L' ASSOCIAZIONE per un anno anticipati f. 4. Semestre e trimestrein proporzione Si pubblica ogni sabato. II. ANNO. Sabato 23 Ottobre 1847. M 65 — 6®. Del Feudo di S. Apollinare di Pola. Non siamo tranquilli sulla sincerità della notizia di una Strenna Istriana pel 1848 di cui nel N. precedente di questo foglio. Il modo usato (e qui rimarchiamo essere questo il più frequente) di dare notizie sotto nome taciuto o mentito, ci costringe ad usare il mezzo della stampa per replicare a quelli che con noi si misero in corrispondenza. Non potemmo sapere circa una Strenna prossima da porsi ai torchi, più che di una volontà, di un pensiero; del come, del quando, niuna migliore notizia. E meglio pensandovi sopra, ci sembra che gli argomenti sieno troppi per un libro che non dovrebbe essere voluminoso, e per più questi argomenti ci sembrano tolti da cose accennate in questi ultimi anni sull' Istria per mezzo di vari stampati, e se non avessimo malaugurato impedimento ci prenderemmo lo spasso di indicare dei più, da dove siano stati presi, che delle stampiglie facciamo diligente raccolta. Questo Giornale ne ha dato alcuni. Ma comunque sia non vogliamo fare contraddizioni, solo ci permetteremo oggidì un' osservazione col-l'intendimento di promuovere, non già d'impedire, o di stornare; altra volta diremo di più. Nella Strenna dovrebbe figurare una dissertazione storica sul feudo di S. Massimiano. Confessiamo ingenuamente di non sapere di cosa si voglia parlare; conosciamo bensì un feudo di S. Apollinare ; può essere benissimo che sia lo stesso, perchè S. Massimiano, che fu Polense ed arcivescovo di Ravenna, fu devoto a S. Apollinare la di cui magnifica chiesa è in Ravenna ; 1' autore di quell' articolo lo mostrerà. Ma se a quest' autore può tornare gradita od utile una notizia che fu vergata dal vescovo di Parenzo de Negri, e che fu ricuperata in Venezia dal defunto Bartolomeo Gamba traendola dalle mani dei pizzicagnoli che avevano comperato dagli eredi suoi due volumi manoscritti (e come sembra grossi perchè il nostro foglio segna la pagina 449), noi volentieri gliela trasmettiamo per quell' unica via che ci è data, e lo preghiamo a farne uso come fosse cosa sua propria, se ha la confidenza di manifestarsi chi sia; e se ciò non crede di poter fare, la usi pure per mostrare quanto andavamo errati nel supporre che il feudo di S. Apollinare e di S. Massimiano fossero la stessa cosa. E se la Strenna fosse sotto il torchio in altra provincia (siccome avviene talvolta non già per avversione alla patria terra o perchè Trieste non possa offrire in tipografia quanto altre città, siccome più lontane hanno riconosciuto solen- | nemente, ma per altri riguardi) se ne serva pure se ! volesse farne un' aggiunta. Compendio delle cose contenute nel lungo processo della causa, e differenza trattata davanti il legato apostolico tra Sergio di Nassinguerra detto Forella da Castro Pola e Sergio vescovo di Pota per occasione dei feudi pertinenti alla famiglia predetta di Castro Pola, de' (inali esso Sergio da dello vescovo era stato spogliato Vanno 1332. Di due sorta di beni feudali ritrovatisi esser stati possessi dall' illustriss. famiglia di Castro Pola, che dall' antica romana famiglia Sergia si tiene essere discesa; l'una si diceva beni feudali, o feudo di S. Apollinare di Pola; 1' altra beni feudali, ovvero feudo di Rogiero Morosino, rispetto che questo gentiluomo ne fu anticamente investito, e per molto tempo, egli, e gli eredi suoi lo goderono. La investitura del primo era imperiale, e dipendeva dai conti di Gorizia (*), eli' erano della famiglia d'Austria; quella del secondo era ecclesiastica, ed era concessa dai vescovi di Pola. I beni, le ragioni, e lo giurisdizioni del primo erano nella città di Pola, e nei castelli di Rovigno, Valle, e due Castelli, e nei distretti loro. Quelli veramente del secondo erano medesimamente in Pola e Polesana, in Rigaglia, Arano, Orceano, Sissano, Guargnano, I'edrolo, Bagnolo, Mugna-gnello, Galesano e Medelano, villaggi e contrade di quel territorio. Questo feudo di S. Apollinare, prima che nel- (*) Nella qualità di Conti d'Istria. Desideriamo moltissimo (li vedere l'articolo della Strenna che tratterà de'Conti d'Istria, dacché generalmente appena si sa : che erano della Casa di Abs-burgo la quale in vari rami possedeva le Alpi dalla Svizzera al Carnero ; che estinto nel 1112 il ramo Istriano, la Contea d'Istria fu unita a quella di Gorizia; che la famiglia Goriziana tornò a dividere i suoi possessi, e si formò di nuovo il ramo di Istria; che l'ultimo Conte di questo ramo, Alberto, stipulò la reciprocità di successione colla Casa d'Austria, anzi che colla Casa di Gorizia; che morto questo Alberto nel 1374, subentrò Leopoldo Duca d'Austria, perito a Sempach in battaglia contro gli Svizzeri, e dopo lui subentrarono gli credi di Casa d'Austria. Sappiamo soltanto che la Contea abbracciava assai territori, i distretti di Pisino, di Bellai, parte di Montona, parte di Buje, parte di Parenzo, parte di Dignano ; che avendo le genti del Conte Alberto fatto guasti sulle terre che erano dei veneti, scoppiò guerra intorno il 1344; che Alberto dovè arrendersi ad Andrea Morosini e Marino Grimani; che dovè recarsi a Venezia, e per la pace dovette perdere varie castella e territori; e che forse a questi pericoli di guerra allude un'inscrizione di Pola in onore di Andrea Morosini, il quale sembra avere impedito che la città e la rocca venissero in mano del Conte d'Istria. la famiglia Castro Pola pervenisse, era goduto, e possesso da un missier Giroldo di Capodistria, e da Valliorita sua sorella, per l'investitura che gli antecessori loro avuta avevano dai conti di Gorizia. Ma perchè detti Giroldo, e Valfiorita vendevano le loro ragioni di detto feudo per prezzo di L. 1500 dei piccoli ad un Pietro di Facina, e Papone Rizaldo Giustinopolitani, come procuratori di Monfiorito e Glioest di Nassinguerra cavaliere, e di Sergio fratelli della famiglia di Castro Pola, però in detta famiglia pervenne, e ciò fu l'anno 1265 ai 3 di luglio, nel qual