ANNO XVII. Capodistria, 1 Agosto 1883. N. 15. DELL'ISTRIA Ksce il lu mi il Ifi d'ogni mese. ASSOCIAZIONE per mi anno fior. 3; semestre e qua-iMmfstiv in pi'ojmrziohe.— Gli abl>oii»menti si ricevono presso la Uedazioiiit. FESTA OPERAIA Nella vicina cittadella di Buje compievasi il giorno 15 Luglio un fausto avvenimento. Quella Società di mutuo soccorso inaugurava la propria bandiera. L' allegra e simpatica borgata fin dalle prime ore del mattino s'animava d'insolito moto. Da tutte le parti giungevano a lei, ospiti graditi, molti comprovinciali, parecchie rappresentanze di consorelle società operaie, e fra queste quella della nostra Trieste. Le cordiali accoglienze, frammiste a quel lieto affaccendarsi di tutti per le disposizioni della giornata, palesavano subito come la festa riescirebbe degna dell' alta circostanza, e come i cittadini tutti vi partecipassero con quell' accordo comune, con quella solidarietà di principii, che caratterizzano una popolazione colta, gentile, disciplinata. Nel palazzo Municipale, circa alle ore 9. si presentavano alla Direzione della Società le varie rappresentanze ; nel!' attigua piazza si raccoglievano i soci colla banda cittadina e da alcune ragazze graziosamente abbigliate veniva levata la bandiera che là trovatasi custodita. Il corteo, colla banda a capo, col seguito della Direzione, delle rappresentanze e dei soci, si recava nell'ampia piazza del Belvedere per 1' atto inaugurale. Quivi, sotto elegante padiglione ornato di fronde e fiori si deponeva il drappo e si raccoglievano la Direzione, le Signore che dovevano fungere da matrine, l'illustrissimo Signor Podestà, ed i rappresentanti le consorelle Società operaie. La cerimonia rispondeva all' apprezzabile sentimento delle nostre popolazioni che bramano ' Articoli comunicati d'interesse generale si stampano gratuitamente. — Lettere e denaro franco alla Redazione. — Un numero separato soldi 15. — Pagamenti anticipati. j iniziare ogni opera loro nel nome di Dio, e la bandiera, nominata „Stella", veniva benedetta. Affiggevasi poscia all' asta per mano delle ma-trine, e 1' egregio signor Presidente Giorgio Dr. Franco la consegnava al vessillifero con brevi e J toccanti parole. Dall'ampia piazza, dalle finestre, dai poggiuoli e fin dai tetti delle circostanti case, riboccanti tutte di persone, partivano interminabili evviva di salute a quel superbo segnacolo di lavoro, di concordia, di civiltà. I concenti della banda cittadina, il canto di un coro scritto e musicato per l'occasione, gì' infiniti evviva ripetuti dall'eco delle sottostanti colline che dolcemente ondulate baciano l'Adriatico, quella folta di popolo raccolta sotto il magnifico padiglione del nostro cielo, sposavano in bella armonia, alla grandiosità dello spettacolo le più dolci sensazioni del cuore. Compiuta così quella parte di festa, tanto bene immaginata e riescita nel senso veramente popolare, si riedeva nell'ordine di prima al palazzo Municipale. Alla presenza di soci, delle rappresentanze, e di un pubblico eletto, fra il quale parecchie gentili Signore, l'onorevole Presidente teneva forbito discorso di occasione, al quale rispondeva l'Illustrissimo Podestà Silvestro Dr. Yenier e parecchi signori rappresentanti ; tutti frequentemente applauditi. La solennità ufficiale si chiudeva, colle firme della Direzione, del Podestà, e delle rappresentanze, apposte ad un atto di ricordo esteso su di apposito foglio. La bella e ricca bandiera di fondo rosso, con in mezzo lo stemma cittadino — croce rossa in campo bianco contornata d.' alloro — affissa sopra asta dorata con due nastri bianchi, portanti 1 in parole dorate, l'uno il motto „Lavoro e Con- cordi " 1' altro „ Società di mutuo soccorso Buie 1881", veniva durante la giornata esposta al pubblico sotto il padiglione del Belvedere. Nell'albergo alla Posta convennero gli ospiti ad un pranzo di amici, e bandita quella rigorosa etichetta che più volte è contagio di musoneria, così alla buona, fra i più lieti conversari interrotti da brindisi con e senza rima, passarono alcune ore di aperto schietto entusiasmo, tutto rivolto a comune intendimento. E 1' allegro convegno sarebbe stato completo, se un' improvvisa indisposizione non avesse impedito l'onorevole Presidente Dr. Franco a prendervi parte, obbligandolo anzi a ritirarsi appena chiusa la solennità ufficiale. Tenne in tutto molto bene il suo posto l'egregio vicepresidente sig. G-. B. Bonetti. Verso sera fra l'incessante movimento della popolazione tutta in festa, fra i concenti della banda cittadina e il canto dei cori