PROF. DOTT. EDOARDO TRAVERSA libero docente La calato dei montanari a Gorizia il 27 marzo 1713 GORIZIA TIPOGRAFIA SOCIALE 1913. PROF. DOTT. EDOARDO TRAVERSA libero docente ha calata dei montanari a Gorizia il 27 marzo 1713 GORIZIA TIPOGRAFIA SOCIALE 1912. 115862 (Vtj Éi H m l£> * ■r ;lf * $ I pochi atti che qui pubblico fanno parte della collezione, che mi servi per compilare il lavoro intorno alla sommossa nel contado di Gorizia nel 1713-14, di cui già tracciai le linee fondamentali in un'appendice dell'Eco del Litorale (13 gennaio a. c.). Perciò ora mi limito a riassumere gli avvenimenti, di cui parlano gli atti qui sotto. I due primi documenti sono rapporti originali sull'invasione tolminotta, fatti dal gastaldo (podestà) di Gorizia G. Brunetti e da G. Beltrame per incarico della commissione d'inchiesta; gli altri due contengono un' autodifesa dei cittadini goriziani Giovanni Paolo Radi eucig e Ferdinando barone Formentini, accusati d'aver introdotto in città i turbolenti carsolini. I molteplici nuovi aggravi che i signori giurisdicenti imponevano ai contadini da loro dipendenti senza prender in veruna considerazione le loro disperate condizioni economiche, come pure il recente aumento dei dazi sulla carne, sul vino e sul sale spinsero i Tolminotti a ribellarsi contro i conti Coro ni ni, loro padroni. L'esempio di quei di Tolmino ben presto fu imitato dai contadini di Canale e da altri. A 27 di marzo più di due mila contadini, armati d'armi da fuoco e di attrezzi campestri si raccolsero sul Monte Santo, ove decisero di calare a Gorizia.1) Era loro intento di prender vendetta di Giacomo Ban- ') Vedi Docum. orig. dd. 20 giugno 1713. deu, allora appaltatore dei dazi, e del conte Girolamo della Torre, che. secondo loro, erano la cagione principale delle condizioni desolanti a cui erano ridotti. Il primo era ricorso a ogni mezzo ') per riscattare dai montanari i dazi da lui sborsati antecipatamente al governo centrale; il secondo qual maggior giurisdicente pel Carso aveva sequestrate delle merci ad alcuni suoi dipendenti."2) Appena s' ebbe sentore di questo concentramento nelle vicinanze della città il luogotenente conte Leopoldo Adamo Strassoldo si portò con alcuni nobili della deputazione (dieta) a Salcano. Ma ogni sforzo di pacificarli e indurli a tornare a casa fu invano. Anzi alcuni ebbero l'ardire di inveire con insolenze contro il conte e furono perciò subito arrestati e trasportati nelle carceri del castello. Ritornato a Gorizia, il conte incaricò G. P. Radieucig e il bar. Formentini di continuare al domani le trattative. Di queste nulla ci consta; però poco dopo tutti que' terrazzani entrarono in città gridando: «Evviva il nostro signor Radieucig» ecc. e si radunarono in piazza grande. Il luogotenente si era rifugiato nel castello, dopo aver dato ordine al gastaldo Beltrame di indurre i contadini a rimpatriare. Questi, sapendo che la città era sprovvista affatto d'armi, si mostrarono molto tracotanti e con minacce e grida d'ogni sorta pretendevano con insistenza la scarcerazione dei loro compagni e la formale promessa che le loro lagnanze verranno accolte dal luogotenente. S'accordarono di nominare una deputazione di 10-12 membri, perchè intavolasse le trattative col luogotenente. Assieme al gastaldo si recarono dal notaio Rodella, che formulò il memoriale. Il contenuto di questo però non sodisfece punto gli altri, che intanto avevano aspettato in piazza. Perciò andarono tutti verso l'abitazione del conte Coroni ni, loro capitano ereditario di Tolmino. Di quali intenti fossero animati non ce lo dicono i nostri documenti. Sta però il fatto che da allora in poi niuno potè più frenare il loro furore. Rovinarono la casa dell'appaltatore Bandeu, che, portata in salvo la moglie ed il vecchio padre nel castello, si era rifugiato col fratello sacerdote a Lubiana ') Vedi doc. orig. dd. 29 aprile 1713 (A. e B.) Memoriale delle comunità slovene all'imperatore Carlo VI. -) Vedi doc. orig. dd. 8 maggio 1713. Memoriale della contessa Silvia della Torre. * e indi a Graz per invocare l'appoggio del governo. A mala pena si potè evitare che toccasse la stessa sorte al conte Girolamo della Torre. Ciononostante il gastaldo non si perdette d'animo, ma affrettò le trattative coi contadini, che finalmente, a sera avanzata, acconsentirono di ritirarsi se fossero rimessi in libertà gli arrestati. Per evitare ulteriori guai — giacché la notte era già inoltrata — il gastaldo decise di recarsi dal luogotenente, per accontentare i contadini. Questi lo accompagnarono sino a pie' del colle, ove attesero l'esito del colloquio. Di là a poco ricomparve il gastaldo cogli scarcerati e fu salutato da alte grida di giubilo e da salve di fucili. Indi i montanari si schierarono attorno al coraggioso podestà che nel cuor della notte li accompagnò a cavallo sino fuori della città. Già nel 1714 il governo centrale incaricò una commissione di avviare un'inchiesta intorno a questi ed altri fattacci, commessi da quei facinorosi a Gorizia e nel territorio. Nel processo furono coinvolti anche i suddetti due cittadini, che con la loro parola franca e decisa fecero svanire ogni dubbio intorno alla loro rettitudine ed onorabilità. Ragguaglio dell' invasione tolminotta a Gorizia, avanzato dal gastaldo di Gorizia Giacomo Brunetti alla commissione d'inchiesta. Eccelsa Principal Commissione. Quanto è seguito nella sollevatone Tulminota suscitata nel mese di Marzo 1713 prossimo decorso in tempo, che io ero Gastaldo et Rettore di questa città humilmente secondo li Gratiosi commandi di questa Eccelsa Principal Commissione aporto cum omnibus qualitatibus et circumstantijs. Li 27. Marzo decorso capitò in Goritia aviso a sua Ecce-lenza signore Conte Logotenente che li Tulminoti erano solevati con intentione di portarsi in Città e nel medemo giorno essa Eccelenza accompagnato dalli suoi