ACTA HISTRIAE VI. ricevuto: 1998-02-03 UDC 323.282(450.34=863)"19" LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTIERA ORIENTALE Pietro PASTORELLI Universitá "La Sapienza" Roma, IT-00185 Roma, Piazzale Aldo Moro 5 SINTESI La política italiana e il problema délia frontiera orientale, ovviamente al tempo della conferenza della pace, è forse un titolo improprio per questo intervento giacché l'Italia sconfitta non era in grado di svolgere politica alcuna. Si pud quindi parlare solo del punto di vista italiano nei confronti della frontiera orientale, tenendo altresí presente che esso non incise minimamente sulle decisioni dei Grandi. Nonostante cid, vale la pena di ricordarlo perché esso costituisce la premessa necessaria per comprendere un aspetto importante della politica estera italiana dal momento in cui, entrato in vigore il trattato di pace, comincid ad essercene una. 1. II problema della frontiera orientale fu preso in considerazione già nell'estate 1944 subito dopo il ritorno a Roma del governo, allora capeggiato da Ivanoe Bonomi. Fu studiato al Ministero degli esteri (IPS, DDI I, 1992a, 312), ma non si tratto di un'indagine proficua per due ragioni: la speranza di mutare lo status dell'Italia per quanto riguardava la resa incondizionata, e la concezione che si poteva ammettere la perdita delle conquiste fasciste e non altro. Questo criterio in parti-colare, nel caso del confine orientale, significava conferma del trattato di Rapallo del 12 novembre 1920. Esso, per di più, era stato frutto di un negoziato con l'altra parte interessata, il Regno dei serbi, croati e sloveni; c'era quindi il suo consenso e non si poteva certo pretendere che Bonomi, il quale insieme a Sforza e Giolitti l'aveva firmato, ammettesse che potesse essere riveduto. Per la verità il sottosegretario Visconti Venosta prese subito posizione contro questa impostazione ricordando a tutti che l'Italia aveva perduto la guerra e che i vincitori parevano orientati sulla linea dell'Isonzo. Occorreva quindi proporsi due obiettivi concreti: salvare Trieste e "quanto è essenziale all'unità nazionale" e "salvare la vita degli italiani della Venezia Giulia dai gravi pericoli che essi correranno nell'ora dell'evacuazione dei loro territori da parte delle forze tedesche" (IPS, DDI I, 1992b, 324). Infatti notizie inquietanti per la sorte degli italiani già ne correvano. Il realismo di Visconti Venosta prevalse e il governo si rivolse alla 15 ACTA HISTRIAE VI. Pietro PASTORELLI: LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTERA ORIENTALE, 15-22 Commissione alleata di controllo, suo único interlocutore, per chiedere che i governi alleati si facessero carico d'evitare "violenze e massacri" alla popolazione italiana della Venezia Giulia (IPS, DDI I, 1992c, 344). Si ottenne come risposta l'assi-curazione che era intenzione dell'alto comando alleato di stabilire un governo militare alleato sulle province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume (IPS, DDI I, 1992d, 399). Ad altre due sollecitazioni del governo italiano preoccupato di quanto poteva accadere, nella fase finale del conflitto, alle popolazioni delle province desiderate dalla Jugoslavia, la Commissione alleata rispose di aver rappresentato tali pre-occupazioni alle autorità militari (IPS, DDI I, 1992e, 405, 541). Quanto al confine, in questa fase il governo non si pronuncio anche se fece strada il suggerimento di Visconti Venosta di prendere come base di riflessione la linea Wilson all'interno della quale verificare quanto fosse essenziale all'unità nazionale. La corsa per Trieste, culminata negli eventi del 1° maggio 1945, colse di sorpresa il governo italiano che ignorava quanto essa fosse prevedibile dopo il rifiuto di concordare la linea di incontro degli eserciti, come s'era fatto su altri fronti, opposto dal maresciallo Tito, che era assolutamente contrario ad accettare la proposta degli anglo-americani di riservare alla loro occupazione tutte le terre italiane comprese nei confini del 1939. Le proteste furono immediate e dure, dirette, sempre attraverso la Commissione di controllo, alle autorità militari alleate per la violazione dei termini d'armistizio. Ma si cerco anche di spiegare per via diplomatica - essendoci ormai rappresentanti sia pure con vario status a Londra, Washington, Parigi