I. ANNO. Sabato 7 Febbraro 1846. M S. Li ingegnere Giuseppe Sforzi, aggiunto nella ispezione edile, è stato nominato Inspettore edile di Trieste, officio che corrisponde a quello d'ingegnere ed architetto in capo del comune. Dei Marchesi d'Istria. II Marchesato d'Istria era ben diverso dalla Contea d'Istria : officio il primo di pubblico governo dell' intera provincia; officio il secondo di finanza patrimoniale del re o dello stato in determinati distretti tributari, che comunità libere non formavano; il primo estendeva la sua giurisdizione alla provincia intiera, il secondo a determinato terreno, frazione della provincia la meno nobile; suscettibile il secondo di alienazione come di qualsiasi oggetto di pecuniario interesse; inseparabile l'altro dai diritti maestatici, comunque in nome della sovranità venisse esercitato da determinato ordine di persone. Queste due cariche, per indole diverse, non erano poi tali che una medesima persona non potesse ambe le cariche coprire; anzi è piuttosto naturale che andassero unite, se non che la liberalità degli imperatori succeduti a Carlo-magno, avendo della Contea disposto a favore di chiese e di famiglie benemerite, poco, anzi in progresso di tempo nulla, rimase al fisco imperiale all' infuori delle imposizioni nei territori liberi. Non è della Contea che in oggi vuoisi tener parola, ma del Marchesato, del supremo governo cioè della provincia da Trieste ad Albona, dal Timavo al Quarnaro, dal mare alle Alpi. Carlomagno prepose un Duca alla provincia, titolo che ebbe a durare fino all' 823, cangiato poi in quello di Marchese, voce che indica magistratura di provincia al confine di uno stato; ma avesse questo Magistrato il titolo di Duca o quello di Marchese, certo si è, che fino alla metà del secolo undecimo questa carica fu conferita liberamente dal sovrano a nobili cavalieri, a vita od a piacimento dell'Imperatore; dalla metà del secolo undecimo in poi fattosi del Marchesato un feudo regio, divenne ereditario in quell' ordine di trasmissibilità che pei feudi si costumava. Suppose il Carli che la facoltà confermata da Carlomagno agi'Istriani di eleggere i propri magistrati, comprendesse anche 1' officio di Marchese, il che non può volersi, dacché regia si fu questa carica, e le facoltà concesse agi' Istriani solo il loro governo comunale e di chiesa riguardavano. Il placito di Carlomagno tenuto nella valle di Risano 1' anno 804 mostra come fra le città Istriane ed il Duca o Marchese loro, non la migliore concordanza passasse ; s' aggiungerà che stranieri i Marchesi alla provincia dei fatti loro poco gì' Istriani curarono, i quali piuttosto a Venezia rivolgevano gli sguardi; i Marchesi medesimi stranieri alla provincia si tennero, la quale da essi o non fu conosciuta o male apprezzata, assenti per lo più quando 1' officio divenne ereditario, e ben ad altre cure rivolti che non al miglior vantaggio della provincia; per il che scarse assai in Istria le memorie loro, in altre provincie dovrebbero queste cercarsi, ciocché torna poi assai difficile ed arduo. Molto rimane a raccogliersi per rischiarare la storia del governo dal IX al XIII secolo, e dai lavori dei dotti sul Tirolo, sulla Franconia, sulla Carintia, sul Carnio, sulla Stiria, sui vescovati di Ram-berga e di Frisinga, su Aquileia, e su Gorizia puossi soltanto attendere una scintilla che sì densa caligine rischiari. Attendiamo con ansietà che il barone de Anker-sholfen porti a compimento le opere sì bene cominciate delle storie e delle antichità della Carintia, le quali contemporaneamente escono a puntate; opere che sulle cose d'Istria del mezzo tempo e sulle antichità romane spargeranno bella luce. Enrico fu il primo Duca preposto da Carlomagno all' Istria unitamente al Friuli, il quale ucciso, in fazione di guerra nella contermine