ANNO XX. Capodistria, 1 Luglio 1886. N. 13. LA PROVINCIA DELL'ISTRIA Esce il 1° ed il 16 d'ogni mese. ASSOCIAZIONE per un anno fior. 3; semestre e quadrimestre in proporzione. — Gli abbonamenti si ricevono presso la Redazione. DOCUMENTI relativi al processo di Pier' Paolo Vergerio. Come altra volta abbiamo notato, frate Bonaventura Ieronimo da Zara, guardiano del convento di Sant'Anna a Capodistria, fu il primo a inviare contro il Vescovo Vergerio al Consiglio dei dieci la denunzia segreta. Così fu iniziato il primo processo, ma non ancor pago il frate tornò alla carica, e con una seconda denuncia accusò i complici del vescovo stesso. Questo documento trovasi nell' Archivio. di Venezia — -S. Ufficio filza 2a a. c. 42 e fu pubblicato dal Ferrai nel suo noto studio — Il processo di Pier Paolo Vergerio — nell'Archivio Storico italiano Dispensa 5 del 1885. — Lo ripubblichiamo qui con note opportune ; e così faremo di altri documenti, in appendice a quanto già abbiamo detto nei numeri 11, 12, 14, 16, 19, 20. 23 e 24 del 1S85 in questo foglio. Documento I. U.m et singularissimi signori : da poi ogni servile recomend: etc. Aviso le cl.me S. V. come io insieme con tutti Ili guardiani et priori delli Monasterii di questa città per sello et honore della fede di Christo ha-vemo dato avviso alle sublimità vostre questo de-cenibrio passato con lettere nostre sì come potrà [testificare il secretano delle ili.™ Signorie, qualmente lo episcopo di questa città se havea messo con Itutte le sue forze poner la perversa heresia luthe-Irana in questa terra, ponemo etiam parte et sette et Iperturbii con alcuni suoi parenti et intrinseci amici (') Jet che la città era in malissima disposicione per (') Si allude all'uccisione di ujio dei Caverii in rissa coi IVergerii. Il Vescovo aveva imprudentemente difeso con la sua ■autorità gli uccisori innanzi al Podestà. Articoli comunicati d'interesse generale si stampano gratuitamente. — Lettere e denaro franco alla Redazione. — Un numero separato soldi 15. — Pagamenti anticipati. causa di tal conventicolle, sette e parte. Et quel medesimo tenor di lettere furono scritte per il vero sello de Dio et della fede cristiana catholica. Ma oltra tali lettere io ne scrissi una particolare di parte mia, mossu per sello (') di fedeltà al glorioso Stato vostro, et non senza qualche vero fondamento et dolgomi che con bona coscieutia io non posso scrivere tutto quello che io so, et in ditte mie lettere avisai le S. V. il grande pericolo et la mala disposizione nella quale era questa terra per la malignità del ditto Vescovo, et de alcuni suoi com-p':ii secreti della' quale mia .lettera particolare il sopra nominato segretario ne poi render testimonianza. Per la qual cosa subito le S. V. ne fecèno bona et santa provisione insieme con il Rev.mo monsignor legato a remover el ditto vescovo de' qui per salute delle anime et della città (2). Et essendo remosso el capo della malignità, ma già non sono remosse le radice perverse et subterranee le quale non cessano de fare occultamente el officio del capo, et metter un' altra fiata la città in pericolo di grandissima ruina, ed è cosa molto necessaria che le S. V. Ill.me estirpano le dette perverse radice. Io me movo per charità Christiana et per la grandissima fedeltà qual porto al sublime stato delle 111.1"6 S. V. per lo qual voria andar vivo nel fuoco si fosse di bisogno io non penso star in questa città per adesso, perchè fin a 4 giorni me parto de qui et vado in Hierusalem, ma voria che questa città fosse immune d'ogni ruina propinqua. Io ricor- (') Avverta il lettore al grande zello di questo nuovo Cai-fasso, e alla protesta di carità e fedeltà, concetto quattro volte ripetuto, con che si studia coprire il livore" contro il Vescovo. Sempre eguali i Farisei ! (2) Mal si appone adunque il Ferrai nel credere che i Dieci lasciarono senza seguito la denuncia. Questa seconda, come dicemmo, non fu scritta per accelerare il processo già incoato, ma per palesare anche i supposti complici. (Nell'Estratto dall'Archivio pag. 14.) derò alle S. Y. et quelle faranno tanto quanto el Signor le inspirarli, et quanto li parerà più expe-diente; io sarò ixcusato appresso Iddio et appresso le S. V. di essere Adele. Et le radice sopra nominate sono questi quattro principali: cioè Francesco Grisoni dottore et suo fratello Antonio et Hieronimo Zerotto cognato delli sopra nominati et uno nominato Durligo de Gavardo lo qual no se impaca, di altro solum de ponor la heresia nella città. Ma li altri tre sopradetti mettono sette parte et perturbii nella terra, et il vescovo li scrive spesso, perchè 1' è suo parente, lo qual vescovo inanzi che fosse remosso de qui el machinava una cosa di grandissima importanza, la quale non posso expri-mere per non offender la coscienza (l). Adesso ine pare che il ditto Vescovo se voi metar alla volta di Alemagna (2); perhò non cesserà di machinar di bel novo et scriver alli sopranominati Francesco Hieronimo e Antonio. Però