appartengono piuttosto ad un perìodo che all'altro, mentre appare soltanto il suo invi-limento cagionato dalla offesa sofferta dalla civiltà (piando, calati i barbari, parve spento il genio latino. La cattedrale gradese, come quasi tutti i monumenti dell'arte romano - cristiana, venne fabricata con gli avanzi degli edifici pagani, ed i costruttori greci v'innestarono i germi bizantini, già trapiantati a Roma. S.,a Eufemia, intitolata cosi in origine, quindi dedicata ai S.li Lrmngora e Fortunato, non ha il santuario rivolto ad oriente, secondo le prescrizioni della novella religione, la (piale considerava l'occidente per il simbolo delle tenebre; ma la sua icnografia è quella comune a tutte le prime basiliche cristiane, che spartite da tre navi, finivano con l'abside centrale, nell'interno semisferica, esternamente poligona. Il portico, a cinque arcate, venne mozzato (piando si edificò il campanile, per modo che oggi presenta tre archi ed una sola colonna, il cui capitello somiglia ai pulvini delle chiese greche; questo vestibolo servì, in mancanza dell'atrio, per luogo di sepoltura dei principi o sonimi personaggi ATRI A OVU'. CCRNIS VARIO FORMATA OECORE SQVALIDA SCI! PICTO C.EEATVR MARMORE TELLUS CONCA VKTVSTATIS SENIO FUSCAVERAT .ETAS PRISCA EN CESSERUNT MAGNO NOVITATIS HONORI I'R/ESVLIS Il ECCE STVDIO PRjESTANTE REATI ILEO SUNT TECLA PIO SEM PER DEVOTA TIMOR] INTERNO DEL DUOMO DI GRADO ALLA FINE DELLO SCORSO SECOLO. Disegno del prof. E. Nordio, da studi e rilievi fatti sopra luogo con la scorta della pianta e prospettiva esistente nel Codice Gradenigo Dolfin n. I09< Museo Correr in Venezia. 761^92 2337 2T della chiesa, e vi si vedono ancora le lastre funerarie che formano dei tasselli regolari nel lastrico sconnesso.l) ]) Nel portico, secondo la Cronaca gradese, vennero seppelliti due patriarchi e i due dogi: Pietro Candiano i, come è detto alla nota I della pag. 96, e Giovanni Partecipazio. Di questo ultimo non vi ha certezza; ma siccome, assalito e colto dalla fazione avversaria, gli venne rasa la barba e mandato in esilio a Grado, dove mori, si ritiene che il corpo sia stato deposto davanti la porta di S.ta Eufemia. Lagune bi crai hi Due file di colonne, dieci per parte, dividono la nave maggiore dalle due minori; alcuni fusti sono di cipollino, altri di bellissima breccia africana, due di cotto, sostituiti, se dobbiamo credere alla tradizione, dai Veneziani, (piando asportarono i primitivi, che si dice fossero di bel marmo corallino, ma gli archcologhi sostengono invece che indicano l'ingrandimento del tempio fatto eseguire da Elia; i capitelli, perchè rotti nel fogliame e nei viticci, vennero ristorati da un imperito gessino e subirono la medesima sorte anche i meno gentili, simili nella forma ad alcuni della chiesa di S. Marco. Le due muraglie mediane, portate dagli archi delle colonnate, formano il sostegno della cavailatura del tetto, come a S. Miniato ed a S. Lorenzo fuor le mura; d'ambo i lati parietali ricorrevano moltissime finestre piccole, ad arco, tutte lavorate a traforo.1) Si ascende oggi al presbiterio per tre gradini, e qui si fanno palesi le tracce della mano <"* moderna, che compi le molte dell molizioui, distruggendo i ricordi I . più notevoli della prima arte cristiana. Ai due lati estremi sorgeva a sinistra l'ambone dell' evangclo ..... l'attuale non è che una posteriore ricostruzione, a cui si aggiunse la cupola di gusto arabo -, a destra si levava il pulpito per l'epistola, i cui avanzi vennero raccolti ed incrostati sopra un muro rustico del cortile, annesso alla sagristia. Divideva il reclusorio, ossia il luogo riservato al clero, da quello destinato ai fedeli, ') Una di queste finestre venne murata dopo le opere di restauro nell' abside. RELÌQUIE iv arte" m un tramezzo, formato dal parapetto a specchi scolpiti, coi quali si costruì, nello scorso secolo, la falsa cattedra pa-triarchina dietro 1' aitar maggiore, mentre sei colonnine, in parte adoperate per questa sedia marmorea, in parte rotte e rivolte ad altri usi, poggiando sullo stesso parapetto, sostenevano l'architrave a nicchicttc, da cui nel centro emergeva il Cristo del popolo, adorato dalla Madonna e S. Giovanni.1) Nella calotta dell' abside esiste una pittura muralo, del VII secolo, ridipinta, slavata dalle infiltrazioni della pioggia; è fuor di dubbio che tutta la chiesa era decorata di figure policrome, giacché scrostandosi le malte vennero in luce più strati o falde con tracce di dipinti sovrapposti, ed una testa di santa rimase scoperta nel pilastro sinistro che fiancheggia l'organo, risparmiata questa volta, con ri-Spetto all'archeologia, dagli stessi imbianchini. Due cappellctte esistevano anticamente: l'ima dedicata a S. Marco, 1' altra a S. Giovanni. Ciò che costituisce la parte più stimata del tempio è il pavimento di mosaico vermicolare, a quattro colori, fattura di valenti tessellarii, che Raffaele Cattaneo giudicava, considerata l'epoca in cui fu fatta e la rarità di simili lavori, come la cosa più preziosa che in questo genere si possa vedere.2) I divoti, pagando del proprio una parte de! pavimento, acquistarono il diritto di far comporre con lo pietruzze spianate una epigrafe, la (piale ricordava nello stesso terrazzo la loro generosità. Settecento piedi fece fare un certo Lorenzo, che s'intitola Consolare e Patrizio e Dilatino, probabilmente personaggio ragguardevole della corte bizantina. Contribuirono pure alla ') L'architrave era di legno con santi e personaggi biblici, di greca pittura, su fondo d'oro; attualmente, diviso in due pe/./.i, l'istauralo, trovasi appeso alla parete dell'abside. '-') Raffaele Cattaneo, VArchitettura in Italia dal secala VI al Mille circa. Ricerche critiche. Venezia, Ferdinando Ongania, editore, 18S9. à-ji Lagune di grado pavimentazione : Lorenzo mìlite de' Tàrvisiani ; Giovanili milite nel numero de Candiisiani ; Giovanni milite nel nume} o dei Cavalieri Persiani di Giustiniano ; Laucto actoario della S. Chiesa. Aquileiese\ Muzio lettore con sua moglie; Giovanni lettore con sua madre, Paolo NotarloS] La partecipazione di gente greca rafferma la notizia, che a Grado nel VI secolo si trovassero ufficiali dell'impero di Oriente. L'elegante disegno di questo tappeto musivo mette in piena evidenza l'innesto del gusto prevalente a S.ta Sofia sul classico tronco romano, e con le altre poche cose rimaste aiuta a ricostruire 1' antica basilica, che i guastatori progressivamente spogliarono di ogni suo fasto. * * E incertissima la epoca della costruzione del battistero che fiancheggia il duomo, perchè le cronache tentano ili trarci in una rete di notizie incerte ed anche apocrife. Un manoscritto gradese racconta: * La chiesa tii S. Giovanni fu eretta ai tempi del patriarca Donato di Piacenza, che occupò la sedia dal 717 al 726. Circa questo tempo la famiglia Gradenigo, già domiciliata in Grado da secoli, fece fabricarc in esso la chiesa di S. Giovanni e compita che fu passò ad abitare in Venezia,. In altro manoscritto si legge : * Dalla pietà della famiglia Gradonico, dicesi che eretta venisse la chiesa dedicata al Precursore Battista che come in oggi serviva di Battistcrio, in allora per iiumersiouem, e vicino a questa, *) Il lettore e l'uelot/r/o, secondo l'antica disciplina della chiesa, erano due dignità del clero inferiore. Una gran parte del mosaico venne logorala dal tempo, ma quella rimasta è sufficiente a dimostrare la bellezza della composizione e l'accuratezza postavi dai musivari. Le inscrizioni che ancora si trovano e quelle che si trovavano nel pavimento del duomo stanno raccolte nel Corpus Inscr. Lai. del Mommsen, Voi. V, P. I, dal n. 1583 al 1616. I IJ:'l:SSÌi iVANVi i (V*"V !] '"ì"""è \ ì //v>.Vj U'.V^4,'^)ft\Ajì \l//:òX\ l^^-i^ u>?>is^i/a&yci \........________ii^^vc^ri/m i\tb^!^:?v !\wm ìqyàQì l ......1 Lh/XvM ;______________,..................j iy>Xv i/37 della grandezza vera. PARTE DEL PAVIMENTO A MOSAICO NEL DUOMO DI GRADO. (Diségno de! pi'Of- '-• Nordio.) V. TUBATI me reliquie d'arte detta famiglia tcnea la sua abitazione sino a tanto che nei secoli calamitosi di Grado ebbe a trasferirsi in Venezia. I ra le molte fabriche antiche, che in questa nostra Isola sussistevano, e che dalle barbarie degli Àquilejesi Longobardi, e dall'ignoranza de'nostri Cittadini furono atterrate, si deve annoverare questo Battisterio, selciato alla Mosaica, con molte iscrizioni ora affatto ignote „. Un codice marciano scrive invece «che Macedonio di Macedonia nel 539 fece erigere la chiesa di S. Giovanni». Ora è noto che le cattedrali avevano quasi tutte il loro battisterio isolato : informino le nostre città istriane, nonché Aquileia e Torcello.1) Sono adunque erronee le tradizioni, e l'edificio battesimale deve essere sórto quando si innalzò la basilica o poco dopo. Lo scheletro ottagono, e l'ossatura del tetto, scoperta internamente, che con i raggi delle travi sembra un grande ombrello, è quanto ci rimane del vetusto monumento. 