Liburnia, ebbe a successore quel Giovanni, dal quale gì' Istriani nell' 804 fortemente si richiamarono, e che da Carlomagno venne deposto surrogandovi Cadolao, quello stesso, come pare, che fu uno dei giudici nel placito di Risano. Unfredo figura dappoi nell' 823, dopo il quale per cento anni nulla di certo si ha. Non più che i nomi si possono registrare di questi, e sospettare che franchi fossero di nazione, e militi per genio e per abitudini; forse Unfredo fu longobardo. Nel 933 un Wintero figura nella pace coi Veneti, cavaliere tedesco di altissima e pura nobiltà, del quale solo sappiamo che precedeva in rango i duchi di Silesia, di Westfalia e di Pomerania; di qual lignaggio fosse, è ignoto. Enrico conte di Schyren e di Wittelsbach fu Marchese dal 976 al 996, cui successe Ottone e nel 1003 Corrado, indi nel 1011 Adalberone degli Eppenstein della casa dei Conti Muerzthal deposto nel 1035, e surrogato da altro Corrado. Dal 1060 al 1070 troviamo memoria di un Uldari- co, che deve dirsi istriano perchè la famiglia di lui aveva in proprietà la Contea d'Istria, forse per donazioni imperiali assai più antiche. Questo marchese Uldarico risiedeva nella provincia, probabilmente in Pola, e presso di lui si rifugiò S. Salomone re d'Ungheria, che in Pola menò vita di penitenza, e le di cui reliquie in quella città si venerano. Uldarico aveva difatti sposata nel 1063 Sofia figlia di Bela I, sorella di S. Ladislao, la quale, rimasta vedova, sposò poi Magno figlio di Ordolfo duca di Sassonia. Il figlio di questo Marchese, pure di nome Uldarico, fu Conte d'Istria, liberale assai, siccome le donne di sua casa Wilpurga ed Azzica, verso la chiesa di Aquileia e verso il monastero di S. Michele di Leme, già fondato da S. Romualdo. Apprendesi da diplomi che esso fosse di nazione bavarese, e la legge bavarica professasse ; da attendibili notizie apprendiamo che fosse della casa dei Zeringen, agnata della casa di Absburgo, il che conferma il sospetto altra volta manifestato che i Conti d'Istria non fossero stranieri di sangue agli Absbur-gici, siccome stranieri non le" erano i Conti di Gorizia. Con Enrico della casa di Eppestein comincia 1' eredità del Marchesato. Esso investito nel 1077 non ebbe successori maschi a cui trasmetterlo, perchè morto nel 1127, lasciò una sola figlia di nome Edwige fattasi sposa ad Engelberto di Ortemburg, conte di Lavant, della casa dei Sponheim. II figlio di questo Enrico, successo nel 1127 all'avo materno, mori da lì a tre anni senza posterità, per cui il Marchesato si devolse nel 1130 al fratello cadetto Engelberto I, il quale, stanco delle cose mondane, si ritrasse nel 1135 in un chiostro, ove visse piamente sette anni. Engelberto II suo figlio gli successe nel Marchesato, e di lui si hanno ancor memorie nel 1164; con lui si estinse la linea dei Marchesi d'Istria della casa degli Sponheim, come sembra nel 1173. Nel 1173 il Marchesato veniva conferito a Bertoldo I della casa degli Andechs, morto nel 1187, a cui successe Bertoldo II di lui figlio duca di Merania e di Dalmazia, che nel 1189 accompagnava Federico Barba-rossa in terra santa. Enrico terzo, figlio di Bertoldo II (gli altri due a-vevano abbracciata la vita ecclesiastica), successe al padre nel Marchesato d'Istria I' anno 1204. Mostratosi avverso all'imperatore Filippo, questi nel 1208 lo spogliò del Marchesato, che fu dato, come sembra, al patriarca di Aquileia Volchero. Mosso Enrico da desiderio di vendetta, tanto instigò Ottone di Wittelsbach, che si determinò questi ad uccidere Filippo. Ottone di Brunswich successo a Filippo volle vendicarne la morte, per il chè Enrico datosi alla fuga, riparò in terra santa, ove visse vent' anni, graziato poi da Federico II 1' anno stesso della sua morte avvenuta in Graz di Stiria. Si ha però motivo di credere che non tutti