959 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Received: 2016-09-06 DOI 10.19233/AH.2016.45 Original scientifi c article LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA REPRESSIONE DELLA MASCOLINITÀ DEVIANTE DURANTE IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE Marco REGLIA via Francesco Cappello, 7 Trieste, Italia e-mail: marcoreglia@gmail.com SINTESI L’articolo propone un’analisi sul ruolo del confi ne nei confronti della percezione dell’omosessualità, quale elemento pericoloso per la mascolinità fascista di stampo guerriero. Sulla base di una più ampia ricerca dedicata alla repressione della ma- scolinità deviante nella ex Venezia Giulia nella prima metà del novecento, l’autore si concentra sull’aumento del fenomeno repressivo che si riscontra dopo il 1938 e su uno degli elementi che si ritrova con una certa frequenza nei fascicoli d’archivio: l’attenzione nei confronti dei militari e della loro mascolinità e la propaganda di uno stato che si prepara ad entrare in guerra. Parole chiave: fascismo, omosessualità, mascolinità, Venezia Giulia HOMOSEKSUALNOST V NEKDANJI JULIJSKI KRAJINI: VLOGA MEJE PRI ZATIRANJU DEVIANTNE MOŠKOSTI MED DRUGO SVETOVNO VOJNO IZVLEČEK Prispevek predstavlja analizo vloge meje v odnosu do percepcije homoseksualnosti kot nevarnega elementa za fašistično moškost. Na podlagi obširne raziskave o represiji deviantne moškosti v nekdanji Julijski krajini v prvi polovici 20. stoletja, se avtor osre- dotoča na vzpon represije, ki se je pojavil po letu 1938 ter na enega izmed elementov, ki ga pogosto najdemo med arhivskim gradivom: osredotočenost na vojake in na njihovo moškost ter propaganda države, ki se pripravlja na vstop v vojno. Ključne besede: fašizem, homoseksualnost, moškost, Julijska krajina 960 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 PREMESSA Il fascismo di confi ne fu una variante locale del regime fascista che caratterizzò fi n dagli esordi l’evoluzione dittatoriale dell’Italia nel primo dopoguerra nelle aree dell’ex Litorale austriaco. La frontiera giocò un ruolo di prim’ordine nel rapporto tra gli italiani e le comunità slovene e croate inserite all’interno dei nuovi confi ni del regno d’Italia. Il regime ebbe una sua mascolinità ideale su cui basare la costruzione dell’uomo nuovo fascista, mascolinità che caratterizzò anche la repressione della sua devianza in tutto il territorio dello stato italiano, comprese le nuove provincie ex asburgiche. Questo saggio parte da una domanda: vi fu uno speciale fascismo di confi ne nella repressione della mascolinità deviante? La risposta prenderà avvio da un breve quadro di insieme della storiografi a sul tema della repressione della pederastia in Italia per poi concentrarsi sulle fonti provenienti dagli archivi locali e relative alle situazioni in cui l’omosessualità, vera o presunta, fu oggetto di attenzioni da parte del regime fascista nelle ex “nuove provincie”. Nello specifi co si analizzeranno i tempi della repressione della mascolinità deviante e il ruolo delle forze armate, in particolare nel fi umano, quale paradigma di una possibile spiegazione delle ragioni della repressione e delle sue tempistiche. MASCOLINITÀ DEVIANTE NEL REGNO D’ITALIA Il rapporto tra fascismo e mascolinità e la sua devianza è stato oggetto di attenzioni storiografi che solo nel corso di questo millennio: Lorenzo Benadusi nel 2005 e Gianfran- co Goretti con Tommaso Giartosio nel 2006 hanno approcciato ex novo il rapporto tra la mascolinità deviante, per lo più identifi cata con l’omosessualità, e l’ideologia fascista, avvalendosi prevalentemente delle fonti documentali presenti nell’Archivio centrale dello Stato e, in qualche caso nel testo di Goretti, di alcune fonti orali. L’utilizzo dei fondi questura e prefettura presenti negli archivi periferici dell’ex stato fascista con il supporto di fonti orali ha permesso all’autore di individuare alcuni elementi che resero diverse queste terre dal resto della penisola anche nell’ambito della mascolinità. La storiografi a ha fi nora proposto la repressione dell’omosessualità durante il fasci- smo o come un approccio insito al regime stesso e pertanto senza alcun incremento si- gnifi cativo nel tempo (Benadusi, 2005) o come un fenomeno da interpretare nel contesto più ampio della repressione razziale che il regime aveva incrementato avvicinandosi al nazismo (Goretti e Giartosio, 2006). L’evoluzione della repressione della “pederastia1”, nella ex Venezia Giulia propone invece una tempistica originale rispetto al resto d’Italia infl uenzata dal coinvolgimento militare del paese nel secondo confl itto mondiale e dalla presenza di un signifi cativo numero di militari sul territorio. 1 Il termine “pederastia” era frequentemente usato durante il ventennio per indicare in senso spregiativo l’omosessualità; in questo saggio viene usato come sinonimo di omosessualità. 