giorno fu fatto l'istrumento di vendita, e com-prita rogato e scritto per Giacomino notaro imperiale. Per questo acquisto ai 2 di decembre dell'istesso anno 1265 Monfiorito il fratello maggiore sopraddetto insieme con Giroldo venditore comparve avanti Alberto d'Austria conte di Gorizia e di Tirolo (*), e narratogli il successo, e come con sua buona grazia egli avea da Giroldo acquistate le ragioni di quel feudo, domandò al conte l'investitura, offerendosi al giuramento di fedeltà, come si conveniva; e così avendo prima il Giroldo rinunziato ogni sua ragione d'investitura nelle mani di detto conte, dal medesimo immediate fu investito Monfiorito a nome suo e dei fratelli, come di tutto ciò appare per pubblico instrumento, il medesimo giorno rogato e scritto per Gerardo notaro imperiale. Morto Monfiorito parve al cavaliere suo fratello, che fosse bene farsi riconfermare colale investitura; però alli 8 di luglio l'anno 1285 comparve davanti il medesimo conte Alberto, e per nome suo e di Glicest e Sergio predetti suoi fratelli, e per i loro eredi, dal conte la nuova investitura ottenne; di che ne fu rogato Ottolino da Capodistria notaro imperiale. L'anno poi 1301 ai 7 di febbraro, essendo morto Glicest, Nicolò suo figlio dal medesimo conte Alberto ne volle essere di nuovo in questo feudo confermato, e così ne ottenne la nuova investitura, e di quella ne fu rogato Ottolino notaro sopraddetto alla presenza di Odorico Cuccagna di Pietro figliuolo del cav. Nassinguerra sopraddetto di Pecoraro da Verona, ed altri. Ultimamente dopo quest'anno 1301 essendo morti Nassinguerra, Glicest, e Sergio fratelli Castro Pola feudatari ed anche il conteAlberto, e successe nel contado Arrigo suo figliuolo l'anno 1305 nel dì penultimo di febbraro, andò a ritrovar Arrigo il conte ch'era in Pisino Pietro figlio di Nassinguerra il cavaliere, e per nome suo, ed anche di Nassinguerra detto Forella figlio di Sergio sopraddetto, e per i loro eredi, ottenne l'investitura di questo feudo dal detto conte Arrigo, di che fu rogato l'istrumento per Clemente di Petrogna di Capodistria notaro patriarcale, che abitava in Pola, ed a ciò furono pur Monfiorito di Coderta cavaliere Trevigiano podestà di Pola, Castemmo capitano di Pisino, Tomaso Cuccagna ed altri gentiluomini al numero di sedici in tutto. 11 secondo feudo, che vien chiamato Rogiero Mo-rosino, tale si dice, perchè anticamente fu questo con li suoi eredi investito dal vescovo di Pola, e l'ottenne pac ficamente sotto molti vescovi che confermarono anche in questo, Donato figlio di Rogiero ; ma al tempo di Matteo vescovo l'anno 1286 questo vescovo privò questa famiglia Morosini ed investì di questo feudo un *) E conte d'Istria, aggiungiamo noi. La Red. Andrea di Gionata da Pola; della qual privazione si fa menzione in un inslrumento scritto per Biinassino notaro sotto li 14 settembre di detto anno 1286. Morto Rogiero, e Donalo il figlio Morosini, il loro erede, che fu Ni-coletto Morosini minore figlio di Donato, col mezzo dei suoi commissari, che erano Marco detto Orso Giustiniano figlio di Ugolino il qual pur Ugolino era procuratore di Bogliano Contarini, e di Benola sua sorella, ch'era stata moglie del qm. Rogiero Morosini, ambidue questi commissari di Nicoletto Morosini comparvero davanti a frate Ugone dell' ordine de' minori successori di Matteo nel vescovato di Pola, e ciò fu l'anno 1309 ai 7 di febbraro, li quali commissari furono instituiti nel testamento di Donato fatto 1' anno 1308, 7 maggio e la procura di comparire davanti il vescovo Ugone appariva negli atti di Filippo di Piando Sgictio sotto li 14 novembre 1308, e dimandarono l'investitura di questo feudo in nome di Nicoletto Morosini figlio di Donato, nonostante, che era di questo feudo investito Andrea di Gionata da Matteo vescovo suo predecessore. Alla dimanda si oppose il Gionata, e diceva, che Ugone vescovo non poteva investire il Morosini, essendo stati privati questi da Matteo vescovo, e che l'investitura fatta da Matteo in testa d' esso Gionata senza causa legittima non si poteva togliere. Il vescovo Ugone prima di deliberare sopra le dimande dei commissari di Nicoletto, volle prender consiglio dei principali del consiglio di Pola, i quali furono: Nassinguerra da Castropola, Fiorimante da Parenzo, Ugo di Viviano, Ragimperto di Forinello, Cleofasso di Schinella, Galvano da Sincione, Ugo di Absalone, Scandola Amico, Domenico di Pietrorosso, Almerico di Facina, Nicolò d' Ugone, Bartolomeo di Rogiero, Antonio da Pisino Adelperto di Alberto Riccio, Pietro di Domone di Capodistria. Clemente di Petrogna notaro ai 13 di gennaro 1309 scrisse la commissione del vescovo ai suddetti del consiglio di Pola per aver il loro parere, ed ai 14 del detto mese, che fu il giorno dietro, diedero ognuno di essi signori il loro parere in iscritto al detto vescovo Ugone. I consultori furono di varia opinione, perchè Nassinguerra, Fiorimante, Regimperto, Almerico, e Pietro suddetti furono di parere, che la privazione dei Morosini fatta dal vescovo Matteo fosse invalida ed ingiusta, e che però si dovesse investire l'erede di Rogiero Morosini che era Nicoletto sopraddetto, figlio di Donalo; Antonio da Pisino fu di parere, che essendo stato investito del feudo anche il Gionata, si dovesse investire insieme col Morosini; Almerico di Facina, Nicolò di Ugone, e Bartolomeo di Rogiero furono di parere che le ragioni delle parti si dassero nelle mani del vescovo, il quale le mandasse al consiglio dei Savi; e poi secondo quelle giudicasse, ed a questa opinione aggiunse Nicolò, che non si dovesse dal vescovo dar il possesso ad alcuna delle parti contendenti, se prima non fosse venuto il consiglio dai detti Savi. Cleofasso, Ugo di Absalone, Galvano. Scandola, Domenico, Adelperto. Alla pubblicazione dei suddetti pareri furono presenti Nicolò arcidiacono, Odorico canonico della chiesa di Pola, Damiano Capello consolo in detta città per li Signori Veneziani, Andrea della Capraja, Marco di Zanino da Trivigi inorante in Pola, ed altri. F. Ugone vescovo veduti, e considerati i