Anno VII. Capodistria, Gennaio 1900 N. 1 JLi no stri lettori Se volgiamo lo sguardo al passato, abbiamo motivo di rallcgrarci del eammino percorso. Siamo arrivati al VII anno di nostra esistenza. II pro^ramma nostro, che si legge nel I nuraero della prima annata era modesto, come lo e anche ora. Siamo nati per i giovani e saremo sempre eguali per Ioro. Oompito nost.ro si fu, e continuera acl essero ancora, qnello di ispirare in osa i 1' amore per la nostra cultura. Fummo colti nel passato, vo-gliamo esserlo nel preselite; non basta diniostrare che tummo colti e civili, si deve continuare ad esserlo. Eeco il motivo per cui noi abbiamo aperto le pagine di (]iiesta rivista ai giovani istriani, che come noi sen ton o. ispi-rando Ioro fiducia con la forma poi)olare di questa, che se anche sorretta da penne valenti ed antorevoli. non chiude ad essi la via di diniostrare quanto possano le Ioro giovani forze. E qui c' incombe 1' obbligo di ringraziare in primo luogo tutti quegli egregi ingegni, noti alla provincia per il Ioro interessamento agli studi patri, letterari ed artistici, che vollero assecondarci nel nobile ufficio, ai giovani che corrisposero vo-lentieri alla nostra chiamata, agli en ti morali che ci aiutarono, ai gentili associati che col Ioro abbonamento resero possibile 1' esistenza materiale del n ostro periodico. Incoraggiati da si egregie persone, coH'appoggio sempre maggiore della citta nostra e della provincia promessoci dagli onorevoli signori Dott. Belli, Podesta di Capodistria, e Dott. Felice Bennati, Deputato provinciale, accorsi premurosamente al nostro in vito, quando si tratto di completare le nostre tile, riempiendo i tristi vacui prodotti dali' inflessibile Parca, pos-siamo dichiarare ai nostri lettori, clie continueremo per la 11 ostra via con zelo sempre maggiore, rendenclo, per (pianto stara in noi, la »ostra rivista sempre piu meritevole di eon-siderazione. Promettiamo fin d' ora di allargare il campo della nostra aziope, accettando qualunque arlicolo ehe fosse di speci a le interesse per il »ostro paese, di arriechire i »ostri fascicoli di qualche illustrazione, di progredire insomma per quanto ce lo eonsentiranno le »ostre forze, tedeli ai »lotto «Pro Histria »ostra -. E di riuscire ci d;i speciale tidanza 1' interessamento dei vecclii abbonati, 1' amore clie tutti i huoni portano alla loro terra, la eousiderazione, i» cui saranno presi i nostri storži e le »ostre fatiche, il fatto che, ove »na delle poche riviste, che vivono in paese, avesse a cessare d'esistere, darebbe una triste idea della cultura della nostra provincia, tanto piu che ad onta delle sempre maggiori esigeiize tipografiche resta inalterato il tenue prezzo di abbonamento. Facciamo percio appello ai »ostri vecclii abbonati di volerei eontinuare il loro appoggio, ed iuvitiamo i »ostri com-provinciali clie linora »on ebbero occasione di appoggiarci. di volerlo tare nell'avvenire, perclie soltanto col loro materiale coiicorso ci renderanno possibile di eontinuare nella via che ci siamo tracciata. Sappiamo quanto amore essi portiiio alla »ostra provincia, qua»to siaiio gelosi del prosperamento e del decoro di q»fest,a, e siamo sicuri clie come ora e-sempre di pi» ainteranno la nostra impresa ispirata ali'idea di volerei mostrar degni del nostro glorioso passato. Cio detto, auguriamo ai »ostri eolti collaboratori e ai nostri gentili associati e vecclii e nuovi ogni prosperita per 1'anno che s'incammina, termi nel nostro proposito di eontinuare con piu viva alaerita la nostra impresa, che sebbene modesta, lia gia recato buon frutto e ne rechera senza dubbio in maggior copia nell' avvenire. La Direzione. •» Alessandro Verrs e GianrinaSdo Carfs Lettere inedite. Nell' arehivio antico del municipio di Capodistria ebbi la fortuna di trovare aloune lettere, dirette da Alessandro Verri a <>. R. Carli li, le quali, con interruzioni, abbracciano gli anai 1779-17V>3. Di esse. alcune illustrano 1'attivita lette-raria del Verri e dimostrano clie ben piu stretta, di queilo clie ti nora si riteneva, fu la eomunione intellettuale fra i due ingegni, giacohe piu d' un' opera del Carli diede inspirazione o niateria alle produzioni del Verri, il quale ebbe eonsigii dal-1' amieo nel comporre la «Corigiura di Milano» e trasse della niateria, la qual cosa iinora non fu nota ta, per le sue eelebri e fortimate »Natti Romane* dalle »Antichitfi itali< lic» del Carli, speeialmente dal tonio III, come confessa il Verri stesso in una lettera del '92, (lopo avergli spedita 1'opera sua ; altre ei mostrano come la pensasse il Verri su alcuni avveni-menti del suo tempo. Una sola lettera e del Carli e spetta ad Alessandro Verri, ma e diretta al fratello Pietro, del quale ho trovato una trentina di lettere, che quanto prima mi sara pos-sibile pubbliehei'6, di earattere 'confidenziale, di qualche im-portanza per gli studi economiei e storici e per le relazioni d' amicizia corse fra il Carli e Pietro Verri negi i anni 7>9, lil, 'G"?, '64, '65. La prima lettera di Alessandro Verri, in data 1 dicembre 1779, ci mostra il Carli in relazione amiehevole, almeno in apparenza, con Pietro Verri. Alessandro ])oi ebbe quasi sempre grande stima e ainmirazione per il l) Le prime dne lettere fanno parte della eollezione. «Mss. di G. 1!. Carli > X. 1502, le altre del X. 1501. 2 Ne solamente le A'otti Romane« niando il Verri al Carli, ma anehe le sue prime tre tragedie o tentativi drammatiei, eoine volle chia-marle 1'autore, e, nel 'KI, le »Avventnrc rti Saffo poetessa di Mitilene mertiante il fratello Pietro. Xon sarei alieno neppure dali'affermare, 11011 ostante ijnanto rtisso il Bertana (efr. Supplemento X. 4 del Giorn. st. della lett. it., nota 2 a pag, SW), clie piu che 1' eeo del «Contratto soeiale« del Housseau si sen ta no nella Congiura di Milano> reminiseenze deli' Uo-1110 libero» del Carli, gia pubblieato nel '7-S. Carli ')? quale, nel 'ti 15, quando si trovava a Parigi, manda saluti atfettuosi per mezzo del fratello Pietro, e ha timore c-lie insieme con gli altri amici nou si «ratt'reddi» perche 11011 gli seri ve direttamente; e pero si seusa diceiulo che bisognerebbe »ricopiare le stesse eose piti volte per dare le nuove a tutti». Ma gli amici, ai quali Pietro Verri leggeva alcuni brani delle lettere del fratello, dispensano Aless. dallo seriver loro, eon-tenti di aver sue nuove da Pietro. Anche quandc serive da Londra, nel '07, mostra 1' affetro suo per il Carli, serivendo : «il caro Carli lo abbraccio teneramente». Nel suo secondo viaggio a Parigi ('07) confribuisce a render noto il eapodistriano presso i letterati francesi, consegnando al Morellet 1'opera silile monete 2). Ne il Carli pero era da meno nel dimostrare la sua amicizia per i due Verri, che diede piena ragione ai dne fratelli e li sostenne nella loro inimicizia eol Eeccaria. Quando poi nel '07 il Carli «piomba dalTAustria presidente*, Pietro, vedendosi posposto nell' alta carica, comincia a fare una guerra sorda al suo presidente, mentre Alessandro, anche nel '08, manda saluti al Carli, ma nel giugno dello