ANNO VII—N. 51. Sabbato 18 Decembre 1852. Sulle varie popolazioni dell* Istria. Al ehiariss. D.r Pietro Kandler. (Continuazione). Egli é indubitato che i Cicci vengono riguardati da tutti gli Slavi loro contermini siano sloveni, croati o illirici , come un popolo da essi diverso, un popolo che disprezzano e, direi quasi, abborrono; locchè certamente non avverrebbe sei Cicci fossero di una delle tre indicate stirpi slave. Essi vivono compatti sopra un determinato e ben marcato tratto di paese, e ciò potrebbe dimostrare che le finitime popolazioni slave evitassero in antico più ancora che presentemente di accomunarsi seco loro appunto per diversità di sangue. Essi si distinguono dalle limitrofe schiatte slave per tipo, colorito più nero, per temperamento focoso, coraggio, ingegno svegliato e pronto, atteggiamenti e movimenti animati, qualità peculiarmente proprie delle genti di sangue romanico. E romanica difatto è la loro origine, come ce lo mostra anche la storia. II Tommasini Vescovo di Citta-nuova che scrisse intorno al 1650 dietro relazione avuta dal dotto Parroco Flego di Pinguente, enumera alla pagina 511 i castelli dipendenti da Pinguente, indi le ville del Carso chiamandole Lanischie, Racciavas, Ber-gojaz, Dana, Sottoraspo, Terstenico, Brest, Praporuchie, Podgacchce, Clemoschiada, Carpignacco e Mlum (dev'essere Slum), e dopo aver detto (pag. 515) parlando delle lingue del Pinguentino: " Usansi indifferentemente due lingue, schiava ed italiana, ma nei castelli più l'italiana, e la schiata di fuori continua: U1 Morlacchi che sono nel „ Carso hanno una lingua da per sè, l(t quale in molti „ vocaboli è simile alla latina „. Il Manaruta, conosciuto sotto il nome di Frà Ireneo della Croce nella sua laboriosa Historia di Trieste stampata nel 1697 Lib. IV. Cap. VII. pag. 334, così parla: "Un'altra memoria antica, degna d'osservatone non mi-„ nore delle già addotte Antichità Romane, osservo in al-„ cuni Popoli addimandati comunemente Chichi habitanti „ nelle Ville d1 Opchiena, Tribichiano e Gropada situate „ nel Territorio di Trieste sopra il Monte, cinque miglia „ distante dalla Città verso Greco: Et in molti altri Vil-„ laggi aspettanti a Castel nuoto nel Carso Giurisditione „ degl'Illustrissimi Signori Conti Petazzi, quali oltre l'I-„ dioma Slavo comune a tutto il Carso, usano un pro-,, prio e particolare consimile al Yalacco, intracciato con „ diverse parole e vocaboli latini come scorgesi dall' in- „ giunti et a bel Studio qui da me riferiti.... I nostri Chi-„ chi addimandansi nel proprio linguaggio Rumeri... " Parole e Vocaboli usati da Chichi : Ambia cu r Domno- Ambula cum Domino; ambia cu Draco- Am-„ bula cum Dracone; Bou- Bos; Berbaz- Huomo; Basi-„ lica- Basolica; Cargna- Carne ; Cassa- Casa ; Cass- Ca-„ seus; Compana- Campana; Copra- Capra; Domicilio-Do-„ micilium, Filie ma- mie Figlie ; Fórzin- Forceps ; Fizori „ ma- Miei Figliuoli; Fratogli ma- M ei Fratelli;»Matre-„ Mater, Mugliera- Moglie, Patre- Padre, Sorore- soror, „ Puine- Pane, Vino- Vino, Ura ora- Una ovis. Ecco dunque che nel XVII la lingua romanica era diffusa non solo pel Carso di Pinguente e Castelnuovo, ma ben anche (cosa che a molti parrà sorprendente) su quello di Trieste. 11 Tommasini non dice già che parte soltanto degli abitanti del Carso parlino il romanico, ma dice in generale i Morlacchi del Carso, quindi esprime la universalità di essi. Fra Ireneo ci fa conoscere che tutto quel popolo che chiamasi Chichi parli oltre lo slavo il romanico. Nè dev'essere stato altrimenti; imperocché 1' appellativo di Cicci, che certo non è voce slava, derivando indubbiamente dal frequente uso del ci e ce (pronunciate all' italiana) nella lingua romanica, li fa conoscere di quella stirpe, valendo in conferma di ciò la circostanza che i Romanici della Yaldarsa, i quali parlano l'identico linguaggio dei Sejanesi sul Carso, vengono pure appellati dagli Slavi contermini, Cicerani, Ciciliani, Ciribiri alludendo agli spessi ci e ce del sonoro loro linguaggio. A fronte di questi documenti storici cadono tutti i ragionamenti in contrario. All' obiezione che se i Cicci fossero d' origine romanica, non avrebbero cangiato nella slava la propria lingua, in modo da restarne perduta ogni traccia, perfin nella denominazione dei luoghi e monti, tanto più che stavano più in relazione cogli italiani di Trieste e Fiume, che cogli slavi loro confinanti risponderò: Le relazioni con Trieste e Fiume non erano di gran lunga un tempo si frequenti come oggidì, perchè queste due città nei secoli andati erano poca cosa in confronto di quel ch'or sono; e Fiume avea in sè più elemento slavo che italico; sicché i contatti con questi due luoghi non potevano influire sulla conservazione della loro lingua, la quale anche perchè rimasta sempre la stessa, cioè la rustica romana, differenziava dall' italiana in cui a poco a poco l'incivilimento aveala trasformata. I contatti cogli Slavi all'opposto erano necessariamente continui, perchè questi circondavano e circondano i Cicci onninamente su tutta la linea dei confini del loro paese. Il disprezzo che gli Slavi manifestavano per essi, gente di linguaggio dal lnro cotanto differente e reputato barbaro 1), doveva necessariamente far sì, che a poco a poco lo dimettessero, prima ai confini e poi per tutto, cangiandolo con quello dei vicini, cui senz' altro doveano imparare per farsi da loro comprendere. Ciò fu senza dubbio agevolato dalle non felici condizioni della regione da essi occupata, la quale fuori delle vie commerciali e non favorevoli all'agricoltura ed alle arti più civili, li condannava ad essere più eh' altro pastori e boscajuoli, senza che tra essi potesse nemmeno formarsi un ceto di così detti borghesi. Chè se sul loro Carso si fossero potuti costituire dei piccoli centri di civiltà, quali se ne'ebbe sempre in Istria, essi, o avrebbero mantenuto e coltivato la propria lingua, o questa forse si sarebbe trasformala nell'affine italiana. I romanici della Yaldarsa sono tuttodì nel caso medesimo; tutti sanno Io slavo, perchè circondati da popolazioni slave, colle quali altrimenti non potrebbero comunicare; ed è indubitabile che gli abitanti di varii luoghi ad essi vicini sono di sangue romanico, ed adottarono la lingua slava, come non passeranno forse tre generazioni che 1' adotteranno anche gli altri, a meno che non sorga fra loro qualche sacerdote, che coli' istruzione religiosa nella propria lingua la conservi più a lungo. Non credo di poter accordare che nussuna traccia di lingua romanica scorgasi nei nomi dei luoghi e dei monti occupati da' Cicci. Mune, Vane, Sejane, Poiane, Sapi'ine, Jelsane, Rupa, Ciana, Slum, non mi sembrano, nè di radice nè dì desinenza slava, come nemmeno i monti Sia, Sapne, Calefat, Burizana, Oscale, Maigrisan; e persino nel paese tenuto dai Berchini i luoghi di Materia, Cosiane, Pusane, Mersane m'hanno suono diverso dallo slavo almeno nella desinenza, e rammentano i tanti luoghi in Istria colla terminazione in ano e ana e di radice romana 2). Ma in ogni caso è certo che i nomi 1) Un Ciccio da [Rupa dicevami che il linguaggio dei Sejanesi era quello che parlavano i crocifissori di Cristo. Senza volerlo disse la verità, insegnandoci la S. Scrittura che Gesù Cristo fu crocefisso da soldati, che erano romani. 