GAPODISfKfA tlPOUlUFIA m GIUSKPtE TONDET.f.l i H00. .■tlilin nralnslh'1> ISf>8-(’>9. ÄK ATTI DELL’ 1.1 mm mm £Lut«o 6cofse hi pubblica tranquillitä e 1’ avvcnire della nionarchia Le scnoje si risentirono anch’esse della natura de? tempi, imperci'occlie se anche a nessuno possa cadere in mente che le conce&se libertä rallentino il freno della scolastica disciplina, sc anche tutti debbano convenire nel principio, esscr ora piü che mai neeessario di tenerla in vigore, avvegnache qnanto maggiori bono le libertä tanto piü 6 necessario di educare la gioventü al rispetto verso le «utoriiä ed all’esatta osservanza delie leggi; pure parve a taiuni, che la legge fondamentale sui di« ritti dei cittadini austriaci, 21 Decembre -1867, e quella sui rapporti della scuola colla Chiesa, 25 Maggio \ 868, modificas-sero in qualche parte lo spirito del Piano d’Organiszasione pei Ginnasii e derogassero a parecchie delie sue disposbions, Di quanta importanza sia la questione lo vede clnuaqjie, Si tratta non di un metodo ma di uw» mßss.ma generale, si tralta se possa venir tolto daH’insegnamento ginnasiale cid che, secondo i priaeipii de! Piano, costituiva linora l’elemento e* ducativo priacipale, cui veniva »ppoggiato ii compito di fcr-mara dei earatteri aobili ed clevali. Ben lontanö daiia pre-iesa di esaurire in poche pagine un quesiio cosi vitale, e-sporrö le mie vedute, coila fiducia di far cosa grata a que’ tutti pei quaii 1’ istitüzione della gioventü e di qual.-he (rnportania. 11 Piano di Organizzazione parte dal principio. ehe comc !o scopo deli’ istruzione £ la coltura formale degli scolari, cioe lo sviluppo delle loro potenze mentali, cosi il fine del-V educazione e la formazione di caratteri nobili ed elevati. 11 mezzo per raggiungerc questo fine lo vede il Piano nell’elemento religioso, al quäle perciö da un’ assoluta impor-tanza. « 11 problema di maggior importanza, dice il Piano (In-trod. pag. 9), e di piü difficile soluzione pegi’islituti di pub« blico insegnamento e di far si, ehe tutte le varie parti pro-cedano di conserva malgrado la diversitä delle materie, e con-ducano a perfezione il frutto ehe costituisce 1’ ultimo fine delle discipline pedagogiche, un caratterc elevato e nobile. » « La tendenza di tutte le materie deli’insegnamento ad idee di religione e di morale, ed una buona disciplina » sono i due mezzi ch'esso assegna a tla formazione del carattere. (ibid. pag, 10). Quindi preserive: « L’istruzione religiosa ed opportune pratiche religiöse dovranno diffondere ed alimentare la vera divozione, quelln, che egualmente aliena dalla superstizione e dalla bacchettoneria come dali’inane indilferentismo e da uno scetticismo superficiale, ha la sua radice neH’umiltä del cuore. I professori porranno coscienziosamente riguardo, tanto nell’i-struzione che nel loro contegno, ad evitare tutto cid ehe po-tessu indebolire i sentimenli della vera religiositä, e si ado~ preranno anzi, per quanto sta in loro, a corroborarli. » (ibid. §. 66. num, 2). » Dal fin qui detto emerge con tutta chiarez-za, essere il Piano d’Organizzazione pei Ginnasii tutto pene-trato dali’ idea, ehe la religione e un elemento essenziale al-la formazione di carutteri nobili ed elevati. Esso preserive, ehe gii scolari ricevano 1'istruzione ed un’educazione religiosa, e quest’ultima non dal solo Catcchista, a cui e affidato 1’ insegnamento delle veritä religiöse c lo sviluppo dei sentimenti di religiositä, ma si anche da tutti gli altri docenti, ili modo ehe tutle le materie deli’ insegnamento tendano ad idee di religione e di morale comc od un centra comitne. Preserive pure, che opportune pratiche religiöse promuovano la vera divozione, e ehe i professori debbano coscienziosamente non solo evitare tutto cid ehe potrebbe indebolire il sentimenta della vera religiositä, ma adoprarsi anzi, por quanto sta in loro, a corroborarlo, Nasce ora la questione, se queste disposizioni debbano tutfora servire di norma ai corpi insegnanti nei ginnasii del-1’Austria, o se le due leggi, del 21 Decembre 4867 sui diritti generali dei cittadini austriaci, e dei 25 Maggio 4868 sui rap-porti della scuola colla Chiesa, non abbiano per avventura mo« dificata, almcno in qualche sua parte, 1’indole religiosa-mora-le del Piano d’istruzione. Io čredo assolutamente ehe no; im-perciocche, se anche colla priina legge vennero parificati i culti, e la Rcligione Catlolica non si puö quindi piü dire la dominante, ma piuttosto la religione della grande maggioranra degli Austriaci; se anche per la seconda legge venne sottratta alla Chiesa ogni giurisdizione sugl’istituti scolastici, lasciando le perö sempre lutto ciö che spetta all’ istruiione religiosa ed alle pratiche di divozione; non č perciö che sia stato cambiato 10 scopo a cui devono per la loro stessa natura tendere i gin-nasi, ne sia stata modificata in qualche modo la missione edu-cativa dei professori, nč tolti di conseguenza i doveri clie loro incombono anche sotto il riguardo morale e religioso. La legge fondamentale sui diritti dei cittadini garantisce ad ognuno « la piena libertä di fede e di coscienza » (Arti-colo 14.): e quindi appunto con ciö suppone ehe ogni cittadino nustriaco abbia una fede e coscienziosaraente la professi. Lo Stato rispetta i convincimenti religiosi di tutti, e proclama e* guali inanzi alla legge tutte le confessioni, ma da ciö non segue ch’esso faccia una posizione legale ali’irreligione. No certo; ehe anzi la detta legge dichiara (Art. 45.) di non tutelare »e non quelle associazioni religiöse che sono come tali riconosciute dallo Stato, ed esige uno speciale permesso onde introdurne delle nuove. Lo Stato puö riconoscere, quando non sieno perico-losi alla pubblica quiete, dei nuovi culti (Leg. cit. art. 16), ma non mai delle associazioni ehe si professino prive di principj religiosi positivi, c sprezzatrici o nemiche di un culto ricono-sciuto. Ciö non essendo neppur pensabile, potrassi mai, non dirö supporre, ma neanche inimaginare, ch’esso permetta chc s’eschida dai ginnasii 1’elemento religioso, o ehe venga attac-cato nell’esercizio deli'attivitä ehe legittimamente gli compete? 11 Ginnnsio e chiamato ad istruirc. Potrebbe lo Stato essere indifferente a ciö, che la gioventü apprendesse i principii della filologia, della mate matica, della storia, delle scienze natura!). e non quelli della p rop na religione? II Ginuasio e chiaraato ad educare. Dovrebbero i giovani venir educati a spiegarc gli anti-clii classici, a svolgerc problemi, a capire il nesso dcgli avveni-menti storici, e non ad un pio sentimcnto reiigioso cd alla vera divozione? Io sono intimamente convinto che non si potreb-be fare al governo torto maggiore, che d’attribuirgli in quc-stione di tanto momento indifl'erenza o freddezza; impercioc-ehe, quand’anche vogliasi Iasciare da parte ogni altra conside-razione^ come mai uomini eminenti che reggono le sorti d’un impero potrebbero dimenticare la severa lezione che diede ol mondo la rivoluzione francese dell’89, e come Ia mancanza deirelemento reiigioso mcnasse una nazione colla c generosa a bagnarsi le mani nel sanguc del proprio re. a coilocar sul-1‘ altare la dca Ragione, per decrctare otto mesi dopo I’ esi-stenza ddl’Essere supromo? Pido.tc advcrsus Deos sublcita, serisse Cicerone, fides cliam cl socieltts humani gene) ix cl ex-cellentissimn virlus juslilia lollilur. Si polrebbe opporre, ehe tolta pure dai ginnasi l'istnizioiic religiosa, dossa resla sempre aecessibile ai giovani nella Chiesa. Lascio, die non tulti i giovani conoscono sempre ed appieno l’importonza deli’elementa reiigioso, e che quando il ginnasio mostrasse di non trovaplo ncccss^rio per la loro istituzione, parte di loro po-trcb.be non endare a cercarlo nelie Chiese; lascio che al pri-ir.o svcgliarsi dolle passioni la severa voce della Religione di-vcuta importuna a parecclii, i quali trovano ben troppi esempi di persone, die allevate al gusto ddlc solo cose che ianno uia-terialmenle piacere l’esislenza, curano poco la vita dello spi* rito, non amauo la religione, e meno i di lei ministri, foise perche persuasc, essere la fede isuona per le inoUitudini, chi poi e ehiamato al sapere poternc tar senza, od