stesso anno, unisce, per un momento, il suo scherno a quello del fratello che mette in riclicolo il eapodistriano, perche, in una proces-sione per la solennita del «Corpus Domini«, s'era messo una «parrueca sul taglio di quella d'Arlecchino Senator Romano ed avvocato dei poveri-'. Ma, dopo questa concessione all'anior fraterno, invano si cercherebbe uelle lettere d'Alessandro una allusione di scherno o d'inimicizia verso il Carli, sebbene le lettere del fratello gliene potessero, anzi dovessero dare ap-piglio 3). Piu aucora pero che a lumeggiare le relazioni d'amicizia fra il Carli e Aless. Verri, servono queste lettere, soprat-tutto le tre prime, a mettere in nova luce 1' attivita letteraria d'Aless. Verri nella sua virilita. Infatti, per quanto m'e noto, finora si attribuivano al Verri soltanto due tragedie: «Pantea» e «La Congiura di Milano», di pili G. A. Maggi nella »Vita *) Cfr. B. Ziliotto : «Treeentosesi() il III e il IV. Cfr. Dott. C. Casati : »Lettere e scritti inediti di Pietro e di Aless. Verri«, 4 vohuni, Milauo, Gius. Galli, 1879~-&1. di A. Verri* seri ve: »Abbandono poi il pensiere di 1111 miovo lavoro dram matico sul fatto di «Arria», che gia aveva ideato*'): ora, dalle lettere che pubblieo pili sotto, apparisce che l'«Arria» fti lion solranto idcata, nm stesa, verseggiata, condotta in una parola a termine, che certainente non 1'avrebbe mandata al Carli jier il giudizio prima d'averla terminata Ancora ne il Verri ne il Carli, nelle lettere che riguardano r«Arria», parlano di abbozzi, bensl il primo si c.ompiace che il Carli abbia trovato di sua sodisfazione .41 dialogo e 1'elocuzione», «perelie e ap-punto la pa rte che ha presa maggiormente'di mira in qaesta tragedia, proponendos/ di comiettere il dialogo sfuggendo le prolisse padate, o i monologhi diffusi, e altronde studiando.sv di combinare 1'eleganza poetica colla chiarezza, e tacilita, ecc.»; il secondo giudica «1' elocuzione e il dialogo.... al di sopra d'ogni eceezionfe. Di qualche importanza e anclie la lettera in data 22 giugno 1 782. perche ci ta conoscere 1'esistenza di uiv altra tragedia: »Andrea Doria», la secouda tragedia del Verri di soggetto storico nazionale, finora ignota alla storia letteraria auch' essa verseggiata, giacche nella sua lettera F autore ci dice: «11011 1'I10 ridotta. ne verseggiata in modo da contentarmi e torse non vedra la luce». Ora, se le mie deduzioni non sono erronee, si dovrebbero eereare fra i mss. del Verri, tra i (jnali ce ne devono esser molti d' iuediti:i), e trovatele, dare alla luce le suddette tragedie, che, se 11011 avranno forse mi grande valore estetico, saranno certo degne di studio per la storia della tragedia, in eni il Verri apcrse e segno nuove vie Silil' esempio dello Shakespeare. Ad ogni modo, si trovino o 110 i mss. delle tragedie verriane, le lettere che pogsediamo, ci 1) Ct'r. G. A. Maggi: «Vita di Aless. Verriu, pretnessa alla »Vita di Erostrato*, Torino, 1S48, Štab. tip. Al. Fontana. 2) II Verri usava mandare le proprie eomposizioni, prima di darle allc stainpe, agli ainici. A qnesto proposito ci narra il Maggi: Stc.se la, Pantea, dapprima in versi e parte in prosa.... poi la niando al conte Pietro stio fratello, a G. K. Carli, a Becearia, a Frisi, i quali chi piii chi meno gliela lodarono» cfr. «Vita d'Al. Verri«, premessa alla »Vita d'Erowtrnto»). Anche la «Congiura di Milano» fu sottoposta al giudizio degli amici. E da notarsi qunnto il Casati dicc nella prefazione, pag. XV, alle ? Lettere e Scritti ecc. di A. V. e P. V.»> : Moltissime al tre lettere del Verri, ineritevoli d'esser stampate, sc ne riniangouo inedite presso gli eredi e presso altre persone; dalle mani delle quali non mi venne fatto di trarle«. servono a ricostruire, fino a mi certo punto, il contenuto del-l'«Arria», e ce ne tanno intravedere 1' azione e in parte lo svolgimento psicologico dei caratteri, grazic alle lini osserva-zioni psieologiche del Carli, che in mezzo a; gravi nffizi d'am-ministrazione, trovava pur tempo di dedicarsi con frutto a studi letterari. i. Carissiino 1 . Ho let to tutta in un fiato la tragodia del signor eavalier fratello Alessandro ; porche, dacche 1' ho eominciata, 11011 ho prtuto abbandonarla, se uon alla fine. L' argoinento e intoressante ; ed egli ha avuto 1' industria 11011 d'al-terare e sfigurare come sogliono i Poeti ; 111 a di supplire alla storia. Tacito come parla della congiura di Furio Seriboniano 11011 nomina vcramento Pedo Cecina, ma il fatto dArria e da lui bastantemento indicato, libro XVI2), Dione, lib. t>03), attribuisce a Seriboniano il desiderio di eonvegno; ma senza poi indicare la ragione desčrivo poi la morte di Peto Cecina. e la fortezza d'Arria; in bocca di cul, dopo la ferita fatta a se stessa, riferisce il detto «11 /Tts oux : Peto 11011 mi duole, o, non mi dolgo; che forse e meglio che il «Paete non dolet» di Plinio M ; meglic di cul Come gia dissi, la lettera e diretta a Pietro Verri, ma spetta al fratello Alessandro. Annales. Peto Cecina, avendo cospirato contro I' imperator« Claudio, tu condannato nel capo. Arria, sua moglie, por indnrlo a darsi la moite, s' inimersc uu pngnalo nel seno e glielo porse dicendo: Paete, non dolet». Peto la i mit 6 immediatamente. i 3 N*ella sna storia romana 'l,lo[i7:/.r1 br-siV in SO libri, ei narrn, nel libro 60, il seguente fatto, che. per comoditii dei lettori trascrivo e in parte riassuino: nihil iaui si bi divClaudio boni Romani pollicebantur : idcirco statim cuni alii, tnm Aniiius Viniciamis insidias paraverunt, unus eoruni qui l>ost oxitinm Caij digni principatu habiti fuerant, ideoquo per-niciem sibi metuens. Is cum nnllis esset iustructus viribns, Furinm Ca-liiillum Scribonianiini, Dalinatiae praetectnm, copias mnltas nrbaiias ac peregrinas habentem ad societatem defectionis per nuntios pellesit, iain tum ipsum aiiinio agitantem, quod ipse quoquo imperio dignus esset iii-dicatus. Ad liunc id agentom raniti senatores ac equi se contiilerniit (cfr. Lib. LX, p. -111-12, trad. latina lattane da Xilandro nel 1555; il testo greeo non fu aneora pnbblicato dalla časa ed. Teubnor)«. Continna poi, Dione, diet liio che Claudio impanrito dalla vastita della congiura voleva cedere spoiitaneaniente il govorno a Smboniano, ma poi, essendo rhiscito a conquistare alla propriacansa la settinia e la dec:ma legione, decise di mandare a morte tutti coloro che. orano in sospetto d' aver preso parte alla congiura. Fra questi Dione nomina Peto Cecina e narra poi il fatto d' Arria. 'j Piinius, lib. III, epistola »ad Nepotem > dice : - Arria mater, uxor i fuit Caocinae Paeti, qui in partibus Scriboniani contra Clandinm fuit. Ideo ad mortein actus. Sed praeivit \ixor, aeterno et inaudito exomplo, semet foriendo; extractniii(|iie pugionom marito |iorrigendo cum voce, Paete, non dolot«. dissc anche Maraalc «vulnus quod feci, non dolet, inijuit«1,. Quel passo di Dione fu da mol ti cosi mal letto e peg-gio interpretato da Xilandro *), suo traduttore. II cavalier insomma inimagiuando intelligenze con Furio Cammillo eoncilio il tat-to della niorte cP un console, marito anche d'una, paren te di Messalitia, che e aecennata dagli scrittori, senza dirno ragione o inrtiearne la cagione, che, puro doveva esser grandissima. La disti-ibuzione deli' azione. 