Il giorno di domani è giorno di letizia per la Città e per la Diocesi di Trieste; Mon signor Vescovo II. ANNO. Sabato 17 Aprile 1847. M 26—27. lì. BARTOLOMEO 1120AT sale la cattedra antichissima di Trieste, la quale alzata stabilmente in vescovile dal protoepiscopo Frugifero nel 524 di nostra salute, fu occupata da illustri prelati in ordine continuo di successione fino ai nostri per ben quattordici secoli; quella cattedra che fu già tenuta da Fortunato degli Antenorei poi patriarca di Grado, da Diatimoro, da Bernardo, da Corrado Bojani della Pertica passato in concetto di santità, da Fra Pace, dal Saltarelli, da Enea Silvio Piccolomini, che poi divenuto Papa col nome di Pio II fu dei più illustri Pentefici che noverasse la chiesa cattolica; da Pietro Bonomo prudentissimo prelato, dal dotto Andrea Rapido, dal pio Giovanni Miller, e da tanti altri non meno insigni per pietà che per virtù, i quali mantennero lo splendore della chiesa tergestina, apostolica, perchè fondata da' santi eh' ebbero mandalo dallo stesso Evangelista s, Marco, inviato in Aquileja dal principe degli apostoli s. Pietro. Le condizioni dei tempi recenti vollero che i due vescovati egualmente antichi di Cittanova e di Pedena, quello soppresso nel 1831, questo nel 1788, venissero ad aumentare la diocesi tergestina; pei quali avvenimenti Monsignor Legat viene ad essere successore per riguardo a Cittanova, di s. Fiore protoepiscopo, del beato Lorenzo Giustiniani, di Maffeo Contarini, dei due cardinali Francesco ed Alvise Pisani, del Vielmi insigne per dottrina e per pietà, del Tommasini, del Mazzocca, del Negri, dello Strafico; e per riguardo a Pedena, successore di s. Niceforo, di Giorgio Slatkoina, di Giovanni Barbo, di Antonio Zara, di Aldrago dei Piccardi. Nel dì 2 maggio salirà la cattedra di Giustinopoli, insigne essa pure per vetustà e per virtù dei prelati. La domenica scorsa ebbe luogo in Gorizia la consacrazione di Monsignore per mano dell'arciv. di Gorizia S. A. il Principe Luschin, metropolita di tutto il regno illirico, successore dei patriarchi di Aquileja; assistettero alla consacrazione Mons. D. Antonio Peteani di Parenzo, Mons. Foretti di Chioggia. La funzione sì solenne, sì religiosa, commosse gli astanti, e parve a più d'uno che il veder operata la consacrazione da un prelato i di cui predecessori con ordine continuato risalgono fino all' Evangelista s. Marco, il quale ebbe missione da s. Pietro; il vederla data a prelato il quale va ad accrescere la serie di vescovi che senza interruzione risale fino al 524; il vederla operata con riti sì antichi, parve a qualcuno che il consenso di tanti secoli che direttamente retrocedono attraverso vicende sì variate fino al primo bandirsi di nostra santa religione, sia argomento ben più persuadente e sicuro in favore di questa perchè tratto da storia, che non il supplire alla sconoscenza dei fatti e delle origini delle istituzioni, con induzioni tratte soltanto dalla propria mente, la quale presume giudicare di un'istituzione positiva, della chiesa di Dio, lasciando a parte la storia. Noi non ripeteremo le solennità di quella consacrazione, di cui parlò l'Osservatore Triestino, nè parleremo della santa letizia di cui sono comprese le diocesi di Tergeste e di Giustinopoli, arra e testimonio di quella religione che diffusa da santo Ermagora, suggellata dal sangue dei martiri, venne conservata per lungo ordine di tempi qual sacro fuoco che illumina, alimenta la vita, e guida a salvezza; nè le lodi del vescovo nostro diremo; ci sia permesso soltanto di ricordare che la Maestà del religiosissimo Imperatore nostro FERDINANDO I, il Beatissimo Padre PIO IX, davano a Tergeste vescovo degno per santità di vita, per dottrina, per pietà, di succedere ai prelati che pria di lui tennero la cattedra tergestina. DEGLI SLAVI ISTRIANI. (Continua*, e fine J CAPITOLO XII. Carattere morale. L' educazione morale e politica degli Slavi la ricevono dalla loro religione. Nel descrivere i loro costumi, le loro usanze domestiche, credo d'aver fatto abbastanza conoscere che in ogni atto della loro vita si regolano dietro i dettami del Vangelo; unica scuola in cui sono quasi tutti finora ammaestrati. Ciò tutto si può di leggeri ravvisare nelle circostanze più solenni della loro vita, cioè nei loro matrimoni, nei battesimi, e nei funerali. La virtù primaria, per cui i nostri Slavi vanno distinti, è l'ospitalità portata al sommo grado; ospitalità che non niegano a veruno giammai. Accolgono di buon grado, e sempre con ciera allegra, anche gli stranieri e sconosciuti, e non li lasciano partire dalle loro case, se pria non gustino del loro pane, non assaggino del loro vino, che per gli ospiti, od amici, tengono sempre riservato. Il padrone di casa è quello che reca il boccale pieno di vino, beve per il primo alla salute degli ospiti, e poi loro lo porge perchè bevano di animo lieto, e senza timore alcuno. Uso antichissimo tra gli Slavi Istriani, per togliere forse qualunque sospetto sulla sincerità dei loro sentimenti. E perciò di qualunque grado siasi la persona che entra nei loro abituri, deve accostare le labbra al nappo ospitale, per dar prova di fede, altrimenti la famiglia tutta ne rimarrebbe assaissimo offesa. Se uno volesse schermirsi col protestare di essere astemio, o di non aver sete, perderebbe sul fatto per lo meno la metà della stima e del rispetto che sogliono sempre tributare gli Slavi nostri alle persone civili, o di rango superiore. Una sola presa di tabacco offerta da persona di qualche riguardo ad uno dei