adotiarne soio quel lantü che non gli tla noja. Ma 1’ istruzione che si da nel" le Chies^, puo bastare per giovani študenti d’un Ginnasio? L'edueazionc religiosa che riceve il popolo, puo stimarsi suf-fu'ienfo pegli sludiosi delle scuole me die ? II popolo dedilo a lavori materiali non sente il bisogno di spingcre le sue ricerche in un ordine d’idee superiori alla levatura del suo spirito ed al suo svilnppo mentale; egli resta nella religione in cui e nato, o se la cambia, lo l'a, o per cause sopranoturali che ve lo determinano, f> per altri estrin- seci motivi, nun mai in conseguenza di profonde disquibi-zioni; professando la religione de’ suoi avi, ciascuno credc quanto gli fu insegnato quand’era fanciullo, quanto gl’insegna il suo curato, ne gli vicne in mente di potor dubilare che quan-t’ ode possa non esser vero. Kon e cosi di chi cammina sulla via della scienza; questi sente profondamente il detto di S. Agostino: Quid magis oppclil cfninia quam verilatem? e si da ardentemcnte a cercarla; non si appaga di cognizioni super-ficiali, ma ne inquirisce il perche, non si piega all’autorita d’altri, ma disamina, analizza, confronta, ned e tranquillo tino a che non abbia diradato dalla sua mente ogni dubbio. Ora sc l'uomo che ha una vera coltui’a formale scnte cosi profonda-mente il bisogno di conoscere la veritä in genere, potrassi t'orse dubiiare ch’egli profondamente non senta il bisogno del Vero religioso? E s’egli, occupandosi della natura di qualsiasi oggetto, vuol venirne perfettamcnte in chiaro, ned e contento äinche non abbia sciolto ogni (iubbio, non sarä evidente che allo-ra specialmente vorrä andarc al fondo delia veritä quando si iratti di cosa che intei'essa ccsi vivamente la tranquillitä della sua ccscienza? Egii 3 dunque necessario ehe la studiosa gioven-u riccva un’ istruzione graduale, corrispcndente ai bisogni del-l’etä sua e delia condizione acui vien preparata, la quäle istru-xione, oe nel ginnasio-inferiore deve limitarsi d’assai nella ri* «'.erca dei perchä, nel ginnasio supei'iore deve prendere forma scientifica, sviluppare i fondamenti d-^lla religione ed il senso di quelle grandi veritä che il cristiano cattoJico e chiamato a >:redere ed a praticare. 11 Piano d’istruzione chiarna ben a ra-gione i'.iane rindifferentismo religioso, e superficiale Io scetti-r.ismo, lüiperciocche derivano da un’ignoranza voiontaria e pro-urata, e manifestano abbrutimento di spirito e profonda cor-. iiaione. Ne voglio diSsimulare, non poiersi parlare nel gin-:':asio Jella vera seienza teoiogiea; ma ! principii di credibi-litä „ui quali öi baoa la dimottraiione della veritä del cattoi--■ isnio sono tanio evidenti, e tanto logico e il sistema della dom-.natica e della morale cattoiica, che basta ai bisogni presenti del» a gioventü itudiosa dei ginnasi e serve di soiida base per disqui-lsioni ulteriori a progredita coltura, ende covne, a cagion d’e-fiüipio, g; riraefte il c.aicolo sublime alle universitä cd allo studio domestico, cosi si rimette alla tcohgša od allo studio privato Pulteriore sviluppo nella dommatica e nella morale, colla differenza perö, ehe chi non si dedicherä al ramo mate* matico poträ iasciare ad altri il calcolo sublime, ma qualun-que siasi il ramo a cui si dedichi il giovane dichiarato maturo, esso dovrä sempre coltivare lo studio dclla religione, im-perciocche resta sempre vero ed innegabile, ehe come ogni uomo ragionevole deve professare una religione, cosi ogni uo-mo colto deve sapersi rendere conto della religione ehe pro-fessa. Come Pistruzione ehe si riceve nella Chiesa non corri-sponde ai bisogni dello sviluppo intellettuale dei giovani stu-diosi, cosi loro non pu6 menomamente bastare neppure 1’edu-cazione ehe il popolo riceve dal clero. II Piano d’istruzione, nei considerare come ultimo fine delle discipline pedagogiche e come frutto alla maturazione del quäle deve concorrere 1’in-sieme delPinsegnamento, la formazione di caratleri elevati c nobili, da al ginnasio un compito delicato assai ed oltremodo difficile. II carattere costituisce P to morale deli’ individuo, ab-braccia tutte le potenze, informa Panima tutta; chi ha un carattere elevato e nobile, pensa, vuole e sente in maniera nobile ed elevata, e non a balzi ma costantemente, e non come per isforzo violento, ma per impulso spontaneo, come espressione deli’ io morale informato ad elevatezza ed a nobiltä di pensie-ri, di voleri e di sentimenti. E crederemo di iniziare Pedu-cazione d’un tale carattere senza il soccorso della religione, o non diremo piuttosto, che per nessun altro mezzo se non per quello della religione & possibile di formarlo? Accioc-chö P uomo pensi altamente e nobilmente e d’assoluta necessi-tä che abbia profondamente impressa nella mente 1’ idea del dovere morale, e che questa idea sia in lui ferma e preponde-rante cosi, da risvegliarsi spontaneamente e con tutta chiarez-sa ad ogni circostanza. Ora, questa idea del dovere morale puossi derivare d’altronde che dalla sola religione? S’e vero ehe la dignitä naturale e in tutti la medesima, sarä pur vero che Puomo non puo limitare la libertä del P uomo colPimpoi-gli dei doveri morali se non in quanto egli stesso rappresenti una volontä superiore, sovrumana, la volontä deli’Ente suprc-mo. Si e tanto seritto e tanto declamato contro il principio cri&tiano: Non est potestas nisi a Dco ... rjui potestati mi- — o — slit l)ci ordinalioni resislit (Roni XIII); cppure csso e, come il principio dell’ordine, cosi anchc il principio piii liberale tlel mondo; perche, negandolo, non resta ehe, o negare l'cguaglian-za dclla dignilä innata in tulti gli uomini, o distruggere Pu-mana socicta, o fondarla sulla violenza e sul dirillo dclla for-sa brutale. Chc se senza religionc non si puö nč anclic com-municare ai giovani 1’idca del doverc morale, quanto meno potrassi renderla stabile e predominante? Iunocui vivile: Namen adest, serisse Ovidio; solo allora sarii slabile e predomi-nante 1' idea del dovere, quando slabile e predominante sara nclla mente 1’ iclca ehe Scneca inculcava al suo Lucilio: Saccr inlra nos spiritus sedel, malorum bonorumque noslrorum obse r vat or cl cuslos. L’ idea del dover morale delermina il modo tli pensare, ma non basta a rendere sempre elevalo c nobile il modo di agire. La virlii, disse Platone, h lanlo bclla, ehe i morlali, se la vedesserOj s’ invarjhircbbcro di lei. Solenne vcrila! ma per vagheggiare il bello dclla virlii bisogna chc il carallere morale sia giä staliililo, cioe ehe 1’uomo la Irovi in sč medesimo e dentro di sč ne assapori la soavilii. L’antico assioma: hjnoli. iinlla cupido trova anclic qui, come altrove, la sua applicazio-nc. Gli esempi di virlii ehe somministrano i classici anlicbi c moderni agiscono potentemente sulla fanlasia degli scolari, e concorrono in qualehc modo a nobilitare la loro mente ed il loro cuore, ma sono ben lunge dal baslarc alla (brmazione d un’elevata c nobile maniera d’agire. I giovani li animirano per-che appariscenli, perche esempii di virlii per il momcnlo 11011 iniitabili, c ehe quimli, non imponendo aleun sacrificio, nuli'lunino di austero c di esigcnle. Quanti esempii somministrano i classici, dai quali la sludiosa giovenlii possa apprcnderc la modestia, la puritii c tulte le altre virlii proprie deli’ elä e dclla condizionc in eni essa si trova? li sc anehe ve ne fosse-ro molti di questi esempii, ne rimarrebbero lorse i giovani edilicati in modo, da prenderli comc norma costanle del loro comportamcnto? Fino a ehe la iimciullezzn corre I’ innocenle sna via. si potrebbe lorse sperare chc tali esempii uniti ad n na buona disciplina baslassero a comluila; ma quando la Irrvidn adolcscenza tulla 1'anima couimnove, quando il gio-vane sovrabbondanle di lorzc incomincia a comprcndcre se stesso, e sente nel suo cuore un vuolo ehe lo molesta e lo spinge a cercare di che riempierlo, quando il tempestoso impero delle passioni ineomincia ad esercitare su di lui la sua gagliar-dia, ci vuole ben allro per infondergli risolutezza e perseveran-za, per sostenerlo nella lotta! Guai a lui giunto che sia a questo punto, se 1’ educazione sua anteriore non fu religiosa: guai a lui se non trova in se stesso quel potente