11 Coronelli c'insegna nel suo Isolarlo, che nel 1696 esisteva il battisterio all' antica, e ciò spiegherebbe essersi compiuta più tardi la distruzione della vasca. Il pio luogo ha oggi l'aspetto di un oratorio da contadinanza, tutto bianco, con tre altarini nudi e semplicissimi. * * La piccola basilica della B. V. delle Grazie, detta anche la chiesa del Castello, è una figliola del duomo, ma accettando una notizia del De Rubeis, ne sarebbe la madre.-) 11 pavimento a disegni geometrici, uccelli ed inscrizioni, sembra lavorato dagli stessi tessellarii, i marmi delle dieci colonne possono dirsi pervenuti da Aquileia, i capitelli bizantini somigliano ai ravennati ed a quelli dell' Kufrasiana di Parenzo, e ve ne hanno altri di stile composito o ') G. Caprili, Marine istriane, Trieste 1889, pag. 172. 2) Abbiamo già detto nel capitolo Le città di legna, pag. 30, clic il De Rubeis la vuol fabricata ila S. Cromazio, vescovo di Aquileia (389-407). LAGUNE i il GRADO romanici a volute; vennero però tutti riempiti con lo stucco nelle parti mancanti, senza cura e con ignoranza. Y\ ff u ' {( l\ // \\ (f % (f k^Z.....A k,\r-^A J^M::-"^A. ìh.^---^/.A ......VA à.^-.....VA f I P /..-.....v. t ........v ......SS v ™ ™ » •'*•••■•**• * /;. \\ // A\ // \\ //, \\ :#. \\ //': W TURATI »'*f. Avanzo di mosaico nello basilica della B. V delle Grazie. (Disegno del prof. E. Nordio.) Un tramezzo chiudeva il presbiterio, rialzato di due gradini, e vi si vedono le tracce degli attacchi dell' architrave nelle due colonne laterali. Ma la particolarità da considerare in questo edificio sacro sta nei due pastofori collaterali al santuario, che non si riscontrano in tutte le chiese antiche : uno riserbato ad uso di sagristia, l'altro, all'opposto lato, per gli antifonari, i messali e la libreria destinata all'ecclesiastico ministero. I resti dell' antico ciborio, con altri ruderi marmorei, si adoperarono per lastricare il suolo. 240 Lagune dì guado Offriamo i disegni di questi avanzi notando clic il Cattaneo li giudica per sculture del IX secolo attenendosi alla cronaca detta Sagomimi, anzi al passo seguente : « In sancttc vero Dei genetricìs Maria; ecclesia su-pra altare ciborium peregit. » Ne riscontra il carattere bizantino di quel tèmpo nelle fettucce a giunco e nella esecuzione supcriore all'italiana dei primi decenni di quel secolo * troppo diversa d'indole e di concetti perchè si possa sospettare frutto di scalpelli nostrali,. A questo tempo, il compianto prof. Cattaneo, contrariamente all'opinione di altri esperti, rimanda pure il tramezzo —A__ del coro, il cui disegno abbiamo riportato a pag. 46 del capitolo La madre di Venezia. RELÌQUIE D'ARTE jU| Possedeva Grado la supposta cattedra alessandrina di S. Marco, donata dèli'imperatóre Eraclio, nel 630 circa, al patriarca Primicerio, poi trasportata a Venezia nel secolo sedicesimo e posta dietro l'aitar maggiore, custodita adesso nell' Antitesoro. Creduta prima una scultura egiziana, per l'ornamento dei palmizi, la si giudicò poscia bizantina del VII secolo. Vo-levasi fosse rivestita negli spàzi intermedi di laminctte d'avorio, giacche un cosmografo la descrisse intarsiata di pietrelle e dischi eburnei, e Giovanni Candido affermò di aver veduta la impellicciatura malconcia; però da ultimo si concluse, che la si confondeva con altra sedia d'avorio posseduta dal duomo di S.fa Eufemia e oramai perduta. Quella, che l'imperatore di Oriente inviò al prelato gradese, è scavata da blocco o monolito di marmo cipollino. La incavatura del sedile è piccola, talché non può capire una persona. Il dossale, nella parte anteriore, e precisamente nel medaglione, presenta due santi, ritti presso una croce; al disotto un albero, l'agnello mistico poggiato sul colle del sagrificio, donile sgorga il fiume simbolico della vita. Sul fianco destro veggonsi cinque ceri accesi, quindi una figura di angelo alato, tra due cherubini che suonano la tromba: su quello sinistro invece, oltre ai ceri ardenti, il bue alato. La parte posteriore dello Schienale è più ricca di sculture: vedesi in alto tra tino santi od evangelisti, una croce greca, simile se si vuole a quella delle chiese etiopi, più in giù 1' aquila a sei ali e quindi il leone pure esaptero, tutti e due posti in una costellazione. Vi si scorgono nella parte più bassa due palme e nel centro la pianta Persea. Molti tentarono di leggere una scrittura, incisa nella lista spianata del sedile, ma nessun maestro di paleografia aramaica, punica, semitica riuscì a decifrarla.1) *) Veggasi su questo esemplare di sedia cimile: A. Pasini, // Tesoro di S. Marco, nell'opera J.o Basilica diS. Marco, editore Ferdinando Ongania, Venezia; P. Giampietro Secchi, La cattedra Alessandrina di S. Marco ecc., Venezia, P. Naratovich, 1853- Cattedra alessandrina di S. Marco. (Disegno di G. de Franceschi.) Dove e quando siansi smarriti gli oggetti del tesoro gradese, arricchito cospicuamente da Fortunato, triestino, e poscia da Vencrio, nessuno sa, nò alcuno ha sinora arrischiato d'imprendere le difficili se non impossibili indagini, Una gran parte dei pregevoli arredi venne involata dai sacchcggianti, il rimanente spari, nei tempi più calamitosi, per opera di ladri domestici. Sappiamo difatti che nel 1339 a Venezia si istruì un processo contro il prete Viviano da Grado, il quale appropriatosi illecitamente una reliquia, che in allora si poteva vendere con vantaggio, l'aveva nascosta fra le lenzuola e la paglia, involta in un fazzoletto di seta. Come sia terminata la inquisizione noi l'ignoriamo: consta solo che il conte di Gratio, Bertuccio Marcello, scusava il prete Viviano, dicendo che aveva tolto il teschio per sentimento di divota pietà, e concludeva bisognasse riflettere al latto che i Corpi santi di Venezia provenivano ugualmente tutti da furti.1) Alcune teche e cassette, per toglierle alla rapacità delle soldatesche, furono, di volta in volta, seppellite sotto il suolo delle chiese, sicché avvenne che a caso se ne scoprissero quando si mise mano a lavori di riattamento del piano dell'abside. Noi 187 [, mentre si scavava il letto per le fondamenta del nuovo aliar maggiore, si rinvennero, in una piccola urna di pietra, due capsule d'argento, l'ima circolare, l'altra ci ittica. La custodia rotonda, che si fa risalire al V secolo, cioè ai tempi di Niceta (454), reca in rilievo l'effigie di una Vergine in trono col bambino, la quale stringe nella destra lo scettro crocifero e poggia i piedi sopra un guanciale', le ]) Vincenzo loppi, /.(• saere Reliquie della Chiesa d'Aquileia, Archivio storico per Trieste, l'Istria e il Trentino, 1SS5, Voi HI, fuse. 3-4. 241 LAGUNE DI OR A DO circonda il capo un nimbo adorno di monogramma simile a quello del celebre sarcofago tuscolano. La capsula ovale, che si reputa cesello del VI secolo, è storiata tutta in giro, e le figure sono chiuse da una scritta, che a guisa di doppia fascia include i santi clipeati, e nello stesso tempo ricorda gli oblatori che concorsero alla spesa. Il coperchio di lamina leggerissima rappresenta i due agnelli che da un monticello guardano la croce gemmata.1) ') i due rarissimi cimeli verniero scoperti da don Giovanni Roclaro, parroco di Grado, il 5 agosto 1871, od il giudizio emesso dal QOStro dolio archeologo Kumller, trattarsi di lavori del V e VI secolo, venne accolto dall'illustre commendatore G. I!. de Rossi nel numero IV del Bullettàio d'Archeologìa Cristiana, Roma, serie seconda; v'ha però chi fa rimontare il re-liqnaria ovale alla metà del IV e quello rotondo al V secolo. Un'altra cassetta, più grande e più ricca, ma di epoca meno lontana, venne trovata sotto la cripta dell'altare del Sacramento nel 1736, seppellitavi il 12 luglio 1340 dal patriarca di Grado Andrea Dotto, assistito dai vescovi di lesolo e Fola, presenti alla cerimonia il conte provveditore Rainerio Minotto, il clero ed il popolo. Dicevasi contenesse i resti dei martiri S.'1 Ennagoni e Fortunato, che nel 1356 Nicolò di Lussemburgo, patriarca di Aquileia, avrebbe trafugati, e riconsegnati poi nel 1359 da Lodovico della Torre; ma l'autenticità loro è molto incerta per le sottrazioni e scambi avvenuti, sicché