961 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Repressione dell’omosessualità in Italia Il codice penale del Regno di Sardegna, in vigore nel 1859, considerava tra i reati contro il buon costume anche la libidine contro-natura, prevedendo la reclusione fi no a sette o dieci anni, contemplando anche la possibilità dei lavori forzati. Con la nascita del regno d’Italia, il codice penale sardo, incluso il titolo relativo ai reati contro il buon costume e l’art. 425 sugli atti contro natura, fu esteso al nuovo stato. L’e- stensione della norma non comportò la sua applicazione in tutti i nuovi territori; l’art. 425 fu applicato solo nelle aree della penisola in cui vigeva un approccio penale simile e quindi nell’ex regno di Sardegna e il Lombardo-veneto ex austriaco. Non fu applicato nei territori di quegli stati che, dopo la parentesi napoleonica, mantennero la legislazione penale di ispirazione francese su questi temi. In pratica, dal 1861, seppur in attesa di realizzare un nuovo codice penale per il nuovo stato, la legislazione anti libidine contro-natura fu in vigore solo nelle regioni centro settentrionali a cui si aggiunse il Veneto nel 1866. Questa disparità di trattamento si rifl etté anche nella redazione del primo codice pe- nale dello stato italiano: nel 1899 fu varato il codice Zanardelli che non prevedeva alcuna norma specifi ca per gli atti contro-natura. Questa conclusione non fu esente da dibattiti in sede di redazione del codice ma alla fi ne prevalse la non punibilità. Alla base di tale scelta non vi fu alcuna accettazione dell’omosessualità, anzi: come ben dice il Carmignani, “riesce più utile l’ignoranza del vizio che non sia per giovare al pubblico esempio la cognizione delle pene che lo reprimono” (Camera dei Deputati, 1887). Si reputò che la miglior strategia contro il problema fosse l’evitare qualsiasi tipo di pubblicità. Il fascismo varò un proprio codice penale nel 1930, a regime maturo; anche in tal caso però, pur in presenza di una bozza di articolo penale contro la pederastia, i giuristi arriva- rono alla medesima conclusione del 1889. Nel codice penale “Rocco” non si accenna alla sessualità contro-natura preferendo, similmente a quando avvenuto con il codice penale precedente, nascondere il tema: “Si è notato che anche nei Paesi dove l’omosessualità è considerata come reato questa non solo permane, ma si circonda di una pericolosa aureola di pubblicità che contribuisce alla sua diff usione fra i predisposti e conduce non di rado ai più odiosi ricatti” (Dalla Volta, 1933, 138). L’assenza di rilevo penale dell’omosessualità, non comportò un’assenza di repressione dato che vigeva pur sempre il Testo Unico di polizia del 1926. Infatti, durante il regime, furono assegnate al confi no di polizia almeno trecento persone accusate di omosessualità: l’attuale storiografi a ha ricavato questo numero basandosi per lo più sulle fonti presenti nell’Archivio Centrale dello Stato. Nei territori della ex Venezia Giulia i confi nati per pe- derastia furono dodici di cui due da Pola, nove da Fiume e uno da Trieste. Relativamente alla ricerca storica l’obiettivo che si erano posti i redattori di entrambi i codici penali italiani, ovvero di nascondere il fenomeno, ha avuto successo anche relativamente alle fonti, in generale piuttosto scarse per questo periodo. MASCOLINITÀ DEVIANTE E NAZIONALISMO Lo storico George Mosse ha individuato nella tutela della mascolinità ideale uno stru- mento di raff orzamento della nazionalità e della coesione identitaria dei cittadini di uno 962 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 stato-nazione2. L’omosessuale è uno dei controtipi descritti da Mosse, emblema di ciò che un uomo virile non poteva e doveva essere e, per contro, segno di una mancata virilità di individui, gruppi e nazioni. Lo stereotipo poteva essere strumento di denigrazione anche di stati nazionali avversari, visti più simili agli animali che agli umani. In aree di forte confl itto etnico-nazionale sembrerebbe logico aspettarsi una signifi - cativa presenza di accuse di devianza dalla mascolinità ideale o più in generale che nel confl itto internazionale emergessero accuse e percezioni anche sul tema della mascolinità, magari solo in forma stereotipata. Tra le persone coinvolte nella repressione fascista in cui emerge tra le fonti anche l’accusa di pederastia, invece, si riscontra un solo esempio in cui è presente il tema della mascolinità come atto denigratorio. È il caso del signor Antonio, ex consigliere di fi nanza in pensione di Trieste, che tentò di approcciare un rapporto con un giovane uffi ciale germanico a Fiume nell’estate del 1942. In una battuta, scritta su un verbale di polizia, il redattore del verbale si lasciò sfuggire un’allusione alla scarsa virilità del tenente tedesco che ci mise più di due giorni per comprendere che l’anziano signore triestino, oltre a discutere sulla fl ora di Abbazia, aveva ben altri interessi. La percezione di scarsa virilità dei maschi tedeschi era diff usa a cavallo del novecento a seguito di diversi scandali a sfondo omosessuale che coinvolsero persone importanti anche vicine alla corte imperiale germanica; a questo si aggiunse la presenza di diversi ricchi personaggi europei ed anche tedeschi che, già a cavallo del secolo, venivano nella penisola in cerca di facili incontri con giovani maschi. Mentre in Italia il tema non era soggetto a repressione penale, il paragrafo 175 del codice penale tedesco, ad esempio, prevedeva la reclusione per coloro che commettevano atti contro natura. Caso emblematico fu lo scandalo Krupp che coin- volse l’industriale tedesco attraverso la diff usione del suo stile di vita sulla stampa italiana prima e tedesca poi, portando il protagonista verso il suicidio nel 1902 (Dall’Orto, 1988). Se in questo clima durante il ventennio si è riscontrato un unico caso del genere, anche andando più indietro nel tempo, utilizzando le fonti giudiziarie degli ultimi anni asburgici, a fronte di più di duecento processi esaminati solo in uno di essi si riscontra il tema dell’accusa di scarsa virilità abbinata al confi tto nazionale. 