clemento, ehe solo e eapace di somministrargli la iorza del huon volere, perche vsolo vale a sotnministrargliene i motivi, a mettergli a fianeo ima guida ehe supplisca alla sua inesperienza, ehe gl’infonda eoraggio, che gli porga i rnezzi da combattere eontro se siesto, di giugnere a padroneggiarsi. Percid, sc il Piano d’istru-zione pei ginnasii vuole ehe si aggiungano all’insegnaraento della lleligione delle opportune praticlie religiöse, le quali promuovnno la vera divozionc, non porte desso dalla cogni-zione della natura giovanile, e non soddisfa con cio ad un su-premo bisogno de’giovani studiosi? Certo ehe se il caraltcrc elevato e nobile ha da influirc a rendere elevata c nobile la c. os la n le maniera di agirc, questo non per altra via potrassi oltenere se non per quella di un’educazione religiosa. Un carattere elevato non e pensabile senza sentimenti no-bili e generosi, c 1’edueazione del sentimento e di tanto mag-jrior importanza quanto desso influisee piü potentemente sul-I'intelletlo e sulla volontä. Nei giovani, c per la natura del-l'eta, e per la vivida liintasia, c per la stessa vita scolastica, luedominano le rappresentazioni sensitive; le superiori si de-stano a poeo a poco, a misura ehe si sviluppa in essi il senso del bello, del vero e del buono. L’istruzione nei diversi rami rhe compongono 1’assieuie deirinsegnamento devc svilupparc in essi dei concelli estetiei c morali, ma con cio non č esau- i ito il suo compilo; essa ha da svilupparc nei giovani il senso morale non solo comc lacolta di giudicarc del pregio delle a-zioni morali, ma si anchc comc potenza inllucntc ad cccitarc prontanientc neirindividuo 1’idea del dover morale, ed a dc-deciderlo prontamente ad cscguirlo. Questo e veramente sen-lire nobile cd elevato, c conduce i giovani alle piü belic vitlu. pei cltč la ud ir loro una voec interna ehe li ammaestra, fa provar loro un'interna virlti ehe li spinge a perlczionamento morale. Ora potrassi cducarc di tal maniera il sentimento — li — senza 1'clemenlo religioso? No, mui ; imperciocche se, coine i’u detto, solamente dalla religione puö derivare ali’inlelletto l'i-dea del dovere morale, se solamente dalla religione puo derivare alla volonta la risolutezza e la perseveranza nel bene, se le rappresentazioni morali degli atti corrispondenti lianno per base 1’ idea e la neccssilä del dovere, e pur evidente clie senza 1’elemento religioso non si poträ mni rendere elevato e nobile il sentimento. La prima condizione per educarc il sentimento si e di togliere gli ostacoli ehe le impressioni sensitive oppongo-no allo sviluppo dclle superiori; e poiclie quelle sono o fisiche o di simpatia, cosi sarii mestieri di eondurre i gio-vani studiosi a custodire diligentemente i sensi esteriori, a lug-gire le male oceasioni, ad evitare la compagnia dei trisli. Tolta dai ginnasii 1’educazione rcligiosa, quai mezzi s’avranno nelle mani per ottenere questo intento? Altra condizione e di educarc la gioventii a subordinare il sentimento intellcttualc ed estetico al sentimento morale, ed a non considerarc coine vero o come bello ciö che anche buono non sia. Piii ehe mai necessario e questo a’di nostri, quando un numero stragrande di giornali e di libri concorre a sconvolgcrc 1’ordine delle idee, ad introdurre ingannevoli principii, a suscitare nell’aninio immaginoso dei giovani dellc polenti emozioni. Per cducare il sentimento e necessario fmalmentc di eondurre i giovani ad operare il bene per un motivo nobile ed elevato. Ora qunl motivo vorremo insinuarc nell’animo della gioventii? La stima di se? Ma per istimare moralmente se stesso & d’uopo d’es-sere giii virtuoso; c poi non e forse vero, essere tanti gli a« spetti sotto i quali l’uomo puö stimarc se stesso, ehe ben di sovente la slima di sč anzi eh’essere d’argine al vizio, diventa causa di brutto passioni? Quanti esempii non ci presenta la storia, e passata e conlemporanca, di uomini ehe a grandissima stima di se stessi accoppiavano eostumi licenziosi? Quanti d'al-tri, nei quali la stima di se degenerava in orgoglio? Proviamo invece a collocare questo motivo nella bellezza della virtü. Ma anchc il concetto della virtü, come 1’esperienza c la storia provano evidentemente, non c per se stesso negli uomini nfc abbastnnza chiaro, ne termo, ne perfetto, ne in pralica sempre elficace a sostpnere la vaeillante o combattuta volonta. senza il lunic della vera religione. Rcsla ehe vi sostituiamo il motivo delTonore. Se facciamo consistere 1’onore nella stima ehe al-tri hanno e palesano di noi, baslerü a ritrarci da quelle male »zioni ehe il pubblico considera comc degradanti; ma non san» motivo bastaiitc per determinare gli alti inlerni, o tutte quelle opere ehe secondo i principii sociali possono, se anclie immo-rali, combinarsi con ccrle idee d’onore, o tulte le allre ehe si commcltono nell’ombra di un secreto ehe sfugge ccrto al-1'occhio altrui. Ilesterebbe la tema del danno, la spcranzadel vantaggio: 1‘egoisino; ma allora addio elcvatczza c nobiltä di carattere. La religione sola dä all’nomo un motivo clevato, nobilissimo, ed al tempo stesso potente assai per operarc il bc-ne; questo motivo e il vereri Deos degli antichi Homani, nobi-litato dal principio di amore ehe sommini3tra il Cristianesimo. La riverenza figlinlc verso Dio ispirata ne’ cuori dei giovanel-ti eccita in essi i piii devoti sentimenti, diventa stimolo pos-srute di vera virtii c base d’un carattere disinteressato, gc-»eroso, capace del piti sublime eroismo ncl sacrificare st? stes-si al bene puhblico cd al privato. Questo motivo, eom’ č di tutti il piti puro, cosi e anche quello che negli animi dei giova-netti piü facilmente s’ insinua, impcrciocche il bello della virtii, la so vrana «lignitu deli’uomo c la consegucntc stima di sc stesso, il punto di onore, sono tutte bellissime cose, tulte cosc perö, le quali suppongono maturo svihippo c progredita col-tura morale; e 1’cspcricnza giornaliera ci mostra quanto infe-liee riuscita 1'acciano que’ giovani, i genitori dei quali basano sir principii consimili la loro educazione. Ma 1’ etii giovanile e di sna natura espansiva ed incline ali’ alFetto, c sol ehe bcnc ta si coltivi, spontanea gcrmoglia in essa 1’amorosa riverenza verso Dio, ed inlorma il sito carattere ad elcvatczza e nobilita. Ne posso crcdcre di aver esngcrato 1’importanza delPcdu-cazione religiosa e delle pratiche divote per formare il carattere morale dei giovani. Tutta l’antichitü convicne nel principio, ehe la virtii non (l’allronde possa derivarc ehe dalla reli-gione. Cicerone, il sistema del quäle e un eclettismo di quanto insegnarono e serissero di meglio i filosofi fino a suoi tempi, attribuisce agli Dei quanto di g ra ode e di nobile ha il genere uinano (Nat. Deor. 11.) Si itiosl, diee, in hotnimi in fjenere menSj fides, viri us. conconlia: mule liacc in terru nisi a mificris tl c- fitere poluernnt? (cap. 31). Credevdum cst neminem virorum bonorum ialem fnisses visi adjuvante Deo. (cap. 417). E par-lomlo nel II. libro De Legibus tlei templi: Siquidem, scrive (cap. -I I), et illud bene dictum est a Pythagora, doctissimo vivo, tum maxime et pietatem et velifjionem versari in animis^ quum rebus divinis operam daremus, et qvod Thaiesqui sa-pientissimus in septem fuit: homines existimare oportere, quac ceincrenlur deortim esse plena. Sc tanto era predominante nel-le menti dei pagani l’idca dclla divinitci, chi potrebbe aciu-sai mi d’ aver dato una sovcrchia importanza all’ clcmcnto rc-ligioso nei ginnasi cristiani? Ma forsc, pur concedendo la nc-ccssilä doli’ istruzionc e dell’educazione religiosa, potrebbesi iredere, bastarc pegli scolari del ginnasio una religionc filo-sofica, declinando dal posilivo, niassime dacclie Tarticolo Yl dclla legge Decembre 48G7 sui diritti generali dei cittadi-ni proclaina il principio che « libera e la scienza cd il suo insegnamento.» La religione filosofica non puö considcrarsi a’ di nostri ehe come una masehera per coprire il troppo deforme volto della incredulitä. Che cosa č qucsla religione filoso-fica? 1m dessa mai esistito? No, se non che di nome in chi non ne aveva aflatto nessuna. Esaminate tultc le rcligioni dcl mondo, c non ne Iroyerclc