le Ill.me S. V. farebbono santamente de removerli de qui > per qualche tempo aciò questa città sia netta da ogni pericolo futuro, propinquo et quel medemo remover el quarto, cioè Durligo sopranominato perchè attende di meter parte di heresie nolla città con li altri sopraditti: et essendo remossi loro, quelli che restaranno della loro setta et oppinione staranno bassi, et se removeranno per timor humano, perchè molto più temono le S. V. Ill.rae che le censure ecclesiastiche. Io ho avisató le S. V. come fidel figliolino et secretamele et Quelle faranno quella provisione li piacerà, et non son restato di scrivere al Rev.m0 Möns legato che li soprannominati sono marci heretici : penso che anche S. S. liev.1™ farà provisione delle ditte heresie. Altro non scrivo, ma come fidel et perpetuo servitore del glorioso Stato delle sublimità vostre hu-milmente me raccomando. — Di Capodistria a dì 10 mazo 1545. Et fidel servitore delle Ill.me S. Vostre Frate Bonaventura Hieronimo da Zara del Ordine di S. Francesco Osservante Guardiano del monasterio di S. Anna in Capodistria L'antico dialetto di Veglia") Il rovignese Dr. A. Ive, prof, nel Ginnasio di Boveredo, già molto favorevolmente conosciuto (') Veggasi il tiro giuocato dal frate birbone. Fa capire in nube che ci deve essere sotto anche qualche macchinazione contro lo Stato. E nello stesso tempo dice di non poter parlare per non offender la coscienza. (2) Il povero Vergerio era invece in Lombardia, protetto dal cardinale di Mantova, e faceva fiamme e fuoco per presentarsi al concilio. *) Un articolo sul dialetto di Veglia e sull' opuscolo del prof. Ive ha pure L'Istria del 12 giugno a. c. n. 236. (B) fra noi ed in Italia pe' suoi studi filologici, ha pubblicato testé nell' Archìvio glottologico ital., diretto dall' illustre orientalista e romanologo G. I. Ascoli (puntate 1 e 2 del vol. IX, pag. 115-187) il frutto delle sue ricerche sull' antico dialetto che ne' secoli scorsi si parlava dai cittadini di Veglia. Trattandosi d'un prezioso cimelio che illustra e conferma la nazionalità dei Veglioti, ora più che mai insidiata, gli è sacro dovere di tutti noi, ma specialmente dei più interessati, di parlarne a lungo e di offrire un saggio di questa parlata anche a chi non ha 1' occasione di leggere il dotto lavoro del prof. Ive. Il quale, sebbene ci giunga ultimo in ordine di tempo, (avvegnaché il Dr. G. B. Cubich ce n'abbia dato un piccolo saggio e nel giornale „L'Istriano" N. 16, sgg., 1861, e nelle „Notizie natur. e stor. dell'isola di Veglia" Trieste, Parte I, p. 107, sgg,; ed il prof. Ascoli, basandosi su quel saggio, lo abbia annoverato fra i parlari ladini già da parecchi anni nello stesso „Archiv, glottvol. I, p. 435, sgg.) ha tuttavia il merito speciale di avercene dato un saggio, per quanto si poteva, il più compiuto. Contuttociò io sono convinto, e da ragioni che scaturiscono da studi glottologici e da quelle che emanano da ricerche storiche, che neppure questo saggio ci dia un' idea esatta del dialetto antico di Veglia ; intendo di quello che parlavasi colà prima del 1000 e qualche secolo dopo. E la ragione n'è questa: che le ricerche tanto del Cubich quanto dell' Ive vennero fatte troppo tardi ; dopo, cioè, che il dialetto aveva subito l'influenza veneta e rumena. Dico dunque, che il saggio del prof. Ive, ci offre la fisonomia del dialetto nell'ultima fase della sua evoluzione storica, del dialetto che non veniva più parlato da tutti i cittadini, ma eh' era soltanto ricordato dai più vecchi, e che allato al veneziano (proprio della città allora e adesso) serviva ai genitori quasi di gergo per non farsi intendere dai figliuoli. (Cfr. Ive, Cenni preliminari, p. 116) Di qui l'incertezza nel classificarlo nello stesso Ascoli : chè, mentre in generale lo ascrive ai parlari ladini, (i quali sono inclusi in una zona che dalle sorgenti del Reno, lungo la curva delle Alpi, finisce nell' Istria) ponendolo nella zona centrale, (che comprende le parlate del Trentino, del Veneto e dell' Istria) dice prima, che nel dialetto veglioto „è manifestissima la presenza dell'elemento rumeno (valaco)" .... ma più avanti soggiunge, che lo „si prenderebbe facilmente per una mera fusione di rumeno e d'italo-istrioto ; la qual sentenza non sarebbe di certo opposta al vero, ma si dovrebbe tut- tavolta dire inesatta ed incauta" .... (Cfr. Ardi, glott. I, p. 435, 436). Si noti bene adunque, che tanto il saggiuolo che trascriverò più avanti, quanto il giudizio dell'Ascoli, si riferiscono a questo ultimo stadio del dialetto di Veglia. L' Ive non pronuncia un proprio giudizio ; avverte soltanto nel Cenno preliminare che le sue ricerche, col sussidio di materiali nuovi, hanno per i-scopo di portare qualche ulteriore conferma alle resultanze presagite dall' Ascoli. E dacché parlo di giudizi, a costo di riuscire nojoso, mi sia lecito qui una breve digressione, riportando il giudizio che di questo dialetto diede nel 1553 G. B. Giustiniani nella sua Relazione al Senato