nostri Slavi, basta per cattivarle il di lui cuore per sempre. Quelli che viaggiano tra gli Slavi, se anche non fanno uso di tabacco, faranno sempre cosa ottima portando seco una bella e grande tabacchiera per offrirne all'uopo a quelle persone con cui gli avverrà di conferire. Per quanto prezioso potesse essere quel tabacco, sarà sempre ben ricompensato, o con atti cordiali di servizio, o con vivissimi ringraziamenti. Ed il favorito narrerà poi per lunga pezza l'onore avuto di una presa di tabacco dalla tale, o tal altra illustre tabacchiera. Ed una presa di tabacco data a tempo e con bel garbo in tempi nefasti ed a noi non tanto lontani, ha salvato più d'un galantuomo da dispiacevoli incontri. Gli Slavi, memori delle promesse fatte da Gesù Cristo a chi sovverrà il povero nel suo Nome, sono assai caritatevoli, e senza sospetto di sorta ricovrano i peregrini nelle loro case. E per quanto sieno di poche fortune, non lasciano mai dipartirsi il mendico senza cibarlo, e senza mettere nelle sue bisacche, o grano, o lana greggia dei loro animali. I mendichi però che bat- tono alle porte degli Slavi Istriani, sono per la maggior parte forestieri, perchè, come si è detto, gli Slavi nostri non vanno* mai ad accattare la vita, tranne il caso di estrema necessità: caso rarissimo però per essere quasi tutti possidenti, e perchè nei bisogni si prestano vicendevole soccorso. Temerebbero di offendere la divina Provvidenza se potendo procurarsi il pane co'loro sudori, lo andassero ad elemosinare a pregiudizio dei veri bisognosi. Gli Slavi accattoni, per lo più giovani sani e robusti, appartengono a quella parte dell' Istria che con la Liburnia. o con la Pannonia confina. L' amicizia è pure uno dei principali sentimenti dei nostri Slavi. Essi non sono sì facili nello stringere a-micizie, ma ove le abbiano strette, le conservano sino alla morte. All'occasione dei battesimi e delle cresime si formano le più belle amicizie. Sono amicizie di fatto, e non di parole, perchè tra gli Slavi non si conoscono minimamente le doppiezze e le simulazioni del gran mondo incivilito. Se uno Slavo si facesse a tradire il suo amico, sarebbe mostrato a dito, e verrebbe esecrato e fuggito da tutti. Guai a colui che, sotto il manto dell' amicizia o di una parentela spirituale, disonorasse in qualche guisa la casa del suo amico o compadre! Comunemente si ritiene che gli Slavi sieno sospettosi, maligni, ed uomini di poca fede. Se ciò può esser vero in alcuni casi, non Io è però nel generale. Ove si accorgano di essere stati ingannati una volta da persona che porti vetada o giacchetta di panno, che questa non isperi di essere mai più da essi loro creduta; ma ripongono intiera fiducia nelle persone che li trattano con onoratezza e giustizia. Se ne adontano fortemente, ove fede loro non si presti, e quindi chi ripone in essi loro credenza, può andar sicuro di non rimanere tradito. Ripetono spesso il loro favorito proverbio: "Chi non ha fede, fede non merita. - Covèk brez vére, vére nije vré-dan„. E perciò in certi casi è meglio rimettersi in loro, nella loro coscienza, anziché dimostrare d'invigilar sulla loro condotta, e di dubitare della loro onestà. Gli Slavi nostri sono bensì sagaci, ed arguti ancora, e dotati di talenti non comuni. Quantunque non conoscano l'aritmetica sanno conteggiare a mente in guisa da sorprendere. Danno risposte tal fiata da destar meraviglia (*). Sono rispettosi poi verso i loro superiori e massime verso gli ecclesiastici. Verso il loro Sovrano non già soltanto amore e fedeltà, ma eziandio la più profonda venerazione professano. L' opporsi alla volontà del sovrano, od a quella delle pubbliche autorità, si farebbero uno scrupolo soltanto il pensarlo. Sanno tutti pronunciare all'uopo il detto evangelico: "Date a Cesare ciò che è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio.— (•) A proposi'o di prontezza di spirito elio si riscontra negli Slavi riferisco, fra' tanti, il solo seguente piacevole aneddotino: "Avvenne che in una bottega da caffé della provincia si trovassero alcuni Slavi che bevevano il cafTè. Un zerbinotto dalla gran barba con speroni sonanti ai piedi, con frustino in mano, volendo prendersi spasso di loro, azzardò di dire alla loro presenza :-Ora che i villani bevono il calTè, noi dobbiamo pagarlo a più caro prezzo.-Uno degli Slavi si alza tosto dalla sedia, gli fa di cappello, e risponde:-Ha ragione, mio signore, perchè anche il formentone si paga molto caro, dacché le loro signorie si degnano di mangiar la polenta. Dajte Cesaru što je česarovo, a što je božje, Bogu». A questo proposito mi sovviene del seguente dialogo tenuto con un vecchio slavo della mia parocchia, uno di quelli nati ancora, com' essi dicono, sotto s. Marco. CAPITOLO XIII. Dialogo tra un Paroco ed un Zupano. Mi recai un giorno in una villa della mia parocchia. Sedente su di un sasso innanzi la porta della sua casa vidi un venerando vecchio, che stava orando colla corona in mano, godendo il sole che splendeva bellissimo. Alcuni fanciulletti bianchi e rossi come poma, gli scherzavano intorno. — Buon giorno, barba Zupane. — Buon giorno, rispose il vecchio senza alzare la testa che gli pendeva sul petto. — Come state, barba Zupane? 