Dragoni con comitiva d'alcuni Cavalieri et con 40 soldati nel presidio si portò personalmente à Salcano logo discosto da questa Città due miglia Italiane del di cui successo io non posso cosa alcuna dire, perchè nè ivi fui presente, nè si diede alla Città alcun raguaglio, solo si videro condurre alcuni Tulminoti in Castello fermati, come si diceva, a Salcano. Nell'altro giorno che fu li 28. Marzo la mattina non mi si diede verun aviso del stato delle cose, ma solo a mezzo giorno di circiter, mentre io mi attrovavo a tolla vidi che già entrati in Città li solevati passavano in gran quantità verso piazza armati di Bastoni, spade, sciabole, schioppi, martelli et altre quantità d'Arme rustiche et intanto capitò Dragone, che sua Eccelenza signore Conte Logotenente mi chiamava da se, nè mancai subito colà portarmi, dove mi disse, che io dovessi subito far armar la Città, et li à me qual Gastaldo sottoposti, al che io gli risposi, che era prontissimo di ciò fare, ma che la Città non haveva Armi, perchè la proibizione di tirar con schioppi anco a Uccelletti la maggior parte de' cittadini si ritrovavan sprovisti e così, che per altro io ero pronto e di subito di far batter il Tamburo anzi, che essendo ivi presente il signor Giacomo Morelli Cancelliere disse a sua Eccelenza che ciò non si facesse, perchè nascerebbero maggiori confusioni per non esser in stato d'armare, anzi essa Eccelenza diede l'ordine al signore Maccafferi Alfiere del Presidio pur ivi presente di dover dall'Arsenale Cesareo provedere d'Armi la Città, ma l'ostacolo fù, che occultamente dal Castello non si potevano portare in Città, per esser stata già tutta ripiena da solevati. Cosi che omesso tal armamento mi diede ordine detta Eccellenza di portarmi in piazza fra li solevati per vedere il stato delle cose, et che dispositione si haverebbe potuto prendere, come non mancai portarmi alla piazza, ove osservai una grandissima quantità di gente, che occupava tutto quel logo sino alla scesa del Castello et per le contrade della Città continuo acrescimento di nova gente, mi cimentai successive di ponermi in mezzo di essi solevati, dove fui illieo circondato da una moltitudine grande senza potermi d'alcuna parte movermi; ivi li esposi il loro errore di portarsi in simil guisa e cosi armati in Città, e che però io qual Gastaldo non intendevo, che dimorassero ivi, ma che tosto sfratassero, al che mi risposero, che non erano venuti a far alcun male in Città, ma che intendevano haver liberato il sequestro di sali et cavalli fatto pochi giorni prima ad istanza del signor Bandeu Pstontista dclli Datii del vino et carne di raggione d'alcuni loro Tulminoti pretendendo anco la liberatione delli huomini il giorno antecedente arrestati et di voler far conto con il citato Bandeu, a cui dicevano non esser debitori di cosa alcuna; all'hora io suavemente replicando gì'apportavo, che tutto ciò si poteva fare in altro modo, ma non già con simili solevationi di tanta quantità di gente e che perciò s'apigliassero alle strade proprie con far ricorso a sua Eccellenza signor conte Logotenente, quale gli haverebbe admini-strato tutta la giustitia potendo anco ricorrere à sua Maestà, et che intanto guardassero di non far alcun insulto in Città perchè assolutamente incorrerebbero l'indignatione Cesarea con loro final esterminio, et che acciò il tutto succedesse con buon ordine si dovessero ritirare fuori della Città con denominare alcuni di loro de' Principali per far il ricorso alla superiorità, ma ricevei da loro una universa! negativa, che non volgiano uscir della Città, ma bensì che capitanino delli altri alla summa di 20 mila huo-mini essendo solo Pastori li sin hora capitati in Goritia; à ciò risposi con la maggior efficacia, che potei rapresentandoli il loro esterminio se ostinati persistevano, et che ancora era tempo di remediar à tutto con loro beneficio et avantagio aducendoli, che tali atti venivan ad offender non alcun particolare, ma la Maestà del Prencipe, a cui loro si professavan fedeli con vita e con robba, nè però con alcun termine potei rimoverli della loro intrapresa ostinatione, già che persistevano esprimendosi temerariamente di voler haver li huomini arrestati con li loro Cavalli et sale, et havcndoli io proposto, che per conseguir l'intento di quello, che per giustizia li potrebbe concedere sua Eccellenza signore Conte Logotenente dovessero scielgier dieci o dodici huomini delli suoi, con li quali ancor io mi sarei portato da sua Eccellenza signor Conte Logotenente per ottenere le cose raggionevoli; quando alla fine dopo un lungo debatimento di più di due hore ridussi li medemi alla mia propositione havendo intanto osservato, che uno d'essi solevati stava con un legno longo alla mano, quale con segni si faceva intender, che così scielti un di loro doppo, che si dichiarava!! tutti assieme portarsi, mi portai assistito da due Giudici del Magistrato con li sudetti scielti dalla predetta Eccellenza, dal puale subito venivano persuasi a tralasciare tali solevationi et tumulti, et che esso era pronto di administrarli tutta giustitia, anzi di spedire illieo à proprie sue spese per staffetta il loro ricorso che farebbero alla Corte Cesarea di Vienna accompagnato con sua bona informativa in rapresentatione delle loro publiche miserie et indigenze et che per tanto si ritirassero, ma li sudetti risposero come a me di voler haver in libertà la loro gente arrestata, la restitutione del sale et cavalli et di voler far li conti con il Pstontista Bandeu, perchè haveva cavato di più gli si aspettava. Sopra ciò essa Eccellenza tornò a replicare che ponessero queste loro dolgianze in scritto et che have-rebbe fatto come s'ha espresso d' administrarli Giustitia, et di spedire per loro solievo staffetta à Vienna dicendo ulteriormente, che gli arrestati loro huomini non sono stati per alcuna causa di Datij, mà