2 Nei testi “L’immagine dell’uomo – Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna” (Mosse, 1997) e “Sessua- lità e nazionalismo – Mentalità borghese e rispettabilità” (Mosse, 1996), lo storico George Mosse ha ragio- nato sui nessi tra nazionalismo e mascolinità nella formazione dello stato nazione contemporaneo. Nello specifi co questo autore ha proposto le categorie di tipo ideale e di controtipo per il cui approfondimento si rimanda ai testi in bibliografi a. Il territorio oggetto di questa analisi è stato caratterizzato sia da un forte im- maginario mascolino-borghese, specialmente nelle due città porto di Trieste e Fiume, sia da un’accesa con- fl ittualità tra identità nazionali diverse. La nascita e lo sviluppo delle attività ginniche, fortemente connesse all’idea di patria, sono un esempio di come identità nazionale e rappresentazione della mascolinità ideale si sviluppino in sintonia. Nell’allora Litorale austriaco durante la seconda metà dell’ottocento nacquero società ginniche in tutte le città, in primis a Trieste, sia associate all’identità nazionale italiana che slovena e croata Anche la repressione del controtipo omosessuale è stata infl uenzata dalla mascolinità dominante durante il ventennio ed in particolare dalla sua immagine. Non a caso fu proprio la città di Fiume ad essere più sotto controllo anche su questo tema, dato che era un luogo con un forte fl usso di stranieri, ponendosi per certi versi, in una situazione simile alle città italiane dedite al turismo come Venezia Firenze e Roma, ove si riscontrano un numero di confi nati maggiore che in altre aree. 963 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Quindi, almeno per i territori della ex Venezia Giulia nella prima metà del novecento non si riscontra alcun nesso sistemico tra nazionalismo e mascolinità, incluso il fascismo di confi ne ed il suo approccio antislavo e quindi non vi fu, relativamente alla mascolinità ed alla sua devianza, alcun “classico” fascismo di confi ne. LA REPRESSIONE DELLA “PEDERASTIA” NELLA VENEZIA GIULIA FASCISTA Le fonti negli archivi delle ex amministrazioni periferiche del regno d’Italia hanno permesso di individuare complessivamente quarantasette persone identifi cate e/o schedate come pederasti per il territorio dell’ex Venezia Giulia. Tra queste, non tutte furono confi nate o arrestate e non tutte lo furono specifi catamente per il loro orientamento sessuale. Il sesso maschile è l’unico attributo che le caratterizza tutte, oltre alla voce “pederastia” nei loro fascicoli. Per il resto, modi e tempi d’indagine, comportamento delle forze dell’ordine e tipo di repressione subita si presentano piuttosto diversifi cate3. Tra di esse, dodici furono i confi nati, tutti espressamente per pederastia, come già emerso in storiografi a; tutti gli altri casi sono stati individuati grazie alle testimonianze orali e all’esame degli archivi locali. Il confi no fu l’epilogo di un iter a volte molto lungo fatto di indagini e vessazioni da parte del regime e delle forze dell’ordine dello stato italiano nei confronti della pederastia, vera o presunta che fosse. Un numero rilevante di persone fu indagato senza incorrere nel- la procedura repressiva più pesante; ma anche senza subire il confi no, l’essere ammoniti o semplicemente indagati per pederastia era, per quell’epoca, una repressione di non poco conto. In alcuni casi la pederastia fu solo una nota di demerito aggiunta ad altre macchie per le quali il regime reagì reprimendo. La storia di sedici persone fu caratterizzata dalla devianza sessuale apparsa nei loro fascicoli quale aggravante o semplice tentativo di accusa nei loro confronti ma non fu la principale causa per cui il regime operò contro di essi. La presenza della pederastia nei loro fascicoli non fu irrilevante nell’atteggiamento delle forze dell’ordine: altri motivi più gravi furono però suffi cienti a giustifi care l’applicazione del Testo Unico di PS. Si trattò di una pederastia volatile che, a volte, appariva e scompariva nei documenti di polizia; in un caso, addirittura, fu depennata dallo stesso questore. 