potrebbe essere che andassero invece sparsi per le diverse città del Friuli, laddove le due chiese rivali tennero ferma la credenza di possederli. RELIQUIE D'ARTE 247 Coperta d'argento de/i1 Evangelistarìo, La cassetta lunga centimetri 43, larga 25 ed alta 21, è riquadrata in ogni sua parte da un ornato ; sul centro del coperchio campeggia il crocifisso, che ha ai due lati la Vergine e S. Giovanni ; gli angoli vanno adorni delle rappresentazioni simboliche dei quattro Evangelisti. Nella parte frontale dell'arcella si riveggono i due protettori, lìrmagora e Fortunato, il primo con le insegne episcopali, il secondo nella sua veste di diacono; sulle bande vi hanno due vergini con un vaso nelle mani ; quattro leoncini formano i piedi di sostegno del reliquiere.1) L'evangelistario, alto 24 centimetri e largo 17, in lamina eli argentei dorato, è 'gemello della cassetta; vi scorgiamo riprodotto il medesimo ornamento, che potrebbe ritenersi sbalzato, però con maggior diligenza, dallo stesso cesellatore, nel dodicesimo secolo, quando ancora fioriva lo stile lombardo. Da una parte spicca S. Ennagoni in attitudine pontificale, come lo si vede riprodotto nel conio delle monete del patriarca Bertrando, dall' altra vedesi il Redentore, che benedice con la destra alzata. La scrittura venne arricchita di alcune iniziali, che sono pazienti miniature, ma la carta animale, adoperata per garantirne la lunga conservazione, è oramai logora nei margini e fatta fragilissima al semplice tocco.-) ') Tra i documenti ilei Codici Cicogna, Gradenigo - Dolfin, Museo Correr in Venezia, si trova la seguente descrizione : *'I.a Cassetta tutta «.1 ì geUo d'argento dorata, nell'anno 1735 sotto il delinealo sasso, che per appunto le parole gotiche del medesimo In la cagione d'averla ritrovala. Questa si può dire che sia una delle 4 casselte che il SS.ino Unge Pietro Candian fece nascondere ne sotteranei della Chiesa e fu nell'anno 1012 che Orso Patriarca fratello d'Ottone pur Doge, le fece cavare, Figli ambedue del suddetto Pietro, ed esponer all'adorazione del popolo. Quello che sia sucesso delle altre tre cassette non si à menzione. •Questa casselta, quando si ritrovò era in mail' ordine, ma un velo Cremese che involte sono le sante ossa pareva, ed è come novo. *Nclla med.a si vede scritto e scolpilo li SS. Ermagora e Fortunato e Eufemia, Dorolea, Tecla ed E ras ma V. M. „. '-') Intorno a questi due oggetti esiste nella Biblioteca comunale di Udine una esauriente descrizione, fatta dal canonico di Cividale Michele Della Torre e Valsassina e da Domenico Guerra canonico aquileiese. Sui due piatti posseduti dai duomo, vi ha disparità di opinioni circa la origine loro e l'epoca in cui si reputa siano stati eseguiti. Mentre alcuni ritengono poterli giudicare veri gemellioHS bizantini dell'ottavo secolo, altri dicono trattarsi di una riproduzione francese del secolo XIII, uscita dalle famose; officine di Limoges, fedelmente eseguita su modelli orientali. ') Ciò che rafforza il sospetto trattarsi di una imitazione posteriore alle Crociate, è prima eli tutto lo scudo con il ') Veggasi Th. Frimmel, À/òtizen, Mittheihingen der le k. Central Commission ecc., 15.ter Band II.ter Ileft, Wien 1SS9, Hof und Kimstbuch-druckerei, pag. 113-15. leone rampante di smalto azzurro visibile nel medaglione centrale, giacche non si ammette più su del mille una forma od impresa araldica così bene detcrminata, e in secondo luogo esistono in diversi musei ed in alcune private collezioni esemplari di simili bacinelle, greche nei segni, ma lavorate in Francia. Dato che si voglia escludere, e con valide prove, la provenienza da Bisanzio, perchè ricorrere a Iumoges, so anche Venezia andava famosa per la fabrica-zione degli smalti applicati agli oggetti di rame ed ai minuti lavori di orificeria? Il piatto riprodotto è poco dissimile dall'altro; lo contorna un fregietto, a denti di sega, filettato esternamente 252 Lagune dì gradò con la smaltatura coleste, il quale serra la combinazione di quattro circoli, foggiati a croce, c formanti un quadrilobo, che ben si distingue per la listerella di contorno in pasta bianca che lo disegna. TI disco centrale, scudato, gira un po' al disotto dei punti d'intersecazione dei circoli : nei vani che restano, internamente, tra la linea della sua circonferenza ed il triangolo dello stemma spiccano, sulla fusa della vetrificazione verde, tre animali favolosi, probabilmente basilischi. Nello spazio del primo cerchio superiore e1 in quello del laterale a sinistra è rappresentata la lotta di un uomo con una fiera, in quello inferiore e nell'altro a dritta nini lotta fra due gladiatori. I diversi gruppi sono circondati da piccoli caprioli e palmette ; tutti questi ornamenti e figure, che hanno la tinta naturale ed ossidata, sono contornati dallo smalto bluastro che riempie i fondi. Nei gheroni, che si formano fuori dai circoli, cai anzi tra essi ed il contorno finale del piatto, si ripetono quattro padiglioni su fondo di una fritta verde; le finestre ed i fregi sono di fusa rossa. Le bacinelle, il cui diametro è di 22.2 centimetri, conservano nei campi lisci e nei rovesci alcuni segni di antica doratura. nelle feste mobili e particolarmente ne sposatiti). Vi sarà anni 35 che fu atterrata, cioè nell'anno 1735» ') J) Cod. Gradenigo-Dolfin, N. 109, Museo Correr, Venezia. Tra i codici Gradenigo-Dolfm conservati nel Museo Correr di Venezia, trovasi il disegno di un istru-mento * che si teneva nel pulpito dell'epistola del Duomo di Grado, formato da un cembalo con il fondo di carta pecora, intorniato di campanelle, che veniva girato mediante un manubrio.. 11 documento dice: *si suonava Onesto è tutto il tesoro di Grado, m.'i quand'anche losse andato completamente perduto sarebbero rimaste nondimeno le tracce della suntuosa architettura che onorava la città detta giustamente la Gerusalemme di Venezia, derubata ed incendiata tante volte c che, come la biblica Sion, divenne di se stessa tomba. Ovunque guardate vi colpisce la testimonianza materiale delle successive rovine, vi vengono dai muri e dal suolo le lontane riminiscenze, le rievocazioni di storie sanguinose e dei crimini, che ai cronisti degli alti colpevoli ripugnava confermare. Il tempo non ha cancellato il segno lasciatovi dalla mano delittuosa. Tutto cedeva alla avidità e rabbia degli assalitori che lasciavano alle fiamme la cura di compiere la rovina, abbandonando il luogo ridotto in cumuli di macerie, colle bocche dei sepolcri aperte e le ossa gettate sulla via. Ma gli abitanti rifacevano le dimore, ristoravano i templi con opera assidua.1) L'atrio della chiesa è un ciottolato di marmi, il serpentino si frammischia all'africano, il rosso antico ai fioriti preconnesi. La strada è seminata di schegge colorate e di pezzi d'ornamenti; alla diga del mare si è fatto un gradino con l'avanzo di uno stipite rabescato; una casuccia ha il davanzale di marmo pario; un'altra vi mostra la testa eli un Dio romano che fa da mensolino sotto la linda del tetto. Si lavorò di volta in volta in quella penosa ricostruzione rivolgendo tutti i ruderi e rifiuti ammucchiati davanti le porte delle chiese, e con i cubi scritti, i tritumi di capitelli, le falde di lapidi funerarie e votive, le croci, i segni ì) Notiamo qui che i Francesi demolirono la chiesa di S. Vito per erigere il forte Eugenio ; ridussero in magazzino di proviande la chiesetta di S. Rocco, convertita poscia in deposito di attrezzi da pesca. simbolici, le rose di alabastro egiziano, i melagrani tessalonici, i viticci ed i fusi si spianarono i selciati, si alzarono i muri, impastando nella calce anche la polvere santa, dispersa dai profanatori degli avelli, talché la città vi fa risovvenire quei druidi che cementavano le capanne con le pietre e la cenere dei roghi. XTIT. CANTI LAGUNARI Lirica popolana — Mutuo scambio ili canzoni -— Stornelli gradisi. I canti popolari sono i fiori selvatici dei dialetti, germinati dulie commozioni liete o tristi dell'anima, e nel tempo istesso costituiscono i molteplici echi ed accordi di una comune melodia: quella del poema nazionale. L'identità o l'affinità del sentimento poetico delle varie famiglie di una schiatta appaiono appunto dalla rozza poesia vernacola, vissuta lungamente soltanto nella memoria, più tardi fermata nei libri da quegli appassionati indagatori, che, tra le modeste ed oscure plebi parlanti con qualche differenza lo stesso linguaggio, si fecero a raccogliere e ad interrogare i canti volgari, nell'intento di scoprire il vincolo spirituale che queste plebi tutte