solamente perchè gli perderò il rispetto in Salcano nel giorno antebedente, havendo ardito con il capello in testa sino presso il cavallo parlando arrogantemente et che perciò do-vevan esser puniti, se ne anco li loro Decani soffrirebbero simili torti et offese; sopra ciò si risolsero di partire per far il ricorso accompagnati da me conducendoli appresso l'Eccellente Rodella, come habitante in piazza per compillare tal ricorso, che gli fù compillato con l'addutione di tutte le raggioni, che loro medemi li sugerivano et apportavano anzi, che dalla fenestra fù detto a tutto il popolacio ivi congregato, et così preso il ricorso mi inviai con essi per accompagnarli nuovamente presso sua Eccellenza, ma vidi che da una moltitudine grande ero seguitato et capitato alla casa dell'Illustrissimo signore Conte Giacomo Antonio Coronini Capitaneo di Tolmino, mi dissero di voler andar mostrar anco ad esso il ricorso, cosi aspetatili abasso, mi dissero, che il signore Conte non era a casa, ma che alla signora Contessa habino mostrato detto ricorso, qual l'aprovava per ben fatto; in tanto mentre tutto ciò si faceva, li solevati a-vrebbero con gente sopra venuta dalla signoria di Canale in gran numero, et volendoli io redure per portar il ricorso al signor Conte Logotenente, nacque fra loro un sussurro d'alcuni più torbidi, che disaprovavano tal passo, volendo, che entro anco si ponga la liberatione totalmente de' Datij, et procurati da me acquietare, non mi reusci possibile, mentre con clamori et gridori di tutti fui regetato dà parte con urli et spente, che per salvezza della mia vita mi ritirai al cemiterio della chiesa Parochiale vedendo, che ostinati si amolivano, già che come dissi, con gridori si inviavano a dirocare la casa Bandeu dicendo non voler più ricorsi nè sentir propositioni, ma voler atterrar la casa, dal che frustraneamente io gli persuadevo, se ne meno potevo haver dà essi il ricorso, che dicevano haverlo laceroto. S'avanzarono dunque a dirocar la citata casa del Pstontista Bandeu, che rendeva singoiar constematione nella Città vedendo una sì baldanzosa temerità usata dà quelli villani in una Città ove dovrebbe esser più che sicuro il ricovero ad ogni uno. Mi allontanai, come dissi da loro stante più che mai cresceva il furore fra li medemi et m'inviai per andare dà sua Eccellenza signore Conte Logotenente, per riportarli il miserabile stato delle cose, esso però avertito dalli primi furori della plebaia sfogati sopra quelle mura, si ritirò per sua maggior sicurezza in Castello, non potendosi sapere qual fine sortise un simil tumulto risoluto et esarcerbato, ma indi a poco mi mandò a chiamare in Castello, ove senza dimorami portai, ritrovatolo solo senza assistenza d'alcuno, al quale tutto il stato delle cose esatamente aportai, et il pericolo, a cui era sottoposta la povera Città col continuo argumento de' solevati, quali già si vantavano haver adherenti altri contadini et che devenuti arroganti si dichiaravano voler andar in casa Schembler, ove prima habitava la famiglia Bandeu per depredar il formento, vino et Biade, che ivi erano. Sì come con grandissime fatiche dà tal minaciata invasione li disuasi, che per altro infallibilmente sarebbe successa et insieme di mai partirsi se prima non havevano liberata la loro gente, che anzi nel andare io in castello mi volsero detti tumultuanti seguitare, che però io li fecci fermare, con accertarli, che sares-simo tutti stati esposti al tiro del Canone preparato, il che sentito desisterono di seguitarmi e così sopra queste rapresentationi mi disse detta Eccellenza, che io vedessi di ritrovar ripiego per liberar la Città con tutta la possibil quietella dà detti solevati, per il che senza dimora per ritrovar ripiego all'eminenti mali che sempre magiori sovrastavano, mi portai in Città ove arrivato fui dalli tumultuanti attorniato, che mi ricercavano la libe-ratione delli loro Compagni retenti, et rapresentandoli io la difficoltà di tal loro brame, massime che ciò dependeva dalla deli-beratione di sua Eccellenza signore Conte Logotenente, gli però costituivo in buona speranza, quando essi si risolvessero di partire dalla Città et astenersi d'altri insulti come si vantavano di voler fare contro il Palazzo dell' Illustrissimo signore Conte Girolamo della Torre, che però io li disuasi per motivo che senza dubbio incorrerebbero rischio della vita, et sentito da me la dat-tagli speranza di liberar li compagni, mi promisero una voce lì ivi adstanti di volersi subito partire, ma non contento della solo loro espressiva, volsi havere di tutto il popolo soleveto l'impromessa di partirsi, che così tutti havendomi data parola, es- ') indugio. 2 — 10 — sendo già prossima la notte, con le di cui tenebre poteva esacerbarsi la solevatione con tanta magior confusione, quanto che minor sarebbe stata la comunicatione delli Cittadini, et che crescer poteva anco la solevatione con /' augumenio ') di nova gen-taio, come si vantavano, mi portai tosto in Castello da essa Eccellenza, à cui esposte le cose concesse la liberatione delli arrestati, quali io li condussi abasso, ove alla radice del castello aspettato dà essi tumultuanti, et vedendomi comparir con li prigionieri loro patrioti, tutti allegri diedero alquanti sbari di schioppi, che havevano in segno di allegrezza, che però per confessar la verità, io mi stimavo in non piccolo pericolo della vita, o della strambità delli Villani o pure, che tali sbari equivocati, come succede in tali tumulti sinistramente non havessero causato confusione o mali pegiori di prima, ma fatta fronte et ordinatoli, che desistessero da tali sbari, li solecitavo a mantenermi la parola, già che imminente era la notte, e cosi stando a cavallo datto principio à condurli, mentre vedevo, che un numero grandissimo mi seguitava a tutto corso con liete grida, presa l'o-portunità del tempo incalzai