pur una che non vi presenti un commercio degli dei cogli uomini, apparizioni e incarnazioni di numi, genii buoni e cattivi, degli oracoli, dei sacrificii, cd un sacerdozio. Svolgele le opere degli antichi lilosofi, c vi tro-veretc espresso il convincimcnto, ehe il vero religioso non puö derivare ehe da una rivclazione; vc lo dice Platone in piü luoghi e specialmenlc nel Filcbo, insegnando ehe gli antichi piü incini arjli Dei hauno Iretsmesso col mezzo della tradizio-ne le sublimi nozioni da loro ricevutej vc lo dicc Aristotele ammonendovi, che per iscoprire la veritä e d’ tiopo sceverare con diligenza cid che v' č di primilivo, perche qui sla il dogma pa terno, che ccrtamcnlc von puö venire che dalla parola di Dio (De Mundo cap. 6 ). Sc vi talenta di vedere come la pen-sassero i Romani, leggcte Oitaesf. Tuscul. I. cap. II, De Natura deorum III di Cicerone, c troverclc, ehe qucst’uomo grande chiamava l’osservarc i riti dclla famiglia c degli an-tenati un custodire la religione tramandata dagli dei, qnoniam antiquitas proximc accedit ad deos; c protestaya d’avcr sem- — u — pre dil'eso, e che sempre difenderebbe le opinioni ricevule da-gli antenati intorno agli dei immortali, ai sacriiicii, alle cerimo-nie cd alle divozioni, e ehe nessun parlare di uomo o dotto od indollo lo rimuoverebbe mai dali’ opinione elie avea rice-vtito dagli anlenali de cullu deorum immorlalium. La lilosofia stessa finalmente viene considerala dagli antielii come d’ ori-gine divina. Philosophia, omnium mater arlium, quidesl aliud nisi, ul Plalo ail,donum, ul etjOj invenlum deorum? Ilacc nos primum ud illorum cullum, deinde ud jus hominum3 qnod sitimi est in generis humani sociclale, tam ad modesliam mutjni-tudincmque animi erudiuit: eademque ab animo, lanquam ab oculis caliginem dispulit, ul omnia supera, infera, prima, ultima, media videremus. Prorsus haec divina mihi videlur vis, quae tot res efficial et tanlus. (Cie. Tuscul. I. 2G). Che se gli antichi, privi di rivelazione, cercarono per mezzo della lilosofia di coordinare con chiarezza le idee tradizionali intorno a Dio, all’uomo cd al mondo, e di stabilire su base sicura l’a-desione che ad esse preslavano dietro i rappoiti intimi ed adequali di queste idee l'ra di loro, e la chiamavano quindi rerum divinarum cl liumanariim, causammque quibus hue res continentur scicnlia (Cic. Ol'lic. II. 2.); ciö manifesta la grande importanza che annettevano que’ sommi e nobili ingegni al-l’elemento x’eligioso. Ma il chiuderc ora gli occhi per non ve-dere la luce del Cristianesimo, il ripudiare il suo positivismo o dissimularne anche solo la esistenza, non sarebbe certo ji-losofta, cioe studio della sapienza; sarebbe uno smentire la storia, un rinunciare al progresso dcllo spirito umano nclle idee speculative non meno che pratiche, un retrospingersi ai tempi della schiavitü c de’ giuochi sanguinosi dell’anfitcatro, uno snaturar la famiglia coll’avvilire i ligli al servaggio e render la donna ludibrio della brutalita, un ricondurci a qucl labirinto di opinioni c di sistemi, dei quali diceva Seneca (Epist. 88): Non facile dixerim, utrummarjis irascar illis, qui nos nihil scire voluerunt: an illis, qui ne hoc quidem nobis re-liqueruntj nihil scire. Ma quand’ ogni altro argomento mancasse per dimostrare che Paugusto Legislature nö ha mai pensato, nq mai poteva pensarc a togliere dalle scuolc medie 1’ elemenlo religioso, od a sostituire al positivo Cristianesimo la cosi della religione fi- losofica; a toglierne ogni dubbio basterebbc 1'articolo 14 della legge sui diritti generali dei cittadini, il quäle garanlisce ad ognimo la piena liberlü di fede e di cosciensa. I ginnasii sono inleramenie nclle mani dello Stalo: quanto in cssi s’in-segna e si l’a5 lo si insegna, se lo la dietro le norme di »n Piano d’ insegnamento emesso dal Governo, e dietro dc-creti ministeriali ehe lo spiegano e ne determinano 1’appli-cazione; perciö quando il governo si riserva la determina-zione delle materie d’insegnamento e la sorveglianza del mc-desimOj 1’esame e 1’ammissione dei testi scolastici e la no-mina dei prolessori, quando esclude dalla direzione c da ogni ingerenza positiva nell’ andamento di quesli istituti ogn’ altra influenza, egli si assume tutta la responsabilitä della riuscitu tanto deli’ insegnamento ehe deli’ educazione, in quanto que-st’ ultima possa dipendere dali’ organismo del ginnasio stes-so, e dalle norme secondo le quali esso viene dal governo di-retto. Ora, se la legge garanlisce ad ognuno la piena liberlä di fede e di cosciensa^ e cerlo ehe anchc gli scolari del ginnasio lianno diritto a questa garansia, e piü invero chc altri; imperciocche l’etä inesperta, irrillessiva, non permette loro di apprezzare al giusto il bisogno deirelemento religiöse; le scarse loro precognizioni non rendono ad essi possi-bilc il distinguere la veritä dall’errore; il loro sviluppo mentale, non ancor robusto, non li rende atti a scoprire la connes-sione e la concordia delle verita della scienza coi principii della lede; la loro posizione subordinata li avvezza fino da lanciul-lini a considerare comc indubitabile quanto loro \iene insegna-lo, c quando sono in clii piu matura lo sviluppo naturale li portn a considerare la religione comc iroppo austera maestra, ad cvitare il suono di una voce, che suscita ne’ loro cuori in-quictudini c rimorsi. Incombe adunque allo Stalo, responsabile comc 11’č, di lulelarc gl’ interessi dei giovani cd assieme gl’ in-teressi delle loro famiglie, 1c quali, al ginnasio allidandoli, albi Sliilo li alfidano ondc sicno intellctlualmcntc c moralmcntc cducali. Nč si dica, chc lo Stalo garantirebbe abbastanza la piena liberlä di jede e di cosciensa degli scolari purche, lasciando la cura della loro isliuzionc cd educazione religiosa alla fami-glia ed al clero, v^tusse rigorosamcnlc chc venissero insc- gnatc ai giovani cose contrario ai principii della religione ehe professano. No ccrlamcntc, imperciocche 1’ istruzione c 1’ edu-cazione religiosa non sono attendibili dalle famiglie solo e dal clero; e tolte queste dalle scuolc, riuscircbbc impossibilc al governo d’impedirc la diffusione d’idee c di massimc conlra-rie ai principii religiosi dei giovani, i quali perciö resterebbe-ro esclusi dal bcneficio deli’Art. 44 della legge 21 Dec. 48G7. Che 1’istruzione data nelle famiglie e nelle Chiese non basli per corrispondere ai bisogni dei giovani studiosi, fu mostralo sopra. Riguardo ali’educazione, c bensi verissimo che lc fami-glie, che il clero devono concorrere con tutte lc loro forze insiemc alla scuola ad cducare la gioventü, c che dove rnan-chi questo concorde operare, a poco puö riuscire 1’ cfFctlo deli’cducazione scolaslica; ma e altresi innegabilc che a ben poco riuscirebbero i piü ben dirclti sforzi della famiglia c del clcro, sc il ginnasio, limitandosi ad istruirc, negasse loro l’ap-poggio cducativo, 1’appoggio della sua autoritä c della disciplina scolastica; imperciocche questo suo stesso conlegno ne-gativo farebbe perdere alla religione ogni importanza agli oc-chi dei giovani; la indocilita, la svogliatezza, 1’ indiflerenlismo ne deriverebbero di necessaria conscguenza. Ma sia pure che lc famiglie cd il clcro bastino si ali’istruzione che ali’ cduca-zionc religiosn; tolta questa dal ginnasio, comc fari il governo a fjuranlire agli scolari la piana liber la di fede c di cn-scienza? Ammctlo ben volcnticri che il §. 