ANNO VI—N. 39. ' i'iì e: j, Ui»> ..-; i!., j flh'I.i li . },' ' : Sabbato 27 Settembre 1851 Esce una yolta per settimana il Sabbato, —.Prezzo anticipato d'abbonamento annui fiorini 6. Semestre in proporzione.— L'abbonamento non va pagato ad altri che alla Redazione. : j 1 ) V:.: - ) hi : ! m ,-i / ■. ■ . . i " ■ ■ : -, , ; sitll'aitico stato del tibiavo DELL'AB. GIUSEPPE BERINI. (Continuazione. Vedi il N. 38) Dalla parte inferiore del ponte, le Piasse prendono la loro direzione lasciando alla destra Ronchi, alla sinistra Aris, e comunicano colla parte più bassa del villaggio di Staranzano. Più in sotto il loro andamento venne a scancellarsi per causa delle spesse sorgerai dalle quali deriva il Jadinaz, da cui proviene il Brancolo 1), che serve tuttora all' approdamelo delle picciolo barche, che vanno alla riva di Cop, detta così dai coppi che si fabbricavano al Tientinbone 2). Concorrono nel Brancolo molte acque provenienti quali dalla parte sinistra del Jadinaz e quali dalla destra. Tra queste seconde una volta era l'Ara, il quale presentemente non si trova che nelle tavole del- 1) Per Brancolo s'intende il ramo minore che si stacca dal fiume principale. Il Jadinaz doveva scaricarsi in mare col ramo principale per quella bocca, che presentemente dicesi il porto Cavana, dirigendosi col ramo minore verso 1' estuario di Grado, del che può citarsi come una vera tradizione il suo nome di Brancolo. L'Isonzato e Io Sdobba che in oggi impedirebbero questo corso, si sono formali posteriormente, il primo allo scavamento dell'alveo pel Sonzio, ed il secondo all'epoca che questo fiume si unì col fiumicello Ara. Pare che prima di tale epoca portasse il nome di Sdobba una delle Roggie che confluivano nel Brancolo. 2) Denotasi con questo nome un terreno paludoso di pa- recchi jugeri, che fu ridotto in coltura con molta attenzione e spesa dal signor Labrosse, col qual nome facevasi chiamare il conte di Pongibeaud in tempo della sua lontananza dalla Francia. Il Tientinbone è sparso da per tutto di coccj di tegole su molti de quali leggonsi i nomi dei figulini, che si riscontrano nei ruderi di Aquileja, di Q. Clodio Ambrosio (0 CLObWBROs), di Cajo Tito Ermerote (C-+ TI-HRMEROTiS) di Cajo Petronio Apro ed Epidiano (C-EPRON APk> EIRaI) e di Tito Celio (fCOE-LI). Fortunatamente il mio amico Brumali prese copie di queste cifre prima che quella palude fosse disgombrata de' coccj per esser messa in a-gricoltura. l'insulario del Padre sèoronelli cosmografo della repubblica di Venezia, e nella Memoria dei più attempati del paese. Esso perdette il nome da quell'epoca in poi che l'Isonzo si unì con lui. abbandonando il canale Isonzato. Tra l' Ara ed il Jadinaz correva, la Roggia di S. Canciano che tuttora sussiste; quindi è che da questo luogo si poteva andare per acqua ad Aquileja per la via del Brancolo, il quale siccome raggiungeva il Tiel, così da questo si passava al Natissone attraversando l'estuario frappostovi. A S. Canciano adunque erano le acque gradate di Aquileja, cioè le scalinate che servivano allo sbarco ed imbarco delle merci: ma queste scalinate servivano all'importazione ed esportazione delle merci pel commercio colla Germania: ve ne erano delle altre per il commercio di mare, e queste dovevano essere a Grado. Ma tornando al ponte, resta per prova della sua vera destinazione a que' tempi da osservarsi, che anche al di sopra vi si vede la continuazione delle Basse che indicano l'interramento dell' alveo di un fiume diseccato. Però per il tratto di pochi passi si osserva la unità del letto, perocché vi si notano due ramificazioni, 1' una alla sua sinistra, e l'altra alla sua destra. La corrente della parte sinistra partiva dal lago Mocile, il quale nasce nella stessa valle che raccoglie il Pietra Rossa ed i Laghetti, e per le radici dei monti al pari di essi esce fuori da una parte e s'inabissa dall' altra. La corrente della destra doveva provenire dalle radici del monte di Vermegliano. Colà presentemente non vi sono laghi nè piccioli nè grandi, però vi erano un tempo, come lo dimostrano in più siti la depressione de' campi adiacenti, e l'acqua che in occasione di ostinate pioggie vi scola entro, uscendo fuori per le fenditure del monte. § IV. Erodiano nella Storia degl'Imperatori Romani del suo tempo al Lib. VIL cap. 4 racconta, che gli Aquile-jesi demolirono un ponte, onde ritardare la mossa del tiranno Massimino diretto verso l'Italia e Roma, per vendicare il torto fattogli di non riconoscere il suo esaltamento. Questa demolizione successe l'anno di Roma 990, e tutto concorre a dimostrare che fu destinato a sottostarvi il ponte di Ronchi. U citato storico, parlando di questa grande e bellissima opera eretta dagli antichi imperatori, dice eli' era costruita di pietre riquadrate, e sostenuta da pilastri che si allargavano a poco a poco in ragione che si alzavano da terra : tqyov uiya xuì y.