ANNO XVII. Capodistria, 16 Luglio 1883. N. 14. LA PROVINCIA DELL'ISTRIA Ksre il 1" ed il 10 d'ogni mese. ASSOCIAZIONE per un anno fior. 3; semestre e quadrimestre in proporzione. — Gli abbonamenti si ricevono presso la Redazione. Articoli comunicati d'interesse generale si stampano gratuitamente. — Lettere e denaro franco alla Redazione. — Un numero separato soldi 15. — Pagamenti anticipati. L'articoletto, che rechiamo più sotto, si allontana per la sua forma dal programma di questo periodico, ma lo accettiamo, perchè esso tocca un quesito serio, grave, importantissimo, e che si fa vivo anche tra noi: la protezione, cioè, degli infelici usciti dal carcere. E lo accettiamo, raccomandando il nobile argomento ai comprovinciali, perchè memori del sacro detto — è cosa umana il peccare, celeste il ritornare sul retto sentiero, — riteniamo dovere di ogni onesto il porgere una «(ano a chi, caduto, ha espiata la sua colpa. In pari tempo facciamo plauso a tutti que' filantropi della consorella Trieste, che guidati da un sentimento di sincera fratellanza, procurano di migliorare la condizione degli scarcerati, stornando dal loro capo que' giudizi, diciamolo pure, crudelmente severi, che sono spesso frutto di un deplorevole egoismo. E Trieste, diede già l'iniziativa. La benemerita Società La Previdenza, riunivasi fino dal 3 corrente in seduta, preside l'illustre podestà Dr. Bazzoni, per deliberare intorno alla formazione di una Società di patronato >er gli scarcerati. Ella nominava a tal uopo un comitato fondatore per la disamina delle modalità itte a creare cotesta umanitaria istituzione. E direzione della Previdenza eleggeva poi ad unanimità il prelodato Dottor Bazzoni a presidente iel comitato, destinando parte dell' introito di festa popolare, che avrà luogo alla fine del mese, quale primo contributo per la benefica istituzione. La appoggino adunque anche i nostri istriani, a cui oggi si porge bella occasione di ricordare e porre in pratica quanto diceva in proposito l'ottimo e dottissimo sacerdote Giorgio Albertini da Parenzo : „Le battaglie, (egli scriveva ... or fa cent'anni), che internamente si combattono maturano la sacra perla del pentimento, che ricinge di nobile aureola il cuore umano, 10 sveste dalle colpe e ridona alla coscienza la pace primiera." Ora ecco F articoletto preaccennato, che fu svolto in forma di raccontino per renderlo più popolare : Non può essere altrimenti Nella serena e rigida notte del 16 dicembre 1856 un vagito annunziava a tre doune, — la madre, la levatrice e la vicina di nome Caterina, — un nuovo mortale. Una nuda, misera, sucida catapecchia fu destinata ad accoglierlo. Luridi cenci avvolsero il tenero corpicino, che fu deposto su di un informe giaciglio. 11 padre di lui. ubbriaco fradicio, durante la fiera lotta, cacciato a tarda ora dall' osteria, barcollava per la città, emettendo di quando in quando rauche grida, che pretendevano imitare 1' aria di qualche canzonacela. La levatrice, prestata l'opera sua, affidava la poveretta alla vicina, che restò al capezzale di lei, finché sentì i passi del padre. Sulla soglia s'incontrarono. — Giuseppe, Iddio vi ha dato un bambino. D' ora in poi, sono certa, amerete di più la vostra fami-gliuola e non la trascurerete, come finora, disse con dolcezza Caterina. Giuseppe pronunciò uu' orribile bestemmia e le disse con rabbia: Che diritto ha lei di farmi prediche? badi a' fatti suoi ! M'immischio io mai nelle sue facendo ? no ! corpo ... e giù per chiusa un' altra bestemmia. Caterina spaurita affrettò il passo per togliersi alla vista di quell' uomo brutale, Giuseppe impreeaudo ad essa, entrò nella stanzuccia, si gettò sopra un giaciglio e cominciò a russare. La paziente, benché estenuata ed assopita, sentì le parole dell' uomo, che la mala sorte le aveva dato a marito. Nello stato, in cui trovavasi, quelle imprecazioni le fecero più colpo che le orride da lui proferite le centinaia di volte ed accompagnate dalle busse. Ella taceva trattenendo il respiro, spaventata come il povero campagliuolo, che al mugghiar della vicina tempesta, vede la ricca messe che sta per essere distrutta. Quando Giuseppe apri gli occhi si appressò a Maria, tale era il nome della moglie, e le disse : — Ancora questo ci mancava, non c' era abbastanza miseria in casa ! non si poteva vivere tre, adesso coi guadagni che s'ha vivremo in quattro! Non ci poteva cogliere malanno peggiore di questo! Perd .... ! non voglio uè ancue pensarci ... Ho fame: da ieri a mezzogiorno non ho mangiato . : . Tu devi avere ancora dei quattrini ; dammeli colle buone! — Sciagurato! vuoi denaro da me, che vedi più morta che viva? dove vuoi, che lo prenda? Non ho neppure venti soldi per comperarmi un po' di carne e pretendi denaro da me ? .. Va, sciagurato, va in osteria a consumare .. . non saprei più cosa! Quel po' d' oro e di biancheria, che avevamo, hai tutto impegnato, venduto. Non ci restano ancora che un piccolo podere e la casetta .. . — E sono miei ! ne sono io il padroue ! — Presto nè anche tu, perchè ci gravitano de' debiti. — Debiti !