1'elocuzione e il dialogo. mi seinbrano al di sopra d'ogni occezione. I / azione interessa al principio. perelie riesee. 1'uditore in sospeso di qualcho gran fatto : crescendo nell'invi-luppo produce quell' agita^ione, che nasce dali'interesse che egli ha di gia p res o per una persona illustre, o per ima famiglia legata di reciproea cordialita ed affezionc, e nel medesiino tempo ripiena d' antica romana virtu: termina finalmente con lino spettacolo, che produce piti ammirazirne clie terrore: la. pittnra dei tempi di Clandio, e del servile avviliinento della plebe. togata, e degna di Taci to. Insomma la tragedia mi piace, e merita lode nel leggerla, come certamente nel rappresentarla deve riscuo-tere applausi. Ma, perehe I' amicizia e la stima ebe.ho per voi e pel nostro degnissinio autore richiedono ch'io spieghi tutti que' pensieri, che mi sono risvegliati nella lettura, vi faro im ritlesso. Lo scopo di tale azione sembra diretto ali'ultimo atto di costanza d'Arria, che ne e protagonista. Ora la preparazione, ossia, le scene che lo precedono nel IV mi dimostrano una disposiziono cioe una femminile debolezza d' una moglie e non, come vorrei, una fortezza d' aninui, una deliberazione virile, un' intrepidezza virtnosa, degna d'una donna romana 1 . Le smanie, i deliri, i furori non sembrano preparar bone la strada ad un' azione veramente virtuosa ; o almeno lasciano luogo a dubitare che tale azione sia prodotta da debo-lezza piuttosto cbo da lortezza d' animo e cosi preveduta la detta. L' ul-tinia azione non fa nell' uditore quel colpo che farebbe, se fosse preparata altrimeuti. La declamazione nei tempi, lo sdegno contro la vilta de' giudici sono opportunc: ma non saprei se, invece delle smanie, campeggiasse meglio, dopo un marca to silenzio ed apparenza d'interno tumulto, una risoluta partenza verso le rarceri,_che ponga in dubbio lo spettatore del-Pesito: oppnre anche dopo un'istruzione alla figlia sopra la costanza con eni deesi da chi e romano sostenere le disgrazie e la, niorte medesima con que' tratti forti e vigorosi, co' quali P autore sa ornare, e raflinare ') Marziale, parlando del fatto d' Arria, diee : Casta suo gladium cum traderet. Arria Paeto, Quem de vixeribus traxerat ipsa suis : Si ijua fides, \ ulnus quod feci non dolet, inquit: Sed quod tu facies, hoc mihi Paete dolet. 2 Xilander, cosi si chiamo il fllologo Guglielmo Holtzemann, nato ad Au»usta 1532-1576). Diode e.lizioni di Euripide, di Tacito, ecc., tra-dusse dal greco in latino Dione Oassio, Plutarco e altri classici '■') V o le v a dire probabilmente «tiene». Sotto P impressione deli'atto eroico d'Arria, moglie di Čedna Peto. coni e, narrato da Tacito, il Carli giudica debole o'non degno di una matrona romana il carattere di Arria, com'e rappresentato'nella tragedia del Verri. i pensieri. Hitro di ehe, apparendo in tale tragedia I'cd o veramente reo della congiura, il giudizio del sena to diviene giusto ; e Claudio ta in so-stanza iniglior figura di Pedo. Se fttte riuseito ali' amore, di far cotnparirc la sentenza, eome prodotta da seiuplice sospe.tto, e da un mendicatu pre-testo, Pedo diverrebbe piu coinpassionevole; Arria piu virtuosa, Claudio piii scellerato, il sonato niii disprezzevole. Infatti Taeito 11011 dice che Pedo fosse eompliee della congiura. Mi iiarrebbe facile. qualora questo pensiero fosse accettabile, la mutazione. 1 Jas ta clio Pedo si dimostri in <|ualehe parte e.onsapevoie della eoinmozione deli' osercito; e preghi gli dei per il meglio tli Koma: ehe 11011 si anni, gin cehe solo coni' e, senza complici, non pno far cosa alcuna : nia esca di časa, per venir in senato: ehe quindi, sventata la congiura, si chiudano le porte, e Claudio pas s i al le violenze, proserivendo i primi senatori o fra questi Pedo. Io dieo. couio vedete, tutto cio che mi eade in nieiite ali' improvviso, e ehe forse doinani disapprovero io medesimo. Accettate. dunque i tratti della sensi-hiliia e non le meditazioni della meute. In margine ho fatto due o tre linee orizzontali, sembvandoini qualche equivoco di seriltore, piu che (1'altro. Scrivo in tutta fretta : addio di citore aff.mo amico C'.1 -JI novembre 17711. Ca rl i Roma I dicenibre 1TTt>- Carissimo amico Io mi servo della pennissione, anzi eomando espresso ehe mi avete dato un anno fa, di trattarvi coll' antico titolo di seconda persona plurale. Iiieevo lina vostra graditissima diretta pero a mio fratello Pietro, ma di mio diritto, perehe risguardante la inia Arria«. Vi ringrazio ben di cuore della parte che preiidete a queste mie 11011 so se felici, ma ccrtamentc elaborate produzinni, perehe, proeuro sempre di fare il meglio che posso. .Ma nondiineno veggo clie Corneille ha fatto l'< Attila» e 1'»Agcsilas« ■), delle ((iiiili disse Boileau : 1' ai vu 1' Attila, hola ! I' ai vu 1'Agesilas, lielas! e pero seno dispostissimo ad essere non che criticato da buoni ingegni, ma aneora occorrendo fisehiato ne' Teatri. Vi f i petero quello che vi ho detto in occasione della «Congiura di Milano* 3 , eioe che se vi era qualche 1 II Carli era allora certamente a Cusano, il suo Tusculano, eome dice il liossi nell'«EIogio storico del conte commendatore Gian-Rinaldo Carli», Ve.uezia, 1797. 2, Come si sa stino due tragedie della vecchiaia del Corneille, quando la vena poetica e tragica cominciava a venirgli meno. :i) Non ei deve destar meraviglia ehe il Verri riconoscesse nel Carli un fine eritico di tragedie, giaeche il eapodistriano, negli anni suoi gio-vanili, scrisse un'opera siiU'«Indolo del Teatro Tragico antico e moderno« 1741), nella ijuale, in mezzo a errori perdonabili per il tempo in cui scrisse 1' autore, non maneano acute osservazioni, tanto clie Scipione Maffei, ristampando in Venezia nel 1740 il suo «Teatro Italiano«, gin da cosa di buono era a voi dovuto. Vengo ora nI le riflessioni fatto sull' «Arria». Primieramente sono piii cho sodisfatto del giudicio che ne date, perelu'; in sostanza non ve ne dispiace che la qtiinta parte, cioe il IV atto, lo che e, un affare del venti per <'cnto, scarto molto onesto in materin tanto difticile. Mi fa anehe molto piaeere che ritroviate il dialogo e 1'eloeiiziono di vostra sodisfazione, perehe e appnnto la parte che ho prosa magglor-mente di mira in questa tragedia, proponendomi di connettero il dialogo sfnggendo le prolisse parlate, o i monologhi diffusi, e altronde studian-domi di combinare 1' eleganza poetica con la chiarezza, e taci lita, credendo in rjuesta parte di avere operato nieglio in qnesta composizione che nelle antecedenti; quanto poi ali' effetto che dovesse produrre snll'aninio altrui, ne era realmente in dnbbio, e pero 1' ho sottoposta al vostro finissimo eriterio. — Veniaino pero a qualche particolare considerazione. \'edo che vi sembra che 1' avere supposta intelligenza fra Pedo, e il congiurato Cainmillo sin mia invenzione per supplire alla storia: ina ne parla for-malmente S ve t on i o nella vita di Clandio 'j, ovc dice che Pedo era compliee, e pero 11011 mi posso goderc a buon diritto aleuna lode d' invenzione, avendo soltanto segnitata la storia. — II Pedo di I)ione «II?it: '/V/. &b;m* dite veramente da profondo g-recista che va tradotto «11011 mi duole per essere un attivo recijiroco: ed io che sono serupoloso grecista forse quanto voi, non mi sarei dipartito dal testo di Dione: ma ho considerato che si tratta di un fatto avvenuto a Roma, e di parole proferite in lingua latina, o pero Arria danilo il pugnale non ha detto parole grechc, ma bensi, ]>er quanto e verosiniile, quelle preciso «11011 dolet« riferite da 1'linio, e da Marziale, corne voi opportnuamente aggiungete. — U11' al trn considerazione faro 111 mia difesa, cd e cho mi tate I' obbiezione che nella tragedia Clandio fa in sostanza niiglior figura di Pedo, perehe qnesto e reo della congiura, e non si sa che gli abbia fatto Clandio. Io vi diro che 11011 ho creduto su questo punto csporre allo spettfitorc i giusti motivi di Pedo, siipponendogli troppo noti dalla storia, nella quale Clandio e coniunemenie ditfamato come 11110 stupido atroce. II motivo di Pedo e di gettare dal trono 1111 tiranno che ogni giorno sacrifica qualche innocente, e cho lascia Koma e lo »Stato in preda di Messalina e dei liberti. Cosi se io dovessi trattare 1111 simile argomento a' tempi di Nerone, non mi crederei astretto a rendoro ragione della congiura essendo manifesta la qualita del tiranno, la (juale giustifica il congiurato. Questo e tutto quello che io non so se cavillosamente o giustaniente posso mai rispondere in mia difesa: del rimanonte le riflessioni sulla debolezza deli' atto IV, sulla ignobilita delle smanie femminili in confronto del rimanonte, e i cenili che vi aggiungete per rifonderlo, sono di mio da lili stampato in Verona nel '2;!, «11011 dubito di fare nella Prefazione dei cangiamenti notabilissimi e delle giunte, che 11011 ad altro si possono rngionevolmente nttribuire, se non alla lettura di questa dissertazime sta t a a lui gentilmento comunicata dali'autore prima deli'impressione ■ (cfr. Bossi: «Elogio st.» ecc. del Carli p. 2:->-24;; e, eompose inoltre l'«Ifi-genin in Tauri», tragedia molto applaudita, a qnanto ci narra il Bossi. 1 Veramente Svetonio nella vita di Clandio non ci narra il fatto a cui allude il Verri. 10 pagin k istri an k sommo luine, proetirero rti proti ttarne e ve ne ringrazio rti vero cuore. Bisognerebtoe che a tanto interesse clie voi per vnstra bonta assumete por questi iniei sforzi poetici, aggiungeste anehe quello rt* indicarnii qualehe argomento rti tragedia se niai In aveste ri pošto in qualche angolo della mente. — Ho letto con piacere qnant.o avete scritto nella raccolta Calo-gerA '), e non posso che npprovare ed aminirare in tutte le parti uno scritto eosi giudizioso. K per me una fortuna di sentire il vostro parere in im genera, in eni se mai io vi do qualche piacere. siate certo che me lo restituiseono con usura i giudissi che voi pronnuciatc snlle mie opere : perche rtecidete, lo eiie fanno poehi, come la iiota Romana2), aggiungendo la ragion del giudieato. Voi entrate nelle viscere del Poema, penetrate 1' iutenzione deli' autore, ponrterate, esaininate, giustificate il biasiino e la lorte, e in sostanza ben si vedo clie ijuel che dite non e un coinpliniento. Vi preghero della medesiina assistenza aniichevole in altre oceasioni, non potendomi aneora qiiietare cosi presto, e mi contermo cogli antichi sen-timenti di stima, di ossequio e di amicizia aff.nio servitore e amico Cav. Alessandro Verri. Le seguenti dne lettere ci ti'nsportano nel 1782. Nel 1780 la salute del Carli era alterata ed egli era ormai stanco dei gravi uffiei, clie copriva nella pubblica ainministrazione. Per consiglio degli amici domando cpiindi d'esser collocato a riposo: s' aggiunse aneora la riforma della magistratura di cui stava a capo e pero non gli parve piu decoroso rimanere in una carica, alla »piale erano state tolte le piu importanti mansioni: fu messo nel riposo richiesto con 1' intero onorario. Ma dopo un anno causa una legge normale (contro la quale, facendosi interprete del malcontento generale, il Parini seri vera piu tardi, nel '86 3), 1'ode «La Tempesta») messa in vigore per tutto 1' impero, la quale aboliva in parte, o diminuiva le pen-sioni, il Carli si vide assottigliato il suo assegnamento di due terzi. Non si scoraggio per questo, ma sostenne 1'avversa fortuna con stoica fermezza. «Una donna«, narra il Bossi, 1Ni Alludera forse al »Trattato delle Monete Aquileiesi<>, stampato negli opuseoli Calogera, tonio Pur troppo, alnie.no per ora, non mi e stato possibile determinare, se proprio si tratti di questa opera, causa 1' inesattezza del Bossi nel determinare 1' anno rti pubblicazione delle opere del Carli. 51 Tribunale supremo stabilito a Koma da papa Giovanni XXII por "'iudicare delle materie beneficiarie. 3) '86 e non '87, come, seguendo altri, disse il Natali. Cfr. percio B. Ziliotto : »Giornale Storico della lett. it.» vol. Lil, 1908, p. 114. PAG IN 10 I STRI AN K 11 »volle in quol momento rilovare la cadente di lui fortuna, o si diede le maggiori premure, perche venisse dali' illuniinato govorno di Venezia eletto a Consultore di Stato», ma il Carli rifiuto gen t il men te la carica otfertagli. II suo biografe, in nota a pag. 198, agfiunge che Catcrina Do)fin Tron, che e la dama a eni ali ude sopra, scrisse in data luglio 178.'!, una lunga lettera, «in eui si fa aH'expresidentc il fortnale in vilo per la luminosa carica*1). 11 Bossi incorse in un' inesattezza dicendo che appena nella lettera del 26 luglio la Dolfin Tron fece al Carli il formale invito per la carica sunnominata. giacche appunto dalla stessa lettera, che riproduco in nota-J e clie il Bossi vide probabiJmcnie di passata, a])parisce che 1' ofterta del pošto a) Carli fu fatta gia prima. Dopo la tempesta, clie lo avea colpito, 1'expresidente torno ai suoi studi prediletti. Morto nel 1790 Giuseppe il, il suo successore Leopoldo II, riconoscendo i meriti del Carli, per consiglio dei ministri Ivau-nitz e Sperges, ripristino il Carli nell' intera pensione. ') Cfr. Bossi : «EIogio ecc..» pag-. 