riuniti in sito addobbato a ino' di giardino, fra le più cordiali strette di mano, fra le più toccanti espressioni di affetto, fra i continui evviva del popolo ai fratelli Istriani e Triestini, gli ospiti abbandonavano 1' allegra borgata portando seco impressioni che mai si cancelleranno. Il divertimento incominciato nel giardino con musica, con danze, e fuochi artificiali, . si protrasse animatissimo fino alle prime ore del mattino. Buie, con una popolazione di circa tremille anime, ha saputo fare quanto e meglio di una grande città, e tale anche si mostra nei più seri intendimenti, enumerando la sua Società di mutuo soccorso oltre trecento aggregati. Facciamo voti che 1' esempio della patriottica Buie si espanda nell'Istria nostra con crescente emulazione. (c—l). -^xclueolcgria, (Vedasi la Corrispondenza di Pisino intitolata — Scoperte arclieoloyiche - noli' ultimo numero) Al sig. Carlo De Franceschi Egregio Amico, Appassionato per le cose' antiche, specialmente dell'Istria nostra, perchè in esse vedo il germe, la ragione e quasi la spiegazione di molti fatti moderni, io seguo con animo lieto lo scuoprimento frequente di antiche iscrizioni istriane e la comunicazione che voi regolarmente ne date alla istriana Provincia. Esse infatti sono altrettante testimonianze ineccepibili dell' antica civiltà del paese, ineccepibili e anche indestruttibili dal momento che sono stampate. — Talvolta qualche amico, e gliene rendo pubbliche grazie, ne mandò apografi e calchi anche a me, ed io ogni volta li utilizzai, o trasmettendoli subito con opportune osservazioni al eh. prof. Ettore Pais, che sta compilando, come sapete, per incarico dei Lincèi e sotto la direzione dell' illustre Mommsen, il supplemento al voi. V del Corpus Inscriptionum Latinarum, e li feci oggetto di stridii particolari, nei quali mi tengo stretto al mio maestro ed autore, lo stesso Mommsen, che da 80 e più anni continua onorarmi colla sua benevolenza. Di questi giorni, a proposito dei due nomi — Opli e Roesia — della iscrizione di Ossero, nomi non comparsi finora nelle iscrizioni istriane, egli mi citò il n. 3322 del voi. Ili e il n. 5750 del voi X dello stesso C. I. L. Questo (5750) trovato nella Campania, a Sora, antica città dei Volsci, ci dà un Roesius Pulii Libertus Eros ; quello (3322) trovato a Hogyész nella Pannonia inferiore, oltre che ci dà un Oplus, ci rivela un complesso di fatti molto importanti per noi. Eccovi l'intera iscrizione : OPLVS • LAE POOVS•VOLS ETIS • F • AEXIL VAS•VET•ANN LIII • STIP • XXIX H-S-E L • PETILLIVS • C F • HE • POS Voi già iu' avete capito. Il veterano morto in Pannonia, d'anni 53 fu indubitatamente istriano. I Laepoci infatti figurano in parecchie iscrizioni di Pinguente e di Bozzo, e non appariscono altrove ; e di un Volgete è fatta menzione soltanto in quella bellissima lapida albonese, che il Kandler segnò nella raccolta istriana col n. 530. Volsete fu padre di Taelia (Taelia, non T. Aelia) quarta, moglie a Publio Gavillio Prisco, e madre a P. Gavillio Massimo, personaggi certamente distinti, se tutti due furono Edili e Duumviri, che è a dire supremi Magistrati del Municipio di Albona. Ma anche quel L. Petillius, probabilmente compagno d' armi e, come pare, erede del veterano, anche lui che pose il monumento, potrebbe essere stato istriano od aquileiese. Il sospetto mi viene da ciò, che dei Petillii se ne incontrano in lapidi di Pola e Aquileia parecchi, pochissimi al- trove ; appena uno in Padova, e alquanti, ma tutti di una sola famiglia, in Castelargent sull' Alpe Graia (piccolo S. Bernardo). — La lapida pan-nonica, che trovasi ora nel Museo di Pest, ha il busto di Oplo e i simbolici delfini, i quali ultimi in numero di quattro, sono scolpiti anche sulla lapida di Albona or ora citata. Nelle brevissime ma sapientissime note poi il Mommsen fa sapere che quella regione fu già presidiata dalla I. coorte degli alpini, coorte equìtata ossia mista di militi a piedi e a cavallo, e richiama l'attenzione sul fatto di un monumento eretto dalla stessa coorte all' Imperatore Marco Aurelio, nell' anno del III suo consolato, corrispondente all'anno dell'era volgare 16B. Singolari, ma non accidentali combinazioni ! Il figlio di Oplo d'Ossero assunse il nome di M. Aurelio e in Albona conservasi l'avanzo di un pilastro col principio di una iscrizione dedicata a Marco Aurelio, principio che corrisponde a capello al principio della iscrizione pannonica. Cosa io abbia detto della iscrizione albonese lorchè fu tratta in luce, nel luglio del 1868, potete vederlo nel n. 15 