ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 508 ASCOLTARE SUL CONFINE. COMMENTO ALLE RELAZIONI ITALO-SLOVENE Mi sembra di grande interesse il fatto che AISO abbia fornito un’occasione d’incontro, metodologico e sostanziato, tra storici oralisti sloveni e italiani. Abbia- mo fatto convegni e Interreg assieme, ma stavolta al centro del confronto ci sono finalmente le fonti orali. È una buona occasione per fare chiarezza anche rispetto ad alcune questioni generali ed eventuali dissonanze cognitive1. Katja Hrobat Virloget si misura con uno dei settori più densi di contributi, più frequentati dalla storiografia di confine, più esposti ad un uso pubblico, in particolare dal 2004 con l’istituzione del Giorno del ricordo2. Oltre ai miei, diversi altri lavori hanno fatto un consistente uso di testimonianze di italiani che furono parte del movimento dell’esodo nel dopoguerra o che rimasero nei luoghi d’origine, con i quali bisogna confrontarsi3. Partire dalla storiografia esistente consente anche di fare meno fatica, evitando il rischio di scoprire cose che altri hanno da tempo elaborato, per andare con più decisione oltre, verso il progresso della conoscenza storica. Katja Hrobat Virloget ha il merito di iniziare a sondare l’altra parte, dal 1991 slovena, precedentemente parte della Jugoslavia, di italiani rimasti e/o immigrati da altre province jugoslave. La sua ricerca si concentra sul territorio dei Brkini – immediato retroterra carsico a monte di Capodistria e Sesa- na – dove l’esodo fu significativamente diverso da quello del resto dell’Istria, per la vicinanza con Trieste, la tempistica, le modalità degli accordi internazionali riferiti alla cosiddetta Zona B4. Diversi fattori in quell’area ritardarono l’esodo, che si compì prevalentemente tra il 1954 e il 1956, compresa la percezione di un clima politico più mite rispetto a quello nei territori ceduti già nel 1945. Rispetto alla ricerca di «versioni alternative» viene in mente Andrea Brazzoduro quando ci raccontava della raccolta di memorie di veterani francesi e algerini della guerra d’Algeria che gli ponevano a quarant’anni di distanza la stessa domanda: loro – dall’altra parte – cosa dicono (Brazzoduro, 2012)? 1 L’intervento non ha potuto prendere in considerazione il contributo di Marta Verginella – pubblicato nelle pagine precedenti – che è stato consegnato successivamente al convegno. 2 L. 30 marzo 2004, n. 92 Istituzione del «Giorno del ricordo». Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 13 aprile 2004, n. 86 1. 1. «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’e- sodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Per una sintesi si rinvia a https://www.irsml.eu/vademecum_gior- no_ricordo/Vademecum_10_febbraio_IrsrecFVG_2019.pdf. 3 Tra i lavori con utilizzo di interviste e memorie cf. Rumici, 2001; Rumici & Mileta, 2008–2012; Miletto, 2005, 2007; Miletto & Pischedda, 2009; Paiano, 2005; Bernas, 2010; Giuricin, 2007. Sull’area goriziana cf. Cattunar, 2014. Per una sintesi cf. Nemec, 2015; Pupo, 2012; Crainz, 2008. 4 La Zona B era parte del Territorio Libero di Trieste (TLT), stato indipendente di regime provvisorio, di fatto mai costituitosi. Posta sotto amministrazione jugoslava come previsto dai Trattati di Parigi del 1947, fu annessa al resto della Repubblica federale socialista a seguito del Memorandum di Londra (ottobre 1954) (cf. Cattaruzza, Dogo & Pupo, 2000; Catalan et al, 2007; Rogoznica, 2011). ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 509 Ma la ricercatrice in questo caso ha incontrato più che altro silenzi, reticenze e ri- fiuti sui quali si è opportunamente interrogata. Credo che la postura della storia orale abbia bisogno di una promessa iniziale, ovvero di due soggetti che si incontrano e si promettono l’un l’altro di entrare in una relazione nuova, mai prima sperimentata: da un lato un ricercatore ignorante, con un atteggiamento aperto e disarmato (vedi intervento di Alessandro Portelli), dall’altra un narratore sapiente quanto potenziale. Qual è la motivazione per cui questo dovrebbe donarci la sua storia affrontando i rischi di incomprensione, mistificazione, alienazione? Portelli ieri diceva: «Che ne sanno questi di chi siamo noi? Forse spie?» Il patto fondativo del rapporto tra intervistatore e