1!)5-11>X. - La lettera ei mosfcra quale stitna e simpatia godesse i I t-arli a \ enezia, dove la Tron lo avevR reso noto ai suoi fidi nel casino di S. (liuliano. Kcco la lettera (cfr. Mss. Carli 1502, 94) : Amico Amatissiino Venezia, sMi luglio 17X3. Io non avro mai niente che rimproverarmi per aver mancato al-I amicizia. A forza di tatica, di amici, e di mi i ve rs al stilna per voi, era certa di potervi far essere Consultore di Stato a Venezia. con ricco sti-pondio, e con sommo ©nore; voi non lo voleste, le mie preghiere li iniei riflessi nnlla valsero per persuadervi, per eon»larvi; i ["pošto' fu j, altro giorno occupato dal sig.r Autonio Bricci gia Consultore ai confini. Tutti gli amici, e i respettabili .soggetti impegnati per voi, non possono darsi pace delle vostro negative. Che sperate piu dalla corte di ViennaV non vedete come doppo (sic un longo servizio intrapreso per condiscen-i denza, 11011 perche 1' abbiate cercato ■ veramente 1' aveva eercatol e dop]»o «sic le piu sacrosante promesse, vi abbandonano nell'eta vostra, ali'in-digenza, e al dolore V Tntti gli uomfti di Stato in Venezia sono'scanda-lezzati d un procedere cosi inumane, tutti vi stimano, e vi eiOmpassionano, e voi ricusaste la noliile agiatezza d* una patria che e vostra e che v'ama V Voi voleste cosi, ma io ne saro sempre aftlitta. Mio lnarito che gia vi scrisse 1 ordinario passato, ora vi saluta, esso e savio in settimana, e per con-seguenza pieno d' affari. Lunedi avero conferenza con Pellegrini e Roc-colini, forse il primo pensera inolto a mancarvi ora, ch'io sono nelPaf-tare. La Citta non e aneora ripopolata, ne potei far passo per il vostro c redi to, ma lo faro. Voi ainmareggiate la mi a vita sapendo mianto male passate la vostra, La vostra amica Catterina IJolfin Tron C. A. Roma <> Maržo I 2. Vi lnando le cfTemeridi') coll'estratto del le »Lettere. Američane . lo 11011 vi ho parte alcuna, ne lio fatti utlici al giornalista, oiide quanto diee e suo iinparzialinente. II« inteso eon soinino senso *) clie sieno State i 11 uti li le vostre rappresentaiize per il riaequisto (legli appuntaiiienti e sento coinunemente celebrare la erolca vostra grandezza d' aiiimo in tale oceasione. Anclie mio padre 1 11011 lia avuta miglior fortuna. Vi prego di dirnii di lui quanto sapete riguardo alla sna salute, perehe le nuo\'e di časa min lianuo sempre qualcbe c«lorito clie ne altera 1'essenza. — Sianio coine saprete ora, ina come 11011 vi potevate iinmaginare senza Papa3). L' effemeridista di cui vi acchido un foglio che vi riguarda, facendo ultimamente 1' estratto di un' opera ecclesiastiea, ercdette potersi arbitrare di far menzione del eelebre abboccamcnto di Papa Leone1') con Attila, di cui appunto si trat tava in quell' opera, ma il pndrr Maestro del Sacro Palazzo ando sulle furie, e lion lascio passare il cenno. Addio, vi ab-braecio oarameiifce i. (;. A. Roma, 22 giugno 17*2. Aspettavo il concistoro per darvene le liuove, ma sicconie. non v'e st.ato, ne per ora si aspett-a, cnsi bo deterininato non privnrvi delle nuove correnli. II Papa giunse coni'e noto il giorno 13s). Preventivamente, il sacro collegio gli aveva fatta intluenza per sapere se avrebbe gradito clie Accenna alle «Effeineridi letterarie> di Roma, nelle quali scriveva sp<'sso il Verri stesso; in es.se, nel '80, Isidoro Bianehi pubblico un« Icf-tera apologetica sulle »Lettere Američane« del Garli. s) Voleva (lire: «cou somnio dispiacere«. ■>') Gosi, con parola inelegante ed esotica, cliiama il Verri la pensione del Garli, per il cui aumento il capodistriano (leve a ver presentato piii d' una supplica alla corte di Vienna. ' Gabriele Vem (16%'-1782i, cultore delle lettere, dotto nella giuri-sprudenza. Kil senatore di Milano, eonsigliere di stato. Perclie era in viaggio per Vienna, per trattare di afftiri eccle-siaslici eon Giuseppc II cfr. piu sotto nota 8 . A cjuesto proposito e notevole quanto il Verri scrive in una let-t.era datata da Roma, 20 aprile 1768: »Nel rame rappresentante il papa Leone che seaccia Attila, fu pošto, al luogo della testa di Leone, il profiio del reggente pontelice» sefr. Dott. C. Casati, op. cifc., vol. 111, p. 111 ■ 1) La lettera 11011 e tirniata, si conosce pero come del \"erri per la ser i t tura. *■) Pio VI, papa clie voleva arieggiare la magniticenza e il mecena-lismo dei papi del Rinascimeuto, e al ijuale, nel '83 il Verri faceva omaggio dei suo i Temativi drammatici», geloso delle proprie prerogative, era ferito profoiidainente da quelle, clie egli chiamava, usurpazioni dei principi eattolid. Per cerear di vineere uno dei piu potenti fra quei innovatori, Giuseppe II, egli ando a Vienna come «pellegrino apostolico» dal 17 febbr. al 22 aprile 1782), ma non ostante le belic aceoglienze e le buone parole non ottenne alcun fi;utto dal suo viaggio fefr. A. Franchetti : Storia d' ltalia dopo il 1789», Milano, Vallardi, pag. 10-13 . g'li si venisse incoutro, e fu risposto che non s' incomodasse: bensi vennc ordinato al decano, il cardinnle Albani, e alla prima creatuni il card. Antone)ti, che venissero incoutro a Ponte Molle. Ivi si trovo la carrozza di citta del Papa, che, sinontando da (juella di viaggio, en trn in citta avendo seco i due predetti cardinali in carrozza. Smontato il Samo Padre disse poehe parole ai cardinali che ci si trovarono. 1'oco prima del ritorno del Papa, mori il card. Giraud, suo auditore, carica importante, e questo card. aveva sempre disapprovato con termini anehe imprudenti il viaggio di Vienna. Ora si e sparsa la nuova, pubblicata da nionsig'nor Xardini, segretario delle Lettere Latine, che se il card. Giraud non moriva, g'li toccava sieurainente, al ritorno del Papa, di essere arrestato in Castel S. Angelo, perche era affare deciso perentoriainente. La nuova e interes-sante per un govorno cosi dolce e moderato come epiesto, in cui le parole non hanno mai pena, molto pivi se vestite di porpora. Alcuni speeulativi suppongono cl#' tal voee sia sparsa per ineutere un po.co di riguardo, e frenare la solita licenza di dir tutto senza la minima dilticolta. (ili ap-plausi popolari sono stati jioco sensibili, e si črede abbia intiuito a questo silenzio il pane e la carnc che sono čari, almeno secondo lo stile dei Komuni, in cui ancora dura la memoria: panem ct circenses. An/.i in alcuni luoghi della citta si sentirono voci, le quali si lainentavano di (piesti generi. Ona mora del Senegal, convertita non e molto, alla Santa Fcde, ando incoutro al Papa a Ponte Molle, vestita di rosso e con una l)andiera rossa; preccdendolo nel ritorno, giuocava di bandiera per espri-mere la sua orientale consolazione. II Papa si e espresso con molte per-sone che e contentissiino deli' esito de' Congressi Viennesi, e senza speci H e are circostanze e articoli particolari conchiudc il diseorso che nella esecuzionc degli ordini emauati dal trono impcriale, ci saranno niodifica-zioni essenziali, benehe formalmente non verranno revocati. Parla con somma riconoscenza verso 1' ospite e le sne doti personali, cd assicura avere reijuisita la di lni conlidenza, ricevcndone linoia lettere di ]»roj)rio pilguo ogni ordinario. Giacche mi tate le conlidenze de' vostri studi, vi esorto a pubblicare i raccolti opuscoli, che saranno graditi: <|iiauto a me, quantunqtie palisca. la erubescenza delle donne inglesi, che mai dicouo di esser gravide, come diseorso indecente, pure vi daril qualche cenno, giacche me lo richiedete con tanta aiuicizia. Ho stesa un' altra tragedia, che sarebbe la ijnarta, cd ha per soggetto la rinuncia di Andrea Doria l) alia patria tirannide, offertagli da Carlo V, e la conginra contro cosi illustre cittadino. nella ') Andrea Doria nacque ad Oneglia nel 14(>'(i, fu al servizio di Fran-cesco I di Franeia; mat c.oinpensato da questo re, prede le parti deirim-peratore Carlo V e caccio da Genova i Francesi. Carlo V e i suoi concit-tadini vollero inetterlo alla testa della