pareri, tenutosi alla maggior parte, venne in opinione di concedere l'investitura a Nicoletto Morosini minore, e gliela fece fare, senza però pregiudizio delle ragioni del vescovato, in caso, che si scoprisse, che Rogiero Morosini fosse stato illegittimamente investito del feudo, o che in qualche altro modo fosse caduto dalle sue ragioni, e ciò nonostante rinvestitura fatta ad Andrea di Gionata, ledi cui ragioni, coinè nulle ed invalide egli non volle ascoltare. L'investitura perciò fatta dal vescovo Ugone al Morosini fu scritta per Clemente nodaro alla presenza di Nassin-guerra Castro Pola, e di Sergio suo figliuolo, di Tomaso de' Fronti giudice da Parma, di Viviano da Praia ed altri nel giorno sette febbraro 1309. Goduto per poco tempo questo feudo da Nicoletto Morosini, essendo Marco detto Orso Giustiniano suo agente e commissario stato posto al possesso di quello da Nassinguerra da Castro Pola per commissione del vescovo Ugone; finalmente il giorno penultimo di gennaro dell' anno 1312 venne questo feudo in potere della famiglia Castro Pola, perchè Sergio figlio di Nassinguerra detto Forella, e Nassinguerra suo germano figlio di Pietro lo comprarono con tutte le sue ragioni per prezzo di D. 46 dei grossi Veneziani, da detto Marco Orso Giustiniano agente, e come persona, che legittimamente rappresentava la persona del suddetto Nicoletto Morosini minore, il quale glielo vendè liberamente, rinunziandogli ogni ragione ed azione a detto feudo spettante. Così il feudo, che fu di Rogiero Morosini, di Donato suo figlio, e di Nicoletto figlio di Donato, in virtù della comprita e vendita suddetta passò nella famiglia Castro Pola. L'instrumento di vendita e comprita fu rogato e scritto nel giorno suddetto per Clemente notaro alla presenza di Monliorito Coderta cavaliere di Guizzardo da Pietra Pelosa, di Falco Mathey dottore da Bologna ed altri. Fu goduto dai signori Castro Pola sino all' anno 1316 senza altra investitura, perchè quando lo comprarono v' intervenne la licenza ed il consenso del vescovo F. Ugone, e di Regemberto vice-domino di Pola, anziché nel detto instrumento di vendita e comprita il vescovo vi pose il suo decreto, e così lo venne con l'autorità sua a confermare; ma essendo mancato di vita il vescovo Ugone, e successo a lui nel vescovato F. Antonio pur dell' ordine de' minori, Sergio e Nassinguerra sopraddetti dimandarono al detto vescovo nuova investitura; in questo tempo questi di Castro Pola signoreggiavano la città perchè nell' instrumento dell' investitura, fattagli dal vescovo Antonio, e scritta da Leone notaro l'anno già detto 1316 ai 13 di decembre, vengono nominati capitani generali, e perpetuali della città di Pola, e così otte-nerono l'investitura, che contiene quelle stesse affettuose espressioni, che sono contenute nell' investitura del feudo di S. Apollinare, fatta dai conti di Gorizia e del Tirolo. È da notarsi, che l'instrumento d'investitura, scritto come abbiamo detto da Leone nolaro, fu scritto alla presenza di F. Bartolomeo abbate di S. Maria di Canetlo, di F. Agiolfo abbate di S. Michele in monte appresso Pola, di Palamede di Rimini giudice vicario di detti Sergio, e Nassinguerra in Pola, ed altri, ma però non fu estratto in pubblica forma sino 1' anno 1331 ai 9 di decembre, perchè Aldigieri figlio di Leone, eh' era morto, lo estrasse dalle breviature di detto suo padre, avendoglielo essi signori e capitani da Castro Pola commesso. Morto F. Antonio vescovo successe nel vescovato F. Guidone abbate della Vangadizza, il quale mandò suo vicario a Pola Donno Giacomo da Perugia, dell' ordine dei Camaldoli; comparve Sergio sopraddetto, e ciò fu l'anno 1329 ai 16 di ottobre, che pur viene nominato ca-pitanio di Pola, e gli dimandò l'investitura; ma si vede, che non l'ottenesse, e si crede a causa che questo vescovo poco fosse vissuto, e che non avesse avuto tempo di prender le debite informazioni. Morto F. Guidone vescovo, gli successe Sergio davanti il quale il predetto Sergio Castro Pola comparve per avere l'investitura; ma il vescovo tirò avanti il negozio, cosicché Sergio s'accorse, che il vescovo non gli era amico, perchè non solamente non ottenne l'investitura ma il vescovo con sequestri principiò ad impedirgli le esazioni dei frutti feudali, anziché l'anno 1332 nel dì primo di luglio fece affiggere un monitorio sopra le porte della chiesa, che conteneva: qualmente avendo egli altre volte pubblicato un monitorio generale, che chi avesse, tenesse, e malamente godesse beni, e giurisdizioni pertinenti al suo vescovato dovesse fra certo tempo aver restituito, sotto le pene e censure ecclesiastiche, gli era venuto alle orecchie, che dopo la morte di F. Ugone e di F. Antonio vescovi suoi predecessori, Sergio di Forella da Castro Pola, signore allora di delta città, avea malamente tolto, usurpato molti beni di detto vescovato, quali in uso proprio convertendo, in pregiudizio ed in dispregio della chiesa, maliziosamente e con inganno ; però lo ammoniva particolarmente, che fra certo termine dovesse aver restituito il tutto, altrimenti averia proceduto contro di lui come usurpatore e rubatore di beni ecclesiastici, la sua consuetudine nonostante. Da questo monitorio, e da altre novità contro di lui fatte per il vescovo, perchè vide Sergio non poterlo placare, nè esserne da lui ascoltato delle sue ragioni, deliberò di difendersi, onde cominciò da ogni alto contrario appellarsi al legato, dichiarando le cause dei suoi gravami in questo modo, cioè : Che Sergio, e li suoi maggiori erano stati in pacifico possesso di detto feudo per il corso di molti anni. Che il vescovo Sergio pregato da lui non volle investirlo; che il vescovo contra ragione gli aveva sequestrate 1' entrate di detto feudo in mano degl' inquilini, e lavoratori; che esso avea dimandato la rivocazione più volte di detti sequestri, e che non potè esser esaudito. Che ancora essendo esso Sergio in possesso d' esso feudo, il vescovo Sergio avea investito Andrea di Gionata da Pola, non citato esso Sergio, e non sentite le sue ragioni; che il vescovo gli aveva