della.Provincia dell'anno stesso: nè di quanto ho detto allora mi pento, piuttosto me ne compiaccio. Così (a parte la forse soverchia vivacità di alcune espressioni proprie della mia età allora giovanile), non mi pento punto di quanto scrivevo al nostro Kandler intorno alle antichità di Ossero, la prima volta che le visitai, locchè fu nel 1846 (Y. Istria 1846 n. 38-39). Ossero, non t' ha dubbio, ebbe lungamente importanza come stazione marittima della grande via di navigazione fra l'Italia e 1' Oriente, fu, come direbbero oggi i marinai, porto di poggiata tra Aquileia e Salona, o, se più vi piace, testa di ponte per superare la bocca del Quarnaro. L'altra testa di ponte deve essere stata a Medo-lino, il portus flanaticus di Pola. E giacché m' è accaduto di nominar Medo-lino, permettete che confermi anch' io, come vecchio testimonio de visu, quanto vi fu giustamente riferito di Valtegora, delle mura sott'acquee, dei mosaici, dei bagni ecc. Io ho visitato Medo-lino, il suo colle, il suo porto nel 1874, per incarico pubblico, in compagnia del sig. Ingegnere Mattiassi di Pola. La mia visita fu troppo rapida in vero ; nullostante ne riferii qualche cosa (dovete ricordarlo), alla Giunta provinciale, che mi fece poi 1' onore di pubblicare la mia Relazione nella Provincia n. 16 dell'anno stesso. Mi rallegra quindi il sentire, che altri visitando gli stessi luoghi dopo di me. trovi ancora quanto è stato da me veduto e notato, grazie alle cortesi indicazioni e assistenze di quel M. R. Sig. parroco Legovich. Mi rallegro infine anche dei frammenti d'i-scrizioni ultimamente trovati presso l'anfiteatro di Pola e del grazioso cavallino di bronzo dorato trovato a Visazze, ed ammiro in ciò l'attivissima vigilanza del sig. capitano Schram, che salvò e salva tante reliquie di classica antichità alla storia ed all' arte. Ma. oltre quanto voi avete pubblicato fin qui, sento eh' egli ha ricuperato, da sotto il castello, ove fu già il campidoglio di Pola, anche una piastra di bronzo, anepigrafa. Che sia un pondo, una libra, un aes grave? Sarebbe assai interessante. Sento infine che sieno state recentissimamente scoperte anche altre iscrizioni e nell' agro di Pola, e in quello di Parenzo, ed in altre località della provincia. — Vengano oh vengano fuori le pietre chè, come disse benissimo l'illustre nostro Gian Rinaldo Carli : — Talvolta più c' insegna una pietra che un libro (Antichità italiche t. IL p. 72), e la iscrizione Osserina lo prova trionfalmente una volta di più. A proposito d'Ossero, mi è stato scritto che Monsignor canonico Dr. Bolmarcich ha coordinato la sua interessante raccolta secondo le epoche, — preromana, — romana e medioevale, e che abbia già pronto per la stampa un Catalogo ragionato di quanto possiede. Magari ! è il miglior modo d'illustrare le raccolte. Mi scrissero finalmente che si pensa sul serio di compilare la pianta o topografia antica di Pola, procedendo all' incirca come fu da me suggerito nel 1874, e nuovamente nel 1877. (V. Provincia 1874 1. c. e 1878 n.ri 6 e 7). Che sia vero tutto ciò ? Non lice a me il dubitarne ; mi giova anzi sperarlo pel decoro del nostro paese. . . . . , ... il vostro vecchio e affettuosissimo amico T. L. Di Luciano da Lovrana celebre architetto del secolo XV. Et l'architetto a tutti gli altri sopra Fu Lucian Lauranna homo exceliente Che il nome vive, benché morte il copra. Giovanni Santi Veramente il voto di Giovanni Santi non si potè ripetere poi ; perchè il nome del povero Luciano per molti anni fa ignoto in provincia e fuori. Ora di questo celebre architetto (l'epiteto di celebre glielo diamo non noi, pel solito larghi di manica coi nostri, ma uno ore tutti i documenti di quel tempo, e i più recenti scrittori d'arte) intendo di scrivere un'esatta monografia per l'almanacco istriano, aftinché ne resti memoria più sicura che in un numero staccato di un periodico. Pure mi affretto a dare un breve sunto degli studi e spogli di documenti, fatto jeri a Milano nella Biblioteca di Brera, dove ebbi la fortuna di trovare tutto ciò mi occorreva in proposito. L'anno della nascita è ignoto ; ma deve essere intorno al 1410 o 1420. Suo padre Martino venne a Lovraua da Zara, come dal rogito di Ser Agnolo di Ser Francesco d'Urbino. 