Anno VIII. Capodistria, Giugno-Settembre 1910. N. 6-9 PAGINE ISTRIANE Feriodico mensile scienHfico-Ieltercino-cikHsHco Fascicolo straordinario 7 = pubblicato in occasione della Prima Esposizione Provinciale Istriana. CAPODISTRIA STAB. TIPOGRAFICO CARLO PRIORA 191 a TRIESTINI E ISTRIANI alle prediche di Giuseppe Barbieri nel 1835. Cenni di FILIPPO ZAMBO^l. Incominciamo coll'articolo deli' illustre vegliardo, purtroppo ora estinto, che addimostro sempre alla nostra rivista una parti-colare benevolenza e che fu tra i primi a mandare un suo con-tributo per questo fascicolo straordinario. Ricordo cio che forse quivi nessuno piu ricorda de visu, come a Trieste 1utta la citta intellettuale andasse sossopra per le prediche parolaje si e leccate, ma dette in vera lingua italiana, di Giuseppe Barbieri, allora meno convenzionale degli altri oratori e pulpitisti e al qua!e percio perdotiavano la voce assai fievole e il gesto spossato. Le spese per indurlo a venir a fare il quaresimale nella chiesa dei Gesuiti e per coniargli una medaglia d'oro, sostituita poi dal dono d'una scatola preziosa — iniziante Domenico Ros-setti — le sostennero in parte pure gli Ebrei; i quali durante i sermoni occupavano tutta la gradinata esteriore che conduce al pulpito e anche i loro furono forse modernamente i primi applausi in un tempio italiano. Questo fatto, pensandoci, mi dice che il bisogno di novita sotto qualunque forma, era gia in quel tempo nella mia Trieste, ond' essa fu cosi avida di ascoltare la dolce nostra favella piu pura che mai. Notabile fu questo spontaneo risveglio! Perche il grande impulso al culto del bel parlare quivi ancora non l'ave-vano dato i Gazzoletti, i Dall'Ongaro, i Valussi, e Tavvocato Somma, il poeta della Parisina, che tanto ebbe scosso i cuori italiani, di cui ingiustamente piu non si parla. Io allora era ragazzetto; eppure Ko impresso cio che vidi ed udii in quei momenti che direi «per noi momenti storici« perche il Barbieri aH' Universita di Padova essendo stato profes-sore di belle lettere di mio padre, ci fece due visite, e babbo mi conduceva immancabilmente alle sue prediche. Questa nota d'italianita che risuono nella lingua, cioe la parola omata toscaneggiante, fu come un' onda che sospinge un* altra onda, poi un'altra e il moto si viene propagando: sicche ai di nostri le regioni adriatiche paiono un lembo della Toscana, cioe nello scrivere, per opera massime dei nostri poeti. Ma e l'lstria Nobilissima? Cio che ho detto deli' entusiasmo dei Triestini in una delle tante occasioni nelle quali si ridesto piu che mai lo studio del-1'idioma natio, vale pure per gli intellettuali della nostra sorella, 1' Istria; essi che con lo stesso zelo ed intendimento vi accorsero da ogni sua terra. E ci voleva proprio vero ardore, volonta tenace, irresistibile amore alla patria, il cui ornamento piu splendido, il sole deH'intelletto, e la lingua, per fare il passaggio tanto per terra quanto per mare, perche a quei tempi cio non era poco disagio, e le vie erano assai lunghe e disastrose e specialmente quella di mare piu fortunosa che mai. Ma di cio i nostri giovanettini delle biciclette, degli auto-mobili e dei vaporetti e canotti volanti, oggi che 1'uomo con le ali attraversa gli oceani, non hanno neppure l'idea e quasi non credono che allora non ci fosse la ferrovia. Vera un solo Traghetio fra Trieste e Capodistria, cioe una barcaccia a vela che non so neppure se partisse e ritornasse giornalmente. Ogni settimana andava la barca, il Traghetto, pel Littorale Istriano, della quale si sentiva non di rado che la bora ne aveva ritardato o impedito la partenza, o che 1'aveva, come mi suona ancora ali'orecchio: *ribaltada*. Se anche vi erano vapori a ruote che a paragone dei nostri moderni piroscafi si potevano dire gusci di castagne, che tempo permettendo, salpavano da Trieste per Venezia e viceversa, non so se alcuno gia costeggiasse 1' Istria e toccasse anche le sue isole. Certo e che allora, cioe quando il Barbieri porgeva i suoi sermoni, si diceva dal popolino: La xe qua meza Istria. Fra gli Istriani assidui a codeste prediche e che frequenta-vano časa nostra, vedo un Sindaci di Capodistria, nipote di don Giacinto Sindaci, cappellano della demolita chiesa di San Piero, che o solo o in compagnia dello zio, quando questi non era impe-dito dal suo ministero, seguivano, mi esprimo cosi, la voce del Barbieri. I due stimavano un grande avvenimento questo quaresi-male, appunto per bisogno di sentire in pubblico, allora dal pergamo, la lingua purgata e gentile, e ripetevano con enfasi certe frasi toscanissime dette dall'oratore. Ricordo che questi due contribuirono pure al prezioso dono d' onore che fu fatto all'ospite venerato. Ho innanzi, come fosse ora, un canonico Sbisa di Parenzo che in časa nostra s'occupava con ardore d'una o d'altra delle prediche sentite. Molto si discuteva sulle parole o le frasi usate dali' oratore, ma una specialmente mi e rimasta impressa : *La Santa Triade» invece di Trinita. E mio padre, anch'esso cultore del sacro idioma, s'animava alle questioni animatissime. E sentii citare come autorita in fatto di stile, le poesie di due Istriani che spesso erano a Trieste : di Giovanni Tagliapietra, piranese, e di Pasquale Besenghi degli Ughi d' Isola, il quale in una sua lettera ancora prima che il Barbieri venisse a Trieste, lo pone fra i •grandi nomi venerandi che formano la gloria maggiore della nostra nazione«. Ma a quello che io chiamerei nobile inconscio convegno patriottico degli Istriani, vennero a Trieste pure donne istriane delle quali allora certo non tante si davano allo studio della lingua come al presente, e ricordo una contessa Grisoni, ora non mi rammento piu d'onde ella fosse*), che ci disse d'essere venuta apposta a stare a Trieste nel tempo quaresimale, soltanto per sentire le prediche in lingua cosi purgata, cosi fiorita, ed alle-gava certi passi sentiti ai Gesuiti. E altri e altre, onde mi sfug-girono nomi e sembianti. Anche allora Triestini e Istriani, giova ripeterlo in altro modo formavano una sola famiglia, da una sola lingua congiunti e dallo studio e dalle armonie di essa. E cosi sia per sempre. E sara, basta volere, volere, volere. Filippo Zamboni. *) La contessa Maria Anna Pola-Grisoni era di Capodistria. (Nota della Direzione). _ , 31 Poliffico di Hnfonio da Murano a Parenzo. Ouesta mirabile tavola 4) dovrebbe primeggiare nella sala d* arte antica deli' esposizione provinciale di Capodistria, —* accanto allo splendido Carpaccio del Duomo capodistriano, accanto alla Madonna in trono di Bartolomeo Vivarini, rispondendo alle grazie del meraviglioso San Sebastiano di Alvise Vivarini.... se daIl'ottobre 1907 non si trovasse a Vienna, dove per cura del compianto Dr. Andrea Amoroso fu spedita per un ristauro radicale, che, pur rispettando le tinte, ponesse riparo allo sfacelo minac-\ ciato dal tempo e dal tarlo. Cio non pertanto il polittico di Antonio Vivarini non cessa d'appartenere al gran tesoro istriano piu precisamente a Parenzo, che invero, se si toglie quel gran monumento ch' e la basilica eufrasiana, non abbonda di certo in fatto di capolavori sacri, come le consorelle di terraferma Capodistria e Pirano. Antonio da Murano! II solo nome deli' autore dice il valore deli' opera e come l'ala possente dell'aquila ci trasporta in mezzo allo sfolgorio severo delle ancone, onde riluce la sala I. deH'Ac-cademia di Venezia. Questo solo nome ci ricorda, che il polittico di Parenzo appartiene a quella scuola, sorta sull' isola di Murano circa la meta del Quattrocento, dove con i Muranesi comincio il vero periodo della pittura veneziana, la quale da Murano prese la spinta gagliarda nella fausta ascensione, che la porto poi al voluttuoso Giorgione, al morbido e grandioso Tiziano e al pos-sente e fantasioso Tintoretto. 3) Ci ricorda il fervore d'arte, che animo in quell' epoca di creazione artistica la bella isola di Murano, dove nelle opere di Iacobello del Fiore e dei Vivarini si maturava quella che fu poi la maggiore attrattiva della pittura veneziana, lo splendore e la vivezza del colorito nel magico giuoco della K&> ./.'• > • ... •• •• •-* ■ v ■ . r .•■".': i. .;•• .• ' v . ■■• ■ ■■ ? r ■ ' . - ' . ■ ' ■ ' • fV r&.-Ž" y ' • ' ■ * ■ ' . :••• • * - 'i ' S Ri i • ■ ■ :• »• ^ ••; . 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E percio che nel dipinto parenzano si ravvisa il carattere individuale della scuola muranese, cioe quel dolce realismo 5) o per dirla con Lionello Venturi quel verismo delicato 6), frutto di quell' impulso naturali-stico, la cui sorgente devesi cercare nella scuola di Padova. E' dunque il sole, che comparisce con i Vivarini nel cielo dell'arte, in mezzo ali'aureola vivace del buon colore veneziano. Sicuro, non tutto il sole; ma gia 1'orizzonte vivamente s'impor-pora. E il polittico di Parenzo e di questo sole un raggio, onde, dato anche che non avesse in se quei pregi che realmente ha, ci dovrebbe essere sacro per il solo fatto, che ci viene dalla Scuola di Murano, la quale piu d'ogni altra ebbe il merito di sciogliere 1' arte dalle antiche durezze per far brillare per la prima volta nelle sue opere »intelligenza di prospettiva, espressione nei volti, proprieta nelle vesti, e finalmente un color vivo e brillante, precursore deli' altro piu vario, ragionato ed armonico, che die vita alle pinte tavole dei veneti maestri nel secolo susseguente« 7). * * * II polittico nostro e una grande pala in legno a vari scom-parti, con una rappresentazione di Cristo e della Madonna nel centro ed altri santi ai lati, quale fu il tipo costante fino al 1450 da Iacobello a Giambono e da Antonio Vivarini a Bartolomeo, secondo 1' ideale chiesastico del Quattrocento, corrispondente al gusto gotico bizantineggiante del tempo 8). II colore si delinea vivo sopra uno strato di gesso, ond' e spalmata 1' ampia tavola, alta (non compreso un'asse di sostegno di 16 cm.) m. 1.45 nei quattro lobi laterali e m. 1'65 nel lobo di mezzo e larga m. 1"85. I dieci scomparti, come tutto il quadro, sono incorniciati da dora-ture ad arco, in rilievo di cordami d' oro intrecciati su fondo purpureo. La forma delle dorature si rilevava nel 1906 dal fregio deli' arco su s. Cristoforo. Infatti nella riproduzione del Caprin esso appare quasi completo 9); invece nella riproduzione mia che, tolsi con gentile permesso del Cav. Vittorio Alinari 10) dalla foto-grafia Alinari n. 21262, si vede che 1'arco erasi ridotto alla meta. I cinque riparti superiori sono piu bassi degli inferiori. Quel di mezzo sopravvanza gli altri di 10 cm.; e piu largo degli altri ed ha l' arco della cornice del raggio di 25 cm., mentre gli altri sportelli sono piu stretti, hanno 50 cm. d'altezza e 10 cm. di raggio nell'arco. Gli sportelli di sotto hanno lo stesso raggio; e d'altezza, i quattro laterali misurano 90 cm., quel di mezzo 1 m. Le figure superiori sono a mezzo busto; le inferiori nella persona intera. Questa la struttura del polittico, ch'e un'alba radiosa delle ancone superbe di Cima da Conegliano." Le singole figure della pala [spiccano con un caldo tono di grazia su dal fondo tutto oro. Quelle a mezzo busto rappresen-tano, cominciando a sinistra di chi guarda, la Maddalena (erro-neamente presa per S. Chiara) con il vasetto deli'aroma in mano secondo il vangelo di S. Luca cap. XIV; S. Cristoforo, che secondo la leggenda porta sulle spalle Gesii Bambino, aggrap-pato a' suoi capegli; S. Antonio Ab. con il tipico bordone e il campanello; e S. Caterina, presa da altri per S. Eufemia Calce-donese. Negli sportelli inferiori, in piena figura c'e nell'ordine istesso : S. Nicolo di Bari; il vecchio S. Simeone con una stri-scia di pergamena, su cui sta scritto in caratteri gotici il primo emistichio del suo cantico Nune dimitiis servum tuum, Domine; S. Francesco d'Assisi e S. Giacomo Ap. di Compostella. Hamilton Iackson non riconosce S. Giacomo e serive: and another male saint "). II prof. Neumann invece della Maddalena vede S. Giovanni Evangelista e in luogo di S. Nicolo vede S.Martino 1!). Ma io dico ch' egli erro: perche e ben vero che S. Giovanni Ev. si rappresenta talora con un calice (non pero con un vasetto) in mano, ma anche il calice e sormontato da una serpe; e poi sebbene il Santo di Pathmos ci appaia nelle pitture eol viso fem-minilmente giovenile, qui si tratta d* una donna con in mano un vaso; S. Martino poi 1'escludo non solo perche S. Nicolo di Mira era assai piu noto a Venezia e nell'Istria tutta marinara, ma anche perche nelle sculture e nelle pitture prevalse sempre di rappresentare il Santo di Tours quale giovane soldato a cavallo, che sparte la tunica con un mendicante. Noto a titolo di. curiosita che in una pala quasi eguale dello stesso autore, esistente al-1'Accademia a Venezia, c'e un S. Bernardino da Siena, somi-gliantissimo al S. Francesco del polittico nostro. Nel mezzo, nello sportello superiore, addossato alla croce, e la figura del Cristo nudo e livido, il cui mezzo busto s* eleva su da un'urna sepolcrale, alle cui sponde abbandona le mani trafitte e sanguinanti; nel riparto inferiore, sopra un trono, che pare uno stallo di coro, siede la Vergine col Bambino ritto sulle ginocchia, che con la destra addita la Madre e con la sinistra appoggia una pera nella mano della mamma. Anehe nel quadro «la Vergine in trono col Bambino», ch' e il pezzo centrale della grande ancona sull'ara massima della cappella di S. Tarasio mart. in S. Zaccaria a Venezia, dipinto da Antonio in societa con Giovanni d'Allemagna, il Bambino da con la destra una mela alla Vergine e con la sinistra leva una rosa fra il viso suo e quello di Maria. Ai piedi del polittico di Parenzo corre un nastro con la scritta autentica e preziosa: a 144. anthonis de muriano pinzit hoc o. II Caprin (Istria Nob., II, 80) lesse Anitoni (s), ma erro-neamente. Circa T anno diremo poi. Purtroppo il quadro, che fino all'ott. 1907 si conservo nel-1' umidissima sagristia del Duomo, che anzi per le infiltrazioni del mare nel sottosuolo e un vero fenomeno d'umidita, si da inzup-pare persin la bianeheria, e malandato, perche mancarono gli occhi buoni, che si levassero a questo capolavoro veneziano con compassione. Come gia rilevai, la cornice e fortemente danneg-giata e in massima parte distrutta affatto. Anehe certe figure sono sgraziatamente malconce. La Madonna, S. Cristoforo, S. Francesco e 1'aureola di S. Giacomo hanno serostamenti di colore, non tanto facilmente rimediabili. II fusto stesso del legno e logoro per il tarlo, la polvere e 1' umidita. Lungo la figura di S. Caterina s' apre una fenditura rimarchevole. Questo era lo stato del polittico fino al 1907. Ora, si spera che da Vienna la i. r. Commissione Centrale vorra ridonarlo al-1* Istria in uno stato di rifioritura giovenile, com' e ardente brama di tutti noi, per 1'onore nostro e per il rispetto verso la grande scuola muranese 13). Non si čreda ch'io esageri se dico grande la scuola mura-nese e grande Antonio da Murano. Pompeo Molinenti in un breve scritto «1 primi pittori veneziani», pubblicato nella Rassegna d'Arte, dimostrava arrischiata 1'asserzione del prof. Andrea Moschetti, il quale in un suo studio su Giovanni da Bologna, trecentista veneziano, ammetteva che gia dopo il Trecento fiorisse a Venezia una scuola di pittura famosa. Itivece, dai primi musaici bizantini del secoio IX fino alla meta del Trecento, ne le opere di maestro Paolo, ne quelle del suo scolaro Lorenzo da Venezia, ne quelle di maestro Giovanni costituirono i parti di una scuola famosa. Neppure sui primordi del Cluattrocento cessa di dominare lo stile bizantino. Appena alla meta del sec. XV con i Vivarini si puo parlare di artisti grandi e di scuola famosa "). * * * E grande e davvero 1'eccellenza individuale di mastro Antonio. Disputarono molto i critici per stabilire con sicurezza inappellabile le relazioni di parentela naturale e artistica fra i singoli Vivarini, dei quali si conosce da prima un Luigi il Seniore, da cui apprese 1'arte Andrea, perfezionata e caratterizzata poi da' suoi tre figli Antonio, Giovanni e Bartolomeo i5). Per essi sorse la scuola vivarinesca di Murano, o meglio, come dice Lionello Venturi, quella bottega affollata, donde uscivano talora con la firma dei maestri lavori dei giovani lor discepoli 16). Conti-nuatori e in varia guisa perfezionatori deli'arte muranese, trovia-mo ancora Giovanni Alemanno, poi Alvise, figlio di Antonio, Luigi il Giuniore che i! Sansovino dice fratello di Antonio e finalmente i due Crivelli Carlo e Vittore 17). Cio pošto, e indiscutibile, che il maggiore fra i Vivarini fu Antonio, 1'autore del polittico di Parenzo, la cui autenticita e Jata dalle firme stesse: anthonis de muriano. Si noti che Antonio non si firma Vivarini, come il fratello Bartolomeo, che uso sottoscriversi Barth. Vivarin de Murano. Cio non ostante non e da confondersi con