insieme unisce. Le canzoni gradesi erano figlie della musa lagunare: rispettavano il metro endecasillabo, usavano le stesse strofe a quartine, ma la loro originalità spiccava per la pittura ilei costumi particolari e del luogo; si distinguevano per questo specialissimo colore e formavano una varietà nella poetica vocale dei Veneti. Tu quell'isola, dove la leggenda religiosa e profana spaziava per i vasti confini della immaginazione, ed intrecciava le finzioni della origine della città alle vicende degli esuli, al martirio dei primi vescovi, e narrava della nave comparsa con le vele nere e delle sirene col bel viso e il bel seno umano e il busto di squame, la musa invece aveva Lagune ih gRai»> l'ala corta, e come l'allodola palustre si spingeva al massimo sino all'ultima vela della più lontana barca pescareccia, cercando le inspirazioni soltanto in quel territorio di acque che l'occhio abbracciava, e non più in là. Aveva perciò un carattere tutto intimo e domestico: nata in mare, tra le alghe e le reti, si locava di riprodurre con ingenuità i quadri deliziosi della pesca, animandoli d'uomini laboriosi, facendo provare il piacere del lavoro. Le villarecce canzoni che rallegravano i casali di Morsan, di S. Marco e del Belvedere, posti in terraferma, non passavano mai il lago che andava sino ai pitali di Grado. Nelle feste di Barbana i pescatori cai i renaiuoli le sentivano modulare dalla gente di ferzo, di Aquileia e di Fiumicello, quando abbandonava il santuario, ma il vento portava via tutto e non restava una sola reminiscenza di musica o di parole. E le sentivano ancora, quando i tempi avevano fatto dimenticare tutte le vecchie inimicizie, alle sagre della Centenara, ripetute ogni anno dai contadini, ebbri di gaiezza, ingalluzziti dagli amori, in quella campagna tutta nidi tli vespe, tutta infestata di moscerini, tutta a drappi di fiori, simili a fiocchi di piume. I Cradesi ascoltavano sodisfatti i ritornelli pieni di trilli, ma non portavano via mai nò un motivo, nò un ricordo di quelle idiote nate nelle fienaie, nelle bovarie, tra i campi di frumento, e che erano riflessi di una vita a loro estranea, una vita senza il mare, senza gl'incantesimi del mare! Non può dirsi la stessa cosa per le canzoni chioggiotte e veneziane. A Chioggia, sotto il porticato deìì'Erbarla, i cantastorie ripetevano le ottave della Gerusalemme liberala e gli accozzatola di versi improvvisavano le stanze marinaresche, mentre a Venezia i barcaroli avevano in tasca il volume del Tasso, e pagavano i trovatori da campielo perchè venissero nei traghetti ad insegnar loro le stornile. Sfarfallavano cosi per la laguna le storie epiche dei Crociati di Torquato insieme con le ingenue composizioni rimate, canti lagunari 259 che talvolta alla rima sostituivano le assonanze: graziose riproduzioni di vedute, richiami di passioni che esalavano l'affetto come il profumo da un incensiere: gentili scenografie al chiaro di luna, che facevano sentire il bacio di due innamorati confuso ne' baci delle piccole onde attorno alle gondole. E da Chioggia e da Venezia, con le tarlane, la lirica vagante e popolana passava il mare, si fermava all'opposta riva, e mutando dialetto, .si faceva istriana; giunta anche a Grado ne arricchì il florilegio poetico di canti sacri, di ninne-nanne, di corrucci e di scherzi erotici. 1 .e città però che, tutte sentivano ad un modo e che avevano le stesse inclinazioni ed affezioni, si scambiavano a vicenda, eia buone sorelle, le quartine,, trattenendone pochissime, perchè affatto locali. E queste, rimaste ferme nelle singole isole, recano tuttora il suggello ben delineato della non dubbia origine. Ancora oggi in Grado rivivono nelle cucine, sulle veline e nei casoni di paglia alcuni canti importati ed altri che subirono lievi modificazioni. Onesti che seguono, appresi dalla bocca del popolo e che resero liete le serenate al suono del violino, non si trovano in alcuna raccolta, uscita in luce, e mentre sono veramente gradesi, dimostrano in pari tempo di non aver mai abbandonata la loro culla.1) ') Due di questi canti ci vennero gentilmente dati dal sig. Domenico Marchesini. Era per noi difficoltà insuperabile tradurre esattamente nel dialetto gradese antico, rispettandone l'ortografia, quelle canzoni che abbiamo tolte dalla memoria dei pescatori, dacché il dialetto gradese lentamente andò modificandosi e subì infiltrazioni di voci usale nei paesi vicini o in quelli che hanno frequenti e continuali rapporti con 1' isola. Abbiamo chiesto perciò l'aiuto dell'egregio prof. Seb. Scaramuzza, che onora la sua patria, unico che conservi lo storico vernacolo di Grado; ed esprimiamo il desiderio, che il valente filologo raccolga quanto ha publieato sino ad ora e dia alle stampe una monografia, che arricchendo la letteratura dialettale, venga ad indicarci i filoni che concorsero a formare quel volgare diverso da ogni altro parlare dei Veneti. I. Tu tu m'ha' dito che te sposo, Santo, Che' vare da tu oni ben de Dio; E t'ho sposao, e in ciesa me he1) pianto, Ma gero tòva e tu tu geri mio. Santo, crei, 'la ze per me una zogìa Volé-te ben, durmi sóra la fògia. Santo, me basta solo per canpar2) El cuor, el pan e l'alega8) de '1 mar. 2. Hè messo un cuor sóra la gnó4) vela, Perché la vega la 'Coléta bela. He messo iute' la vela cuor e erose Perché la véga' dute le 'morose. Care 'morose, no ve scordo inai Co tira buòra o CO fa la tan pesta; Ve mani lo il gno saluo co' i corcai, Ve mando i finii pe' la vostra, festa.. Care 'morose, no ve scordo mai. 3- 0 puta bela, ghète-te a '1 barcon Se le barche de Grào tu voi vaiala: La. prima, che tu scuntri, ze '1 to amor, Che ruose per el mar 'ngrumando va. ') Ile per /io. '-') L'antico dialetto gradese direbbe eanpà; l'avvenuto cambiamento in canpar spiegherebbe eh e il canto non è dei più antichi; ciò valga anche per le voci amar del canto S e magliai' della Ninna-Nanna, canto 19. :1) alega ò voce veneta introdottasi per sostituire e cacciar via la gradese bulàiga. 4) gnó per mìa. 4. ( rhitàgia su 'I barcón, stàgo a vardà, E in mar ì gnó Amor me végo navegà; VegO, Sina de duti, Tono belo, Clic nàvega per Grào co '1 so batelo. 5< E cu' zé quel che vien co' le do vele? Ze Tono belo, cargo de sardele. E cu ze quelo, che ha la vela in pizzo? Ze Toso belo, zé '1 gnó bel novizzo.1) 6. El gnó novizzo zé de qua de l'Ara, (lie va ingruinando la salata amara; .Salata amara, Salata de pallio, A Tono belo 'i mando el gno saluo. 7- Cu' zé quel pescaor là zo a Barbana? Xé Nane mio, che suso el lò la. rana; Cane e cuguli in barca el ha Unto, i.a pesca zé invia co '1 sol levào, 8. Me domande indóla vago co' le arte?'-') Vago potando su' le restie tic 1 mar;'') I rimi in liana e co' la vela in parte A pesca quela che me voi amar. ') Anche nuvizzo. -) le arie per le reti. :l) Vado girandolando sulle onde del mar 9- L/Anzola bela, da quii bei culuri, Co 'la favela 'la spila fora finn; 'La spua ruose, viole e gelsumini; 'L'ha 'I visn d'oro cuoia i si'» ricini. io. Zr belo ci mar e bela, la marina, Bela la barca co 'la va a velo; Ma tu tu smi' la stela, o mia Tunina, E Gravo zé per mé el to gran zirli ». n. Son tanto inamorào de la Grazieta! So duna, mare no I me la voi dà... Se no 'I mela voi dà, che I se la legna.; E prego Dio che veda in casa 'i vegna. I2.1) No ze più ponto forte; zé le Irle, E zé cagiùa de buoni* ; qua a cason Consemo, S-CÌeti, le arte' e le balele, Per no pèrde' la pata co fa bon. 13- Vara la luna suso, su i so piai, Vara ruma che in zielo la camma; 'La sta per aria e no la cage mai, Cofà un corcai la sboia2) e un'alcalina. '1 Questo canto appartiene a quella classe di gradesani fi j)anl:\nti) nella quale il dialetto gradese, venetico puro, si conserva ancora tale, qual si parlava nella prima metà di questo secolo. I pescatori esprimono il sentimento della previdenza dicendo che essendo magra d'acqua e fortuna di bora conviene che ricoverati nei casoni lavorino nel riparare le reti e le barche per trovarsi pronti i giorni del buon tempo. "j sboia per svola. CANTI LAGUNARI [4. In 'sta contrà zé zerta. mal vivente, Che ilali i l'ali mìe 'la. tien a. mente; La tien a mente e 'la li va conta: Te prego, amante min, no sta scolta. Ah 'I zé andào via e no I m'ha saludào, Le done ile Piran me l'ha' robào; Ah '1 zé andào via e no '1 m'ha dito gnente, LI m'a lassao in boca de la. /.ènte. 16. Luti me disi die sdii bruta bruta, E che i zieliini ine farà' la mula ; Ma he l'amante che camina a. vela E se son Inula, passare per bela. 17- Su I gin') barcón ci mar slago a varda. Vogo ([liei viso belo a navega. ber navega bisogna, un V0ga5r, Per fa l'amor bisogna, 'vé' de '1 cuor. 18. 