veneto. „Gli habitanti (di Veglia) parlano lingua schiava (sic !), ma differente dall'altra (sic !), di maniera che hanno un idioma proprio che assomiglia al calinone (gergo), ma tutti indifferentemente parlano italiano francamente." (Cfr. Montini. Slav. merid. vol. II delle Relaz. p. 262). Tralascio le parole che seguono e che confermano 1' italianità dei Vegliani anche allora, e m'intrattengo alquanto su questo bisticcio del Giustiniani. Se nel secolo XVI tutti i Vegliani parlavano l'italiano francamente, non potevano parlare lo slavo; ciò è chiaro ; e se l'altra lingua usata come gergo, era una lingua slava, ma differente dall'altra, cioè, da quella che parlavasi sull'isola e nella Dalmazia, (notisi, che il Giustiniani fa una relazione del suo viaggio in Dalmazia), allora questa seconda lingua non era che il dialetto antico del quale trattiamo noi; il quale se sia o meno dialetto slavo dirà il lettore, quando ne leggerà qualche saggio più avanti. Che diremo dunque del Giustiniani? Che di lingue se ne intendeva quanto il cieco de' colori ; e che quand' anche non si desse da solo la zappa ai piedi col suo bisticcio, il giudizio d' un Ascoli varrebbe senza dubbio un po' più del suo. E dire che a Zagabria si stampano di simili corbellerie senza apporvi il menomo appunto! E non poteva non alludere che a codesto dialetto Gesner, allorché nel suo Mithridates (Zurigo, 1555) scriveva: „In Adria versus Istriani, non procul Pola, insula est quam Velam (Vegliam?) aut Veglam vocant,.... cujus incolas lingua propria uti audio, quae cum finitimis Illyrica et Italica commune nihil habeat." (Cfr. Ascoli, Studi critici, I, P- 50 in Nota). Osservo poi, che quel qualunque po' di odore slavo, che poteva offendere le narici del Giustiniani, proveniva indubbiamonte dall' elemento rumeno ; in quanto sia notorio, questo contenere già in sè non poche voci slave. Si domanda ora : come e quando s'infiltrò nel dialetto di Veglia quest' elemento rumeno? — Per chi conosce la storia dell'isola la risposta non è difficile. I Rumeni (altrimenti fra noi Cicci, Morlacchi) furono importati nell' isola, anzi più esattamente nei territori di Poglizza e Dobasnizza, dall' ultimo conte Frangipani Giovanni, verso il 1460, o giù di lì. (Cfr. Dr. Cerncich, „La più antica istoria dei vescovi di Veglia, Ossero, ecc." p. 137, e Dr. Bidermann, „Die Romanen ecc." p. 79, sgg.) Dalla regione chiusa fra il mare, l'Unna e la Verbas, attraverso l'isola di Veglia, vennero più tardi i Rumeni (Morlacchi o Cicci) anche nell'Istria, essendo già allora un miscuglio di Croati e Rumeni ; (Cfr. Dr. Bidermann, op. cit. p. 83, sgg.) per la quale ragione si deve correggere l'opinione dei nostri vecchi : la lingua parlata da quei di Val-darsa rappresentare un vecchio dialetto latino nato sul luogo; essa invece è un'importazione recente dei sec. XV, XVI. come il Bidermann già citato e l'Ascoli stesso., (Cfr. Studi crit. I, p. 40 sgg. ; 50 sgg., e la conclusione a p. 79). E così sarebbe giustificato del tutto, anche dal lato storico, il giudizio che di questo dialetto diede l'Ascoli : al ladino, cioè, che ne formava il sostrato si sovrappose il rumeno nel sec. XV e nei seguenti. Il veneziano, che come abbiamo veduto, parlavasi già in città nel sec. XVI, finì col supplantare del tutto l'antico dialetto, il quale così, al principio del nostro secolo, era parlato soltanto dai più vecchi e serviva quasi di gergo ; mentre la generazione presente non se ne ricorda più e parla soltanto il veneziano. ( Continua) DIGRESSIONI*) Dello stemma di Capodistria. Ed un altro acquerello dello stesso genere, ma di fattura, parmi, più pregevole e di gusto più buono, incontro sul retto del riguardo anteriore, assai sdruscito, del Libro de' Consigli T — 1 maggio 1595 - 19 ottobre 1613 —. Lavoro questo o del sindicato Giambattista Grisoni di Santo, il quale occupò questa carica, come risulta dal precedente Libro S, V anno eh' è indicato in calce al disegno, o piuttosto, come arguisco dalla più bella mano di scritto eh' egli à, di Antonio Grisoni vicecancelliere del sindicato — nè posso trovare iu che anno — da cui sul retto della prima carta, che à il verso bianco, di questo stesso Libro T sono copiati *) Vedi i numeri 20 e 21 — La colonna di Santa Giustina 22, 23, 24 an. XVIII; 2, 3, 6, 7, 8, 9, 11, 13, 14, 15, 16, 20, 22, 24 an. XIX; 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 an. XX — Digressioni. dal precedente S, c. 76 v. e 77 r. e 78 v., due atti clie portano la data Die Dominico XXIII Augusti MDLXXXX1I e Die XX Vili Augusti M D L XXXXII, e lui v' è sottoscritto così : Et io Ant.o Grisoni V. Canc.o del sin.to de m.to del Cl.mo (Podestà) ho regi-s.to la sop.ta parte et ellettion. È anche da notare che queste due carte, quella su cui l'acquerello e l'altra su cui gli atti trascritti, non possono appartenere ad altro libro, però che formano foglio con quelle 17 e 16 del medesimo T. Forse il Grisoni Antonio dovea proseguire il cominciato Libro delle raggion