i vent'anni di suo esilio ei li passasse in Palestina. Vi ha chi narra che l'Istria fosse conceduta in questo tempo a Lodovico duca di Baviera; ma dubbia è la cosa, perchè il patriarca d'Aquileia vi aveva pretensioni ben fondate, come sembra, ed anche sancite da giudicati; vi avevano pretensioni Bertoldo fratello di Enrico vescovo di Bumberga, ed Ottone altro fratello minore, i quali non partecipi della fellonia di Enrico, non avrebbero dovuto partecipar della pena. Avvenne pertanto che Bertoldo fosse nel 1218 eletto a patriarca d' Aquileia, e che Ottone non avesse speranza di successione, per cui facile si fu l'accomodamento. Nella pace fra il sacerdozio e l'impero, conchiusa in S. Germano 1' anno 1230, Ottone, ultimo della famiglia degli Andechs, ogni pretensione sull' Istria rinunciava al fratello Bertoldo III, il quale ai diritti propri di famiglia unendo quelli della cattedra patriarcale, trasmise ai prelati suoi successori il Marchesato d'Istria, dai quali due secoli più tardi passava alla repubblica veneta. Quattrocento cinquant' anni corsero dalla cessazione del governo bizantino fino al passaggio dell' Istria ai patriarchi di Aquileia; tempo scarso assai di notizie, ma non altrettanto scarso di avvenimenti, per le mutazioni che si preparavano alle spiagge marittime. Circostanze che ignote ci rimangono, segnano nel-l'anno 1150 un'epoca memorabile; molti comuni che tributari erano, si veggono affrancati o per diritto o per fatto; li comuni al mare giuravano in quest'anno fedeltà a S. Marco e promettevano di unire le loro navi alla squadra veneta per tenere purgato il golfo dai pirati; Trieste in quest' anno medesimo compilava lo statuto suo e inodellavasi su forme di governo proprio che la alzavano a condizione più che di comune. Convien credere, o che la casa di Sponheim, che a quell' epoca reggeva la provincia, fosse assai liberale coi comuni, o che incapace per assenza di reggere la provincia, concedesse ai comuni di provvedere agli interessi provinciali che tutelare non poteva, o che ignara della scienza di governo non si accorgesse che li comuni al mare pel contatto coi Veneti viva mantenevano una civiltà mal conosciuta o mal gradita, e che questa civiltà imperantemente esigeva un vincolo comune, potente, saggio. Nel 1202, essendo Marchese Bertoldo II, i Veneti rinnovavano i loro legami colle città istriane tutte, li stringevano con Trieste, tutta la spiaggia era loro fedele e tributaria di denaro, di armi e di navi. La saggezza dei patriarchi non potè riparare gli errori dei marchesi; gli animi erano rivolli altrove, il ricondurli di persuasione o di forza era impossibile; divisa la provincia per fisica configurazione in territori separati, non sì facilmente poteva un comune porsi alla testa della provincia e surrogare il potere invilito ed annichilato dei marchesi; i conti d'Istria non avevano giurisdizione alcuna sui comuni, e questi eran troppo gelosi di loro condizione per concederla; e troppo moderati i conti d'Istria per arrogarsla, il cangiamento dovette compirsi, e l'Istria partissi in due, litorale e montana. Delle illustri case che per 450 anni ressero l'Istria, non una memoria sopravanzò, non un segno che li ricordasse alla memoria de posteri, se non è quello che scolpito si vede sul palazzo di Pola, che rappresenta un cavaliere il quale ha per impresa un leone rampante; se non è il nome che al palazzo pubblico di Pola davasi di palazzo ducale. Di quell' epoca non altro forse rimase, se non lo stemma della provincia, alla provincia stessa non assai noto, che è una capra d'oro colle corna argentee in campo celeste. Duchi e Marchesi d* Istria. 799. Enrico Duca. 804. Giovanni Duca. 819. Cadolao Duca. 823. Unfredo. 933. Vintero Marchese. 976. Enrico de Schyren e Wittelsbach. 996. Ottone. 1003. Corrado. 