Repubblica (152 genu. 1547) provocata dalla prepotenza di suo nipote Giannettino che ne rim ase vittima, ebbe grande potere in patria. Genova gli eresse una statua con 1' iserizione ,,AI pudre della Patria". Tale in succinto doveva essere il soggetto della quarta tragedia verriana. rjuale mori Giannettino suo nipote, e doveva morirvi ogli stosso, con esempio pernieioso a chi si fida della publ)lica rieonoscenza. II titolo sara «Andrea I)oria». Ma non I' ho ridotta, no versoggiata in modo da conten-tarmi, c farse non vedra la luee. non ossendo soddisfatto doli' osito dollo altro da me pubblicate 1 . Bonsi avendomi ineoraggito 1' incontro non mai sperato delle «Avvonture tli Saffo>'ri. ho seguitato quella carricra di stile corre.tto, o ornato socondo la scuola antica, so pur 1' ho saputo imitaro. Olide ho intraprese due altro opere, di cui ne ho stoso anehe una parle considerabile, ma non saranno gran vohuni eertamento. L' una e un ro-manzo descrittivo della vita umana3) o di Ioi opinioni. che non ho deter-minato a chi aserivere, ma ho in idea farne autore cjualche antico persiano, por manteuermi Iontano dal moderno e nelio stile oroico. Di i|uesto 6 stosa una parte riguardante la storia d' amore, le passioni della gloria, e qualcho digrossione, e dialogo silila intiuenza della nostra ragiono sulla felieila, e se sia preferibilc la stupidita alla dialettiea. Por ora ho scritto non poeo, ma aneora non no so do ve tiniro, ne so quello che ho fatto sia di ipialehc tollerabil merito. 1>' altra opera, a cui l.avoro conteinporaueaniente, por variaro il tola.jo, ha per oggetto Io ombro (legli antichi Romani ehe pas-soggiano di notto in Roina odierna, o eolle medesime I' autore tione vari colloijni ehe avranno por titolo: <-Eo nolti Romane« E'opora ha un oggetto ehe non corrispoude forse ali' aspettativa, perehe i piu saggi antichi Romani, e Cicerone primo fra tutti, animirano eome aneora sussista la lor patria, e conservi non indegna reliquia deli' antico splondore, di modo oho per ora vado io stesso errando in vari sontieri, o 1'abbondanza della matoria mi ronde dittieile il prevodore dovo sai'6 guidato dalle va-rieta deli' argomento. In ogni caso mi propongo di non coiiipromettero mai la mia quicte per un Iibro e sopratutto di non affaticarini nel coni-porlo. \'i abbraccio, e mi cotiformo tutto vostro A. V. 1 Infatti il fra tel lo Pietro gli seriveva da Milano icfr. .Maggi, op. cit.) che i suoi drammi non destavano grando entusiasmo nella. patria sna. II motivo poi, per cui Alessandro non s' arrischiava ili pubblicare o far rappresentaro lo suo illtime tragedie. va forse ricorcato nel fatto che al-lora il grando tragico Vittorio Altieri. del qualo il Vem riconobbo. la grandezza (cfr. Casati, op. cit. pag. 335, vol. IV , imperava sul teatro o il Verri ne. tomeva forse il paragone. -') II Maggi infatti nell' opera cit. afferma che ,,di\nlgatasi rapida-me.nto la ,,Saffo" (pubblieata nel '80 , venne aceolta con unanime applauso". ;ii Si tratta probabilmente della „Vita d'Erostrato", che sebbene pubblieata nel 1S15, fu ideata niolti anni priina. 4 • Fu 1' opora che, eome si sa, diode maggior farna al Verri od ebbe 1' ouoro di aver 53 odizioni e d' esser tradotta in pareechio linguo. Fu pubblieata appena nel ma eome si vede da quosta lottera il Verri lavorava intorno ad essa gia nel '82. Capodistria, nel gonnaio del 190H er la nostra Terra e per le belle arti sia considerato ([iiale cemento atto ad unire aiiche queste mie uinili pietruzze ai grandi lavori finora coniparsi, si che ne ridondi un piccolo vantaggio alla storia della civilta iteJle liostre contrade. Ognimo che mi sara cortese di (pialche rettiticazione o di qualsiasi celino in generale, abbia gia da ora 1'affermazione della mia piu sinccra gratitiidine. Cttpoilinlritt, i/ciiim/o /!)t)i>. Halo Seiinio. Contiihuto I. Ln Vida, dipinto d'ignoto a Capodistria. Nella chiesetta di S. Oiacomo, sulla Piazza del I!rolo a Capodistria, oggi trasformata in deposito di arredi saeri appar-tenenti al Duomo, si eonservano, a dir vero con ben poca cura, diverse tele provenienti da chiese ora abbandonate. In generale 11011 si tratta di opere di valore, pero una desta indubbiamente interesse in ehi la esamina attentamente. E quella che rappresenta (Tisto levato dal sepolcro da I hi Vergine c da S. Giovanni. Sono tre liiezze figure che staniio dietro ad un davanzale sul quale e dipinta la data MDXXI. in mezzo ad un paesaggio soavissinio. Nel ciolo sopra il dolente gruppo si librano due angioli. Questo quadro, appeso negligeutemente nelFabbanionata ohiesuola di S. Uiacomo, ricordera subito a chi ha visita to con alquanta cura la Piuacoteca di Brera in Milano, nno dei piu impressionanti lavori di Giovanni Bellini: la PieJjj, descritto, studiato e riprodotto tante volte '). • Noi non voglianio tli certo tiare 1' importanza che ha nella storia deli'a rte il dipinto di Milano a quello della chiesa di S. Giacomo. Rlteniamo pero interessantissimo anche que-st' ultimo, perche esso ci sembra chiudere la sei'ie di tentativi, che anche i piu grandi ar tisti non sdegnarono di fare per sciogliere esteticamente ed a lil di logica il tema della Piela negli ultimi anni del 1400 i). Fra il 1457 e il 1400 Andrea Mantegna sembra comin-ciasse, seguendo un ordine affatto uuovo d' idee, a dipingere con una realta impressionante le piu raccapriccianti scene della passione. Con mano ferrea quasi, egli principio la serie col dipinto raftigurante il Cris/o umrlo, veduto di scorcio, della Piuacoteca di Brera e tanto era in lui il desiderio di vincere con la liuea, che dimentico del tutto la tavolozza. La pittura riešci priva tli colore. da avvicinarsi quasi alla piu grande monotonia, pur si polente e la eoncezione, si forteniente vi si scorge 1'animo deli'artista, che nessuna tela di quante si aunoverano fra le piu belic, ci turbera niai si forteniente nel mirarla. K una esaltazione del martirio che senza dubbio soddisfece il Mantegna, perche quel dipinto fu conservato da lui fino alla morte nel suo studio e che quindi fu veduto, stu-diato ed aminirato anche dal giovane suo cognato Giovanni Bellini, il quale in Mantova giornalmente si trovava nella sua bottega. Coetanei, essi devono a ver sentito quasi ugualmente 1 li. Miintz: L' »rte italiana del 400; 181)4, pag. 5. — S. Ueinaeh: <2--'!li;i. — \Yoermami : Geseliiehte der Kunst II, pag. — Catalogo della K. Piu. di Brera; N. 215, pag-. 124. - Pologr. Aliuari I451S, Audersoi) 11005, Brogi 2575. — II Vasari non eo-nobbe tjiiesto dipinto del Bellini. Questo tema sembra un'eeo clell'antiehisšlino uso di piangere i morti, il quale ufiicio spettava alle prefiehe. 