à).Xi?ov zbiv ncolai ftacuJar, yiytvr^tvuiv èx Ttrgcmétiov Xidmv, nóhat ■/.ciT, ohytov av^avttfitvov. Le pietre tagliate in quadro, che furono rinvenute dal sig. Dottori, e che si vedono sparse per il villaggio di Ronchi, come anche quelle della loggia del campanile di Campolongo, sono alte un piede e mezzo circa, e lunghe quali più e quali meno, con che dimostrano di essere state tagliate in lungo in quella misura che, incastrate nei pilastri dell' antico ponte, dessero ad essi la dilatazione progressiva indicata da Erodiano. In tutte queste pietre osservasi un incavo laterale largo un pollice, e lungo mezzo piede, ove naturalmente doveva essere inserto il cosi detto arpese che le univa insieme, conforme lo richiedeva la qualità di quella costruzione. Il sito, in cui fu costruito questo ponte, e distante da Monastero, borgo appartenente ad Aquileja, nove miglia italiane circa, come apparisce dalla annessa carta topografica delineata dal bravo giovane Massimo Vosca dietro la mappa del Friuli fatta dal signor Malvolti. Questa distanza dal più al meno corrisponde alle undici miglia romane che vi assegna il greco scrittore 1). Erodiano seguita la sua storia col racconto del modo, con cui Mas-simino seppe ripiegare alla demolizione del ponte : imperocché, essendo egli stato informato che in quel luogo vi erano dei vuoti amasi da vino owocfOQu, coi quali quegli abitanti si servivano pel trasporto di una tale derrata ne' paesi, che n' erano senza, credette che con essi si a-vrebbe potuto costruire un ponte provvisorio, subito che venissero obbligati colle corde e coi vinchi a stare in fila, e formassero una specie di via colle fascine e terra che 1* esercito mettesse loro di sopra. Così fu fatto, e si effettuò il passaggio da una riva all' altra. Non fu appena al di là la furente soldatesca, che per causa delle sue devastazioni restò tutto sfigurato quel bellissimo paese il quale al primo ingresso, pe' suoi filari di alberi piantati simmetricamente, e per le viti da essi sostenute, che si davano la mano le une alle altre senza interrompimen-to, ricordava 1' apparato dei festoni che si fanno ai tempj in occasione di solennità. Dice il citato autore che l'esercito lungo la via da lui percorsa, dal principio al fine, coli' abbattere ed abbruciare alberi e viti, trovò continuamente delle case vuote e senza abitatori, come se dal ponte in poi si estendessero i sobborghi di quella colonia : tà. [lèv ohoSofirifiara twj> nooàgtimv egrjfia evQtaxov. In nessun' altra parte dell' agro Aquilejese si trovano tante traccie di tali fabbricati, quante se ne vedono dall' indicato ponte sino ad Aquileja. In vicinanza di Ronchi si sono trovati i cippi sepolcrali di due famiglie di liberti 2j 1) L'edizione dell'Erodiano fatta dal seminario di Padova 1' anno 1685, presenta la lezione exxaìdexct, nel testo greco, e la lezione ad duodecimum lapidem nella traduzione latina del Poliziano. Per mio avviso ciò successe dall'aver seguito questo letterato un codice mendoso, e dall' avere il tipografo padovano per inavvertenza formato il numero txxaidsxa, sedici, invece di ivttexa, undici. 