altro pittore veneziano detto Autonio da Murano del confine di S. Cassiano, che dipingeva a Venezia sullo scorcio del sec. XV "). Orbene fu Antonio Vivarini che miglioro d'assai ]'antica maniera muranese e avvio l'arte verso quella forma pura di solenne bellezza, a cui giunse piu tardi, guidata dal Giambellino, dal Tiziano e dal Giorgione. Lionelio Venturi dice che se Iacopo Bellini rinnovo la conce-zione artistica, Antonio Vivarini perfeziono la fattura imprimen-dole carattere veneziano; e se possedeva bene la teoria de' suoi predecessori, sapeva meglio dominare 1' imitazione; per cui fu davvero un perfezionatore 20). Antonio da Murano pero da solo non condusse troppi lavori, ma il piu delle opere, talune grandiose, compi in societa coi fratello Bartolomeo, con Giovanni d'Aile-magna ?1). Delle pitture poi compiute dal solo Antonio, il Sanso-vino e il Ridolfi ricordano quelie per le chiese di S. Giovanni in Bragola, di S. Apollinare, di S. Alaria dei Frari e di S. Giorgio in Alga, tutte perite. II Zanotto ricorda, fra quelle che ancora esistono, la sola pala di S. Antonio di Pesaro Lionelio Veu-turi, delle opere di Antonio anteriori al 1450 ricorda 1'Annunzia-zione con S. Antonio di Padova e S. Michele e S. Giobbe a Venezia, il trittico di S. Girolamo, S. Bernardino e S. Lodovico (non attribuitogli) nella sagrestia di S. Francesco della Vigna, del pari a Venezia, una S. Orsola nel Seminario di S. Angelo a Brescia, 1'Adorazione dei Magi a Berlino e una madonna seduta nella Collezione Kauffmann a Berlino ~3); delle altre moltissime andarono perdute. Quindi dovendosi aggiungere alle opere che ancora restano del solo Antonio Vivarini anche la pala «poco o nulla conosciuta sin qui» 24) di Parenzo, si ha una circostanza, che rende di cento doppi piu prezioso il polittico di Parenzo, il quale cosi deve attivare assai piu possentemente il core degli studiosi e degli amatori. * * * Di sommo valore e indice la data apposta dall'artista al quadro. L'ultima cifra non si legge bene. Nel mio articolo del 1903 io lessi 1440. II Caprin (Istria Nob. II, 80) lesse 1446; Hamilton IackšorT Tesse 1448; Lionelio Venturi legge 1440] '' prof. Laudadeo Testi in una lettera del 31 maggio 1907 al Dr. Amoroso legge 1443. Infatti il lucido del brano relativo sembra far credere che realmente 1'anno sia il 14^, dove dopo una parvenza di 3 c' e un segno d' ombra che parebbe talora un' asta numerale. Certo si e, che i due soli anni che si possono prendere in considerazione sono il 1440 e il 1443. Se il polittico e del 1440, devesi sottoscrivere quanto scrive Lionelio Venturi il quale osserva, che, se per l'eta giovanile di Antonio Vivarini regna grande indeterminatezza, 1'opera di Parenzo ci definisce i caratteri deli' artista subito prima della collaborazione con Giovanni d'Allemagna. Giova infatti notare che tale collaborazione data fra il 1441, e il 1449. Ma esaminando il quadro TAdorazione dei Magi di Berlino (Kaiser Friedrich Museum, n. 5) di Antonio Vivarini 25), devesi conchiudere, che gia prima del 1441, Antonio s'era chiarito un artista delicato. Se il polittico di Parenzo e del 1440, vuol dire che Antonio firmava da solo, onde non aveva ancora costituita la lega con Giovanni d'Alle-magna, gia esistente nel 1441. Ciononostante quest'opera di Parenzo non si distingue quasi affatto da quelle eseguite da Antonio durante la collaborazione. Infatti la tinta delle carni e delicata, ma il segno e largo, 1'impasto del colore grosso e consi-stente; anzi il Santo barbuto a sinistra della vergine ha il tipo comune a Giovanni d'Allemagna. Cio dovrebbe farci intendere che Antonio anehe prima della sua lega con Giovanni, risenti 1'influsso di lui. Cio potrebbesi spiegare con le relazioni dei due artisti, che certo non si conobbero solo quando s'unirono in lega di lavoro, perche erano - se non altro - cognati *6). Ad ogni modo se il polittico di Parenzo e del 1440, esso conserva bensi le caratteristiche dell'Adorazione di Berlino nel colore e nei tipi delle Sante e di S. Nicolo, ma segna chiaramente la via futura di Antonio verso una maggiore consistenza di carni e forza di rilievo, che saranno poi elaborate e accentuate dal collaboratore Giovanni d'Allemagna. Ma appunto perche il polittico risente troppo palesemente della maniera di Antonio nel tempo della collaborazione, io inclino a ritenerlo deli'anno 1443. In ogni caso il polittico e di quel periodo che segna 1'affer-mazione valorosa di Antonio Vivarini nel campo deli' arte si che 1' eminente sua individualita spicca piu luminosa, dopo il suo Paradiso del 1440 ") ed altre opere soavissime. E' percio che nel polittico di Parenzo, il quale data da un periodo di lavoro si fecondo e ispirato, spiccano tutti i caratteri della scuola muranese: novita di colorito vivace, chiaro, senz' ombre quasi; tecnica tutta nuova, concezione ricca di sentimento; ed anehe le due altre caratteristiche minori dell'ornamentazione e della profusione deli' oro. Bisogna infatti sapere, che Antonio Vivarini aveva perfe-zionato la corrente pittorica generale in Venezia, composta di elementi veronesi e fabrianesi, poiche aveva felicemente assimi-lato le conoscenze tecniche dei Veronesi e il gusto deli' ornamento di Gentile da Fabriano, il quale era stato chiamato dal-1' Umbria a dipingere alcune pareti del Palazzo Ducale e, come diceva Michelangiolo, egli Gentile aveva portato a Venezia la gentile simmetria dell'ornato. Percio nella tavola di Parenzo si intuisce tosto lo zelante studio, che Antonio Vivarini mise sempre nell'architettare 1'ambiente delle sue figure con una ornamenta-zione simmetrica non dura ne compassata, ma dolce, dove il genio lavoro piu che il quadrante, si da ingentilire persino il disegno delle singole aureole, sul fondo d'oro sfolgoreggiante. Nel polittico di Parenzo si scorge subito la diligenza talora minuziosa, posta da Antonio Vivarini in ogni punto, nel colorire le barbe, i capegli ed ogni altro accessorio con una esattezza mera-vigliosa. E* ben vero ch' egli «accarezza le figure con infinita diligenza, sino a che esse ottengano quella gentilezza che il fabrianese aveva rivelato« *8). Di chi sia la cornice non e detto. Forse fu deli'intagliatore Lodovico {de For....) solito compagno di lavoro dei Vivarini ? Certo che |la cornice non ha lo sfarzo d'intaglio di quelle del-1'Annunziazione (Ven. ^^ vicina alla cornice sem- Gallerie n. 10) o della plice ma bella della Madonna della Scuola m p. Giustizia di Iacobello Veronese, o del Re- \l$K3f del Fiore (Ven. Gal- dentore di Michele Wf l!1 'ena 15) e della Giambono (Ven. Gal- t® Madonna di Quirizio lerie n. 3.), e via di- || || da Murano (Ven. Gall. cendo. Piuttosto s'av- u. 29). * * * Ma e dovere sacrosanto che si delibi tutta 1'arte limpida e toccante e bella di Antonio Vivarini che si arriva nei profili, nei visi e nelle teste del polittico. Sia lode al tempo, generoso piu degli uomini, che ci conservo almeno i visi immuni dalla rovina. Anche qui, come altrove, tra le semplici aguglie e i tra-fori della cornice dorata, le Sante, non piu stecchite, chinano la testa dai morbidi fluenti capegli con soave malinconia. L' espres-sione di grazia dei volti mostra che 1'artista non rimase asservito a quella tradizione di decadentismo bizantino, talora infantilmente timido, talaltra primitivamente ingenuo, che aveva sprezzata l'umana bellezza e di tale sprezzo s'era fatta una regola d'arte. Anche le movenze delle membra sono immuni dalle anchilosi manieristiche del basso Medio Evo. HI proF. Elberfo Giovnnnini del Conservatorio di Milano Ma specialmente son belle le teste di vecchio (quelle di S. Cristoforo, di S. Simeone e di S. Antonio), le quali prelu-diano le belle teste di vecchio di Cima da Conegliano. E come Cima ritraeva que' suoi vecchi fra le vigne lussureggianti sulle verdi colline di Conegliano, cosi Antonio Vivarini trovava le sue fra i senatori di Venezia e le incastonava col pennello ne' suoi santi e nelle sue sante sul fondo d' oro, quasi in una fotografia sublime. E quegli occhi vivissimi e dolci, ch' ei pose in fronte alle sue figure, ei li vide a Murano di certo. Anche la sua Madonna co! Bambino, ritratto con giusti criteri d'anatomia, non e piu la Vergine bizantina dalle mani lunghe, scarne e pro- filate fuori dal bi- SKOTffifflSffiHSSE^aaraHSSaaHHSKSSBKBSi zantino ingombro della tunica. Cluel suo non e piu il solito volto magro, troppo grave, troppo solenne, ma e il placido viso, roton-do, paffuto quasi, ma caro, che comin-cia gia ad abbellirsi dal sentimento della maternita e prean-nunzia le Vergini di Giambellino e del Carpaccio, dove le tre dolcezze di ma-dre, di figliuola e di sposa brillano sfavillanti in una carne sola. in genere si ravvisano nel polittico ancora atteggiamenti un po' rigidi con qualche severita di disegno e freddezza di linee; cosi il sorriso di quelle labbra ha ancora un sapore di triste nordica častita; ma si capisce. Non ancora 1'arte muranese puo dirsi del tutto nazionale, benche nuova, perche mostra necessa-riamente le vestigia d'una certa ispirazione alla fredda ingenuita fiamminga. E Antonio Vivarini aveva studiato amorosamente le La mia canzon che del tuo patrio suolo Quasi un'eco recando a te giungea, Con le memorie in petto faccendea L'estro sopito, e gli disciolse il volo. Di canti e suoni allor, misti in un solo Intendimento a la proposta idea S'abbe!liva il mio carme: io ne godea, E deli' onor mi pregio e mi consolo. Oh se dei labbri giovinetti il canto Udissi e 1' onda dei sonanti avori Lungo la trama della mia canzone! Pieno di gioia e con stigli occhi il pianto, Dale, direi, fanciulle, i dolci allori; Dale al maestro onor, plausi e corone. Don Giovannt Bennati. opere, che Giovanni di Brugges, Gherardo di Gand, Liviano d'Anversa, Gherando di Haarlem, Hemmlink, Ouvater e Patenier avevano mandato a Venezia. * * Ma 1' individualita di Antonio Vivarini s' avvantaggia nella commovente concezione del polittico, ideata secondo le leggi piu sentite e pure della psiche. Ei la rompe coi tipi convenzionali della tradizione bizantina e crea un bozzetto, la cui idea spira geniale originalita. Infatti nello sportello inferiore non v' e la stec-chita Madonna carezzante il bimbo malescio, ma un bozzetto tutto amore e gentilezza: il Bambino che appoggia sulla mano della mamma divina un frutto, con la grazia infantile dei bimbi. Ma a quell'atto la Vergine non sorride. Perche? Ahi! alla fantasia le si presenta la tragedia del Calvario, tragedia, che sul suo capo, nello sportello superiore, paurosamente apparisce nelle livide carni di quel bambino stesso che ha fra le braccia, ma fatto uomo del Golgota. Concezione grandiosa! che mi rammenta la Vergine del Moderno Kaulbach, sotto 1'impressione della profezia di Simeone: «e una spada ti trapassera l'anima!». E il contrasto che s'afferma anche nella pala X Incoronazione di Maria, dove nello sfolgorio della gloria, pur vien ricordato il Golgota dagli angeli recanti ai piedi della Vergine gl'istrumenti della passione. II Cristo morto poi veramente impressiona. Ctuelle carni livide e sanguinolente rammentano il Cristo alla Colonna del Sodoma (Bazzi) nella Galleria di Belle Arti a Siena. Ma il viso del Cristo del Vivarini e piu bello di quello del Sodoma, perche e piu doloroso e ha maggior angoscia quasi incisa nella rigida contrazione della morte, e vi si legge l'abbandono completo del proprio io in una volonta superiore. Pare un preludio al Cristo della Pieta di Giovanni Bellini a Milano. Ma grandi affinita mostra di avere col Cristo morto di Michele Giambono (Padova, Gallerie, n. 6) recante la firma apocrifa «opus Andreae Moniegne Pat.». Tanto piii adunque commuove il dolce volto della giovine mesta tnadre per 1'intenso dolore racchiuso nel suo mutismo. Notero ancora il simbolo del frutto porto dal Bambino alla Vergine, simbolo da lui dipinto anche altrove e che corrisponde ad un'idea preconcetta non al caso. E il simbolo del frutto proi-bito delI'Eden, che il Redentore porge alla madre sua, quale trofeo di vittoria alla corredentrice del malo seme di Adamo. Se dal lato del dogma tale mistica allegoria riesce piena di sapienza, dal lato deli'arte, nell'amorosa corrisponsione d'affetti fra Gesii e Maria, s' infiora, sia pur nella tristezza, quella che Dante (Par. XXX, 40-42) chiamo Luce intellettual piena d'amore, Amor di vero ben pien di letizia, Letizia che trascende ogni dolzore. E qui mi permetto un raffronto, tutto mio, ma che mi pare a luogo, fra il polittico vivarinesco di Parenzo e il trittico del Beato Angelico, che una volta era sull'altar maggiore ed oggi e su quello a destra nella chiesa di S. Domenico a Cortona 89). II Vivarini ha nel centro la Madonna seduta in trono col Bambino diritto sulle ginocchia, che addita la mamma con la destra e con la sinistra porge una pera. II Beato da Fiesole ha pure nel centro la Madonna seduta in trono col bambino diritto sulle ginocchia che benedice con la destra e con la sinistra porge una rosa. II Vivarini ha negli sportelli laterali Santi e Sante, de' quali S. Simeone reca un nastro con la scritta deli' evangelo di S. Luca. - L'Angelico, oltre quattro angeli attorno al trono e in due tondi di sopra 1'Annunciazione, ha pure Santi e Sante, de' quali il Battista reca un nastro con la scritta deli'evangelo di S. Matteo. II Vivarini, sul bozzetto d' amore ha - doloroso contrasto -il Cristo morto; I'Angelico, sul bozzetto d'amore, ha - doloroso contrasto - la Crocifissione. Voglio dire, che in ambidue i capolavori 1'idea d'un genio s'incontra con 1'idea d'un altro genio. £ la voce della bellezza, che al dolce richiamo deli' arte risponde ancora con la voce armo-niosa della bellezza. * * * Se poi ricerchiamo donde Parenzo abbia avuto questo polittico, diro che mal s'appose il Caprin (Istria Nob. II, loc. cit.), quando penso che esso provenne forse dalla chiesa vescovile di Cittanova. La storia in questo riguardo tace. Ne una tale suppo-sizione pote fondarsi con serieta sul solo fatto che Cittanova possedette anch'essa una tavola vivarinesca con 1'Incoronazione di Maria, oggi del tutto irriconoscibile. Invece tutto ci fa credere che il polittico fu espressamente ordinato al Vivarini per Parenzo, non per la basilica eufrasiana, dove non c' e ne c' era verun altare cui il polittico potesse adattarsi. E devesi riconoscere che esso e evidentissimamente una pala d'altare e precisamente per uno di quegli altari quattrocenteschi a cinque archiacuti che si riscontrano in quasi tutte le chiesole fabbricate o ristorate nei sec. XV e XVI. E certo quindi che la pala fu ordinata al Vivarini per 1' altare d' una delle moltissime chiese antiche di Parenzo, che furono ben 15 solo entro le mura della citta, talune ricchis-sime, assai piu del Duomo, altre officiate da Confraternite del pari ricche. £ noto infatti che i Vivarini lavorarono molto per le Scuole Venete si a Venezia che fuori di Venezia. Anzi colui che per vitalita e produttivita si fece piu conoscere fuori di Venezia dopo Iačopo Bellini, fu appunto Antonio Vivarini, il quale per di piu e il vero rappresentante verso la meta del sec. XV di quella corrente artistica di decorazioni d'altari, che rimase anehe ai Muranesi posteriori, qualunque sia stata la provenienza deli'arte loro 30). Cosi avvenne che mastro Antonio dipingesse per una Confraterna di Pola una tavola, che fu poi sottratta e venduta. E cosi fece di certo per qualche confraterna o qualche chiesola confraternale o monacale di Parenzo. Ed invero per decorare altari gli artisti che fino al 1450 si dedicavano quasi unicamente a siffatto genere, erano anehe troppi, per cui dovevano cercare commissioni nelle provincie vicine, soprattutto nelle citta lungo la costa dell'Adriatico, ove il com-mercio veneziano fioriva e le relazioni con Venezia erano percio piu frequenti 31). Nel secolo XIX quando il piu delle chiese e chiesole paren-tine vennero demolite, il polittico del Vivarini, per la trafila di vicende a noi sconosciute, passo nel Duomo. E percio che negli Inventari della basilica anteriori al sec. XIX non si fa cenno del polittico del Vivarini. Lasciamo 1' ultimo inventario, ch' e fatto alla carlona, ma nella memoria lasciata dal veseovo Pietro de Grassi (1717-1731) circa la prima pastoral sua visita della basilica si fa cenno bensi di una Cena del Tintoretto (non originale), ch' e il gran quadro polveroso della parete destra nella nave di mezzo, ma del polittico muranese si tace. Vuol dire ch' esso passo al Duomo posteriormente ; nel sec. XIX, come dissi. E questo il polittico di Antonio Vivarini, il quale ricorda a Parenzo come questo grande pittore si facesse 1'alfiere della riscossa artistica, che porto poi 1' arte veneziana alla gloria di Tiziano Vecelli; e ricorda, che se poi 1'arte veneziana si profuse tutta nel gran turbine della vita, nelle feste della piazza, negli edifici stupendi, nelle donne e nelle sante bionde e belle e nelle fogge brillanti, con Vittor Carpaccio e Gentile Bellini, cio avvenne dopo 1' opera geniale di Antonio Vivarini. II polittico prezioso, prudentemente ristorato, ritornera in breve a Parenzo. Ma non lo si ponga piu nella sagrestia umida e oscura a languire ignorato, sebbene ricercato, ma lo si appenda nella cappella della Madonna, ch' e bene illuminata ed ha muri secchi. La, esposto alla luce ch'entra per quattro vetrate, il polittico trionfera e attirera gli sguardi degli innumerevoli visita-tori della Basiiica Eufrasiana. E la, che la luce lo baci!.... che il profumo del suo mistero 1' avvolga!.... che su lui si affissino, ora e sempre, i cupidi occhi d'ogni anima innamorata della gloriosa arte veneziana ! Francesco Babudri. NOTE. 1) Su quesla tavola io scrissi giii un articolo nell 'Istria del Dr. Marco Tamaro, an. XXII n. 1099 e 1100 del 3 e 10 ottobre 1903. — Gia prima ne aveva scrillo poche righe Giuseppe Caprin, Marine Islriane pag. 244, mentre ne disse di piu nell' Istria Nobilissima, II, 80. II inio articolo del 1903 aveva iatto si, che il polittico del Vivarini non si guardasse piii alla sfuggita, ma con interesse vivo. Di cio godetti davvero, perche cosi avevo otte-nuto 1'intento desiderato. Questo iatto era accennato anche dali' Indi-pendente di Trieste, n. 9256, an. XXVII, del 24 Maggio 1904. 