1483 — 19 Settembre — Cum egregius vir Lucianus.. . quondam Martini de ladia condiderit testamen-tum. Da Lovrana probabilmente Luciano si recò a Venezia a studiare nella scuola dei Bon, e passò quindi ad Urbino, dove strinse amicizia con Leon Battista Alberti e col Mantegna, e probabilmente fu tra i discepoli del Brunellesco. Sono provate le relazioni che il Bramante ebbe con l'Alberti, con Luciano da Laurana e col Mantegna : i tre primi artisti italiani dell'epoca, scrive il Geymuller : onde il Geymuller stesso non dubita di asserire che il lovranese fu maestro al grande Bramante. Nel 1468 ricevette da Federico d' Urbino 1' onorevole incarico d'innalzare il palazzo ducale, quale tuttora si ammira in detta città ; onde erra il Vasari che ne fa invece autore il Di Giorgio. Durante l'erezione del palazzo sorsero più volte liti tra i muratori e l'ingegnere architetto Luciano, al quale il Duca avea conferito pieni poteri come dal seguente ed altri documenti ancora : In civitate Urbini die XX Vili novbr 1467 in palatio . ... in camera pietà ecc. ecc. . . . Magister Lucianus Martini de Laurana architector tllus.mi d.ni n.ri et magister Iacobus magistri Georgii de Como, muratore, cum essent in discordia men-surae factae et fraude de ìaborerio . . . Luciano condusse in moglie una Caterina ; maschi non ebbe, ma tre figlie: Camilla, Lucrezia e OateriHa, confermate nel possesso delle terre donate al padre dal Duca d' Urbino come da documenti. Morì nel 1482, in Pesaro. Tutti i relativi documenti stamperò nell'Almanacco istriano ; mi affretto però a pubblicare fin d' ora il decreto, col quale il conte d'Urbino incaricava Luciano della fabbrica del palazzo '). 1 ) Edito la prima volta dal Pungileoni, e gentilmente comunicatomi dall' eruditissimo Caffi. Federicus M. F. Urbini et Durantis Comes Ser.mae Ligae Cap. Generalis. Quelli uomini noi giudichiamo dover essere onorati e commendati li quali si trovano essere ornati d'ingegno e di virtù che sempre sono state in prezzo appresso gli antichi e i moderni, come è la virtù dell architettura fondata nell'arte dell'aritmetica e della geometria, che sono delle sette arti liberali e principali, perchè sono in primo grado certitudinis, ed è arte di grande scienza e di grande ingegno, e da noi molto stimata ed approvata, ed avendo noi cercato per tutto, massime in Toscana, ove è la fontana degli architettori, e non avendo trovato uomo che sia veramente intendente e ben perito in tale mestiero, ultimamente avendo noi per fama inteso, e poi per esperienza veduto e conosciuto, quanto l'egregio uomo maestro Luciano, ostensore di questa, sia dotto ed istruito in quest' arte, ed avendo deliberato di fare un' abitazione bella, e degna quanto si conviene alla condizione e laudabile fama delli nostri progenitori, noi abbiamo eletto e deputato il detto Maestro Luciano per ingegniero e capo di tutti li maestri che lavoreranno alla detta opera, così di murare, come di maestro d'intagli in pietra e maestri di legnami e fabbri e ogni altra persona di qualunque grado, e di qualunque esercizio lavorasse alla detta opera ; e così vogliamo e comandiamo alli detti maestri ed operari, e a ciascun de' nostri officiali e sudditi che avessero a provvedere, fare ed operare alcuna cosa in detta opera, che al detto mastro Luciano debbané in ogni cosa obbedire e fare quanto per lui gli sarà comandato, non altrimenti che alla persona nostra propria; ! ed in ispecialità comandiamo a Ser Andrea Ca-! toni nostro Canceliere e depositario delle entrate deputate a detta casa, e così a Ser Matteo dell' Isola officiale deputato alla provvisione delle cose necessarie al detto lavoro, che nelli pagamenti si avessero a fare, ed ordinare non facciano nè più nè meno se non in quanto dal detto Mastro Luciano gli sarà ordinato e comandato, dando al detto Mastro Luciano pieno arbitrio e podestà libertà e possanza di dover cassare, rimuovere qualunque mastro ed operajo che fosse alla detta opera che non gli piacesse, e non gli soddisfacesse a suo modo, o di poter condurre altri mastri ed operari, e dargli a lavorare a cóttimo o a giornata come gli piacesse, e così di poter punire e condannare e ritenere da salario e da provvisione di chi non avesse fatto il suo dovere, e tutte le altre cose fare, le quali si appartiene ad un ' architetto e capomastro deputato ad un lavoro e quello proprio che potessimo noi medesimi fare, j se fossimo presenti. Ed in fede di ciò abbiamo ! fatto fare questa patente presente, e sigillare del nostro maggior sigillo. Datum in Castello Papiae die 10 Iunii 1468. Questo documento taglia adunque, come si dice, la testa al toro ; e non ci è più oggi scrittore d'arte che non attribuisca a Luciano il palazzo ducale d' Urbino. Per la piena conoscenza dell' argomento ecco le fonti alle quali ricorsi e ricorrerò per questo studio su Luciano. Vasari. Le vite de più eccellenti