47 della legge 21 Decembre non trovi applicazione alle scuolc medic, nelle quali non si tratta di profondc disquisizioni scicntifiche, ma di principii introduttivi, d’ una ginnastica dcllo spirito che adde-stra c rendc alti ad attingerc alla scicnza nelle univcrsitii. Dirö ancora di piü, la vera scicnza non č mai ncmica della fedc; quclla scicnza invccc la quäle camminando sni trampoli d’ arrischiatc ipotesi fa passi smisurati c fabbrica sistemi siini-li ai castelli innnlziti dai fanciulli colle carte da giiioco^ ehe vanno a fascio ali’ apporvi d’un’ultima earla, non puö invo-carc in suo appoggio il sopraddclto paragrafo, in cui il lcgisla-torc ha di mira il vero progresso della umana mente verso ia verita, c non mai la liccnza dcllc opinioni c la libcrtli dcircr-rorc. (li» non oslantc ncssuiio vorrä negare la possibililä, che in visla del molleplicc contatlo dcllc velita religiöse con allri rami deli’istruzione, gli scolari odano, imparino c ripetano delle cose contrario ai principii della loro fede; e questa sol» possibilitä basta a togliere la garansia della piena libertä di 1’edc e di coscienza ehe la legge pronuncia a favore di tuttu Si dirä: lo Stoto non puö impedire tutti i disordini; esso garantisce anche le persone e le proprietä, ma chi pretenderä mai ehe ii governo renda impossibili le uceisioni ed i furti? Nessuno di certo; ma perche? Perche non si puö far custodi-re ogni campo ed ogni easa da un gendarme, ne mettere a fianco d’ogni persona una guardia di polizia; ma quando ha nelle mani dei mezzi coi quali impedire i disordini, non li impiegö forse sempre, e non ii impiega anche adessu il provvido nostro governo? Ecco il motivo per cui le nuove leggi, parifi-cando i culti. proclamando libera la scienza cd il suo insegna-mento, dichiarando 1’ istruzione nelle materie profane indipen-dente dali’ influsso di ogni socielä religiosa, non solo non aboli-rono 1’ istruzione religiosa nelle scuole niedie, ma ne lasciarono anzi la cura, la direzione c V hnmediata sorveglianza alla ri-spettiva Chiesa o socielä religiosa (Legge 21 Dec. 1867 Art, •17 -25 Maggio 1868 §. 2.). La era questa una logica conse-guenza della piena libertä di fede e di coscienza garantita ad ognuno dalla Legge sui diritti generali dei cittadini, era l’u-nico mezzo di tranquillare le famiglie e di impedire la dan-nosa pressione ehe si sarebbe forse potuto esercitare sulla fede e sulla coscienza degli scolari. Per la stessa ragione non si po-tevano abolire nelle dette scuole le pratiche religiöse. Io sono ben lontano dal convenire nell’ opinione deli’ Ab. Gaume, il quäle vorrebbe tolti dalle scuole i classici pogani, e sostituita in loro vece anchc per 1’ apprendimento della lingua greca e della latina la pura letteratura cristiana. I classici sono e 6aran-no sempre fonte inesauribile non solo di belle forme, ma si anche di alti concetti; ed e pur evidente che i Santi Padri, specialmente queüi del quarto e dei quinto secolo, s’ ispirurono anch’es» si alla lettura loro. D’altronde il nostro Piano d'Organizza-zione, e le ordinanze ministeriali relative, con savie misure pedagogiche nell’ ammissione dei libri di testo e sussidiarii, e con opportune istruzioni ai corpi insegnanti, rimossero in gran parte il pericolo a cui accenna l’illustrc Vicario di Kevers Per quanto pero si voglia attenuare I’ influsso che il pensiero pagano puo csercitare sulla cristiana gioventu, e’ resta semprc vero, ehe la lettura degli antichi classici trasporta gli scolari in una mnniera di civiltä assai diversa dalla nostra, o(Tre loro dei caratteri rnaschi ed ammirabili, ma non in tutto degni d’imitazione, e presenta eome eroiche delle azioni, le quali sc-condo i principii del Cristianesimo sono colpevoli. Qaando Pomponio Attico disperando di guarire si lascia inorire d’ine-dia, qunndo Catone si uceide per non sopravvivere ni In repub-blica, non sembra che in quosti due uomini, modelli 1’uno di virtti private 1’ altro di pubbliche, il suieidio possa passarc come lecito, possa p-rfino parere glorioso? Qunndo i trecento giovani congiurano per ueciderc Porsena, non pare chc 1’amo-re per la patria giustifichi P assassinio del nemico? Gli antichi Greci e Romani sono ammirabili per lo studio imparziale del vero, per coerenza di principii, p«r severa applicazione dei medesimi, per carattere gagliardo c ferino; per che I’educare la gioventu alla lettura dei classici puo riuscire del massimo vantaggio al pubhlico e privato interesse nella fiacca etii no-.stra, in cui tanto poco c’ e d’ indipendenza c di forza, e la niaggior parte degli uomini pensa colla testa del partito a cui appartiene piti assai ehe colla propria, in cui sono alPordine del giorno le mezze misure c P agirc secondo P opportunila scienziosamente. Imperciocche se ogni docente ginnasiale e non solamente istrultorc ma pur educatore, se l’educazione morale della gioventü studiosa, come lu detto sopra, non e possi-bi!e spnza 1’ elrmcnlo religioso. se per clemento religioso, quando si voglia rispettare la garanzia che dä la legge della piena liberal di fede e di coscienza, non si pnö intender altro che la religione professnla dagli scolari; non v’ha punto di dubbio, che all’ educazione religiosa dcvano concorrere tutti i docenti, ft ben vero ehe il catechista v’ e chiamato in primo luogo, che questo cömpito incombe piü a lui che a qualunquo altro docente; nia egli e altrettanto certo. che gli sforzi del solo catechista i on prodrrrebbero che dei moschini risullati ov’e-gli non venisse nell’ opera sna edneativa sorretto anche dagli altri docenti La scolnresca venii bene educata. quando. come prescrive il Piano, tutte le materie deli’insegnamento collime-ranno nella tendenza ad idee di religione e di moral'' (Intro-duz pag. -10), cd i professori di concerto s’adopreranno, per quanto sta in loro, a corroborare i sentimenti della vera rc-ligiositä (§. 66.). Parte deli’ educazione religiosa formano le praticlie di di-vozione Gli antichi Greci e Romani vi annettevano grande importanza, considerando tuni maxime et pictatem et religio-nem versari in animis, (jmim rebus divinis operam daremtis (Cie. Leg. II. 11); grande importanza vi annelte pure il Piano d’ Organizzazione, quando le prescrive qualc mezzo per diflondere cd alimentare la vera divozione (§. 66); e la legge 23 Maggio 1868 (§. 2), lasciando alla Chiesa la cura, la dire-zione e 1’ immediata sorveglionza dcir islrusione e dellc prali-che di lieligionCj come suppone obbligatoria quella, eosi sup-pone egualmente obbligatorie anche queste. Si opporrä, che la legge 21 Dcc. 1867 dice: nessnno poter esserc coslretto ad un atlo rdiyioso, od a prender partc ad 7ina funzione eccle-siastica, ma essa legge soggiunge: in quanlo cli’ egli non sia soi/fjello uW aulorilä d’ un ailro, il qnale a cid possa legitti-mamente obbligarlo (Art: 14). E nessuno certamente vorrä ne-gare. che il ginnasio non possa obbligare i suoi allievi alla t'requentazione delle praticlie religiöse prescritte dal Piano e dalle vigenli leggi supposte in attivitä. Dalle cose fm qui delte parmi potersi conchiudere con tutta ccrlezza, che le recenti leggi sui diritti generali dei cit-tadini e sui rapporti della scuola colla chiesa non modificarono punlo i principii e le lendenze del Piano d’ Organizzazione per i nostri ginnasii. La natura impresse neH’uomo il rispet- to ali’ autoritä e I’ amorc alla liberta; dali’ armonico sviluppo di questi due elementi dipende la buona educazione. Chi svi-» luppa solamenle il priino, educa alla superslizione ed al ser-vilisino; chi solo il secondo, alla irreligiositä ed ali’ anarchia. Nobile c santo e il cö;npito dei corpi insegniiti, delicala assai la loro missione, gravissiina la loro responsabilitä; ne possono Iasciarsi trascinare dall’andazzo di eccentriche opinioni, chia-raati come sono ad istruire ed educare dei giovani savi e calmi, capaci di apprezzare e di usufruttuare le franchigie costitu-zionali, che il governo imperiale ha concesso ai popoli del-I’ Austria. OIOVANKI PE FAVENTO. DELL’ ALLEGORIA CHE STA IN CIPO ALM DIVINA COMMEDIA. L allcgoria eh’apre il divino poema (il canlo I deli'Inferno) viene dai commenlalori interprelala giusla i canoni che Danle stesso voleva venisscro seguili nelP esplicazione per-felta delle sue eanzoni (1), e della lerza cantica della Commedia (2); perciö si sludiano di trovarvi piü sensi, e di or-dinarli fra loro in modo che sveli in una sinlesi possibilmcnie completa l’intendimenlo inliino delPautorc della visione. L'al- (1) Si vuulo sapore, ehe lo scrilture >si possono interniere o dubhonsi sponcro niassimamenlo per quattro sensi. L’unosi ebiama litteralo, o que-sto ü quello cbo non si (listende piü oltro che la lcttcra prnpia. — L’al-tro si chiama allegorico, o questo « quello cbi* si nasconde sotto il manto di questo favole, ed o una velita naseosta sotto bclla menzogna; siccomo quando dico Ovidio, cbo Orfeo face» colla cetera mansueto lo fiere, o gli albori o lo piotre a so muovere; che