2) Prevedo che mi si risponderà derivare Cosiane da cosa (capra) e Pusane da pus (lumaca), ed in verità la lingua slava si presta mirabilmente a mostrare che un infinito numero di luoghi di tutta Europa hanno radice slava. Non sono molti anni fu stampato un articolo in cui si pretendeva di provare che tutti i luoghi di suono italiano in Istria sono d'origine slava. Pola deriverebbe da polje (campagna), ma l'autore non sapeva che gli Slavi la chiamano Tal o P.uta; Rovigno da rov (fosso) perchè qui si raccoglie l'acqua nelle cisterne quasiché cisterna e fosso fossero tutt'uno, e in nessun altro luogo dell'Istria s'usassero cisterne per mancanza di acqua sorgente ; Parenzo in slavo Poreče, deriverebbe da po (presso) e reka, (fiume) ossia acqua, significando città presso 1* acqua, perchè Parenzo è al mare ! Ma 1' autore non sapeva nemmeno che Parenzo chiamasi dagli Slavi Poreč, e non Poreče; ed il ritenere che gli Slavi dei luoghi subirono coli' andar de' secoli grandi modificazioni là ove popoli di lingua diversi vennero a occuparli. In carta del 1418 Lanischie vien detla Lanista; Preparia chiamasi ora Praprochie; eccovi nomi romanici. Jelsane sarebbe.^ appellata nel medio evo Elsaco. Chi crederebbe che Bogliuno sotto il Monte Maggiore è corruzione di Bagnoli, e che sino al 1600 si chiamasse anche Finale? Quanti sanno che l'or così detto Breg di Camus presso Pisino si appellasse nel 1500 Monte Cher-sano ? che Caschierga nel XII secolo, e più tardi, si nominasse Valla? Pisin-vecihio chiamano gli Slavi Stari-Parin, ma lo dicono talvolta anche Goregni-Grad che è traduzione di Oberburg come l'aveano battezzato nei tempi di mezzo i Tedeschi. Presso il Quieto superiore eraviil castello di Ruvin donato nel 1002 ai Patriarchi d'Aquileja dal Duca di Baviera. Il castello di Pietra-pelosa, chia-mavasi avanti il 1400 Rauenstein; ed ecco Ruvin, cangiato in Rauenstein, per affinità di suono, e questo in Pietra-pelosa per traduzione (che esattamente suonerebbe Pietra-scabra, o Pietra-ruvida). Nè dubito che Ruvin sia il Rauenstein, perchè questo è posto nel comune di Sdregna, la quale nella donazione fatta ai Patriarchi da Marchese Uldarico nel 1102 di cesi villa Druvine. Assieme con Rauenstein il Duca di Baviera donò il castello di Wollenstein; non sarebbe questo nome traduzione di Lanista, ove veggonsi ancora rovine di antico castello? Ma per non divagare dall'argomento prefissomi a trattare, ritorno ai Cicci. La questione ch'or s'affaccia alla mente, dopo stabilito che i Cicci sono d'origine romanica, si è, come mai essi parlino in parte un illirico più puro dei contermini Croati. I Cicci vivono precipuamente di pastorizia. Da secoli essi scendono in grandissimo numero nell' Oltobre, o ai primi di Novembre dal Carso nell' Istria bassa abitata nelle campagne da gente pretta illirica, cioè da Morlacchi, e yì si fermano sino al Maggio. I Morlacchi all' opposto recavansi nei tempi andati (e sin pochi anni fa) 1' estate a pascere i loro branchi sul Carso dei Cicci, e gli abitanti di Altura nel distretto di Dignano posseggono tuttodì il diritto di pascolo accordato loro dalla Repubblica di Yenezia sopra alcuni monti del Carso. Che questi contatti continui, strettissimi, avessero per effetto che i Cicci s'appropriassero la lingua dei Morlacchi, e 1' adottassero in sostituzione della propria cui andarono smettendo, tenendola ormai essi medesimi a vile, è cosa naturale; tant'è vero che coloro i quali più frequentano l'I^ria bassa, più puro parlano i' illirico, mentre quelli che più sono a contatto coi Castuani ed altri di quella parte hanno linguaggio ad essi somigliante, ed all'opposto coloro che più lontani da popolazioni illiriche ebbero avvicinamenti cogli Sloveni, assunsero la lingua di questi in parte o del tutto, come si vede degli abitanti di Opchiena, Trebich e Grossada, e chi sa di quant' altri ancora, che ormai più nemmeno chiamansi Cicci. Trasmigrazioni d'Illirici dall' Istria sull' infecondo Carso colla reka (fiume), intendessero indicare more (mare), perchè il fiume è acqua, ed il mare è pur acqua, è cosa che non entra in ogni cervello. L'Autore tirava così innanzi, volendo persiti provare che Ca-podistria ha radice slava. '<■■ non sono verosimili, o furono al certo rarissime, all' opposto v'ha qualche traccia di singoli Cicci domiciliatisi in Istria. Sarei però disposto a supporre avvenuta qualche colonizzazione del Carso con penti dalmate ed albanesi per parte dei Veneti dopo le devastazioni esercitatevi dai Turchi ; potrebbesi ritenere che ciò avvenisse tra 1' altro di Dane, di cui narrasi che nel XVI secolo fu abbruciata dagli stessi padroni veneti con eccidio di tutti gli abitanti per punire le continue loro rapine; ma la tradizione vuole che il luogo fosse ripopolato con gente tratta da altri luoghi del Carso. Forse piuttosto la popolazione di Slum potrebbesi per vari indizi reputar derivante da gente nuova colà trasportata negli ultimi secoli. Egualmente ritengo probabile che anche gli Austriaci cercassero di rimettere con gente tolta da altri paesi la popolazione del Carso dei Cicci a loro soggetto, scematasi per le stragi turchesche; ed il trovare p. e. a Mune nomi che riscontransi fra i Serbo-Croati del distretto di Pisino (trasportati come esposi nel XVI secolo o più tardi) quali sarebbero le famiglie Uicich, Grubissa ecc. servirebbe di appoggio a queste supposizioni. In cotal modo troverebbe più facile spiegazione la circostanza dello slavizzamene dei luoghi e monti e lo scomparire della lìngua romanica; fermo sempre che i Cicci stessi, a misura che adottavano lo slavo, slavizzassero naturalmente anche i nomi dei paesi, e tutto; Iucche vien confermalo dal trovare scritto Lanista nel 1400 quando ancora non avranno usato molto lo slavo, e Lanischie già nel 1500 allorché era già loro divenuto più famigliare.