1011. Adalberto degli Eppenstein della casa dei conti di Muerzthal. 1035. Corrado. 1060. Uldarico della casa di Zeringen. 1077. Enrico de Eppenstein. 1127. Enrico II di Sponheim. 1130. Engelberto I di Sponheim. 1135. Engelberto lì ultimo degli Sponheim. 1173. Bertoldo I della casa di Andechs. 1188. Bertoldo II di Andechs duca di Merania e di Dalmazia. 1204. Enrico III di Andechs. 1230. Bertoldo III di Andechs patriarca di Aquileia. »i Pola. Togliamo il seguente articolo dall' opera dell' abbate D. Alberto Fortis, insigne naturalista del secolo passato, intitolata: Saggio d'osservazioni sopra l'isola di Cherso ed Ossero, Venezia 1771 presso Gasparo Storti, opera non comune. Pola fu illustre città e sin dai tempi di Strabone riputata antichissima. Tutti i geografi e gì' Itinerari antichi ne parlano come di principal terra; molti poeti, ed istorici ne fanno onorata menzione. Licofrone e Callimaco accennano una città di Pola, che aveva vicino un fiume profondo, che chiamavasi Dizero, forse dal lago attraverso del quale sarà passato (il di cui residuo si chiama pur Jesero a' dì nostri), e quindi credettero molti, che della città, che porta questo nome in Istria, non abbiano inteso di far parola. Ma siccome d'un grande fiume, che mettea in mare non molto lungi da Pola, costantissima trovasi la tradizione negli scrittori più antichi, e manifesti vestigi nell'interno dell'Istria, e nel mare ag-giacentevi, così io stimo che della istriana Pola e non d' altra si deggiono intendere i versi seguenti aver fatto menzione : '< Essi i remi posando in un sassoso Porlo del mar illirio, dal serpente Della bionda armonia non guari lunge, Astiro falibricaronvi : cui diede Alcun greco fra gli esuli un tal nome, E che ^n linguaggio lor Pola fu detta ». In più d' una lapida antica leggesi il nome di Pola, e della repubblica Polense. Ella divenne colonia dei romani e, come alcuni lasciarono scritto, incorse nel tempo t delle guerre triumvirali nella disgrazia d'Augusto, che le perdonò ad istanza della figliuola ; onde per una vile adulazione il nome della città, per 1' antica origine illustre e venerabile, in quello di Pietà-Giulia cangiarono i Polesi. t» Molti monumenti e vestigi dell' antica grandezza vi rimangono ancora, rovinosi però per la maggior parte, e guasti dal tempo non meno, che dalle barbarie degli a-bitanti. È celebre l'Anfiteatro che vi sussiste tuttora quasi intero ; e 1' arco funebre di Sergio, e '1 tempio di Roma e d'Augusto; e le illustri rovine del tempio contiguo di Diana trasformate in istalle, e cucine del palazzo pubblico; e i vestigi del bagno, che serve adesso di fontana perenne, ove attingono i cittadini, e gli abitanti del contado eziandio nei tempi della maggior aridezza. Monete greche e romane de' buoni tempi, e aqui-leiesi e veneziane dei tempi di mezzo vi si trovano spesso in argento, oro, in rame, non meno che instrumenti, vasi e lavori antichi. Molte iscrizioni sono state asportate, molte ve n' hanno tuttora disperse pelle strade, pelle macerie, o conficcate alla peggio nelle mura, che in buona parte furono fabbricate di pietrame antico, nel quale trovansi confusi pezzi di fregi, di cornicioni, statue, di colonne, di bassirilievi, e d' altri marmi lavorati. Gli ecclesiastici di quel paese hanno sotterrato sul principio di questo secolo un gran numero di memorie antiche nei fondamenti del campanile della cattedrale; e la indolenza dei popolani lo ha permesso. Così segue a permettere, che qualche particolare seppellisca quanto d'antico gli viene alle mani di giorno in giorno, per andare innanzi nelle fabbriche più presto, e con meno fatica. V' ebbe anticamente un Teatro, di cui il Serlio ne' suoi libri d' architettura ci ha conservate le rovine, che ho veduto segnate anche in una vecchia pianta di Pola, stampata alla peggio