2) Queste due famiglie avevano alla testa l'una L. Titio Grapto, e l'altra L. Vinisio Alessandro. Questo seconda è singolarissimo coli' aggiungere, che fece Vinisio fuori di ordine ed in picciole sigle, ai nomi degl'individui della sua legale famiglia, quello di i quali erano, corno è noto, gli amministratori delle fa-coltà dei cittadini opulenti dai quali assumevano il nome una sua donna da piacere chiamata Giulia Mete. Pare che questa aggiunta vi sia fatta dopo la morte di L. Venisia Prima eh' era la moglie di quel capo di famiglia. Il cippo della prima iscrizione, fatta pubblica dal Canonico Giandomenico Bertoli nelle antichità di Aquileja alla pag. 223, vedesi incassato nel muro del campanile di S. Paolo. Il cippo della seconda conservasi in Ronchi sotto il portico della casa del signor Humpel. Fu trovato al lago di Pietra Rossa, e ne parlò il giornale d'Italia di allora in un numero comparso verso la metà del secolo prossimamente passato. N. I. È da supporsi che lé abitazioni dei fattori di campagna non sieno mai state isolate, ma che sempre Siena state collocate in* mezzo ad altri stabilimenti destinati al servizio manuale delle 'case* direttrici, od al lavoro delle campagne. Se non che 'in Ronchi l'anno 1817 coli'incontro della demolizione di'una picciola chiesa venne a discuo-prirsi un monumento, "dal quale si rileva ch' ivi esisteva il palazzo, ove probabilmente veniva a villeggiare un personaggio di alto rango 1). Non lungi dal sitò ove fu discoperto il detto monumento fu disotterrata 1' anno 1825 nel cortile del padre del Cavaliere Signor/Giacomo Vi-sintini una vasca di argilla cotta, che non si conobbe quanto fosse lunga, perchè gli scavi anteriori l'avevano mozzata, ma si rilevò ch'era larga cinque piedi, ed altrettanti profonda. Vi si trovarono entro molte ossa infrante, e tra esse tre denti di un grande poppante. È probabile che quel personaggio nel luogo di sua villeggiatura abbia avuta la vaghezza di avere dei rari animali ad esempio di M. Scauro, che all' epoca della sua edilità ne fece condurre dall' Eeitto in Roma, come apparisce da Plinio Lib. VIII, cap. 26. L' ossame era involto nella calce, la quale certamente dev' esservi stata adoperata viva, dimostrandola per tale i pezzi di sasso imperfettamente calcinato sparsi tra essa. Nello stesso villaggio di Ronchi si sono trovati dei pavimenti, quali fatti a mosaico con pietruzze di varj colori e quali a mattoni disposti in 1) Il monumento, che qui si cita, consiste in una mensola luiiga cinque piedi, e larga uno per ogni verso. La facciata di sotto inrlica di essere stata per metà incassata nel muro, sull'altra metà essa ha per armamento un incavo quadrangolare terminato in tre de' suoi margini da una cornice a due membri', che sono un listello ed un uovolo inciso ad echini, e fregiato nel mezzo da un fiorone a rilievo. La facciata del lato destro fu destinata intieramente alla descrizione. Il tempo ha distrutte alcune sigle della prima riga, e perciò non si sa quale fosse il soprannome di questo L. Vibio, personaggio insignito di tanti onori. Era però di Aquileja, come lo indica il nome della tribù Vellina, a cui apparteneva questa colonia. Il Bertoli nella citata opera fa menzione alla pag. 88 di P. Vibio Abascanto, alla pag. 207 di M. Vibio Stativo, ed alla pagina 416 di L. Vibio secondo. coltello a spina di pesce: vi si vedono tuttora dei pezzi di granito grigio che formavano parte del fusto di belle colonne. Sono innumerevoli le medaglie d'oro, argento e rame che vi si trovarono da per tutto in queste campagne. Più in là in fianco del villaggio di Dobbia sono dei campi Intieri sparsi di 'coccj di argilla cotta, dai quali apparisce che colà vi erano delle fabbriche di figulini. Tra Dobbia e S. Canciano l'anno 1790 si è disotterrata l'urna funerea di un fanciullo della nobilissima casa degli Eusebij, còme lo dimostrano le epigrafi dei crepundi fanciulleschi 1), che vi-si trovarono entro. Tre miglia più abbasso del sito del demolito ponte è posto l'infelice villaggio di San Canciano, luogo di concorso in tempo di Quaresima pei squisitissimi gambari, che si pigliano nella sua Rogia, la quale si unisce col Jadinaz, ed indi insieme con lui va ad ingrossare il Brancolo. La sua chiesa parocchiale fu eretta sopra un piano alquanto più elevato della adiacentevi campagna,' ove per lo "spazio di alcuni jugeri ad ogni passo si riscontrano i segni dei fabbricati che un tempo Io cuoprivano. Vi sivedono sulle glebe dei campi ruderi di muri caduti, "coccj di anfore vinali, di urne cinerarie, tegole infrante, e pezzi di marmo pario e di granito egiziano. La rimembranza dell'antico ti si presenta al pensiero, come se tu calcassi la venerabile pianta della distrutta Aquileja. Si vedono de' cippi abbandonati sulle strade, od inserti nei muri, sui quali resta qualche