1'arte e devonsi aver comunicato i loro pensiori, nessuna me-raviglia quindi, se il (4iambellino divenne il eontinuatore di (juesta esaltazione del dolore cristiauo sentita avanti tutti dal Mantegna. Diffatti appena ritornato a Venezia Giovanni Bellini ebbe 1'idea.di dipingere 1111 ellini fratellastro di Giovanni lavorava con Lazzaro Bastiani (1485-86). In ogni modo la Pieta di Brera non puo datare prima del 1474, anno nel quale Giovanni Bel I in i ritorno da Mantova a Venezia. Nel dipinto della cliiesa di S. Antonino noi scorgiamo, clie Lazzaro Bastiani, quantun-que di cinque anni piu vecchio, ebbe il soggetto da Giovanni Bellini. Anzitutto ci prova un tanto 1! aver Lazzaro battuta una via piii logica, j >iii nuova: il čada vere inerte e sorretto dal-p ;,,,ostolo Giovanni. intorno al quale stanno in diversi atteg-giamenti di dolore la Madonna ed altre tre Sante donne ai pianti delle quali altri due apostoli fanno eco con i loro lamenti. In basso, a destra, Maria Maddalena bacia devotamente la mano manca inerte deli' Estinto. Giovanni Bellini invece, compreso di ipianto aveva di-scusso con suo cognato, volendo rendere anclie piii intimo (iiiel doloroso istante, non ammise clie due soli personaggi: 1' apostol o Giovanni e 1' aftlitta Madre; nella pittura della Pi-uacoteca di Brera 11011 si lianno piu traccie di angeli. Nel quadro di ('apodistria, come si vecle dali'ineis.jone unita, il gruppo ricorda quasi pertettaniente quello di Milano. tanto clie l'~osservatore supertieiale non vi scorgera che una differenza nel formato: ([uello di Brera e soffocato dalla cornice clie lo taglia quasi subito sopra le teste, mentre quello di Ca-podistria ha un cielo alto nel quale si 1 i brano simnietricaniente due angiolettl. (^uesti ultimi dunque sarebbero in piu nel nostro dipinto! Invece quanta e la differenza! Ammirabile oltre ogni dire e 1'espressione che il Gianibellino seppe dare alle mani dei tre personaggi nella Pieta di Brera! Quelle mani parlano: dolce, aniorosa la destra della Madonna sorregge premurosa-niente la destra inerte di Gristo premendogliela al petto; vi- brante di emozione, preme Giovanni la mano sinisfra sni fianco sinistro del Morto; semi-irrigidita pende la sinistra di (Tisto e pare quasi pietriticata. E 1' espressione delle teste V Quella della Jiadonna, che poggia il mento sulla spalla destra del Figlio, pare voler leggere tutti i patimenti nelle semichiuse pupille di Lui e forniano ambedue le teste un gruppo compatto: distaceata da esso, quasi gemente verso il nioiulo lontano ignaro del martirio, Giovanni sporge ia sna e tiene la bocca moderata-inente aperta come il Lessing osservd nella statua del Laocoonte. Nel quadro di Capodistria le tre teste sono distanti 1'nna dal-1' altra e paraleli« le assi loro, eio clie diminuisce 1' effetto. Ancor piu pero reea danno 1'inerzia di ambedue le braecia del (Tisto, clie pendono lungo i fianchi suoi e il lavorio delle mani di Giovanni e della Madonna troppo materialmente aftac-cendate intorno al suo torace per sosteuerlo. Che 1' autore del nostro quadro abbia veduto il dipinto del Jiellijii non e da dubitare, anche se non si considerasse che r aeeonciatura del capo di Giovanni. Ma e impossibile sUihilire ehi egli sia stalo. In ogni modo egli non p_uo esser con-sitlerato che come un mediocre aUievo della scuola del Hellini. Quale tlei segnaci di Giovanni Hellini poteva avere l'in-teresse di ripetere, cinque anni dopo la dipartita del grande maestro, una scena si tragica? Invano si affacciano alla nostra men te: Lazzaro Hastiani, Francesco o Lodovico .Manlegna. j I due Carpacci. Vittore e Henedetto, sembrano piu imperiosa-! mente di loro invocare la paternita di questa imitazione. E' certo che nessuno poteva a ver compreso il (iiambellino meglio di Vittoj^,, che piu di allievo, fu (jitasi mica hi frttricl tlel Zambellii). Noi sappiamo che ancora tre anni dopo la morte di quest' ultimo, Vittore ripeteva volontieri i disegni del maestro suo e prove si lianno nel Gabinetto delle Htampe a Dresda e nella collezione di disegni della Galleria degli Uftizi a Firenze. Nessima meraviglia se copio o ripete anche quella scena della Pieta, che si fortemente lo avra coljiito (pianclo lavorava assieme al Bellini a Venezia. E Vittore avra lasciato vasto, spazioso il cielo, come 1' originale, che forse oggi e ta-gliato, tentando di riprodurre 1' aria di solito si difficile per lui. Quando Henedetto Carpaccio nel 1545 si trasteri a Capodistria, quella čopi a, si amorosamente fatta dal padre suo, sara stata portata da lui nella nuova dimora assieme ad altri PAGINE ISTRI ANE 21 dipinti. Solamente, per mitigaro 1' eccessiva drammaticita del dipinto, Benedetto vi avra eveuUialmente aggiunti, nella parte superiore della tela. sni limpido cielo azzurro, quei due angeli, personaggi pieni di dolcezza, simboli della pieta divina, ne-eessart al carattere meno forte di Benedetto Caipaeeio. M- HI BLIOCtRAFIA Nella Doria ('aniboii: /> rondini shnhotichr, poemetto di voci e voli; Triosto, Balestra, 1908. I)uo libri di versi nel breve spazio di un anno ! E da pochi in veri ta. Dopo i Fiori r /iatnnic, l.c rondini .simbolicfte: dopo i canti della libera gioia, i canti dol taticoso pensiero. Se festosi i primi, sconsolati i sceondi. Dice o. meglio, canta il -poeta, con i>aUidct fronte ray<)hinte: ,,<> Poesia sola, che sogni, che gridi, che lauei le nostre saette, che porti la gioia sni tetti, sni uidi, che scag-li e ragioiii — le nostre vendette, la tua voce sola sull'auiine tuoni!" E la lolla, I' insensibile, 1'ottusa, la brata folla, si chiede maravigliata: ,,Chi s ara codesto invasato che parla in tal modo a noi V" Sopravviene un rolo cli rondini; cd ecco, 1 i brate nel I' azzurro, apostrofare anch' esse, le rondini i poeti. Sono cachinni d' ironia e di coinpatimento, che non si sospetterebbero da vero nei simpatici pennuti : ,,\'oi siete i piccoli illusi scalpellatori di rime . . . Oh i piccini facitori dei versetti misurati silile punte delle dita ! Sinalefe, Elisione, pascolanti la ragioue!" A Itn rondini rincarano spietataniente la dose: ,,La vostra piccola gloria e un granellino d' arena ne 1'immenso deserto Vili piagnucolatori di vostra eta caduca, 1' artc di rinnovarvi non e vostro retaggio." Non si (ta per vinto un poeta e replica sdegnoso ; ina un altro volo di raftdhii gli gitta in faceia implacabile parole aneor piu roventi... K passa il vuivdante, <■<>I nuo j/rave fardollo, in cerca d' una funte c hi ara eome Aretlisa di' abbia la ehionia effusa sni niargini d' un lnonfe.... II filosofo os»ulo vaneggia sopra le sne vane caste, sogghignando del poeta; ma la rnenza, suo nunie. non gli da retta. Anehe lo mmsiuto s'af-1'anna in vanc rieerehe, in vani raftVonti. E 1' uno e 1'altro vengono irrisi dalle rondhri e anehe un po' d al le foglie, gioeonde fi glino le deli'aria e del šole. Tentano pur / ribelli di vantare p poper di dolori scritte sti le loro fronti ; ma le rovdini a gridare anehe a loro la crnda innmnbile verita : ,,No, no, voi siete i perduti nella ealigine sorda, voi siete i tigli dei mul i eventi, voi I' orda eni guida la folle lirama del dominio, ne ehiania a se piu »obilo fato.'" Dui)(|ueV I .a risposta e disperata: i soli eoscienli furono i jmzsi; essi soli, aflerma la poetessa, lian la ragione deli' oeculto e la muta fede ilei consei e vani nostri errori lontani.. . Oh leo«ano gli uomini, soggiungono tutte le rmidivi il libro si poco e mal eonoseinto delt'aria : in esso e un hene »kuro