— 11 vederli appellati Morlacchi non solo dal Tommasini, ma ben anche in lettera del Vice-Podestà e Capitanio di Capodistria di data 20 Maggio 1540 (riportata nel N. 29, a. VI dell'Istria) cioè in quell'anno stesso in cui seguì traslazione di Slavi dalla Dalmazia negli agri di Umago, Cittanuova, Parenzo e Mon-tona, potrebbe far supporre che contemporaneamente ve ne siano trasportati anche sul Carso, tanto più che i Giudici e Rettori di Trieste, cui era diretta la lettera, gli appellavano Cicci, ed il Veneto rappresentante cui erano soggetti, non senza un motivo deve averli nominati Morlacchi. Il tempo, forse non lontano, potrà spiegarci la cosa; io osserverò soltanto, che anche i Romanici della Valdarsa vengono sovente chiamati in italiano Morlacchi; e credo ciò derivi, o perché s'ignora qual nome loro attribuire, o per tradurre la voce Vlahi, onde gli appellano i contermini Slavi. In tutto il Carso soltanto a Sejane serbarono i Cicci l'originario loro idioma. Ma che essi sulla base di conservate tradizioni asseriscano di parlare rumanesco o ca-rovlasco, e di derivare dalla Romania nel paese dei Caro-vlahi, non lo ammetto assolutamente, e ritengo invece essere questa una notizia da essi raccolta in questi ultimi anni. Io presi diligenti informazioni su questo proposito già da parecchi anni, e le riassunsi presentemente, c non posso assicurare che, nè i Sejanesi, nè i Romanici della Valdarsa vogliono essere chiamati Vlahi ossia Va-lacchi. Chiamavano un tempo sé stessi Rumeri o Rim-liani, ma anche questo appellativo oggidì è scomparso dalla loro memoria. Fui assicurato da persone del Carso di Castelnuovo che nel 1848 o 49 passò per quella parte verso l'Italia un reggimento di fanteria, che come stessi chiamavansi, era tutto composto di Caro-vlahi-, ed alcuni Sejanesi trovantisi a Rupa si posero a discorrere seco-loro, ma solo in parte s'intendevano. Or sono alcuni anni, qualche centinaio di Castuani e contermini Cicci, tra cui de' Sejanesi recaronsi in Valachia (w karo-vlasko mi si diceva) a far doghe nei boschi d' un gran signore di colà; i Sejanesi credevano di poter conversare facilmente con quel popolo, ina intendevansi soltanto in certe frasi e parole. Un Romanico della Valdarsa, che più giorni fu meco ai bagni di Santo Stefano, dicevami non essere la sua gente Vlahi, ma che, come raccontano i militari, i Vlahi veri sono di là dell' Ungheria. Di Caro-Vlahi nulla sapeva; difalli quest'è nome dato ai Daco-Romani appena dai Turchi, che li distinguono coli'appellativo di Ylahi-negri da altri Ylahi. Sicché tutte queste notizie di carovlasco o rumanesco i Sejanesi le raccolsero, o nel paese dei Valacchi, o da truppe transilvano-valacche, e dalle relazioni dei militari nostrani che ne acquistarono contezza; e vedendo affinità tra la lingua loro e quella dei Valacchi, volontieri si diedero a credere derivare essi da quelle regioni. I Romanici della Valdarsa somigliano perfettamente riguardo al linguaggio a quelli di Sejane ; nè questi, né quelli sanno numerare romanicamente oltre la decina, ma mentre quelli di Valdarsa non hanno l'opt (otto) che conservano i Sejanesi, ma adoprano l'ossati slavo, hanno il séce (dieci) che manca a que'di Sejane. Non ho alcun dubbio che oltre i sette villaggi romanici di Gradi-gne, Letai, Grobnico, Berdo, Susgneviza, Villanuova e Sesnovik (o Senovik, come anche essi lo chiamano) parecchi limitrofi, specialmento Cosliaco, Possert, Tupliaco, Cherbune (già questo nome ha suono romanico) fossero abitati per 1' addietro da gente romanica, i quali poi si slavizzarono. A convincersene basta badare al tipo ed alle altre qualità fisiche e morali della popolazione di questi ed altri villaggi. Questa stirpe era, non dubito, sparsa per tutta la Valdarsa e per l'agro Albonese, però mista alla razza croata porfirogenita, che venuta per mare dalla parte del Quarnero occupò quel tratto di paese. I Romanici slavizzarono anche i loro cognomi, però spesso si riconoscono, o alla radice, o alla desinenza locchè, giova talvolta a ravvisarli se dimoranti fra gli Slavi. Frequenti sono i nomi in ul p. e. Lizzul, Musul, Burul, ve n'ha in o come Runco , Brenco, Zelesco, Giurando, ai quali talvolta aggiungono la desinenza slava in vich come Lenzo-vich, Beliubovich; — in a come Fùrula, Brencella, Brajaca. Romanici parlanti la lingua nazionale trovansi anche a Santa Lucia di Schiltazza nel territorio Albanese sul Quarnero; ed il sig. Antonio Covaz che non ha guari recossi colà per esaminare il loro linguaggio, lo asserisce perfettamente eguale a quello dei Romanici presso il Lago d'Arsa. Il nome della vicina villa Vlacovo dà motivo a ritenere che gli abitanti della stessa, ora slavizzati, erano della stirpe medesima. V'ha in Albona chi pretende che i progenitori degli odierni abitanti di Schittazza prov-vengano dalla Dalmazia o dal Montenegro trasportativi dalla Repubblica Veneta nel secolo XVI o XVII e si vuole persino aver veduto l'atto d'investitura — or non più reperibile — del monte di Schittazza alle quattro famiglie da cui discenderebbero le presenti, le quali di tutto ciò nulla sanno. Ma oltreché non v' ha traccia che in Dal- mazia e sul Montenegro v'avesse defromanici, la circostanza dell' identicissimo linguaggio lóro e di quelli sotto il Monte Maggiore (con cui per la grande distanza non hanno alcuna relazione) perfino nel numerare, dicendo ur, doi, tre, patru, cine, sèsse, sépie, ossari, devet, sece, e continuando in slavo — e 1' ulteriore circostanza che i nomi delle loro famiglie trovansi anche nella Val-darsa, li farebbe piuttosto supporre di qui prowenuti, se vero sia che appena in questi ultimi tempi siansi stabiliti a Schittazza. Si potrà chiedere, come avvenga che quelli di Se-jano parlino pure lo stesso linguaggio dei Romanici sotto il Monte Maggiore, sebbene da essi molto discosti, ed in nessuna comunicazione fra loro. Risponderò che ciò manifesta, oltreché la comune origine, anche 1' esistenza della stirpe romanica in secoli più lontani nello spazio intermedio; e difatli, come già accennai, tra il Carso di Pinguente (ove è storicamente provato essersi parlato il romanico ancor nel secolo XVII, e la Valdarsa riscon-transi nelle popolazioni indizii di quella schiatta ad altre comunità. Siamo finalmente arrivati alla questione che ad ogni lettore si sarà presentata alla mente, come sia comparsa sul Carso e nella Valdarsa questa schiatta romanica. È nodo questo da non sciogliersi sì facilmente. Ella, signor Dottore, inclina a crederli discendenti di coloni militari Romani, e forti sono i di Lei argomenti esposti in questo giornale. Il defunto Canonico Pietro Stancovich avea fatto diligenti ricerche in proposito; speriamo di trovarne i risultati ne' molti suoi manoscritti, che per sua disposizione testamentaria passeranno tra breve, assieme colla bella sua biblioteca, in proprietà del Comune di Rovigno. Ricercatone or sono parecchi anni, dichiarò che i nostri Romanici vennero in Istria nel secolo nono senza aggiunger altro. Persona dottissima, che straniera s' occupa con amore delle cose nostre, ritien pure che intorno a quel tempo negli spostamenti de'popoli stanziati intorno al basso Danubio, avvenuti per gli urti degli Avari, Bulgari ed U-gri, una tribù romanica sia stata spinta sino all' Adriatico e passasse in Istria. Prove storiche, credo, di ciò non si hanno; ma si stima