pittori ecc. Nuova collezione scolastica. Firenze, Barbera 1872, pagina 153. Vasari. Idem. Edizione di Lemonnier. Voi. terzo, pag. 241 e voi. 4 pag. 205. Gaye Dr. Giovanni. Carteggio inedito di artisti dei secoli 14, 15, ìè pubblicati ed illustrati con documenti inediti. Giuseppe Molini. Firenze 1839 pag. 214 e seguenti. Libro preziosissimo per questo studio. Pungileoni Padre Luigi M. C. Memoria intorno alla vita e alle opere di Donato o Donnino Bramante. Roma. Tipografia Ferrétti 1836, pag. 63 et seq. Riporta il documento trascritto di Federico conte d' Urbino. Gaymiiller. Les projets primitif pour la basilique de S.e Pierre de Rome. Vienne 1875. a pag. 31. Baldi. Descrizione del palazzo di Urbino. Di più : Due recentissime fotografie in grande del palazzo d' Urbino con sotto la scritta — Urbino. Piazza Maggiore. Palazzo Ducale (Luciano Lan- j zana e Baccio Pintelli). Lanzana evidentemente j e corruzione di Laurana o Lovrana.2) Conclusione per ora. Lovrana non appartiene I propriamente all' Istria geografica ; ma ne fa i parte oggi politicamente. E poi la natura non ; segna da per tutto con termini sicuri i confini dei popoli ; perciò il popolo più civile si espande e impone le sue consuetudini, la sua lingua più o meno ai vicini. E Luciano di Lovrana dall' Italia ebbe mezzi larghissimi ed occasioni per esercitare 1' arte sua ; e da tutti perciò è tenuto ; in conto di artefice italiano. Che mezzi e che j inviti gli potevano venire a suoi tempi dalla Croazia ? Ma qualunque sia il partito dominante oggi a Lovrana, spero non dispiacerà a nessuno 2 Nel Vasari, edizione Barbera, si fa menzione anche di un architetto Domenico da Capodistria come dice il Filarete Bel suo trattato d' architettura pag. 153. Domenico da Capo-iiitria ! Cameade ! Chi era costui ? Lo ricorda lo Stancovich ? : Domanda che aspetta rispósta. questa resurrezioue di un illustre architetto figlio della piccola e romantica Lovrana, il quale, senza la civiltà italiana, non avrebbe allora imparato a costruire neppure un tugurio per Sant' Antonio e compagni. P. T. ctizie Processo di stampa Il giorno 26 p. p. ebbe luogo presso l'I. R. Tribunale provinciale in Trieste il dibattimento sull'accusa portata dall'I. R. Procura di Stato contro il cessato redattore della „Provincia" nob. sig. Nicolò Madonizza ed il tipografo Carlo Priora. Il titolo d'accusa dell'I. R. P. di S. si basava sul fatto ohe la Provincia aveva inserito nel N. del 1 Marzo, tra le pubblicazioni, il titolo dell' ^Archivio storico di Trieste, Istria e Trentino" e così commesso il delitto (§. 24 L. di S.) di tentata diffusione di un libro proibito; altro capo d'accusa era questo, che nello stesso numero della Provincia, con parole di alta stima e di compianto era annunziata la morte dell' egregio patriotta ÈVancesco Hermet. ; e descritti gli splendidi funerali coi quali la sua Trieste lo accompagnava all'ultima dimora; l'I. R. P. di S. vide violato il §. 11 (L. di S.) Il nob. sig. Nicolò Madonizza non comparve al dibattimento, il sig. Carlo Priora sì, e fu difeso brillantemente dall' egregio avvocato Bartolomeo De Rin. La corte condannò il redattore della „ Provincia" a fior. 100 ed il tipografo a fiorini 50 di multa ; ma contro questa sentenza venne presentata querela di nullità. È questo il terzo processo e ben' inteso la terza condanna ch'ebbe a sostenere da circa un anno „La Provincia". A quanto udiamo, la fillossera si propaga disgraziatamente nella valle di Siciole (Pirano). Per buona sorte, le viti che ancora sono immuni fanno sperare un soddisfacente raccolto. Degli otto candidati che si presentarono nei giorni 24 e 25 in. d. agli esami di maturità nel Ginnasio Superiore di Capodistria, subirono felicemente la prova: Brunetti Matteo da Rovigno Calioni Giacomo da Albona Cattaro Francesco da Pola Rozzo Pietro da Capodistria Tamaro Giusto da Pirano Dei tre rimanenti, uno deve ripetere l'esame al termine di sei mesi; gli altri due in una sola materia dopo due mesi. A quanto abbiamo inteso, dei cinque dichiarati maturi, quattro si daranno agli studi legali, il quinto, crediamo, non abbia ancora scelta la sua carriera. Il giorno 15 d. ebbe luogo nel Ginnasio predetto un'accademia, musicale a profitto del fondo di beneficenza. II ricavato fu di fior. 93 e soldi 95. Furono venduti quest' anno sul mercato di Capodistria chilog. 