del fontego novo con coperta di curarne con V arma del Cl.mo S.r Vincenzo Morisini et de i Sig.ri Sindici, libro così notato nell'Inventario che segue nella c. sg. 2 v.. 11 quale sospetto mi nasce vedendovi già copiate dette due deliberazioni che riguardano appunto il tontico e la prima appunto F istituzione di un nuovo libro del fontico. Poi s1 interruppe chi sa per quale accidente e il libro si volse ad altro scopo e divenne uno dei Libri netti quali si scrive le parti Colleggi et coltre cose appartenenti alla Città, così notato in detto Inventario sulla stessa carta 2 r.. — Anche questo acquerello, che reca dunque di sotto la data 1,5.9.2, ricopre tutta la facciata ed il colore di lui predominante è il giallo come di quello del Libro Q. E costa di quattro scudi accartocciati di varia grandezza : 1' uno, il maggiore, collocato alquanto più su del mezzo, gli altri sotto di lui in fila, sì che il mediano, eh' è il minore di tutti, sia quasi appiccato al primo e fiancheggiato dagli altri due obliqui così che con le loro punte quasi lo toccano in punta. Ma questi, di proporzioni relativamente mezzane ; ma eguali fra di loro, sono riuniti al maggiore da due nastri rossi. E di dietro di loro si levano due fronde verdi che di giù, fra il millesimo, cominciano attorcigliate a spira verso Porlo laterale, van ripiegandosi in arco agli angoli superiori della facciata, dove portano ciascuna un fiore rosso — mentre qua e là spuntano dalle medesime delle spighe gialle — e terminano incurvate, ma senza intrecciarsi, nel mezzo dell' orlo superiore sulle ali spiegate d' un leone di s. Marco col libro aperto fra le zampe anteriori e suvvi la uota leggenda. Da questo leone è sormontato lo scudo maggiore. Il quale porta d'oro con banda azzurra od è l'arma di quel ramo della casa Mo-rosini, a cui apparteneva il podestà d' allera Vito : ciò eli' é pure indicato dalle iniziali .V..M., 1' una a destra 1' altra a sinistra dello scudo stesso. Dei due scudi laterali inferiori quello dal destro lato, che porta partito di nero e d' argento con cinque bande dai colori opposti, è l'arma della famiglia del siudico d'allora Rinaldo Gavardo, quella che vedesi sovrapposta alla iscrizione della casa sul Brolo maggiore — di cui nella digressione 4 — ; com' è l'arma della famiglia di Antonio Fin, Collega di lui nel sindicato, lo scudo dal lato sinistro, che porta d' oro can la sbarra — forse per la simmetria delle linee, ma dovrebb'essere banda secondo il disegno nel libro di cui nella digressione seguente e nel foglietto e uel manoscritto, pg. 119, più su citati; quantunque la descrizione che ne fa il Petronio a pg. 123, sia pur questa: "in campo d'oro una zona o sia«-« turchina tirata a traverso con tre stelle d'oro dentro, — con la sbarra d'azzurro caricata di tre stelle d'oro a dieci punte. A cc. 72 v. del Libro S si vedono i nomi dei due sindici soscritti di loro mano a un atto del 1592 adi 13 maggio In capo d'Istria. Lo scudo finalmente eh' è nella parte inferiore della facciata in mezzo a questi ultimi due. appeso, come ò detto, al primo, porta pur d' oro in campo azzurro — eh' è ovale con l'accompagnamento iu giallo, e così gli altri tre — una figura simile nelle generali alle già descritte. Salvo che, come non à orecchie, nou à neanche capelli di sorta, e disuguale n'è il numero de'raggi e differente la disposizione loro : quattro sono i raggi ondeggianti ch'escono due di qua e due di là di sopra e di sotto della faccia, iu croce decussata, ed altrettanti i fascetti de'raggi diritti frapposti, sì che l'un fascetto si diparta dalla fronte e 1' altro dal mento e gli altri due dal mezzo dei lati, formati ciascuno di quattro raggi minori e d'un quinto più grosso e più lungo mediano. I tratti degli occhi del naso e della bocca sono in rosso. Mi piace anche di notare che, sendosi un po' scrostato il color cilestro del campo, si scorge come il dipintore avesse avuto intenzione di porre qui un' altra figura : contra fasciato d' argento o d' oro che fosse e di vermiglio — che poi lasciò incompiuta per sovrapporvi l'altra che ò descritta or ora. De' quali due acquerelli, detto fra parentesi, meriterebbe che l'odierno cancelliere del sindicato, peritissimo disegnatore, traesse copia : messi poi in cornice sarebbero acconcio ornamento della sala municipale. ( Continua) Biblioteca ielle tradizioni popolari istriane Pregato il prof. Vatova di dare il suo parere sulla fondazione di questa biblioteca, ecco cosa ci rispose in una sua cortese lettera del mese scorso : L'idea di fondare una „Biblioteca delle tradizioni popolari istriane" espressi or non è molto anch' io, in quel cenno sulla Memoria del prof. Mussafia „Per la formazione del presente uel romanzo a pp. 347 segg. vol. I 3 e 1 degli „Atti e memorie della Società archeologica" e, lamentando con esso Mussafia e col prof. Monaci l'incuria in che dagli studiosi è abbandonato il dialetto di Capodistria, feci voti a che l'idea avesse ad attuarsi quanto prima, quest'idea