nel secolo passato. Egli giaceva appiè del colle, che si chiama il Zadro, o il Zar o corrottamente; i gradini erano appoggiati alla curvatura del colle medesimo, per economia di costruzioni. Un ingegnere francese, chiamato Antonio Deville, distrusse questi avanzi ch'erano unici al mondo; e de'materiali si servì per fabbricare una fortezza nel bel mezzo della città, in vetta d'un colle, nell'anno 1636. Come avev'anche intrapreso di smantellare 1' Anfiteatro ; e presto 1' avrebbe rovinato del lutto, se la sovrana clemenza del serenissimo Governo, piegandosi alle istanze degli abitanti, che in quel tempo non erano più di 400, non 1' avesse fatto desistere. Il danno incominciato da questo tristo non fu però mai riparato; e quel magnifico monumento della grandezza di Pola minaccia da una parte di sfasciarsi, se non vi venga opportunamente posto rimedio. La faccenda non esige molta spesa, dacché si tratta d' un arco solo, e di rimettere un piccolo numero di pezzi : ma 1' abbandono ulteriormente prolungato avrà certamente conseguenze fatali (a). La barbarie che non partì da Pola col Deville non vi morì neppure con quelli che vi seppellirono le iscrizioni sull' incominciare di questo secolo. Non sono 7 anni ancora passati, che nello scavare un pozzo nella casa d'uno del paese, fu ritrovato un sotterraneo diviso in andito da pilastretti di cotto, e tutto intonacato di tavole larghe due palmi, e lunghe intorno a sei, di marmo greco a) Il guasto recato dal Deville, seppure da lui recato, venne riparato per munificenza dell' imperatore Francesco I. II Fortis prese però abbaglio e sulla spesa e sulle conseguenze fatali, certe, se al guasto non si peneva pronto riparo; siccome è troppo sollecito nel dare di barbari agli abitanti di Pola del secolo passato. Allorquando Carlo VI dichiarava nel 1717 la volontà di creare Trieste in emporio mercantile, la popolazione arrivava alle 5600, quarant' anni più tardi il popolo non aveva aumentato che di 900; ed era questa l'epoca di preparazione, di esperimenti, la libertà del traffico non era quale generalmente la si suppone, che anzi i privilegi dati alla compagnia orientale grandi restrizioni portava all' industria ed al commercio. L'epoca nella quale i commerci s' avviarono fu quella dell' impero di Maria Teresa, savissima principessa, madre di Trieste che le volontà del genitore con bella prudenza seppe mandare ad effetto ; durante l'impero di lei, la popolazione quasi triplicò; da quest' epoca comincia il progressivo aumento. Dal 1814, epoca di restituzione all'antica condizione, fino al dì d'oggi la popolazione n'è raddoppiata. Non possiamo dare un prospetto periodico, perchè le anagrafi non furono regolarmente fatte; e quelle che fatte furono nel finire del secolo passato, sul principio del presente, non sono fuori di ogni dubbio per la loro esattezza. 1717— 5600 1801 —31500 1837 — 51900 1758— 6400 1802 — 27000 1838 — 53400 1785 — 17600 1803 — 29200 1839 — 54900 1786 — 20300 1809 — 30000 1840 — 56000 1789 — 21900 1811 — 24600 1841 — 56400 1791 —24500 1815 — 32000 1842 — 54000 1795 — 27500 1820 — 33000 1843 — 53500 1796 — 27300 1825 — 40500 1844 — 56000 1797 — 27200 1830 — 44200 1845 — 60000 1798 — 30200 1835 — 50200 1799 — 27300 1836 — 51300 cipollino. - Quel visigoto riempì delle macerie del suo pozzo tutto il vano barbaramente, e col muro lo chiuse così sollecitamele, eh' io non giunsi a tempo di visitare il sotterraneo ; quantunque mi trovassi poco lontano. Presso la spezieria, che sta sull' angolo della piazza, è stata da un altro cacciata sotterra una assai ben lavorata statua; e fuori di una porta della città passava 7 anni sono per di sotto una statua togata, senza capo, un rivolo d'acqua; la terra copre adesso del tutto quel torso. Da pochi anni in poi furono sepolte nei fondamenti delle