3 Similmente alle modalità di indagine e di repressione che queste persone subirono, anche le loro caratte- ristiche socioculturali furono diverse. I fascicoli utilizzati sono a loro volta diversi per consistenza, sia in relazione alla quantità di informazioni raccolte dalle forze dell’ordine, sia in relazione a quanto, di quei documenti, è rimasto oggi in archivio. Oltre al genere maschile, quindi, non vi sono omogeneità evidenti. Relativamente al ceto, si riscontrano un monsignore, qualche possidente, militari ed operai, qualche impie- gato della pubblica amministrazione; si va quindi dallo strato sociale più popolare fi no alla classe media ma non più in alto. Le fonti disponibili non permettono un approfondimento d’insieme dei profi li di queste persone e di conseguenza non emerge una specifi cità territoriale dal punto di vista socioeconomico. Tra le persone coinvolte emerge, a tratti, un atteggiamento non fi lo italiano e/o non fi lofascista ma questo non si intreccia con la visione ideale della mascolinità né tantomeno con l’orientamento sessuale dei singoli sog- getti che sembra muoversi in totale autonomia dalle loro opinioni politiche. I profi li delle persone coinvolte, non essendo signifi cativi rispetto alla specifi cità di confi ne della repressione della mascolinità deviante, non verranno quindi trattati in questa sede. 964 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Gli altri trentuno subirono invece una repressione diretta, chi internato o al confi no chi solo ammonito, diffi dato o arrestato per poi essere rilasciato. Le fonti emerse dal lavoro di ricerca negli archivi periferici hanno aumentato anche la conoscenza sul numero dei soggetti coinvolti permettendo di guardare all’approccio repressivo del fascismo in queste terre anche relativamente alla sua tempistica: la dina- mica temporale delle attenzioni del regime alla pederastia evidenzia un’originalità delle nuove province. Le modalità repressive utilizzate in questi territori sono elencate nello schema se- guente4: • 13 indagati solo o anche per omosessualità, • 4 indagati e/o arrestati o sottoposti a provvedimenti nel contesto militare, • 2 arrestati e rilasciati, • 2 discriminati sul lavoro, • 2 espulsi, • 3 diffi dati, • 3 ammoniti, • 12 confi nati, • 6 deportati in Germania. Le modalità di innesco delle indagini e le tempistiche che portarono agli atti repressivi furono diverse tra loro: agì il regime attraverso la struttura dello stato ma agirono anche i parenti e le persone comuni. Anche se non vi furono strategie univoche similmente al caso di Catania5, in diverse storie si riscontrano nessi e similitudini: uno di questi riguarda la presenza delle forze armate sul territorio, tema che sarà ripreso a breve a fronte di un’analisi agglomerata della pressione repressiva in relazione al suo andamento nel tempo. Sulla base delle fonti documentali e della loro datazione ed in considerazione della periodizzazione proposta dal sociologo Mabel Berezin6 attento al ruolo della propaganda nella raccolta del consenso, il quadro complessivo può essere considerato temporalmente in quattro fasi: 4 Questo scritto prende avvio da una ricerca di dottorato dell’autore (Reglia, 2015) che ha utilizzato sia fonti d’archivio che fonti orali; data varietà delle fonti usate si ritiene più opportuno rimandare il lettore al testo della tesi, che, seppur al momento non ancora pubblicata, è disponibile sia in forma cartacea che digitale nelle Biblioteche dell’Università di Capodistria e di Lubiana. Nel caso di citazioni, invece, si riporterà il rimando alle fonti, pur con i limiti determinati dal Codice di deontologia e di buona condotta per i tratta- menti di dati personali per scopi storici, come spiegato più in esteso nel paragrafo dedicato alle fonti e alla bibliografi a. 5 Catania rappresentò il caso più eclatante di repressione mirata ad eliminare le persone di dubbia virilità dal territorio di una provincia italiana. Nel 1939 il questore Alfonso Molina, da poco nominato capo della locale questura, promosse due serie di retate e altri arresti inviando al confi no nel giro di qualche mese 45 persone (Goretti e Giartosio, 2006). 6 Berezin (1997) ragiona sul ruolo della propaganda fascista nella diff usione del consenso tra la popolazione individuando cinque fasi temporali del regime: l’ascesa al potere, il consolidamento, il successo interno, il coinvolgimento militare ed il crollo. 965 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Ascesa e consolidamento del regime (1920–1926) In fascicoli costituiti in anni posteriori si ritrovano citati documenti relativi alla omo- sessualità datati 1920 a carico di due distinte persone; in questo periodo il confi no non era ancora in vigore ed i territori della Venezia Giulia non erano ancora annessi uffi cialmente al regno d’Italia e, pertanto, non vi trovava applicazione nemmeno il domicilio coatto; la città di Fiume inoltre, si trovò coinvolta nell’impresa dannunziana e la legislazione italiana vi ebbe applicazione solo dopo l’annessione. Nei fascicoli di polizia e di prefet- tura esaminati fi no al 1926 non ci sono ulteriori fonti. Fino al 1922 rimasero in vigore i codici asburgici e, ancora nel 1919, le fonti testimoniano di un processo per libidine contro-natura basato sulla precedente legislazione asburgica. I processi esaminati fanno però parte di un approccio repressivo precedente e non sembrano avere avuto un seguito nel periodo italiano, come i due citati sopra. Successo interno (1927–1937) Nei fascicoli di questura e prefettura risultano documenti a carico di altre nove persone prese di mira dalle autorità in quanto omosessuali, in aggiunta ai due citati nel periodo precedente i cui fascicoli vengono costituiti nel 1927. Durante questo periodo non risultano specifi ci procedimenti di polizia. Il