11 vecchio alzò la testa, fece scorrere le dita della mano sinistra sugli occhi, e, nel ravvisarmi, esclamò : — Buon Dio! voi siete, Gospodine Piovane? È molto tempo che non vi ho veduto, perchè non posso più venir alla nostra chiesa. Le gambe non mi vogliono portar più; ed io, come vedete, prego sempre a casa per me e per gli altri, perchè non posso far altro. I miei devono lavorare notte e giorno per vivere onoratamente: e mi duole assai per non poter fare anch'io qualche cosa di utile.... — Buon vecchio non affliggetevi punto per ciò; avete travagliato abbastanza per i vostri giorni, ed ora lasciate che ci pensino i giovani. E poi sono molti in famiglia che guadagnano'il pane per sè, e per quei vostri bei nepotini che vi scherzano intorno. — E appunto per questi che dobbiamo pensare; perchè non sono li bovi, bensì li vitelli quelli che mi guastano le mede del fieno! Ma perchè, dragi moj Piovane, non venite a trovarci più spesso? Anche noi di campagna siamo vostri, sapete; e vi amiamo come nostro padre. I miei figli ed i miei nipoti mi raccontano alla sera, quando siamo assisi intorno al fuoco, tante belle cose intese da voi in chiesa; ed io piango dal dolore per non poter io stesso venirvi ad udire. Ier sera appunto raccontavano la storia di un certo Abramo, che mi fece piangere.... — Ali! sì, del patriarca Abramo, volete dire, o buon vecchio. — Ma è propriamente vero, che un tempo Iddio si degnasse di parlare cogli uomini? E coi contadini, e pastori, come siamo noi! E vero, che Dio abbia ordinato ad Abramo di sacrificargli l'unico suo figlio? — Verissimo, barba Ive; e lo ha voluto provare nella fede, per lasciare un bell'esempio al mondo, che ne ha tanto poca! — Ma io ho fede, dragi moj Piovane; ed ho creduto sempre, e credo tutto quello che crede ed insegna la nostra santa Madre Chiesa. — Non ne dubito punto, barba Ive; e per ciò ap- punto Dio vi benedice, e vi consola nella vostra vecchiaia con una bella e buona famiglia, amata e rispettata da tutti. —Ma giacché il Cielo vi ha portato qui voglio pregarvi di leggermi una lettera di un mio nipote militare che giunse ieri, come dicono, da un paese assai assai lontano. Me la feci leggere l'altro dì da mistro Toni, che tesseva in casa mia; ma non ha saputo farmi intendere quasi nulla. Mi diceva che mio nipote sia andato alla guerra... che non ritornerà forse più.... che ha di bisogno di fiorini...; ma io non credo nulla di tutto ciò, perchè da quando siamo sotto questo sovrano, noi non abbiamo mai avuto guerra, e siamo sicuri come in una fortezza. Mio defunto nonno mi raccontava bensì, che un tempo, dalla parte del monte Maggiore discendevano a truppe certi uomini che chiamavano Uskoki, a spogliarci dei nostri animali, e ad incendiare per fino le nostre case. E mi narrò anche una volta che tutta la gente della nostra parocchia abbia dovuto chiudersi parte entro il nostro castello, parte entro le mura del paese - che a' miei ricordi esistevano ancora, con quattro bei portoni - per non essere ammazzati da quei ribaldi. Che vi pare? E i nostri vecchi, dall'alto delle mura e del campanile stavano osservando il fumo delle loro case che ardevano, e gli Uskoki che conducevano via branchi di buoi, e le pecore a migliaia! Ed io anche mi ricordo, come se fosse oggi, di una certa gente nera nera come il diavolo, eh' era venuta a rubarci i nostri agnelli, le nostre galline, ed a forare le nostre botti. Una sera, all' improvviso, capitarono anche intorno alla nostra casa circa venti uomini neri, e domandarono alloggio. I miei di casa al vederli si misero a gridare come spiritati, e fuggirono tutti, chi per la porta e chi per le finestre. Io però stetti saldo, e mi armai di una buona balda per tutti i casi possibili, senza però dimostrare nè ostilità, nè paura, perchè io pure sono stato militare sotto s. Marco, e sono stato in Levante, e sotto Tunisi, ed avea veduta di quella gente. Entrati in casa mi facevano segni, che indicavano gran voglia di mangiare; ed io li condussi tosto ove e-rano i miei castrati. Essi si pigliarono uno dei più grassi, e se ne partirono ridendo ringraziandomi con belle maniere. Seppi poscia, che ove trovavano resistenza rubavano quanto potevano, saccheggiavano e facevano tutto il male che mai potevano. Mi dimenticava però di dirvi, che avendo addocchiato, dinanzi la porta della casa di un mio vicino, delle arnie di api, le assaltarono come disperati, e senza temere di essere punti da quelle povere bestiole, ne succhiavano i favi a bocca piena. — Questo sarà avvenuto sotto i Francesi, per quanto intesi dire. — Dite piuttosto sotto i ladri, dragi moj Piovane; perchè soltanto i ladri fanno quello che facevano quei mori...... Io so pure cosa sia la vita del soldato; ma di queste non ne ho fatto giammai..... E così dicendo estrasse la lettera dal cerchio della sua berretta, e me la porse. Era in fatti una lettera di un suo nipote, che da persona poco dotta della lingua italiana, avea fatto scrivere alia sua famiglia di spedirgli del denaro, essendo in procinto di partire per la Galli- zia, ove (come diceva la lettera) facevasi una guerra spettacolosa. — Dov'è questo paese? — Un paese da noi lontano assai; ma però soggetto come la nostra Istria al nostro padre ed imperatore Ferdinando, che per grazia del cielo abbiamo veduto nella nostra stessa piazza, come abbiamo veduto il gloriosissimo di lui padre Francesco. — Verissimo, moj Piovane, e mi sovviene anche, che l'imperatore Francesco sia con voi entrato in casa vostra, e che vi parlasse con bella maniera; ma noi Zupani, che eravamo intorno di Lui, non intendevamo nulla, perchè voi parlavate in tedesco (*). Ma parlando della mia lettera, come può essere dunque che la guerra si faccia entro lo stato del nostro Sovrano? Quando io era soldato, il principe mandava i suoi soldati a far guerra in Barbaria, ma non mai entro i paesi a