la marchia a tutta fretta, ma restati alcuni sulla piazza de Traunich per invader la casa del detto signore Conte Girolamo della Torre rimproverateli della fede datami li obligai à celermente seguitarmi come così mi seguitarono fino fuori della Città, et ivi fermatomi li dissi, che andassero alle case loro, ma osservato che una gran truppa incitata da' più torbidi ritornava in Città fretoloso accorsi fra loro, che rapresentatoli l'impegno et loro promessa, alla fine mi seguitarono fuori di Città ove alcuni fermandomi il cavallo per la briglia mi ricercarono, che per ultimo favore li dassi in scritto la liberatione d'ogni datio, et che li facesse havere nelle mani il Bandeu. Al primo dissi che già sua Eccellenza Signor Conte Logotenente non concederà nè sequestri delli loro effetti, nè arresti delle loro persone et al secondo li rapresentai che il Bandeu non era in Città, ma che visto il pericolo se ne era fugito. Sorti con il Divino favore non meno li pericoli, che in tali confusioni son soliti accadere alla vita delli medemi mediatori, ma ancor liberar la Città dal sopra grande flagello, che sovrastava alla medema et se bene restarono alcuni in Città quella notte, pure nulla di male seguì, onde il giorno seguente per oviare alli vanti ') aumento. — 11 — che ancora alcuni facevano di ritornare per dirocare il Palazzo Turiano sentendosi sussuri dell'altra contadinanza havute l'armi dal Arsenale feci armar con tutta esatezza la Città et assieme con il magistrato invigilai indefessamente per divertire ogni ulteriore inconveniente con li ordini, che erano più proprij in simili conieture, havendo con il Divin agiuto perservata la Città d'ulteriori inconvenienti, come è notto à tutta la Città. Questo è quanto posso humilmente rapresentare a quest'Eccelsa Principal Commissione, sinceratione del fatto, et per cognizione, che nè io qual Gastaldo nè il Magistrato nè tutto il Publico Civico habbi mancato in minimo alla fedeltà, et buon servitio del Prencipe stato sempre unicamente con propositione della vita, et robba di noi, e di nostri Antenatti mantenuto, et che con il Divin agiuto et sanguine noi, et li nostri descendenti, con la connaturai hereditaria fedeltà siamo per mantenire al nostro Augustissimo e Clementissimo Monarcha, et nel mentre io humilmente m'inchino. Di quest'Eccelsa Principal Commissione Humilissimo servitore Giacomo Brunetti, passato Gastaldo della Città di Goritia. All'Eccelsa Principal Cesarea Commissione di Goritia Humilissima Informatione di me Giacomo Brunetti, passato Gastaldo et Rettore circa la seguita solevatione de' Tulminoti. Breve informazione sulla stessa invasione tolminotta data dal signor Giuseppe Beltrame alla commissione d'inchiesta. Informatione di me sottoscritto per ordine dell' Eccelsa Principal Commissione di quant'ora mi sovviene delli successi in Canale, nella calata seguita dalli suditi di Tolmino tanto nella prima, quanto nella seconda volta come segue. Il giorno delli 27 Marzo ultimamente scaduto, nel quale a-spettavo in Canale a disinare in casa mia l'Illustrissimo signore Conte Giacomo Antonio Coronino per portarsi in Tolmino, mr capitò l'avviso per il signor Gioanni Locatello, eh'e il detto ca- tergo : — M — valiere a causa della calata delli suditi Tolminoti (incontrati verso Salcano) sij ritornato in Goritia con intentione di non portarsi all'ora di sopra. Trattenevasi detto signor Locatelli con il Signor Medico Morelli a pranzo mecco ed a pena quello consumato capitarono due del Borgo di Canale bater d'alia porta e pregandomi in-stantemente acciò accorressimo in solievo alla casa Fugulina, nella quale era entrata una quantità di Tolminoti, sparzata la porta della cantina facevano un strapazzo indicibile del vino. Risolsi portarmi collà, osservato il cortivo pieno di gente Tolminota e nella cantina scialaquare de vino, li persuasi a desistere non essendo quest' un modo di tratare con la robba altrui e che Iddio li punirebbe. S'avvidero divenir del erore, fatti uscir con le belle dalla cantina fori d'alcuni pochi, che seguitar volevano à bever. E perchè l'altri, che erano di fori volevano e loro qualche parte dando l'uno al'altro delle spente, ritornarono in cantina. All'ora Valentino Lapagna sfrondata la sciabla vedendomi fra loro, li rimproverò dicendo doversi rispetto al Judice fattomi largo, ricercai la causa della loro venuta, ed unione, sentij che uno disse, andiamo a Goritia à far i conti con il Bandeu, altri di non sapere, mà d'haver ordine dalli Decani ed alcuni per ri-haver la robba e cavalli sequestrati. L'esortavo con più motivi à non portarsi in questo modo uniti verso la città ed una fortezza, perchè potrebbero pentirsi, nè quest' esser il modo di cercar conti e rihaver il suo e se pure non volessero desistere, che almeno non entrassero in città, ma inviassero alcuni Decani ò vicini con un ricorso à Sua Eccellenza signor Conte Locotenente supplicando per la liberatione della robba ed animali, assicurandoli che questa loro andata li sarà un giorno di pentimento. Ma vedendo crescer sempre più la folla per quelli, che seguitavano e conoscendo di poco frutto la mia amonitione e persuasiva, essendomi tratenuto il corso d'un ora ed avantaggio per dar campo alla gente del Fugulino di salvar la robba dalla parte verso la Braida (:come in effetto ne fu una buona parte trasportata in altre case:) stimai proprio ritirarmi in casa del Canceliere per sfugire qualche intoppo. Tratenutomi un pezzo, mi mosse à nuovamente portarmi in casa dello Fugulini, il pianto d'alcune sue figlie, perchè diversi — 13 — forzavano le casse, dovve era la biada e formento; alla fine retrocessero a mia richiesta. Osservando poi ch'il vino cominciava fra loro operare e che sempre più cresceva qualche susuro e non era modo di poter fermar il loro pessimo proceder, risolsi ritirarmi verso casa mia, ove sempre più