2) Cfr. Kuhn, Allgemeine Kunstgeschichte (Die Malerei), pag. 460-461. 3) Molmenti, La Dogaressa di Venezia, Torino, Roux e Favale 1884, pag. 165. 4) Molmenti, op. cit. pag, 163. 5) fl. Melani, Pittura italiana antica e moderna, pag. 217. 6) Lionelio Venturi, Le origini della Pittura veneziana (1300-1500), Venezia 1907, pag. 173. 7) Francesco Zanoito, II fiore della Scuola Pittorica Veneziana, Trieste, Lloyd 1860. pag. 25. 8) L. Venturi, op. cit. pag. 54. 9) Caprin, Istria Nob., II, 80. 10) Porgo qui alla časa Alinari le mie piu vive grazie per il favore della rlpro- duzione concessami gia nel 1907. 11) F. Hamilton lackson, The Shores of the Adriatic the Austrian Slde, London, John Murray, 1908, 1, pag, 117. 12) Neumann, Der Dom von Parenzo, Wlha, Wien, 1902, pag, 22. 13) Veggasi negli Atti e Memorie, Parenzo, 1910, fasc. 3° e 4° narrale le pra- tiche che occorsero per il ristauro, di cui parlo. 14) Vedi il Marzoceo, Firenze n. 30 del 20 sett. 1903, an. Vili, pag. 3. J5) Cfr. Zanotto, op. cit. pag. 25-27 e 122-123; G. Sinlgaglta, De' Vivarini, 1905, pag. 5. 16) L. Venturi, op. cit. pag. 178 e 183. 17) Accenner6 la controversia se fossero esisliti due Giovanni de Murano, uno di cognome Vivarini, 1'altro il tedesco (d'Allemagna), o se vi fosse esi-stito uno solo eliminando il primo. II Lanzi e II Brandolese sostennero che Giovanni Vivarini non esistette niai; 11 Moschini invece sostenne il contrario nella sua „Narrazione deli' Isola di Murano", e con ragione. Vedi Zanotto, op. cit. pag. 123-125; G. Ludwig, Archivalische Beitr&ge zur Geschichte der venezianischen Malerel, 1903; Paoletti, Raccolta di Documenti inediti, 1895. 18) L. Venturi, op. cit. pag. 172 e 176 ove si cltano parecclii capolavori di Bartolomeo a Parigi e a Venezia. 19) L. Venturi, op. cit. pag. 101-102. 20) Op. cit. pag, 69, 98, 99, 21) Molte di queste opere compiute in societa rlmangono; altre, per le chiese di s. Barnaba e dei ss. Cosma e Damiano alla Giudecca, e 1'altra per la chiesa di s. Marta perirono. 22) Zanotto, op. cit. pag. 123. 23) L. Venturi, op. cit. 105, 106. 24) L. Venturi, op. cit. 106. 25) Morelli, Die Gallerie zu Berlin, 1893, pag. 73. 26) Nuovo Archivio Veneto, t, XII, 1906, pag. 163; Aldenhoven, Geschichte der K61ner Malerschule, Liibeck, 1902, pag, 170, cit. pure da L. Venturi, op. cit. pag. 107. 27) Angelo Conti, Catalogo delle Regie Gallerie di Venezia, 1895, pag. 12-13. 28) L. Venturi, op. cit. pag. 66. 29) Vedi la fig. a pag. 32 del „Beato Angelico" di L Supino, Firenze, Alinari 1901. 30) L. Venturi, op. cit. pag. 112-113. 31) L. Venturi, op. cit. pag. 54. v^ramn^mroign^::: II1PI1IIHII l^TT LA CAVALCATA. La lerra e fatta di schianti e d'addii, la terra e tutta inzuppata di pianti, non indugiarti nei sogni restii o mio destriero fatidico, avanti! Avanti o cuor che ti indugi pensoso sulle memorie calcate per via, tempo non e per 1' amore o il riposo il lungo sorso, la breve malia. Tempo non e per le danze ed i suoni, per le carezze pei teneri lai, tempo non e per i dolci abbandoni pel sole, o cuore, pel canto che sai. Avanti, avanti, sul suolo gia intriso dei lagrimati mortali sgomenti, contro la folla dal vano sorriso, col sordo scroscio di tutti i torrenti. Avanti, avanti, abissando con 1'ugne ferree solcanti le fragili spemi, o mio destriero di tragiche pugne, o cuor retrivo che memori e tremi. Tempo non e, son passati gemendo con lunghe traccie di sangue per via altri feriti con spasimo orrendo, coll' acre sogno, la lunga agonia. Avanti, avanti sui fiori sanguigni, ai lagrimati cancelli deli' ora, scavando il suolo di colpi ferrigni contro la perfida gioia che accora. Nei fieri solchi dell'ugne ferrate, sbocceran fiori di rosso amaranto, dai lunghi addii dalle spemi calcate, sovra la terra nudrita di pianto. Nella Doria Cambon. II: 1 i ::<3D I UMU f 111 PARENZO li esercizi letterari aveano preso una grandissima diffusione nella seconda meta del secolo XVIII, e non soltanto nelle Universita e nei Collegi, ma pur anco nei Seminari, nelle Scuole e in molte čase private si adunavano allora le persone colte per recitare e prose e versi da loro composti in occasioni varie e solenni. Cosi appunto in Parenzo, 1'11 settembre 1770, la chiesa della Madonna degli Angeli, officiata dai Padri Domenicani, acco-glieva gli alunni e i maestri del Seminario per una esercitazione accademica che dovea esser svolta alla presenza del vescovo Gaspare de Negri. Monsignor de Negri, che fin dal 19 febbraio 1742 occupava la cattedra vescovile parentina, era un prelato benemerito degli studi, oltre che per i molti lavori di erudizione dati alle stampe, anche perche nel suo palazzo avea formato una ricchissima biblioteca, i cui libri venivano liberalmente dati a prestito agli studiosi, e perche avea pure raccolto una quantita non indifferente «di antiche iscrizioni di Quadri, di Statue, Cameif Medaglie, e mille altri diversi monumenti* ')• In quella solenne tornata adunque furono recitate, e in prosa e in verso, molte composizioni di argomento vario. Non sara ora ') Museo Gorrer di Venezia - Codice Cicogna 1977, pag. 300. inopportuno far conoscere il Sonetto in lode della citta di Parenzo, composto per 1' occasione dal Padre Antonio Cergneca: Se quel antico tuo raro splendore Nobil Citta (che si superba tanto N'andasti un di sotto il pregievol manto Di Citta de Romani) or non ž in fiore; E se ecclissato funne il bel chiarore E la tua gloria ottenebrata a!quanto Dal Ligure feral che grida e pianto Porti in tuo seno solitario orrore; Ben volle il Cielo, e '1 Veneto Senato Che di Candia accogliendo il fior piu bello II tuo pregio tornasse al primo stato E i Cittadin lustro crescendo a quello Voglion farti ammirar in ogni lato Con atti rari di valor novello '). I Romani, conquistata 1' Istria, mandarono molte colonie anche a Parenzo che dopo Pola e Trieste, divenne cosi il piu impor-tante centro che allora contasse la regione istriana. Gli avanzi che tutfora rimangono dell'Acquedotto e del Teatro romano, dei templi a Nettuno e a Marte, la celebre basilica Eufrasiana, in cui e mirabile la fusione deli' architettura romana con la bizantina, attestano della grande importanza che avea negli antichi tempi Parenzo. Con 1'andar degli anni pero comincio a stringer relazioni piu frequenti e piu intime con Venezia: Parenzo anzi nel 998 acco-glieva festosamente il doge Pietro Orseolo II che nelle acque istriane avea inseguiti e sconfitti i pirati Narentani. Le lotte sempre maggiori che seguivano fra Venezia e il patriarca di Aquileia turbavano naturalmente la quiete e lo sviluppo delle citta istriane le quali inoltre, anche fra loro, aveano frequenti occasioni di dilaniarsi e di muoversi guerra: ne venne che Parenzo per sottrarsi ad ogni contrasto e per godere dei vantaggi che offeriva la protezione di un governo savio e potente, il 6 giugno 1267 si dava in sudditanza ai Veneziani. Ma s'ebbe i vantaggi, Parenzo dovette pur anche soffrire dei danni che passeggieri rovesci recarono qualche volta alla potenza veneziana e all'epoca della guerra di Chioggia, la citta, 4) Museo Correr - Codice citato, pag. 339. sempre fedele alla signoria della Serenissima, fu costretta a sopportare 1' oltraggio e la strage dei Genovesi, illusi di aver per sempre debellato la temuta rivale. Correva precisamente 1'anno 1354 quando Paganmo Doria, audace e coraggioso, dopo aver portata la guerra nelle acque istriane, assaliva violentemente con venti galere Parenzo: i cittadini si difesero eroicamente, ma la forza nemica piu per aver ragione e il 16 agosto il Doria si impadroniva della citta e 1'abbandonava al saccheggio delle sue genti che, nulla rispettando, misero tutto a ferro e a fuoco. Gli Archivi furono abbruciati e i corpi stessi dei santi protettori, Mauro ed Ebenterio, vennero asportati dalla citta. Andrea Dandolo rimase cosi fortemente colpito per le stragi commesse dai Genovesi che - narrasi - ne mori dal dolore. Marin Saundo infatti nella Vita dei Dogi di Venezia, parlando di Andrea Dandolo dice che «esso Doge per dolore dell'armata nimica venuta ad abbru-«giare Parenzo, s' ammalo, e stette 22 giorni ammalato. E avendo »dogato anni 11 e mesi 8, mori a 7 settembrc. Della sventura patita, merce le savie cure di Venezia, Parenzo pote a poco a poco rimettersi e riprendere il suo solito aspetto, la sua vita e la sua attivita commerciale. La citta si ripopolo di famiglie morlacche e albanesi: nel 1669 poi, caduta Candia in mano dei Turchi, anehe molte famiglie venete, piu tosto che rimanere sotto il giogo ottomano, scelsero parenzo come loro seconda patria e col lavoro e con le industrie e coi commerci seppero aneora fare, della bella citta istriana, una delle fulgide gemme della Corona di Venezia, di quell' unico Stato, cioe, che nella penisola si era mantenuto per lunga serie di secoli sempre e esenzialmente italiano. Ricciotti Bratti. Hppunfi di Etnografia. L a raccolta degli oggetti che si riferiscono alla vita popolare, pubblica e privata, non e chi dubiti oramai riesca d i singolare importanza per la conoscenza della storia e della psicologia del popolo. I musei etnografici, sorti recentemente in vari centri d'Europa, e non ultimo quello di Firenze (fondato il 20 settembre 1906 per iniziativa del chiarissimo dott. Lamberto Loria), che accoglie quanto di piu caratteristico offre ciascuna regione d'Italia, ne sono la piu bella ed evidente testimonianza. E di fatto chi voglia intendere veramente bene lo spirito di un popolo, o studiarne le manifestazioni artistiche, deve sapersi trasferire in esso e rivivere un momento la stessa sua vita. Ma affinche cio possa realmente avvenire, occorre non solo — scrisse a suo tempo il Vollari — che gli oggetti siano raccolti con intelligenza, ma che uengano ordinati ed il/ustrati con criterio scientifico. Questo appunto fara, com' e sperabile, tra le altre belle cose la prima esposizione istriana per un angolo ignorato di terra latina: Cherso, mia patria, che la marea slava al presente fcosi non fosse!) d'ogni intorno insidiosa minaccia. Comparira per la prima volta agli occhi del pubblico, insieme con altri oggetti della vita privata, una piccola serie di manufatti, pazientemente intagliati dai popolani del mio paese, intorno aH'origine dei quali non sara forse male ch'io spenda quattro parole. Sono lavori d'intaglio, opera in gran parte, se non esclu-sivamente, d' oscuri marinai, che consumarono la loro vita sui trabaccoli, trasportando legna da Cherso a Venezia, 1' antica signora *). Nelle lunghe ore di calma, in cui la bonaccia afflo-sciva le vele e immobilizzava la nave, il marinaio a rompere 1'ozio si sara messo a incidere un randelletto di corniolo, ritor-nando col nostalgico pensiero alla patria ed alla fiorente sposa, tanto piu lontana e tanto piu desiderata. Avra pensato di fare un qualche oggetto dell'uso comune, di semplice fattura, un agoraio, una mazzetta da infilarci il ferro da calza, e 1'avra adornato come meglio gli suggeriva la rude fantasia. Voleva significare 1' amore che portava alla sua bella, e ne intagliava il cuore con un simbolismo tutto primitivo: cuori di tutte le forme e di tutte le gran-dezze, circondati di foglie di lauro o d i fiori; quelli espressioni del-1' affetto, questi simbolo perenne della giovinezza e della belta. Gli oggetti, ai quali sopratutto si de-dicavano (ora per il decadere della Mestole da picchiare i panni marineria 1' uso e si puo dire spen-to),sono limitatis-simi: bacchette (caneti), agorai (agaridi), mestole da picchiare i panni lavatiepan-chetti (scagneti)-, u.tensilipiuomeno necessari ai la-vori donneschi. E ci tenevano molto le nostre popolane a lavorar di calza con una mazzetta bene intagliata; era una mostra di orgoglio e di potenza femminile: chi piu ne aveva, piu rite-nevasi amata; e la ragazza o la donna, che andava a sciacquare i panni al lavatoio, ainbiva di avere una bella paletta infiorata; non aven-dola, ne chiedeva una a prestito, onde poter figurare. I motivi, ai quali solitamente s'inspi-ravano i nostri artisti popolari, erano — come s' e detto — cuori, foglie e fiori, uccellini con un ramicello in bocca, messaggeri di amore; Agoraio. Mazzetta. oppure angeli con 1' ali spiegate e bambini reggenti *) Vedi Pag Istr. a. 1906, fasc. 5-6 pag. 120. L'intaglio non era scono-sciuto nemmeno agli agricoltori chersini, che talora incidcano zucche, pipe, mazze ecc. una ghirlandetta sopra un cuore ardente. Talvolta pero 1'artista mostrava piu chiaro il fondo della sua anima popolare, quando costringeva una brutta figura di soldato turco a soffrire continua-mente la puntura del ferro da calza sulla bocca sdentata e contorta in atteggiamento d'ira. II fanatismo della sua anima cristiana non avrebbe potuto immaginare piu raffinato supplizio. Prof. Iacopo Cella. una m.orta„ Perche no ti torni? de sera, co tuto qua torno xe quieto, co tuto xe jito e xe nera la note? Ti sa, tante volte te speto c čredo de averte višina; me par de sintir el to peto spacarse de tosse, mia povera Lina, '.'f' e palida palida, bianca * me par de sintir 'na manina tocarme la fronte: una debole e stanca caressa che trema e va via, e sento cussi che ghe manca la vita. Me par su '1 to peto che sia na macia de sanguc ssai rossa: un sangue che no '1 te va via che '1 vivi su ti dopo morta. Percossa? o forsi che i morti i patissi ancora de la int-ela fossa; e alora? Perche no ti torni? de sera, co tuto qua torno xe quieto, co tuto xe jito e xe nera la note? Capodistria, aprile 1910. Tino Gavardo (Tita Bidoli). Un biglieffo da visifa. II biglietto da visita che mando alle Pagine Istriane per il fascicolo commemorativo della esposizione capodistriana, e del figlio di Gian Rinaldo Carli, di quell' Agostino Carli-Rubbi intorno al quale, teste su questo istesso periodico, ha trattato tanto compiutamente il dott. Leone Volpis. II biglietto fu da me rinvenuto nell' archivio dei marchesi Polesini, di Parenzo, tra le carte del marchese Gian Paolo Sereno (1739-1829) in un involtino che contiene altri biglietti, non meno interessanti se non cosi artistici, e reca la indicazione Visite in Roma, Venezia, Trieste. Pubblico per intanto il biglietto di Agostino Carli Rubbi, ringraziando del permesso concessomi i marchesi Benedetto e Giorgio de Polesini, i quali conservano con gelosa cura le carte delFillustre bisavolo. 11 biglietto e certo posteriore al 5 aprile 1793, quando al conte Agostino Carli-Rubbi fu conferita dal re di Sardegna, Vit-torio Emanuele, la commenda dei ss. Maurizio e Lazzaro, della quale nel biglietto appare gia in possesso. L' incisore Domenico Cagnoni e Veronese e di lui riferisce Pietro Zani nell' Enciclopedia di belle arti (vol. V. pag. 202) che lavoro tra il 1765 e il 1790, pero il nostro biglietto ritarda la seconda data. Altri tre biglietti da lui disegnati con buon gusto e finezza riproduce Ettore Modigliani nell' Emporium del gennaio. 1906: e sono per 1'abate Časti (in francese), la contessa Crotti Fraganeschi e il signor Filippo Linati. In questo ultimo al nome 1' incisore aggiunge un Medi, probabilmente Mediolanensis dal suo soggiorno. Un biglietto da visita. pžv . 1 ' ,. : 1 - -r .;- . , ■ ,. ... V . -"i ' ' . ■ . •.-. .. v- . . .' . • ■ <•». I t. r k-? - ' : :/, ■ ■ : - • ; - <•.::-'■"• - /;:v ■. V- SS -i , ■ . . ■ ■ ,..... , ! ..>'--/ -" i 1 ' — , ' .• . .• •• • . . r •• V- " ' - ■ 1 l < • S IsS '■■■'< \ • : t : « : -j . ' V - . i-. •. •t - .