vuol dire, che M savio uomo coli« Btrumento della sua voco fa mansuescero o uniiliaro li crudeli cuori, o fa lnuovcro alla sua volontä coloro cbo non banuo vita di scien/.a o d'arte; e coloro die non banuo vita ragionovolo di seien/,a alcmia sono quasi couid pictre. — II torzo senso si ebiama morale, o questo ö quello cbe ii lettoii deono iutenlamente andaro appostando p«»r lo scrilture,, a utilitä di loro, o di loro discenli; siccomo appostaro si puö nel vangelio, quaudo Cristo salio lo monlo per trasfigurarsi, cbo delli dodiei apostoli no meno seco li tre; in cbo moralmento si puö intendere, cbo alle secretissimo coso noi doveinn avero poca compagnia. — Lo quarto senso si ebiama anagogico, cioe sovra senso; o quest’e quando spiritualmento si spono una scrittura, la quäle c-ziandio nel senso litteralo, per lo coso significato, significa dello superne coso doll’oternale gloria; siccomo vodor si puö in quel cauto del profeta, cbo dico, cbo nell’uscila del popolo d’Israelo d’Egitto, la Giudea o futta santa o libera. Che avvogna essero vero, secondo la lettcra, sie manifest«, non meno e vero quello cbe spiritualmente s'intende, cioö ehe nell'usciM deU’anima del peecalo, essa si e fatta sanla o libera in sua potestade. Conu. II- I. (2) Ad evidenliam ilaquo dicendorum scicndum est, quod istius ope-peris (Comoediae) non est simplcx sensus, imnio diei polest polysomum, lioc est plurium seiiBimm; nani alius sensus osl qui habetur per literam, alias est qui habetur per siguifieata per litvrum. Kt piiunis dicitur Hiera- 4 legoria si presta senza dubbio n molte spiegazioni; e di lanti ehe vi ccrcarono dontro, molti dissero dclle cosc ingegnose assai e sottili. Secondo me, per giungere alla spiegazione piii semplice e piü sicura, conviene badare a ciö, ehe la moltipli-citä del senso ehe sembrano racchiudere le figure particolari non osti alFarmonia loro con qucl concetto principale ehe pur deve dominare nelPallcgoria, e che quest’ultimo concetto si faccia prova di indovinarlo dali’indole personale del poeta stesso e dnlla qualitä delle sue ispirazioni. Dante, massimo e sommo nella Commedia, adotta nei commenti chregli fa alle creazioni sue proprie quel metodo di sottilc ed erudita a« nalisi, ehe gli e comune coi dotti suoi contemporanei. Sta bene per la scuola, e pel trecento: ma chi ora troppo insistesse su quella via rischierebbe, commentando, di frantendere ed im-jniserire I’opera del genio. Reco brevemente quanto mi e noto essersi seritto intor» no al senso morale deH’allegoria. La selva e Firenze, la lonzu> il konec la lupa sono 1’invidia, la superbia, 1’avarizia (*), vizi ehe danno a Dante una battaglia disperata. Egli tenta di sfug-gir loro, e salire il colle della buona vita; ma respinto dalla lupa, viene soccorso da Virtjilio (Pumana ragione),che lo per-suade n fidare nella religione (Beatrice); c da loro richiamato ai salutari e potenti ricordi della vita avvenire (peregrinazionc per 1’inferno, pel purgatorio c pel paradiso) viene tratto a sal-vamento per altro calle. Questa spiegazionc puö stare per la lis, secundus vero alh'goricus sivo myslinus. Qui modus traetandi, ut in«-lius pntn.it, potest considerari in bis versibus: « In oxilu Israel do Acgyp-to, domus Jacob do populo barbaro, faeta cbI. .ludaea snnclifloalio oj us, I-n'ai‘1 poleslas oj us. » Nam si literurn šolam inspiciatnus, signifleatur uobi« uxilus Cliiirum Israel do Aegypto, tempore Moysis; si allegoriam, nobis eigoifieatur nostra redemptio liicla per Christum; si moralem sousum, si-eniDc.itur nobis eonversio animao do luctu ot miseria peecati ad statum gratiae; si anugogir.um, signitloatui' oxitus animao sanctae ab Imjus col-]uptiouis sorvilulo ad anternae gloriao libortalom. Lil quamquam isti seitens mystici variis appellentur nominibuB, generaliter omnes dici possunt allegorici. (|uum Bint a literati sivo historiali diversi. Nam uHcgoria dici-tur ab «.\\ilot; graeee, quod in latiimin dicitur alieuum, »ivo divorsum, K-pist. XL 7. (r) Superbia, iuvidia ed avarizia sono Le tio favillu c’bauuo i uori acccsi. Inf. 17. selva, pel colle, per Virgilio c per Beatrice; ma per quanto riguarda le fiere, i vizi con cui Dante e alle preše, mi pare convenga distinguere. Le tre bestie rappresentano altrettante passioni impossessatesi del poeta, contro cui egli lotti per libe-rarsene, ovvero dei vizi dominanti nella societa clie lo circon-da. contro i quali egli. intemerato, abbia intrapn so il disugualc conflitto? Nel primo caso la lonza e la lupa mal sarebbero 1’in-vidia e 1’avarizia. Si dalla pittura ehe lasciarono di Dante i contemporanei, che da quanto si raccoglie dagli seritti suoi stessi intorno alle sue tendenze ed al suo carattere, egli ci appare d’animo alto c generoso, lontano si dalle imidie, chc da bassa aviditä di danaro o d’altro. Della pocu offesa latta da lui per invidia, v’ha una dichiarazione sua espressa in un luogo del poema (1). Meglio se per la lonza s’intenda la sensualitä, alla quäle si per testimonianza de'suoi biografi, che per con-fessioni sue stesse ripetute, egli pagö pure qualche tributo d’umana debolezza. Se non ehe anehe questa spiegazione non va esente da dilfuolta. All’epoca della visione (aprile -1300) il poeta andava cinto d'una corda con cui avea aleuna volta ten-tato prender la lonza (2). Ria se la lonza e la sensualitä, comc si spiega ehe il poeta sperasse vincerla coll'aflrontarla, egli che ben doveva sapere come questo vizio si superi solo col fuggirlo? E poi la corda, se ha a significare cosa ehe presidii dagli incentivi del senso, non si puö intend« re ehe come sim-bolo di vigilanza, d’annegazione, di penittnza; com’e dunque che viene usata dal poeta per esercitare alto d’ impero su d’un peccato d’indolc si differente dalla sensualitä, qual e la frode? (3). Per tutte queste cose mi sembra, che qualora nellc tre fiere si vogliano ralligurare de’vizi da cui losse combattuto il poeta stesso, la comune interpretazione non n’esce ne sicura nč spontanea per rispetto a due di esse_, vale a dirc per la lonza e per la lupa. Bene si puö invece vederc ralfigurata nel (1) Purg. XIII. 133. (2) Io avea una corda intorno cinta, K con ossa pensai aleuna volta Preuder la lonza alla pelle dipinta r»t. Xv:. (ö) Inf, Inc. cit. Jeone la superbia, della quäle Dante fu notalo da’ conlempo-ranei, come attesla nclla Fila che di lui scrissc il Boccaccio: Mollu presumc di ,vt\ ne cjliparvc meno valcrc ch’ci valcsse. E ne fa confessione sincerissimamente esplicita il poeta stesso coi versi -136- 139 del canto XIII del Purrjalorio. Del resto quella tli Dante, almeno qualc trapela da’suoi scrilli, piü ehe su-perbia era alterezza. Vcdiamo ora se il senso morale dell’allegoria regga, quando nelle tre liere s’adombrino 1’invidia o la sensualita, 1'orgoglio, e 1’avarizia o la cupidigia in generale, interpre-tate non come passioni di Dante, ma come vizi dominanti in Firenze. In tutli quc’luoghi del poema ovc s’inveiscc contro I'invidia, la superbia e 1’avarizia fiorentina (d), mi pare ehe 1’autore dia al senso una tinta piti sociale c politica ehe pura-menlc morale. Chi e famigliare alle cantiche avrä poi osser-vato, come Dante rifugga dal condannare la scoslumatezza della sua cittä in persona sua propria; fa scagliarle censura dallc anime monde con cui s’abboeca nel purgatorio (2) e nel pa-radiso (3). Qui sarä forse soverchio notarc, ehe se Dante a-vesse inteso di rapprescntarc nclla lupa 1’avarizia nel senso morale, sarebbe stato bene slrano il vaticinio da lui pošto in bocca a Virgilio, ehe un duce o principe 1’avrebbc un di cac-ciata d'ltalia per forza d’armi (4). Per quanto e delto, il sen- (1)1 principal! sono (ollro il giä citalo dol VI deli’Inferno): Genie avnrn, invidiosa, superba. Inf. XV. La gente nuova o i subili guadagni Orgoglio e dismisura lian generala Kiren/.e in te, «i eho tu giä ten piagui. Ivi XVI. La tua citlii die di colui e pianla fllio pria volse lo spalle al suo Faltore, K di cui e 1’invidia tanto pianta, Prodne« e spandu il nialedetto fioru Olie oec. J'«rad. IX. (2) Pnig XXIFF. 07 o segg. ) Parad. XV. 107. 