proibita l'esazione, anche 1' esazione dei frutti del feudo di S. Apollinare, la di cui investitura non era dei vescovi, ma dei conti di Gorizia. Che malamente avea comandato a tutti i c.urati della sua diocesi, che dovesse pubblicare questa sua proibizione sotto pena di scomunica, etiam a quelle che avessero pagato. Che esso Sergio avea fatta instanza per la rivocazione di essa proibizione, ma il vescovo non avea voluto rivocarla, e che perciò si era appellato. Che porgendosi il libello d'appellazione al vescovo Sergio dal procuratore di Sergio, il vescovo sdegnato glielo strappò dalle inani, e glielo stracciò. Con queste ed altre lamentazioni e ragioni il Castro Pola indirizzò la sua causa davanti il legato, e incam-minossi il negozio per tutto 1' anno 1332, sino il mese di marzo 1333, con atti e scritture di più sorte prodotte tanto da una parte, quanto dall' altra, insistendo il vescovo Sergio, perchè il Castro Pola restasse privo di detto feudo. Finalmente agli 11 di marzo 1333 nacque la sentenza di Pietro diFlassani canonico primic. e abbate di Colombara, auditore del legato di Bologna, a favore di Sergio da Castro I'ola, la qual sentenza fu letta e pubblicata nella città di Bologna nel detto giorno alla presenza di Bartolomeo canonico di Pola, Buonzanino di Arpinello da Foglia, D. Giacomo d' Angeline, Monino di Buonzanni, Bonifacio di Nicolò Magnani, Giacomo di Buonacorso da Forlì, e Guglielmo di Guizardo da Presari notaro. Ora lasciando l'introduzione della sentenza stessa, che cita tutti gli atti d' ambedue le parti, vengo al punto della medesima, che dice così : " Nos „ visis, et diligenter conspeclis omnibus actis, habitis, et „ productis in judicio coram nobis; auditis etiam alle-„ gationibus, quas Advocati partium praedictarum facere » voluerunt, et super ipsis omnibus nobiscum, et cum „ pluribus jurisperitis deliberationo praehabita diligenti : » Pro tribunali sedentes, et habentes prae oculis solum „ Deum, per ea, quae vidimus, et cognovimus, et summa „ liabita in judicio coram nobis, Chris ti nomine invo-„ cato diciinus, et sententialiter pronunciamus, sequestra, seu „ sequestrimi, litteras, monitiones, et praecepta ac inve-„ stiluram, et omnia sequta ex eis, et oh ea facta, et factas „ per Dominun Episcopum memoratimi contra antedictum „ D. Sergium, et in ejus praejuditium, esse et fuisse, »nulla, cassa, et irrita: praecedentia omnia revocantes „ de facto, quatenus de facto, processerunt, ac ipsum „ D. Sergium ad possessionein, vel quasi, percipiendi „ l'ructus, redditus, et proventus dictorum Feudorum „ restituimus, et redintegramus : nec non cognosci-„ mus dictum 1). Sergium investiri debere per D. Epi-„ scopuin memoratimi de Feudis praedictis secundum mo-„ dum et formam, quibus ille dictus D. Sergius, et sui „ antecessores, per Episcopos Polenses de dictis Feudis „ fuisse investitus, per instantiam puhlicam repetitus, nec »non mandandum fore inquilinos, et laboraloribus, et „ aliis debentibus solvere decimas, affìctus, et dationes de Feud. supradictis ut de eis integraliter respondeant „ D. Sergio jam dieto, et ejus procuratoribus, salvo ta-» men jure D. Episcopi Polensis, et ejus Ecclesiae super „ proprietate dictorum Feudorum, sive consistat in jura-» mento fidelitatis praestando, sive in probatione facienda „ de titulo suo super Feudis predictis, si et in quantum „ de jure tenetur, sive in aliqua causa legitima a Feudis j „ de jure caecidisset, ac etiam per propriam investituram fa-„ ciendam per D. Episcopum nulluin praejuditium ipsi, „ nec Polensi Ecclesiae super proprietate, seu jure Feu-» dorum qualitercuinque sibi competenti, contra ipsum » D. Sergium aliqualiter generetur , imo salvum re-» maneat, integrum et illaesuin in omnibus sicut prius; » remittentes D. Episcopum memoratimi cognitioni, et » arbitrio D. N. Legati supradicti super injuria per eum „ facta, laniando, et dilacerando appellationem ad ipsum „ D. Legatum, cmissam prò parte D. Sergii memorati, „ legitime puniendum. Prefactum D. Episcopum, seu Dal-» masium ejus Procuratorem, eidem D. Sergio, vel Nario „ ejus Procuratori in expensis legitime condemnando, no-» tis taxatione super eisdem imposterum reservata ». Rettificazione di lapida Albonese. Gli errori corsi nella pubblicazione di due inscrizioni nei N.ri 61-62 di questo foglio, e che non potemmo impedire, ci persuadono a ripubblicarle, aggiungendovi alcune parole per la loro intelligenza. In muro laterale del duomo di Albona sta inserita lapida di pietra calcare alta piedi quattro oncie sei, larga piedi due, grossa, come possiamo congetturare dalla conoscenza di altri simili monumenti nostrani, dalle otto alle dieci oncie misura austriaca. La pietra è intagliata a rilievo; due pilastrini striati con capitelli sostengono un cimiero; lo spazio fra i pilastri ed il timpano è diviso in due : nella parte superiore si vede scolpito un uomo a mezza figura, nella mano sinistra tiene il capo di una corda che scende nella parte inferiore, ed alla quale è attaccata un' àncora. Nella parte inferiore è incisa la seguente inscrizione : V E S C L E V E SI (VE VE in nesso) PETRONIO TRITI • F • IS ■ IN PROVINCIA • D • (IN in nesso) FE • L • TVRVS Questa lapida fu veduta da molti: due cento anni fa era visibile, il Tommasini l'aveva registrata, ma non venne inserita da quanto è noto nelle raccolte dei nostri, forse perchè i nomi barbari e le sigle offerivano difficoltà di interpretazione. La lezione che si presenta più pronta sarebbe Vesclevesi Petronio, Triti /ilio, Istria in Provincia defilile lo fecit Lucius Turus ; se non che a questa interpretazione si oppongono più cose. 11 personaggio a cui la pietra è dedicata non è straniero ad Albona: dei Vesclevesi si ha menzione in altre lapidi albonesi, e può con ragione ritenersi famiglia provinciale. Quand' anche si debba ritenere che al tempo in cui fu posta la lapida, Albona si riguardasse talmente straniera all' Istria, da parlare di questa come di provincia per ogni riguardo diversa (ciò che in verità era così), il dirlo morto in Istria, senza