doverlo dedurre dalla concordanza del linguaggio dei nostri Romanici coi Danubiani, tanto riguardo alle voci ed al suono delle medesime, quanto nelle forme grammaticali, locchè mostrerebbe che sono ramo di quel ceppo. A quest' argomento si potrebbe opporre che i dialetti d'Italia hanno tutti, e vocaboli e grammatica somiglianti, se anche i popoli non sono tra loro in contatto — senza che si possa dedurre p. e. che i Friulani discendano dal popolo di Sicilia. Un altro argomento potrebbesì forse accampare colla domanda, come, se sono discendenti di coloni romani, sia avvenuto che serbarono il romano rustico, e non Io cangiassero nella lingua italiana al paro di tutti gli altri istriani? A ciò per avventura si potrà rispondere, che l'isolamento in cui furono posti dai sopravvenuti Slavi, i quali li assieparono tutto all' intorno, impedisse loro la comunicazione cogli altri italici della provincia, e li tenesse stranieri alle fasi subite da questi nella lingua e nella civiltà. Abbracci ognuno quella tra le due diverse ^opinioni che gli sembrerà meglio giustificata; io dirò soltanto che se i nostri Roma- nici derivano dalle regioni Danubiane, 1' Istria avrebbe avuto due volte popolazione da quella parte; la pri->. ma 600 anni avanti G. C. quando una tribù tur^o-greca"' vi fi stabilì sulla costa occidentale; la seconda 1500 anni più tardi collo stanziarsi d' una tribù daco-romana nella parte orientale e settentrionale della provincia; e l'immigrazione di questa renderà manifesta la possibilità, e ap-poggierà la verosimiglianza dell'arrivo della prima, da taluni posta tra le fole, o almeno in dubbio. Ma, oh quali vicende dolorose devono essere passate sul capo dei Romanici nostri, se ogni tradizione antica fra loro si spense; se non serbano la più piccola reminiscenza di loro origine; se non hanno parole da rivolgere a Dio, e dimenticarono perfino l'abbaco oltre il numero dieci; se nemmeno hanno più nome onde appellarsi tra loro, per distinguersi dalle altre genti 1 Pure questo popolo che il dileggio dei vicini più che altre cause fece abbandonare quasi del tutto il proprio linguaggio ; questo popolo che protesta continuo contro gli appellativi che per ischerno o per errore gli danno le genti prossime; questo popolo che sprezzato, incolto, povero pur serba avanzi del nativo idioma, e mantiene il patrimonio di molte belle doti fisiche e morali della sua razza, palesa in mezzo alle misere sue condizioni una vitalità meravigliosa, e merita la simpatia ed il compianto d'ogni uomo di cuore. Se i nostri Romanici provengono dalla nazione Daco-romana forte di pressoché cinque milioni d' anime, io ritengo che siano penetrati in Istria per la via di mare insieme cogli Slavi che riscontriamo nel territorio Albo-nese, ed in tutta la Valdarsa, perchè fra questi trovasi frequentemente sparsa la loro stirpe, e tutli i caratteri mostrano una grande mistione ira essi. Ritengo che la forte resistenza incontrata negl' Istriani sui monti che coronano la Valdarsa ne obbligasse la maggior parte a gettarsi sull'altipiano del Carso, e che spinti nelle parti più montuose gli Sloveni (Ocrini detti poi Berchini) occupassero quel tratto di paese che dalle alture di Trieste si stende sino a quello che sovrastano a Fiume, La posizione delle sedi dei Berchini va ad appoggiare, parmi, questa supposizione. Si può credere che i Romanici venuti in questa provincia assieme ai Croati porfirogeniti, avranno conosciuto la lingua slava per i mutui contatti che forse duravano molti anni ancora al Danubio, e nelle lente trasmigrazioni assieme intraprese; e quindi si può anche ritenere , che essi avranno in parte conservate lo denominazioni dei luoghi e siti date al Carso dagli anteriori espulsi abitatori Sloveni; ciocché spiegherebbe perchè, mentre sai detto altipiano parlavasi ancora romanico, i luoghi aveano nomi slavi. Potrebbe essere pur-anco, che qualche frazione de' loro socii Croati sia con essi stata obbligata a passare sul Carso, la quale mantenesse viva fra i Romanici la lingua illirica, da essi poscia adottata. Anche i Romanici della Yaldarsa non saranno stati affatto compatti, e devono aver avuto interpolazioni di Croati, ed in tal modo si verrebbe a comprendere come la maggior parte de' luoghi ove ora esìstono, siano slavi di nome. Che questa tribù romanica pervenne per la via di mare sbarcando sull'Agro Albonese, ce ne fornisce un indizio forte anche il trovarne avanzi a Besca sull'isola di Veglia. Che poi la tribù croata dell' Albonese e Yal-darsa venne dalla Dalmazia marittima, lo mostrano ad e-videnza i cogr.omi di Viscovich, Boscovich, Gelcich, Yes-selich, Francovich, Valentich, Benich, Bencovich, Perinich, Illich, Luxich, Sventincich, Rudan, Zaez, Diminich, An-toncich, Vlacovich ecc. ecc., che riscontransi sull' isole e sul litorale della Dalmazia; nomi che fuor della regione abitata dai Croati porfirogeniti, o scompariscono affatto o sono molto rari, per far luogo ad altri che si rinvengono fra i Morlacchi dalmati. Così p. e. Duimovich, Ra-detich, Simetich, Petrovich, Pullich, Damianich, Bencich, Rusicli ecc. sono nomi che si trovano fra i dalmati di terraferma, ed egualmente fra gli ultimi trasportati Serbocroati del distretto di Pisino; e se gli abitanti di Yerch nel distretto di Pinguente sostengono di derivare da Dalmati, si può bene prestar loro fede, giacché nel Primo-rie di Maoarsca riscontransi,Jcome presso di loro, i nomi di Simich, Claricli ecc. Non azzarderò di parlare delle schiatte del distretto di Yolosca al versante orientale del Monte Maggiore, perchè a quella parte non s'estesero le mie indagini (ed altri là dimoranti ne istituirono), e la storia di questa interessante regione m'è ignota. Dirò soltanto essermi apparsa alla marina, specialmente a Bersez, Moschienizze e Laurana, più pronunciata una schiatta che somiglia all'Albonese ed isolana, ed una diversa nella parte montana. Quest' ultima sembra identica con quella che prosegue sin nel cuore della Croazia, però la ritengo frammischiata alla prima,'tanto a Yolosca che a Castua. Chi non ne fece l'esperimento, non sa quanto malagevole sia di ben determinare le varie schiatte dell' I-stria; essendoché nessuna rimase pura, e da secoli sino al dì d' oggi continue sono, se anche non sempre forti, le trasmigrazioni d'individui e famiglie da un luogo all' altro, da una all' altra stirpe. Fra le varie caratteristiche servono di guida a stabilirne un giudizio possibilmente sicuro sono i differenti tipi, che un occhio esercitato riconosce a prima vista. Fra i più belli è 1' Albanese (non si confonda coli' Albonese) che più frequente riscontrasi nel distretto di Parenzo, ed ha molta somiglianza col greco ; e tra i Romanici della Valdarsa vidi faccie che pareano ritratti di teste romane. Ma per non allungarmi anche in ciò di soverchio, faccio punto.