coinvolgimento militare (1938–1943) In questa fase si concentrano venticinque casi di indagati per omosessualità: dodici di questi subirono il confi no di polizia e tre solo l’ammonizione; gli altri furono solo oggetto di indagine o furono arrestati e coinvolti nelle procedure della giustizia militare o espulsi in quanto cittadini stranieri. Il crollo del fascismo (1943–1945) Nel calo della pressione repressiva in sintonia con il crollo del regime spicca nel 1945 il ruolo dell’ex alleato tedesco con il caso di undici persone arrestate dalla polizia italiana di cui sei inviate in campi di lavoro in Germania, tre diffi date e due rilasciate. Il grafi co 1 evidenzia l’andamento della repressione focalizzandosi sul momento del suo inizio, persona per persona, considerando come tale, a seconda dei casi, la denuncia di diffi da e/o ammonizione, l’assegnazione al confi no o l’inizio delle indagini. Il picco repressivo individua chiaramente l’anno 1940 pur considerando che di quattro delle persone presenti al confi no nel 1942 la data d’inizio delle indagini e/o dell’attività repressiva nei loro confronti può essere solo ipotizzata nel 19407. Il grafi co 2 prova a descrivere l’intensità temporale della repressione della pederastia nel tempo riportando anno per anno il numero delle persone coinvolte in indagini, arresti o procedimenti di polizia, anche in considerazione della durata della pena (per cui un confi nato per tre anni nel 1940 viene conteggiato anche nel 1941 e nel 1942). In questa 7 Goretti ha ipotizzato che il periodo d’inizio confi no per queste persone sia da collocarsi tra il 1939 ed il 1940. Anche se la data d’inizio repressione di queste quattro persone fosse stata nel 1939, la concentrazione della repressione risulterebbe analoga, seppur distribuita in un biennio invece che in un solo anno. 966 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 rappresentazione il picco del 1940 risulta più distribuito nel tempo, evidenziando comun- que la crescita dal 1938 e mettendo in luce come la pressione repressiva si mantenesse ad alta intensità nel 1941 e 1942 per poi ridimensionarsi nel 1943. L’andamento della pressione repressiva evidenzia tempistiche diverse a quanto emerso nella storiografi a a base nazionale che vede, pur con diverse interpretazioni, la crescita della repressione nel 1938 per poi diminuire nel 1940: l’incremento dell’attività repressiva nella ex Venezia Giulia, pur con i distinguo d’obbligo relativamente al numero di fonti disponibili, si evidenzia nel 1938 ma continua a crescere nel biennio 1939–1940, persistendo anche nel biennio seguente. Se ciò vale per l’ex Venezia Giulia nel suo insieme, vale ancor di più per l’area di Fiume da cui partirono nove dei dodici confi nati emersi dalle fonti. La disponibilità di documenti dell’archivio di stato di Rijeka (Fiume) ha reso più incisivo il ruolo di quest’ultimo territorio nell’analisi storica del fenomeno che andiamo analizzando; il Grafi co 1: Inizio indagini per pederastia nel tempo. Grafi co 2: Repressione della pederastia nel tempo. 967 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 fi umano ha avuto però anche una propria autonoma ragion d’essere sulla repressione della pederastia, determinata dalla vicinanza del confi ne con la Jugoslavia, stato visto da sempre con sospetto dalle autorità italiane, anche prima dell’avvento del regime fascista. La vicinanza del confi ne dava risalto alla visione stereotipica della lobby internazionale dell’omosessualità che fu anche supportata da alcuni casi di omosessuali di origine fi u- mana che vivevano all’estero indagati già negli anni trenta. Nonostante questi presupposti, i potenziali pederasti stranieri e in generale le relazio- ni delle persone indagate per pederastia con altri uomini originari di oltre confi ne, non comportarono un’attenzione specifi ca da parte delle forze dell’ordine; la preoccupazione della potenziale pederastia dell’entroterra slavo, pur presente in alcune azioni di polizia, non fu una causa determinante dell’aumento di attenzioni repressive. L’aumento di attenzioni nei confronti di una possibile minaccia alla virilità non fu quindi catalizzato dalla pederastia al di là del confi ne, se non nelle preoccupazioni per trame internazionali anti-italiane nel solco dello stereotipo della lobby omosessuale. Come abbiamo avuto già modo di evidenziare, pur in presenza di una signifi cativa con- centrazione temporale, gli atti repressivi non evidenziano una tipicità di cause univoca ma solo delle similitudini in contesti spesso diversi: mondo del lavoro, famiglie, rapporti con lo stato e/o azioni autonome delle forze dell’ordine. Le storie delle quarantasette persone coinvolte hanno comunque dei nessi che si intrecciano anche con la tempistica evidenziata nei grafi ci. Le forze armate ad esempio, si ritrovano nelle storie dei nostri protagonisti sia come attori principali quando conducono indagini sui propri militari, sia come presenza di sfondo della società civile del tempo. Il regime fascista prevedeva la militarizzazione della società civile, dando valore ad una delle immagini stereotipiche della mascolinità novecentesca, quella dell’uomo guerriero. Le forze armate, infatti, avevano un ruolo anche