indicare il luogo di sua morte, che sarebbe stato a brevissima distanza, sembra cosa contraria al naturale corso delle cose. E strano in vero sarebbe che nessuna indicazione si faccia dell' età che corse, delle cariche o milizie che ebbe a sostenere, mentre dall' àncora che tiene, si riconosce che ebbe officio, fosse poi pubblico o privato; non solito poi che il monumento funebre venisse a lui eretto da uno straniero, che poi non indica se fu erede, amico, liberto, parente od incaricato per testamento. Nessuna formola funebre si riscontra, nè gli dèi mani, nè la misura del sepolcro; nè sulla pietra è inciso simbolo alcuno che accenni a morte. li invero l'insieme del monumento simile ad altri che sono indubbiamente funebri, ma simile anche ad alcuni che non lo sono. Ove però si rifletta che non potendo o non volendo onorarsi la persona, nè con statua, nè con busto isolato, il modo più economico era quello di farlo a rilievo, siccome anche tuttogiorno non è insolito; il monumento non potrebbe per la sua forma ricusarsi come onorario, al che non isconviene la formola della leggenda, anzi si adatta tacendosi l'età come è stile nelle inscrizioni onorarie. Riteniamo piuttosto che la pietra sia stata posta ad onore, e che nelle sigle si esprima piuttosto 1' officio a carico che ebbe a sostenere nel tempo in cui venne alzata; e che a precisare questa carica giovi il simbolo che tiene nella mano. Il quale è all' intutto di marina, e spiega a nostro vedere come la persona recasse le ancore a quelli che ne avevano bisogno, non già sempre in senso materiale, ma sempre con effetto equivalente. Pensiamo che egli fosse di quelli che recassero soccorso alle navi che o per burrasca o per imperizia dei luoghi o per altra causa fossero minacciati da pericolo. La navigazione ha sempre avuto bisogno di siffatte persone e le avrà in ogni tempo, perchè non basta la scienza nautica per condurre in porto i navigli, ma è bisogno della conoscenza dettagliata dei porti, delle cale, dei luoghi ove si possa stare al sicuro, e questa conoscenza non può essere sempre di tutti i capitani. Anche oggigiorno e nei secoli a noi più prossimi in queste nostre spiaggie vi ebbe bisogno di piloti costieri, e nei tempi recenti vedemmo novellamente regolarsi il servigio, ripartendolo per provincie, formandone corpo, il quale ha regolamenti e discipline. E se ciò ebbe vita ai di nostri, e nei secoli passati è ragionevole che molto più avesse luogo nell' antichità quando i marini erano meno arri-schiosi, anzi quando nell' Adriatico medesimo la navigazione dei legni da guerra si credeva troppo arrischiala nei mesi di inverno (dal 14 settembre al 16 maggio) ; è ragionevole che avesse luogo nell'antichità assai proclive a reggere ogni pubblico servigio mediante corpi e collegi. Se a corpo siffatto apparteneva il Yesclevesi della lapida, e se per qualche benemerenza o valenzia, od adulazione si avesse voluto onorarlo, è naturale che lo si facesse in patria sua, dinanzi a' suoi parenti, amici, conterranei; ed è naturale che nell'indicare la carica sua si indicasse la provincia alla quale era addetto per servigio. Non ci è noto per autorità di scrittore o di lapida che vi fosse un corpo di piloti costieri, nè qual nome avessero in latino; ma non ci sgomenta ciò, imperciocché la conoscenza di molte cose è dovuta a lapidi novellamente scoperte, o comprese, e molte instituzioni non fu- rono tramandate ai posteri colla penna dei dotti, facilmente poteva ciò avvenire per le cose di mare, alle quali i romani non diedero predilezione. Alle lapidi si è attinto il più di quello che si conosce intorno gli ordinamenti delle marine. Or è noto che gli ordinamenti della milizia terrestre furono applicali alla milizia marittima (non intendiamo della truppa armata, ma di ogni corpo addetto al servigio di marina). Nelle truppe di terra si dissero ferenlari o portasoccorso, quelli che erano destinati a sopraggiungere quando altro corpo combattente piegava, ed a sostenerlo; questa voce di Feren-tarii passò anche nella vita civile, ed amictis ferenlarius si disse quegli che veniva in propizio aiuto. Non sarebbe inverosimile clic ferentarii si dicessero negli ordinamenti marittimi, coloro che erano destinati di portare da terra soccorso ai navigli che ne abbisognassero, siccome è naturale che ve ne fossero alle coste dell' Istria per giovare a quelle flotte che solcavano 1' Adriatico per passare all' emporio di Aquileja che era frequentatissimo, anzi colossale. Se così dovese essere la cosa, la lapida avrebbe pronta spiegazione fino all' ultimo verso. Yesclevesi sarebbe stato del corpo dei Ferentariad detto alla provin-1 eia dell' Istria, avrebbe in questo corpo avuto la carica di decurione (non sembrando di doversi preferire quella di due t or). Noi leggeremmo : Yesclevesi Petronio Triti filio, Istria in Provincia Decurioni Ferentariorum . . il rimanente offre altre difficoltà. Allorquando vedemmo l'inscrizione or sono più anni, non ci accorgemmo di punto alcuno fra la L ed il TVRVS; in altro apografo tratto or sono assai anni sta LT. VRVS; in copia inviataci dal Sig. Tomaso Luciani L. TVRVS, e sarebbe questo il nome del dedicante Lucio Turo. Se non che a questa lezione farebbe ostacolo il vedere questo celta avere prenome romano senza portare poi nome di famiglia alla forma romana, mentre la stessa persona onorata assunse bensì nome romano gentilizio, ma conservò il proprio barbaro, nè curò di assumere prenome romano. I Celti dell' Istria e delle regioni contermini sembra non usassero nomi gentilizi, ma indicassero soltanto la paternità nel modo come l'usarono gli Slavi vicini e lontani, come 1' usarono altre nazioni nello stato di barbarie, e Greci, ed Ebrei ed altri ancora; ned è vero che anche gli Italiani usassero generalmente così nel medio evo, e che la desinenza de' cognomi in i, fosse il nome del padre in genitivo, poiché è anzi il nome gentilizio io 1VS del quale non pronunciavansi le due ultime lettere. I Celli nostri si segnano sulle lapidi costantemente Yesclevesis Triti filius - Abennaeus