intervistato è sempre un ap- proccio sperimentale, un passaggio delicato, non esistono tutorial buoni per tutti i contesti. Nei lavori per Le buone pratiche ci siamo occupati anche di questo, poi soprattutto di regolamentare il setting d’intervista, la privacy, la conservazione. Forse dovremmo tornare sulle impostazioni primarie, sulla presentazione iniziale del ricercatore, sulla promessa iniziale che è presupposto basilare di incontri fattivi. Sappiamo che la presenza di una controparte – un’ombra, un fratello cattivo – alla quale attribuire almeno alcune colpe per le proprie vicissitudini, è in genere fattore decisivo nei processi di costruzione della memoria collettiva. È un nodo interpretativo che ci riporta al tema della personalizzazione della colpa (cf. Nemec, 2020). Attenzione: bisogna essere sicuri di non comparire sullo sfondo di quella controparte, essere certi che parlino con noi e non con uno stereotipo. Sappiamo di altre e varie difficoltà nella relazione iniziale; farò alcune rifles- sioni di carattere generale, forse utili anche in riferimento alle altre relazioni. Di disagio provato con i testimoni ha parlato anche Urška Strle. La ricercatrice si è interrogata a tutto campo sull’etica della storia orale e su possibili infortuni della ricerca, relativi alle pratiche di consenso informato e alle forme di protezione legale del ricercatore e del narratore; lo ha fatto a partire da una casistica relativa ai processi migratori in Slovenia e all’emergere di memorie lungamente silenziate dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Particolarmente esposte a un uso pubblico fuorviante le sembrano le narrazioni proposte dal recente e di successo programma Testimoni, costruito proprio a partire da storie di vita. Il programma è stato pro- mosso come un «debito di civiltà» nei confronti di coloro che sono stati «uccisi, perseguitati, oppressi o messi a tacere» durante o dopo la Seconda guerra mondiale. La spettacolarizzazione di ricordi personali e familiari che non hanno avuto pre- cedente spazio sulla scena pubblica ha implicato il rischio che alcuni contenuti venissero presentati come uniche e indiscutibili verità; diverse narrazioni parevano uniformate da anticomunismo militante. Il tema del silenzio e delle lunghe censure è stato elaborato in particolare nelle nostre zone di confine tra Italia e Slovenia in relazione ai cinque passaggi statuali (per la Slovenia sei) intervenuti nel corso del ’900, con il relativo corollario di traumi, lutti e paure, nonché di diverse strategie di adattamento. A Venezia nel 2013 abbiamo parlato di narratori reticenti, che rendono irraggiungibili o assai impervi quei territori della loro esperienza che per noi sono i più interessanti e ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 510 sui quali vorremmo pascolare (Le vite degli altri, 2013). In riferimento all’esodo dei giuliano dalmati, indicavo alcune condizioni tipiche attorno e oltre i vecchi confini, dove silenzio e riservatezza ebbero un senso storico, furono conformi ad un regime che non tollerava antagonismi alle versioni ufficiali, furono strategie di difesa personale quando ancora appariva lontano e irraggiungibile il tentativo di costruire una storia se non condivisa perlomeno levigata in superficie, smussata dalle punte più aspre e drammatiche del male personalmente subito. Quando oggi i «rimasti», gli italiani che vissero o ereditarono l’esperienza del passaggio dalla condizione di maggioranza egemone a quella di minoranza (nazionale in Jugo- slavia e rispetto alla scelta maggioritaria dell’esodo) raccontano poco non è solo per riservatezza, prudenza e autocensura, talvolta ricordano poco di personale, riproducono versioni ufficiali, perché la memoria non si ricrea spontaneamente con il crollo dei regimi (cf. Schulze, 2007)5. Il senso del limite, le cautele nella comunicazione con l’estraneo, sono fatti interiorizzati e storicamente stratificati che rimandano a un piano referenziale: una società dove la violenza era possibilità incombente, narrata alla stregua di pratica consuetudinaria, costantemente temuta, prefigurata, prevenuta con atteggiamenti di estrema prudenza. Diffusa e resistente era la percezione di una violenza sotterranea, endemica, usata sempre come lezione di conformità. La propaganda