22,458.94 di bozzoli nostrani gialli al prezzo meiio di fior. 1.35 Cose locali Espurghi e disiufezioni .... ecco i discorsi della giornata, e come al solito si discorre molto e poco si fa; ma peggio ancora, si crede da parecchi, e pur troppo tra quelli che stanno al governo della cosa pubblica, che si debba rimanere uel sudiciume, rassegnati, perchè Capodistria è una città agricola e deve subire- le conseguenze della sua industria, che esige la confezione del concime e l'allevamento dei maiali ! ecc. ecc. Ci sono quartieri che uuotauo nei letamai e nei porcili, dove si raccolgono tutti gli escrementi della famiglia e si rimescolano e si maneggiano con l'aggiunta di stra-maglie ! Le vie anguste sono gli scoli naturali di questi depositi, e tutto il terreno ne rimane pregno, precisamente come nei villaggi più sudici delle provincie meridionali descritti dal De Amicis nel suo bozzetto: L' esercito italiano durante il colèra det 1867. Città agricola ! e vi chiudono la bocca con due parole ! Ma de Amicis stesso ci insegna nella sua Olanda, \ la pulitezza delle cittaduzze agricole di quel paese tanto progredite in ogui ramo di industrie dei campi. Città sudicia, diremo noi ; e non si venga fuori coli'industrie agricole che non costringono uè qui nè altrove a giacere sul letamaio ; che se poi qualcuno vi trovasse il suo tornaconto, vada via, perchè non c'è ragione che ne soffra la città intera. La commissione sanitaria, che è composta di zelanti persone, si faccia tirar fuori d'archivio gli atti della commissione che fungeva nel 1864, quando minacciava, come oggi, il colera, e si persuaderà di quauto si possa fare e venne fatto qui a Capodistria in quell'anno sotto l'energica e sapiente direzione di Carlo Combi. Guerra ai letamai! guerra ai porcili! E le Carceri? Che dire più di quanto abbiamo ripetuto tante volte e sempre all'aria, sullo sconcio : schifoso che l'i. r. amministrazione vuole mantenuto, bisogna credere, per puntiglio! Ora c'è di mezzo la salute pubblica più seriamente minacciata e non abbandoniamo la speranza, che la commissione sanitaria riesca a far sentire la sua voce. IL MORBO DI DASVSiETTA Questa volta lo chiamiamo con una circonlocuzione di opportunità e perchè a Damietta ebbe sua culla nefasta, e perchè buttando con poco garbo su queste colonne il vero nome — terribile ed infame — a cui si volle aggiungere quello di morbus — il morbo per eccel- lenza — si potrebbe credere che vogliamo fare i corvi di malaugurio al solo ricordarlo ; mentre siamo sempre stati e saremo sempre solleciti di dare in ogni argomento — la buona novella — ogni qualvolta ci si è offerta e ci si offrirà l'occasione. A riportare il cenno, che togliamo dal Repertorio di Chimica e Farmacia redatto in I Trieste dagli egregi Briani e Huber, ci sprona soltanto il dovere di far stare alla vedetta, raccomandando anche noi di seguire il sapiente antichissimo consiglio che suona così : Si vis pacem para bellum, o per dirla alla carlona : Se non vuoi malanni provvedi a tempo; ma meglio ancora coli' Ariosto : Parendogli che fosse opra da saggio Pigliare il trotto innanzi e V avvantaggio. Ecco ora il cenno del Repertorio : Il colèra che domina quasi sempre nell'India, fu passato in Persia nel 1817, d'onde i soldati della Russia il trasportarono in Europa, e si I diffuse successivamente ed a poco a poco iu Polonia, Germania, Austria - Ungheria, Inghilterra, Francia, e da Marsiglia in Italia. Ora di questo colèra asiatico, quale è la natura e l'effettiva cagione? A dir breve è un morbo da cause comuni prodotto da miasmi. E secondo le 1 nuove vedute del celebre igienista di Monaco Prof. Pettenkofer è una malattia bensì d'infezione, ma non contagiosa. Il contatto con un ammalato di colèra non conduce da per sè al contagio. Nell'interno dell'ammalato non si riproduce il veleno della malattia; 1' aumento, la riproduzione del colèra succede del tutto indipendentemente dall' ammalato come tale, ma può venir trasportato dall'esterno dell'uomo sia questo infetto, ovvero sano, da uu luogo all' altro, e qui quando trova circostanze favorevoli al proprio sviluppo può dare origine ad una epidemia. Il numero troppo grande degli abitanti, e specialmente l'unione di molta gente in abitazioni relativamente piccole, le circostanze nocive che ; vi si sviluppano, le esalazioni dei terreni, la decomposizione di sostanze organiche, ovvero una proprietà del terreno che facilita iu sommo grado tale decomposizione, inoltre le condizioni atmosferiche, come rapidi cambiamenti di temperatura, (caldo e freddo) d'umidità e siccità e l'influenza da queste esercitate sopra il processo di decomposizione, d' altra parte l'influenza dan- nosa individuale della differenza di temperatura d' un giorno all' altro, del giorno alla