lui soggetti... — Barba Ive mio, non è già guerra questa di cui vi scrive vostro nipote, ma bensì una lezione che l'imperatore ha fatto dare a certi cervellini, che per essere stanchi di star bene, han voluto lare delle ragazzate.... — E come la terminerà poi questa faccenda?... E mio nipote intanto a colpa di quei mattacci potrebbe perdere la vita! — La è già bella e finita colla peggio di chi l'ha incominciata, e vostro nipote, per questo affare, non a-vrà forse mosso neppur un solo passo. (*) Ed in fatti il vecchio Zupano diceva la verità; perchè li 3 giugno 1832 l'immortale Francesco I giungeva a San Vincenti, diretto per Pola, discendeva da carrozza ed entrava nella casa paroc-chiale, ove si fermava per più di un quarto d' ora. E dopo aver parlato in tedesco col paroco per informarsi di certe cose da lui rilavate ancora nel primo viaggio fatto nel 181(i, si volse con ciera ridente verso i Zupani, o disse loro: "Voi non intendete, o buoni uomini, quello che io parlo col signor paroco,,. Indi si pose ad ascoltare i loro discorsi in lingua slava, a cui rispondeva in lingua italiana. Nel 1844 giungeva poi in Istria 1' augustissimo nostro sovrano Ferdinando I con l'augustissima di Lui sposa l'imperatrice HI. Carolina. Diretti per Pola, li 12 settembre, passarono anche per San Vincenti, ove si fermarono alcuni minuti per ricevere gli omaggi del clero, e dei capi del popolo. Il popolo ansioso di vederli avea già occupata la piazza d'innanzi il castello sino dall' aurora del giorno. Come po-teva9Ì in piccolo e povero borgo, erano stati eretti alla meglio due archi con rami verdi, da cui pendevano festoni di fiori. Sopra quello d'ingresso, a caratteri cubitali vi si leggeva: Moli eccelse innalzar noi non possiamo : Ma quanto gli altri Ferdinando amiamo. Sopra quello di sortita leggevasi: Appena visto il sol, restiamo privi; Ma il cuor ci scalderà sin che siani vivi. Ed eravi scritta la verità; perchè questi parocchiani rammentano, e rammenteranno sempre quelle maniere si affabili, si dolci, e sì toccanti, usate dagli adorati sovrani nostri nel discorrere co'loro sudditi. Partiti che furono da San Vincenti, non si udivano che queste esclamazioni, che venivano dal fondo del cuore: "Ali che cari sovrani! Oh che bella la sovrana! Oh che parlare angelico! La mi pare la nostra Vergine del Rosario! •— Ma ho detto sempre io che Iddio protegge sempre i suoi, e che i cattivi la finiscono sempre male! Son vecchio assai, conto più di novanta anni, ma una sola la ho veduta andar bene; e fu la nostra, che voi già sapete, per difendere i nostri diritti sul bosco Prostimo .... CAPITOLO XIV. Sui pregiudizi e sulle superstizioni. Gli Slavi Istriani hanno i loro pregiudizi e le loro superstizioni; ma qual è il popolo che non ne abbia? I nostri Slavi ne hanno però assai meno di quanto comunemente si crede. La credenza nelle streghe, nei folletti, nelle tregende notturne va dileguandosi come nebbia spinta dal vento. In pochissimi luoghi della nostra provincia suo-nansi le campane nella notte della vigilia di s. Giovanni contro la virtù delle streghe. Guai se nel secolo passato qualcuno ne avesse voluto proibire quel suono. Un così detto capitano del castello di San Vincenti corse pericolo della vita per aver voluto tentare per il primo di togliere quell'uso antichissimo. II popolo sulla piazza tumultuante gridava: "Poveri noi! povere le nostre campagne! poveri i nostri animali! Le streghe distruggeranno tutto!...„. I fuochi detti di s. Giovanni si accendono dai pastori ancora sui pozzi la sera della vigilia, che precede la festa di detto santo, e non già per impedire malie di sorta, ma unicamente per conservare un uso, che rimonta sino alla più rimota antichità. Ancora trovasi chi va quella notte a bagnarsi colla rugiada, e a dimenarsi nudo sulle aiuole del verde canape. Ma da che dipende, se tra i nostri Slavi vigevano e vigono tuttora tali superstizioni? Basti il ricordare per esempio, che li 25 febbraio 1632 in sulla piazza del castello di San Vincenti, dietro rigoroso e formale processo, eseguito sul piede d'allora, fu impiccata e poscia abbruciata, a vista di numeroso popolo, come maliarda certa Maria Radoslovich nativa della città di Zara. Tormentata in tutte le più barbare guise, e principalmente colla tortura, confessò l'infelice vecchia d' aver commesso tanti orribili delitti, che le s'imputavano, e che essa certamente non avea sognati neppure. Un tal fatto, qual profonda impressione non dovea lasciare nella mente del popolo? E la fama riportava il tremendo caso nei più reconditi luoghi della provincia, ed oltre i confini ancora, e, ciò che più monta, esagerato nelle più strane guise. E chi ne assumeva il processo era un certo Francesco Mlanideo venuto dall' Italia a rappresentare i Signori del Feudo. Egli avea la direzione, come diremmo ora, del politico, del criminale, del civile, e della milizia urbana ancora. Il clero non avrà mancato certo di concorrere alla formazione di quel processo, come non mancò di concorrervi in que'tempi nelle più grandi e più illustri città della terra. E perchè non si considerino, rozzi soltanto i nostri Slavi, se conservano ancora delle superstizioni lor tramandate da' tempi più infelici dei nostri, riporterò qui un brano tratto dal capitolo Vili del celebre romanzo storico del signor Cantù. "Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà sopranaturale, alcune volte di giovare, più presto di nuocere altrui. Sapevasi che le versiere e gli stregoni potevano destare i turbini ed aquietarli; ogni temporale credevasi da loro suscitato ; e ne trovavano irrefragabili prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle quali l'imaginazione ravvisava figure giganti di bestie e di demoni. Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davano leggi ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le a-zioni loro, le guerre, le partenze: ove per dirne una sola, ricorderò 1' avventura del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione per l'in-auguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul più bello interrotto da quell'astrologo An-dalon del Nero che altrove nominammo, il quale aveva scoperto essere quello il preciso minuto della migliore combinazione di stelle per fare la cerimonia. Ogni malattia poi alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno : erano fattura di streghe gli accidenti di cui l'uomo, o non sapeva render ragione, o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso; e credevasi eh'elle si congregassero, certe notti, in certi siti, a tenere i loro conciliaboli infernali. „Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste volgari : forse anzi s'apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra il volgo radicate, se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di chi dirigeva il volgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi: qualche chiesa introdusse formule per esecrarli, e scongiurarli; i sapienti ne discutevano di proposito e sul serio : quando poi i tribunali processarono per delitti di malia, la credenza diventò certezza: volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che pretendevano di sapere; dall'altra, sparsa tra il volgo da parabolani d'ogni abito e d' ogni condizione, aquistò fin al segno, da parere bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse. Crescendo dunque il potere e il numero degli stregoni a misura delle persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la classe colta aveva scongiuri e fiamme, il volgo ne praticava di meno empi ed atroci, ad ubbie opponeva ubbie, e tra siffatti rimedi efficacissima era tenuta la rugiada della notte di s. Giovanni. Chi si bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da fattucchierie : certe erbe sbocciate o colte in quella notte erano il tocca e sana degl'innocenti. La quale opinione si collega ad altre, che qui non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In ( tutto il Nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora grandi falò per s. Giovanni: un In- I I glese trovandosi in Irlanda la vigilia di quel giorno, fu prevenuto che non si meravigliasse se a mezza notte vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno; a Newcastle le cuciniere fanno quella sera fuochi di gioia: a Londra gli spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco: in una valle della contea Oxford, detta del Cavai bianco, si raccolgono tutti i vicini a ripulire, come essi dicono, il cavallo, cioè a svellere 1' erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a passarvi tra campestri allegrie la giornata. Io sono di paesi lombardi, ove, malgrado le proibizioni, quella notte suonano con-tinove le campane: e fanciulletto più più d'una volta da qualche femminetta all' antica, condotto a ricevere la guazza di san Giovanni: ed in diversi luoghi mi furono mostrati enormi noci, i quali fin a quella sera conservaci aridi come di gennaio, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gaio fogliame,,. Ora dirò che mi venne fatto di osservare, che per togliere dalla mente degli Slavi tali ubbie, non è mai che uno si faccia a combatterle di fronte e sul serio, ma col deriderle piuttosto. In generale pochi sono ora tra gli Slavi che prestino fede a simili baie, e di notte senza timore oltrepassano i trivi e le crociere, per quanti gatti, o cani neri potessero incontrare per via. Assisi intorno al focolare, la sera gli Slavi nostri non si fanno a raccontare più le un tempo tanto gradite storie di versiere e di stregoni, ma bensì di storie sacre, che o-dono dalla bocca dei loro curati: od ascoltano a bocca aperta ciocché i loro fanciulli leggono nei loro libric-ciuoli di scuola in lingua slava, per la prima volta, fatti stampare per ordine e cura del nostro eccelso i. r. Governo, a cui tanto deve la nostra provincia. CAPITOLO XV. CONCLUSIONE. Quante inutili minuzie avete scritto nei vostri capitoli sugli Slavi Istriani? — Noi nego; ma risponda per me a questa osservazione il celebre viaggiatore sentimentale, noto soltanto, cui batte in petto un cuore ben fatto. "l'armi, dice egli, che i precisi ed invariabili distintivi del nazionale carattere si ravvisino più in queste minuzie, che nei gravissimi affari di stato, nei quali i magnati di tutti i popoli hanno dicitura e andatura indistintamente uniforme,,. Non intesi io già di scrivere un trattato scientifico, politico, o statistico; non la storia | completa degli Slavi della nostra provincia. Ho voluto semplicemente scrivere ciò che ho veduto, ciò che ho inteso io stesso vivendo tra' Slavi, e con ciò mi sono proposto di farli conoscere meglio che per avventura non sieno. Quanto dissi, se altro merito non può avere, avrà certamente quello della verità. Non 'è questo parto di fantasia, non studio di parte, non effetto di sentimento di adulazione, o d'interesse. Lo scopo unico che mi sono prefisso è di rendere giustizia ad un popolo poco conosciuto, e bene spesso ingiustamente vilipeso e deriso. Leggendo le storie in cui di proposito, o per incidenza fassi menzione degli Slavi