-.. i "j uX ... : Se pero il merito della raffigurazione artisiica spetta al Ca-gnoni, quello della concezione e senza dubbio del Carli-Rubbi, perche dal disegno e evidente che 1'incisore non vide sul pošto i monumenti che raffigura come risulta dai particolari architettonici deli' arena, e dali' attica, esagerata, deli' arco dei Sergi. Molti dei piu bei biglietti da visita del settecento attingono il loro soggetto dalla archeologia, anche perche si offriva comodo per 1' incorniciatura del nome il tregio di una^E lapide romana. Ma nel I N V I T O ' biglietto di Agostino t _ " c Carli-Rubbi 1'archeo- * A Silvio Benco. logia e ben piu di un j ...... .... & r : Amico vieni; auliscono le viti _ ornamento, e il simbolo c ed au]jsce ,, o]ivo_ , pratj jn fjore c e il vanto di unorigine j5 temon l'oltraggio dello sfalciatore; e di una cultura, quasi s i rosai nelle siepi son iioriti. L la direste la afferma- ; Per 1' aria sentirai nell' ora bruna r zione deli'Istria ro- 1 trilli di nidi e canti d'usignol. |s rv£ ... -i • i Ouanti poemi al sorger della luna! mana. Difatti il piccolo * ^ ,. p , ,. °, , a . , . ; Quanti saluti a un bel morente sol! : ed elegante disefino ; ., . . , , t . . : E noi vaganti in riva al mar godremo , ne raccoghe i piu m- t p eterno incanto della nostra terra. signi monumenti, tutti j? Nell'ora sacra certo scorderemo 5 di Pola: 1* anfiteatro, t tutta 1'ambascia che nel cor si serra. I il tempio di Augusto, s Tu canterai felice in riva al mare 5 1' arco dei Sergi. Noi i quaudo fra glorie di nuovi splendor " " la luna e il sol andranno a naufragare p scopriamo in Agostino r .... ..........r _ p, ,. . . con bagliori d argento e fuochi d'or. ; Larh-Kubbi un asser- f Anuco vieni. Non mancar. Convegno tore, per quanto tacito ^ sj dannQ j fiorjj „ mar> j nidi> n sole; h e modesto, di quella c ii vate manca. Le degne parole t romanita istriana, che \ per essi troverai, poeta degno. ® verra poi piii altamente S Giugno 1905. % proclamata negli studi ; Andrea Davanzo. \ ali ora era stata riaffer- mata proprio dal padre suo nelle Antichita ed italiche (1788—90). Anzi proprio i disegni inseriti in questa opera servirono di modello al disegnatore. L'arco dei Sergi e desunto dalla tavola IV del vol. 1, e 1'anfiteatro dalla tavola VI del vol. II, disegni ambidue di Francesco Monaco. La sfinge e riprodotta da un basso rilievo di Pola, raffigurato nella tavola II del vol. II, e il tempio di Augusto IN V I T O. A Sihio Benco. Amico vieni; auliscono le vili ed aulisce 1' olivo. I prati in fiore temon 1'oltraggio dello sfalciatore; i rosai nelle siepi son fioriti. Per 1' aria sentirai nell' ora bruna trilli di nidi e canti d' usignol. Quanti poemi al sorger della luna! Quanti saluti a un bel morente sol! E noi vaganti in riva al mar godremo F eterno incanto della nostra terra. Nell'ora sacra certo scorderemo tutta 1' ambascia che nel cor si serra. Tu canterai felice in riva al mare quando fra glorie di nuovi splendor la luna e il sol andranno a naufragare , con bagliori d'argento e fuochi d'or. Amico vieni. Non mancar. Convegno si danno i fiori, il mar, i nidi, il sole; il vate manca. Le degne parole per essi troverai, poeta degno. jf Giugno 1905. Andrea Davanzo. l s e derivato dalla tavola V dello stesso volume; questi due disegni del vol. II non recano il nome dell'autore. La sfinge assisa sul masso che porta il nome, sta forse a simboleggiare I' animo ardente, ma incerto del Carli. Al biglietto inciso dal Cagnoni, aggiungo un altro, apparte-nente anche questo aH' archivio Polesini. Questo, che certamente e anteriore di tempo, non ha nulla di singolarmente notevole per un biglietto de! settecento; appartiene a quei semplici passe-partouts che, uniti in fogli, si vendevano nelle botteghe dei car-tolai, e benche il fregio, pur leggermente grazioso, non sia ne peregrino ne originale, tuttavia il biglietto ha il merito di essere autografo. Attilio Gentille. Komi locali islrian! krivili i m i coHure. Acontinuazione di altro studiolo comparso tempo fa su queste istesse pagine1), noi publichiamo il presente manipoletto di nomi locali istriani, nella speranza di far cosa non del tutto discara agli studiosi di toponomastica. Oltre che delle gentili comunicazioni di amici e conoscenti (ai quali rivolgiamo i piu sentiti ringraziamenti), noi ci siamo serviti del solito «Repertorio dei luoghi«, della carta militare austriaca e di un certo numero di publicazioni, che si trovano citate nelle note; ci spiace di non aver potuto consultare alcuni recenti lavori di toponomastica italiana, data la difficolta di procurarceli, vivendo noi in un piccolo luogo di provincia. Non si trovera nell' elenco la parola prostimo, la quale, se pure qua e la accenna a diventare nome locale, e da considerarsi ancora termine generico. Questa strana parola, comunissima nella Istria bassa, deriva forse dal greco zp6att[j.ov (= multa, pcena, da jtp ; 9 .1 'J, •• • • . r. ' • v •i' ' ■'im v ' ' ! ^ .V . v' - V'.. ■ . S , ' .. Ja * .. : ■:')■- ■ : . .. .. .. . .. .. , , ., _ , ,, , ....... ... .■_■ , ■ ... - ■ ' ' ' ' ■ ' ■ te .. ■ : .•:' ■ % . # M - ' .v - • : , t: ■ - : ' v- m? '. wm jt^ « '. ,'V. >v . : ' i ■ ' ... .... T . . ,'•„■ ^ u \• \ ■ -v^u,.; '.-.v. ,• . .P . , . /v . > 'i -v * -'i-: •'vV'-.':.- •' .- J v. . >;•. t -V « v, .i ■■ - - ( 1 .-'. . j' :. ■■'> 4 : .-v'. . . '. : ■ • "'v:; " - " . ■ : * Al 'i'*, V • • - ■ r ; ^ . ■ . rr. i Dice il lettore : «E' la Divina Commedia come una vecchia cattedrale, in cui il passo risuona sotto le amplissime volte e desta echi misteriosi e profondi; e chi talora, fra le tombe terra-gne appoggi 1'orecchio a un pilastro o ad un'arcata, ode strepiti e risonanze mentre ha silenzio intorno, ode mormorii e bisbigli sommessamente sussurrati lontano e distingue voci e parole. Non a caso: volle cosi il maestro che la costrusse«. E, guidato dal sottile romore alle voci determinate, egli scende il medesimo canto della prima cantica sino in fondo alla selva fosca del secondo girone; e, posta mente alle molte e strane rispondenze che vi incontra con il suo, e esaminato ogni punto a severo confronto, ne induce senz' altro che Sapia e una erede di Caino, e che il Salvani, di cui essa miro la testa «la piu alta del campo», come il diavolo gli aveva predetto, perche fitta in sur una lancia, il bieco alleato di Farinata nella conferenza di Empoli, altri non era che il figliolo del fratello di lei. Io mi immagino la gioia del nostro Zenatti, allorche, pochi giorni dopo la sua lettura, Guido Mazzoni gli comunico gli spogli dei documenti delFArchivio di Stato senese che il benemerito suo direttore Alessandro Lisini allora allora ebbe esplorati e tolti dal buio, e, dalle testimonianze vive di quei tempi senti affermarsi la verita della sua induzione. Noi aspettiamo che il Mazzoni pubblichi e illustri come egli sa 1' importante scoperta. Ma, a ogni modo, rintracciata la discendenza di Sapia, che i commentatori ripetevano incerta, e stabilita la sua parentela con il figlio di Ildebrando Salvani, tutto il canto di Dante si illumina di nuova luce. E, quanto sia cosa diversa da quello che leggevamo avanti, inteso alla sola stregua della legge del contrapasso, ognuno potra conoscere interrogando le poche, ma preziose pagine di questo caro opuscolo. Del quale opuscolo, se qui s'addensa, per cosi dire, la forza del valore scientifico, converge 1'arte a cogliere il punto e il colorito che, nel quadro dantesco, dieno risalto alla storica allegoria deli'inno al Sole che Virgilio innalza nell'orba regione degli acciecati per voler del fato. E un momento pieno di augurale solennita, commovente. Canta il poeta di Roma, «0 dolce lume, a cui fidanza i' entro per lo novo cammin, tu ne conduci — dicea —, come condur si vuol quinc' entro. Tu scaldi il mondo, tu sopr' esso Iuci; s' altra ragione in contrario non pronta, esser den sempre li tuoi raggi duci». Co8i, nella primavera del mondo avevano cantato gli Aria padri; cosi forse Virgilio stesso in terra, con il saturnio carme di Numa ripetendo la prece dei sacerdoti guerrieri del Palatino, «0 Zaul adoriese omnial verom ad patula coemis es ianeus fanes, duonus Cerus es, duonus lanus, veveis promerios prome dius enum recunde!» «0 Sole, sorgi e innonda tutto! NelKatrio del cielo tu sei, o Giano, gentile ostiario; il buon genio tu sei, il buon Giano. O benefattore dei viventi, portaci il giorno e nascondilov E ben sapeva il poeta di Roma che i raggi del sole sono strumento e segno della grazia di dio, che dal cielo si spande sui mortali e li guida su !a via del bene. Che poi cotesto dio sia Giano bifronte, il dio di nostra gente, o il dio d' Israele, cio poco importa. Egli pio aveva pregato, e fu salvo, come pio prega e si salva il francescano poeta nella semplicita della sua mistica laude: •Laudato sie, mi signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor Io frate Sole, lo quale jorna; et allumini per lui; et ellu h bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione». E, a questo Sole di liberazione aspira e tende Sapia con gli altri ciechi, a questo Sole che la redimera dalle tenebre alle quali un destino inesorabile gran tempo la condanna; e, cieca, piu veggente del Poeta che ancora distingue latini e lombardi, risponde alla sua domanda, cristianamente e italianamente correg-jendolo circa alla condizione di quelle anime, «0 frate mio, ciascuna e cittadina d'una vera citta; ma tu vuoi dire che vivesse in Italia peregrina*. Firenze, 21 aprile 1910. Arturo Pasdera. UN POETA ISTRI ANO.*1 In un momento di vena umoristica, il Besenghi ebbe il ghiri-bizzo d'anticipare il suo necrologio: di lui — concludeva egli parlando di se stesso in terza persona, — *di lui non restano al mondo due pagine; se le contesero tra loro gli elementi. Grand'uomo e' fu senza dubbio; ma s'ebbe avversa la fortuna, a cui sottostanno tutte le cose». Poco tempo prima di morire, il Besenghi ripeteva quasi gli stessi lagni — ma sul serio ali'amico Michele Fachinetti, ch' era andato a visitarlo. — Che hai ? aveva chiesto il Fachinetti, vedendolo depresso oltremodo. «E che si puo avere» — replicava il Besenghi, — *quando tutto e perduto? quando un uomo si e fatto conoscere colle lettere, e invece di raccogliere un sorriso, un segno d' affetto, non ha trovato che il disinganno e il sogghigno? Che cosa si puo mai avere, quando si sente in noi una forza, che ci spingerebbe ad operare, e invece non ci vediamo dinanzi che ia dura neces-sita di rinchiuderci fra quattro pareti e d'espandere in vani lamenti quel po' di vitalita che natura ci diede? Dove sono le speranze della mia gioventu? dove i baldi suoi disegni? dove le imprese meditate ? O Grecia, almeno si fosse spenta sulle tue zolle questa povera mia vita, che forse qualche tuo poeta 61 sarebbe ricordato anche di me ne' suoi canti!« Si, avevano ragione i suoi nemici: ejjli era uno »spostato*; egli fu un uomo «passionale». Ma in questo appunto sta la sua *) Dalla conferenza Pascjuale Besenghi degli Ughi (nato a Isola nel 1797, morto a Trieste nel 1849), tenuta aH' »Universita del popolo« in Trieste, ai 57 Fefabraio 1910. gloria; per questo noi parliamo ancora di lui, che non si fuse ne si confuse con la massa anonima, grigia, smidollata del tempo suo ma le si contrappose, trasmettendo ai posteri un pensiero sempre vergine e vivo, nutrito d'entusiasmo, d'energia, di fede. Fu passionale: ma «fra morte tanta di sentir», come non esserlo? Proprio allora, il Tommaseo, fra le torture del carcere, innalzava quel canto sublime nel quale implorava, unica grazia, da Dio, ch'egli facesse sentire agVitaliani il loro dolore. Senza pas-sione non c'e carattere (a meno che per carattere non s'intenda anche quel!o di non averne alcuno!): senza passione non c'e azione, la vita diventa una stupida dormiveglia: — e allora, piii che altra volta mai, ci volevano de' caratteri, ci voleva 1'azione. 11 carattere del Besenghi urtava troppo: eh si, urtava in jroppo amore del proprio comodo e del proprio interesse. Lo sappiamo bene che anche Trieste, come il cuore di Faust, alber-gava due anime tra loro in perpetuo conflitto: 1'anima degli egoisti senza odii ne amori, senza patria, senza ideali, e F anima degli entusiasti, gelosi custodi delle nobili tradizioni, prosecutori di esse, iniziatori di nuove piu nobili ancora. I primi non hanno pas-sato, non hanno avvenire; per loro esiste solo il presente,«da subire com'e e da sfruttare come si puo; — ma per gli altri il presente e solo transizione, e materia da plasmare, con gli occhi fissi a una visione superiore d'umanita e di bellezza. Quale sia 1'anima migliore, quale rappresenti la Trieste piii giovane, non quella deli' ora che fugge ma sš quella che resta o che sara, e chiaro: noi non la cercheremo tra la folla degli spe-culatori immondi, degli accademici oziosi e cortigiani, de' politi-canti arruffoni ed opportunisti; ma la cercheremo in questo gruppo di solitarii e di malcontenti, non mai stanchi dali' incitare, dal censurare e, se occorre, dali'inveire. Cluando, risalendo a ritroso il cammino della nostra storia, tra lo schifo di certe manifestazioni di servilismo, tra li spettacoli piu nefandi di sordida grettezza, di sfrontata cupidigia, di prona codardia; — quando c'imbattiamo, tutt a un tratto, insperatamente, in figure come il Besenghi o, di mezzo a una moltitudine di ombre, udiamo levarsi la voce di un uomo come il poeta Fachi-netti, ad ammonire «la novella Tiro» che «con la merce il cuor non venda e 1'anima non muti» ; — quando, di fronte alle impu-denti o gesuitiche dedizioni della maggioranza, ascoltiamo Io stesso Fachinetti, deputato al Parlamento di Francoforte nel '48, proclamare, contro 1'aggregazione deli'Istria alTimpero Germanico: «la mas-sima parte dei nostri interessi sono verso il mare e non verso la Germania. Le promesse di futuri vantaggi materiali a noi provenibili dalla Germania eol danno inevitabile che venga adulterato il nostro spirito di nazione, devono considerarsi illusione e menzogna»; «non si vorra che i nostri nepoti rimproverino gli avi loro di aver sopportato eolla indifferenza dello stolido giu-mento gli attacchi fatti ai sentimenti piu vivi, piu nobili e piu costanti di un popolo. E questa protesta, eco di molti cuori, non morira cosi presto« l); — oh allora noi ci sentiamo come risolle-vati, piu liberi nel respiro, eol seno gonfio di riconoscenza verso questi nostri progenitori, che, tra gli sconforti del preselite, non hanno dubitato ne disperato di noi. Ferdinando Pasini. J) Pogine /striane, VI 196, 198. LA CREATURA BELLA. (Dalla lettura del c. XII del Purgatorio, tenuta nella gran sala del Museo Civico di Padova, il 25 aprile 1910). A noi venia la creatura bella Bianco vestita, e nella faccia quale Par tremolando mattutina stella. . . . Eccoci innanzi al dolce angelo di Dio: inchiniamoci e adoriamo anche noi questa bellissima tra le belle creature, che talite volte nella Vita Nuova offrirono il sorriso, 1'umilta, il can-dore alla beata Beatrice, e che, per naturale richiamo, ci ricori-ducono aH' immagine della giovinetta soave. II D' Ovidio non e un adoratore degli angeli danteschi. Non gli pare che il Poeta abbia saputo o voluto dare a ciascuno una vera impronta particolare: sono specie, egli dice, non individui. «Si fa presto, argomenta, a battezzare Angelo deli'Umilta quello che presiede al primo cerchio, Angelo di Misericordia quel del secondo, e cosi via, per dare aria di personalita a ciascun dei sette presuli della purgazione, ma dove sono i tratti caratteristici di ciascuno? Da tutti emana un profumo di bonta dolce e carez-zevole, non turbato mai da una neppur lieve aura di vigore; e tra quanto fiorisce nel mondo il piu bel fiore e sempre la bonta, sicche bello e lo spettacolo di codesti esseri eterei di cui essenza e la bonta, essenza indefettibile e purissima. Ma appunto perche han comune tale serenita, e nessun urto la mette alla prova, si rassomigliano tanto fra loro da potersi scambiare le parti. Troppo assoiuto mi sembra il giudizio : non tutti si rassomigliano cosi da essere scambiati. Tutti, e vero, sono avvolti da tale chiarita di fulgore, che a Dante e grave sostenerne la vista; ne, guardandoli, egli potrebbe distinguerne le fattezze tra quella ridente aureola di luce; sebbene il celestial nocchiero, che conduce le anime al Pugatorio, non si cela cosi nei suoi raggi da non mostrare le grandi ali che s'aprono candide nell'azzurro del mare e del cielo; sebbene aH'angelo che accompagna i Poeti alla cornice degli avari escono di tra la luce le ali aperte che paion di cigno. Ali bianche hanno, dunque, e bianca tunica, e sono sfolgoranti in vista, come i due giovinetti che si mostrarono alle pie donne sul sepolcro scoperchiato di Gesu, o come il messo che apparve in visione a Daniele. Ma non tutti sono ugualmente lucenti e candidi. Del color della cenere o della terra disseccata ha il vestimento il severo portiere che tiene le chiavi della regge sacra; e i due belli angeli custodi che scendono, nel crepuscolo della sera, a proteg-gere dal demonio la valletta fiorita, hanno la testa bionda e le vesti e le ali verdi, come in certe annunziazioni di Filippo Lippi, come in certe tavole di Masaccio, di Sandro Botticelli e d'altri pittori del CLuattrocento. E come Dante s'indugia a descriverli! Verdi, come fogliette pur mo nate, Erano in veste, che da verdi penne Percosse traean dietro e ventilate.... Ben discerneva in lor la testa bionda; Ma nelle facce 1' occhio si smarria, Come virtu ch'a troppo si confonda. E piu di quanto si spererebbe. Di Beatrice non sappiamo se non il colore di perla del volto, e, non forse il colore, ma la lucen-tezza di smeraldo degli occhi: questi angeli invece agitano ancora nell'ansia del volo represso le ali di un tenero verde di aprile, e lasciano scorrere sulle tuniche, verdi anch'esse, le bionde anela delle chiome. Dante non aveva detto mai tanto della sua genti-lissima. E una piu forte impressione egli sente accostandosi ali'angelo che lo avvia alI'ultimo girone. Quinci si va, chi vuole andar per pace, dice in un verso di eterna bellezza il divino messaggero, e eol suo lampeggiamento vermiglio toglie la vista al Poeta. Ma che importa? 