108. (4) Unesli la caccerä por ogni villa Fin clio 1’ avrä rimesaa ncU’inferno, L/i, onde invidia prima diparlilla. Inf. J so morale deH’allegoria non soddisfa pienamenle neppure preso da questo lato. Rcsta dunque il polilico, secondo il quäle si suole comu-nemente intendere per la lonza Firenze, per il hone la pre« potenza francese, per la lupa la parle guelfa eapitanata dai papi. E della lupa sla bene, qualora il eoncetto del poeta si temperi riferendolo piü che al gueliismo puro al gueliismo ar~ rabiato, cioe alla fazione dei Neri. J\Ia come puö il leone raf-figurare Francia, o diremo Carlo di Yalois, se questo principe diede piü il nome che la spada alla mutazione di governo che i'u eseguila eolle forze di parte nera? Bene chiamö il poeta l’ajuto da lui dato alla fazione, quello d’uomo che si porta in-nanzi piaggiando (l);ed anche il Compagni cd il vecchio Vil-lani ne dipingono il l’are meno leonino che di volpe, come d’altri s’cspresse Dante medesimo (2). Quanto alla lonza non e presumibile che, almeno cosi in senso generale o comples-sivo, significhi lo stato di Firenze, mentre pare indubitabile, che per Firenze s’intcnda la selva. Ora se la lonza e colloea-ta dal poeta fra la selva e il colle, quindi fuori di Firenze, come sta che ad un tratto troviamo un’altra Firenze fuor di Firenze? Tutte queste contraddizioni scompajono quando si ab-bandoni il tenlativo d’un’esposizione polisensa dcU’allegoria, c si cerchi piü tosto di fissare il senso semplice e sclüetto che piü naturalmente corrisponda al fine cui miraya l’autore della Commedia. Conviene che noi Italiani del secolo decimonono ci sfor-ziamo di ridivcnire per 1111 momento gli Italiani del secolo di Dante, cd in quella etä, in mezzo a quella civillä, fra quelle furenti fazioni, ci studiamo di entrare nell’animo di un citta-dinOj di un magistralo, che per crudeltä e perlidia di queste ultime trovasi ad un trallo svelto dal seno della fami-glia, privato della patria, spoglialo degli averi e vituperato ncH’onore. Sc quest’uomo scrivc un libro, lo scrive perclie (1) Inf. VI. «0. (2> Monlre clio forma io fni d’ossa 0 di polpe (Jim la madre mi die, 1’opere inie Non furon looninc, ma di volpe. , Inf. XXVII. non puö combattere una battaglia; e poco naturale che in iuezzo alle privazioni ed alle umiliazioni dcH’csiglio, al fiele dei disinganni, l'ra l’alternare dei timori e delle speranze, fra il trepido vagheggian; delle vendctte, egli stenda pacatamente e svolga impassibile, da un puato tli vista tulto obbicltivo, in un poema il piü variato, in cui si provasse mai genio il’uo-ino, il tema della eaduta e della rigenerazione del cristiano (1). La figura del poeta, le ombre e gli spiriti, i rapporti del poeta con questi, l’intreccio deU’atttiulita storica col quadro mistico clie la Commedia ci spiega dinanzi, non sono accessori del poema; sono principalitä, c protagonista e il poeta stesso. Al Balbo, al Witte, ad altri, par chiaro da un passo della can-zone: Dom le ch’avele inlellello d'J more, che giä dal 1289 in circa balenasse a Dante 1’idea della pri- (i) Mi pare ehe noa s’apponga il Witte dando nel coneotto della Divina Cominedia la prevalenza al punt» di vista obbiettivo, come ad inten-dimento finale del poeta. Altro e che questo iutendimeuto si possa cavare dal poema, avuto riflesso ali’ impressione clie produce nel pio lettore, altro e clie Io si attribuisca al poeta; se Dante non fosse stato condannato, per-seguitato, esigliato, čredo cho noi non avressimo la Commedia, almeno co-in’ d, e che per I’esaltazione di Beatrico sarebbe bastala la visione del Para-diso. Ma il Witte (Dante Xllighieri ’ .v giittliehe Kummoedie übersetzt von Karl Witte, - Einleitung) si riferi ad una diebiarazione di Dante stesso: « Hst ergo subjectum tol i us operis (Cominoediae) literaliter tantnm ac-uepti, status animarum post mortem simpliciter simiptus. Nam do illo et circa illmn totius operis versatur procossus. Si vero accipiatur opus alle-porice, subjectum est homo, prout rnerendo et detnerendo per arbitrii li-iiertatem Justitia« praemianti aut punienti obnoxius est (Epist. XI. 8^) ». ]>la qui invero Dante parla dei soggetto del poema, non deli’ intimo suo in-tendimento nello scriverlo. E naturalrnente, egli, il quäle 0 s’attmideva, « fneeva uiostra d’attendersi da Cime, eh’egli facesse le vendette doll’esule, (Per lut fia trasmutata molta gente, Cambiando condizion ricchi e mendici Parad. XVII), non potev.i, presentando il pooma a quel potente signore, dirgli: Guardale, t«e voi non fate le vendette mie, como me lo so fare io stesso con quesla mia lingun; pifi torribili delle vostre, piü sicure, - immortali. E cosi ni c.oevi uoii polna egli presentare affiUo svelato 1’iiitondimeuto suo; dürfet sorpr«uderli e reuderli animirati del sogg«tto apparente del poema, pagn ehe i envi conlemporauei, u iudubitatameute i postori, meditandolo e compreudendo I« part« obe vi si era preša il poeta, u»u iseaiubiassoro per un asMticu l’ardoutu ed implacabile parligiano. uta cantiea; č i'uori cli ilul)bio, per 1’ullime parole della Fila miovcij che cinque anni tlopo cgli meditnva a glorificazionc della sua B<’atrice qualcbe cosa di simile alla terza cantica, al paradiso. Se non ehe il poeta, dopo avere di li a parecchi anni sofferto ingiuslamcnle pena d'csilio e di poverlü (1), aniplia-va la prima tein. e deponeva in due altre cantiche il tesoro delle sue giustizie e delle sue vendette. Cosi ebbe vita 1’opera piü originale ehe mai dettasse il piü alto amore e 1’odio piu profondo, c n’usei il poema della glorifieazione non della sola Beatrice. ma insieme della glorifieazione massima del poeta stesso. Necessitä di difesa ispirava il poeta; 1’ iniqua con-danna ehe colpiva Dante assente, gli gettava in viso d'aver fatto duranie il suo prior uto delle burallerie, e d'avere accetlulo ciö che non era lecito, od altrimenti eh3 era lecilo per legge. Un ti-ranello od un capoparte si sarebbero risi di una sentenza ehe poteva venire annullata a colpi di spada, o soflocata dal grido unanime d’una fazione fiera ed indomita anehe dopo disfatta. Ma al cittadino che coll’equitä c eolla moderazione avea disgu-stato i partiti estremi; al quäle piü che tutlo gravava le spalle la malvagitä e la scempiaggine de’suoi compagni d’esiglio (2)j non restava ehe di sperimentarc miseramente come la colpa soglia seguire in grido la parle ojfensa (o). Che poteva fare? Appellare? Ed a ehi? lnfirmare il giudieato? E come? Eppure in tempi in cui erano comunissimi gli abusi della magistratura, gli conveni-va far protesta solenne d’innocenza; cd egli scelse a ciö un modo indirelto, ma potente e terribile, e, futta esatta ragione dello spirito c delle condizioni deH'ctii sua. caleolato ad invertere 1c parti, ad escogilare una corte straordinoria, nella quäle la vit- (1) Gouv. t 3. (2) I'i quo' oho piü li graverä tu spalle Sara la compaguia malvagia e scempi^ Cod la quai tu cadrai in questa valle; Che lutla ingrata, lutta malta ud empia Si fara contro a to; ma poco «ppresso Ella, non tu, n’ avra rossa la tempia. Parad. XVII. ^3) La colpa eeguirä la parte offenes lu grido, coino suol; ma la vendetta Fia tostimouio al vor cho la diapenei, Ivi. tima assumessc le parli di giudiee de’suoi giudici. II poema, il canto della riabilitazione, suona per tulta Italia, c destapro-fonda impressione quclla giustizia trovata dall’esule Presso Colui, clfogni torlo disgruva (1). Pochi mesi prima d’enlrar de’priori, Dante viene fallo degno d’avere una mirabile visione. Pare al poeta ehe le tri-bolazioni ch’ei soffre paeifico agncllo nel suo belVovile Nemico a’lupi che gli danno guerra (2), trovino pietä nel eospetto di Maria Vergine, dispensiera di tutle grazie (3), ehe intereede per lui salvamento (4). Conviene nota-re ehe eolla figura di Maria s’apre (S) e si chiude il poema (6). Dante era devotissimo della Yergine (7), tanto da meritare ehe il servo piti affettuoso di lei, il Santo di Chiaravalle, gli inter-cedesse da essa la grazia di fissare ancor vivo 1’occhio nella Divina Essenza, tanto da far dire al Santo stesso, ch’egli non avea mai desiderata la beatifica visione piii ardentemente per se che per lui (8). dunque merce di Maria., s’ei peregrina di mondo in mondo, ovc tra i beati, tra i purganti, e fino tra i dannati, ode suonare il decreto, non dirö deirassoluzione o giustilicazione sna, ma della sua vera glorilicazione. Nel pur- (1) Parad. XVIII. 