____Alla fine vuoi tacere ? Che diritto hai tu di seccarmi? Va... ! e non rispettando neppure lo stato della poveretta, pronuuziò il miserabile nuova bestemmia e gridando ed imprecando, scese le scale nè ritornò fino a uotte molto inoltrata. Il sue entrare ed uscire quotidiano si somigliavano perfettameute. Sette anni dopo la scena descritta, un modestissimo corteo funebre procedeva per uua via augusta della pittoresca P. . . , Il crocifero, il sacerdote, i becchini e quattro donnicciuole dietro la baia. Di quando in quando la mal repressa esclamazione; „Povera Maria, ha finito di patire!" ci apprende che la nostra martire aveva vuotato il calice dell' amarezza. — Ed i figli? chiedeva la viciua. — 1 tigli se li metterà a' mestiere. L' Anna ha dieci anni, Cristoforo sette. A quest' età ci si può guadagnare il pan-. Si troverà qualche anima, che gli accoglierà, ne sono certa. Povere creature ! fino adesso ne hanno intesp, ne hanno viste d' ogni sorta. Che cattivi esempi ! Ad ogni pasto, si può dire, parolacce, pianti e legnate, ed i poveretti rattratti si rifuggivano spaventati in un cantuccio. Ah una vita d'inferno ha avuta la povera Maria. Rcquinscat in pace! E le donnette col grembiale asciugavano! le lagrime, che venivano loro proprio dal cuore. A Giuseppe la perdita della sua compagna cagionò meno dolore che alla buona giovinetta la pianta bruciata dal gelo. Dei figli dopo la morte della moglie se ne curò meuo di prima. — La Caterina si adoprò tanto e tanto finché furouo collocati, l'Auua come bambinaia e Cristoforo come apprendista presso un fabbro-ferrajo. Seuonchè abbrutiti dai continui impropei! e dai maltrattamenti ricevuti, si mostravano insensibili alle ammonizioni, alle correzioni dei loro padroni. L' Anna, cresciuta in età, preferì servire in una città più grande, ed essendo bella per sua sciagura, in breve tempo divenue vittima della seduzione. Cristoforo ebbo la sventura di cadere dalla padella, nella brage. Il padroue, d'animo perverso, ad ogni piccola mancanza del ragazzo 1' apostrofava colle parole più triviali, atte a distruggere ancora quel po' di sentimento d' onore ..che per avventura avesse;'potuto esistere nel fanciullo. Più che le parole potevano le percosse, che spesso lasciavanoj tracce sub' suo corpo. Oud'è ch'egli marinava spesso la bottega ed in compagnia di scapestrati girovagava per la città. Cristoforo nou avea compito il quattordicesimo anno, che il suo padroue venne condannato per grosso furto a sette anui di'carcere duro. La bottega chiusa, Cristoforo senza neanche quel pò d'occupazione forzosa. Dopo lungo attendere trovò lavoro in una macelleria. Nel 1876 un giovinetto alto della persona, dagli occhi senza vita, dalle labbra sfiorate a cinico sorriso, giungeva col vaporetto a C . .. — Non era solo, ma in compagnia di suoi pari avvinti in ceppi, che do-veano essere consegnati all' ergastolo provinciale. Quel misero, fa d' uopo il dirlo? era Cristoforo, nato e cresciuto fra bestemmie, maltrattamenti, mali esempi, cattivi compagni. Veniva condannato per crimine di furto a quattordici mesi di carcere duro. Durante la detenzione frequentò la scuola, ove il suo cuore fu educato a nobili e santi principi, ove imparò a leggere, scrivere e far di conto, sebbene d'ingegno molto tardo. Non meno che alla sua educazione morale si pensò al modo di procurargli il mezzo di poter vivere onestamente. Apprese, e si può dire bene, il mestiere del bandajo. Con esso alle mani non avrebbe dovuto mancargli il pane quotidiano dopo scontata la pena. Ma chi il crederebbe? Non erano trascorsi nemmeno due anni dalla sua scarcerazione, ch'egli veniva ricondotto in prigione per altri quindici mesi. Questa seconda lezione non ebbe maggiore I efficacia della prima. — Infame! gridano gli uui. — Infelice! gridano gli altri. Chi abbia ragione nel giudicarlo, lascio decidere ! al lettore. A me intanto sia permesso osservare, che per togliere sitfatti infelici dalla via del vizio ed a I preservare la società dal pericolo d' essere da loro of-i fesa, farebbe mestieri