e Mosca - che il comportamento jugoslavo tendeva a creare il fatto compiuto dell'occupazione militare dei territori che la Jugoslavia desiderava annettersi in sede di conferenza della pace (IPS, DDI II, 1992a, 163, 174, 184, 191). Naturalmente, questo era ben noto ad americani ed inglesi e non volendo essi in alcun modo soddisfare le richieste jugoslave riguardanti Trieste, ne imposero lo sgombero con l'accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 nel quale i comandi militari tracciarono la linea Morgan come limite delle rispettive occupazioni (Pastorelli, 1995). La risposta della Commissione alleata alle proteste italiane consistette nella comunicazione di quest'accordo (IPS, DDI II, 1992b, 268). L'Italia fece notare che in esso mancava qualsiasi forma di garanzia per gli italiani al di là della linea di demarcazione suggerendo che vi fossero inviati almeno degli osservatori (IPS, DDI II, 1992c, 279), ma ottenne come risposta, il 30 luglio, che l'accordo non era mutabile e che l'Italia poteva sollevare il problema per via diplomatica (IPS, DDI II, 1992d, 370). Con il che gli Alleati chiudevano il problema delle condizioni degli italiani residenti in zona B. 2. L'approssimarsi della conferenza della pace nell'agosto '45 indusse finalmente l'Italia a precisare il suo punto di vista circa il confine orientale. Questo compito tocco al nuovo governo dell'Italia riunita, capeggiato da Ferruccio Parri, del partito 16 ACTA HISTRIAE VI. Pietro PASTORELLI: LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTERA ORIENTALE, 15-22 d'azione, e composto da tutti i partiti che facevano parte del Comitato di liberazione nazionale. Le discussioni in seno al Consiglio dei ministri sui temi della pace furono molte e, per quanto riguarda il confine orientale, fu deciso all'unanimità di rico-noscere ch'esso dovesse essere riveduto e che la base della sua revisione potesse essere la linea Wilson; per le minoranze che fossero rimaste sui due lati della nuova frontiera, si proponeva l'introduzione di uno statuto d'autonomia; erano infine pro-spettate particolari facilitazioni per l'uso del porto di Trieste. In sostanza, un confine che si ispirasse al principio etnico, con esclusione, naturalmente, di Fiume e Zara (IPS, DDI II, 1992e, 446).1 L'Italia fu invitata ad esporre il suo punto di vista dinanzi al Consiglio dei ministri degli esteri delle quattro grandi potenze, che teneva la sua prima sessione di lavoro a Londra. De Gasperi fu ascoltato il 18 settembre 1945 (Statement of views..., 1967, 232-236), dopo, naturalmente, che il rappresentante jugoslavo ebbe esposto la po-sizione del suo paese, consistente nella richiesta del confine all'Isonzo (Statement by the Yugoslav..., 1967, 230-232). Il Consiglio parve convergere sull'internazionaliz-zazione del porto di Trieste e su un confine fondato su criteri etnici affidando ad una commissione di esperti l'individuazione di tale linea. Conoscendo questo orientamento De Gasperi torno da Londra con molte speranze (IPS, DDI II, 1992g, 552). Gli esperti lavorarono: ne venne l'indicazione delle note quattro linee: la più orientale era quella americana, nemmeno essa tuttavia coincidente con la linea Wilson e, digradando verso occidente, seguivano quella britannica, quella francese e infine quella sovietica quasi coincidente con i desiderata jugoslavi. Nel frattempo la diplomazia svolgeva a Washington, Londra e Parigi il suo compito di sostegno al punto di vista italiano. Tralascio di riferirne in dettaglio perché si tratto di un'azione del tutto irrilevante. Si ottenne in generale solo l'assicurazione che Trieste non sarebbe stata ceduta alla Jugoslavia, ma anche suggerimenti di cercare un contatto diretto con Belgrado, pur essendo agli occidentali ben noto che nessun dialogo s'era potuto stabilire nonostante che il tentativo fosse stato effettuato fin dall'ottobre 1945 attraverso l'ambasciata a Mosca (colloqui Quaroni-Popovic) (IPS, DDI II, 1992h, 632, 653, 697 e 707). Quando il risultato del lavoro degli esperti fu sul tavolo del Consiglio dei ministri degli esteri, nella sua seconda sessione che si tenne a Parigi, nel maggio 1946, fu di nuovo invitato a parlare un rappresentante italiano. Ando ancora De Gasperi che, ribadendo quanto aveva già esposto nel settembre precedente, fece soprattutto rilevare la singolarità del modo con cui i sovietici avevano interpretato il principio della linea etnica (IPS, DDI III, 1993a, 400). L'accoglienza che ebbe fu questa volta migliore: poté incontrare in colloqui privati Byrnes, Bevin, Bidault e Molotov. Ad 1 Per la genesi di questa decisione si veda l'appunto di Prunas (IPS, DDI II, 1992f,192). 