11 Poeta ne sente la divinita piu intensamente che se lo ravvisasse. E quale, annunziatrice degli albori, L' aura di maggio muovesi ed olezza, Tutta impregnata dali' erba e da' fiori; Tal mi senti 'un vento dar per mezza La fronte, e ben senti ' mover la piuma, Che fi sentire d' ambrosia 1' orezza Questa fragranza cTambrosia che inebria tutti i sensi del Poeta (quante volte e ripetuto il verbo sentire!) e un particolare di classica rimembranza e di nuovo ardimento. L'angelo, non pure e ravvolto in un miro gurge di luce, ma sparge intorno un nembo di profumi primaverili: si direbbe circonfuso d'una sensualita quasi feminea, quale non mai irradio dalla sua persona, passando per le vie di Firenze, la vergine angelicata. Dov' e piu la freddezza rigida e composta del traghettatore oceanico; dove 1' austerita aspra del celeste portinaio ? Ali verdi e ali candide, tese come dure vele ai venti deli' Oceano, o agitate mollemente come piume di cigno; teste luminose di capelli biondi o rutilanti d' insostenibili fiamme; vesti di fuoco purpureo o di chiaro adamante, bianche come la neve, o grige come la cenere, o verdi esse pure come la tenera erbetta; figure di custodi severi o forme quasi feminili, esalanti un olezzo di fiori; ecco la varieta degli angeli danteschi. Nella Bibbia si assidevano ai conviti dei patriarchi, mangia-vano i pani azimi e le carni dei vitelli, assaggiavan del burro e bevevan del latte: a volte lottavano anche di forza con gli uomini, ed erano semplici creature umane; nel Paradiso del nostro Poeta si consumano nel loro ardore e stemprano le membra divine in fremiti di musiche e in palpiti di luce, e sono puri spiriti; qui nel Purgatorio sono esseri umani insieme e divini, che di terrestre serbano le forme gentili e la dolce bonta, dal cielo recano il folgorio dell'aureola. E di tutti questi angeli del soleggiato monte il piii indimen-ticabilmente sereno e soave e questo che nel cerchio dei superbi muove con tanta bellezza e tanta tenerezza incontro a' Poeti: A noi venia la creatura bella Bianco vestita, e nella faccia quale Par, tremolando, mattutina stella: tremolando, cioe scintillando di quel brivido adamantino che hanno presso 1'alba le stelle piu corrusche. L'angelo nocchiero, tra i vapori della marina, splende vermiglio come la stella di Marte; ma 1'angelo deli'umilta ride di luce bianca come 1'astro di Venere. E cosi ridente, mostra a Dante e a Virgilio i gradini, ram-maricandosi che pochi li salgano. Poi batte l'ala per la fronte al Poeta, e lo invita a salire..... Prof. Giuseppe Piccidla. Cima da Conegliano: S. Nazario Chiesa di S. Anna — Capodistria. v-" , • -.. . • • • \ , , - ■ • v , - - - : : v- • - '.• ;' . - ' . ■ - - . i " - ."■-■■■■ - ' . ..j "'V ■ • mm-: .: , v,-, v fe^v, - ,. •• ■:■■-. ■ -■ -<-,.' >■ ¥sš' ■ ' „ - ' ' ■ ■ > ; Sv, . ■ - ' : • ■ , ■ : , - ■ 'V- ■, ' . • . ■ , . . •■ ^ , g, m^irnm, ■ ■ .^ -z > - " - ■ v- vrv.,.V-;... . ^ : ' • - ' ' ■ ■■ • • • ■ ■ • ■ ■ :■ 'v.'. - . - v• , S K- V--".-' ' - 'V - • . ' • . • ■••■' • v • . • ? • - . ; . . . m^m ■ ' ' ■ ' . ■ . / ' , '2 u ' ■ , ■ ' • - • - - .■! " ' ' ' ' ' " ' ' ' ' ' ' ■ , • S - ' . - , -a'; i'jšUt.1. ,:v ' ' , C A M I L L O. Guai a' vinti! Afferra il barbar« Con reo scherno la bilancia, E il massiccio acciar vi lancia Prepotente usurpator. Guai a' vinti! In Canipiiloglio Ahi, di Romolo la schiatla Le pollute are riscatta Con le man cariche d'or. Ala una spada al sole folgora, Saie a' vertici uno squillo: Sul Tarpeo Furio Camillo Come un dio vindice sta. E che mai - grida - si compera Qul? Che mai - grida - si ven de? Con il ferro si difende Non con 1' or la libertd E chi sei tu che per vincere Cogli il dl della miseria? Bada, in Veio ed in Faleria Gronda il sangue e caldo 6 ancor. Tu non sei che brutale iinpeto, Ardi, atterri, e ovunque scorri Non risorgono piii torri, Non germogliano piti fior. Tu combatti per distruggere O lasciar popoli avvinti; Pugno anch'io, ma dono a' vinti Dritto, onore e civilta. H la man salda cacciandogli Nella fnlva ispida chioma, Lo ostent6 da 1'alto a Roma Prono, a chiedere piet&. Riccardo Pitteri. Un oanfore poco noto di Mw Mini i. Non sembra errato affermare che in Giuseppe Tartini la sin-golarita del genio ebbe uno strano riscontro nella singolarita della vita, trascorsa agitata, randagia e un po' anche misteriosa tale insomma da ricordare e uguagliare per piu lati quella di molte altre caratteristiche personalita deli'avventuroso Settecento. Da cio, da questa straordinaria concordanza, cioe, dell'opera dell'artista coi časi deH'uomo, la discreta fortuna postuma del gran violinista istriano presso romanzieri e poeti. Lasciando ad altri la cura di mettere assieme il catalogo conipiuto ed esatto di quanti ebbero a fantasticamente inquadrare in un racconto o in un carme la nobile figura del Tartini, noi vogliamo ora limitarci a rammemorare quello, fra i celebratori in versi del!' insigne piranese, che, pur essendo, per un complesso di svariatissime circostanze, il meno noto, almeno da noi in Istria, e, forse, per altezza e purita d'arte, il piu degno; intendiamo Alessandro Arnaboldi; nome che indarno si cercherebbe pur fra i cantori di Giuseppe Tartini citati dallo scrupoloso Tamaro ')• II. Di Alessandro Arnaboldi uomo c e da dir poco. Nato a Milano nel 1827, vi mori piu che settantenne nel '98. Dapprima campo la vita esercitando un publico officio in quel municipio; poi ') Nel giorno della inaugurazione del monumento a Giuseppe Tartini in Pirano; Trieste, Stab. tip. G. Caprin, agosto 1896; pag. 78. una cospicua eredita gli die modo di dedicarsi intero al culto e all'esercizio delle lettere e di dimorare 1'estate in un'amena vil-letta a specchio del lago di Pusiano, presso la časa ove nacque Giuseppe Parini. 4) Ebbe serio 1'aspetto, contenuti gli affetti, illibati i costumi. Nemico d'ogni ciarlataneria e d'ogni chiasso, visse solitario e mori presso che dimenticato. Dell'Arnaboldi poeta fanno fede due soli, ma ben nutriti volumi: Versi, dati fuori (a Milano, per Paolo Carrara) nel '72 e Nuovi versi, stampati (pure a Milano, dal Dumolard) nel 1888. Quale 1'uomo, tale il poeta; poiche la sincerita, un'elevata e quasi diremmo austera sincerita, informa costantemente 1' opera poetica dell'Arnaboldi. II quale, come artista e letterato, amo su tutto due cose: 1'antichita classica e gli spettacoli della natura. E la prima gli apprese il rispetto deli' arte e la ricerca appas-sionata della pura bellezza, i secondi s' offrirono temi inesauribili a lui schietto e meditabondo rimatore. Intimamente malinconico per indole e per avversita di časi, trasfuse in quasi tutti i suoi componimenti in versi una sottile e serena mestizia che, senza minimaniente turbare la limpidita della visione, alza alquanto il tono e conferisce all'insieme come un profumo di schiettezza e d' onesta tutto proprio della poesia non affatturata e non imbel-lettata. Persuaso poi che la vita e una cosa oltre modo seria e che 1'arte deve prefiggersi uno scopo morale e civile, miro a nobili fini e intono 1'austera e pensierosa poesia sua a quella di un altro gran milanese, Giuseppe Parini, cercando, come quegli, di volger L'italc Muse a render saggi e buoni I cittadini suoi. Ma i cittadini e, in genere, gl' italiani tutti, poco si commos-sero alla comparsa del primo volume dell'Arnaboldi e meno ancora a quella del secondo, che pure, per magistero d'arte, si lasciava addietro di tanto 1' altro e cui indarno tento di tirare a riva, dalle pagine della Nuova Antologia 2), 1' autorevole parola di quel modello di critico galantuomo che fu Giuseppe Chiarini. Habeni sua fata libclli. ') Raffaello Barbiera: Immortali e dimenticati; Milano, Cogliati, 1901; pag. 390. 2) Vol. XV, serie III - 16 giugno 1888. III. Gli e nel volume dei Versi che 1'Arnaboldi canta il Tartini, in un polimetro drammatico intitolato: «La suonala del Diavolo». Una nota avverte che il poeta trasse 1'inspirazione dalla Biogra-phie universelle des musiciens del Fetiš e che il lavoro e storico solo «nelle linee principali*. La scena e in una cella del convento di San Francesco in Assisi. Corre il 1713. Vediamo. Anzi tutto una didascalia, ch' e indispensabile rife-rire per intero: «E notte. Giuseppe Tartini dorme in un seggiolone innanzi ad una tavola sulla quale sono posati alcuni fogli di musica, un violino ed un Iume. La Musa sta ritta da una parte del pro-scenio ed il Diavolo sta ritto dall'altra». Tristi cose va rammentando la Musa. II «suo fido Tartini« e gia da un anno in Assisi. La moglie, cjuella che, nobile e ricca, s' era indotta ad unirsi con lui povero e plebeo, e 1' avea poi persino raggiunto nella fuga che doveva sottrarlo ali' ira del «titolato parentado* di lei; la gentile Innamorata che vivea d' un solo Bacio di lui s' e ormai tramutata in una micidiale furia. Rimbrotta e vilipende il povero Tartini, colta, piu che da rimorso, da fatuo rimpianto dello «splendor dei tetti abbandonati«. L'«afflitto» china i! capo sotto il destino e tace. Questo ricorda, dolente, la Musa. E le risponde il Diavolo; ironico, com'e suo vecchio costume. Ironico e scettico: Menzogna E null'altro e 1'amore! E' la piu stolta delle stoltezze 1 E la Musa, come seguendo a voce alta un suo intimo pensiero: Oh se colei Negli amplessi sublimi avesse reso 11 supremo respiro 1 Angelo e donna, Immortale or saria! Ma il Diavolo cangia discorso; e parla di se e della sua origine e de' suoi fasti; e ricorda che 1' han cantato lAlighieri e il Milton. Evoca anche la sua sotterranea dimora, 1' Inferno, a vivi colori; e poi, passando dali'enfatico al canzonatorio, sussurra al dormente: Ed or 1'angclica Tua creatura Cui la miseria Tanto impaura, Forse in estatico Sogno si giura A qualche imagine Di cavalier Di gemme prodigo E di piacer. Ma che Tartini non si turbi «di si futil cosa». Or egli il Diavolo vuol rallegrarlo tentando le corde del »superbo stradivario» di lui. Ma la suonata fallisce. S'intuoni dunque una canzone. • Angiol di luce» fu il Diavolo E caste rime liberar gli piace. Cioe un'ode saffica; squisita di andamento classico, di misurata concinnita, d'elevato e profondo sentire; e tutta, nella sua grande freschezza e purezza stilistica, sottilmente pervasa da una lieve doglia come da un occulto e appena percettibile Lcitmotiv. Ecco almeno le prime tre strofe, piene di un non mentito calore e belle di una singolare efficacia rappresentativa: Io t'amo! Io t'amo! Come quei che teme E spera ed arde d' immortal desio, Si care note il lamentoso geme Organo a Dio. Lo dice il sole alla montagna allora Che aH'estremo occidente ei s' avvicina, E 1'ammanta di porpora, e piu ancora L ama regina. Al mar la chiglia Io sussurra, ed ei Nelle notti piu calde e piu tranqui!le Lungo il crespo e sottil solco di lei Vibra scintille,... Ma il Diavolo vuol ritentare da senno la suonata, che egli, in vero, e »solenne musicista«. Ed esclama, in sonori e ben con-gegnati endecasillabi: Al mio comando Obbedisci, o sirena, o malTarda Dei nuovi giorni, arte novella? Inganna Or dal mio violin gli angeli in cielo Che rapiti di te discenderanno Come se 1'inno del s;gnore io sciolga, E d'adu!tero foco ardi frattanto 1 pronipoti della prisca argilla ! Suona il Diavolo e la Musa ascolta, accorata. Tutto il grande chiostro francescano echeggia della musica satanica. E' uii alternar di gainme, Or trionfanti come grido immenso Che i vincitori saluto dall'alto Delle glorie di Roma, or gemebonde Come dolor che non ploro si grande Mai da viscere umane, or deliranti D'un amor sconfinato. Se non che tu, o Tartini, ammonisce la Musa, non ti devi fidare di quelle note corruttrici. Pensa tu invece alle gioie che hai perdute per sempre Sogna ebbrezze di core c non di sensi. La suonata e finita. Scendono dal cielo, attirati dai suoni meravigliosi e possenti, gli angeli. II Diavolo pero li fuga con minacce di lubriche ingiurie. Resta la Musa, a difesa del suo «eletto alunno». Ma ormai albeggia; e il Diavolo pensa a lasciar Tartini, pago di avergli fatto intravvedere un ideale d'arte che non potra raggiunger mai. Prima pero di andarsene, vuol ancora scatenare sul dormente i tormentosi fantasmi v De' suoi giorni presenti e dei futuri. E una ridda d' inferno ravvolge infatti il povero Tartini. Vanite le frenetiche larve, il Diavolo svela che anche lui non e piii felice e scaglia anatemi al petulante secolo XVIII che osera negare la sua esistenza per bocca degli increduli filosofi. Finalmente, fatto un inchino e consigliato a Tartini di «gettarsi al bigotto o al Don Giovanni*, il Diavolo se ne va davvero. E 1'ultima parola resta alla Musa, che anche una volta piange 1' infelicita domestica del suo Tartini e gl' infranti sogni di lui, ma che non lo abbandona prima d'avergli pronosticato la futura grandezza. Dileguata la Musa, «i primi raggi del sole battono sul capo del Tartini che scosso dal sonno si leva improvvisamente ed afferra il violino«. Questa, secondo il poetico imaginare dell'Arnaboldi, la genesi della famosa Suonata del Diavolo, imperituro titolo di gloria a Giuseppe Tartini. IV. Storicamente invece la faccenda sembra essere andata in modo assai diverso. Ma qui non occorre ricantar cose ormai note lippis et tonsoribus e che, del resto, in questi ultimi anni, furono distesamente e ripetutamente narrate dai professori Anzoletti ') e Benedetti5) e dal Tamaro 3). E nemmeno vorremo istituire un raffronto tra il polimetro arnaboldiano e la dantescamente robusta e venusta cantica del nostro Tagliapietra che al vero storico man-tiene quasi sempre la fede piu rigorosa. Andremmo troppo per le lunghe, e 1,'occasione non e da cio. Riferiremo piuttosto, a illustrazione completa del componimento deH'Arnaboldi, alcuni chiarimenti che il poeta stesso črede oppor-tuno di dare intorno a quello nella lunga e coscienziosa prefazione a' Versi. Detto degli irraggiungibili ideali che sono il tormento eterno degli uomini piu eletti, 1'Arnaboldi avverte : »II Diavolo e la Musa rappresentano gli opposti affetti fra i quali 1'anima del Tartini e divisa; ma per vincere 1'astrattezza, e 1'un personaggio e 1' altro dovevano essere nel tempo stesso un diavolo davvero ed una Musa davvero. Se il Diavolo mi sia riuscito non so: quanto alla Musa, vede ciascuno che 1' opera sua di confortatrice e appena cominciata e ch'essa tornera per sorreggere Falunno in altri duri momenti". Cosi 1'Arnaboldi: noi, per pace, se mai, del suo severo spirito, possiamo soggiungere che le due figure, del Diavolo e della Musa, gli son riuscite veramente e compiutamente artistiche, come gli e in genere riuscita felicissima la miscela del vero e del fantastico e magistrale la verseggiatura. ') Giuseppe Tartini; conferenza fatta alla Famiglia artistica il giorno 12 aprile 1891 ; Milano, tip. della Perseveranza, 1891. '-) Giuseppe Tartini, conferenza; Archeogra/o Triestino, XXI. 3) Op cit. Pisino, aprile 1910. Giovanni Quarantotto. LARENA DI POLA. (Reminiscenze napoleoniche). opo la caduta della dominazione francese in Istria avve nuta com'e noto nel 1814, la popolazione, specialmente la parte agiata della stessa, non poteva dimenticare gli anni decorsi dal 1805 al 1814, anni di agitazioni e vero, nonche di sacrifizii pecuniarii e di altro genere, ma benanche di frequenti feste e di tripudii. S'imponeva altresi il ricordo del Grande languente a S. Elena, sotto il comando del quale non pochi istriani aveano combattuto e s'erano distinti. Cotale simpatia ebbe a perdurare finche rimasero in vita coloro, i quali nell'epoca napoleonica co-prirono cariche, oppure servirono nell' esercito, e come costoro sparirono, andarono un po' alla volta cessando le tradizioni di qu«ll' epoca fortunosa. Nei primi anni codesta corrente simpatica veniva mantenuta altresi da visite frequenti, che in Istria facevano si a scopo di studio che di svago, parecchi Francesi, i quali per avere interessi nel Veneto, dimoravano molta parte deli' anno in quella provincia. Tra coloro che si recavano di frequente in Istria e specialmente a Rovigno negli anni 1817 e 1818 troviamo il duca di Bassano il duca di Padova s) e parecchi altri personaggi di grado inferiore. Dalle vecchie carte da cui tolgo queste notizie, rilevo che codesti Signori venivano accolti molto bene, in provincia, ove persino le Autorita si prestavano ad onorarli. Anzi a Rovigno si procurava loro 1' alloggio ed ogni cortesia. Persino il legno da guerra di stazione (una Peniche) andava loro incontro, quando come di regola essi arrivavano da Venezia con nave a vela (talvolta una semplice tartana). Erano forse cortesie fatte a denti stretti, ma in ogni caso erano cortesie. Nel Giugno 1818 i due duchi accompagnati dal generale francese Pons de Herault avevano intrapreso una escursione anche a Pola, ove s' intrattennero alcuni giorni, dedicati alla visita dei monumenti. Cola, mentre entrati nell'Anfiteatro ne ammiravano la grandiosita e la bellezza, il Pons de Herault colto da estro poetico, entusiasmato dalle bellezze del monumento improvvisava i seguenti versi: «Du Regne des beaux arts sublime phenomene! «August monument de la grandeur Romaine! «Cirque majesteux dont les nobles debris «lmpriment le respect a mes regard surpris «Pour 1' liomme du destin recois dans tou enceinte <-Le serment repete de la fedelite sainte «La main qui t' a frappe ne peut rien sur mon coeur «Et du temps et du sort je serai le vainqueur». Essi incontrarono tosto il favore del pubblico in modo speciale, dacche in brevi giorni molti esemplari vennero sparsi e parecchi giunsero anche a Rovigno, ove fecero il giro per la citta, letti e commentati. Pet o 1' allusione al gran Corso era tal-mente chiara da lasciare 1' entusiasmo pel monumento appena in seconda linea e siccome cio non poteva corrispondere alle vedute politiche d' allora, il Commissario distrettuale (copriva quel pošto 1'attuario Dr. Giacomo Angelini, distinta persona) ritenne suo dovere di ordinate il sequestro degli stessi. 