1 inaio zé sabo, vizilgia de lesta, L' ultimi 1 zi uni ) de la setemana. Iiicùo zé sabo, più a casi'ni no i' resta, I' vièn a. casa. < luti i pesca urii : V sa' de fango, i' sa' de mile oduri, Ma i zé' più beli de' i mazzi de fiuri. IO. Ninna - nanna. Dormi, bel ligio, Che to pare pesca, E zi >z< > in mar Co' L'inzegno e l'esca El pensa a '1 tó magnar. Dormi, bel ligio, Che to pare pesca Zozo in palò; E i pissi magna' l'esca Nome per tu. XIV. VITA ISOLANA Una mattina in laguna — Casoni di paglia — Popolazione palustre — Sui fanghi — L'antica srotola — Un villaggio dei primi esuli — La lotta per la esistenza — (lindo nei giorni di domenica — Lo squero — // porto — Famiglie storiche — Vita stradatola — I bagni — Nota elegante — Ricordi dolorosi — Poesia del mare. Per ammirare uno spettacolo nuovo e curioso bisogna trovarsi in laguna di primavera. Gli alberi sulla riva, che va dall'Isonzo all'Anfora, hanno cominciato ad infogliarsi, i gelsi sramati sudano nei tronchi e mettono le prime gemme; regna il silenzio disteso dei luoghi morti e disabitati, che fa credere sia cessata interamente la vita. Solo un filo di brezza deliziosa trasporta il bulicamento della campagna lontana e delle onde, empiendo gli orecchi di quel sordo ronzio che si svolge nel cavo di una conchiglia. A quando a quando si odono delle voci fastidiose: stridori e garriti di anitre selvatiche, di germani dai colli verdi, di tarabusi dal becco aguzzo: pigri volatili che non si risolvono ad abbandonare la grassa villeggiatura acquatica. Guardando la costiera si scorge il velo della prima verdezza, confuso dalle effumazioni dei prati molli, e le righe della vangatura, dove si stendevano in cupa zona le boscaglie di roveri e di pini rossi. Erano là, come narra Strabone, le ville rustiche assegnate dai Cesari ai gladiatori perchè affrontando i venti si conservassero robusti, e vivevano su quelle sponde, sotto alle capanne di stuoia, gli schiavi, che s'imbruttavano di fango per cogliere i mitili, una golosità di Eliogabalo. Verso le otto, come se si fossero aperte le bocche di una vasta irrigazione, il mare rientra nella palude, versandosi e gonfiando tutta la complicata ramificazione dei canali, cresce a vista d' occhio, monta ed allaga le veline e le pantiere tappezzate di muschi e di minuti organismi vegetali. In breve le isole dei Montoni, di San Giuliano, dei Lavi, dei Busiari e di Barbana sorgono divise da lucidi specchi, I battelli con le vele in asta ed i topi, arenati nei luoghi ancora asciutti, cominciano a muoversi, scossi dalle falde del flusso, che finalmente li scaglia e li culla col suo movimento espansivo.l) l) Delle antichissime Isoli Gradate, esistono ancora le seguenti: San Pietro d'Orio, una volta terra, congiunta con l'isola di Grado; gli storici accertano clic i Romani vi eressero un tempio dedicato al Dio Beleno, sulle cui rovine il patriarca Elia fabricò un tempio, distrutto da Popone, e rifatto poscia dai Mitrati gradesi, dato in custodia ai monaci Benedettini. II mare corrose il punto più stretto dell' isola aprendosi un passaggio che fu Isola di San Pietro (? Orio. (Bozzetto dal vero di (ì. Savorgnani.) Il paesaggio si muta completamente, la maremma di poltiglia, vestita di muffe erbatiche e di marciume, resta coperta dal trabocco della marea limpida e fresca. Una quantità di casoni fatti di pertiche, coperti di canna ingraticciata, piantati su rialti, risuscitano il paese dei profughi aquileiesi e le famiglie dei fuggiaschi che lasciarono qui il retaggio di una povertà primitiva. Qualche susino, che sente di essere fuori dalla propria patria, getta l'ombra rada e quasi sempre agitata sui tetti, tra i cui intrecci fioriscono campanelle o fagiuoli rampicanti. denominato Porto Piccino. Nel 1578 passò in giuspatronato dei patriarchi di Venezia, e la chiesa venne affidata ai Francescani, come c'informa un documento del 1746, di Fra Marco Antonio Lucis dell'ordine dei Minori Conventuali, che trovasi nell'Archivio comunale di Grado. Il Coronelli nel suo Isolarlo, publicato nel 1696, dice, che vi era allora piccolo ospizio e il sacerdote si manteneva con elemosina e con la pesca, aveva barca e reti e la rendita di poco terreno presso Monfalcone, lasciato per divozione da un Gordini di Grado. Una. terribile innonda/ione nel 1779 rovinò la chiesi, danneggiando il campanile, rifabricato nel 1S20 dalla Borsa di Trieste, perchè servivi e serve di segnale ai navigli. San Giuliano ha 3 miglia in longitudine, 1 in latitudine: era unita agli isolotti che P acqua separò aprendosi nuove ramificazioni. Fortunato da Trieste parla di un monastero che esisteva nel secolo IX e che egli rifabricò. Si vedono attorno l'isola molti avanzi di edifici romani. Santi Cosma e Damiano o Gorgo si è ingrandita per via delle secche; scavando il terreno si scoprirono molti oggetti antichi e scheletri in grande quantità, nonché le tracce della strada che si suppone avesse unito l'isola alla terraferma. Domine, tra il Belvedere e Fiumicello, unita a questo con un ponte, apparteneva alla nobile famiglia Friuli. Barbana. Isola dei Busìari in mezzo alla laguna. Isola dei Iu>?'i presso al Belvedere. Montone, lasciata a fieno; Volperà presso al Belvedere, e Volperazza; Zonale, aulico e fertile possesso dei patriarchi, ora esausta, miniera di monete ed oggetti romani. Si scorgono avanzi di mosaici anche nei canali vicini. Altre isole esistevano, ma rese a sterilità dal mare, che se ne impossessò, non conservano oggi che il nome: Isola dei Irati, di fronte a San Giuliano; Villanova, presso Gorgo; Campo, dirimpetto San Giuliano. Sorti, fìordigheì e Dossi presso al Belvedere e Noghera in prossimità a Morgo. \ Le porte lasciano entrare scarsa la luce, sfogano in pari tempo il fumo del fornelletto di cotte, posto nel centro dei miseri gusci. Abita quei casali una gente robusta che dorme sui sacconi di foglia o immediatamente sulla stoppia e che ha bisogno di poca suppellettile: la sua stoviglia si riduce ad alcune ciottole di argilla; in un angolo c'è il barilotto dell'acqua, che vanno a fare ogni otto giorni, mentre le nasse rotonde di vinchi, le gradelle di vimini, le voleghe ed i remi, come presso i selvaggi, formano in quella specie di canili il trofeo delle armi di un lavoro duro ed incessante.1) I tapi, larghi affioramenti di poltiglia, che vanno rapidamente sommergendosi, sono chiusi circolarmente da steccaie di canne palustri, con varie aperture, da cui pendono le cogolarie, reti a sacco, tese al pesce che fugge quando il riflusso vuota quasi interamente la laguna.-) Entrano intanto dal golfo, in lunga fila, le tarlane ed i bragozzi spiccanti al lume del sole sul fondo azzurro e terso dell'aria e si vedono certi guizzi mandati dalle reti sospese tra gli alberi. I grandi trabaccoli vanno lenti alle cave del sabbione e si svolge imponente il barcheggio ravvivatore del quadro pittoresco.11) ') T casoni
  • Ho eseguilo apposta dall'artista C. Sykora. por formare l'associazione del lavoro, ed hanno invece tutti una gentilezza di immagini e di vocaboli che lascia perplessi e pensierosi. Credete voi che solo la campagna celebri le nozze e rivesta di corolle smaglianti e di petali rosati i suoi sposi, stami e pistilli, nell'alto momento in cui devono scambiarsi il bacio per la moltiplicazione infinita? I pescatori da paino vi parlano del viaggio del mar, cioè di quelle vaste praterie di alghe che l'acqua sega di primavera e rigetta alle sponde ; e vi parlano del sangue del mar, non sapendolo composto di aggregati animali, come se quelle macchie ributtanti indicassero il campo delle lotte feroci che i pesci combattono per divorarsi a vicenda. Hanno un senso di ammirazione instintiva per le bellezze della natura e vi eccitano talvolta ad ammirare gli effetti vaghi che si formano e si dissolvono agli orizzonti, e che nessun poeta saprebbe descrivere col verso, nessun pittore riprodurre sulla tela. Durante le sere d'estate, seduti sui limi, sotto il cielo fosforescente, stanno contemplando la festa pirotecnica della natura, la piova di razzi, lo strisciamento delle stelle cadenti, che i fanciulli credono spente e trasformate nei fiorilli raggiati, che con altre galanterìe marine vanno raccogliendo sui banchi esterni di Grado. -* * # Di sabato la città prende aspetto di vivezza insolita, si fa di un subito popolosa e ciarlona: ha si può dire una ciera meno melanconica. La sua piccola flottiglia è rientrata, anzi è venuta proprio