17 ACTA HISTRIAE VI. Pietro PASTORELLI: LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTERA ORIENTALE, 15-22 ogni modo non ottenne più che frasi di cortesía anche da Molotov cui pure aveva detto che, con la linea proposta dai sovietici, si sarebbe creata "una nuova zona irredenta di 400 mila italiani" che non si sarebbero lasciati "né domare né assorbire" (IPS, DDI III, 1993b, 560). Cosa di per sé vera, ma solo per la parte che si trovava in territorio occupato dagli anglo-americani e non per la zona B dove le autorità d'occupazione tendevano a rendere difficili le possibilité di permanenza della popolazione italiana. L'impressione che De Gasperi trasse da questo suo secondo viaggio e che trasmise al governo non fu comunque negativa potendosi supporre che il com-promesso sarebbe stato trovato sulla linea meno favorevole tra quelle occidentali: la linea francese (IPS, DDI III, 1993c, 419). Grande fu lo stupore, e violenta la reazione, quando il governo italiano seppe, il 3 luglio '46, che il compromesso (proposta Bidault) era stato trovato non sulla linea francese, bensi istituendo nella zona intercorrente tra questa e la linea sovietica un territorio libero (IPS, DDI III, 1993d, 645). De Gasperi ingiunse all'ambasciatore Soragna di andare a protestare in particolare con Byrnes e Bevin per il loro cedi-mento alla tesi sovietica (IPS, DDI III, 1993e, 651). Byrnes rispose per le rime: "l'Italia dimenticava di avere fatto e perso la guerra" spiegando poi che non si poteva pensare che gli americani facessero un'altra guerra per garantire agli italiani la linea da loro proposta. Bevin fu più misurato. Disse, come battuta, che le guerre è meglio non farle, ma soprattutto non perderle (IPS, DDI III, 1993f, 671). 3. La conferenza della pace propriamente detta, quella dei ventuno paesi che si riunirono a Parigi dal 29 luglio al 15 ottobre non vale la pena d'essere trattata, stante l'impegno tra i Grandi di non mutare le decisioni concordate, se non per il tentativo fatto dagli americani d'ottenere un impegno per la protezione della minoranza italiana che si sarebbe trovata entro i nuovi confini jugoslavi; tentativo che prendeva le mosse da quanto l'Italia si disponeva a fare nei confronti dei sudtirolesi. La risposta fu che la Jugoslavia era un paese democratico nel quale i diritti di tutti i cittadini venivano rispettati. Qualche novità si ebbe all'inizio dei lavori della terza, e ultima per l'Italia, sessione del Consiglio dei ministri degli esteri che si tenne a New York dal 4 novembre al 12 dicembre 1946. L'argomento ancora in discussione era la definizione dello statuto del Territorio Libero di Trieste. Il fatto che la Jugoslavia dichiarava di non gradire la soluzione del territorio libero sembrava dare spazio ad una discussione diretta tra le parti. Nenni, nuovo ministro degli esteri dal 20 ottobre '46, credeva nelle possibilité d'un dialogo con la Jugoslavia. Ribadito che l'Italia rimaneva ferma nel sostenere il principio della linea etnica, dette istruzioni alla delegazione a New York di prendere contatto con i delegati jugoslavi (IPS, DDI IV, 1994a, 428, 479, 480). A questo punto Togliatti, reduce da una visita a Tito, dichiaro alla stampa che la 18 ACTA HISTRIAE VI. Pietro PASTORELLI: LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTERA ORIENTALE, 15-22 Jugoslavia era disposta a dare Trieste all'Italia in cambio di Gorizia. L'inconsistenza della proposta che, come ognuno vede, significava solo nella sostanza compensare la Jugoslavia con Gorizia per la mancata acquisizione di Trieste, mando Nenni su tutte le furie (Nenni, 1981, 295-296) perché veniva a costituire un intralcio al suo tentativo di dialogo per la forte eco negativa che ebbe in Italia. Dell'iniziativa di Togliatti si sono date varie interpretazioni: la più convincente mi pare sia quella di una bega interna alla sinistra italiana nel senso che Togliatti, divulgando una parte delle sue conversazioni con Tito, volle