procacciare ai nostri scarcerati | istriani, privi di beni di fortuna e reietti dalla società, onesta occupazione in uno -tabilimento eretto dalla carità pubblica. A Trieste si sta istituendo uua società 1 di patronato per gli scarcerati: procuriamo imitare la i nobile città secondo le nostre forze. Io intanto, me-| more del detto: Guta cavat lapidem— sottoscrivo per fior, cinque. S. V. Scoperte archeologiche Pisino, luglio 1883. ■Spcttalilc Redazione, Ad Ossero, nell'isola dei Lussini, ricca di antichità romane, venne testé alla luce, e mi fu comunicata dal sig. Capitano Schram di Pola, la seguente iscrizione : M • AYREL'YS • OPL" • F ROESIA • VÈSCLEVKSIS F • SEPTYMA • Y • F • S • E • S Un YESCLEYESIS è portato da iscrizione esistente in Albona. Dalla cortesia dei sigg. Schram e Rizzi ebbi pure le due iscrizioni romane (frammenti)*) che seguono, rinvenute nei passati giorni a Pola, sul monte (borgo) S. Martino presso l'Arena : pisbjooori vUeua tea F F F MPHION L • ARA '......3. fao»iq uijbi nEL'LOu XITANXXXV • MENS VI • DI EBVS • XXV FA VIA • SEVERINA • YXO l'OSUIT Il frammento ad 2, ha la lunghezza di cent. 40, l'altezza di cent. 30 ; quello ad 3 è lungo cent. 70, alto 32. Accennerò ad altre recenti scoperte archeologiche. A Visazze (Nesazio) presso Altura si rinvenne un cavallino di bronzo, dorato, che è in possesso dello Schram. . A Medolino, e precisamente su quella lingua di terra che dicono „Valtegora" e si protende nel golfo, furono scoperti dei pezzi di statue di marmo, finissimo lavoro ; cioè due teste di divinità pagane, un torso, una base marmorea con sovra quattro unghie che sono di cervo, vitello, o simile animale. Tutti oggetti che parte sono in possesso di un pizzicagnolo di Medolino, il quale ne smercia a volgari speculatori. Si raccolgono pure a Valte-gora pezzi di prezioso marmo africano di svariati *) Le iscrizioni nell'originale inviatoci dall'egregio De Franceschi Bono sopra frammenti lapidari ; ma a noi non fu dato di recarli nella loro integrità per mancanza d' incisore. N. d. E. colori ecc., — ed ivi sono traccie indubbie di bagni romani, vedendosi tuttora sott'acqua mura e.pavimenti a marmo e a mosaico. Queste cose mi comunicava persona che le rilevò non ha guari sopra luogo, a Medolino. C. D. F. Un egregio giovane nostro comprovinciale, precettore a Trieste, assai studioso della nostra storia, ci inviava i documenti che qui pubblichiamo, ringraziando il cortese donatore. In altro numero ci daremo premura di pubblicare un lavoro del medesimo, attinente alla storia istriana. Controversia tra il vescovo di Cittanova e il podestà di Buie circa il posto in chiesa decisa dal capitano di Baspo per ordine del senato. Franciscus Erieio Dei gratia Dux Yenet. Noi. et Sap. Viro Hieronymo Bembo de suo mandato Potestati Bullear. fideli dilecto salutem et dilectionis affectum. Per lett." che ci . vengono da Mons. Yesc. di Cittanova intenderne qualch'oppositione che gli sia fatta da uoi all'uso del posto suo in Chiesa, con altri particolari seguiti per questa causa, e rimettendo Noi col Senato tutto quest' affare al cap.° di Raspo sicuram.te d'essequire tutto ciò che da lui in questo proposito vi sarà incaricato e commesso per Pubblico servitio con oggetto della quiete reciproca e della salvezza degl' usi antichi, e della convenienza, sicuri che non mancherete di usar sempre la vostra modestia solita verso Prelato, che a noi per le sue maniere e costumi riesce gratiss.0 Dat. in Nostro Ducali Palatio die 8 Martii Ind. 4.* 1636 Pietr' Antonio Zon Sec. Tergo Nob: et Sap: Viro Hieronymo Bembo Potti Bullear Franciscus Ericio Dei grazia Dux Yenetiar etc. Nobili et Sapienti Viro Io. Babtis. Basadona de suo mandato Gap.0 Raspurch fideli dilecto salutem et dilectionis afectum. Vedrete da copia de lett." che ci scrive il Vescovo di Cit- Documenti storici tanova, quello che gli apportano di molestia et di disturbo le pretensioni di precedenza seco del Pod/ di Buie. Vi trasmetterne il tutto perchè informato, colla desterità e virtù vostra posiate regolare le cose al proprio, e moderare gl'affetti dello stesso Podestà onde s' aquioti all' houesto et al consueto; Come sarà vostra cura di prescrivere, e di ueder esequito, cosi in quanto sia del posto in Chiesa alla Predica, et altre fon-tioni, come in quello d'honore s'liabbia a dare al Vescovo, et habbia ricevutto dal precessore Podestà, perchè agiustate le differenze, ogn' uno goda quello se li deue con quiete, come col senato confidiamo debba seguire per opperà nostra, et per la modestia e Zello sempre dimostrato da esso Prelato. Comandiamo noi al Pod.