ad affollarsi tra il caseggiato del porto, a confondere i velacci col bucato esposto dalle finestre, a levar in riga dei fumaioli le girotte, tutte a trafori ed a nastrini, poste sullo sprone degli alberi come gale superbe e sfarzose. E son venuti i traghettanti, i pescatori, la popolazione della palude a far i conti, a provvedersi di farina, di grascie, ed a versare il tributo alla chiesa.1) Nel piccolo squero, posto ad un angolo del man-dracchio, brucia la cannella crosciando forte, e tra le fiamme sanguigne ed il fumo si muovono i pegolotti, negri di caligine, che danno la pece alle chiglie, con i boldroni, certi pennellacci fatti con la lana di capra; e si vedono i marinai in maglia e scalzi, intenti a disparati lavori : puliscono alcuni battelli nel fondo perche rispondano obbedienti al timone, spalmano il fasciame esterno, vuotano l'acqua dalla sentina con i buglioli di tela o con la votazza o scssola di legno, raschiano il corbame, danno il grasso alle ') La flottiglia gradese conta 83 barche, che .si occupano della pesca in alto mare o alle coste dell'Istria, dove rimangono talvolta tre mesi: il loro porto d'approdo e Umago. Vanno in aprile a sardelle, costeggiando, sino alla metà di luglio, (pondi sino a. settembre con la. rete a. (ariana, si 01; capano da San Martino sino a febbraio della pesca di squaene, sfoglie, barboni, quindi tendono le reti ai pesci di rapina: cagnare, matani, colombi, rase, baose, ragni, gatti ecc. Fra questi bragozzi unti ventina calano lo strascico o grippo. La pesca in laguna si esercita con le serraglie; inoltre con la lenza a filucione (togna) e parangale. Dal i" settembre al 31 marzo si pescano le ostriche, la maggior parte, sugli avvallamenti dei banchi di S. Pietro d'Orio; si adopera un rastrello che va raschiando il fondo. L'anno scorso si raccolsero 25,000 chilogrammi di ostriche. La pesca con la fiocina, è usala lungo la spiaggia del mare, dove pine si cala il saltarello : una rete a chiocciola. Dal 21 ottobre 1888 al 21 aprile 1889 Grado contava 500 legni tra barche, battelli, battello, bragozzi, sandali e topi. 11 topo è la barca originale del luogo. I. pezzi di rete ascendevano a 113,000, rappresentanti un valore approssimativo di fiorini 400,000. Le barche costituiscono un capitale di 82,000 fiorini. Il ricavo della pesca, fu di 350,000 chilogr, ili pesce, più 60,000 pezzi di granci, un incasso di circa 80,000 fior. io barche si dedicano al trasporto dell'alga marina, tutto l'anno: 7 sono destinate al trasporto del pesce; 25 raccolgono il sabbione all'arti dei pali. Un traghetto provvede ai viveri. Esistono in Grado due industrie per la conservazione delle sardelle sott'olio, una del signor Carlo Warhanek di Vienna, l'altra della Società francese di conserve alimentari. ' carrucole, lavano a prova e a poppa coi granatini di stipa ; si martella, si strepita, si canta, e i battelloni vengono giù, scivolando, nel bacino, lindi e messi a festa. Si fa in epici mandracchio da per tutto la polizia di bordo, si mettono frasche nuove ai sugheri che galleggiando devono indicare il capo delle reti calate, e si armano di piombi le lenze, e si porta in terra il pesce ancor vivo appena smagliato dalle tratte, che saltella e boccheggia, e svolge sotto agli occhi una tavolozza di scaglie d'oro, di lische d'argento, dj righettature e mareggiamene splendidi come le gemme delle code dei pavoncelli. Sullo sterrato che gira intorno al porto davanti ai magazzini dei parcencvoli, si vedono gruppi d'uomini che si chiamano coi nomignoli per distinguersi facilmente; e sembrerebbe fosse intervenuta fra loro una disputa, o scoppiato un alterco, perchè gridano ad una voce, cercando di dar efficacia al proprio dire con il movimento di tutta la persona : dove il popolo è il primo e il solo elemento di un paese, esso usa parlar forte, a manifestare con veemenza le proprie opinioni. ') Alcune case intonacate, munite di griglie, e un filare di alberi condannati a mettere le radici nella terra pregna di salsedine, accennano ad un inizio di moderno abbellimento, che muterà un giorno faccia e natura al singolare nido isolano, e l'erba ribelle spunta tra le fessure, cammina. ') 1 soprannomi vengono per Io più suggeriti dagli oggetti necessari alla pesca, dai pesci medesimi, ciò che è naturalissimo non spingendo il popolo la immaginazione fuori della sua vita, Valgano ad esempio i seguenti ; Coda, Halelo, Camberelo, Valon, Maistro, Pantiera, Pisalelo, Hisato, Masi-netta, Trio, Pevera/.za, Zima, 'Partanoli, Sehiletta, Sponga, Bonaza, Buora, Sparo, Anguila, Botolo ecc. .Aleuni nomignoli sono ili antichissima origine ed ereditari; il popolo rispettò le denominazioni delle famiglie meglio che non facessero i registri parrocchiali nel medioevo. Keeone una prova : nel Libro dei battezzati degli anni 1579 90 si legge: «mi p. Antonio ho batizado ha paro» Zorzi una putta nomi- Caterina fu copare p. nardo et comare fu d. andriana Subeda moier ile p. Incoino socheta ad. 20 febraio 15SS.» (Archivio parrocchiale di Grado.) va sino ai gradini delle case e mette sulle porte i suoi ciuffi, lottando con chi va strappandola per togliere quel segnale di abbandono alla piazza, destinata nelle più importanti occasioni ad accogliere la banda musicale della gioventù gradese. Lontani da ogni susurro, soli, accantonati, con la pippa sempre spenta, due o tre vecchi invalidi passano la giornata davanti al luogo dove spiegarono la virile energia; vivono nei propri soliloqui, o in lunghi silenzi, movendo la bocca come se rimestassero il cibo costantemente. Sono questi gli ultimi testimoni, in berretto a campanile, dei tempi in cui le donne portavano il cadiz o zendado bianco e nero, le giacchette di velluto rosso o cilestre a fiorami con le olive d'argento, le camice dalle maniche a scudo, i merletti al collo, le spinolotte in testa, le nude ai piedi, e ricordano quando i pescatori con le brache corte e le fibbie d'argento, non sapendo contare, pesavano i carantani con la bilancia, mentre trasmisero la divisione dell' anno in sei stagioni e quella della giornata in cinque ore principali.1) ') I Gradesi spartiscono tuttora l'anno in sci periodi di pesca: {h/a resi ina, elle per essi incomincia il lunedì dopo la domenica di Settuagesima e termina il sabato santo. Stagion dopo Pasqua, che principia il martedì dopo Pasqua e Unisce il primo sabato di giugno. La stagion di Gradelle, principia la prima domenica di giugno e termina il sabato precedente la festa di S. Ennagoni. La stagion a*Estate va dalla festa di S. Ennagoni al sabato precedente la festa, della. Natività di M. V. La stagion di S. Michele principia il giorno dopo la festa della Natività di M. V. e termina, con quello di S. Martino. La stagion tf inverno dal giorno dopo S. Martino al sabato della .Settuagesima. La domenica di Settuagesima essi la chiamano la Douieniea delle felle (cioè della, grande magra d'acque) e in quel giorno i vecchi che si erano ritirati in paese durante il rigore invernale, escono e vanno ai casoni o a pescare ; sicché considerano quel giorno come il primo della primavera e del loro anno pescareccio. La divisione del giorno corrisponde quasi alle ore canoniche delle collegiate e dei monasteri : Mattalia, Mezzodì, Paternoster (tramonto), Ave Maria (mezz'ora dopo il tramonto), Deprofundis (due ore dopo calata la notte). ti ruffa ti ite. Pescatori. La cinta delle mura è tuttora visibile in quelle case che fabricate a secco sui barbacani girano la città dalla parte orientale: scure ed alte, su cui il musco ha tessuto dei finissimi arazzi e la ruggine ha velato 'le cotte frammiste al pietrame; gli usci scavati negli archi dei contrafforti fatti a scarpa, paiono aditi oscuri di una fortezza ; le scale di legno che mettono ai piani superiori sono tanto ripide che si può toccare il soffitto senza allungare il braccio.1) Non è rimasta più traccia delle l'oite, si sono demoliti i passaggi ciechi, distrutte le merlature. Dal Mandracchio imboccando una viuzza vi trovate subito persi nell'imbroglio di stra'ducce che fanno capo alla cattedrale, oppure che vi girano e rigirano per i labirinti ponendovi una volta in faccia alla grandiosa vallata dell'Adriatico e un'altra volta in faccia alla lastra liscia della maremma; e mentre ogni canale, ogni rio, ogni fosso, ogni ghebo della laguna ha il proprio nome, le calete ne sono affatto prive, essendo la città divisa semplicemente in sestieri.