11 che avvenne li 30 Giugno 1818, con che la poesia del Pons de Herault venne dimenticata. Pola, 30 maržo 1910. Dott. B. Schiavuzzi. NOTE. ') Ugo Bernardo Maret duca di Bassano, nato a Digione nel 1763, morto a Parigi nel 1839; nel 1793 ministro degli esteri, nel 1796 membro del Consiglio dei 500; dopo il 18 Brumaire segretario generale dei Consoli. Confidente di Napoleone I, nel 1809 duca di Bassano e fino al 1813 Ministro degli esteri; durante i 100 giorni secretario di Stato; nel 1831 Pari, nel 1834 per 18 giorni Ministro presidente. 2) Giovanni Ognisanti Arrighi di Casanova, duca di Padova, generale francese, nato nel 1778 a Corte in Corsica, parente di Napoleone; difese dopo la battaglia di Lipsia i sobborghi; bandito dalla Francia dal 1815-1820. Nel 1849 difese il Bonapartismo nella Costitutiva; dopo il 2 decembre 1851 membro della Commissione consultativa; 1852 Senatore e Governatore della časa degli invalidi; mori nel 1853. L'cinconci di Cima da Conegliano L'Ancona di Cima da Conegliano e composta di dieci dipinti su tavola di minori dimensioni ed uno centrale piu grande, che noi chiameremo pala centrale. La ricca cornice somiglia ad una costruzione architettonica ed e divisa in tre piani, quello inferiore ad archi a tutto centro alberga quattro dipinti raffiguranti S. Mad-dalena, S. Anna, S. Gioaehino (?) e S. Caterina in figura completa. 11 secondo piano e ad architravi diritte e ogni riquadro racchiude una mezza figura di santo, vediamo effigiati in tal modo S. Chiara, S. Francesco, S. Girolamo e S. Nazario che regge con la manca la citta di Capodistria. La pala centrale rappresenta la Madonna eol Bambino asso-pito sulle ginocchia, seduta in trono con le mani giunte in atto di adorare il divino frutto della sua immacolata concezione. A destra ed a sinistra del dossale del trono due angeli stanno in adora-zione. Sopra il trono tre testine di cherubini notturni sono poste quasi simmetricamente nel brillante cielo. A' piedi del trono, seduti sul gradino piii alto, stanno due angioletti musicanti gra-ziosissimi. Nella fascia inferiore della cornice, incastonato in un rettan-golo v'e un quadretto raffigurante a mezza figura l'«Eccehomo». Questo complesso di dieci dipinti e simmetricamente disposto con molta armonia ed e racchiuso in una ricchissima cornice di puro stile rinascimento. Sopra ad essa, nel mezzo e per tutta la larghezza della pala centrale v' e come aggiunta una piccola *) Da una pubblicazione : <11 convento e la chiesa di S Anna in Capodistria« che vedra presto la luce. f Cima da Conegliano: Dettaglio dell'Ancona in S. Anna Capodistria. cornice a timpano triangolare, nella quale si vede Gesu Cristo con un libro nella mano sinistra e benedicente con la destra un po' levata. Ai fianchi suoi si vedono: a destra S. Pietro con le chiavi ed a sinistra S. Andrea con una croce capitata. Nel timpanetto si vede dipinto con le ali spiegate lo Spirito Santo in forma di colomba. Parecchi sono gli studiosi che s' occuparono della vita e delle opere di Cima da Conegliano '). Noi riassumeremo in brevi parole quanto finora ž noto. Giovanni Battista Cima nacque in Conegliano agli ultimi del 1459 od ai primi del 1460 e rimase in patria a tutto il 1484, anno nel quale, da notizie che si ha di lui, si sa che viveva con la madre ed era gia orfano del padre. Nel 1489 lo si trova a Vicenza. Nel 1492 e a Venezia e vi lavora con pieno suc-cesso per diversi anni. Nei 1516, torna in patria e 1'anno dopo (o tutt'al piu nel 1518) vi muore. Da due contratti (l'uno, per la pittura, fra Cima da Conegliano e ser Alvise Grisoni cittadino di Capodistria e procuratore dei frati di S. Anna, 1'altro, per gli intagli della cornice relativa, fra maestro Vittore da Feltre e listesso procuratore, contratti scritti nell istesso giorno) noi sappiamo che questa magnifica ancona della chiesa di S. Anna fu commessa al di 18 aprile ""13 in Venezia. - Quale teste comune firma tutti e due i contratti anche un pittore Marco lutian «disipulo» o «desipulo» di Giambattista Cima J). Ouesti due contratti di inestimabile valore furono trovati fra le carte deli'archivio del Convento da Padre Giacinto Repich, che li cercd a lungo incoraggiato dali' archivista del Comune di Capodistria prof. Francesco Maier; ambidue per cortesia, permisero al defunto Giuseppe Caprin di publicarli per la prima volta 3). Giambattista Cima promette nel contratto di finire I'opera sua pel Natale prossimo (Dicembre 1513), Vittore da Feltre, dal canto suo, promette di consegnare al pittore la cornice alle fine di Agosto di quell' anno. Se ambidue avranno soddisfatto ai patti, noi possiamo ritenere che al Capodanno del 1514 la pala de pictura e dorada di Cima e Vittore avra fatto bella mostra di se nelfistesso punto della chiesa, nel quale ancor oggi, dopo quasi quattrocento anni, la vediamo. 4) Dott. V. Botteon e dott. A. Aliprandi: Ricerche intorno alla vita e alle opere di Giambattista da Conegliano. Conegliano 1893. R. Burckhardt: Cima da Conegliano. Lipsia 1905. L. Venturi: Le origini della pittura veneziana. Venezia 1907. 2) Questo Marco lutian di Venezia ci ricorda in modo strano un'altro pittore veneziano che ebbe sorte ben piii cospicua di lui : fra Sebastiano del Piombo (1485. f 1547). Ouesti anche apparteneva ad una famiglia Luciani e potrebbe esser stato un fratello maggiore di Marco Luciani discepolo di Cima. Si potrebbe giungere cosi a precisare il primo maestro di fra Sebastiano del Piombo nel Cima e non nel Giorgione, come finora si credette 3) Istria nobilissima, II vol., pag 235 e seg. con riproduzione fototipica dei due documenti. Alla farna che gode 1' ancona di Cima in Capodistria dovrebbe andar sempre congiunto il nome di un umile frate pittore e restauratore: que!lo del P. Giuseppe Hossi, nato a Trieste intorno al 1850. Suo padre era professore d' orchestra ed e da lui che P. Giuseppe ereditd 1' amore per le arti. Entrato giovanissimo per gli studi nel Convento di S. Anna a Capodistria ebbe il destro di avvicinare il pittore Gianelli e di esser da questi incoraggiato a proseguire. Nell'anno scolastico 1871-72 Io troviamo iscritto per la prima volta aH'Acca-demia di Venezia ove studia fino al 1876. Poi va a Roma e disegna e dipinge pale d'altare, distinguendosi per purezza di linee e bonta di colorito. (Pala della morte di S. Giuseppe nella chiesa di S. Antonio in via Verulano a Roma). E quando i frati di S. Anna nostra si allarmano, perche vedono cadere a piccole squamme la pittura deli' ancona di Cima, essi chiamano il loro amico P. Gius. Rossi il quale con lungo e paziente lavoro, senza deturparlo in verun modo, fissa nuovamente sul legno il dipinto a tempera e gli prolunga la vita. Padre Rossi manco ai vivi a Zara nel gennaio del 1890, giovane ancora e rimpianto da tutti. Peccato che alla Mostra capodistriana non figuri neppure il suo autoritratto dipinto invero con grande maestria e conservato per ora nel convento di S. Anna dai frati suoi colleghi. La Madonna in trono e Sante di Vincenzo di Biagio detto Catena. Un dipinto, che con tutta sicurezza fu ascritto finora alla scuola del Giambellino, e senza dubbio un'opera di certa impor-tanza. Diffatti molti lo menzionarono, ma nessuno cerco di diradare il mistero che lo avvolge per quanto riguarda 1'autore e 1'epoca deli' esecuzione '). I solerti fratelli Alinari stimarono utile arric-chire il loro vasto catalogo anche con la riproduzione di questa pittura (N". 21216) ed io ritengo mio dovere di comunicare quanto finora potei rilevare di questa pala. Essa e dipinta su tela e misura m. 2.68 per m. 1.40; sta appesa sopra la porticina che conduce dalla chiesa nel chiostro. Raffigura la Madonna in trono col Bambino in piedi sulla sua coscia destra ed essa lo sorregge con la mano manca sotto un piedino, con ]'altra lo tiene attraverso il ventre. A fianco del trono, pošto su uno zoccolo alto e elevato inoltre su tre gradini, stanno, a sinistra di chi guarda: S. Maddalena e S. Caterina di Alessandria, a destra: S. Apollonia e S. Lucia. Sul primo gradino del trono sono dipinti due puttini senza ali, che suonano, l'uno un violino e 1'altro una mandola e sopra il trono si vedono due ') Anzi si aumentarono le difficolta, ascrivendo il dipinto al Santa Croce (vedi Naldini, Corografia, pag. 195), Cima Chiesa di S. Anna Maddalena — Capodistria. angioletti sorreggere sopra il capo della Madonna una corona. A destra ed a sinistra della parte superiore del trono si librano delle testine di angioletti. II pittore tento di aumentare 1'effetto di prospettiva dipingendo il pavimento dinanzi al trono a larghi quadri bianco e rossi. Dietro il trono egli dipinse un paesaggio leggermente montuoso, ma fertile. Sul cielo egli sparse delle leggere nuvolette. Notevole e pure che ogni santa porta il suo emblema iconografico: S. Maddalena il vasello, S. Caterina parte di una ruota dentata, S. Apollonia una tenaglia con un dente mascellare e S. Lucia il piatello con i due occhi. Nessun cartellino, nessuna sigla sono visibili su questa tela. La tinta generalmente e sbiadita e trae al gialliccio. La compo-sizione ricorda quelle numerose «conversazioni» tanto in voga nella seconda meta del Quattrocento. II trono, coronato da un altorilievo sagomato a foglie, e abbellito da un tappeto pošto sotto ai piedi della Madonna, ricorda tutti quei troni marmorei, che i pittori della scuola veneta come quelli delle scuole formatesi nei paesi che ebbero contatto con Venezia, andavano dipingendo nei primi decenni deli' evo moderno. Qualche cosa di caratteristico si riscontra soltanto nella rigi-dezza delle figure, poco graziose perche troppo forti di complessione, nelle estremita dalle dita grosse, nelle faccie dai tratti taglienti, dagli occhi arrotondati. La Madonna ricorda quella del Giambellino che si conserva nella chiesa di S. Zaccaria, solamente e piu matrona; impressione che del resto lasciano nell'osservatore anche le altre figure del quadro. Queste caratteristiche corrispondono a quanto il dott. Giorgio Bernardini') dice di Vincenzo di Biagio detto Catena, pittore morto nel 1531 a Venezia, ma del quale non si sa dove ne quando nascesse. II prof. Bernardini scrive: "Sembra che da principio vivesse a stento delle sue opere, poi miglioro «la sua condizione e conviveva con la figlia di un pellicciaio da Udine. II Caval-angolo retto ; vi fanno gia la loro comparsa le pieghe a tre angoli, i lineamenti «minuti, sebbene un poco duri, il mento rientrante, In seguito sviluppo 1' arte «sua, ammorbidi alquanto i contorni, fece la carnagione un po' piu pastosa; ma «mantenne sempre i caratteri della sua maniera, colorito opaco e le carni pallide; «egli imito la natura con diligenza somma, e talora riusci anche a infondere una »certa vigoria di espressione nei suoi ritratti, rifiniti e precisi; cito i due virili, »veramente stupendi, uno nella Galler'a reala di Bcrlino ed uno in quella impe-«riale di Vienna . San Bernardino da Siena. (Frammento di dipinto a tempera su tavola). Nel 1806 fu soppressa, come tante altre chiese deH'Istria, anche quella dedicata a S. Bernardino da Siena in Portorose presso Pirano ') e parte piccolissima della suppellettile, un quadto e poche sedie, nonche alcuni libri, venne presa in custodia dai RR. PP. Minori di questo convento di S. Anna. 11 quadro e di quei dipinti a tempera, che una volta veduti non si dimenticano piu. Alto cm. 59l/t e largo 56 cm., esso raffigura S. Bernardino fondatore deli' Ordine dei Minori Osservanti s). Ma quanto oggi rimane non e probabilmente che parte dell'ala destra di un trit-tico, perche e manifesto il taglio che si fece non conservandone che la parte superiore, effigiato com' e il Santo solamente fin sotto le ascelle. Egli tiene nella destra un disco dorato in cui si scorgono in rilievo, pure dorato, le tre lettere gotiche 1 H S fra raggi serpentini e filiformi; nella periferia del disco vedonsi le parole, in maiuscole latine quadre e non arrotondate: « In + no-mine + lesu + omne + genu -f flectatur -(- celestrum + terre-strium -f et + infemorum +», frase di S. Paolo adottata dal Fu cominciata 1'erezione di questo Convento degli Osservanti per incoraggiamento di S. Giovanni da Capistrano, Vicario generale deli'Ordine, il quale si trovava di passaggio per 1'Istria, nel recarsi in Boemia. Fu dedicato a S. Bernardino da Siena canonizzato nel 1450 in presenza di S. Giovanni da Capistrano stesso e di S. Diego di Spagna. S. Bernardino era morto circa sei anni prima della sua canonizzazione e S. Giovanni da Capistrano fondo il Convento di Pirano nel 1451, fu poi compiuto nel 1452, II Naldini, dal quale togliamo queste notizie, soggiunge (pag. 304), che la chiesa era «Iuminosa, grande, e vaga, adorna con piu Altari per i marmi, e per le pitlure, riguar-devoli. 2) San Bernardino fu della famiglia degli Albizzeschi e nacque a Alassa 1'anno 1380. Mori nel 1444. šf? t. S. Bernardino Chiesa di S. Anna — Capodistria. • - t . . -■■■.-..■■■>. ■-■ , v • -V rv . " 1 ' • 1 O - ' , ' - , • - • ■ I , ( ' jV^.V-.- . ' - -'"7 ■ --f iV, 1 ■M '•'•V 'ž ijr : 'ii ' v\/ ... V ---■ - •••,•-)• r-- /V , . . r- ' L < ■■■ ' • ' " ' :*:V ■ '^V i ' " " , •.<■■-■■ - \ v »ki' v v. • • . S^i ■ ^.vV" ' • ! ' ' ' " ■■ >7V*/.:: - - J, ^ ■ '-v • ■ . ; / - . v- 7..' 1 ^ ' ■ ti , - ■ . % H 9^ 1 • •' * i.' Vi'' ■ • ' • , ' — " ■ , . ' . : •• ' ' i" "ž",- " ' ■.-'•■■■ v L . ' ' . yc / v.' , .. ' '> . • % — ' ' ■ >i |i ' V ' ^ - ; . ■ 1- >'<.. 'v-,-: - • • . -" : / . ■ • .. • •• ' ■ - .... 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Ma se e facile raffigurarsi quale aspetto questa avra avuto quand* era completa, quando cioe rappresentava S. Bernardino dai piedi scalzi, con tre mitre deposte a terra, per significare la sua rinuncia agli episcopati di Siena, Urbino e Ferrara, con tre montagne sulle quali germogliano tre pianticelle, simboli del felice esito delle sue missioni nei monti; altrettanto e difficile arguire chi sia stato 1'autore del dipinto che studiamo. La tinta e piuttosto opaca, un po' biaccosa e percio gri-giastra, la maniera e secca, castigata, solenne come dev' essere in un ritratto di un fondatore di un ordine religioso. Dagli scrittori nostri2) non ci fu tramandata notizia di sorte che potesse age-volarci il compito; non ci resta quindi che il confronto con altre effigi simili. E subito si affaccia alla nostra mente la figura di «S. Bernardino piangente assieme a S. Francesco appiedi della Croce», dipinto di Nicolo Alunno3) deli'anno 1497, esposto nel 1907 alla Mostra di Perugia e conservato nella Pinacoteca di Terni. Ma quel S. Bernardino e opera di un artefice troppo pro-gredito e noi non possiamo essere deli' opinione che il frammento di dipinto nostro sia di mano di quel maestro folignate, che passa quasi per fondatore della scuola perugina. ') Le sue potenti prediche ebbero anche nelle arti figurative un'influenza che si puo paragonare quasi a quella esercitata da S. Francesco dAssisi. 