Istriani, viene quasi sempre loro data la taccia di feroci, di rapaci e di barbari. E mi venne fatto di osservare più volte, che gli storici non abbiano sempre fatto distinzione da ciò che è proprio dei tempi, dei luoghi in particolare, a quello che all' educazione, al governo, alla religione di un intero paese si riferisce. — Cosi per esempio, perché alcune barche, forse pescherecce, di qualche ignoto angolo della Dalmazia e dell'Istria furon scoperte nell'Adriatico darsi al corso, il senatore Giacomo Diedo nella sua storia della repubblica veneta, parlando dei popoli dell'Istria e della Dalmazia, li qualifica: popoli applicati per istinto alle rapine ed al corso dei mari. Per alcuni fatti parziali, perchè mai denigrare tutta l'Istria e tutta la Dalmazia? Per quella boria che hanno gli storici quasi tutti di esaltar sempre le proprie cose, e la propria nazione. E sì, che gli storici, se avessero voluto essere veridici ed esatti, anziché deprimere con sarcasmi e con improperi i popoli Istriani, Dalmati,' e tutti gli Slavi ovunque trovansi sulla faccia della terra, avrebbero dovuto piuttosto, nei loro scritti, lasciar memorie del lor valore, dell'amore alla loro religione, alla loro patria, ai propri sovrani legittimi, e del molto sangue sparso, per terra e per mare, dai loro nemici, per vincerli e per dominarli! Con quanto di esagerazione non fu descritto il rapimento delle donzelle venete da parte dei Triestini! E forse non furono che pescatori, chi sa d'onde venuti, e più vogliosi di fare una bravata, che di commettere un duplice delitto. Se fossero stati Triestini od Istriani, probabilmente non avrebbero dato tempo al doge Pietro Candiano di far allestire una flotta par inseguire i fuggitivi, nè si sarebbero lasciati raggiungere nelle paludi di Caorle. — I Romani, rapitori delle Sabine, tramandarono essi stessi ai posteri quel loro fatto, che tennero come glorioso; ma i rapitori delle venete donzelle non lasciarono alcuna memoria di questo loro tentativo, che se non del tutto immaginato dai vincitori, fu al certo e di molto alterato. Ma lasciamo le antiche croniche, ed ognuno si tenghi quello che ha, o crede di avere. Qui devesi parlare dei tempi presenti soltanto, e degli Slavi attuali dell' Istria. E vi pensate forse che gli Slavi nostri non abbiano la loro parte di merito nei tanto vantati fasti del nostro secolo? Accostatevi a qualche vecchio Slavo dai grandi mustacchi, ed egli vi mostrerà le onorate cicatrici in sul petto e sul viso, delle ferite e delle palle ricevute nei campi di Marte. E con tutta semplicità e senza vanto di sorta vi racconterà delle prodezze, dei tratti di coraggio da farvi trasecolare; dei fatti da lui oprati, che meriterebbero un posto nelle storie che oggi giorno c' innondano da tutte le parli, se quelle non parlassero che di generali e di marescialli. Non farebbe cosa stucchevole forse, nè indifferente per noi, se taluno volesse far raccolta di fatti parziali nel proposito, tratti dalla viva bocca di molti Slavi Istria- '-..gli ni, che ebbero parte ai grandi avvenimenti del secolo nostro. E la sarebbe una storia aneddotica forse interessante e gradita. Ma non vi è tempo a perdere; chè i campioni sparsi quà e colà per la nostra provincia ci vanno ogni giorno mancando. Dessi serbano ancora un certo spirito disinvolto e marziale, che li fa distinguere dagli altri a primo tratto; e serbano tra loro una certa fratellanza che piace e commove. In un paesello dell' Istria v' erano due di tali camerati, che per tratti di coraggio, benché ignari affatto del leggere e dello scrivere, ritornarono alla loro patria col brevetto di sergenti. Erano sempre uniti sì nel bene che nel male, e vivevano come fratelli. Uno di essi fu colto dalla morte. L' altro, estremamente afflitto, si arma di un vecchio fucile, e con tutta gravità lo accompagna al sepolcro. Quando si diede principio al gettar della terra sul cadavere, egli spara sopra la fossa il fucile, ed esclama: "Camerata mio, altro non posso darti, perchè sono povero..... accetta il buon cuore !„. Dà di volta, e cerca di nascondere le lagrime, che grosse grosse gli cadevan dal ciglio. I becchini ne sogghignavano — ma il buon curato a questa scena piangeva! — E poi dite, che i Slavi Istriani sieno barbari, feroci e quasi selvaggi! ^ D. A. Facchinetti. Serie degli Arcidiaceni di Trieste. Crescenzio. Wariento. Wodolrico. Sardio. Giacomo. Mirissa Giusto. Ade Giusto. Giacomo. Dotolato Giovanni. Burlo Nicolò. de Chiozza Nicolò. Nicolò de Dominici. Tromba Nicolò. Spandinuabus Martino, de. Nicolò d' Antonio. Nicolò de Aldìgardis. de Fabris Cristoforo, q.m Giovanni. Barbarizza Libero, q.m Gio. Chiozza Pietro de. Bonomo Francesco q.m Rizzardo. Burlo Ermagora. Prem Giorgio. Goyneo Tristano. Orubono Giulio. Camnick Matteo. Grisonio Annibale. Parentino Nicolò. Scartichio Giorgio. Garzarolli Elia q.m Silvestro. Serie Anni 1115. 1241. 1353 a 1255. 1278. 1295. 1308. 1315. 133.. a 1345. 1351 a 1358. 1375. 1380 a 1384. 1387 a 1399. 1401. 1406. 1419 a 1426. 1426 a 1446. 1446 a 1448. 1451 a ......... 1465 a 1493. 1493. 1494. 1526 a 1550. 1551 a 1582. 1588 a 1600. 1603. 1626. 1627 a 1630. 1630 a 1647. 1647 a 1656 1656. Marenzi Geremia, de. 1662 a 1663. Locatelli Francesco. 1666 a 1677. Torondolo Antonio, q.m Dom. 1677 a 1679. Jurco Cristoforo. 1685. Mezzarich Gerolamo. —— Dolcetti Alessandro. 1710. Codelli Ignazio. 1712 a 1718. Dolcetti Alessandro. 1721. Scussa Matteo. 1729 a 1734. 1734 a 1758 Brandolin Francesco. 1766. Dolcetti Alessandro. 