incontravo gente che entrava in Canale, oltra quella che passava per Auza e quella che in quel giorno già la matina era per Chiapovano e Baisiza calata à Salcano, come fu esposto. In quanto poi alla seconda venuta delli mentovati Tolmi-noti, che fù li 14. Giugno scaduto. La sera avvanti, circa le 10 ore di notte mi capitò biglieto con avviso, che s'univano in Ronzina li Tolminoti, spedij secre-tamente in quella notte il medemo con lettera all'Illustrissimo signor Conte Antonio Coronino per direttione ulteriore. Portatomi la matina in piaza di Canale ed incontrato Tomaso Strukl di Slap per esser omo da bene e di qualche credito, lo pregai a portarsi subito in Ronzina per disuader quelli suditi colla uniti a non passar oltre, ma volendo qualche memoriale ò altro, che mandino due ò più omini ò Decani da me, che desidero parlar secco, mà ch'assolutamente non venghino uniti. Esegui il Strukl l'impostoli, ma che? qualch'ora doppo in vece di due viensero tutti uniti in Canale ed entrati diversi in casa mia (tra i quali era Giorgio Velicogna, Valentin Lapagna, Giovanni Zviz) ricercai la causa di questa loro comparsa e nuova unione, mi risposero essere intentionati di formare un memoriale al signor Conte loro Capitaneo e Padrone, acciò proccurri d'ovviare l'entrata alla militia Croata nel loro Paese di Tolmino à destrugerli, come è seguito nella Signoria di Raifenbergo intendendo d'essere sentiti prima dell'Essecutione avvanti la Cesarea Commissione, che in breve capitarà e tutto quello verà dalla medema graciosamente risolto, sarano pronti e obedienti con sottoporsi a tutte quelle gravezze, che verrano da Sua Maestà Cesarea Clementissimamente ordinate, quale entrarano in puro beneficio dalla medema e non già in utile del Bandeu. Sentita la loro espositione m'esibij formargli il memoriale, quando sijno d'accordo ed occorrendo mi portarò in persona a Goritia con due ò tre di loro, ma non più, per riportar la reso-lutione tal quale potrà otenersi. — 14 — All'ora il Velicogna con li Compagni si portarono verso piaza ed uniti quasi tutti, dopo qualche dibatto, capitarono li sopra nominati con diversi altri nuovamente da me, acciò facessi estender li ponti stabiliti nel loro conseglio, quali furono notati dal Reverendo Vicario di Ronzina, che in quel punto s'atrovava in casa mia e fatti publicamente legerli, uno fra loro voleva altre aggionte e circostanze e cominciando alzar la voce li consegnai a Giovanni Zviz l'abbozzo, acciò facino quello vogliano perchè non voglio havver à far con tanti. Partirono da me, ma ritornato pocco doppo il Velicogna mi disse esser risolto senz'altro di ritornar a casa sua. ma che temeva delli Goreani, cioè di quelli sotto la Pieve di S. Vito, che non l'impedissero e l'opponessero. Li diedi animo e senza havver altro riguardo dovvesse partire e andarsene à casa. Esegui ed uscito dalla mia abitatione, cominciò con alta voce à gridare à casa, à casa habbiamo già fornito le nostre cose ed essendo la maggior parte di tal intentione, passarono il ponte e partirono da Canale per Tolmino restando alcuni pochi che per esser lontani, seguitarono il giorno à dietro gli altri. Quest'è il successo dell'una ed altra calata fatta dalli Tol-minoti in Canale nelle seguite loro solevationi, esposto ora in esecutione del gracioso Comando di quest'Eccelsa Cesarea Commissione, alla quale inclinandomi sono Umilissimo e divotissimo Servitore Jo. Gioseppe Beltrame. Autodifesa del cittadino Giovanni Paolo Radieucig, per discolparsi dalle accuse di tradimento verso la sua città nativa. Eccellenza Signor Signor Padrone Collendissimo Dovendo in obbedienza della Clementissima Cesarea Reso-lutione delli 11 Luglio passato e successivi ordini graciosi dell'Eccelsi Consegli all'Eccellenza Vostra pervenuti portare le mie risposte sopra gl'indizij estratti dal Protocolo dell'Eccelsa Cesarea Commissione, che in qualche forma hanno resa sospetta la mia persona nel fatto notorio delli Tulminoti solevati li dirò per la comessami risposta brevamente, ma con tutta ingenuità. — 15 — Per primo ch'essendomi io in queir occasione lasciato adoperare con la mira principal del buon servizio dell'Augustissimo Padrone e del bene di questo povero Paese mi sij diportato in una maniera sì onorata e fedele,, che con tutta ragione e giustizia, mi potevo ben persuadere in vece di biasimo e travagli di riportarne lode ed espressioni clementissime di benemerenza, giacché non ho sparmiata la propria vita, essendomi anzi posto fra quella gente arabiata in evidente pericolo di perderla per dare ogni più distinto contrasegno della mia incorota fedeltà e come dissi per il bene di questa povera Patria, in prova di che esporù riverentemente all'Eccellenza Vostra per Secondo, che ritrovandomi alla predica nella Chiesa di questo Duomo il primo giorno, che li Tulminoti solevati principiarono a comparire in grosse truppe verso Salcano, s'avvicinò a me Sua Eccellenza il Signor Conte Luogotenente e comunicandomi in poche parole la venuta di tal gente nelle motivate vicinanze, mi ricercò di montare a cavallo e di portarmi seco in quella parte per prevenire tutti quelli fastidiosi accidenti che l'improvisa comparsa di tanti Villani dava giusto motivo di sospettare. Non mancai di subito sino senza prendermi tempo di pranzare, far metter all'ordine il mio cavallo e di seguitare l'Eccellenza Sua à quella volta, ove m'adoperai, dissi, e parlai quanto sapevo e potevo per rimover quella gente da quelle cative intenzioni, che per anco non penetrate dimostrava!! però esser dirette od indrizate a qualche mal fine. Nel seguente giorno ritrovandomi in compagnia del Barone Ferdinando Formentini presso il Conte Giacomo Antonio Coro-nini, Capitanio di Tolmino, vene nuovo aviso, che il numero delli vilani tumultuanti s'era fatto molto maggiore presso Salcano e sopra ciò preso discorso di quello s'averebbe da