à predetto d' essequire per ciò gì' ordini uri, et dell' esequito ci auiserete. Dat: in Nro: Due: Pai: die 8 martii 1636 Pietro Antonio Zon segretario Tergo Nob: et Sapienti Viro Io. Baptiste Basadona Cap.° Raspurch Illmo S: mio Oss:'"° Dal Cane ;r di V. S. Illma questa sera capitato ho inteso le ragioni ch'anno datto il moto alle sue risolutioni di uietare il luoco a Mons:r Vose:0 di Cittanova in cotesta Chiesa sua Diocesi, et al presente sua Residenza. Io non sentendo ragione u ali da anzi nouità contro 1' osseruato da suoi precessori, d'altri Luochi in Prou :a ed in Terra ferma, conforme alla mente Religgiosa della Ser:ma Rep:e* ch'onora le dignità Episcopale; con 1' autorità che tengo dall' Ecc:mo Senato in Ducali di 8 eon:to hauendo terminato che Mons:r Vesc:0 habbi da lei il Luoco in dette fnutioni Ecclesiastiche, gle ne dò avviso, e gle ne commetto l'esecutione, la quale intendo che dipenda dall'arbitrio di V: S: Illma in questi due capi, che sono, o dargli il Luoco nella propria Banca, come fu osservato, o eh' a detto Mons:r Vesc:0 gli sia stabilito et apparechisto il Luocho dì soprauia da Lei, in modo che la precedenza uenga egli a conseguirla. Et ateudendo auiso della riceuuta delle presenti, et dell' esse-cut.ui per poter rapreseutare a S. Ser:li et il terminato et 1' esequito, le bacio con ogni affetto le mani. Pinguente li 20 marzo 1636 Di VS. Illma Serv: Aff:mo Zau Batta: Basadona Tergo all'Ululo S. Oss:mo II S. Gierolamo Bembo Pod:à di Buie. CORRISPONDENZE Dignano, Il Luglio 1883. Distratto da molteplici occupazioni non posso che oggi rispondere alla pregiata Sua del 6 corr. Lo faccio però tanto più volentieri, dappoiché nel frattempo cercando e rovistando nella sacrestia del duomo, fui così fortunato di trovare 1' oggetto del quale Ella desidera informazione. Assieme a molte reliquie tutte di dubbia autenticità, certo Gaetano Gessler pittore verso il 1825 portava da Venezia a Dignano sette od otto corpi santi (?) e tra questi quello di S. Leone Bembo „episcopi Methonensis. Unitamente agli altri lo scheletro dell'ultimo è conservato iu una comune custodia nel nostro duomo; della cassa, in cui racchiuso qui pervenne, rimangono però due pezzi, probabilmente i soli importanti è il coperchio ed il lato anteriore. Quest' ultimo, che a guisa di ribalta si sollevava per lasciar veder il corpo ai devoti, è una tavola probabilmente d'abete (?) lunga lt>3 ctm., larga 40. Da tramezzi perpendicolari dorati la sua parte anteriore tutta dipinta, è divisa in tre campi, il primo ed ultimo dei quali comprendono due scene, due miracoli, e sotto ad essi la relativa scritta esplicativa. — Ecco Le una brevissima descrizione : a) Un piccolo stanzino oscuro. Sul dinanzi tra cortinaggi rossi un letto coperto dello stesso colore. Al capezzale di questo il Santo che benedice la giacente ammalata, e sotto la scritta : De Fronconellis Catherina cecca orat ad divvm et dico viso recepit. Anno Dui MCCX. b) Una pioggia di stelle scende su d'un sarcofago aperto entro il quale giace il Santo. Tutto intorno in diversissimi atteggiamenti molte persone, le quali, specialmente alla testa ed ai piedi del feretro, formano due gruppi vari per movente del corpo e drappeggiamento degli abiti, bellissimi per fiuitezza dei linea-meuti. Sotto : Astra demostrat divi Leonis sepulcrv corvut infirmi orai et redevt sanati. c) Aperta campagna limitata ai lati da collinette successivamente digradanti. Nello sfondo, spiccaute-iupaite sul vespertino orizzonte, le mura turrite d'una città. Avanti, nel mezzo, grandeggia la figura del Santo bellissima, dal viso espressivo e coli' abito prolisso finamente disegnato. Ai lati su nel cielo due angeli, uno coll'aquasan-tiere, l'altro col turibolo; giù in terra genuflesso ed oranti due monache. Al di sotto Sanctus Leo episeopvs clarvs de Bemba propago vivvs et mortvvs invita miracola fecit, d) Sotto un portico ad arcate sostenuto da colonne un tavolo coperto d'un tappeto e suvvi il corpo del Santo. A fianco gli sta un vescovo in orazione; ai piedi un gruppo di monache; a destra un altro di donne tutte colle mani giunte, alcune in piedi, altre colle ginocchia piegate: lncorvptio corporis mvltos annos hvmi iatmU' |J> indicat nobis Leo tva sanata vita peren'u:" Anno dmni MCCVII. e) Sei donne circondano la culla d' una bambina. Una, la madre, sembra porgerle qualeotada mangiare. Il tutto in una camera quadrata, sostenuta sul davanti da uu eolonuato svelto e sottile. Nella parete opposta due grandi finestre gotiche dai vetri rotondi