proprio boicottare il tentativo di Nenni. Comunque sia, i contatti, che furono affidati a Quaroni, si svolsero (IPS, DDI IV, 1994b, 513, 520). Quaroni parlo con Simic e Bebler della possibilité d'avviare un negoziato tra Roma e Belgrado partendo da due argomenti: accordi commerciali e trattamento delle minoranze per avvicinarsi poi al tema più scottante dei confini, ossia delle terre che avrebbero dovuto costituire il T.L.T., ma tali conversazioni non approdarono a nulla, anche se da parte italiana si arrivo fino ad indicare il nome del negoziatore che sarebbe stato l'ex presidente del Consiglio Parri (IPS, DDI IV, 1994c, 524, 550, 560, 581, 598). Nonostante minacce e riottosità da entrambe le parti il trattato di pace fu firmato il 10 febbraio 1947. Entro in vigore il 15 settembre successivo, e a questa data si ebbe il trasferimento alla Jugoslavia della sovranità su tutte le terre italiane ad est del nuovo confine convenzionalmente individuato con la linea Monte Forno-Gorizia-foci del Timavo, ad eccezione di quelle che avrebbero dovuto costituire il Territorio Libero di Trieste.2 Nel termine di un anno, invece, avrebbero dovuto lasciare i ter-ritori ceduti gli italiani che avessero optato per la conservazione della loro cittadinanza. Fu indotta a farlo, come è noto, la stragrande maggioranza (circa 350.000 persone secondo le stime) senza alcun intervento del governo italiano. La disputa sul confine italo-jugoslavo si sarebbe spostata sul Territorio Libero di Trieste e, come Quaroni aveva avvertito a fine 1946 (IPS, DDI IV, 1994d, 625), si sarebbe conclusa con la spartizione. Quaroni non era un profeta, ma aveva scoperto che il compromesso Bidault era stato elaborato dall'Ufficio studi del Foreign Office prendendo a modello lo Stato libero di Fiume previsto dal trattato di Rapallo il cui territorio, non essendosi esso costituito, era stato poi spartito nel 1924 tra Regno d'Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni. 2 La Primorska non passó quindi alia sovranitá jugoslava in questa occasione, come il titolo del nostro convegno farebbe supporre. Tale trasferimento avvenne solo con l'entrata in vigore del trattato di Osimo del 10 ottobre 1975. Lo stesso ovviamente dicasi per il ritorno di Trieste alla sovranitá italiana. 19 ACTA HISTRIAE VI. Pietro PASTORELLI: LA POLITICA ITALIANA E IL PROBLEMA DELLA FRONTIERA ORIENTALE, 15-22 ITALIJANSKA POLITIKA IN VPRAŠANJE VZHODNE MEJE Pietro PASTORELLI Univerza "La Sapienza" Rim, IT-00185 Roma, Piazzale Aldo Moro 5 POVZETEK Italijanska politika in vzhodna meja, v obdobju mirovne konference seveda, morda ni najprimernejši naslov za nas prispevek, saj premagana Italija ni bila sposobna voditi nikakršne politike. Lahko torej govorimo samo o italijanskem stališču do vzhodne meje, ne da bi pri tem spregledali, da niti najmanj ni vplivalo na odločitve velikih sil. O njem pa vendarle velja spregovoriti, saj je prav na podlagi tega stališča mogoče bolje razumeti pomemben vidik italijanske zunanje politike, ko se je z veljavnostjo mirovnega sporazuma seveda sploh začela oblikovati. FONTI E BIBLIOGRAFIA IPS, DDI I (1992a) - Istituto Poligrafico dello Stato Roma, I documenti diplomatici italiani, serie decima, I. Appunto della Direzione generale affari politici, 1 agosto 1944, D. 312. 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Telegrammi di Nenni alla delegazione a New York, 15 e 18 novembre 1946, DD. 513 e 520. IPS, DDI IV (1994c). Telegrammi di Quaroni, 20, 26 e 28 novembre, telegramma di Nenni a Quaroni, 6 dicembre, telegramma di Quaroni, 13 dicembre 1946, DD. 524, 550, 560, 581 e 598. IPS, DDI IV (1994d). Rapporto di Quaroni del 26 dicembre 1946, D. 625. Nenni, P. (1981): Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956. Milano, SugarCo Edizioni. Pastorelli, P. (1995): Origine e significato del Memorandum di Londra. Clio, 4. Statement of views of Italian Government (1967), 18 settembre 1945. In: Foreign Relations of the United States, 1945, II, General Political and Economical Matters. Washington, United States Government Printing Office. Statement by the Yugoslav Vice Prime Minister, Kardelj (1967), 18 settembre 1945. In: Foreign Relations of the United States, 1945, II, General Political and Economical Matters. Washington, United States Government Printing Office. 21