da me vagheggiata da gran tempo. E a me, se l'arroganza non mi accieca, allude forse 1' Ive nella lettera a lei diretta. Però non domandi a me s'io creda ottima P idea. Tale raccolta, ripeto 1' Ive, certo costituirebbe la prova più luculenta della nazionalità del nostro paese. E farebbe, aggiungo, testimonianza della nostra civiltà odierna e sarebbe nuovo argomento a rivendicare j il nostro paese, qual fu e quale si conserva, agli studi degl'italiani non solo, ma degli stranieri ancora. Similmente, per riunire qui alcuni nostri clie recentemente ebbero ad esprimere in proposito la loro opinione, giudicò il Dr. Tamaro nelle sue „Lettere istriane" X nell'„Istria" V 232. E prima il compianto Combi, quando nei „Cenni etnografici sull' Istria" scriveva le righe eh' io preposi qual epigramma al citato mio scritterello e si potrebbero anche adottare qual motto della nuova publicazione, e quando a p. 100 degli stessi Cenni scriveva : „ Noi abbiamo di mira specialmente l'accalorare gli animi anche dal canto nostro a simili studi, e segnalare sempre più l'ampiezza degli onorevoli adopramenti a prò della provincia, .eli' entro agli stessi brevi confini sta aperta ai volonterosi" — fu pure dello stesso parere. Anzi egli iniziò tale raccolta col „Saggio di proverbi istriani" nella stess'annata della „Porta orientale". Dove, a p. 232, fra altro soggiungeva „che l'importanza di tali studi si fa speciale all'Istria". E prima ancora il Kandier esprimeva lo stesso desiderio, come si legge nell'articolo „Archivio di Capodistria" nell'„Istria" VII 38, 39 ed altrove. E un buon X nello stesso periodico I 57, 58 eccitava: „Accumulate infrattanto gli esempi, o Istriani, portate in comune saggi quanti più potete dei dialetti che nella vostra Provincia si parlano, che, se non i contemporanei, i posteri certo nel raccogliere il frutto delle sudate vostre fatiche, benediranno alla vostra onorata memoria." Che se si fosse continuato di proposito allora, che aveano cominciate le loro ricerche il Covaz il Dalla Zonca ed altri, sebbene per vie non tanto precise, a quest' ora saremmo avanti un bel po'. Sì che io penso che la publicazione si avrebbe il plauso de' buoni non solo, ma pure il necessario favore morale e materiale. Chè simili studi sono ora in auge e lo prova, per addurre esempio recentissimo, 1' opera del Crane, prof, all' università d'Ithaka in America, il quale ordinò tradusse in inglese e commentò ben 109 fiabe italiane, fra cui varie istriane, e divulgò così fra' suoi connazionali. E dovunque è civiltà a cotali studi si attende. Grata occasione procaccerebbe il periodico di adoperarsi per il bene della patria a tutti i volonterosi, dotti e non dotti. Vi contribuirebbero volentieri loro lavori e l'Ive che già promette e il pi-ranese Ravalico prof, a Gorizia e il Luciani che à inedita la raccolta de' proverbi e d'altre cose della sua terra e l'Hortis che ò letto occuparsi del dialetto trestino e il Vesnaver e il Vassillich ed altri d'altri luoghi, ò detto, anche meno eruditi: chea raccogliere semplicemente, anche senz'altra condizione o restrizione che d'essere fedeli, scrupolosamente fedeli, nel fermare quant' esce dalla bocca del popolo, e fiabe e leggende e canti e indovinelli e proverbi e tradizioni e motti e forinole tradizionali e giuoci infantili ed usi e cerimonie e credenze e miracoli e superstizioni e ubbìe d'ogni sorta — è questo il vasto campo del folklorismo, come chiamano gl' inglesi — a ciò fare, non può dichiararsi disadatto chi abbia un po' un po' d'ingegno e di coltura e molta buona volontà. Una ciliegia ne tira seco altre. E a quest'ultimi s'infon-derebbe lena e si additerebbe la via e con porre dinanzi l'esempio degli altri e con dar conto esteso di libri che trattino di queste materie. Ed altri dotti si potrebbero invitare e nazionali e stranieri a studiare sui materiali che si andrebbero accumulando, ad occuparsi de' nostri dialetti, taluni finora quasi affatto inesplorati, com' ebbero ad esprimersi il Monaci ed il Mussafia, e a fare riavvicinamenti e confronti fra le tradizioni dei vari luoghi nostri e fra quelle dei nostri e di altri. Inoltre qualche documento — importante non che dal lato linguistico, da quello civile o politico o letterario od artistico od altro — si potrebbe facilmente pescare negli archivi della provincia municipali e chiesastici e privati. Vi si potrebbero infine ripublicare, secondo opportunità, scritti di queste materie diventati ormai rari ed altri rifondere, nei quali il modo della trattazione sia già vieto. Ma la messe, accrescendo in pari tempo il valore della publicazione e la sua diffusione, si accrescerebbe, io penso, allargandole il campo, oltre i confini della nostra provincia, oltre Trieste, alla sorella provincia del Goriziano. Anche il titolo allora sarebbe diverso: „Biblioteca delle tradizioni popolari delle Alpi Giulie." 