colorati. Disperata salvte pvella ad divv accesit, dat prò filia mater et san ita'"'1 Anno Dni. MCCGXXI. La vernice ed in parte la pittura è qua e là scrostata o leggermente sollevata. Il complesso è però bau conservato ; i colori sono vivi e relativamente freschi. Ma senza dubbio più importante è il coperto ed è certamente di quésto che il Caffi desidera sapere resistenza. È un tavolone grossissimo (4 cui.) pesante oltremodo, d'un legno duro, a me non noto, lungo 165 cm., alto 75. Diversa la disposizione ed iu parte anche le scene; esattamente riprodótti però sono i einque Soggetti descritti nell' altra tavola. Senonchè la pittura è qui pretta bizantina almeno per ciò che riguarda il fondo dorato da cui si staccano le immagini, per i profili duri, per i rigidi portamenti quasi tutti presi di fronte, per il colorito quasi nero delle carni da cui risaltano, punti bianchissimi, gii occhi. Le scritte d' ogni riparto sono suppergiù quelle dell' altra tavola ; soltanto che qui, cancellata probabilmente dal tempo la prima iscrizione rossa a caratteri gotici, ne iu fatta una a uero, la quale a sua volta riesce pure difficilmente leggibile. Nel mezzo della tavola tra i piedi del Santo in bellissimo gotico si legge : MCCCXXI facto fuit hoc opus. G Dr. C. Pinguente, luglio 83 M'immagino che molto prima dell' arrivo di questo foglietto, vi saranno giunte parecchie lettere iu risposta alla Domanda inserta nel numero antecedente ; perchè tra noi hanno sempre destato grande interesse le cose vecchie ; essendo, come disse G ioberti — Gioberti nientemeno ! —1 le anticaglie più importanti della modernità, sovratutto quando si consertono colle memori civili. E, se vi parlo di cose vecchie, intendo di quelle che appartengono a tutta la provincia ; chè in Istria, cittadelle e borgate hanno tutte, nelle debite proporzioni, ricordi da vantare, i quali sebbene di data non recentissima, parlano alla mente ed al cuore più di certi classici sproloqui che udiamo oggi giorno. Un'altra cosa voglio dirvi prima di entrare in argomento, ed è, che mi sorprende quando un comprovinciale adopera per altra città che non sia quella dov' è nato questa frase curiosa : la città vostra insigne per storiche memorie ; oppure ricorda le storiche memorie dell' insigne città, per rinfacciargliele talvolta in pubblico, ma sapete quando ?.. quando meno dovrebbe rinfacciargliele. Del resto chi non sa che le memorie che hanno reso insigne un luogo si riflettono più che sopra il luogo stesso, sopra una provincia, ,sopra una nazione, malgari sopra tutta la umanità, e le nostre povere cittadelle in questo caso spariscono nell' ombra. Ora alla risposta della Domanda. Gli autografi di Apostolo Zeno a Giuseppe Gravisi non esistono più a Capodistria. Dovrebbe credere ognuno che se esistessero ancora a Capodistria, i detentori o proprietari non potrebbero essere che gli eredi del Gravisi. Or bene, in casa di cotesti eredi non esistono autografi di sorta ; benché proprietario della casa sia oggi il marchese Vincenzo Gravisi-Buttorai, archeologo appassionato e diligente, che si dà ogni premura di raccogliere antichi cimeli! da ogni parte della provincia. Ma dunque come sparirono gli autografi zeniani dalla casa Gravisi-Buttorai? Eh !.. come spariscono tantissime altre cose ; e se fosse vivo Pietro Kandler, metto pegno che saprebbe narrarci per filo e per segno la storia di molte ed importanti sparizioni. Tant' è vero che l'archeologia ha pure 1' ufficio di scoprire gli oggetti spariti, e, se non vi spiacesse la brutta parola, anche gli oggetti. «. rubati. Vivano sempre gli archeologi ! — Ma gli autografi zeniani però non sparirono nè furono rubati ; furono semplicemente trasportati dalla casa Gravisi, e collocati nel patrio collegio degli Scolopi. Un brano di una lunga lettera che trovo fra vecchie carte, mi pone in chiaro la faccenda. Eccolo qui : Di casa, 12 Sett. 17... „Vi sono obbligato del libro che mi inviaste (Le Antich. di Capod."): lo collocai presso l'altro esemplare che esiste da parecchi anni in questa biblioteca (del collegio). Io mi dò ogni sollecitudine per raccogliere autografi dei nostri celebri italiani; tra questi porrò gli scritti di Apostolo Zeno diretti al mio illustre genitore. Vorrei che ogni città istriana ponesse cura speciale nella raccolta e conservazione degli autografi de' nostri benemeriti scrittori ; così fece il Bonomo a Trieste, così van facendo l'Asquini a Udine, il Rossi a Treviso, il Porto a Vicenza, e moltissimi altri italiani, che sanno quanto si onori la patria col rispettare le