Catali filius, Morcius Pletoris filius, Maetellus Laepocus Suri filius, Laepociae Hospolis filius, Messius Laevicus Lam-beri Libertus. Le donne egualmente seguirono questa pratica: Poccia Prisca Vetsonis filia, Sabina Laevica Mergii fi-lia; Ternilla Laevica Regillae Liberta, Ovia Laevica Domatoris filia, Magaplina Raeci filia, Flaemica, Sestia Ursa, Hospita Petronia, Aelia Quarta Volsetis filia, Avita Suioca Yesclevesis filia, Velsovna Suioca Yesclevesis filia. Abbiamo lapida favoritaci in apografo dal sig. T. Luciani, nella quale si vede persona che adottò intieramente il sistema romano, di nomi, ed il di cui padre è accennato col nome barbaro Sextus Ceionius Voltimesis filius Claudia (ex Iribii) Loscus. Così in provincie vicine leggemmo su pietre sincere Vibenus Consoni» filius, Surus .... iuci filius, Firmus Voltuparis filius, Vollrex /////// etoris filius, Suerus Sau-ceri filius, Secconius Anamonlis, Rus ficus Secconis filius, Ennina Voltregis filia, Voltavo Yoltregis filius, Voltavo Ureani filius, Rusticus Secconis filius, Oppato Firmi filius, Severa Anionis filia, Etorega.Bujonis filia, Vibun-ìiia Uss.... filia. Mai ci è accaduto di leggere un nome personale barbaro, col prenome romano, e senza quelle altre indicazioni di famiglia usate dai Romani. Nè trovavasi difficoltà di romanizzare i notni dei Celti, imperciocché vediamo registrata dal Tomitano memoria di un M • SURINVS • M • F • MARCELLVS, i nomi del quale sono tratti dal SVRVS e dal MARX celtici, assai frequenti, e fu come sembra uno di quei celti che ammessi alla Curia tergestina per decreto di Antonino Pio, vi ebbe onori e cariche, da lui ostentate. Così in altre leggende vediamo romanizzarsi VOLG1NIA VOLSONIS • F •, ed il di lei liberto Lucius Volginius Genialis; così un BOIX farsi Caius Boicus Avilus, una LOTTIX MARX farsi Lotticina Marcellina, e così dal celtico farsi un Lucius Pletoronius Luponius, una Balbica Vietala, una Pletoronia Polla. In lapida dell' isola di Cherso pubblicata dal Luciani si ha menzione di un TVRVS, ma vi si dice Q. Nigi-dius Turi filius, per indicare la figliazione di questo novello romano. Dubitiamo molto che si debba leggere Lucius Tu-rus nella lapida del nostro capo dei piloti costieri; dubitiamo che vi si abbia a ritenere il Turus, nome di persona, perchè vi manca onninamente la paternità. Piuttosto pensiamo che la L • debba riferirsi al FE, ed esprimere la qualità di Liloralium, rimanendo così il solo TVRVS ad indicare la persona che alzò il monumento. Però anche per questo TVRVS, sebbene nome noto nel Carnero, abbiamo dubbiezza per tacere di altre sue qualità, ma forse il solo nome era sufficiente allora, sebbene a noi noi sia. Nel leggere l'inscrizione suddetta : Vesclevesis Petronio Triti Iilio Istria in Provincia Decurioni Ferenta-riorum Litoralium, Turus (feci!) non intendiamo che di proporre un argomento di esame ai dotti. Memorie istoriche antiche e moderne della terra e territorio di Albona. (Continuazione. — Vedi i numeri 60, 61-62, 63-64.) CAPITOLO VIII. Della dedicazione volontaria di Albona al dominio dei Veneti. La maggiore delle felicità de' vassalli si è l'esser soggetti alla protezione e governo d' un ottimo principe. Or questo maggior principe potea sceglier Albona per suo protettore e padrone della sempre invitta e gloriosa repubblica di Venezia, ragguardevole e possente non meno per la durabilità che sorpassa di tempo le più gran monarchie, che per le gesta magnanime da lei oprate in tutti i tempi in difesa della fede ortodossa, e in guarentigia della cattolica Italia? Perlocchè convocato il consiglio de' nobili, e con l'assenso anco dei suoi popolani con parte del medesimo consiglio del dì 3 giugno dell'anno 1420 risolse spedire per suoi ambasciatori Gregorio Nicolò q.m Tomaso, notaio pubblico, Paolo [[.in Matteo, e il di lei pievano don Pietro, e per parte de' giudici ci andaron Benedetto e Giovanni con facoltà imparziale di trattar a piè del regio trono della Repubblica la di lei dedizione, colle condizioni espresse in essa parte, le quali dal serenissimo doge Tomaso Mocenigo e dall'Eccellentissimo Senato le furono con pietosa clemenza accordate, contenendo in sostanza: I. Che sia conservato il castello d'Albona intatto con i beni dei di lei abitanti, le loro consuetudini, ed i beni della comunità e sue ragioni rimangano in suo potere, come al tempo del patriarca d'Aquileia. II. Che le settanta marche solite contribuirsi al patriarca medesimo, o al marchese d'Istria di lui feudatario, siano corrisposte annualmente alla Serenissima Signoria di Venezia, la quale in appresso destinolle al capitano di Raspo, III. Che il consiglio d'Albona abbia facoltà di eleggere a suo piacere il proprio podestà, a condizione però che sia suddito del Sereniss. Dominio (a cui spetti la conferma) dovendosi dalla comunità corrisponderle per suo mantenimento ogn' anno moggia 150 di formento, altrettante di vino, e 100 d' avena a misura del paese, un formaggio, ed un castrato per ogni mandra d'animali minuti di tutto il territorio, invece del qual castrato fu ordinato con Ducale del Sereniss. Francesco Foscari del dì 10 luglio 1442 di doverseli contribuire soldi 50 de'piccoli, e la sesta parte delle condanne per suo appanaggio le quali furono poscia commutate in D. 100 de'piccoli da corrispondersi dalla stessa comunità, a cui restar debbono le condanne medesime stipendio de'ministri, e per altre pubbliche urgenze con obbligo al podestà di tener cinque servi e dei cavalli. IV. Che dal consiglio medesimo siano eletti ogni sei mesi due giudici, ed un canevaro o sia camerlengo il quale debba presso di sè custodire le chiavi del luogo, e la cassa della comunità ed essi giudici, insieme col podestà siano tenuti due giorni per settimana, di seder al tribunale per prender ragione a' popoli. V. Che, non essendo costume d'Albona di mandar le sue genti alla guerra, non siano tenute d' andarvi se non in Istria. VI. Che così gli abitanti d'Albona, che i forastieri possano o vendere, o condur francamente ogni sorta di merci, senza pagar alcun