0 non le pare? Io credo dunque che gli scritti non inanellerebbero. Ma, considerata la importanza della publi-cazione, ò fiducia che non le mancherebbe neppure il materiale appoggio degli uomini patrioti. Ed ogni biblioteca non farebbe a meno di acquistarne una copia. Nò costerebbero troppo quattro o sei fascicoli all' anno di pp. 100 a 200. Ed è così che, da principio per avventura modesta, potrebbe col tempo la Biblioteca diventare utile: fonte squisita a cui attingere chi si proponesse di ricostruire sopra solide basi la vita letteraria popolare di questi paesi e la storia dei loro paesi e la storia dei loro dialetti, di comporne la grammatica ed il lessico. E tempo verrebbe, io eredo, che, come ora 1' „Istria" del Kandier 1' archeologo, così ricercherebbe il periodico nostro il filologo e il demopsicologo — salvo che non si sentirebbe nauseato da certe digressioni, in quella, peggio che inutili. Ed indici opportuni aiuterebbero chi volesse consultarla ed accrescerebbero anch'essi valore alla raccolta...... ZL^T o tìzi e Il periodico Patria sospese le sue pubblicazioni col n. 12, anno III. 24 giugno. La Società di navigazione a vapore Istria-Trieste tenne in questi giorni a Kovigno il suo primo congresso. Lo statuto fu iuterameute approvato e venne nominato il Consiglio di amministrazione che elesse a Parenzo la direzione. Nella stessa città si è costituito un altro club di canottieri, formato di soli operai. 11 nostro comprovinciale Tomaso Luciani, venne eletto a membro onorario corrispondente dalla Società di letture e conversazioni scientifiche residente iu Genova. È questa una nuova manifestazione di stima che onora T eletto e tutta la sua provincia. Nella sala della Minerva a Trieste si è inaugurato il 16 corr. il gruppo Trieste della società Pro Patria trentina. La vita privata de Piemontesi nel secolo ieciinosesto Portole, giugno 1886. Voi lo sapete, lontano di qua appena tre miglia, sopra un colle chiuso fra due mouti trovasi adagiato T antico Castello di Piemonte, il castrimi Pedemonti's de' documenti. Per quanto si legge ne' libri di storia, fu, ne' tempi di mezzo, de' patriarchi d'Aquileia e poi dei Veneziani, i quali ne affittavano le rendite insieme a quelle di Castagna e di Visinada. Nell'anno 1530 fu venduto all'incanto e lo comperarono i Contarmi che ne furono i Signori fin dopo la caduta della republica veneta. I Contarmi mandavano quivi im giurisdicente col titolo di capitario, il quale teneva ragione e riscuoteva la decima di tutti i prodotti del suolo. Terra feudale e priva di uno statuto proprio, ogni capitanio quando entrava in carica, emanava invece alquanti capitoli, a' quali i sudditi dovevano prestare obbedienza. Quindi la decima doveva pagarsi al tempo fissato, l'inventario de' beni dei pupilli doveva depositarsi dai tutori in palazzo. Non tagliare gli olivi, non bestemmiare, non portare arme, non togliere la roba altrui. Osservare i precetti del decalogo, astenersi dal lavoro in giornata di festa. Vietata la caccia di lepri e pernici con reti, vietato gettare immondizie sulle vie del Castello. Le fontane publiche sempre monde, giusti i pesi o le misure. I gastaldi preposti alle fraternite o-scole obligati a render conto dell' amministrazione loro, e vietato ad ufficiali di altra giurisdizione di procedere contro sudditi del Castello senza il consenso del capitanio, I Contarmi lasciarono a Piemonte questa memoria ; e se visitaste le due chiese del paesello, voi vedreste due iscrizioni che li ricordano. II Piemontese ha ne' modi, nel portamento un'impronta italiana così spiccata, così pura che innamora. Sveglio, industre, perseverante, egli ama godere la vita e al gioco della mora non è chi lo superi. Dopo aver faticato sui campi che producono que' vini prelibati che-tutti conoscono, egli lascia il paese e va sui mercati di Trieste ove smercia a Natale i tacchini, poi vitelli e pelli concie, eh' è l'industria cui attende da secoli. Ed è strano, vedete. Paesello sì piccolo, ha un archivio del tempo de' Contarmi (del 1540 circa in poi) quale difficilmente se ne troverebbe uno sì ben conservato. Volete conoscere quanto legname fornisse, pe' bisogni dello Stato, la foresta del Quieto, a' tempi veneti? Interrogate 1' archivio di Piemonte e vi troverete carte originali de' Capitani di Raspo che v' informano esattamente. Quivi imparate a conoscere che fosse il grossetto e la carrattada. Sfogliando quelle carte, voi assistereste alle annuali riviste delle cernide, vedreste giugnere da Venezia al porto della Bastia il podestà nuovo di Grisignana e carri e cavalli che trasportan lui e le sue robe. Amate poi conoscere quali cure si prendesse il governo veneto per la valle del Quieto? Trovate qui nuovi atti dei detti Capitani che vi ragguagliano sui provvedimenti presi in diversi tempi. Vi piacerebbe sapere quali famiglie vissero n6' secoli addietro ? E qui di testamenti, donazioni, permute, processi ne trovate un monte l). Onde a volere ricostruire la vita de' Piemon- ') A proposito di famiglie, nell' archivio di Piemonte tro-vansi molte carte concernenti una famiglia