— La lingua è in Istria spesso criterio incerto e fluttuante per istabilire con sicurezza, se una data famiglia, un individuo sia italiano o slavo. Una donna che parli più comunemente slavo introduce spesso in famiglia .italiana la lingua slava; famiglie slave ad un tratto adottano la favella italiana ; un contadino slavo della campagna venuto ad esercitare un mestiere in luogo murato, depone col vestito di griso anche la propria lingua ed adotta l'italiana, ed un italiano che si stabilisca in campagna aperta diventa slavo. Per tutto quanto ho sinora forse troppo diffusamente discorso, si potrà comprendere quanto difficile cosa sia la formazione della carta etnografica dell'Istria. Negli anni addietro ne vidi alcuna che parve fatta con troppo poco studio della provincia. Mi prese meraviglia, come della popolazione mista di slavi e italiani non si facesse cal- . -■» colo, e la si designasse slava; come nei comuni dove nel paese abita popolazione italiana, eia slava vive sparsa per la campagna (p. e. a Montona) si disse il colore distintivo della razza italiana soltanto al luogo murato, e tutto il terreno del comune portasse il colore slavo, mentre con questo conveniva dipingere soltanto i casolari della campagna, non anche questa, che per la massima parte è proprietà d'italiani. Per l'Istria ove italiani e slavi sono, dirò così, contesti insieme quasi dappertutto, non si dovrà mai redigere la carta etnografica, in quanto a questi due popoli, come si fanno le carte geologiche, colorando diversamente il suolo. L'interesse che da non lungo tempo destò negli stranieri la nostra Provincia, indusse taluno a formarne la carta topografica coli'apporre ai luoghi tutti quella denominazione che usano dar loro gli Slavi. Dalla quale non so che giovamento possano ritrarne la storia e l'etnografia, o qualche altra scienza; forse a chi si diletta di curiosità linguistiche riescirà interessante il vedere come gli Slavi storpino nomi di favella a loro estrania. Vorrei soltanto che i nome de' luoghi fossero esattamente riportati, e non come talvolta si trovano pronunciati e scritti da forastieri dall' orecchio poco esercitato a certi suoni, e che perfino veggonsi erroneamente stampati nei cosiddetti (Scematismi ecclesiastici. Così p. e. Pisino chiamano gli Slavi Pasin e non I'asen; Gimino Smign e non Ishmin; Montona Molovun e non Mattoun ; Orsara non Orsera ma Versar, ecc. ecc. Qui mi cade in acconcio di rilevare un errore che troppo facilmente veggo insinuarsi fra gli scrittori di cose istriane. Lessi parecchie volte che gli Slavi della Contea di Pisino (ed anche altri) chiamino sé stessi Istrizi (Istrizen) Islrianzi, Islrianski. Ciò è falso. Essi diconsi tutti e sempre anche in islavo, Istriani, e non altrimenti. Gli Slavi liburni chiamano i nostri Istrani, dando essi 1' appellativo A' Istra alla nostra provincia. Ma io compatirò gli stranieri, se anche i nostri comprovinciali stessi talvolta commettono di siffatti errori. Chi crederebbe p. e. che a Rovigno si ritenga comunemente appellarsi questa città latinamente Arupinum o Arupenum che era luogo dell' antica Giapidia, invece di Rubinum, come trovasi scritto nei vecchi diplomi, o che anche leggesi Rubinium, Ruvinium, Ruvinum, Ruvingium? Chi crederebbe che ed onta di quanto scrissero Livio, Plinio, Tolomeo, tle Guido F -di Ravenna v'ha ancor oggidì chi, seguendo l'errore del' Coppo, Tommasini ed altri di quel tempo, sostenga doversi cercare l'antica Nesazio, non già presso Castel-nuovo all'Arsa, ma, o al Risano, o al Quieto o altrove? ed in questo sbaglio cadde pure il diligente autore dei recenti cenni storico-statistici sull'Istria, che persino sospettar sembra essere stato Nesazio quel castello che sorge sulla grotta di Santo Stefano a' cui piedi sono le conosciuto (erme. Molte cose ancora mi frullano per la mente; ma sarebbe indiscretezza somma il volerla stancare d'avvantaggio, egregio sig. Dottore; e pregandola di compatire agli errori in cui posso essere incappato per ignoranza e non altrimenti, e di aggradire la mia buona volontà. La prego anche di continuare ad onorarmi della Sua benevolenza, che mi fu sempre di conforto e stimolo gran- dissimo ad occuparmi delle cose di questa nostra diletta comune patria. Suo Affez.mo Carlo De-Franceschi. SAGGIO Dell'antica Storia Civile. Ecclesiastica, Letteraria, delle Arti e del Commercio della Provincia del Friuli in due ragionamenti. (Dalla Nuota Raccolta d'Opuscoli Tomo 22.) RAGIONAMENTO I. (Continuazione.) E perchè il luogo, ove le ceneri, o i cadaveri dei morti si riponeano, non rimanesse da cosa alcuna violato, essendo stato un delitto presso a' Gentili gravissimo il violare in qualche modo le tombe, scrivevasi ne' marmi sepolcrali la legge, che stabiliva la quantità del sepolcro, cioè quanto avesse il medesimo a dilatarsi in fronte, che era la di lui parte anteriore inverso la strada, e quanto dilungar si dovesse in agrum, cioè verso il campo, il che formava la posterior parte di esso sepolcro, come per esempio leggesi in una sepolcrale Inscrizione Aquilejese, che qui vi presento : LOCVS. M. T. POSI. CELADI. SIBI. ET SVIS IN FRONTE PEDES. XX. IN. AGRVM. PEDES. XXXII. Assai ampli, ed estesi furono talvolta questi spazii religiosi assegnati a' sepolcri, come singolarmente apparisce in quello di certo sepolcro mentovato da Orazio, 1) che avea " Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum „. Si trova in oltre, che qui talvolta si ebbe in costume di collocare negli Orti, o appresso ad essi le se -polture. Tale per esempio era la situazione di quella men- 1) Lib. I. Satyr. 8. vers. 12. tovata nella seguente leggenda di antica Lapida Aquilejese: LONGIVS. PATROCLVS. SEQVTYS. PIETATEM. COL. CENT. IIORTOS. CVM. AEDIFICIO. HVIO. SEPVLC. IYNCTO. YIYOS. DONAYIT. YT. EX. REDDITV. EOR. LARGIVS. ROSAE. ET. ESCAE PATRONO. •PONERENTVR Il che, come ricavasi da' più Iscrizioni riferite dal Ch. Fabbretti, costumavano anche i Romani. E sia lecito 1' osservare, che dovette essere in uso tal pratica eziandio presso gli Ebrei, poiché al dire del Vangelista S. Giovanni 1) era in un Orto il sepolcro del Redentore. Cotesti sepolcri locati negli Orti chiamavansi con una parola sola KrjTtnTctcpog cioè Ortisepolcri, la qual parola soventi fiate s'incontra nelle antiche Inscrizioni, come segnatamente appresso il lodato Fabbretti si può vedere. Impariamo altresì dalla suddetta Iscrizione, che qui pure si spargevano fiori, e particolarmente rose in su dei sepolcri, e che sopra i sepolcri medesimi vi si riponeano delle vivande. Tali anche su questo punto erano le costumanze Romane. Si ha per esempio in Svetonio, 2) che Augusto sparse di fiori il sepolcro di Alessandro, e che non vi mancò chi altresì sopra quel di Nerone li spargesse. In una Inscrizione riferita dal Fabbretti, 3) e dal Buonaroti 4) si vede assegnato al sepolcro di una gio-vanetta un orto piantato di rosai. E in altra Inscrizione pochi anni sono scoperta in Roma, e riportata negli Annali 5) Letterari d'Italia si legge Die llosationis, et Vio-lae, con che s'indicavano que' giorni, in cui soleansi spargere sopra i sepolcri roso e viole. Assegna anche Virgilio^) a' sepolcri fiori di color purpureo, il qual colore, come osserva Artemidoro 7), si attribuì dagli antichi alle cose ferali, ed ai defunti, onde da Omero 8) chiamossi purpurea la morte. Insegna poi il qui lodato Virgilio 9), che oltre ai fiori si spargeva eziandio sopra i sepolcri latte, e vino, e su' medesimi vi si recavan dei cibi, le quali cose chia-maronsi da Ovidio 10) munera feralia. Detestando Santo 1) Cap. 29. 