fare, dissimo, che detto signor Conte farebbe bene trasferirsi colà e procurare persuaderli di ritornare alle loro case, ma egli ci rispose, ch'essendosi reso sospetto il giorno precedente, quando si portò colà per farli partire, ogni sua nuova andata sarebbe riuscita infru-tuosa et per l'ingiuste liti in passato mosseli ed inobedienze verso di se praticate, poteva in quella occasione qualche temerario usarli delle violenze, atti di sprezzo e forsi offendere la sua persona; nella continuazione del discorso fu detto, che il Barone Ferdinando Formentini, come conosciuto da molti Tul- — 16 — minoti ed io faressimo bene d'andare presso di loro e con efficaci persuasioni indurli al ritorno verso le loro case. Per fare del bene e non già ad altro fine accetassimo l'impiego, ma prima di porlo in effetto si portassimo da Sua Eccellenza il Signor Conte Luogotenente per avere la sua aprova-zione, quale non solo ce la diede, ma in avantagio fece subito estendere una patente, con la quale in evento di qualche loro gravame li prometteva un tempestivo remedio ed il ben dovuto provedimento, purché soli trenta uomini li più informati, ai quali dava licenza di venire in Città, comparissero ad esporlo e ra-presentarlo. Presa la patente e fra tanto havendoci fati preparare il su-detto Signor Conte Coronini due delli suoi cavalli s'incaminas-sitno immediatamente verso Salcano ed arivati presso il gran numero delli Villani, ch'erano già uniti, fù uno di loro sì temerario ch'afferò subito per la briglia il mio cavallo, ma io, che ero andato per fare del bene, dissimulai un tale insulto ed am-bidue adimandandoli cosa volevano, l'esposimo la buona volontà del Superiore espressa nella patente consigliandoli di mandare presso Sua Eccellenza trenta uomini dalli più informati à rapre-sentarli le loro doglianze, ch'ai certo graverebbe fatta giustizia e sarebbero nelli termini di ragione rimasti consolati, ma che fra tanto gl'altri, se non volevano ritornare a casa, si fermassero nel luogo, ove stavano per sentirne il provedimento che nelli loro gravami, in caso fossero tali, sicuramento haverebbero riportato con haver agionte infinite espressioni di persuasiva, acciò non s'inoltrassero. Vedendo la cattiva disposizione di detti villani e che ogni nostro dire e parlare faceva pocco frutto per non impegnarsi d'avantaggio, risolsimo di ritornare adietro ed avertiti dalli soldati di questo Presidio e delle Cernide, ch'erano stati colà spediti per impedire il loro inoltramentó verso la Città, che tumultuosamente s'avanzavano, li diedi ordine assoluto di star fermi, d'opporsi e non lasciarli inoltrare e à spron batuto fecimo ritorno nella Città mederna con portare l'aviso a Sua Eccellenza Conte Luogotenente. L'indizio, sopra il quale mi viene imposto di dover rispondere, contiene che mentre il tumultuante popolo è entrato nella Città, habbia gridato, che sia benedetto Giovanni Paolo Redieucig, ch'ha la gente, cioè li Tulminoti mandati dentro la medema Città. — 17 — Da un tal parlare non si puole arguire alcuna mia reità, mentre ognuno ha la libertà di dire ciò che più gì'agrada e sarebbe una condizione, anzi un vivere molt'infelice, se l'espressioni di biasimo e sino di qualche mal fare, quali puono uscire dalla boca di qualche inconsiderato dovessero servire di prova e rendere colpevole quel tale, contro di cui sono state proferite. Che se il popolo m' ha volsciuto benedire, io ho debito di restarli obligato, mà s'ha sogionto per aver menati in Città li Tumultuanti ha proferita una solene bugia ed ad una tale inconsiderata espressione non si puole nè, deve prestare alcuna fede, se non viene provata nelle forme legali, eh' io l'habbia veramente condotti in Città, il che sono sicuro, che ad alcun uomo del mondo non darà l'animo di provarlo, perchè non è assolutamente vero. La veridica esposizione del fatto e di quanto da me s'ha in tali'occasione operato qui sopra riverentemente esposta, dimostra con evidenza tutt'il contrario e mi rende in avantagio degno di merito e non già di biasimo e questa via più la giustifico. Primo con la deposizione giurata in A: delli soldati di questo presidio, quali con loro giuramento depongono, come da me li sij stato ordinato di resistere ed opporsi e di non lasciare, che li solevati Tulminoti s'inoltrino. Secondo coli'attestato B:, eh'è del primo caporale delle cernide e del Decano ') della Villa di San Rocco di tenore uniforme al prodotto esame delli soldati del presidio. Terzo con 1' attestato C: di persona stata presente, mentre io persuadevo li Tolminoti di ritirarsi e di ritornare alle case loro e di non inoltrarsi e che mi rispondevano di voler venire a Gorizia tutti sssolutamente à farli Giustizia e tirare li conti col Bandeu e che io gli replicavo, che bastano quendici, venti ed anco trenta delli più buoni e principali per venire a portare li loro torti e ch'altrimenti, sforzandosi d'entrare in Città saranno ben bastonati, amazati, caturati, empirano le prigioni e con tal loro ruina posti sopra le forche e come più fusamente nell' attestato. Quest'attestati, se così piace all'Eccellenza Vostra, la supplico farmi la grazia di farli ratificare col previo giuramento delle persone che mei hanno fatti ed anco di prender sopra con ') Capo comune di villaggi. — 18 — ogni rigore le loro disposizioni giurate, acciò non si creda che per compiacermi e a mia sugestione s'abbino lasciati indurre a così attestare. Se dunque io ho detto verso le guardie e soldati mandati in Salcano da Sua Eccellenza il Signor Conte Luogotenente, che s'opongano, che resistano e che non lascino passare li Tumultuanti, se nel fatto soltanto frà loro, eh'erano a migliaia mi sono arischiato di minaciarli le bastonate, le prigioni, la forca e la loro ruina, se verranno in Città, come mai il popolo m'ha potuto benedire per averli condotti in Città medema o se il da me