cospicua quella de' nobili Besengo. Un Giovanui Pietro fu capitanio del Castello nella prima metà del secolo scorso, e Pasqualin Besengo apparisce notaio nell' anno 1774. Chiesi se la famiglia esiste ancora, e mi fu risposto che si trasferì ad Isola. È forse questa la famiglia onde uscì il poeta illustre Pasquale? tesi d' allora, voi avete qui un materiale prezioso. Che importa di sapere che nell' anno tale sedeva sul trono il principe tale ? Son cose rancide, di cui ne discorre ogni libro di storia. A noi preme di sapere come si vivesse ne' secoli addietro e come si parlasse. Sicuro, anche come si parlava. E sarebbe, io penso, cosa utile assai se di ogni cittadetta nostra o paesello noi avessimo qualche carta che ci testimoniasse come si parlava ne' secoli passati, tanto più importante quanto più addietro risalisse. Raffermare così sempre più la italianità nostra; e — tranquilliamoci pure ■— alla violenza risponderà un giorno serena la storia. Con questo fine vi presento questo inventario trascritto da me nel detto archivio, eh' è un documento della vita privata de' Piemontesi nel secolo decimosesto. G. V. „In Christi nomine amen. Anno eiusdem nativita-tis 1565 I. Vili die vero XI Aprilis. Actum in Castro pedemontis in domo q. M. Blasii Cerdonis presentibus C, Billes ed L. Vidach testibus. Hoc est inventarium bonorum omnium q. M. Blasii Cerdonis spectantium per medietatem Ioanni et Margarite fìliis dicti q. Blasii in pupillari etate existentibus confectum per me Iulium Germanis canc.™ M.ci Domini Capitanei etc. Una caldiera da pegorar di meza vita di tenuta di sechi 4, una caldiera d' un sechio et mezo, un altra d' un sechio et la terza di sechio mezo tutte di meza vita, una cadena da focho una stadiera una fersora un par de gradelle piadeue de legno n.° 17 piadene de piera n.° 4 Dui alboli da pan un cesto cusier, cazze forade in tutto n.° 3 un tamiso bon et 1' altro tristo un spedo bocali n.° 2 Caselle numero cinque tra bone et vechie Dui rapegoni una sechia dui brente fondate et quatro brente di meza vita una cesta coperta una casacha di pano bisetin (?) fodrata de pelle una camisa d' homo di meza vita un par de braghesse di tela di meza vita un gabban de griso negro novo una casaca de griso di meza vita un par de bisaze nove et un paro di meza vita Dui sachi novi di lana un banchal da tavola vecchio dui mantili da tavola de meza vita Dui barile lenzuoli dui di meza vita uno de lin et l'altro di stoppa una tavola di nogara grande et 1' altra picola scagni n.° 3 griso nero mazze n.° 3 Dui tavole d'albedo una spada lin lire 15 lana 1. 5 un par di gardasse di meza vita fil de lin et stopa 1. 5 pelle grande di manzo .... pelle strazze 39 pelle di capra et castrado n.° 13 Dui groppe concie pelle - concie di castradi n.° 25 forme de scarpe tra grande et picole para 44 tre pele de fianco de manzo concie dui corteli di tagliar et dui altri da scargnar pelle un sapon vechio un cortiluzzo dui masteli da lissia de mezza vita una vedela de anni dui Bote cinque di tenuta di orno 12 dui botte triste da tenir biave un mastel vechio ima piera d' oglio Dui piere da caligar oglio orne dui fomento st. 2 segalla st. 3 mistura st. 4 vin orne cinquanta cinque anemali menuti in seconda n.° 48 Dui vache et tre videli in soceda Danari contadi 1. 50 fil di lana bianca 1. 40 una piera da guzzar vechia, una misura de meza lira da oglio. Bona stabilia ecc." EFFEMERIDI ISTRIANE0 306. 18 Ottobre 1315. Risposta del senato a Guglielmo decano del capitolo di Aquileja, che pagherà le 225 marche pei diritti dell'Istria, quando il conte di Gorizia vicario e capitano del Friuli ed il capitolo di Aquileja osservino le sentenze arbitramentali pronunziate nella causa tra il Patriarca e la Repubblica. Furono presenti all'atto Nicolò Querini Turino, Rizzardo Malombra. Giambuono de Freganesco, Palamede da Padova, Ermolao Zorzi, Marino Contarini, Giannino Calderario notajo. (2) 308. 27 Gen.najo 1316 m. v. I capitani della riviera d'Istria e della Marca d'Ancona abbiano facoltà d'imporre bene lino a 200 lire contro coloro che troveranno con navi cariche di vino ed altre merci, dando un avviso agli officiali ai contrabbandi. (Officiali al Cataver, capitolare C. 37) (1) Dal regesto di alcune deliberazioni del Senato, edito nell'Archivio Veneto. Fascicolo 51, 1886. (2) Nel 1313 scoppiò guerra tra il Patriarca Ottobono dei Razzi coi Veneziani a cagione dei primi loro possessi nell'Istria; nell' anno seguente fu segnata la pace ; ed è facile intendere che nè da una parte nò dall'altra si stava ai patti. (Vedi de Franceschi — Note storiche — pag. 152.) 341. 7 Aprile 1324. Sia mandato un burchio al podestà di Cittanova pel passaggio dei cavalli destinati al Paisanatico (Commissioni V. I C. 84) (1) 352. 29 Luglio 1320. Gli stipendiarli di cavalleria e fanteria di Capodisiria debbano dimorare nelle case lom stabilite. (Commissioni V. I C. 71) (2) 353. 