2) In August. cap. 18 e in Neron. cap. 57. 3) C. 2. pag. 223, n. 593. 4) Vetri Cimit. car. 189. 5) Volume I. Lib. 3. cap. I. cart. 208. 6) Purpureos jacit flores Enea sul sepolcro d'An-chise, AEneid. Lib. 5. ver. 79. Purpureos spargam flores Anchise sul sepolcro di Marcello, AEneid. lib. VI. ver. 885. 7) Lib. I. c. 79. 8) noQtyvQsog -d-avarog Iliad. E. 9) Si vegga l'Eneid. lib. V. 10) Trist. Lib. III. Eleg. 3. Agostino 1) tale superstiziosa usanza, che a suo tempo sussisteva ancora, anr.i in qualche paese vieppiù si dilatava, ebbe a dire : " Miror cur apud quosdam infideles hodie tam perniciosus error increverit, ut super tumulos defunctorum cibos, et vina conferant, quasi egressae de corporibus animae carnales cibos requirant„. E qui finalmentente non Iascierò di soggiungere come collocavansi in fronte, o in altro cospicuo luogo de'lodati sepolcri delle Inscrizioni indicanti quali furono i nomi, la condizione, e le doti di quelli, eh' erano ivi sepolti, e talvolta vi si notavano anche gli anni, i mesi, i giorni, e per fino le ore che i medesimi vissero. Di che può servire di esempio la Inscrizione 2) che qui vi presento : IVGI INCOMPARABILI CVM QVO VIXIT ANN. XI. M. II. OVER XXX NE YLLA T. ANNOS D. XXII. ORAS. XI. Ora col descrivere che ho fatto fin qui i costumi degli antichi Abitatori di questa Regione, non mi sono io già proposto di recare altrui un vano piacere, ma sib-bene quella utilità, ch'esser dee l'oggetto, e'1 fin della Storia. Ma quale utilità dirà forse alcuno, nel racconto di Etniche costumanze? Confesso anch'io prima di ogn'altro, che meritano derisione e disprezzo quegli strani riti, e quel culto superstizioso, onde qui allora tanti favolosi Numi ciecamente si veneravano. Nondimeno anche ciò può in qualche modo tornare in nostro vantaggio, poiché la rimembranza di quelle insane superstizioni, più vivi et intensi eccita in noi que'giusti sentimenti di riconoscenza, e di amore, che dobbiamo al nostro amabilissimo Dio per la infinita misericordia, con cui egli dalle tenebre del Gentilesimo ci condusse alla cognizione del suo ammirabile Divino lume. Dall'altro canto il senno, la pudicizia, l'ospitalità, il valore, l'amor della patria, e la coltura delle scienze, delle arti e del commercio, che come mostrammo, tra queste genti fiorivano, sono altrettanti germogli di belle, e grandi virtù degnissime di singolare ricordanza, e di attenta imitazione, derivando da lloro in gran parte quelle cose, che rendono non meno le Città, che le intere regioni celebri, doviziose, e felici. 1) Serm. 15. "de Sanctis„. 2) "Al di sotto della pietra,, così scrive il Ch. Bertoli, (Antichit. d'Aquileja cart. 217), "che sostentali Poggiuolo della Casa Decanale in Aquileja, sta incisa questa Iscrizione inedita, di cui le prime righe entrano colla pietra stessa nel muro, il quale impedisce il poter leggere i nomi di questi Coniugati,. RAGIONAMENTO II. Eccomi, o Signori, ad attenervi la parola, che, giorni sono, io vi diedi, cioè a favellarvi delle Cristiane costumanze di quo'nostri Antichi, che in questa regione abitarono nello spazio di tempo, che corse dallo stabilimento in essa della Cristiana Fede fino a quando da' Barbari si distrusse Aquileja. Non accade, che qui mi trattenga a dimostrarvi quanto bella, e importante materia ella sia questa, sapendo bene, che tutti a voi manifesti sono i singolari pregi di lei. E però io tosto mi accingo a parlarvene mosso non meno dall' obbligo mio, che dal piacere maraviglioso, ch'io sento in ragionando di Ecclesiastiche cose, che sono de' miei studi il primo, e più caro oggetto. I. Farò principio dal richiamarvi a memoria questa nostra antichissima tradizione, che insegna essersi in questa Contrada recata la Cristiana Fede dal Vangelista S. Marco. So, che molte difficoltà contro alla medesima si promossero ma so altresì, eh' essa venne con tal valore difesa, 1) che anco in oggi ella si mantiene dimostrandoci, che non era ancora finito il primo secolo Cristiano, che già il divino lume del Vangelo qui risplendeva. Collocarono in Aquileja la loro fede i Pastori 2) di quel nascente Cristiano gregge. Il primo [di essi S. Ermagora fu eziandio il primo, che la Chiesa d'Aquileja 1) Si vegga il Padre Rubeis "Monumenta Eccles. Aquilejen., Cap. I. e " Dissertationes Yariae Eruditionis „ Cap. VII. e Vili., e si vegga ancora la bella, e dotta Dissertazione del Padre Giuseppe di S. Fiorano intitolata "Fondazione della Chiesa di Aquileja., 2) Per dar lume, e chiarezza a ciò, che appresso si verrà dicendo, giova di qui riferire quella parte dell' Indice Cronologico de' Yescovi, e Metropolitani di A-quileja, che appartiene al periodo di tempo, di cui parliamo. Il qual Indice Cronologico ci viene esibito dalia poc'anzi menzionata Opera "Monumenta Eccles. Aqui-lejen., pag. 61. dell'Appendice. S. Marco fondatore della Chiesa di Aquileja. I. S. Ermagora primo Vescovo di Aquileja. II. S. Ilario. III. Grisogono. IV. Grisogono II. V. Agapito. Era Vol. VI. Teodoro, che intervenne al Concilio di An. 314. Arles. VII. Benedetto. An. 347. Y1II. Fortunaziano. An. 269. IX. S. Yaleriano Arcivescovo. 389. X. S. Cromazio. 407. XI. Agostino. XII. Adelfo. XIII. Massimo. 444. XIV. Gennaro. 