operato è pienamente giustificato, dimostra con evidenza certa tutt'il contrario. In prova ulteriore del mio retto operare presento a Vostra Eccellenza l'attestato D: del Signor Pievano di Merna, Villa di mia giurisdizione, uomo religioso di ben nota esemplarità, da cui si ricava quant' imprecazioni proferivano le mogli di quelli miei sndditti per averli obligati di portarsi a Salcano con le loro armi ad oporsi alli Tolminoti, credendo che fossero da me mandati al macello, ignorando che l'ordine perveniva da Sua Eccellenza il Signor Conte Luogotenente e come havendo poi conosciuto come bene havevano fatto d'ubbidire le mie amonizioni e di non unirsi alli Tulminoti, come forsi havevano qualche remota intenzione, quante benedizioni habbino, mentre videro l'esecuzione praticata contro parte delle più volte detti Tulminoti, per avermi ubbidito proferite e come più fusamente in detto attestato, al quale mi riporto. Onde le mie operazioni sono state di tal tempra, se puramente indirizate per farmi merito per il buon servizio dell'Augustissimo Padrone e per il bene di questa Patria chi mai potrà credere, che l'indizio contro me apparente nelli termini, che da Vostra Eccellenza m'è stato benignamente esposto e poi in copia consegnato possa indurre una anco piciola presunzione di minuta prova contro di me e contro quanto da me s'ha operato. Questa in succinto è la risposta che per ubbidire li riveritissimi Comandi di Vostra Eccellenza li posso veridicamente a-portare non già per modo d'escolpa, perchè il mio retto operare e la mia innocenza non hanno bisogno di difesa, ma acciò possa ulteriormente eseguire gl'ordini Clementissimi espressi nella Cie-mentissima sopracitata Resoluzione, supplicando d'avere un benigno riguardo, ch'io habbia in questo fatto meritato bensì, ma — 19 — non già demeritato, il che conscio dell'integrità della mia coscienza, non ho potuto, se non più volte replicarle, raffermandomi frà tanto con tutto rispetto di Vostra Eccellenza Devotissimo Servitore Giovanni Paolo Radieucig. tergo: All' Eccellenza Illustrissima Signor Signor Padrone Coilendissimo il Signor Giovanni Gioseppe del Sacro Reggio Impero Conte de Wildenstain, Libero Barone di Wildbach e Koltdorf, Signore di Tschachathurn, Lipach e Faistriz, di Cesarea Regia Cattholica Maestà Camariere, attuale intimo Consigliere e Capitanio del Principal Contado di Gorizia. Altra autodifesa del barone Ferdinando Formentini contro le stesse accuse mossegli da persona ignota. Eccellenza Signor Signor Padron Coilendissimo. Qui annessa presento la mia escolpa dalle querelle statemi falsamente datte avanti la Cesarea Commissione, già qualch'anno ritrovatasi qui a Goritia per occasione della solevatione delli sudditi del Capitaneato di Tolmino e supplico l'Eccellenza Vostra à Sua Sacra Cesarea Catholica e Real Maestà ò pure all'Eccelsi Suoi Consegli, à fine restino informati della mia inocenza e con divotamente riverirla mi dico Di Vostra Eccellenza Devotissimo Servitore Ferdinando Barone Formentini. Insurrexerunt advesus me testes iniqui et mentita est ini-quitas sibi. Bisogna, che io a mio malgrado confessi, che nelli tempi corrotti malum prò bono reponatur, perchè isperimento che ciò in me si verifichi, mentre havendomi adoprato per sedare la solevatione delli Tolminotti avanti alcuni poch'anni solevatisi e per divertire il loro ingresso in questa Città di Goritia ho incontratti avanti la Cesarea Commissione, che quivi capitò à causa di detta solevatione, due capi di querella, de quali Il Primo è, che io habbia introdotti essi Tolminotti in Città. Il Secondo è che io habbia proferite parole, che si legono nel Protocollo statomi esemplarmente consegnato in A. - 20 - Ho incontratti (dissi) due capi (e sono li premessi) di que-rella, dalli quali sono necessitato ad escolparmi à scanso d'ogni indignatone di Sua Sacra Cesarea, catholica e Real Maestà et à conservatione del mio buon nome, che l'uno e l'altro mi preme più che la stessa vita e passando all' escolpa apporto, che la querella sia assolutamente falsa nel primo capo e la di lei falsità resti provata dalle seguenti verità, da in ogni caso giustificarsi nelle forme, che ecc. La verità dunque è Primo, che havendo divolgato la fama, che li sudditi del Capitaneato di Tolmino erano callati in Salcano, Villa un miglio discosta da questa Città, con deliberatione di portarsi poi nella stessa Città, io sia andato all'habitatione del signor Giacomo Antonio Conte Coronini, Padrone di detto Capitaneato e l'habbia persuaso conferirsi colà in Salcano ad oggetto di divertirli da cotesta ressolutione e ridurli à restituirsi alle loro case 2.o, Che la Signora Contessa, di lui Consorte, temendo che gl'accadesse qualch'infortunio, habbia contrariato alla di lui andata colà et egli Signor Conte havendo avvertita la contrarietà della Dama, m'abbia 'nterogato, se io andar vi volevo et havendo io acconsentito d'andarvi, il Signor Giovanni Paolo Ra-dieucig, che presente s'attrovava, habbia contentato di meco venirvi. 3.0, Che all'hora lui Signor Conte Coronini c'habbia favoriti due de suoi cavalli e questi ascesi, si siamo portati da Sua Eccellenza Signor Conte, Cesareo Luogotenente e gl'habbiamo esposta la deliberatione da noi presassi e doppo haverla essa Eccellenza lodata ed approvata c' habbia consegnata Patente, con cui ci conferiva authorità di poter introdure nella Città 20, ò 30 di loro Tolminoti, acciò havessero potuto portare le sue doglianze, caso si fossero sentiti aggravati, et assicurarli, che la medema Eccellenza non gl'haverebbe mancato di Giustizia e non sarebbe devenuto a verun di loro aresto. 