dazio, come fu sempre praticato. Vii. Che li banditi d'Albona in qualunque tempo, non potessero giammai ritornarvi, e ciò per toglier ogni scandalo e inconveniente che petesse accadere. Vili. Che l'entrate della comunità rimaner debbano in poter della stessa per pagar le marche antecedenti, i stipendiati, ed ufficiali della medesima e per altre pubbliche urgenze. IX. Che non sia imposto verun dazio, o gabella al paese, se non quegli che trovavansi a quel tempo; ed in fine X. Che in riguardo alla penuria che provava in quest' anno il paese, a cagione della siccità, le fosse per grazia per quell' anno solo rilasciata la metà delle IO marche accennate, al che il principe Sereniss. benignamente annuendo, gli concesse tal esenzione per due anni. In esecuzione di ciò, stipulali che furon gli accennati Capitoli e reso da prenarrati ambasciatori 1' omaggio alla Sereniss. Repubblica per nome di tutta la comunità, e prestato il dovuto giuramento di fedeltà, presentarono pur anco alla maestà della lor nuova sovrana il da lor eletto primiero rettore Cattarino Barbo (che si crede fosse zio di Pietro Barbo patrizio veneto, il quale creato da Eugenio IV di lui zio materno cardinale della S. R. C. fu poscia nel 1464 elevato al trono apostolico col nome di Paolo II), il quale confermalo dalla pubblica sovrana autorità, con pietosa clemenza ordinolle di ben governare la novella sua suddita Albona rimandando conlenti gli ambasciatori medesimi alla patria. Fu poscia spedito il novello rettore alla carica di Raspo superiore a quel tempo nel militare in provincia, con ordine a quel capitano N. U. Giovanni Cornaro di portarsi con esso nuovo rappresentante in forma pubblica a prender possesso, in nome del Sereniss. Dominio della terra d'Albona, e Castello di Fianona (il quale pure, in tal incontro dedicossi ancor esso all'obbedienza dell'augusta Veneta Repubblica) e loro territori. Entrato la mattina dei 15 luglio il supremo comandante, con numeroso seguito in Albona fu ricevuto con sommo giubilo da nobili e popolari Albonesi, e complimentato da Domenico qm. Lorenzo, e d'Andrea qm. Zaccaria a quel tempo giudici, in nome della comunità tutta, e letti i capitoli della dedizione ricevette da ogn' uno il giuramento di fedeltà alla stessa gloriosa Repubblica, facendo inalberare il vessillo del glorioso evangelista S. Marco di lei gran protettore. Indi presentato al consiglio il nuovo podestà canlossi nella nuova chiesa collegiata l'Inno Ambrosiano in rendimento di grazie a Dio, e facendo del tutto rogarne instrumento in pubblica forma ritornò il capitano medesimo alla di lui residenza. In tal guisa fu ricevuta la patria d'Albona per divola vassalla della Sereniss. Veneta Repubblica dalla quale (in aggiunta alle grazie antecedenti) ottenne pur anco la conferma della libera elezione del di lei pievano, e quella del di lei cancelliere che sebbene questa talor combattuta da qualche suo nuovo rettore fu però sempre dalla clemenza dell' adorato suo principe confermata con ducali, e specialmente con quelle del Sereniss. Francesco Foscari 21 marzo 1446 del Sereniss. Marco Barbarigo 6 marzo 1499, del Sereniss. Agostino di lui fratello e successore 28 gennaro 1502, del Sereniss. Francesco Molino 1." aprile, ed altra 8 agosto 1646, e due altre del Sereniss. Domenico Contarini 26 gennaro 1659, e 13 agosto 1674. L' elezione del podestà, continuò interrottamente nel consiglio d'Albona sino all'anno 1464, nel quale per togliersi la comunità da ogni impaccio e dispendio nella spedizione de' nunzi alla Dominante, risolse con parte dell' istesso consiglio del dì 7 febbraro di spogliarsi d'un tal privilegio, rinunciandolo a piò del trono dell'augusta sua sovrana, da cui graziosamente ottenuto l'avea, mandandovi, a tal fine per suoi nunzi Tomaso Luciani per parte de'nobili, e Cosimo Vuragovino per quella dei popolari. Successe però in vari tempi, eh' alcuno de' suoi rettori (che a nome pubblico la governavano) pretendendo alterare l'osservanza dei di lei statuti e privilegi, ricors' ella col mezzo de' suoi nunzi alle soglie del real gabinetto della veneta sua sovrana, e sempre ottenne grazioso rescritto alle di lei umili suppliche, come appar dalle lettere ducali del Sereniss. Francesco Foscari 27 gennaro 1444, e 22 febbraro 1450. le quali per decreto dell' eccelso consiglio di X ordinano, che le grazie concesse alla terra d'Albona in prima dedizione ne siano revocate. Altra del medesimo principe 3 luglio 1451 che conferma i privilegi, altre due simili del Sereniss. Leonardo Loredano, l'una del 1506 e l'altra del 1507. Due | ? ; altre del Sereniss. Landò, la prima in data 23 settembre 1538, e la seconda 16 gennaro 1539, le quali ordinano che i nobili cittadini d'Albona sieno esenti (come sempre lo furono) dalle fazioni reali e personali essendo anche ciò ordinato con lettera del consiglio dei X Savi dell' ec-cellentiss. Senato in data 19 maggio 1570 e con sentenza del nobil uomo Alvise Tiepolo podestà e capitanio di Capodistria G. D. del dì 31 dicembre 1639. Altra del Sereniss. Nicolò da Ponte dell'anno 1584 che commette al podestà d'Albona l'osservanza de' di lei privilegi. Tre altre dei Sereniss. Francesco Erizo, Francesco Molino, e Domenico Contarini, la prima in data 26 novembre 1641, la seconda 7 aprile 1646 e la terza 30 gennaro 1668 che confermano i privilegi, ordinandone ai podestà di quei tempi la di loro puntuale osservanza. Ed in fine quella del Sereniss. Alvise Contarini in data 4 settembre 1676, che ordina al podestà di quel tempo, l'osservanza dei medesimi privilegi, e particolarmente il 7.°, 10.