451. XV. Secondo. Neil' anno 452. essendo esso Secondo Arcivescovo avvenne la rovina della Città di Aquilrja. col suo martirio illustrasse. Così pure illustrolla il martire S. Ilario, che fu (li lui immediato successore. E continuarono a ornarla di nuovi fregi i Vescovi, che poi la ressero. Di qual gloria per esempio non lo furono cagione le celebri, e sante imprese di S. Yaleriano contro ali'Arianismo? Quant'onore non le recò la santità, e la dottrina di S. Cromazio, che tanlo lodarono i Santi Ambrogio, e Giovanni Grisostomo, e di cui S. Girolamo ci lasciò un pieno elogio in tal guisa a lui medesimo scrivendo: " t bromati Episcoporum sanotissime, atque doc-tissime,,. E quale in fine alla Chiesa medesima non aggiunsero chiaro splendore il vivo zelo, e lo pastorali curo per tacere d' altri, di Agostino, e di Gennaro, che amen-due all'eresia di Pelagio con petto forte si opposero? Quindi non è da maravigliarsi, se quella Chiesa dai suoi Pastori così nobilmente illustrata assai per tempo al grado insigne di Metropolitana pervenisse, Già si mostrò da uomini 1) dotti, e nelle sacre antichità versatissimi, che prima del quarto secolo Cristiano Chiese non furono in Occidente, che del gius Metropolitico fossero insignite. E si mostrò in oltre, che in Italia particolarmente Metropoli Ecclesiastiche non si eressero se non dopo la metà del poc' anzi lodato quarto secolo Cristiano trovandosi, che a quella stagione accoppiava ancora il Sommo Pontefice a' sublimi suoi titoli di supremo Capo della Chiesa Universale, e di Patriarca d' Occidente quello altresì di Metropolitano delle Italiche Chiese. Le prime tra queste, che Metropoli divenissero, furono le Chiese di Milano, e di Aquileja. A quella S. Ambrogio, e a questa ottenne S. Valeriano siffatta preminenza, che loro dal Sommo Pontefice si concedette in ricompensa del grande zelo, e valore, onde segnalaronsi que' due Santi Vescovi estirpando affatto così nelle loro Chiese, che in quelle dei vicini paesi la malnata velenosa pianta dell'A-rianismo, che in esse avea poste radici, e pullulava. Neil' Istria, e in gran parte dell' Illirico ampiamente preso, cioè nella Dalmazia, nella Pannonia, e Nel Norico si estese da prima la Ecclesiastica provincia d' Aquileja. Quindi scrivendo S. Basilio 2) al dianzi mentovato S. Valeriano chiamollo Vescovo degl' Illirici. E quindi pure la sopraddetta provincia Aquilejese Istria eziandio denomi-nossi. Scisma degli Istriani in più di una delle sue Epistole nominò S. Gregorio il celebre Scisma della Chiesa d'Aquileja, e de' suoi Suffraganei, e si continuò a così chiamarla talvolta fino a' tempi del sesto Concilio generale, in cui Agatone viene appellato « Vescovo della Santa Chiesa Aquilejese della Provincia Istria,. Conghiettura il Ch. Maflei, 3) che da S. Cromazio si dilatasse nella Venezia la Metropolitana giurisdizione della sua Chiesa. Comunque sia egli è certo, che ad A- 1) Si veda tra gli altri il Ch. Padre Rubeis. " Mo-nument. Eccles. Aquil. „ cap. 19 e 20. « Et Dissert. va-riae Erudition. „ Cap. 21. 2) Epist. 91. 3) Veron. Illustr. Lib. 10. car. 282. gostino di lui immediato Successore come a' loro Metropolitano presentarono memoriali o suppliche que' Preti o Vescovi, come altri crede, di alcune Chiese della Venezia ricusanti maliziosamente di soscrivero alla celebre Lettera di Zoftrno Papa, in cui Pelagio, e Celestio, e le malvagie loro dottrine si condannavano. Ed atti non mancano di giurisdizione esercitati da Metropolitani Aquilejesi nelle Chiese della Venezia a' tempi, di cui ora si parla. Può servire di esempio ciò, che nell' anno 444, o in quel torno si operò da Gennaro Metropolita Aquilejese contro alcuni del Clero delle medesime Venete Chiese, che gli errori seguivano di Pelagio. In conferma di che più altre prove potrebbonsi aggiugnere; a noi tuttavolta basterà di acidume una solo prendendola dal Concilio Provinciale, che a Milano si celebrò nel 452. S'impara dalle soscri-zioni di quel Concilio, che nessun Vescovo della Venezia al medesimo intervenne. Onde chiaro riluce, che a quella stagione unite già fossero le Venete Chiese alla Ecclesiastica provincia d'Aquileja. E qui passare non deesi sotto silenzio, come alcuni riflettendo alla consecrazione fatta in Sirmio da S. Ambrogio di un Vescovo di quella Chiesa, e riflettendo in oltre alla presidenza, che credesi aver avuto il Santo medesimo nel Concilio celebrato in Aquileja nell' anno 381, si avvisarono di asserire, che la giurisdizione Ecclesiastica di Milano per fino in Aquileja, e nell'Illirico si estendesse. Ma non reggono i fondamenti, su cui appoggiasi questa loro asserzione. E primamente la pretesa giurisdizione della Chiesa di Milano su quella di Aquileja dal mentovato Concilio non si desume. Quel Concilio non fu Provinciale, cioè non fu una Adunanza di Vescovi Suffraganei uniti insieme col loro Metropolitano, ma fu Concilio quasi generale trovandosi che lo composero oltre i Yescovi della Diocesi 1) d'Italia quattro Vescovi dell'Illirico, e quattro delle Gallie, ed i Legati così di più Yescovi Africani, che di altri Yescovi delle Gallie medesime. CContinuaJ 1) Si vuole intendere i Yescovi delle sette provinole componenti la Diocesi d'Italia, le quali erano Venezia, Emilia, Liguria, Flaminia, Piceno annonario, Alpi Co-zie, e Rezia prima, e seconda. Si sa dalla * Notizia delle Dignità dell'Impero,, che a que'tempi secondo il sistema introdotto dall'Imperatore Costantino era l'Italia divisa in due Diocesi, una delle quali chiamavasi di Roma, e dieci Provincie comprendeva, e l'altra formata dalle quì.accen-nate sette provincie era detta Diocesi d'Italia. Quindi si impara perchè noi Concilio di Sardica Fortunaziailò Vescovo d'Aquileja, ed altri Yescovi delle provincie della lodata Diocesi d'Italia si sottoscrivessero nella forma, che qui riferisco : " Fortunatianus ab Italia de Aquileja, Lucius, vel Lucillus ab Italie de Verona, Severus ab Italia de Ra-vennensi, Ursacius ab Italia de Brixia, Protasius ab Italia de Mediolano,. Anno 1294. Die XIV. Januarii Indict VII Tervisii. Odorico Signore di Momiano rinnova ad Almerico figlio di Dielmaro Ellia V investitura del feudo di Parezago e Cellola di Pirano♦ (Da Autografo dell' Archivio di Pirano) Anno Domini millesimo ducentesimo nonagesimo quarto Indictione septima. Die lune quartodecimo Januari presentibus Leonardo de porlo }rsano de tombanisio Jolianne de Marchis Notario et aliis. Ibique nobilis vir do-minus Odoricus de Mimiglano Almericum filium quondam domini Detemarii Ellie de Pirano de suo recto et legali feudo et jure suo quod ipse et antecessores sui recte et legaliter et juste tenuerunt et a-buerunt ab ipso domino Odorico et ab antecessores sui et a domo mimiglani silicei Reditus terretorii de Parezago • et Cellole • et Vallis Sizolis de confinibus Pirani Jacente inter Sizolum et Albuzano * Manu sua propria investivit. Recepto ab eodem Almerico fidelitatis debite juramento sicut a vassallis suis in liujus modi recipi consuevit. Actum in Civitate tervisii apud ecclesiam domini. Ego Odoricus Dominici de Belluno Notarius prò ut a partibus rogatus fui et scripsi. Anno 801. Pridie Nonas Augustas-Reganesburg. Imperatore Carlomagno ad inchiesta del Patriarca Paolino d'Aquileja esenta da tributi e da altrui giurisdizione le terre della chiesa A-quilejese. 