4.0, Che io et l'antedetto Signor Radieucig si siamo poi i-stradati verso Salcano et cui gionti havendo ritrovato un numero più che grande di loro Tolminoti, à quest'abbiamo esposto il tenore della precitata Patente et udita, che l'ebbero, ad alta voce habbino risposto, che da noi non si teneva tal'authorità 5.0, Che havuta tal risposta noi gl'habbiamo certificati di tenerla con havergli fatta occularmente vedere la stessa Patente — 21 — con soggionta, che quand'havessero recusato d'eseguirla, si sa-ressimo restituiti presso la prefatta Eccellenza e gl' havessimo datta distinta relatione della di oro renitenza. 6.0, Che ciò sentito loro Tolminoti ad alta voce pure hab-bino replicato di volere venire con noi in Città e da noi gli sia stato controreplicato, che quand'havessero havuta tal intentione, non saressimo d'indi partiti, perchè non volevamo precipitare nè noi nè essi loro. 7.0, Che doppo qualch'altercatione sopra ciò, essi Tolmi-notti habbino alla fine risolto di lasciarci partire e quatro di quelli con li bastoni, che in mano tenevano, s'habbino opposti e trattenuti gl'altri, acciò non ci seguitassero. 8.0, Che all'hora io et il soddeto Signor Radieucig hab-biamo intrapreso il ritorno verso questa Città e nella medema, teste notorietate, soli gionti si siamo portati presso la mentovata Eccellenza, Signor Conte, Cesareo Luogotenente e l'habbiamo re-lationato distintamente e realmente del da noi operato. 9.0, Che appena terminata la relatione essi Tolminoti siano tumultuosamente capitati in Città. Quest'è il genuino e veridico fatto, dal quale chiaramente si comprende, che io non habbia altrimenti introdotti li soddeti Tolminoti in Città, ma anzi habbia fatto tutto il possibile per divertirli dall'ingresso in questa e persuaderli al ritorno alle sue case e consequentemente, che io habbia fatte le parti di fedelissimo suddito di Sua Sacra Cesarea Catholica e Real Maesta e procurato con tutto zello e con rischio del proprio individuo il buon servitio della medema et quidem con consenso e pressa-puta bella prenominata Eccellenza Signor Conte Luogotenente, Suo Rappresentante e successivamente, che io sia più che innocente e la calunnia adossatami vi sia evidentemente falsa. È poi da stupirsi, che il querellante per accreditare la que-rella predettae s'habbia valso di benedittioni datte a me e al signor Radieucig doppo che li Tolminoti entrarono in Città; poiché esse benedittioni asserte dateci, non appariscono giustificate e dato e concesso, che giustificate v' apparissero, da quelle non potrebbe inferirsi vera detta querella, mentre la stessa plebe non ha avuta notitia, che io con l'accennato signor Radieucig sia andato in Salcano, non già per introdurre in Città li medemi Tolminoti, mà anzi per opposto per divertirli dall'ingresso in questa e per persuaderli a restituirsi alle loro case e che l'andata — 22 — sia seguita con pressaputa e consenso della Cesarea Rappresentanza e di lei Patente et ogn'uno sa, che la plebe giudica igno-ratamente secundum suum concipiendi modum e senza considerare l'intrinseco dell'attioni. Quanto poi alla seconda querella dico, che questa vi sia parimenti falsa; poiché al querellante giammai darà l'animo di provare, che io pocco tempo avanti la solevatione, à publica tavolla in Tolmino, habbia detto,, che se li villani andassero a San Floreano e gettassero a basso li coppi farebbero bene ù pure che il popolo non farebbe male, se andasse à San Floreano e primieramente vendessero li coppi per il loro costo e poi abbattessero la casa, cosicché non restassero una pietra sopra l'altra e se lui querellante v'havesse specificato il tempo preciso, in cui pretende, che da me s'habbino proferite dette parole etesso tempo s'esaminasse con la dovuta diligenza, non dubito punto, che si comprenderebbe, che io all'hora non m'habbia nè pure trovato in Tolmino. Potrei presentemente provare l'opposto al contenuto nel-l'accenate querelle con attestati di tutta la Città e sino dall'i-stessi Tolminoti, ma dovendosi prima dal querellante quello provare, mi riservo di fatto che da lui s'haverà la prova devenire alle contraprove e con queste contraprove la mia innocenza. Et ecco la mia escolpa dalle premesse querelle falsamente dattemi, alla di cui vista voglio credere che Sua Sacra Cesarea, Catholica e Real Maestà sia per indursi ad à norma delle leggi incaricare al querellante la prova di quelle, quali, che mi si provino assolutamente intendo e non provandole a punirlo alle meritate penne con la di lui obligatione alla publica revocatione et à dare à me la dovuta sodisfattone à fine se il buon servitio da me prestato non è stato premiato, non resti almeno la mia reputatione e buon nome denigrato con l'addossarmi calunni?.. Ferdinando Barone Formentini. tergo: A Sua Eccellenza Signor Signor Padrone Collendis-simo, il Signor Giovanni Giuseppe del Sacro Real Impero Conte de Wildenstein, Libero Barone de Wil-pach et Koltdorff, Signore in Schakenthurn et Libboch, di Sua Maestà Cameriere intimo, effettivo Consigliere di Stato e Capitanio nell'Illustrissimo Contado di Gorizia ecc. — 23 — Riverente Memoriale di me Ferdinando Barone Formentini Per l'effetto come entro. Atto d'accusa contro i signori Radieucig e barone Formentini. Extract Aufi der Commissions Relation. Ergibt Protokoll, dass als des Tumultuierende Volkh in die Statt gezogen Uberlauth geruffen; gebenedeyet seyen der Baroli Ferdinand Formentin Und Johan Paull Radeuschiz, dass sie das Volkh id est die Tullmeyner herein in die Statt geschikht. Femer Vigore Protocolli der gleich erfolgte Baron Formentini zu Tullmein bey offener Taffel in khurze zeit Vor diesen aufstandt folgende formalia geredet: Si andassero à Sant Floriano Villani et bufassero à Basso li Copi farebbero bene: oder wie andere auftsogen: das Volkh Thette nicht Qbel, wenn es auf S. Florian ginge und Erst: die dach ziegl vor Ihre zohrung zu Gorz Verkhaufften Hernach das Haufi obwerffeten, Und Kein Stain auf dem anderon liefien. Edoardo Traversa La calata del montanari a Gorizia il 27 marzo 1713 Izdala: Narodna in univerzitetna knjiznica, Ljubljana ©2013