che raffigurava la Jugoslavia come pacificata, occultava la realtà di una società a lungo militarizzata e governata da polizie segrete. Le fonti orali spesso evidenziano come una vera e propria pedagogia del silenzio abbia segnato le generazioni nate attorno agli anni ’20, cresciute nell’anteguerra, transitate attraverso tempi calamitosi e confini a lungo incerti. E’ noto come anche nel non-detto, nella povertà della comunicazione familiare e comunitaria, risenti- menti, pregiudizi e paure, possano comunque passare per via trans generazionale. Ombre, fratelli cattivi, capri espiatori sono figure del dolore, spesso strutturate secondo schemi condivisi. Quanto di queste storie è stato socializzato? Entro quali cerchie di lutto? Sappiamo che esistono corpi intermedi – familiari, comunitari, politici, associazionistici – che fungono da primi interlocutori e privilegiati, che validano il soggetto, che uniformano i linguaggi, che consentono alle memorie individuali di sopravvivere e perpetuarsi. Credo che in queste cerchie il ricercatore debba entrare, respirare quell’aria, familiarizzare con quelle parlate. Poi si possono incontrare soggetti portatori di storie misconosciute e isolate, ai margini delle narrazioni ufficiali, talvolta con memorie tenaci e proterve, rimaste a lungo senza interlocutori solidali e senza rilevanza culturale, che mantengono i tratti di un controcanto polemico. Io sono stata fortunata in tal senso: ho spesso incontrato soggetti portatori di una perdurante domanda di riconoscimento e di giustizia che mi hanno portato avanti nella ricerca. Sul termine esodo: nella Jugoslavia post-bellica era stato pesantemente cen- surato e rimosso dal discorso pubblico. Se era necessario parlare delle masse di 5 Sulla proliferazione di memorie dopo il crollo della Jugoslavia cf. Bet-El (2002). ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 511 giuliano-dalmati (non solo italiani) che avevano abbandonato i luoghi di origine si usava il termine di optanti o migranti sottolineando le valenze politiche (era- no tutti fascisti) oppure economiche (l’appeal di un paese capitalista). Hrobat Virloget giustamente rivendica il termine esodo, quello in cui sin dall’inizio i protagonisti si erano riconosciuti. Si ritiene coraggiosa per usarlo nel contesto sloveno attuale, allora io le suggerisco un ulteriore passo in avanti: quello di togliere le virgolette, ricordando che Storia di un esodo, pietra miliare in cui si cimentarono molti studiosi di frontiera, è datato 1980 (Colummi et al., 1980). Spetta ai giovani studiosi sloveni misurare le distanze dalla vecchia scuola che per decenni ha rifiutato di compiere qualsiasi riflessione seria sul fenomeno delle violenze di massa e degli abbandoni, considerando le richieste in tal senso frutto di propaganda o provocazione fascista (cf. Troha, 2009; Cattaruzza, Moscarda & D’Ottavio, 2008; Verginella, 2013; Klabjan, 2021). Sollecitata dalla relazione di Urška Lampe, propongo alcune riflessioni sulla questione – anche questa trasversale – della lingua usata in sede d’intervista e delle diverse appartenenze nazionali di intervistatore e intervistato. Personal- mente sono stata rimproverata perché intervistavo solo italiani (purtroppo non parlo né sloveno né croato) o al contrario perché mi approcciavo a testimoni di appartenenza nazionale plurima utilizzando come lingua franca il dialetto triestino-istroveneto. È chiaro che senza la fatica di schierarsi dalla parte dei te- stimoni/protagonisti non può esserci storia orale; è altresì possibile che i migliori risultati si ottengano sulla base di un comune retroterra linguistico e culturale. Tuttavia, io credo che non debba esserci monopolio sulla memoria, né steccati tra specifici campi di ricerca, anzi forse uno sguardo strabico, di diversa provenienza e appartenenza può portare a risultati inaspettati6. Sebbene in una zona di confine, in una società ibrida, mistilingue e multicultu- rale, per decenni c’è stata una tradizionale ripartizione delle indagini, per cui gli sloveni interpellavano gli sloveni, gli italiani i connazionali; le associazioni della diaspora erano le uniche a coltivare la memoria dei compaesani con un forte senso di appartenenza. Nella Jugoslavia postbellica il problema di conservare la memoria non si