sigla isolata che per lo più niente lascia rilevare dell' iscrizione incisavi sopra : però per buona fortuna dell' archeologo curioso ve ne restano sei che possono occupare la sua attenzione. Su tre di questi cippi si vedono incisi i nomi di cittadini di condizione ingenua e colle loro iscrizioni ricordano il modo, col quale si suoleva perpetuare il nome dei vivi e dei 1) A me fu proposto l'acquisto di questi crepundi : ma per prudenti motivi ho cercato di sottramene. In quell' incontro ho provato una della maggiori amarezze della mia vita, che fu di vedere spezzati quei preziosi monumenti da una mano pesante per non dire sacrilega. Fortunatamente, dopo molte vicissitudini i crepundi Eusebiani pervennero nelle mani del celebre antiquario P. Angelo Maria Cortinovis, che gli illustrò e fece incidere in rame, come consta da una sua lettera accompagnatoria diretta al cardinale Stefano Borgia, stampata in Bassanol'anno 1792. L 1/ItìiVSLF- VII/ LECT VS- I¥RATORWM'SE PRAEFIDDONATVSHASTAPV morti 1). I liberti, seppelliti nell' agro di S. Canciano mi hanno dato motivo di piacevole trattenimento più degli 1) Due di questi cippi furono trovati a S. Canciano dal mio amico Brumati, e restano tuttora nel cortile della casa colonica, ove furono esaminati. Sono ambedue sepolcrali. L' uno coli' iscrizione ricorda un certo. M. Erennio Blasto, il quale doveva essere Aquile-jese, essendolo pure quel M. Erennio Capitone che trovasi sulla lista degli auguri di detto luogo pubblicata dal Bertoli nella citata opera alla pag. 131 e 132. L'altro cippo sepolcrale serviva di segno ai cimiterj di due cittadini ingenui, 1' uno chiamato Q. Fruticio Primo, e [l'altro L. Occusio Festo. I Fruticj erano aquilejesi, perocché Luna Marzia Fru-ticia leggesi sopra una pietra esposta a Monastero sulla strada pubblica, ed un Quadrumviro aquilejese di nome Fruticio viene rammemorato dal Bertoli alla pag. 305 sulla fede di Monsignor del Torre. Il terzo cippo fu destinato ad una iscrizione onoraria. Fu salvato nella ruina di un muro dal parroco vivente del luogo, Don Giuseppe Morandini, che lo fece incassare nel muro di un fabbricato della Canonica. Il mio amico Don Giambattista Yatta rimarca, che con esso l'ingenuo L. Licinio Celere della tribù Giulia, e del numero dei cittadini rimunerati dallo stato col mantenimento di un cavallo, intende di lasciar memoria di un ingenuo a lui caro della tribù Palatina, elevato al grado di tribuno militare, e dilettante di storia, di cui, per la scheggiatura del marmo, non si conoscono il pronome, nome e soprannome, nè quali fossero le sue occupazioni di storia se di leggere o di scrivere. N. I. tri. L M M * HERENNl B L A S TI I P X N D. /wwvwv\/wwv\ t M § Q.FkvTic |i-: PRI M - F. < Vil L- O C C V SŠ FESTI IN F " P WWW XXXII ingenui. La liberta Annava Elena, che nel monumento eretto al di lei marito M. Poblicio Cruscilla non assunse il nome dell' autore della loro libertà, dimostrò 1' alterigia del carattere, facendo vedere che di un tal dono ella era debitrice non alla generosità altrui, ma bensi al denaro od alla seduzione del suo sesso. I due liberti Po-stumio Priamo,, ed Annio Teriolo Nicone col cippo posto per segno del loro comune cimiterio, si sono dimostrati di essere pitocchi, usurpatori, ed inavveduti, giusta lae-spressione, in cui proruppe il mìo amico Brumati, quando vide rilevate le sigle dell'iscrizione dal suo bravo allievo Mattio Blaserna, che a mia istanza condusse per tale oggetto al sopralloco 1). (Confinila.) N. III. M. LfCIMVSMFI CELER-EQVOPVP IN-MEMORA • C L-PPALGI TRIBMIL HISTORIA AMICI Il cippo di Annava Elena trovasi incassato nel muro della canonica, e la sua iscrizione fu pubblicata dal Bertoli nella citata opera alla pag. 191. Il secondo cippo fu discoperto da me l'anno 1807. Serviva di .mensa all'altare demolito di una picciola chiesa intitolata lo Spirito Santo, e vi si trova anche presentemente. Per questo cippo fu adoprata una pietra assai greggia, sulla quale 'restano delle sigle dimezzate, e de'vocaboli o inconcludenti, e fuori di luogo, come sono quelli di libertis e libertabus incisivi superiormente, quindi per ogni rapporto trovasi giusta la espressione del Brumati N. L vfHj J >' ANNAVA - o • L- HELENA • SIBI ET • M • POBLICIO 0 • L • CRUSCILLO LMQQPXVI-