case molte iscrizioni, che adesso restano sopra terra in iscritto conservate insieme con parecchie monete d' argento dal signor Iacopo Lombardo, nobile di Pola. Il territorio di Pola è fertilissimo, nè dagli antichi scrittori gli fu rimproverata la insalubrità dell' aria. Le devastazioni alle quali andò seggetta ne' bassi secoli, togliendogli il popolo e i contadini, portarono seco il disordine dell'economia dell'acque. I vescovi, divenuti nei tempi di anarchia, e di barbarie proprietari degli stagni più vicini, e perniciosi alla città non si sono mai curati di dar loro scolo, e quindi principalmente nella stagione calda v'è l'aria oltremodo insalubre; malore a cui come pastori di quella popolazione avrebbero dovuto metter riparo spontaneamente in questo secolo umano senz' aspettare che la sovrana clemenza mossa a pietà d'una porzione riguardevole di sudditi e d'un territorio importante, li determinasse a far buon uso delle loro ricchezze. Invece di far scavare a qualunque costo un canale di comunicazione fra gli stagni suburbani, e '1 mare, vi fu negli anni ultimi scavato uno scolo alla fontana, con intenzione d'impedire così molte erbe acquatiche, le quali vi ali— gnano perchè il fondo di essa non è stato purgato fino all' antico pavimento. Questo canale comunica col mare contiguo ; e nelle alte maree serve di veicolo all' acqua salsa che ascende, e guasta la fontana, con pregiudizio sommo della salute di quella infelice popolazione, che deve attingervi. D'intorno a Pola furono altre volte di molti sepolcri antichi, ed alcuni ve ne restano tuttora verso il sud. Dante ne fa menzione: «Siccome ad Arli, ove il Rodano stagna, Siccome a Pola, presso dal Quarnaro, Che Italia chiude, e i suoi termini bagna, Fanno i sepolcri tutto il loco varo ...» Movimento della popolazione di Trieste. Più che in altre, nelle città onninamente mercantili 1' aumentare od il diminuire del popolo essere dovrebbe l'indicatore della prosperità mercantile, dacché la cessazione repentina di traffici costringe repentinamente gli avventicci ad allontanarsi, siccome il repentino crescere dal di fuori li chiama. Se non che questo indicatore non può ritenersi unico nè sicuro; molte cause, che non la quantità degli affari, aumentano talvolta il popolo ; la quantità degli affari medesima non porta di necessità che sieno anche brillanti e lucrosi. Nonostante il movimento del numero del popolo rimane sempre criterio precipuo a giudicare delle condizioni d'una città mercantile. Trieste, I. Papsch <£ Comp. Tip. del Lloyd Austriaco. Nel 1601 il conte Giorgio Chersainer signore di un castello nel contado di Pisino veniva condannato in Ca-podistria alla pena di morte a causa di orrendi delitti, (non sappiam quali), da eseguirsi mediante la strozza per essere persona di condizione nobile. Non vi era pronto 1' esecutore di giustizia e secondo le pratiche del paese toccava sì bella operazione al Contestabile, ed avrebbe avuta la sorte certo Gasparo Duinzarello, se prevedendo la cosa non se ne fosse in precedenza fuggito. Per ordine di rango dovette subentrare il povero cavaliere del comune, il quale fattosi assistere da quattro dei suoi uomini come la regola portava, eseguì l'operazione alla meglio. Duinzarello, il contestabile della corte del podestà, dovette tenersi alla larga dalla giustizia per molto tempo a motivo d' essersi sottratto a tale debito di suo officio sebbene straordinario e supplementario. Ci giunge la rettificazione dell' altura, che nel N. 1 di questo foglio venne indicata per Carso sulla punta di Salvore, pertiche viennnesi 67,85. —• Questo monte ha nome di Zupelia, sovrasta a Vallizza ed al porto della Madonna, nel seno Largone presso le saline piranesi di Siziole, ed è di quel filone che da Marcovaz discende alla punta di Salvore. Redattore »p. Handler,