poneva, o si poneva in altri termini perché c’era stato un sovvertimento rivoluzionario che intendeva inaugurare una nuova era, perché in tal senso solo la memoria della lotta antifascista era utile per costruire le verità di stato. La figura al centro dell’analisi di Cecilia Furioso Cenci si colloca anch’essa dentro un milieu di confine, patria di tanti authentichybrids. Si tratta del bisnonno, nato nel 1890 come Franc Cencič, poi italianizzato in Francesco Cenci, e morto nel 1937 di ritorno dall’Abissinia. Spostatosi dall’area di origine (un paesino montano ora nel Comune di Caporetto), alla zona di Cormons (in provincia di Gorizia), insieme alla moglie e alla famiglia di lei, Franc non sembra esser stato più che tanto intaccato dalle politiche di italianizzazione forzata del regime fascista. Lo sappiamo dalle ventisei lettere e cinque cartoline che spedì alla moglie e al figlio 6 V. in particolare tra i lavori di Pamela Ballinger (2003, 2004, 2006, 2007, 2011). ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 512 dall’Africa Orientale Italiana tra 1936 e 1937, ove era occupato come operaio militarizzato. Conservate dalla famiglia in una valigia di cartone per ottantacinque anni, non erano mai state lette prima della ricerca di Cecilia, tantomeno tradotte. La lingua utilizzata da Franc è un eloquente esempio di ibridismo e di incroci: un dialetto sloveno di confine, probabilmente una variante del Torre, con forti influssi italiani, friulani, bisiachi7. Lo scrivente adoperava un lessico domestico, una par- lata molto lontana dalla lingua scritta, comprensibile solo nel contesto circoscritto di un piccolo mondo di parlanti (cf. Milani-Kruljac, 1990). Nel caso esaminato da Furioso Cenci i fattori di dispersione della memoria sono davvero tanti, che si som- mano alle difficoltà relative agli epistolari, smembrati e esposti alle perdite relative a migrazioni e traslochi. Ma la ricerca mira a ricostruire brani di vita familiare anche attraverso altre fonti e un paziente lavoro di ri-tessitura che va in direzione contraria alla dispersione della memoria8. A conclusione ci chiediamo: a cosa serve? Quanto a fondo possiamo capire la materia narrata? Molti intervistati dicono: «chi non ha provato non può capi- re». Alludono al rapporto esistente tra una zona profonda del vissuto personale – un sentire inscritto nel corpo, percepito come impossibile oggetto di storia – e quello che ci offrono in termini di parole. Spesso rispondo che se non si può rivivere quel passato lo si può com-prendere, che l’intervista consente un passaggio di vita –non solo di mere informazioni – centrale nella trasmissione storica. Credo in una storiografia capace di com-prendere vari se non tutti i modi di vivere il passato, anche quelli che stanno più in basso nella gerarchia delle rilevanze politiche; accettare la pluralità e complessità dei punti di vista fa cogliere le forti ambiguità delle verità ufficiali ed è un sano esercizio di democrazia. Del resto, il nostro lavoro di storici è la conservazione della me- moria, nella convinzione che proprio sulle amnesie si fondano le drammatiche e irriflesse scelte del presente. Gloria Nemec 7 È un dialetto derivato dal veneto sovrapposto al friulano, con apporti sloveni e tedeschi. Parlato nella parte meridionale della provincia di Gorizia, in particolare attorno a Monfalcone. 8 Un esempio in tal senso è costituito dalle ricerche di Aleksej Kalc sulle corrispondenze e registrazioni ma- gnetofoniche scambiate negli anni Sessanta tra famiglie emigrate, appartenenti a diversi contesti linguistici, sloveni di Trieste e croati dell’Istria, che trasferendosi in Australia avevano mantenuto come lingua franca familiare il triestino. Il lavoro è stato integrato da interviste ai protagonisti a Trieste negli anni Novanta (Kalc, 2007; 2015; cf. Nemec, 2021). ACTA HISTRIAE • 31 • 2023 • 3 513 Bibliografia Ballinger, Pamela (2003): History in Exile. Memory and Identity at the Borders of the Balkans. Princeton, Princeton University Press. Ballinger, Pamela (2004): «Authentic Hybrids» in the Balkan Borderlands. Cur- rent Antropology, 45, 1, 31–60. Ballinger, Pamela (2006): Opting for Identity: The Politics of International Refugee Relief in Venezia Giulia, 1948–1952. 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