nei luoghi di lavoro, contesto di partenza delle indagini, ad esempio, di due dei protagonisti sintetizzati nei grafi ci precedenti. A partire dall’inizio del confl itto europeo, aumentò l’intensità della repressione dei potenziali pederasti e la pederastia di per sé divenne sempre più frequentemente il capo d’accusa principale su cui basare indagini ed azioni repressive. Lo sforzo bellico e la propaganda ad esso connessa, fu lo sfondo in cui crebbe la sensibilità delle forze dell’ordine e dei delatori sulla pederastia, in sinergia con il bisogno di una mascolinità guerriera da porre al servizio del confl itto. Come non vi fu una causa univoca o dominante nello spiegare la repressione dei pederasti, così non vi fu una cate- goria specifi ca di persone ad innescare indagini ed azioni poliziesche. Le forze dell’ordine si mossero sia autonomamente sia a seguito di denunce esterne; i cittadini furono animati da diverse motivazioni, legate ad invidie o a problemi perso- nali; le forze armate invece, che si ritrovano a vario titolo nei fascicoli di polizia, oltre a coinvolgere in alcuni casi le forze di polizia, si mossero da sole al fi ne di reprimere esplicitamente la pederastia al loro interno. Il saggio di Mabel Berezin citato in merito alla periodizzazione si focalizza sul ruolo della propaganda per descrivere le fasi del fascismo. Se la propaganda fece da background per tutta la società, sulle forze armate pesò la preoccupazione della minaccia alla virilità guerriera che l’omosessualità portava con sé. 968 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 La sensibilità delle forze armate su questo tema emerge sia nella presenza di indagini ad hoc sulla pederastia tra i militari, ponendo grande attenzione anche alle lettere che questi si scambiavano tra di loro, sia nella soglia di allarme elevata anche al di fuori delle caserme, sia nella partecipazione alle indagini su possibili pederasti in sinergia con le forze dell’ordine civili. Sfogliando i fascicoli delle persone indagate per pederastia le forze armate, seppur a diverso titolo, sono presenti in maniera signifi cativa. In un carteggio dell’estate del 1938, Salvatore, un tenente di fanteria di complemento in congedo, fu oggetto di indagini sulla sua moralità ed in particolare sulla sua presunta pederastia. Pur essendo ormai in congedo, il Distretto militare di Trieste si preoccupò del decoro e dell’immagine della divisa. Una nota dell’estate del 1939 lo chiarisce espli- citamente: “Poiché si tratta di addebito che incide profondamente sul decoro del grado e della divisa, per cui è da ritenersi probabile, se non certo che l’uffi ciale debba essere sottoposto ad inchiesta formale disciplinare” (ARI-QS, 1939). Altro caso quello di Vladimiro, una delle persone oggetto di attenzione per la sua omosessualità per un lungo periodo, fi n da quando, nel 1929 decise di abbandonare moglie e fi gli per convivere con un giovane uomo jugoslavo. Fu confi nato dopo diversi arresti e fermi nel 1939. Con il parere favorevole del direttore della colonia chiese di venir prosciolto anzitempo dal provvedimento: la risposta negativa del commissario di Abbazia di basò sulla preoccupazione del possibile “contagio” nei confronti dei militari: “Tenuto presente la delicatezza di questa zona militarmente importante in questo momento di confl itto, zona rigurgitante di militari anche tedeschi, il F. troverebbe qui ora un terreno fertile per dare sfogo alle sue basse passioni con evidente danno e con sicuro scandalo” (ARI-QS, 1939). Sempre nel 1939 fu espulso il “suddito jugoslavo H. Ivan di Ivan nato nel 1893, residente a Sussak” che “ha in più riprese tentato di adescare, verosimilmente per fi ni immorali, i marinai S. Rosario, S. Antonio e L. Mario, tutti in servizio presso Navalarmi Fiume” (ARI-QS, 1939). Esempi come questi sottolineano l’infl uenza che la militarizzazione del territorio poteva avere nella percezione della pericolosità della pederastia; interessante in tal senso la visione stereotipica dell’uomo militare antitetica a quella dell’omosessuale che affi ora nel seguente carteggio. In un dibattito di accuse tra Lodovico, nato nella Pola austrounga- rica, ed il cognato, un sottotenente, che coinvolse a livello di delazione anche la questura di Fiume, quest’ultimo chiarì: “Per la tutela della mia dignità e per l’onorata divisa che rivesto chiedo che alla presenza degli stessi testimoni il medesimo individuo il quale essendo notoriamente antifascista e pederasta non è in grado di darmi soddisfazione come previsto dal Codice militare cavalleresco, mi faccia le sue più ampie scuse” (ARI- QS, 1940). Le attenzioni dei militari coinvolsero anche la vita di Loris, un giovane toscano che lavorava alle poste di Zara. Fu “sorpreso a Pola in una camera mobiliata, ove aveva appuntamento per un convegno pederastico” (ACS-MI, 1940). Il convegno altro non era che una relazione di più di un anno con un marinaio di Napoli conosciuto a Zara quando era di stanza in quella città e poi trasferito a Pola. La polizia agì in quanto seguiva il marinaio e non il postino; le fonti raccontano però solo la storia di Loris che fu confi nato 969 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 per un anno. Sul marinaio