sue gloriose memorie "......... Da questo brano di lettera si rileva che il figlio di Giuseppe Gravisi depositò gli autografi zeniani nel patrio collegio diretto dagli Scolopi, dove insegnava allora le matematiche. Ed ora viene naturale la domanda : ma come finirono gli autografi di Apostolo Zeno? Come finirono? — Sonò troppo note le vicende dell' ottimo e benemerito collegio capo- distriano per decidere se nel suo scioglimento, qualche dotto pizzicagnolo comperasse gli autografi a peso di carta, per poi spargere la coltura a Capodistria colla scorta di un San Secondo o di un Parmigianino. Ma oggi non resta proprio alcuna memoria di questo Giuseppe Gravisi, a cui un Apostolo Zeno inviava tante lettere importanti?*) Ecco ciò che mi propongo di scrivervi un' altra volta, e se Dio vuole, meno prolissamente. B. I. 2ST" c tizi e Nel Lazzeretto presso Muggia "ci sono quattro grossi vapori : due del Lloyd e due inglesi, con 1044 persone tra passeggieri ed equipaggi. La salute di tutti è ottima, fin' ora ; ma sono vivissime e perseveranti le lagnanze per il modo con cui sono disposte le cose dalla Direzione del Lazzeretto. Come tutti sanno, la città di Trieste, giustamente allarmata dal pericolo che la minaccia, a mezzo del Magistrato prende energiche misure igieniche, e per tenere lontano il morbo e per combatterlo, se per disgrazia, dovesse scoppiare. La stampa di Trieste si lagna perfino delle visite permesse nel parlatorio del Lazzeretto, e vorrebbe che fossero proibite, o circondate da maggiori cautele, citando l'opinione dell'illustre Dr. Semola. A questo proposito noi pur abbiamo da fare una raccomandazione; che si eserciti cioè la più vigile sorveglianza sui contatti tra il Lazzeretto e le campagne circostanti; altrimenti che sicurezza si avrebbe, se chiusa bene e sbarrata la porta di mezzo, si lasciano aperti gli uscioli di fianco? Per fino dalle ville di Capodistria le donne giornalmente portano il pane al Lazzeretto ; e dai contorni le frutta e gli erbaggi, per le vecchie relazioni fatte coi custodi, coi fornitori ecc. ecc. Dunque occhio da per tutto, e non si lasci la sorveglianza in mano del solo Municipio di Muggii., il quale dispone di pochi mezzi ; ma provveda piuttosto con tutta energia il Capitanato distrettuale di Capodistria. *) Vedi Nuova Antologia, rivista di scienze, lett. ed arti. Anno XVII, fase. IX. Roma, "1882. * * * L'illustre nostro comprovinciale prof. Domenico Dr. Lovisato, reduce in patria dove intendeva passare l'estate e fare alcuni studi geologici, dovette abbandonarla dopo due soli giorni di fermata, in seguito a decreto di bando emanato direttamente dall'i, r. Ministero. Appunti bibliografici Ventisette traduzioni in varie lingue del Cinque Maggio di ALESSANDRO MANZONI raccolte da (). A. Meschia. Foligno. Stabilimento Feliciano Campitelli 1883. Ecco, fra tante, una pubblicazione bene riuscita, e di molta opportunità. Adesso che è di moda, demolire il Manzoni per far dispetto alla bella, immortai, benefica fede, torna conveniente rammentare a certi Ercoli della critica che il Manzoni non appartiene solo all' Italia, ma, come tutti i grandi, al mondo civile. Di queste ventisette traduzioni sei sono in latino ; tre in francese ; in ispagnolo castigliano sei ; in ispagnolo catalano una ; due in portoghese, otto iu tedesco, ed una in inglese. Il professor Meschia poi ci avverte nella prefazione che la raccolta è tutto altro che completa, perchè alcune traduzioni gli pervennero troppo tardi, per altre mancavano nello stabilimeuto tipografico i caratteri, e fra queste ultime, due in armeno, a giudizio di competenti orientalisti molto pregevoli. In questa prefazione o — Cenni intorno all' ode — Il cinque Maggio, come l'autore l'intitola, si leggono molte cose utili a sapersi da quelli che non hanno potuto ancor leggere 1' epistolario del Manzoni stesso, od altre recentissime opere sull' illustre italiano. Così il lettore è informato che 1' ode fu pubblicata prima in Germania che in Italia, giacché la polizia non ne diede il permesso all' autore, sebbene assai verosimilmente per opera della medesima vi fosse divulgata (pag. YI). Anche sappiamo che in molte edizioni vecchie dell' ode ciascuna strofa è doppia, e perciò riescono nove, e con tale struttura la giudica l'illustre critico Francesco De Sanctis. Ma per venire a dire delle traduzioni stesse, ripeterò anch'io col Meschia, che le più fedeli sono in genere le latine, le tedesche e le portoghesi. Ma le più fedeli, si sa, non vuol dir sempre le migliori; e, per giudicare con piena conoscenza