5) Monsignor Naldini nella sua Corografia mostra di non aver preso gli appunti in Pirano stesso e non parla che vagamente di »pitture ragguardevoli» nella chiesa di S. Bernardino da Siena ivi esistenti ai suoi di. 11 nome del pittore se mai ci sara stato, si sara trovato nella parte inferiore della tavola, ora purtroppo scomparsa. 3) Nicolo di Liberatore di Mariano da Foligno detto 1' Alunno nacquc fra il 1430 e il 1435 e mori agli ultimi di novembre del 1502 in patria. Un altro ritratto di S. Bernardino, di autore meno avanzato per virtuosita tecnica, si ha occasione di ammirare nella stanza di Biccherna del Palazzo pubblico di Siena e Corrado Ricci') ne tenne parola durante la mostra d'antica arte senese. 11 Santo, in quel dipinto, accenna colla destra alla sigla del nome di Gesu, centornato da raggi filiformi e serpentini, con la manca sostiene la citta di Siena. £ un dipinto di Sano di Pietro, pittore senese, attivissimo, nato nel 1406, morto nel 1481 e del quale si conosce, a detta del Ricci, circa un centinaio di opere di cui venti esposte nella suddetta mostra senese. Fra queste venti c erano ben due coll' effigie di S. Bernardino, l'una della Parrocchia di Castel-nunzio e l'altra deli' Osservanza. Nell' Accademia di Siena poi si conserva un trittico di questo artista nel quale pure si vede, nello scompartimento a destra, la figura ossuta di S. Bernardino reggente con ambe le mani un quadretto sul quale e dipinto il nome di Gesu in un cerchio di raggi filiformi e serpentini. In breve, il frammento pittorico che si conserva a S. Anna di Capodistria e una parte di un trittico, che se forse non sara di mano di Sano di Pietro stesso, e uscito di sicuro dalla sua bottega. Mi conforta a tale ipotesi il fatto, che nel medioevo nu-merose famiglie toscane si stabilirono a Trieste, nell' Istria e nel Friuli. E forse non ci vorrebbe molto coraggio per dichiarare quest'effigie di S. Bernardino, il piu prezioso dipinto che si con-servi a Capodistria. Per completarne la descrizione osserveremo, che esso e racchiuso in una cornice alquanto rozza e sul rovescio porta scritte le parole: Pl'Rl'F'A' 1777 A IIL, che secondo taluni marcherebbero appunto la provenienza dal Convento di Pirano. A quest' ultimo fu probabilmente donato dal Beato Giovanni di Ca-pistrano stesso, o per sua intrommissione fu mandato in dono a quel convento dalla Toscana, perche questo Beato contribui con straordinario fervore alla canonizzazione di S. Bernardino da Siena ed a questa assistette, come dicemmo gia, nel 1450, sei soli anni dopo la morte del Beatificato. Altro motivo, oltre questo culto speciale per il maestro suo, dimostro S. Giovanni di Capistrano occupandosi deli' erezione di chiese dedicate a lui e quella di Pirano sorse precipuamente per 1'opera di S. Giovanni, il quale ') Corrado Ricci: II Palazzo pubblico di Siena e la mostra d' antica arte senese. Bergamo 1S04. Madonna in trono e Sante Chiesa di S. Anna — Capodistria. • ■, . v ' " .v ;' - - ■ 'V ■ - .v. ■ 'i ' - •• '■ -"■ V ' ' - - »V*? ' ^ - ; .'V. ■ M ' ' ' ■ ' . I ', ■ . ' - ■ , 'v , - o ■ , .-.■■■ : -V", ,. ' .. ; v".- - . - '••'^'v .-Vv - T; - -. . ' . ^ ■ ' h frfe H ' ■ ■ ' . . . • ■ v / : ' — > ; .. .. • ; . ; ■ & mmm^, ; ' ■ . - - , v •. > r '-;K 'M - ■ ; v; • - ■■ ■ Vr-V* ••• 1 i, ' ' ' k : - , i : . : -" " A,' • S .'(> »iS-' "■';' .. k ' . : - ' ■■ \ ' ' ■ > ' :>; ; 'A ' : ' ' S;• v : ■ '. ' "V : " .-V ; '' ' V' i #5»,' ' - • ,' ' • v' • .>. , . ' ' • •• f • - - ■'- - t r r • ' - ' ■ "'« . -a ■ >...• .'■■•■■■• . . i .v;- - > - - * — v A v ■ ■ ' .. - • ■ . * - , " '.'-C- r-r-.,;-- v.. > J r>" • ' /v ■ ' - ..-.., ■ ■ l ' . anche essendo «tra' bellici tumulti della Boemia« si affannava pel compimento della chiesa di S. Bernardino di Pirano '). Come lo studioso rilevera, il dipinto di Sano di Pietro puo essere, anzi sara un vero ritratto di S. Bernardino da Siena anche perche corrisponde perfettamente agli altri ritratti di questo ultimo, fatti da questo pittore, il quale lo vide, lo conobbe ed indubbiamente ne fu un fedele ammiratore.2) Italo Sennio. ') Naldini, Corografia, pag. 302-303. 2) Nel testo del presente fascicolo straordinario sono state intercalate delle riproduzioni di opere d' arte del Convento di S. Anna, di cui non e fatta menzione in questi tre brani, ma delle quali si tratterra piu a Iungo nella pubblicazione gia annunziata. Alcune caratlerlstic&e Mm nel iialelto dl Capodistria. Ibrevi appunti linguistici, che sottopongo al criterio e allo studio dei dotti, hanno lo scopo di risollevare la ricerca sulla fase antica del dialetto di Capodistria. Come si sa, 1'Ascoli, seguito da altri linguisti, sospettd, fondando la sua supposizione soprattutto sopra la novella istriana del Salviati (cfr. Arch. glott. III 469 n.), che la zona ladina, oltre Trieste e Muggia, avesse abbracciato anche Capodistria. Ora, le nuove prove che pubblico piu sotto, se non risolvono la questione, servono tuttavia a rin-calzare 1'ipotesi deli' illustre linguista. Se ammettiamo poi che il ladino abbia dominato anche a Capodistria, si dovra pero convenire ch' esso se non era, nel 500, del tutto spento, doveva esser ristretto forse soltanto a qualche rione popolare, giacche il Muzio, che pur aveva notato la ladinita di Muggia e di Trieste (Lettera a Pier Paolo Vergerio. vescovo di Cap. 19 febbr. 1542), non accenno a quella di Capodistria, di cui certamente conosceva il dialetto. A giustificare il silenzio del Muzio bisogna notare che Capodistria venne in mano ai Veneziani il 1278, ma gia nel sec. X aveva stretto relazioni commerciali con la repubblica, il cui dialetto, possedendo una grande forza assimilatrice, divenne linguaggio ufficiale e fu prefe-rito dai nobiii a danno del linguaggio indigeno. — Esaminiamo ora gli appunti. Ben poco, almeno per ora, ho potuto raccogliere intorno alla fonetica. Anzitutto notevole l'esito - ar - ara, preferito dai «paolani»: centenara, midra, midr, (cfr. terg. quatro miar de feri. Cavalli; mugl. Kuatro mijdr) ferrar, zennar, granar, aguar - solco d' acqua (cfr. mugl. agar, frl. agar); di piu altre forme citate dali'Ive Dlv. p. 71, come moraro (morario, salario) solario, nome conservatoci anche nella localita detta Salara, tre altre localita Sorbar, Supa.ro, valle Cerara, crosara, legnara — legnaia; soprattutto nei nomi degli alberi: pomar, susinar, sorbolar, persegar, figara. Come attesta il Cavalli (p. 127) i nomi degli alberi, nel tergest. e nel muggesano uscivano in - ar. Negli Statula Justino-polis trovo ancora (a p. 118, anno 1568): li olivari (p. 109) arborem Castegnariam, castagnarios. Ali primario riflesso da o/: alsa, cfr. 1'odierno friulano -olsa ausat. La tendenza ad assottigliare IV protonico in i e notevole nel friulano e nel tergestino (cfr. Vidossich p. 280). Nel dialetto capodistriano ho notato qualche caso: Sistin, piriculo, piruka, pindl tirrilsi (temessi), strimisi (stremisi = spaventa). Di dubbio valore sara la conservazione della dentale iniziale in duto, giacche in codesta forma ricorre anche nell'istriano (cfr. Ive Dlv. p. 115), ne e estranea aH'antico veneziano. Caratteristica e pero la sostituzione, usuale nel tergestino, di /7i a n finale: pam, bem, bom, domam, vim, pievam, Parentim, Bastiam. II dileguo di li dopo e, fenomeno che secondo il Vidossich (Studi sul dial. triestino, p. 14) si deve -aH'antico filone ladino, si nota di frequente nel dialetto capodistriano: vea (veglia), famea, zea (cigli), conseo, meo (meglio), somea, meo da milio (cfr. Ive Dlv. 76). Quanto alla morfologia: Degna di nota la formazione di alcuni sostantivi: Colpo, nelle frasi: mi no son colpo, nissun no era colpo ecc., appunto nel friulano 1'uscita in e da as e caratteristica: jerbo, viesto ecc. - bolds, forcas, botas, ase/lds, kortelas, tinas: koro-nas e barbus sono sostantivi coi suffissi as, us, propri de] tergestino. - sant'Antoni, san Pieri, hanno 1'uscita in i da -io e-o come nel friulano e nel muggesano (cfr. Arch. I, 507) orni plurale di omo, s'incontra con 1' homi della novella istriana del Salviati, (cfr. Arch. glott. IV 469-71), con 1 'orni del muggesano (cfr. Cav. Reliquie ladine ecc., p. 56 e 176), infine con \'omis tergestino (Arch. glott. I), badii, plur. di badil si riscontra nel (Arch. glott. IV) fčipi, di folpo e foipo, ci indica la tendenza a formare plurali interni come nel ladino. L'aggettivo dolci (terra dolci, ga buta in dolci ecc.), sebbene non abbia le condizioni fonetiche per giustificare 1'uscita in i, tuttavia dev' essere esemplato di sugli aggettivi friulani: neri, pegri, legri. Le forme del verbo cioder (togliere), come ciode (togliete), ciodeva (toglieva) ciodera (togliera), ciodesi, ciodaresi (toglierei) hanno riscontro nel ciode della versione muggesana della »Parabola del figliuol prodigo» (cfr. Salvioni: Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Rend. S. II d. XVI, Fasc. XI, pag. 577). Nel tergestino 1' imperfetto di I.a coniugazione aveva assunto la vocale caratteristica di III: anche il dial. di Cap. ha magneva, canteva, laudeva, andeva, mandeva, sofieva, sofiglieva ecc. I pronomi possessivi tovo-a, sovo-a, tovi-e, sovi-e, non ignoti al dial. piranese (Ive Dlv. p. 82), ricorrono nel tergestino e nel muggesano. La I.a persona de! condizionale esce spesso nel capod. in dsi: mi saresi, fasesi e faresi (cfr. Mainati: Dialoghi ecc.: faress), cioresi, cioderesi e ciodaresi', ciolesi ecc.; che e il tipo friulano e tergestino. Da ultimo il participio moto (mosso) e caju (caduto) s'ac-cordano col muggesano mot (cfr. Salvioni: op. cit. p. 577: a sa mot a compassion) e caju (cfr. Cav.: Rel. lad. v. 34), e il primo anche col friulano moti, mote. Raccolgo infine una piccola messe lessicale: dva, ape Cav. Rel. lad. p. 116 barbastel, pipistrello lad. Cav. Rel. lad. p. 113 basfl, tafferia id. Cav. p. 136 bid e bogna, bisogna id. Cav. p. 188 burcidl, burchiello, id. Cav. cančcia, canocchia, id. Cav. p. 117 crdpo, crepi, lavar i crepi-rigo-vernar le stoviglie, id. Cav. p. 138 crčta, grotta, rupe, id. Cav. p. 55 cioca, chioccia id. Cav. cin, cane, 6l d'un cin, id. Cav. p. 204 cius, stordito, ah! povero cius! id. Cav. p. 204 cuson, coscia, id. Cav. 113 cucal, gabbiano, id. Cav. 118 december, id. Cav. 185 fievera, frieva, fievra, fievre, id. Cav. 113, 139 gos, gozzo, id. Cav. 141 jerba, id. Cav. p. 129, cfr. inoltre il friul. jarbe lavero, id. Cav. p. 114 lusor, id. il friulano mamolo, mamo/a, fanciullo, fanciulla, Cav. p. 20 mamul, mamula manCo, cuoco, id. Cav. p. 130 mazineta, granchio, id Cav. p. 130 mesec/ar, mescolare, id. Cav. p. 107 misi&r, suocero, id. Cav. p. 142 november, id. Cav. 185 otober, id. Cav. p. 185 pasteno, campo vitato id. Cav. p. 143 pastenar, piantar viti id. Cav. p. 143 pataf, schiaffo, colpo id. Cav. p. 149 pata/on, colpo grande, id. Cav. p. 54 pausar, riposare id. Cav. 55 patisct, riposa, nel Cav. pero pausa id. Cav. p. 164 ptso, pfsola, pisifim, cfr. il friul. pfzzul e il terg. picul. pivelčt (Kandler: Codice dip. istr. anno 1276: Jovanne dieto pivelet) piegora, Cav. 222: piegura pur&zeno, borraggine, Cav. p. 226: Cav. 126: burdzeno rondula e rondola, rondine, id. Cav. p. 123 reo, rei, reti, id. Cav. p. 44 rovan, livido, friul ruan Capodistria, aprile 1910. (de) sconi, rifinito, Cav. p. 146 skunit, Ive 18 seugni e seogni, conviene, Arch. glott. XIV, 16 spiron, penzolo d'uva, id Cav. p. 147 setenber, id. Cav. 185 secura, siccita, id. Cav. 112 i sorboli, Cav. sorbul, i sorbui sprenta, spinta, id. Cav. 80 Inoltre Salvioni, (Rendiconti S. II. A. XVI, Fasc. XI, p. 583). sgardufar, scapigliare, arruf-fare cfr. il friulano sgardufa sentopei, centogambe, id Cav. p. 123 tasar, tagliuzzare, id. Cav. 127 titola, dolce fatto in forma di colomba, id. Cav. p. 139 tibiar, pestare, id. Cav. p. 147 tibiada id. Cav. 205 tintina, scacciapensieri, suonar la tintina, pero il Cav. 148 ha tintina tuldgno, molinello del carro da fieno cfr. il friul. tuluign iunievero, zenever, zenevar, Cav. 123 zenever zuvita e zuita, civetta, friul. zuite zenso, omonimo, id. Cav. 148 Mario Udina. Commissciri di Poliziei c cose militciri. Ma 1'infaticabile commissario Moreschi non risparmiava neppure la »Municipalita«. Ecco qua un atto del 9 maržo, 1807, presentato «al!i rispettabilissimi Signori Podesta e Savi« ove ci parla dell'ex convento di santa Chiara prima che fosse tramutato in caserma e delle monellerie, o meglio, vandalismi che vi venivano facendo i soldati francesi. «Il vento che nella giornata di jeri, ha cagionati tanti danni «agli edifici di questa citta, non ha rispettato gli Stabilimenti «militari. La Caserma di S.ta Chiara sopra il tutto ed alcuni corpi «di guardia esigono delle pronte riparazioni. lo percio, dietro invi-«tazioni del Signor Collonello Coin.te il Dipartimento, e Cap.o »Salvatori Com.te il Battaglione deli'Istria, li prego a voler ordinare «le riparazioni specificate nello stato qui annesso. ♦ Fin d^i quando il Convento di S.ta Chiara e stato destinato «alle Caserme, quelle griglie di ferro che separavano il Coro «monacale dalla Chiesa sono state il bersaglio delle percosse «de' Soldati. Ne e in seguito avvenuto, che smosso un ferro si «e cercato di rubarlo (!!), e vi e danneggiata la volta (!!). Siccome «simili disordini sono nati daprincipio, quando questo dipartimento «era disorganizzato, cosi e impossibile il rintracciar 1'autore di «di simili guasti. lo percio sarei del parer che, per la solidita del *) L' autore a messo corteseniente a nostra disposizione il manoscritto di un suo lavoro in preparazione dal tifolo: -Soito il bello iialo Regno» e noi stralciamo, gratissimi, il presente brano che riguarda la storia del Convento di Santa Chiara nel quale quest'anno si tiene 1'Esposizione prov. istriana. N. d. R. Confratemita di S. Andrea: Chiesa di S. Anna Segnale di processione. t' IL VIATICO. g . t : • locale e per arrestare per quanto e in nostro potere simili disordini, • sarebbe bene toglier le feriate dal sito in cui si trovano, facendo • turare le finestre con mattoni e calce.» Da quest' atto appren-diamo che i «posti di guardia* nella nostra citta erano tre: in piazza, al porto e nel castello (Castelleone). 11 pošto di piazza contava una «garetta»; due quello del porto, tre quello del castello. Nei corpi di guardia c'erano inoltre «dei gran lastroni di vetro», che il Moreschi trova inutili, bastando aH' uopo «due o quattro vetri piccoli«. Aggiungiamo che la caserma di Santa Chiara ospi-tava una compagnia di «Cara-binieri», quattro compagnie di «cacciatori» e una di «volteg-giatori«. II capitano Salvadori aveva per ff. d'aiutante mag-giore il tenente Viola. II coman-dante di piazza colonello d'arti-glieria Rose abitava in časa «Orlandini.» I corpi di guardia erano — occorre dirlo? — illuminati a candele, delle quali nel solo mese di settembre (1807) ne vennero consumate Libre 82'6, che costavano Lire venete 177"76, pari a Lire italiane (d'allora) 89"1. Del regolare funziona-mento di tale illuminazione era incombenzato il commissario di guerra, certo Calori. L' illuminazinne publica era ad olio e n' era appaltatore un Giovanni Valle, probabilmente consanguineo del celebre disegnatore di questo nome. Si bruciavano circa L. 300 d'olio al mese. II sol calava a vespero Tenue rosando il cielo, Mentr' io da 1' automibile _ L'aura aspiravo anelo. I £-f Su le coll-ne d'Istria <, , Era la neve intatta, E un campanello querulo Tinniva da una fratta. Un mngro prete pallido Col pio riborio in mano Recava su il viatico, E dietro il sagrestano A quale erma casupola Ei con 1' estremo raggio Del sol recava il balsaino Estremo al gian viaggio? La morte la. Qui fulgido II mar d' auree faville, E rutilante d' ignei Baleni e vetri e viile. La vita qui, la fervida Vita che non perdona Ad uom torpere in ozio E in mille echi risuona. Andavan sotto gli alberi Coppie strette d' amanti, E le madri re/gevano Sul limitar gl' ir.fanti. La notte senza limite La che non piu raggiorna ; Qui la carezza occidua Del sole che ritorna. 