di Napoli, di nome Salvatore, non si sa nulla, se non che fu arrestato assieme al suo compagno. Nel 1940 vigeva il Codice penale marittimo del regno d’Italia del 1869 che prevedeva la libidine contro-natura all’art. 297 per la quale era prevista la reclusione ordinaria o dieci anni di lavori forzati ed è logico immaginare che il militare fu giudicato sulla base di tali norme. Nel maggio del 1940 vi furono indagini all’interno della piazza marittima di Pola, basate sull’esame delle lettere che diversi giovani marinai si scambiarono tra di loro e con altri giovani esterni al mondo militare. Le fonti disponibili sono tratte dagli archivi dell’amministrazione civile e rifl ettono solo le informazioni che dalla giustizia militare uscì dalle caserme. Complessivamente furono coinvolti almeno una decina di giovani nel novembre del 1940 ed alcuni di essi subirono provvedimenti di polizia. Sul numero di giovani coinvolti e sulle dinamiche interne alla giustizia militare non ci sono fonti in grado di chiarire i dettagli delle azioni repressive; si conosce comunque che: “Il Comando della Piazza marittima di Pola ha fatto conoscere che nei confronti del B. e degli altri militari compromessi nella faccenda è in corso di attuazione il provvedimento per l’in- corporazione in una compagnia di punizione, ai sensi del regolamento in vigore per la R. Marina” (ARI-PR, 1940). Questi estratti sulla presenza del mondo militare nella repressione della pederastia evidenziano quanto presente fosse la preoccupazione della diff usione dell’omosessualità tra i giovani in divisa e come questa sensibilità non sia rimasta confi nata all’interno delle caserme. Tali fatti ebbero luogo proprio a ridosso dell’entrata in guerra dell’Italia che nel giugno invase la Francia per poi muoversi verso i Balcani con l’invasione della Grecia in ottobre e della Jugoslavia nella primavera del 1941. L’ex Venezia Giulia si trovava così direttamente a contatto con le azioni belliche che non erano oltremare, come le campagne d’Africa. Nell’ottobre 1941 furono varati i nuovi codici militari per l’esercito e per la marina (Regio decreto, 1941): nessuno dei due considerò più la libidine contro-natura dal punto di vista penale. Il clima di preoccupazione per la forza guerriera del paese e la perce- zione di minaccia alla virilità mascolina rappresentata dalla pederastia non scomparve. Rimanendo sulle fonti, il picco delle persone coinvolte è del 1940 mentre la pressione repressiva nel tempo declinò signifi cativamente con il declino del regime, cioè appena dal 1943. In questi anni la pederastia fu sempre più causa principale delle azioni di polizia. La preoccupazione del regime per la propria immagine nei confronti dei cittadini stranieri ed ancor più di militari alleati, come i tedeschi, rappresentava un ulteriore elemento di attenzione alla mancata virilità delle persone, similmente a quanto successe nelle città d’arte italiane, considerate vetrine per l’immagine dell’Italia fascista nel mondo. In parziale contraddizione con la paura del contagio che la pederastia visibile portava con sé vi sono due casi in cui, nonostante l’acclarata omosessualità dei protagonisti, essi furono comunque inseriti nelle forze armate: Loris, il postino di Zara, rientrato dal confi no fu richiamato alle armi a fi ne ‘41 e vi rimase per oltre un anno. Un giovane aviatore coinvolto nelle indagini dei marinai del 1940 invece, fu tenuto sotto osservazione senza alcun provvedimento di polizia; nel 1942 era uffi ciale Pilota nella R. Aereonautica (ARI-PR, 1941). 970 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Figura 1: Vignetta tratta da: “ Picchia sodo” del 9 marzo 1942. 971 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Con il continuare del confl itto il bisogno di truppe continuò ad aumentare e anche i potenziali pederasti poterono esser utili nello sforzo bellico del regime. Interessante da questo punto di vista una vignetta del 1942 in cui, seppur non citando espressamente la devianza sessuale, ci si riferiva pur sempre a uomini distanti dai canoni della virilità guerriera, come i gagà (Picchia Sodo, 9. 3. 1942, 5), richiamati alle armi anche loro. CONCLUSIONI Pur non essendoci un fascismo di confi ne esteso anche nella repressione dell’omo- sessualità, vi fu certamente un eff etto confi ne nella percezione ed azione della società fascista nell’ex Venezia Giulia. L’andamento originale della repressione della mascolinità deviante nel tempo in que- ste terre è spostato più in avanti rispetto al resto d’Italia: pur iniziando ad incrementarsi nel ’38 continuò a crescere fi no al 1942 ed appare, sin dalla versione grafi ca, in sinergia con il coinvolgimento dell’Italia negli eventi bellici. La forte presenza di truppe in tutta l’ex Venezia Giulia, fi n dalla prima occupazione militare delle ex province asburgiche e la percezione di minaccia per la virilità guerriera che l’immagine stereotipica dell’omosessualità portava con sé, furono alla base della presenza del tema militare in diversi fascicoli, sia con coinvolgimento diretto delle forze armate, sia come background su cui agiva la propaganda di un paese militarizzato ed in guerra. Nell’ambito della Venezia Giulia la città di Fiume fu il territorio