° Capitoli che venivano dallo stesso impugnali. A tante grazie concesse dalla reale munificenza del principe alla fedel sua Albona, una ve n' aggiunse, speciosa per mano del nobil uomo Pietro da Mosto Avo-gador, e sindico generale in T. F. ed in Istria, il quale con speciale suo decreto del dì 28 aprile 1566 concesse nel consiglio dei nobili la facoltà di crear un collegio di dieci notari civili, che sebben da qualche tempo trascurata, sussiste però nel vigore; potendosi nuovamente ripigliare. (Sarà continualoJ Frammento di statua seduta scoperto in Trieste. Le statue antiche delle quali vi aveva tanta abbondanza nelle città romane, o per adornamento dei fori e piazze, o dei campidogli, hanno patito distruzione più assai che altre anticaglie. Frequentissimi sono i piedestalli da per tutto in marmo ed in pietra calcare, in Po-la, in Parenzo, in Trieste, ed anche, sebbene pochi, in Cittanova; in Trieste abbiamo tre piedestalli di statue equestri che erano di bronzo doralo, altri che lasciano certezza essere state le statue di bronzo; di marmo dovevano esservi moltissime sia di imperatori, sia d'illustri persone, ma rarissimo è il rinvenirsi le statue medesime, contro le quali pare essersi mossa guerra di distruzione; appena qualche testa si scopre talvolta. Ricordiamo di avere veduto in Pola le fondamenta di una muraglia della fossa fuori di porta Minervia od Aurata, fatta di sta- tue mutilate a cui s'era tronca la testa, di avere anche altrove veduto qualche torso adoperato in muratura, mutilato in maniera da poter appena riconoscere che era già statua. E quelle poche che abbiamo potuto vedere, erano generalmente di lavoro non perfetto, prova che la scoltura quadrataria ed ornamentale fosse più in fiore che non la statuaria. In prossimità al campidoglio tergestino, in sito ove le anticaglie furono già frequenti, ed indizi non ispre-gevoli fanno sospettare essere stato contermine al foro precipuo (che a differenza di Pola era collocato nell'alto del colle anzi che in prossimità al mare) fu tratto dal terreno il frammento di statua che rappresentava persona seduta. Vi si vede ancora da un lato la sedia curale della forma solita, forma conservata ancora dalla chiesa cattolica nei faldistori : il torso è ancora riconoscibile, testa e braccia, come di consueto, rotte da antico. Dalla sedia e dal paludamento può dedursi che il personaggio fosse dignitario dell' antica colonia; fosse duunviro od altro. Il sito da dove venne tratta fa congetturare che fosse già di ornamento nel prossimo foro, alzata per gratitudine pubblica, o per privata adulazione, insieme alle molte che volevansi porre siccome mezzo a promovere le pubbliche virtù. — Riparò al Museo di antichità. Osservazioni meteorologiche fatte in Parenzo all'altezza di 15 piedi austriaci sopra il livello del mare. Mese ali Settembre IH-15. c fe | e t o o O '5 Ora dell' osser- Termometro R Barometro Anemoscopio Stato del Cielo <- o O " 2 C s? 1 o o "5 Ora dell'osser- ijTermo-metro R Barometro Anemoscopio Stato del Cielo 3 = S SJ vazione Gra. 1,r: cimi Col-liei I Li- I nee | De-| cimi 5 = 5 O rz vazione | tira. I De-1 cimi 1>OI-lici Linee I1": |cimi 1 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +15 TU [-14 2 6 8 1 27 27 27 10 10 10 6 6 6 Levante Tramontana Calma Nuvoloso Pioggia Nuvolo 16 7 a. m. 2 p. m. 10 „ + 13 + 16 + 13 8 0 1 27 27 27 9 9 9 0 5 8 Tramontana Maestro Levante Nuvolo Sole e Nuvolo Sereno 2 7 a. m. 2 p. m. 10 „ f 16 -[-ig +u 0 8 8 27 27 27 10 9 9 2 7 0 Calma Ostro Scirocco Sole e Nuvolo Pioggia detta 17 7 a. m. 2 p. m. 10 „ l+U 1+17 1+13 0 0 8 27 27 27 9 9 9 8 8 8 Levante Ostro Levante 1 Sereno detto detto 3 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +13 ;-ic +12 4 s 27 27 27 9 10 11 8 4 0 G. Levante Maestro G. 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Levante Scirocco detto Semisereno Nuv olo Pioggia 19 7 a. m. 2 p. m. 10 „ + 16 + 16 + 11 0 8 1 27 27 27 10 11 H 2 0 0 Scirocco detto Garbin Nuvoloso detto Nuvolo lampi e tuoni 5 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +16 +17 +16 4 4 6 27 27 27 9 10 10 9 0 0 Garbin detto detto Nuvolo detto detto 20 7 a. m. 2 p. m. 10 „ + 13 +12 +11 »! 27 27 27 i 11 11 11 8 8 9 Tramontana Greco detto Nuvoloso Sereno detto 6 7 a. m. | 2 p. m. to „ I +17 -[•19 +17 1 0 0 27 27 27 10 10 10 2 1 2 2 Garbin detto detto Nuvolo detto Piaggia 21 7 a. m. | 2 p. m. 10 » 1 +u +15 f 12 4 | 0 0 | 27 27 27 11 11 11 9 9 9 Greco Maestro Levante Sereno detto detto 7 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +13 tic +13 4 2 0 27 27 27 8 8 9 0 1 2 Scirocco Garbin detto Pioggia Nuvolo Pioggia 22 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +13 + '6 +13 1 0 0 28 28 28 0 0 0 0 l 0 6 Levante Maestro Levante Sereno Sole e Nuvolo Sereno 8 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +13 f 16 + 12 0 2 8 27 27 27 11 11 h 5 5 5 G. Levante Ostro G. Levante Sereno detto detto 23 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +13 +16 +11 8 0 0 28 28 28 1 0 0 0 8 8 Levante Maestro Levante Sereno detto detto 9 7 a. m. 2 p.in. 10 „ fl2 +16 f 13 3 8 8 28 28 28 0 0 0 0 0 0 G. Levante Tramontana G. Levante Sereno detto detto 24 7 a. m. 2 p. m. 10 „ -j-14 + 16 +11 0 1 0 28 28 28 0 0 0 8 8 0 Calma Maestro Levante Sereno detto Nuvoloso 10 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +12 -1-16 |14 5 9 8 28 28 28 0 0 0 1 1 1 G. Levante M. Tramont. Levante Sereno detto detto 25 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +u +17 +u 6 ! 8 8 ! 27 27 27 11 11 11 8 8 8 Calma Maestro Calma Sereno detto Nuvoloso 11 7 a. m. 2 p. m. 10 „ + '2 + 17 |14 5 0 8 28 28 28 0 0 0 1 0 0 Levante Maestro Calma Sereno Nuvoloso detto 26 7 a. m. 2 p. m. 10 „ ■j-14 + 15 +14 5 1 5 0 27 27 27 10 10 10 2 8 8 Levante Calma Levante Nuvolo Poche gocce Semisereno 12 7 a. m. 2 p. m. 10 „ fU +17 +14 5 8 0 27 27 27 11 11 11 5 8 8 Calma Maestro Levante Nuvoloso Sereno detto 27 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +11 +16 + 15 1 5 0 27 27 27 10 10 10 8 8 8 Calma Maestro Levante Sereno detto detto 13 7 a. m. 2 p. m. 10 „ + 14 +18 fl5 4 0 2 27 27 27 11 11 11 8 8 8 Levante Maestro Levante Sereno detto detto 28 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +11 +11 +11 0 5 0 27 27 27 11 11 11 0 4 8 Tramontana detta Levante Sereno detto detto 14 7 a. m. 2 p. m. 10 „ 14 +18 |15 1 0 1 27 27 27 11 11 11 8 8 5 Levante Maestro Levante Sereno detto Nuvolo 29 7 a. m. 2 p. m. 10 „ +12 +u + 9 0 2 8 27 27 27 11 11 11 8 8 8 G. 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