-') ') a di commestibili e contane j}S 'Vj-slfi,1 V^#|^'^^^ ancora quasi tutte m i j i'-t b rappresentante al Mimi • Mììlì' i . : C ■ ì'.'b'.p* k\f,f •' cipio ; ma davvero quei mercanti di fava e eli candele hanno una origine storica ben più lontana di quella che possa vantare buona parte de' nobili che costituiscono l'aristocrazia del blasone. Non vi ha proprio alcuno stemma, fuorché —- er sicurezza i (dipi (li 42 martiri. Kbbe sepoltura in S.ta Eufemia. 569. Probino, di Benevento, morto in Grado, dopo aver tenuto la cattedra solo per un anno ed otto mesi. 571. Elia, greco, trasportò la sede nell'intento di unire le chiese della Venezia e dell'Istria alla nuova Aquileia. Abitava prima, a Cormons e venne a Grado per [sfuggire i tormenti dei Longobardi che infestavano il Friuli. Ristaimi, anzi ampliò, la basilica di S.ta Eufemia ed edificò ima chiesa ed un monastero sull'isola di San Pietro d'<)ri<>. Mentre una tradizione attribuisce a Niceta la convocazione dei capi di famiglia di tutte le isole, un'altra vuole che Elia in una conclone proponesse la nomina dei tribuni. 586. Severo, ravennate, di nobile casato, venne, perchè ardente fautore dello scisma, fatto prigione dall'esarca di Ravenna, Smaragdo, che saccheggio Grado. Abiurò lo scisma per ottenere la libertà, ma poscia ritornò più ostinato dissidente. Venne seppellito in S.ta Eufemia. Dopo la morte di Severo gli Aquilciesi, protetti dai Longobardi, nominarono Giovanni, i Gradesi Candidiano da Rimini, ortodosso. 607. Candidiano da Ri mini, morì nel 612 e fu sepólto in S.ta Eufemia. Ò12. Epifanio da ('mago nell'Istria, protonotario apostolico, durò in cattedra un turno soltanto. appendice 613. Cipriano, da Fola, morto nel 628, seppellito in S.ta Eufemia. Durante la vacanza della sede, Tortitn.ito, polese, patiiarea scismatico di Aquileia, entrò con gente annata a Grado e vi rapì i tesori, che portò nel suo castello di Cormons. 614. Primigenio, da Arezzo, venne da Eraclio, imperatore, regalato di molto oro e della sedia di S. Marco. 649. Massimo, della Dalmazia; sotto la sua reggenza Grado venne assalila da Lupone, duca del Friuli. Occupò la sedia circa venti anni. 670. Stefano, da FareilZO, lece erigere la cappella di S. Giovanni in S.ta Eufemia; morì nel 674 e fu sepolto nella Basilica. 675- Agatone, da Trieste 0 forse da Capodistria, occupò la cattedra per dieci anni. 685. Cristoforo, da Fola, suggerì alla radunanza, composta di ecclesiastici, notali e popolo, tenutasi in Eraclea, la nomina di un doge, indicando Paulo Iaieio Anafesto. Venne sepolti 1 nella Cattedrale. Nel 698 ebbe line lo scisma dei tre capitoli. 717. Donato, da Piacenza, soffrì le vessazioni di Sereno, patriarca aquileiese. Ebbe sepoltura in S.ta Eufemia. 727. Pietro, da Fola, si intruse, ma venne dal Pontefice dichiarato indegno della nùtria. PATRIARCATO DI GRADO canonicamente riconosciuto. 727. Antonino, abate di Ss. Trinità in Brondolo. Il papa divise canonicamente le sedi, riconoscendo quella di Grado. l'ali il saccheggio consumato dalle truppe di Calisto, patriarca di Aquileia. 11 suo corpo venne deposto in S.ta Eufemia. 7P). Emiliano, dalle Ramaglie. La residenza ducale erasi trasportata in Malamocco, seconda capitale dello Stato. 757. Vitaliano, della Lucania. 766, Giovanni da Trieste, di cui conosciamo la tragica fine. 8Ò3. Fortunato da Trieste, il più grande dei patriarchi gradesi. 826. Venerio Trasmondo, nato a Rialto; assistette alla Iranslazione del corpo dell'Evangelista a Venezia. 848. Vittore I. 853. Elia li, occupò per poco più di due anni la sede. 856. Vitale I Partecipazio, che vide assediata Grado dai Saraceni, dopo 19 anni di patriarcato morì nel suo palazzo a S. Giovanni in Venezia e venne sepolto nella cripta di S.ta Agata in Grado. Appendice h09- 875. Pietro I Marturio, non registrato eia tutti i cronisti. Ebbe questioni col doge veneziano, per essersi rifiutato di consacrare il vescovo di Torcetto. Mori in Venezia, ina il corpo venne trasportato a. Grado c seppellito sotto il portico del Duomo. 878, Vittore II Partecipazio, tiglio del doge Orso. Durante il suo patriarcato, il doge Pietro Candiano I, combattendo coi Narcntani, venne ferito a. morte e trasportato a Grado. Valperto, miti alo aquileiese, che aveva tentato eli molestar Grado, venne dalla Republica veneta, per castigo, costretto a permettere le importazioni di tutte le merci gradesi in Aquileia, libere di ogni dazio. 896. Giorgio Partecipazio, tiglio del doge e fratello del precedente, durò in carica circa un anno e mezzo, e venne seppellito in S.ta Eufemia. 897. Vitale Partecipazio, occupò la sedia durante l'in- vasione e la. strage degli Ungi ieri nelle terre della Venezia. 900. Domenico I Tribuno, figlio del doge Pietro Tribuno. 908. Lorenzo Mastalicio, la cui famiglia prese in seguito il nome di Baséggìo; sepolto in S.ta. Eufemia. <)2i. Marco Contarmi, resse la chiesa per poco più di 33 anni. Ebbe a soffrire le violenze ili Vinicio, marchese d'Istria, che si appropriò i possedimenti gradesi nell'Istria. Durante il suo ministero avverine il ratto delle spose veneziane, attribuito ora ai Triestini, ora agli Istriani e dai tnonderni Critici ai predoni Narcntani. 05 p Buono Blancanico, convocò un concilio nella chiesa di S. Marco a Venezia per rinnovare il divieto del mercato degli schiavi cristiani. 963. Vitale III Barbolano, occupò per tre anni la sede. 967. Vitale IV Candiano, figlio del doge Pietro IV Candiano, Consegnò al doge Pietro Orseolo li la bandiera dei S.ti Ermagora e Fortunato per la impresa contro Lesina e Curzola; il doge ritornato vittorioso, ristabilì le mura di Grado, ne rifabrieò |i; torri, eresse un palazzo ed arricchì la Metropolitana di S.ta Eufemia. 1018. Orso I Orseolo, vescovo di Torcello, figlio del doge Pietro Orseolo II e fratello del doge Ottone. Una sommossa popolare, nel 1023, lo obbliga a fuggire in Istria. Il patriarca aquileiese Popone, durante la sua assenza, saccheggia ed incendia Grado due volte. Richiamato a Venezia, in assenza del fratello, che si desiderava rimettere sul trono, tenne le veci di doge. 1045. Domenico II Balcano detto anche Dalcano, sacerdote della chiesa di S. Marco, resse il pastorale governo sette giorni soltanto. 1045. Domenico III Marengo, vide ridotto il Patriarcato in estrema povertà, 1073. Domenico IV Cervoni, o Cerbono, fu ambasciatore apostolico in Costantinopoli all'imperatore Michele per unire la chiesa greca alla latina. 1084. Giovanni II Saponario, regnò anni sette, morì in Costantinopoli. 1091. Pietro II Badoaro visse; nella dignità patriarcale quattordici anni, morì in Venezia. 1105. Giovanni III Gradenigo, il primo che fermasse stabilmente la sua dimora in Venezia. Lo si annovera fra i più dotti, nel suo tempo, delle scienze teoli (giche. 1131. Enrico Dandolo, venne onorato, nel 1136, da Innocenzo II del privilegio di farsi precedete dalla croce in qualunque luogo, fuorché in Roma e alla presenza, del pontefice. Il patriarca d'Aquileia Voldarico s'impadronisce di Grado, che saccheggia; ma l'annata veneta Io fa prigione, lo conduce a Venezia e gli la pagare il famoso tributo del giovedì grasso. II86. Arnoldo, resse la chiesa per circa quattro anni. 1190. Giovanni IV Signole, patrizio, tenne la cattedra per undici anni. 1201. Benedetto Falier, già primicerio di S. Marco. Sotto questo prelato il podestà di Costantinopoli, Marino Zeno, assegnò al Patriarcato di Grado il dominio perpetuo di una lunga ala di fabriche e di terreni posti fuori delle mura di quella città. 1207. Angelo Barozzi, ottenne dal pontefice l'onore di essere ricevuto a suon di campane ogniqualvolta si fosse recato da Grado a Venezia. 1238. Leonardo Querini, occupò la cattedra per dodici anni. 1251. Lorenzo II, occupò la sedia soltanto due anni. 1253. Iacopo Belegno, già arcidiacono della Basìlica gra-dense e canonico di S. Marco. Nell'anno 1255 depose il pastorale governo. 1255. Fra Angelo II Maltraverso, dell'ordine dei predicatori ed arcivescovo di Creta, filosofo e teologi 1 valente. Inviato a placare l'animo ili Federico II imperatore, ottenne appunto allora l'Arcivescovato di Candia, 12 71. Giovanni V dì Ancona, vescovo di Mantova. 1271). Fra Guido, dell'ordine degli Agostiniani. 1284. Francesco Gerardi. [289. Fra Lorenzo III, da Panini, dell'ordine dei Domenicani. 1295. Fra Egidio, da Ferrara, dell' ordine dei Domenicani. Ottenne dalla famiglia Dandolo, di Venezia, i lidi ed i fondi Ira. Grado e Caorle a. vantaggio della chiesa gradese. [310. Angelo III, vescovo di Modi me. 1313. Fra Paolo Gualducci de' Pilastri, fiorentino. Lasciò alcuni pregevoli libri, un commentario su Aristotele e le note dell'Antico Testamento. [316. Marco della Vigna, veneziano. 