1777 a 1788. Giuliani Annibale, ultimo Arcidiacono per- chè soppressa questa dignità col 1789. Estratto dalle Memorie Storiche del Dottor PROSPERO PETRONIO e dai frammenti di esse già veduti in casa Petronio a Capodistria. (Continuazione.) Delle fiere e giuochi della città. Era solito nei tempi antichi che con ogni pompa e decoro si facesse una fiera nel Risano nella chiesa della Madonna li 15 agosto, giorno nel quale appunto veniva a cadere la sua festività e dedicazione di essa chiesa. Per ovviar però gli scandali e rimediare ai litigi che facilmente poteano insorgere in un concorso grande di paesani e forastieri, soleano i rettori, fatta elezione di un cittadino con titolo di contestabile, insieme con due giudici della città accompagnati ed assistiti da buon numero di cavalieri e gente armata, spedirli di volta in volta ad assistere alla fiera. — Dalla contadinanza parimente entrando nella città una compagnia armata, e levato il loro capitanio, che protettore lo chiamano, lo conduceano fuori col suo stendardo innanzi spiegato, e gli assistevano per quanto durava la fiera. Provvista così di capi autorevoli e buone assistenze la fiera, per accrescer festa a festa era costume che i giudici dispensassero alcuni onorevoli palii ai vincitori delle bande, della lotta, del corso, del bersaglio coli' arco, ed altre prodezze. Da queste ginnastiche prove, come anco dall' antica loro istituzione pratica di continuo alle rive di questo fiume, si deduce un verosimile, che i giuochi suddetti e solennità medesima, potessero avere avuto origine dal giubilo eh' ebbero i Giustinopolitani allora che Enrico il Bavaro sconfisse in quella campagna gli Ungari devastatori della provincia. Premendo perciò fuor di modo agli antichi la continuazione di essa fiera, decretarono l'osservanza sua inviolabile con l'aggiunta degli erdini, e modo come Stat. lib. Ili, c. LI. — A petizione del- la città, nel 1498 fu pure istituita altra fiera di 10 giorni nel Campo Marzo.-Stat. lib. V. Terminaz. Cont. foglio 200. — Avendo queste fiere felicemente progredito per il corso di molti lustri, andò in fine per disturbi di guerre, pestilenze, ed altre malignità di tempi, in dissuetudine con perdita del pubblico splendore e grave danno degli abitanti. Sotto il dogado del Donà nel 1546, che era stato podestà e capitano di Capodistria, ottenne grazia la città che si rinnovasse dentro di essa la detta fiera di s. Nazario per giorni 15 continui. L'anno poi 1646 ottenne la concessione di una fiera libera e franca, che al dì d'oggi ancora chiamano di s. Orsola, e comincia dai 14 sino li 28 ottobre.-Vedi Stat. carte 256 e 197.-Si usavano a' tempi del Petronio (1679) far giostre, regate, commedie, far ballar le contadine, palii, tirare al bersaglio ecc. — S'instituì anco dagli antichi altre feste per molte cose avvenute, ma il tempo ne ha consumato ogni loro ricordo. Niente di meno non si può scordare questa città di quelle che incominciarono introdursi dalla compagnia della Calza, della quale restano ancora nella sala del consiglio ed officio del sindacato appese le memorie di più principi di quella nobile ed allegra società. Ebbe prima questa origine nella città di Venezia nel 1400 (Sansovino, Degli usi e costumi dì Venezia, lib. X.) in occasione delle feste ed allegrezze grandi che furon fatte nella creazione del principe Michiele Steno, nelle quali-#na quantità di giovani nobili formarono una compagnia detta della Calza, perciocché portavano l'abito, per il tempo ch'ella durava, diverso dall'ordinario, e specialmente una calza divisa a quartieri di più colori, ed oltreciò eleggevano un' impresa con motto, o senza, che fosse .comune alla compagnia, alla quale pure trovavano un nome conforme all' animo eh' essi aveano, portando ciascuno una particolare impresa, ed a questo corpo creavano un signore o capo, che con nome di principe della società comandava, disponeva, e teneva per certa continuazione di tempo in gioco e feste la città; e acciocché la compagnia apparisse più illustre, e-Ieggeano per compagno nel corpo loro qualche principe d'Italia. La gioventù generosa e gentile di questa città ergeva la sua impresa, vestiva ora l'abito, ora la calza conforme alle leggi della società, e tratteneva col suo capo e principe quasi di continuo la città in allegrezze e feste. Per lo che olire quelle che si vedono nella sala del consiglio, si vedono nel sindacato tre tavole con 1' arme ed insegne di molti nobili ascritti nella compagnia, nel capo delle quali, come più eminente delle altre insegne, vedesi dipinto il veneto leone, nell'altro lo scudo del rettore, e nel mezzo quello del principe della compagnia, e l'uno di questi di casa Verzi con questa epigrafe : „Ponimus-haec grati Trivisane insignia Amoris, „Cum Domino Socii Balthasar ecce tibi - 1478. Sotto il secondo di casa Almerigotti leggesi : "Dum fe-„liciss. Domini Maripetri Praetura laetain redderet Civi-„tatem; qui ingenue Festa Tripudiis, scenisque celebra-„runt insignia pos.-1443„. — Sotto il terzo leggesi: "Is „fuit Aloysii Suriani Praet. et Praef. clariss. splendor, et „in universam hanc Civitatem omni ex parte emicans „amicitia, et charitas, ut eo regnante quasi beato aevo „frui visa fuerit haec patria; hoc igitur tam felici Prae-„tore Juventus sodalitatem hilaritus instituit, quae Petro vPola juvene egregio sibi Principe electo, ludicris, cer-»taminibus, chorcis, conioediis, diversorumque generum »spectaculis, ac muneribus civium animos, et Praetoris „in primis oblectare studuit. Eoruin autem quoque nomi-„na in- sodalitatis alto inscripta fuerunt Insignia gentilizia in hac Tabula inespecta apparent - 1567„.