in cui si concen- trarono maggiormente sia le forze armate, sia le preoccupazioni per l’immagine che l’Italia proponeva all’estero, essendo, una vetrina di confi ne per un regime pronto per l’espansione militare verso est. La tipologia delle fonti a disposizione, non considerando quelle della giustizia mili- tare, non permette di sostenere un diretto rapporto di causa-eff etto tra il mondo militare, la guerra e la maggior repressione della mascolinità deviante. Ciò nonostante le reazioni di preoccupazione che suscitò la pederastia tutte le volte che essa emerse nelle indagini, sia tra i civili sia tra i militari, ci induce a vedere nel confi ne e nell’immagine del maschio guerriero che il fascismo sostenne, un nesso amplifi catore della repressione sia in termini di atti repressivi veri e propri, sia in termini più generali di attenzioni e preoccupazioni sulla diff usione della pederastia, quale minaccia per la forza, anche militare, della nazione. 972 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 THE “PEDERASTIA”IN THE FORMER VENEZIA GIULIA: THE ROLE OF THE BORDER IN THE REPRESSION OF DEVIANT MASCULINITY DURING THE SECOND WORLD WAR Marco REGLIA via Francesco Cappello, 7 Trieste, Italy e-mail: marcoreglia@gmail.com SUMMARY The paper explores the dynamics of repression against the deviant masculinity in the territories of the former Venezia Giulia highlighting its originality compared to the repression of the fascist state in the rest of the peninsula. The availability of the sources from the archives of the former local administration of Italy was allowed to process information even from the time course of their point of view. The times of repression against pederasty showed diff erences compared to the fi nd- ings in history for Italy as a whole. The repressive pressure in the former Venezia Giulia increases in 1938 but does not resize with the beginning of the confl ict: in these territories continues even during the war and it is only reduces at the end of the fascist experience. To explain this phenomenon, the author analyzes the nationality-manhood nexus proposed by George Mosse and the role of the army, widely present in the territory. The border had an important role in the sensitivity of the society of the time against the deviance from the dominant male model and in particular with that warrior component, highly developed in terms of propaganda in synergy with the war events. Keywords: fascism, homosexuality, masculinity, Venezia Giulia 973 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 FONTI E BIBLIOGRAFIA A tutela della privacy delle persone citate in funzione della sensibilità delle infor- mazioni di cui al “Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici” della Repubblica italiana ed in armonia con l’art. 27 della direttiva n. 95/46/CE del Parlamento europeo, per le persone citate è stato usato il solo nome di battesimo e per le fonti di archivio si è omesso il fondo ed il numero della busta, disponibile a coloro che ne facessero espressa richiesta. ACS–CP – Archivio Centrale dello Stato (ACS), Confi no politico (CP), Fascicoli per- sonali. ACS–MI – Archivio Centrale dello Stato (ACS), fondo “Ministero dell’Interno” – “Di- visione Generale di Pubblica Sicurezza” – “Divisione di Polizia” – serie archivistica “Confi no di Polizia e confi no speciale per i mafi osi” (MI). ARI–PR – Državni Arhiv u Rijeci (ARI), Fondo Prefettura (PR), Fascicoli personali. ARI–QS – Državni Arhiv u Rijeci (ARI), Fondo Questura (QS), Fascicoli personali. Picchia sodo. Periodico delle truppe del XI° Corpo d’Armata, Trieste, 1941–1942. Regio Decreto, 1931. “Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza”, pubblicato nella Gazzetta Uffi ciale 26 giugno 1931, n. 146 pubblicato con Regio decreto 18 giugno 1931, n. 773. Regio Decreto, 1940. “Approvazione del regolamento per l’esecuzione del testo unico 18 giugno 1931, n. 773 delle leggi di pubblica sicurezza”, pubblicato con Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 nel Supplemento alla Gazzetta Uffi ciale 26 giugno 1940, n. 149. Regio decreto, 1941. 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(1988): “La tolleranza repressiva dell’omosessualità – quando un atteggi- amento legale diviene tradizione” edito originariamente da Arcigay quale contributo al convegno: “Omosessuali e Stato”. Cassero, Bologna – consultato su www.giovan- nidallorto.com (ultimo accesso 10 luglio 2012). 974 ACTA HISTRIAE • 24 • 2016 • 4 Marco REGLIA: LA “PEDERASTIA” NELLA EX VENEZIA GIULIA: IL RUOLO DEL CONFINE NELLA ..., 959–974 Dall’Orto, G.: “Friedrich (“Fritz”) Alfred Krupp (1854-1902) a Capri” http://www. giovannidallorto.com/krupp/krupp.html (ultimo accesso 25.11.2016) Goretti, G., Giartosio, T. (2006): La città e l’isola – Omosessuali al confi no nell’Italia fascista. Roma, Donzelli editore. Mosse, G. L. (1996): Sessualità e nazionalismo – Mentalità borghese e rispettabilità. Roma. Editori Laterza. Mosse, G. L. (1997): L’immagine dell’uomo – Lo stereotipo maschile nell’epoca moder- na. Torino, Giulio Einaudi editore. Reglia, M. (2015): La mascolinità deviante tra l’ex Litorale austriaco e la ex Venezia Giulia. Università del Litorale, Facoltà di studi umanistici. Capodistria.