sera, miseria e difetto di nutrimento, cattive abitudini, peggiori abitazioni, e finalmente nel medesimo senso cibi cattivi, acqua inquinata da sostanze putride sono tutte cause che facilitano lo sviluppo e la propagazione del colèra. Anche il Niemeyer dichiara il colèra malattia non contagiosa, nel senso comune della parola, però raccomanda d' altra parte caldissimamente tutti i riguardi e le misure preservative di sanità che si osservano pei contagi. I miasmi o principii fermentativi se non si può ancora con certezza assicurare che sieno animali, lo sono però senza dubbio di natura organizzata; contengono perciò indubitatamente carbonio, idrogeno e probabilissimamente ossigeno ed azoto. Egli è quindi che per distruggere 1* azione morbifica di tali miasmi fa d1 uopo fare agire sopra di essi dei corpi che avendo affinità per uno dei suddetti elementi, valgono a decomporli. Ecco i disinfettanti: Come tali si usarono da prima l'acido nitrico ed il nitroso, oggigiorno a preferenza il cloro o l'ipoclorito da cui esso si svolge, ed infatti riescono anche questi i migliori disinfettanti. Anzi il Glialvet in un pregevolissimo lavoro premiato all'Accademia imperiale di Medicina a Parigi conchiude: „Di tutti i mezzi proposti a disinfettare, il cloro e cloruri (ipocloriti) dettero i più incoraggianti risultati. Perchè adunque si abbandona molto il cloro e gì' ipocloriti e si sostituisce in loro luogo il solfato di ferro,*) non ancora dimostrato efficace e giovevole ? La soluzione di questo sale infatti toglie il cattivo odore dei cessi, ma non distrugge i miasmi nè disinfetta, altro non fa che fissare i vapori ammoniacali e 1' acido solfidrico, ma nè 1" uno nè 1' altro di questi sono i miasmi colèrici. Il Hlassiwetz designava la disinfezione col solfato di ferro come denaro sprecato ed il Niemayer stesso non ne raccomanda 1' uso ; altro non dice se non che fu usato dal dottor Beich a Tribsecs nel 1859. La proprietà poi di togliere il cattivo odore dei cessi, canali ecc. è comune pure del cloro e degli ipocloriti acidulati, i quali possedono poi anche l'altra più utile ed opportuna di decomporre i principii organici e distruggere quindi veramente i miasmi, i fermenti, propagatori e riproduttori del colèra. Nettezza è la gran parola d'ordine per evitare *) Il solfato di ferro detto volgarmente vitaiolo, tanto usato in Istria per disinfettare le latrine. N. d, R. il fiero morbo, e qui cade a proposito il vecchio proverbio latino: Si vis pacem para bellum. Sii sempre pronto ed osserva che non solamente Tu, ma atìche il Tuo vicino in tempi normali viviate netti ed a modo, affine ch'Egli e Tu in tempi di calamità abbiate un corpo sano, e sani restiate ! Appunti bibliografici Le bellezze della natura Inni di Antonio Buon-figlio C. IL S. Edizione dedicata a Sua Signoria Reverendissima Don Francesco Cav. Petronio Protonotario Apostolico, Preposito mitrato ecc. ecc. Dal Municipio di Capodistria . Capodistria. Tipografia di Carlo Priora, 1883. A questi Inni va innanzi una breve lettera dell' Avv. Dr. Gambini Podestà, nella quale l'egregio rappresentante il Comune, memore delle gloriose tradizioni letterarie della Podesteria di Capodistria, dedica al nuovo infulato distinto per soda pietà e per isquisito gusto poetico, questi inni del Buonfiglio, libro divenuto assai raro. Assai raro e poco noto non vuol dir sempre mediocre; chè non sempre neppure la morte è giusta dispensiera di fama: da tante cose dipende la 'fortuna di un libro, specie se in versi. Reca prima di tutto non poca maraviglia oggi il titolo — Le bellezze della natura, e gli argomenti svolti : — L'Armonia della natura — La Luce — Il Cielo — La Terra — Il Mare — £' Aurora — Il Sole — La Luna — E Espero — La Notte — Le Nubi — L'Iride — La Neve — La Rugiada — Le Fonti — Le Alpi — I Boschi — Il Cipresso — Le Rose — Gli Augelli — V Uomo — V autor della natura. — Nei vari inni adunque apparisce subito 1' unità, e un pensiero dominante che mano mano svolgendosi eleva il poeta dalle cose sensibili all'intuizione del mondo morale e di Dio. Ho detto che ciò può recare non poca maraviglia, perchè alcuni critici credono nato jeri il sentimento della natura nei poeti. Se non che i moderni potrebbero rispondere «che il vero sentimento delia natura del quale parlano comincia solo ad aver luogo quando la natura entra nell' arte non pur come immagine, ma eziandio come affetto, non pure come elemento oggettivo, ma anche come pensiero del poeta che la contempla. "]) Perciò questo riferire tutto a Dio, ed innalzarsi sempre dalla creatura al