— In queste tavole si vedono tutti in vesta negra con calze di colore. Nel quadro esposto nel duomo, si vede uno della compagnia con veste divisata a quartieri conforme correa il genio della compagnia di quel!' anno. Delle iscrizioni moderne che si vedono in alcune piazze e fabbriche pubbliche. La piazza de'signori era di un terzo maggiore prima che si allungasse il duomo. Il palazzo preloreo drizzato sulla pianta dell' antico tempio di Pallade, la di cui statua vedesi in forma di Giustizia ancora al presente innalzata in posto eminente. Unita al palazzo si vede a mano dritta la nobil sala del conjùglio, ornata tutta di pitture e marmi. Per mano del Tintoretto è quella del serenissimo Nicolò Donato con questa iscrizione: "Nicolao Donato olim praetori beneficentissimo, in ;,difficillimo hujus Patriae rerum statu semper, sed bis »praecipue temporibus propugnatori acerrimo, priscae li-„bertatis conservatori invitissimo Justini Civifas numque „interituris devincta beneficiis gravi Cons. Decreto perp. „L. Procurantibus Synd. Ottonello Bello D. et Nicolao »Petronio MDCIX„. Di curioso si vede quivi un disegno in grande della città, tutt'attorniata dalle acque con un orribil turbine dalla parte de' monti, che congiurato ai suoi danni tenta di innalzarsi per spiantarla e sommergerla; dall'altra parte si osserva fra un placido chiarore le rose risplendenti del casato Loredano, che irradiando l'amena isoletta scaccia le nubi, e l'assicura della tranquillità e calma in cui si altrova col motto animato inter utrumque tuta. Continua al di fuori di questa sala 1' ordine medesimo de'marmi e scudi, ed alcune statue. Sopra la porta maggiore v' ha in bronzo quella del mentovato doge Donà getto del Rassa, con questa iscrizione: Nicolao Donato Principi optimi olim Praet. Publico Decreto Urbis Duumviri P. —Dall'altra parte verso ponente sopra gli uffizi de' danni dati del comune e sindacato sta la sala dell'armi compita nel 1628.—'Congiunta alla sala dell'armi è la fabbrica del Monte di Pietà instituito ancora l'anno 1550 con decreto ed approvazione dell'eccellentissimo Senato; ma poscia per il contagio del 1554 infelicemente decaduto. Il luogo di questo primo Monte vogliono che fosse il palazzo che serve ora per le riduzioni academiche. La città non ritrovandosi più in stato di poterlo nuovamente rimettere, chiamò a sè gli Ebrei banchieri, con patto di riconoscere annualmente per il Banco, oltre i soliti obblighi, la comunità di certa summa di denaro.— Era solita riserbar la città questo denaro per l'occorrenza delle ambascerie. Supplirono dunque gli Ebrei per il corso di quaranta e più anni, lucrando sopra pegni in ragion di 12, e sopra scritti a 15 per cento, con maneggiare in vantaggio quasi tutti i negozi della città. Furono poi, giusta le convenzioni e capitoli, banditi in perpetuo gli Ebrei, il che fu nel 1608. Allora la città prese parte di rinnovare l'erezione di un nuovo Monte di Pietà, al quale anco si diede principio l'anno 1609 col tenue capitale di soli ducati 1000 levati dal fontico di ragione della città. Erano in ! questi compresi i ducati 700 che il fontico tenea in deposito, sborsati già dagli Ebrei per l'obbligo della loro condotta. Con questo debole principio innalzò, in capo a 20 e poco più anni, a segno tale che avea un capitale di cento e più mille lire. Per pianta di esso Monte fu eletto a bel principio questo proprio luogo, che prima servia di magazzino per l'artiglieria, la quale fu poscia col tempo trasportata nel nuovo arsenale costrutto col soldo dell'istesso Monte nel 1624. — Il teatro fu fabbricato 1' anno 1664. Sunt qui Histrionem ab Histria dietimi, quia primus qui Romae scenicam artem exercuit ab Histria renerit — Barthol. Matthentius com. sup. Val. Max.— Fu rinnovato il Fontico nel 1587, e congregò diversi capitali. Vi si legge sopra: Infirmimi in-veni convalescentem relinquo sana cum Domine. — Si vedono poscia di ragion pubblica in questo brolo le due nobilissime cisterne fatte senza risparmio di spesa, con altri nove pozzi nelle ordinarie contrade di questa città per debita esecuzione della parte presa nel maggior consiglio li 24 agosto 1552.-^Monsignor Morari (nelle notizie della città) era di opinione, che la statua della Giustizia, che è in brollo, fosse pure stata di Pallade, o Palmeno, che nel medesimo posto fosse stata eretta qualche ara de'Gentili. — A parte del molo s'erge altra colonna (sebbene inferiore assai) con una statua nella sommità eretto sotto la prefettura di Andrea Giustiniano, in memoria dell'estremo gaudio che sentì la città nel..... per la vittoria navale ottenuta contro i Turchi nello Stretto di Corinto. — La fontana in ponte trae l'acqua per cannoni due miglia lontano, andò più volte a mule. L'edifizio moderno fu eretto nel 1662, ed ha la forma dello stemma della casa Ponte, in benemerenza del Podestà Lorenzo da Ponte.—Nel 1654 cade più di un terzo a terra la porta del ponte, per il che convenne poscia abbassarla. Era prima il ponte di legname, ma essendo più volte stato rifatto e riescilo sempre rovinoso per la frequenza de'carriaggi e de'viandanti, fu infine nel 1539 gettato sopra archi di pietra. Si ottenne per questo dal principe anche la sovvenzione di ducati 500, purché dovessero essere lasciati nelle lunghezze di i esso ponte, conforme al ricordo del sig. Giulio Savor-: gnano 3 volti per farvi ponti levatoi. Qsarà continuato.) Trieste, I. Papsch «s Comp. Tip. del Lloyd Austriaco. Redattore Or. Kandler.