4 ^ ^ Trieste. Cesare Rosa!. ^tf-nA 1 LI i \ I soldati, alloggiati a S. Chiara, appartenevano tutti alla nostra nazionalita, 1'artiglieria, pure italiana, occupava la caserma di San Gregorio, che fungeva in pari tempo, da arsenale. Oltre i militi summentovati aveva stanza qui il terzo reggi-mento di «fanteria* leggiera italiana«. Nel 1809 il capo-battaglione, Vincenzo Omodeo, comandante il 2." battaglione del reggimento suddetto, prega il podesta di far applicare un «lampione sulla «porta della sua guardia, nonche di riparare la camera abitata dai •carabinieri, nella quale piove dappertutto. I commissari di guerra percepivano il salario dal governo. II quartiere della «grande guardia« trovavasi in Piazza del Duomo, e, particolare non trascurabile in quel tempo in cui anche i piu gran signori ne facevano a meno, tanto nel camerino dell'uf-ficiale, quanto nello stanzone dei gregari c' era la sua brava stufa. Siccome, pero, gli ex conventi di Santa Chiara e di San Gregorio erano insufficenti ai bisogni delle truppe, la municipalita aveva preso a pigione le čase Theyls, Orlandini e Franceschi. Nella prima ci stava pure il generale Seras, comandante in capo delle forze militari francesi stanziate in Istria. Anche una parte del convento di Sant'Anna servi per lungo tempo da caserma. I cittadini, mentre avevano 1'obbligo di accogliere nelle loro čase gli ufficiali, erano esonerati da quel!o di alloggiarvi i sotto ufficiali, i quali tutti dovevano abitare nelle rispettive caserme. Domenico Venturini. Confraternita di S. Andrea: Chiesa di S. Anna Segnale di processione. 25 villoHe istriane. Offro alle Pagine istriane, per il fascicolo che vuol festeggiare la nostra prima esposizione provinciale, alcune villotte raccolte in Istria. Le pubblico senza sfoggio di riscontri eruditi e senza ingombro di note, per due ragioni: prima perche non sono che un piccoiissimo saggio della grande raccolta di Canti popolari istriani, intorno alla quale io lavoro da piii anni; poi perche dei riscontri, se non sono completi e non entrano in ogni particolare, assai poco si avvantaggiano i nostri studii. Avverto subito che le villotte generalmente non si cantano piu, fuorche a Dignano e a Rovigno, in quelia zona che si distingue dal resto deli' Istria per un suo peculiare dialetto e nella quale furono raccolti i Canti per opera di A. Ive. Le 25 villotte, che qui si stampano per la prima volta, appartengono invece alla sezione neoveneta della provincia, dove il canto popolare era in fiore fino a cinquant' anni fa. Solo qualche vecchio o qualche vecchierella, come rifiorisce nella memoria il ricordo della giovi-nezza gaia amorosa, sente anche rifluire alle labbra secche e dissanguate i versi della villotta. E dicono poi, con fierezza e con rimpianto: Adesso, sior, no i sa cantar piii. La melodia della villotta rimane sempre la stessa, con lievi varianti, in tutta 1' Istria e, diciamo pure, in tutto il Veneto, per il quale son maggiormente diffusi questi canti. Solo in tempi piu recenti per 1' accompagnamento si uso la chitarra; lo strumento tipico della villotta fu il violino, e non accompagno soltanto il canto ma introdusse anche fra ogni due versi un motivo rapido allegro, di cui lo Smareglia seppe trarre profitto con grande magistero d'arte nelle Nozze istriane. Ma e naturale che l'accom-pagnamento strumentale non si uso che nelle grandi occasioni, nelle feste, nelle sagre, nella baldoria delle nozze. Allora arriva-vano in paese i musicanti, i zigozaini, come li chiamano ancora in qualche parte d' Istria; essi sonavano il violino, un contrabasso a scartamento ridotto, detto bassetto o, colla parola indigena e antica, liron, e un clarinetto a cinque chiavi, piu tardi anche la cornetta. Cotnunemente pero, durante il lavoro sui campi, o d'in-verno nelle stalle e nelle cucine, quando si raccoglievano a spogliar le pannocchie, cantavano senza accompagnamento. Spesso il canto ha carattere amebeico; uno sfida o propone, 1'altro risponde. E sono frequentemente innamorati che danno sfogo al loro broncio; e i canti furono cantati spesso sotto le finestre della ragazza. 1. Ti vol vegnir con mi, bela bressana, che te fard un leto de gramegna, el stramasso de foia de cana; te vol vignir con mi, bela bressana ? (Buie). 2. Ti in' a promesso di amarmi in sta tera, se vemo de lassiar, vita mia bela. Ti m'a promesso di amarmi in sto mondo, se vemo de lassiar, mio bel tesoro. (Buie). 3. Varda che bel seren con tante štele, se fussi giorno, le voria contare, Je voria contare una per una, quela de mezo xe la mia fortuna. Le vorria contar carta per carta, quela de mezo xe la mia speransa; le volaria contar carta per carton, quela de mezo xer la mia disperassion, (8uie), 4. Varda la luna come la camina, la va per aria, no la si ferma mai, e cosi fara '1 cuor d'una bambina, che a far 1'amor non !a si stufa mai. (Buie). 5. Vespero sona e 1' amor mio no viene, le pute de Crosera ine lo tiene. Le pute de Crosera l'a un bel fare, le vendi el formenton, le da lavare. Le pute de Crosera ga un bel dire, le vendi el formenton, le da cusire. (Buie). 6. Me voio maridar, se mai credesse de cior un giovanin senza bragliesse, senza braghesse e senza camiciola, perche son stufa di dormir mi sola. (Capodistria). 7. Amore, amore, no sta dubitare, che dele done no xe carestia; ghe xe una barca grande in mezo al mare, dele piu bele che al mondo ghe sia. (Capodistria). 8. Xe tre matine che no d visto el sole, e stamatina 16 visto levare, e l'o visto levar col fior in testa, e stamatina mi trovo contenta. (Vcrteneglio). 9. El mio moroso xe nato nel maio, il piu bel mese che 1'erba fiorisae; 1' erba fioriva e i alberi frutava, le fasse del mio ben le se sugava. (Verteneglio). 10. No posso, no, cantar, chi ' 1 fia me manca, deme de bever se vole che canto; ' deme de bever, no deme de 1' oio, deme de quela bota che mi voio, deme de bever, deme de quel puro, deme de quela bota arente el rnuro. (Verteneglio). 11. A časa mia no xe ne pan ne vin ne oio, e ne malinconia no ne voio, e chi me sentira cantar dira che son piena di bontempo, inveze quando che canto mi lamento. (Verteneglio). 12. Se ti sapessi cossa fa ' 1 cor mio quando ti vedo coli altrui parlare! Vorrei piu tosto una ferita al core, piu presto te 1'avessi a perdonare. (Verteneglio). 13. Catarinela de quei oci mori, tu sei sorela del pomo ingranato; del pomo ingranato ghe ne vol due g rani, Catarinela morta de afani. (Verteneglio) 14. Ouanti de quei che se maridaria, se fussi de tignir la puta un ano, e dopo che quell'ano xe finio, magnarghe la dota e darghe la puta indrio. (Cittanova). 15. Se passi per de qua ti passi invano, ti frugherk i stivai, šari tu dano, ti frughera i stivai e anca le siole, dela mia boca tu no avrai parole. 16. A Roma a Roma le campane sona, i turchi si avicina ala marina; chi ga le scarpe rote, se le siola, chi ga la molie bela, se consola, 17. Vardelo lž che adesso el passa, el ghe ne magnaria una fetassa, de quela che se missia coi legneto, de quela che se taia coi spagheto 18. Stanote m'd insogni co una 'resia, che una formigola me porta^a via. Stanote m' o insogna coi barabao, che ' 1 iera destira su un tapeo, e duta la note ch' el sigava gnao, e deboto el me ciapava un deo. 19. A Cioza a Cioza me ne voio andare a metter su botega de sardele, quando veri quele ragaze bele, ghe donard ' 1 baril cole sardele. 20. Casca la foia, no casca 1' ulivo, casca le tue speranze, amante mio, cascate in brazo, no rivate in tera, casca la rosa de mia cara bela. 21. Morosa mia, el to color va via, no so se xe 1' amor, cossa che sia, no so se xe de tropo lavorare, o per 1' amore che te fa penare. (Cittanova). (Cittanova). (Cittanova). (Cittanova) (Cittanova). (Materada). (Materada). 22. Benedeti i mtiri de sta časa, coi fundamenti, coi copi in zima, benedeti i parenti che sta drento, co i marangoni che frabica '1 palmento. (Umago). 23. La mia morosa xe de quele fine, la va dormire quando le galine. El mio moroso xe de picio pasto, el magnassi el mus con duto el basto. (Umago). 24. Ouando che iero picolo ragazo, le bele pute me tigniva in brazo, co son vignii un poco vecio grando, tute le pute me lassa de bando. (Umago). 25. O benedeta quela iurtulana, la sua salata mi rinfresca ' 1 core ; o dio, che 'mara che l'ž sta salata, non la discordero finche son vivo, (Cipiani). Si avvertira 1' irregolarita di certi versi e la stranezza di qualche forma; ma i versi zoppi sono carattere comune della poesia popolare, che rimedia col canto alla prosodia, e i vocaboli strani rappresentano a volte forme antiche, a volte pronunzie slave. Perche vuol essere notato che gli slavi del versante occidentale deli' Istria cantano spesso in italiano e qualche volta ricordano cio che gl' italiani hanno gia dimenticato; percio importa estendere 1'esplorazione anche ai territori abitati da loro. Giuseppe Vidossich. Sin violinista istriano. Calava lenta la sera sulla piccola borgata che vide nascere il nostro Michele Fachinetti, a Visinada, una sera placida e serena nell'estate del 18... Dalle finestre aperte della časa Fachinetti uscivano fasci di suoni, concenti soavi... Le note segui-vano alle note, i trilli ai trilli, accarezzando le orecchie dei numerosi ascoltatori che^trasognati e stupiti.s'andavan fermando sotto la časa. ' A un tratto s'odono le prime battute della Sonata del Diavo/o, scritta dal nostro Tartini. II silenzio si fa piu grande tra la folla, che ascolta raccolta e pare rapita in un altro mondo dal magico archetto del violinista... La Sonata finisce e uno scroscio di battimani irrompe dalla folla, mentre dentro nella sala gli uditori fanno ressa intorno al giovane violinista non ancora ven-tenne, al quale tutti vogliono presentare le proprie felicitazioni e fare i piu lieti pronostici di farna e di gloria. E Giorgio Fachinetti, padre ali' illustre Michele, presenta al mago del violino un augurio scritto, un augurio in versi: Emulo di Sivori e Paganini Per valor di tua mano e di tua mente Deiritalia e di Europa oltre i confini La farna suonera di te possente; Angelo a noi sembrasti in uman velo A far palesi le armonie del cielo. Pola, 17 maržo 1910. Leone Volpis. Chiesa di S. Anna — Capodistria. Confraternita di S. Andrea: Fano. Hg ir Kit-'" ; 11 ' • • t >, / ■ : 1rt' ■ . .. ' .• • • ... . ,. : , "i-; ' • r- ' , • ■ : • • ' ■.- r > -"."••■ - ■ ' 'v /.V V . . . ■ ' . ■ . .! . ri ■ .. ;V. • . • • .. . ■ . • ■ .. , ' ' ■■ ' . - - : - . ■-■:■ 'V - m ' ■ " . .v V'::;--. ' . ; . ' c' ' . " ...... ■Vsi"V ■ •■.-.,... -. y- ' v ■ ■ . -i.-: ^EaS&MS •• • ■ ■ >. . -.,-v ".■ Jfe ..'i'-.-,.,.'-'.----.- . ^ . : ■ • ■ \ . -.v^ v- v,-.. ■ • . c-, • ; C-:"- • ... " . l ■ ."/ i f H ■ ■ • • L Ilgg LA VANGA Guardatela cola: tagliente e forte come lama di vecchia baionetta, odio non ha, non medita vendetta e desio non I' assai di guerra e morte. Guardatela: felice di sua sorte, scintilla in una luce benedetta e ovunque passa i suoi tesori getta che danno pane, spezzano ritorte. Vanga, sia lode a te! Mentre la mano rude dei campi anela il gran possesso, liberi 1'inno del lavoro umano: a te sia lode, a te le cui ferite non costan sangue e, in nome del progresso, non infrangono tante e tante vite! Angelo Maria Tirabassi. Tra Capodistria c Pirano nel Secenio. Una delle piu spiccate caratteristiche delTitalianita deli'Istria nei secoli trascorsi sono le lotte d'una terra contro 1'altra; lotte le quali culminavano spesso in guerre fratricide, che avevano lungo strascico di rappresaglie, di vendette, di rancori; le maldicenze, le ingiurie, le satire si palleggiavano da una citta all'altra. Ancora nel Cinquecento un grande Capodistriano, Girolamo Muzio, si compiaceva di scrivere contro i Piranesi; ma nel Sette-cento un suo concittadino non meno grande, Gianrinaldo Carli, levava alta la voce per ammonire tutti gli Italiani a smettere le antiche nimista ch'erano vergogna e rovina deli' Italia e a ricor-darsi che eravamo tutti d'un sangue e d'un destino. Segni dei tempi! Ed oggi gli Istriani riducono in atto le parole del Carli e fanno la loro Esposizione Provinciale a suggello di quella unita di voleri e di sentimenti che nessuna forza varra a distruggere. Segno dei tempi anche questo. Riandiamo dunque con animo tranquillo la storia di antiche inimicizie e aggiungiamovi senza preoccupazioni un documento di piu, che parla di satire acerbe corse tra Pirano e Capodistria nel Secento. Come facevano la loro strada, allora, le satire ? Gira-vano di bocca in bocca o su fogli volanti, i quali venivano attac-cati alle čase o alle colonne. Che fosse proprio cosi ve lo sa affermare il vescovo parentino Gerolamo Campegio, il quale nel 1518 invoco l'intervento del Senato contro quei delinquenti che andavano applicando alle colonne della piazza scritture vitupere-voli per lui e gli altri ecclesiastici di Parenzo; e nel 1552 su denunzia del vicario parentino si istruiva un processo contro quelli «che attaccavano sopra la porta della chiesa, piii volte, dei libelli famosi, e una figura sconcia sopra il cancello dell'orto di pre Zuane de Biasio, in vilipendio della chiesa e deli' ordine sacerdotale«. II documento che qui pubblico, tratto dalla inesauribile mi-niera dell'Archivio dei marchesi Gravisi di Capodistria, mostra quanto gravi minacciassero di essere le conseguenze delle satire mordaci e vituperose scambiate fra le due citta istriane. Tanto gravi, che se ne impensieri il podesta e capitano di Capodistria, Polo Loredan, il quale per arnor della pace convoco i Sindici delle due terre e li consiglio di pubblicare una dichiarazione comune e concorde che valesse a rappaciare i fratelli. L'inte-ressante documento e senza data, ma dev'essere o del 1652-53 o del 1696, anni ne' quali un Polo Loredan fu podesta di Capodistria. Eccolo nella sua integrita : »Aleune Poesie di Auttori ineogniti han partorite alteracioni ne gli animi de Cittadini di Capod(istria) e di Pirano con pericolo de male conseguenze. Per tanto a suasione begnigna (cost) del-rill.mo et Ecc.mo Sig.r Polo Loredan Podesta et Capitano di Capod(istria), con viva Paterna de rasserenare ogni torbido, et mantenere imperturbata la quiete la buona corrispondenza de reciproco Amore tra sudditi, gli Sig.i Sindici cosi de Capod(istria) come de Pirano dechiarano espressamente non intendere che pos-sano le dette Poesie preiudicare punto alle reputacioni delli detti sig.ri Cittadini dell'uno et dell'altro luoco ne in pubblico ne in privato, ma ben si de conservare tra di loro illibata et perpetua la vicendevole benevolenza. In fede di che sarano due consimili sottoscrite dalli predetti sig.i Sindici per nome Universale, et di cadauno che potesse in qual si sia modo esser interessato in tali commocioni et quelle riposte in mano et a libera disposizione di Sua Ecc.a Clementiss.ma Prottetor di ambi li due popoli fede-lissimi". Baccio Ziliotto. ■ ■ £ 4 IN D I C E. 1. Filippo Zamboni, Triestini e Istriani alle prediche di Giuseppe Barbieri nel 1835 ..................pag. 1 2. Francesco Babudri, 11 Polittico di Antonio da Murano a Parenzo (con illustrazione) ....................................* 4 Don Giovanni Bennati, Al prof. Alberto Giovannini del Con- servatorio di Milano. (Poesia)..........................» 12 4. Nella Doria Cambon, La cavalcata. (Poesia) ................» 18 5. Ricciotti Bratti, Parenzo ..................................» 19 6. Iacopo Cella, Appunti di etnografia..........................» 22 7. Tino Gavardo, A una morta. (Poesia) ......................» 25 8. Attilio Gentille, Un biglietto da visita (con illustrazione) ... »26 9. Andrea Davanzo, Invito. (Poesia) ..........................» 27 10. Giannandrea Gravisi, Nomi locali istriani derivati da specie di eolture ..............................................' 29 11. Domenico Lovisato, II monte Trieste ali'isola degli Stati ... »34 12. Francesco Mayer, Benedetto Carpaccio (con illustrazione) . . >38 13. V. Monti, Una poesia inedita di Michele Fachinetti ..........»42 14. L. Morteani, La fede ne' documenti..............................» 44 15. Giovanni Musner, Fior di pervinca. (Poesia) ................» 46 16. Romee Neri, 11 Lorenzino di Giuseppe Revere e Une nuit a Florence di A. Dumas, pere............................* 49 17. Luigi Pinelli, Pensiero ....................................' 51 18. Arturo Pasdera, Una lettura di Dante in Orsanmichele ... »53 19. Ferdinando Pasini, Un poeta istriano ......................* 57 20. Giuseppe Picciola, La creatura bella........................» 60 21. Riccardo Pitteri, Camillo. (Poesia)..........................» 63 22. Giovanni Quarantotto, Un cantore poco noto di Giuseppe Tartini » 64 23. Dott. B. Schiavuzzi, L' Arena di Pola......................» 70 24. Italo Sennio, L' ancona di Cima da Conegliano (con illustrazioni) » 72 25. Mario Udina, Alcune caratteristiche ladine nel dialetto di Ca- podistria ..............................................* 80 26. Domenico Venturini, Commissari di Polizia e cose militari . . »84 27. Cesare Rossi, II viatico. (Poesia)............................' 85 28. Giuseppe Vidossich, 25 villotte istriane..... ............»88 29. Leone Volpis, Un violinista istriano ..... ..............»92 30. Angelo Maria Tirabassi, La vanga. (Poesia)................»93 31. Baccio Ziliotto, Tra Capodistria e Pirano nel Secento .... »94