di causa, converrebbe che il critico conoscesse a fondo le varie lingue. Pure un qualche giudizio si può buttar là, valga quello che può valere, se non altro ad eccitare la curiosità. Intanto è fuor di dubbio che le più infedeli, le più scorrette, anzi addirittura ridicole sono le traduzioni francesi dei signori De Latour e Willemain. Basterà qualche appunto. Il primo traduce il — quando con vece assidua per — éternel jouet du sort — ed i percossi valli (questa poi passa la parte) per — les vallèes pleines du bruit de la bataille (pag. 37 e 38). L' altro salta a pie' pari 1' Ei si nomò e storpia iterai. oi11Jt-Kui0 ÀI disonor del Golgota Giammai non si chinò, traducendo — Cette superbe grandeur ne soit, jamais dèscendue à insulter le Golgomaì che è ben altra cosa. Benissimo invece Marc Monnier, il quale anche quando amplifica, aggiunge spesso felicemente come Cherchant au loin la-bas, là bas La rive aimée . . . en vain, hélas! Le traduzioni spagnole, specie le due prime, che sono libere traduzioni e parafrasi, danno nel gonfio, anche con quelle stanze lunghe da canzone, che male rendono la spigliata ed armonica strofa dell' ode manzoniana. Invece sono snelle, e tra le più fedeli le portoghesi, specialmente quella di Don Pedro De Alcantara Imperatore del Brasile, inedita, e che quindi cresce pregio alla collezione : Eccone un saggio : Bella, immortai, benefica Fé a vencer affeita, Inda isto escreve : alegra-te ; Que alteza mais eleita Ao deshonòr do Golgotha lamais se prosternou. Tu d' estas cinzas frigidas 0 impio fallar isola; Deus, que te abate e eleva-te, Que affiige-te e consola, Sobre o deserto thalamo Ao lado seu pousou. Belle anche le traduzioni tedesche, e tra queste la celebre del Gothe, e la bellissima di Paolo Heyse, estratta dal libro — Alessandro Manzoni. Eine Studie von Marquard Sauer. Due errori si trovano in quella del Gòthe. Il — cadde, risorse e giacque tradusse — Ihn fallen, sturzen, liegen. Ma il poeta stesso corresse poi — Ihn fallen, steigen, liegen. Ma rimase sempre l'altro: Da schaut er die beweglichen Zelten, durchwimmelte Thàler, Ma si dice che sul manoscritto italiano leg-gevasi l'errore — percorsi valli, invece di percossi valli. Una volta inciampato nel percorso era naturalissimo tradurre valli per Thaler; tanto più che gli antichi facevano, ed anche oggi i Toscani, valle di genere maschile nelle parole composte come il Yaldarno. Nello stesso errore caddero anche tutti i traduttori spagnoli, e più scusabili, perchè nella lingua spagnola come nella portoghese la valle è maschile (el valle) e vallo invece femminile (la valla) (nota del compilatore pag. 79). Il Ribbech traduce invece molto bene — die besturmten Wàlle ; e il De La Motte Fouquè — Des Walls durchbroch' ne Hemmung, il Zeune — umvùhlten Walle, il Rempel — der ersturmten Wàlle. Ma zoppica pure lo Schroder col suo — Von dem Kampf durchbrauste Fluren. — In questioni di tedesco 10 ho, pur troppo, ben poca voce in capitolo ; al mio vecchio triestino non piacciono però le gesprengte Schanzen del Heyse, ed il der Schanzen Fallen del Giesebrecht, che mi rammentano la Sanza | triestina; il fortino per vallo mi pare in questo | caso voce troppo borghese per Napoleone che prese le fortezze, e che fortezze! Grazie adunque all' egregio Prof. Meschia per le solerti cure poste in questa importante pubblicazione, che tutti gli ammiratori del grande Manzoni vorranno accogliere nella loro biblioteca. Dr. Lovisato. Una escursione geologica nella Patagonia e nella terra del fuoco. Discorso tenuto alla società geografica italiana il giorno 26 Marzo 1883. Roma. Civelli. 1883. È un opuscolo di pagine 40. Ma quando si pensa che per mettere insieme queste notizie scientifiche 1' autore ha fatto un viaggio fino alla Terra del Fuoco, e che per poco non ci lasciò la pelle ; per noi che o ci crogioliamo nei caffè, o al più al più facciamo qualche escursione alpina fino alla Foiba di Pisino, questo viaggio deve riuscire maraviglioso, anche se gli illustri viaggiatori, e non per colpa loro, non raggiunsero la meta che si erano arditamente proposti. Una sola occhiata alla carta unita che indica la differenza tra il tracciato dell' ammiragliato inglese, e il rilievo della spedizione Italo-Argentina dimostrerà poi anche ai più difficili l'importanza del viaggio e degli studi geologici fatti in quei luoghi desolati e poco noti. Il nome poi di Laguna Lovisato, deve far battere con più celerità 11 cuore d'ogni buon istriano. Certo in una nazione giovane, appena sorta dal secolare ser- vaggio ci sono degli spiriti