30 Ottobre 1320. Si ordina ai Podestà dell'Istria di non affittare ad alcuno le case destinate per loro abitazione. (Commissioni V. I C. 77) 354. O Nore mitre 1320. In seguito al parere di Gra-denigo Bertucci si fa chiudere «li muro la palude di Capodistria. (Commissioni V. I C. 71 1.) (3) 350. 26 Giugno 1300. Si stabilisce l'età dai 20 ai trenta anni per gli stipendiarli di Capodistria. (Commissioni V. 1 ('. 71) P. T. Bollettino bibliografico Gentil pensiero fu quello del sig. Dr. Felice Glezer di stampare per le nozze Angeli-Dannecker il poemetto didascalico dell' Ab. Antonio Schiavimi da Pirano e dedicarlo alla sposa. Lasciando a parte le idee di alcuni sull' emancipazione del sesso femminile, la madre ha un compito più sublime e più importante d' ogni magistratura, avvegnaché questa non faccia che tutelare la umanità e sollevarla dai mali che la affliggono, quando la donna crea il bene ed allevando i suoi bimbi fornisce alla società degli uomini robusti di corpo e sani di mente, e come osserva 1' autore.: Fè natura il partaggio e fino a: Così disse. Da questo saggio si vede che la lingua e lo stile nulla lasciano a desiderare, il verso corre spontaneo ed è sempre ben sostenuto : s' appalesa nell' autore una non comune coltura classica ed il gusto del vero bello poetico.' Questo poemetto è senza dubbio, se non la migliore, certo una delle migliori produzioni poetiche, fatte in occasione di maritaggi. Per officio di critici dobbiamo aggiungere che la introduzione non ci piacque. 11 far nascere 1' amore dalla sola materia, è. secondo noi. una idea falsa e niente affatto poetica, come, perchè falsa non è poetica la idea di uomini che si cibano (1) I Veneziani, sempre in attesa ili nuovo guerre col Patriarca, cercavano di munirò così i loro possessi istriani. E per vero nell'anno seguente (1325) essendo capitano del Pasenatico e podestà di San Lorenzo Marco Morosini, il governo veneto acquistava ad uso di palazzo di quella carica una casa ed una torre della famiglia Zane di quel castello (De Franceschi, opera citata pag. 100). (2) Provvida logge affinchè i soldati non avvicinassero troppo i cittadini di Capodistria dove era sempre potente il partito autonomo o patriarcale. Così dicasi anche della seguente. E tutto ciò mi conferma nella mia idea fissa rti conquista più che di dedizione. (3) Accenna alla palude allo sbocco del Risano. Il danno dunque è di antica data. Forse rimangono ancora vestigia1 di questo muro che esteso maggiormente la palude deviando il corso regolare del Risano. Veggasi la Nota dell'indimenticabile Carlo Combi a pagina 50 : Porta Orientale Anno 1858. 0 forse il muro è di più recento costruzione. "CAPOIMSTBIA, Tipografia di «orlo Priora. 7)" insalubri alimenti, o sia che svelte fino avi~ do ventre; nè il far nascere la società dal patto sociale di Rousseau. Se nonché a difesa dell' autore valgono i principi! del secolo in cui scrisse e la circostanza, che, come nota il Manzoni a proposito dei versi del Parini sulla Colonna infame, i poeti di quel tempo non credevano mica d' essere obligati a dir sempre la verità. A. F. PUBBLICAZIONI Il libro — La madre - del sig. maestro G. Broch, è vendibile presso i librai di Trieste al prezzo di s. 80, e viene spedito verso rivalsa dallo stesso autore che è docente nella scuola popolare in Città vecchia. Società degli alpinisti triestini — Atti e memorie — 1883-1885. Trieste, Stab, artistico tipografico G. Caprin. (5. Nervo. Canti popolari eli Val di Tesino. Appunti del prof. Dr. A. Ive. (Nella Rivista critica della letteratura italiana diretta eia T. Casini, S. Morpurgo, A. Zenatti. Ann. III, aprile, 1886.) T. Casini. Appunti sul Canzoniere pubblicato da G. Mazzatinti e A. Ive col titolo Rimatori napoletani del quattrocento, con prefazione e note di M. Mandatari. (Nella suaccennata Rivista). Nella stessa Rivista è inserito un lungo articolo di S. Bongi sul Velo giallo di Tullia d'Aragona, la celebre amante di Girolamo Muzio istriano. Prof. P. Tedeschi. Della scuola dei Piazza e di un quadro di Calisto Piazza restaurato dallo Steffenoni. (Nel periodico Arte e Storia diretto da G. Carocci, au. V, N. 20, giugno 1886). Nello stesso periodico è stampato un articolo di Möns. Iacopo Bernardi, l'illustre letterato, ben noto agi' Istriani, sopra Un' antichissima famiglia di pittori veneziani. Lettera del prof. Domenico Lovisato diretta al Dr. Giacomo Trabucco, autore dell' opuscolo : Sopra i fossili delle Pampas raccolti dalla spedizione antartica italiana e donati al Museo geologico della R. Università di Genova. La lettera — rettifica del prof. Lovisato fu stampata a Cagliari nella tipografia dell' Avvenire di Sardegna, 1886. Nel prossimo numero gli Appunti bibliografici del prof. P. T. e 1' Appendice alla recensione sul Vergerio ecc. di A. Tommasich. In altro numero Sulla chiesa e monastero di S. Maria del popolo di Cittanova, con documenti favoriti alla red. dal sig. D. V. ; nonché altra serie di podestà veneti di Cittanova raccolta dallo stesso. Pietro Madonizza — Anteo Gravisi edit. e rod'at. responsàtlR-