per il loro doniani. Non e. forse 1' aria quella ehe earezza h' eroei dei ciiniteri, che tramnetto i mesmgt/i x)>irtali, che sa i iiiisleri d'ogni iiomo, che puritica le. čase, che diffonde e prolunga i suoni, che rapisce il polline v Da chi attendere al-trimenti la parola consolatrice v Dormono le sibille, ed anehe i prof Hi hurbuti posano, i labbri sigillati, entro 1' arche funerarie.... Poesia che sgorga, lo si capisce e lo si sente subito, ex abundantia eordis: tutta fantasia, tutta imagini, tutta accordi, luci, colori. Poesia vera, insomma, se anehe, a quando a quando, leggennente turbata da qualche d' annnnziana o orsiniana (veramente, gnoliana) reminiscenza, piii tli forma per altro che di eontenuto, c da qualche intemperanza, per lo piu verbale; reminiscenze e intemperauze che, mentre non scemano valore al tntto, accentuano i I carattere ijretfcamentj® e coraggiosaniente moderno del shnpatico poemetto. Camillo »e Franceschi. Statuta Communis Allmicte in ,,Archeografo triestino", Sarie III, Vol. IV, 190,S. Albona, municipio romano, godova con la vicina Fianona 1'»(.s italicum ; per la sna posizione fu presto occupata dagli slavi e perdette ijnasi del tntto il suo carattere latino. Oppressa dal feudalismo germanico non ebbe mai energia sullicente per liborarsene. Dal 120« al 1420 fu sog-getta al patriareato d'Aqiiileia, eui si mantonne quasi sempre fedele. PAGiNE ISTRIANE Nell' ovo mcdio strinse relazioni con Pola, per mezzo della quale pote tenersi in contatto con i pacsi italiani della costa occidentale dell'Istria. .Ma qtiando Pola passo a Venezia (1331) Albona si trovo disgiunta dal-1' Istri a veneta e formo con Fianona un' isola di territorio patriarcale. II suo Coniune resto in condizioni quasi rustiche. Detto c i o quasi a prefazione, il De Franceselii vieno a parlare del-I'organazione e funzionamento di questo piecolo comune, traendo alla, luce le notizie risultanti appunto d a g li Statuti clie puhlica, e che tfono deli' anno 1343. Interessano molto codeste notizie por la conoscenza del-1' attivita amministrativa e per quella giuridico-erimiuale, 1111 po' meno estesa, del Comune albonese, ed e, appunto questa sc.conda prerogativa del detto Consiglio, che induce l'A. a supporre, e a ragione, che esso, almeno in origine, al pari di parecchi comuni friulani, fungesse pure da collegfo di astanti, speci« di giurati, che, dopo osa m i na to 1'accusato, do-veano, con i loro voti, pronunciarsi mila reita o sull' innocenza del me-desimo. II capo del Comune era un rappresentante del patriarca, che dovoa curare i rcdditi feudali di quest' ultimo, dei quali l'A. fa brevi parole, passando poi a parlare della riforma dello Statuto, avvenuta sotto il patriarca Bertrando di S. Gines e del conseguente privilegio ottenuto, di eleggersi cioe il vicario, detto d'allora innanzi podesta, priviiegio che pero non fu di lunga durata. M011 aveiulo gli Albonesi potuto dimostrare. nel termine prefisso che la promulgazionc della riforma statutaria era stata tat ta da Bertrando, il patriarca Antonio Gaetani, che invano si sforzava di rinnovare 1' autorita e il" prestigio civile della sua Chiesa, impose ad Albona un suo podesta nella persona del nobile udinese Erma-gora di Cramaria. Ma fu 1' ultimo atto energico di quel governo, che or-mai era ridotto agli estremi e. il ltf giugno del 1420 i cittadini albonesi />ro bovo ei utile <>t sta hi comrnmu.s Alhone deliberavano di sottomettersi alla signoria veneziana, la quale accettata di buon grado la dedizione, confermava i privilegi di quello statuto, fra cui pur (piello della nomina del proprio podesta, sottojiosta peraltro alla sanzione ducale. Tale privilegio fu tolto ad Albona nel 1432 per discordie e tumulti avvenuti e por desiderio degli stessi albonesi. L'A. fa spiccare giustamente tale privilegio, concesso da Venezia ad Albona, coine unico nel suo genere in Istria e dice come a Muggia, terra di ben rnaggior considerazione e datasi a Venezia in quel medesimo tempo, fosse stata respinta 1' ugnale domanda, pur basata sulle disposi-zioiii statutarie e sulle inveterate consuetudini locali. La cagione di tutto questo deve stare nel fatto che a Venezia premeva d'assicnrarsi il pos-sesso di quella parte estrema deli'Istria e d'iinpedire, ch'essa cadesse in mano agli Austriaci. Albona flori sotto il dominio veneto in civilta e coltura, e pote gareggiare con molte altre citta istriane. Dopo questo sprazzo di luce sulla storia della cittadella istriana, il De Franceschi passa a parlare deli' importanza storico-giudiziaria di detli statuti, che ci fanno conoscere ,,le norme e consuetudini di diritto eriniinale vigenti nel Marchesato durante il medio ovo e precisamente avanti la doininazione veneziana, che vi apporto delle 110 to voli 1110-diflcazioni". Ordinati in origine in dno libri '/" puhlici* imlitii* in cap. -W e de priučiti* Mirti* in cap. 29) dispongono lc pene d' applicars. ad ogni deli, to dal le qu ali rilevansi molti metodi bnrbarici di punizione, eome la rocisione d' un me.nl.ro, la inustione, la prova deli' acqua bollente, la do-eapitazione, la 1'orca, tutto ancl.e por dolitti di poeo momento. Interessante 1'iesce la let,tura di questo pagine, dattato con ehiarezza o precis,ono dal De Franceschi. , .. Montro tutti gli statuti istriani vonivano riformati dalla Repul.lu.i di Vovozia, Alhona sola H manteneva intatti lino alla caduta d! quei do- niinio. I", c i o non fa poca meraviglia se si considera che nel secoio X\ 11 furono perfino volgarizzati e che certi usi barbari di procedura non furono mai adottati da Venezia. Ma riguardo alla durata del loro vigore, o eerto, ossorva l'A che eol diffondersi della dviltA e della eultura eerto logg. da se eadessoro in disuso. per eni. so anehe non si pno precisaro 1'epoca deli' abolizionc .legli statuti, si pno pero credere per termo ehe nel secoio XVI o°*ui loro vigore letterale fosse dol tutto cessato. Del periodo vono- ziano ši osservano molto addizioni in 38 capitoli, inserit. senza ordine o senza date. . . \ tutti (juesti celini l'A. fa seguiro un breve capitolo, che spi« ga eome det t i statuti sian pervenuti fino a noi, da quindi princip.o alla pu- lilicazione degli stossi. Sul valore intriuseeo di tale publioazione non oecorre spendor parolo- o'>'1111110 pno valutarno convenientemonte 1'importanza. Eode pero va data aH' infaticabile publicatoro, il qualo a voluto por d, piu darci una si c hi ara o concettosa prefazione, aggiungondo quanto gl. statut, da per se 11011 dieevano, cioe la loro storia. \nehe altro citta eonservano tra il loro patriinonio i propr. antichi statuti e a noi sarebbe eosa molto gradita se potessimo un altro giorno veder publicati dalla stessa mano erudita o perspicace gli statuti d. Mnggia pe,- esempio o di .pialche altra citta, che pno vantare d' averl. strappat. ali' infamia del tempo. 1 e Notizie e Pubblicazioni" ehe vengono omesso in questo numero por maneauza di spazio, sanu.no stan,pate nel prossimo assie.no a,l altro. .*„ Tkssiri «Utuve <■ roi.atlori- rfnpooMbile. stali. Tip. Carlo Priora, Cajiodistna.