rigogliosi; si odono delle parole alte alle quali non sempre possono rispondere i fatti ; ma questa è 1' abbondanza è la frondosità dello stile giovanile che fa sperar bene dell'ingegno maturo, volto a virili propositi. Qua! maraviglia se i nipoti di Marco Polo e di Cristoforo Colombo si destano dal sonno, e dimostrano un' inquieta bramosia di rifarsi del tempo perduto. Non è qui luogo discorrere dell' importanza degli studi del nostro Lovisato; certo anche ai semplici dilettanti ed agli stessi digiuni di studi geologici appariranno ben fondate e rigorosamente scientifiche le ipotesi di un grande continente australe orribilmente frastagliato e coperto da montagne di ghiaccio. Sarà dato al nostro Lovisato e ai suoi arditi compagni di verificare quest' ipotesi, spingendo le esplorazioni fino al polo Sud? Se la risposta a questo quesito dipendesse solo dal nostro ardito istriano, certo non si farebbe attendere molto. Intanto, pegno di glorie future, cresce nel mio giardino di Lodi un' acacia della Terra del Fuoco da semente gentilmente regalatami dal Lovisato stesso. Reale Accademia dei Lincei. Di alcune armi e utensili dei Fuegliini, e degli antichi Fata- goni. Memoria del Dr. Domenico Lovisato. Roma, Salviucci 1883. Ormai non c' è più persona colta che non sappia come con queste reliquie preziose, depositate a vari strati nelle viscere della terra, si leggono come nelle varie pagine di un libro le vicende della civiltà nei popoli preistorici. Ma a quale uso servivano molti oggetti litici che si rinvengono qua e là sparsi in tutte le parti della terra e in qual modo si costruivano? Certo di •molti oggetti si può anche oggi e da tutti comprendere 1' uso ; non di tutti però. Chi immaginerebbe, per esempio, così a prima vista che il pezzo d' osso, rappresentato nella tavola al numero uno, avanzo di un'ulna di volpe o di lontra debba servire per fare le cuspidi di freccia e supplire il nostro coltello ? Pure è così, perchè il Lovisato l'ha veduto usare dagli abitanti della Terra del Fuoco, che lavorarono sotto a' suoi occhi. E questi abitanti si trovano sempre nel-l'infimo gradino dell'incivilimento; e ci servono quindi d'interpreti per ispiegare altri simili og- getti. E quante considerazioni ci può fare il filosofo, e quante fantasie destano nel poeta ! Dalle frecce dei Patagoni, dal coltello d'osso della Fuegia fino ad un pugnale cesellato da Benvenuto Cellini quanti gradini sulla scala della civiltà ; e quante lagrime ha sparso 1' umanità per percorrerla. P. t. ID ©meucicLe Sto studiando documenti per provare che Luciano da Laurana o Lovrana, figlio di Martino, soprannominato Schiavone, fu celebre architetto, e costruì intorno al 1460 il Palazzo di Urbino. Sarà un colpo di grazia al partito croato, un assalto alle sue cittadelle meglio agguerrite. E la gentile Lovrana, la patria del più caro ed indimenticabile amico della mia gioventù : Don Antonio Stiglich, spirito gentile e coltissimo ingegno, Lovrana, che conta pure tra le sue mura alcuni dei nostri, ha perduto ogni memoria di questo suo eletto figlio, di questo architetto italiano ? Di Luciano da Lovrana, oltre a molti altri moderni, fa menzione anche il Vasari. Se memorie, scritti o tradizioni rimangono in paese, prego pronta risposta nel periodico La Provincia. A proposito d' arti piglio qui occasione per rettificare un errore. Di Bernardo Parenti no unicuique suum ! fa memoria anche il nostro Stancovich, che lo dice frate agostiniano morto a Vicenza di anni 94 nel 1537, e aggiunge che il di lui epitafio è presso il Faccioli ; e riporta nella loro integrità i passi del Lanzi e del Moschini (Guida di Venezia). Di più, dulcis in fundo, del nostro Parentino fa memoria anche il Vasari nella sua celebre opera. Dopo di aver detto che Tiziano mandò fuori in istampe di legno il Trionfo della fede, aggiunge in nota: — Questo trionfo si vede eccellentemente dipinto a fresco alcuni anni prima nel chiostro di Santa Giustina a Padova ornato di varie storie ed iscrizioni dal Parentino e da Girolamo Campagnola. (Voi. XIII. pag. 352 edizione dei classici italiani. Milano). Il grande Tiziano adunque non isdegnò di studiare e di copiare un affresco del nostro Parentino. E qui, per terminare cou uua domanda, aggiungo; — Nel Vasari si legge : Giovanni del Carso Schiavone, buon maestro di grottesche a Rama. (Op. cit. Voi 13 pag. 284 edizione di Milano). Questo Giovanni del Carso Schiavone era Istriano ? Giuoco che sì, P. T. CAPODISTRIA, Tipografia di farlo Priora. Pietro Aladonizza — Anteo (Jravisi eilit. e rnilat. responsabili.