6. (2) Ivi XXV. 0. (3) Donna, sei tanto grande, e tanto vali, Che quäl vuol grazia, od a to non ricorro, Sua disianza vuol volar senz’ali. La tua benignitä non pur soccorro A clii domanda, ma molte fiate Liberamenta al domandar precorre. In te misericordia, in to pietale, In le magnificenza, in to s’aduna Quanlunque in crealura č di bontate. lui XXXIII. (■')) Donna e gentil nel ciel, ebo si coinpiange Di questo impedimento ov’io ti mando, Si che duro giudizio lassü frange. Inf. II. (li) lui loe. cit. (0) Parad. XXXIII 40 a segg. (7) II notne del bel fior ch'io aetnpro invoco 12 mane e sera . . . Ivi XV///. 88. (8) lui XXXIII. 28. gatorio frequenti aflettuosissime congralulazioni gli vcngono f'atte per la grazia oltenuta da lui Per modo tutlo fuor del modern’’uso (1); i santi dottori l’accolgono in cielo gloriosamente (2); in cie- lo riceve dalla bocca del suo Cacciaguida la lode dell’ in-nocenza e della rettitudine cittadina, gli Apostoli gli fanno fc-sta, gli vengono svelati arcani decreti, riceve incarico d’an-nunziare al niondo de’vivi lo sdegno celeste (3); Beatrice lo as-sicura che cenerebbe con lei alle nozze dell’Agnello divino (4). Che piü? Dio permette che fin dalla bocca dei dannati esca parola verace d’encomio ali’integritä del cittadino e del magistrata; ed uno gli accenna ch’egli sarä viltima deH’invidia di cui Firenze e piena a trabocco, un altro gli predice che la feccia della sua patria gli si farebbe per suo ben fare nemica; altri gli fanno intendere che gli costercbbe caro la sua vera e franca parola (5). (1) Purg. XVI. 42. (2) Parad. XI. in princip. (3) Ivi. XVII. 46-70. - XXIV-XXVII. - XVII. 128. XXVII. C4. (4) Ivi. XXX. 135. (K) Inf. VI. 49. - XV. 64. - XVI. 60. Ad espressioni e colloqui di ai-mil Datura alludo probabilmonte il poeta anche nel canto IV dell’Inferno, dove accolto dai grandi poeti nella loro schiera, dice esser da loro stato trat-tcnuto Parlando cose che ’ l tacerc i bello Si com’ era il parlar colä dov’era. Koto a quoBto luogo la non giusta interprelozione cho generalmente st da a! passo con cui Virgilio spiega a Dante ii percbe i quattro grandi poeti del limbo venuti ad incontrare il compagno che s’era da loro dipartito, lo salutas-soro ad una voce con quel verso : Onorale V altissimo poela. La spiegaiiono e contenuta in quclla torzina: Perocche ciascun mcco si conuicnc J\'el nome che sond la voce sola, Fannomi onore, e di cid fanno bene. I couimcntatori cbioaano com: I poeti miei compagni fanno beuo ad ouorare in«, percbe ö cosa bella e degna di lode, che gli uomini di merito e della stcs-k» profesBione si usino a vicenda cortesia e non abbiano invidia l’uno all’ altro. /Inobo il Witte tradusse: Weil Ieder nun mit mir den Namen tkeiU, l‘en Du die Einzeltiimme nennen körtest, Thun sic mir Ihr 1 an, und so ist 's geziemend. k d’uopo, o io m’inganno, collocarsi a questo punto di vista per leggere neH’allegoria il piü scmplice c piü proba-bile intendimento del poela. Per In selva, quantunque sotto questo nomc s’ adombri nella Commedia qualunquc pacse o stato male in ordine, c particolarmente l’italia (I), credo Dante intenda il Comune di Firenze (2). In cid mi conferma il vedc-re ch’egli chiama Firenze sclva sclvarjrjiu (3), epiteto questo certo ne ozioso nč ricercato, ma allusivo alla parte bianca detta Ma questa osservaziono mi paro futilo c nou degna di Virgilio, cui viou posta in bocca. Uu passo del Machiavello (L’riucip. 6), chiarisee ehe cosa significhi il far bene Ui ulcuna cosa nel senso appunlo iu cui fu qui uaato da I)aulu. II passo e questo: « E debbesi considerare, come non e cosa piü diftlcile a trat-tare, ne piü dubbia a riuscire, ne piü pericolosa a manoggiaro, che farsi capo ad introdurre nuovi ordiui. I’erche 1' inlroduttore ba per nimici tutti coloro cbe degli ordiui veochi fanno bene, o lepidi difensori lutti quelli cho dogli or-dini nuovi farebbono bette; la quäle tepidezza nasce parle per paura degli av-versari cbe banno Io loggi in beueltcio loro, pdrto della iucredulitä degli uo-mini, i quali uon credono in verila uua cosa uuova, so non ne veggono nata e-sperienza ferma ». Qui fale a dire, sono qupsii parlari, queole reminiscenze, queste debilo onoraoze cliel’uno all’altro rcude, che fanno trovar loro un conforto iu quel geuere di osiptenza che fu ad essi dalla divina giuslizia destinato. (1) Qui sarai tu poco tempo silvano, R sarai meco senza tempo civo i)i quella lloma oikIo Cyisto e Ilomauo. Pur ff. xxxri. (-2) io veggio tue tiipolo che divepla Cacciator di que’lupi in sulla riva Del Gero fiumo e tutti gli sgomenta; Vende la carue loro, essendo viva, Poscia gli ancide como antica belva, Molli di vita, e se di pregio priva. Sangnityoao esce della trista selva. lui. XI r. (•1) Abi quanto a dir quäl era e cosa dura Ouesta selva selvaggia, ed aspra e forte, (jbp nel penaiev rinueva la paura! Inf. /. P* o ou ----------- selvaggia (1), ch' era la piti torbida, e si componeva de' cil-tadini nuovi, selvaggi del locos se si volesse dirlo con un’ espres-sione usata dal poeta stesso (2). £ contro questi che 1’ Alli-ghieri sfoga la terribile ira sua in molti luoghi si della Commedia che del Convito, perchč la confusionc entrata con essi c per essi in Firenze Principio fu del mul della citladc (3). La morte che in questa regna e la morte degli ordini civili; es* sa faceva la disperazione di Dante, il quäle tenlava ogni modo di ridar vita alla cosa pubblica (A), e perciö studiavasi di salire al collc illuminato della giustizia, della pace e del buon governo. Ma appena egli mette piede fuor della selva, ecco attraversar-gli il cammino tre fiere, che appartengono esse pure alla selva, ma ne guardano il confine c vi girano attorno; fanno la ronda perchč Gli abitator della misera vulle (5) non 1’abbandonino e si rifuggano al colle della salute. Queste sono scelte da ciascuna delle tre pesti cittadine di Firenze, e le rappresentano. Nclla lonza ravviso la par te piti mobile, piti falsa, piti vile delle fazioni, la gcnle nova dai subili guadagni (6), quella che manda lo puzzo Del villan d? Aguglion, di ’® s orna c/e^fi a f/ievi c/ie a//a fine c/efflanno meril ar ono aKedlato c/i contejpno edem/ifare. Clusse /. Classe V. BAICICIl NICOLO' Clusse II. CALOGIORGIO ACIIILLE STEFANUTTI CARLO Classe III. BOTTEGARO GIUSEPPE CEBOCII1N MICHELE VATOVAZ GIUSEPPE Classe VIII. DESANTI DOMENICO DOBRI LOVICII MATTEO 1YE ANTONIO IELUSICH ANASTASIO MUJESAN FRANCESCO. KÖNIG MICIIELE ZACCARIA PIETRO Classe VI. CRAGLIETTO FRANCESCO ROSSICH GIOVANNI Classe VII. ALESSIO PIETRO VRANICI! GIOVANNI _ M — 12 a. 32 sr (B (D deijli študenti che nlln chiusa dell’anno riporlarono attestalo di complessiva c lasse prima con eminenza. Classc I. A. FONDA GIOVANNI 2. BAICICH NICOLO’ 3. CHERSICH CARLO \. FRANCO ENRICO Classc II. \ CALOGIORGIO ACHILLE 2. STEFANUTTI CARLO 3. BE.MBO ANTONIO Classc III. A. CEBOCHIN MICIIELE 2. BOTTEGARO GIUSEPPE VATOVAZ GIUSEPPE FURLANI 1SIDORO BONETTI GIAMBATTISTA Ö. 4. 5. Classe IV. \. PREMUDA TITO 2. LONGO ELIO Classe V. LEVA ANTONIO 2. GROSSICH ANGELO 3. MAVER GIOVANNI 4. ZACCARIA PIETRO Classe VI. 1. MARCOLIN GIOVANNI 2. VALENTINČIČU AUGUSTO 3. CRAGLIETTO FRANCESCO Classe VII. \. ROSA PIETRO 2. MAJER FRANCESCO 3. MINCA ANDREA Classe VIII. \. IVE ANTONIO 2 DESANTI DOMENICO 3. DEJAK CARLO MUJESAN FRANCESCO S. LETTICH SIMEONE G. VIEZZOLI FRANCESCO Si distinsero inoltre NEL DISEGNO NEL CANTO Yalenliiicich Angusto di cl. VI Majer Francesco di cl. VII Rismondo Alvise » Craglietto Francesco di cl. VI Lius Giacomo » Cuglianich Antonio Risinondo Alvise » » » » Berlam Benedetto J) » Coinisso Antonio di cl. V AjJullonio Giacomo di cl. V Purovel Giovanni di cl. IV Aumenli alle collezioni scienliftchc. A. BIBLIOTECA. C o ni p r c. Lc edizioni aldinc di Prato della Spedisione di Ciro (2 vol.), dclla Ciropcdia, c dei Dctli memorabili di Socrale di Senofonte, - deli’ Iliade d’ Omero (3 vol.), - di Ero-doto (2 vol.), - di Yirgilio, - di Cesarc, - d’Orazio (2 vol.), -delle Mctamorfosi d’Ovidio, - dclle Narrazioni sccllc da T. 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