crea- 1) Zumbini. Studi sul Petrarca. tore, questa oggettività teologica per dirla con un parolone d'ipercritica, se anche religiosamente parlando è ottima cosa, può essere alquanto nojoso quale manifestazione artistica; in questi Inni che rimangono perciò al disotto delie moderne esigenze. In questi Inni però, assai di frequente splendono lampi di vera poesia; e se qua e là può dispiacere oggi a molti di travedere troppo di frequente il 0. R. S. ; vale a dire il chierico molto regolare, e molto somasco ; d'altra parte, fatta ragione ai tempi, deve a tutti recare maraviglia come 1' ottimo frate da vero poeta, abbia saputo spesso amare la natura per la natura con un sentimento umano squisito, e quasi moderno, se non sempre profondo. Valgano per molti i seguenti esempi : Ecco il blando alc'ion che il largo giro Rota e s' appressa, e un gemito soave Mesce d' una soave aura al sospiro ; Mentre superba e di ricchezze grave Salpa, s' avanza e celere sui queti Flutti discorre la spalmata nave. Ed ecco subito 1' umano. Sol così ponno d' ogni terra i figli Pur lontani soccorrersi a vicenda D'opre, di merci, studi, arti e consigli. (pag. 26) Pochi versi si leggono oggi, come queste stupende terzine. — Le Nubi — che valgono un carrozzone di elzeviri. Ma oh qual letizia avvien che il petto inonde Quando alternate le rapide mosse Come in torbido mar s'alternan l'onde! Voi candide o azzurrine o brune o rosse, O stese o curve o raggruppate, e ognora Cedenti d' una leve aura alle scosse, Or vi piacete corteggiar 1' aurora, Or del meriggio temperar la vampa, Ed or piangere il dì che si scolora. E poi, e poi, senza tante alzate d'ingegno, se ci piace ammirare nei moderni il sentimento della natura, quale un afletto, o accompagnato ad altri affetti, e in relazione con lo stato dell' animo del poeta, perchè dovremo fare gli schifiltosi per questo affetto naturale che si accompagna a quell' altero amore nobilissimo della creatura al creatore? Pedanti della materia, lasciate un po' il poeta in pace amare anche Domeneddio; un po' di tolleranza, per Giove! Piuttosto dispiace in questi versi quella benedetta apostrofe, e il continuo personificare della vecchia scuola del Monti e L'intromessione se non del mito, della, immagine e della forma rettorica tra la cosa e la fantasia del poeta, per cui il convenzionale, 1' enfatico e lo sciupìo degli ammirativi tolgono spesso evidenza, naturalezza e profondità al concetto. Rileggendo perciò questi versi, se anche ammirabili per la forma, meglio si comprende quanta lucidità abbia dato alla parola, e chiarezza ed efficacia alle idee la mai abbastanza ammirata riforma del Manzoni. Ma ciò non toglie, che questi Inni, non siano un esemplare bellissimo dello stile poetico seguito nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del presente. Ben fece adunque l'egregio Podestà di Capodistria a riprodurre queste poesie che, e pei pensiero e per la forma jeratica della terzina dantesca, opportunissimi tornano a celebrare uua nuova gloria della chiesa giustinopolitana onorata nel suo Preposito, buono scrittore di versi in terza rima, p. T. Notizie varie Grazie all'egregio corrispondente di Diguauo per le pronte e copiose notizie. Spiace però eh' egli abbia dovuto cercare e rovistare nella sagrestia del duomo; ciò che indica una certa incuria. Se quelle ossa uou meritano di essere venerate, si dia rifugio onorato in cimitero : ma le tavole si conservino con ogni cura quali preziose reliquie per la storia dell' arte. Il Comune farebbe benissimo a riscattarle, e a conservarle nella sala del Municipio. Basti dire che molti eruditi e scrittori d'arte citano quelle tavole come giottesche. E grazie pure al corrispondente di Piuguente per quanto ha detto e dirà. — Delle tavole giottesche torneremo a dire a tempo e luogo. P. T. Rettifiche Avevamo già preparate le rettifiche alla cor-rispendenza di Dignano del N. 14, quando ci pervenne la seguente, che o' inviava lo stesso egregio corrispondente, colla avvertenza che non potendosi stampare le epigrafi colle relative abbreviature a circonflessi, quali si trovano iu originale, si stampino per esteso e colla dizione corretta. Ecco le rettifiche del nostro corrispondente dignanese: а) De Trouconellis Catherina cecca oratadaivuna et illieo visum recepit. Anno Domini MCCX. б) Astra deraonstiat divi Leoais seputerum curuut infirmi orant et redeunt sanati. — Anno Dom. MCCVII. c) Sanctus Leo episcopus clarus de Bemba propago vivus et mortuus multa miracula fecit. d) Incoruptio corporis multos annos humijacenti indi