1318. Domenico V, vescovo di Torcetto. Convocò tre sinodi, uno a Grado nel 1330. 1332. Dino dei Conti di Radicofani di Toscana, trasferito poscia. all'Arcivescovato di fisa. [336. Andrea Dotto, vescovo di Chioggia, di nobile famiglia padovana. 1351. Fra Fortuniero Vaselli, francese, Arcivescovo di Ravenna Mori in Padova mentre si recava, ad Avignone, per ricevere il cappello cardinalizio. 1361, Orso II Delfino, vescovo di Capodistria, quindi nel 1349 arcivescovo di Candia. Sepolto nella chiesa dei Erari in Venezia. 1307. Francesco II Quirini, prima vescovo di Capodistria, poscia arcivescovo di Creta. appendice jj. 1372. Fra Tomaso da Frignano, modenese, dell'ordine dei Francescani, celebre per dottrina, mediatore della pace fra Veneziani e Padovani, fatto cardinale nel 1378. 1383. Fra Urbano, da Perugia, invialo dal papa, ambascia t< >re ai castellani del Friuli per sedare le guerre intestine. 1387. Pietro III Amely di Brenne, francese, prima vescovo di Sinigaglia ed arcivescovo di Otranto e di Taranto. [400. Fra Giovanni VI de' Benedetti, rinunziò dopo pochi mesi alla dignità. 1400. Pietro IV dei nobili Cocco, veneziano. 1406. Giovanni VII Zambotto, da Murano. 1 107. Francesco III Landò, di cospicui natali, chiaro per dottrina, ottenne il cappello cardinalizio. 1409, Fra Giovanni Vili Delfino, mantovano, dell'ordine di S. Francesco. Cadde in disgrazia della Republica; poscia graziato, fu patriarca eli Gerusalemme. [427. Biagio Molin, veneziano, vescovo di Cola e arcivescovo di Zara, reggente la cancelleria apostolica. 1 \\ \ . Marco II Condulmer, da Venezia, parente di papa Eugenio IV, nominato poi patriarca di ( lerusalemme. 1445. Domenico IV Michiel, sessantesimo ed ultimo dei patriarchi, poiché dopo la sua. morte venne soppressa l'antica cattedra gradese ed istituitala, nuova in Venezia. Famiglie di Grado estratte dal codice 33 della classe VII della Biblioteca Marciana di Venezia e dal Campidoglio veneto mss. del Cappellari. Aquileia messe a Grado ste nobelc fameglie del 454 : Atimondo Dolfìnigo Maistrorso A venturadi > Gradenigi Malaza Alimpato ( * radalo] ii Monili Barbato Gixi Nichuola Bi irselii ( ìausi a ii ( )gnaben Bl< mzena [lllii > Pianiga Bi >lani Iscoli Pepin Bredani 1 acari Practo lìalbi Lugnani Tornado Cazacanevo Magamorni Vardadadio Attimondo che prima Vegnivano chiamadi Artiminij venero da Quileja a grado et a quel luogo pasa in Riva Alta in sicmc cò le altre 21) fameglie de Zcnti-lomeni la qual casa manchò nel 12(19 in uno Nicolò Attimi nuli > che fo Zudexe de proprio. (Il Cappellari la chiama Arimando.) Aventurado che da prima vegnivano chiamati Cha da bona ventura. Neil'891 ebbe un vescovo d'Olivolo. (Cappellai-i.) Alimpatto — fecero con altri edificare la chiesa, di S.ta Maria di Brolio. Piero Alimpatto officiai di notte. Barbato Padre Ireneo della. Croce vuole i Barbato Triestini. Borselli - Secondo il Malfatti erano molto ingegnosi ne ostruir navigli. Blonsena —~ o Bonseuo (secondo il Cappellari), fecero editare in. unione ad altri la Chiesa di S.ta Margarita di Caorle. Domenico Bonsena fu nel 1045 eletto Patriarca di Grado, visse sette giorni. Giovanni nel 1102 fu sopracomito di galera alla presa di Zara. APPENDICE 317 Bolani Cospicua famiglia patrizia di Roma provenienti dai Vetij, ebbe un Santo martirizzato in Siviglia, del 1 16, Ebbe un famoso capitano nel 030 celebrato dal Bardi. Angelo Bolani 1077 fu uhm de 12 ambasciatoli che accompagnarono a Paula Ottone figliuolo di federico Barbarossa imp. preso in battaglia di Salvore. Ebbe elettori di dogi — Filosofi, teologhi ecc. Bredani Da prima chiamati Brandochieli. Giacomo Bredani del 138] offerse i propri figli alla guerra di Chioggia e sedici balestrieri a proprie spese e fu ammessi 1 al veneto patriziato. Balbi Celebre nell'antica Roma dove si conosceva la gente Balbina. Edificarono la Chiesa di S. Zu-lian. Ebbe un vescovo di 'Porcello molti Senatori fra i quali nel 1401 Pietro cap.° di Padova e di Vicenza e generale d'armata Proveditori — uomini illustri ecc. Cazacanevo 0 Carazackanevo — Vennero da Grado se- condo alcune cronache, il ('appellali li la derivare dalla. Dalmazia, fecero edificare la. Chiesa di S. Cipriano di Murano. Dolfinigo — A meno che non sieno tutt'ymo coi Dolfin le cronache non fanno altri cenni di Dolfinigo tranne*il nome nel Codice 33, CI. VII. Gradenigo. Gradaloni — Vedi Gradenigo. Ghixi o Gitisi — fecero edificare la Chiesa di S.Simeone. Alcuni attribuiscono a questa famiglia quel ( iala. ( iaul< i tribuni i di lesolo che nel 75 I 'u doge dell'isole venete in Malamocco. Gausoni — Fecero edificare la Chiesa di S.ta Solia. Julio o Giulia famosa nell'antica Roma da Aquileia passò a Grado quindi a, Venezia nel 030 Cesare de Giulij edificò la chiesa della Misericordia. Iscolli o /scoli o Iselgoli — In compagnia dei Barbolani e dei Sebi mantengono le contese coi Giustiniani, Polani e Baseggi per cui vengono scacciati da Venezia e riamessi con l'obbligo di vivere esiliati all'Isola della, spinalonga. fuori della, Giudecca. Nel 052 edificano coi sudetti la Chiesa di S.ta Eufemia alla Giudecca. APPENDICE' Lucari Giacomo Lucati Giudice del proprio 1286. Lugnani — Famiglia di grandi navigatori fecero edificare la Chiesa di S. Ennagoni e S. Moro detto S. ( rabriele. Magamorni — Messa nel catalogo, mancante di notizie. Malaza li Codice 33, CI. VII la dice venutila a Grado, il C'appellali da Bologna. Moruli Messa nel Catalogo, manca di notizie. Nicuola Fecero edificar la Chiesa di S. Andrea di Mani a Torcello ed ebbe la giurisdizione della terra di Medium posta alli confini del Friuli. Ognoben 0 Ogniben — Produsse Tribuni antichi, Maestri nel fabbricare. Filippo Ogniben Fu Ambasciatore al re di Persia nel 1474- Pianiga — Fecero edificar la Chiesa di S. Biagio Catoldo, Giusto Pianigo si trova tra i nobili del ('mi." che nel 1122 sottoscrissero un Privilegio del doge Doni.co Michiel alla città di Bari. Il P. Ireneo della Croce la chiama Paneghi il Coronelli Piane&à, Pepin — Antonio Pepin nel 1018 fu Ambasciatore al papa. (Cappellari.) Practo — Messa in Catalogo, mancano le notizie, Codice 33, C. VII, pag. 4. Tornado 0 Tomaso - - produsse tribuni antichi. Nicolò Tomaso nel 1203 fu uno dei sacerdoti deputati all'elezione del patriarca latino di Costantinopoli. Guardadio 0 Vardadio — produsse tribuni antichi, ciano uomini molto seri e ricchi. (Cappellari.) Numeri usati dai pescatori di Grado Molto venne scritto sulla origine dei numeri, immaginando in mancanza di prove, le più strane derivazioni. Si nana che i Romani, ignari dell'aritmetica, indicassero il passaggio di ciascun anno conficcando un chiodo nel tempio Capitolino, e si afferma di contro 1'esistenza di cifre sui sarcofaghi etruschi e si attribuisce già agli Egizi la numerazione scritta. E eerto in ogni modo che i popoli antichi possedevano la maniera di esprimere con segni le quantità, e che la maniera fu varia tra le diverse nazioni; nel medioevo penetrarono in Europa le (afre arabiche che non subito, nè da per tutto si diffusero, ed è certo che alcune figure numeriche primitive vivono tuttavia presso popolazioni che le conservarono sino ai nostri giorni. Il signor A. P. Ninni publico un opuscolo sui segni prealfabetici dei Chioggiotti, dimostrando la grande affinità che vi si riscontra con i segni etruschi.1) I Gradesi del pari conservano un sistema di numerazione scritta, o meglio segnata con tacche incise con il taglio del coltello sopra una tessera di legno; ma questo sistema è proprio, e non somiglia a quello dei pescatori di Chioggia: si accosta piuttosto al modo romano. l) Sui segni prealfabetici usati anche ora nella numerazione dai pescatori clodiensi, Venezia, Tip. di G. Antonelli, 1889. Togliamo dall'opuscolo del Ninni e da uno studio di A. M. Migliorini ') gli esempi di rifrazioni etnische e chioggiotte, ponendovi a lato le gradesi, perchè il lettore possa, dai confronti, farne giudizio: Cifre gradesi Cifre chioggiotte < ifre etnische IO 60 100 r>oo tooo I i V V N 1 V m A,v,n,u x,o,A Ai M l A X e,o,©,( TESSERE CRAI) l'.Sl TTl>Cx:\l//l)) ) Osservazioni sopra i numeri che usarono gli etruschi, Arch. storici) italiano, \\. 5, Tom. VII, Firenze, 18S9. Appendice Oggi la numerazione già disc, che abbiamo voluto conservare in questo libro, è rimasta a bordo dei topi, dei bragozzi, nei casoni di paglia della laguna, e si trova ancora incisa sul braccio delle stadere, ma nella città di Grado la cifra araba è oramai nel dominio e nell'uso generale. Del testamento di Fortunato, triestino patriarca «li (Ira