1 1 ■. ■■>•' "■> ■ 1 (Dal llubeis Monumenta Eccles. Aquilejensis.') In nomine Patris et Filii et Spiritila Sancti Amen. Carolus Serenissimus Augustus a Deo coronatus magnus pacificus Imperator Ro-maoorum gubernans Imperiarli qui et misericordiam dei Rex Francoruui et Longobar- dorum, omnibus Episcopis, Abbatibus, Ducibus, Comitibus, Gastaldeis, Domesticis, Yicariis seu reliquis iidelibus nostris, praesenlibus et futuris. Maximum Regni nostri in hoc agere credimus munimentum, si petitionibus sacerdotum, vel servorum Dei, in quo nostris auribus fuerint prolatae, libenti animo obtemperamus, et eas in Dei nomine ad effectum perducimus. Quapropler noverit solertia vestra, eo quod vir venerabilis Paulinus Patriarcha Aquilegensis Ecclesiae, quae est in honore S. Petri Principis Apostolorum, vel S. Hermacorae Martyris Christi constructa, Serenitati nostrae postulavit, ut sub integra immunitate, confirmatione de omnibus rebus vel facultatibus ipsius Ecclesiae seu Monasteria Virorum ac Puellarum, et Senodochia vel Parochias ubicumque in nostro Regno, Deo propitio consistentes, ad ipsam scilicet sanctam Dei Ecclesiam pertincntes, seu reliquas possessiones quascumque ex dono Regum, sive Ducum, seu reli-quorum Deo timentium honorum hominum inibi conlatas esse noscuntur; et presenti tempore ipsam Ecclesiam Dei possidere videtur, vel quod in antea divina Pietas ibidem augmentare voluerit: ex nostra indulgentia, pienissima deliberatone circa.....locum cedere et confirmare deberemus itaut in villas vel curtes, seu quibuslibet locis ad ipsum sanctum locum pertinentibus vel aspicientibus, nullus judex publieus ad causam audiendam, nec freta undique exigendum, nec mansiones ac paratas faeicndum, nec liomines servientes ipsius Ecclesiae adstringendum, nec ullas redibuiciones requirendum quoque tempore ingredere aut exactare deberet. Cujus pelitionem venerabilem, tribus scilicet ex causis nolumus denegare; una videlicet prò venerationc tam ipsius sancti loci, quam ipsorum Sacerdotum, qui ibidem Domino Deo famulari videntur, qualcnus prò nobis, uxoreque, ac filiis ac fdiabus nostris, et prò populo nobis a Deo com-misso jugiter Domini misericordiam melius implorare delectet; alia, ut in divinis literis, et in doctrinis spiritualibus ampliore certamen mittere procurcnt : tertia ejus meritis compellentibus, ita perstitisse et in omnibus concessione cognoscite. Proplerea per presenlem authoritatem, atque confirmationis preceptum concedimus atque confirmamus denominata specialiter loca in ipso sanclo et venerabili loco : idest Coenobium Sancloe Ma- riae semper Virginis et Genitricis Domini nostri Jesu Christi, quod quidem Ferox Abbas aedificavit in Verona foras muros Civitatis, loco qui vocatur ad organum, cum omnibus ad se pertinentibus : nec non et Ecclesia Sancii Laurentii, quae sita est in Forojulii, loco qui nuncupatur Boga, cum omnibus facultatibus suis : similiter et Senodochium, quod Dux Roduald aedificavit in Forojulii, vocabulo S. Joliannis, cum omnibus adjacentiis vel pertinentiis suis. Dei igilur considerantes misericordiam, tuae sanctae petitioni sensum accomodantes, conce-dimus atque confirmamus omnes praeceptiones tam Regum quam Ducum, quibuscumque scilicet modis, tempore Longobardorum ad ipsum sanctum et venerabilem Iocum constat devolutimi. Quamobrem specialiter decernimus atque jubemus,rut nullus quilibet do vobis, aut junioribus aut successoribus ve-stris a modo et deinceps, ut diximus, in villas vel curtes, seu quibuslibet locis seu rebus, vel Mona-steria viroruin ac puellarum et Senodochia vel in quibuslibet locis causas audiendum, vel freta undique exigendum, nec homines ipsarum Ecclesiarum distringendum, nec mansiones aut paratas faciendum, nec ullas redibuitiones requirendum, ullo unquam tempore ingredere aut exactare praesumatis; sed omnia quae praetulimus, sub munitatis nomine, valeat memoratus Paulinus Patriarcha, ejusque succes-sores, in omnibus locis et rebus ad se pertinentibus quieto ordine vivere et residere ; atque fro no-bis ac prole seu et prò stabilitale Imperii nostri, Domini misericordiam jugiter implorare. Et ut haec authoritas firmior habeatur, et diuturnis temporibus melius conservetur, manu propria, subscriptione confirmavimus, et de anulo nostro sigillari jussimus. Signo Caroli Gloriosissimi Regis. Jacob ad vicem Radoni recognovi. Data pridie nonas Augustas, anno XXX. XXVIII Regni nostri. Actum Reganesburg Palatio publico in Dei nomine feliciter Amen. Anno 879. Vin Idus Marc. Indict. XII. Re Carlomanno conferma a Patriarca Walperto d'Aquileja le esenzioni e diritti che aveva la chiesa d'Aquileja nelle proprie terre♦ QDal Rubeis Monum Eccles. AquilejensJ In nomine sanctae et individue Trinitatis. Karlomannus Divina faverite clementia Rex, Si liberalitatis nostre miniere locis Deo dicatis \ quiddam conferimus beneficii, et necessitates ecclesiaslicas ad petitiones servorum Dei nostro relevamus juvamine, atque regali tuemur muniinine ; id nobis et ad mortalem vitam temporali-ter transeundam, et ad aeternam felicitcr olitinendam profuturum, liquido credimus. Qua propter noverit sagacitas omnium Fidelium Sanctae Dei Ecclesiae ac nostrorum, tam pracsentium, quam futurorum: quia adiens Serenitatem nostram Venerabilis Vir Walpertus, Aquilejen-sis Ecclesiae Patriarcha, quae est in honoro Sanctae Mariae et Sancti Petri Principis Apostolorum, seu et Sancti Ermagorae constructa delulit obtulibus nostris quosdam Praeceptionis auctoritates Gloriosissimi Patrui nostri beatae memoriae Illotarii, atque Ludovici Augusti Avi nostri, nec non et gloriosae me-moriae Karoli praestantissimi Imperatoris. In quibus continebatur qualiter iidem Gloriosissimi Augusti praefatam Ecclesiam Sacrae Sedis cum Ecclesiis Baptismalibus, atque Cardinalibus, sive cum . . . . et omnibus rebus, laicisque sibi subjectis sub immunitatis defensione consistere fecissent; ed quod li-centianj eidem Sancto loco contulissent, Clero scilicet et Populo, quandocumque necessitas pulsaverit, secundum canonicam institutionem ex se ipsis Pontificem eligendi, et in praefata sede constituendi. Continebatur.....ut homines ejusdem Ecclesiae de annona, et de peculio suo decimas in partem fisci non darent; nec de peculio ipsius Ecclesiae, quod in partes Istrienses in pascua mitte-batur, ullum servarent herbaticum: et a praefatae Ecclesiae hominibus Mansionatici, vel Fodra nulla-tenus acciperentur, vel exigerentur; nisi quando Regum vel Imperatorum ejusdem Regni, aut filiortim suorum fieret adventus in civitatem; vel praesidium illic propter inimicorum insidias poneretur. Pro firmitatis namque studio postulavit nos idem Dei famulus, praefatusque Patriarcha famosissima, ut morem Antecessorum sequentes nostram etiam auctoritatem circa ipsum sanctum locum fieri de-cerneremus. Cujus petitionibus ob amorem Dei, et animae nostrae salutem Iibenter annuimus; et hoG nostrae auctoritatis praeceptum circa ipsum sanctum locum fieri censuimus. Per quod constituimus atque perhenniter firmum fore volumus: ut memoratae Civitatis clerus ac populi licentiam habeant secundum canonicam institutionem eligendi sibi Pontificem. Praecipimus etiam atque jubemus, ut nemo Fidelium nostrorum, vel quilibet exaclor, aut aliquis ex judiciaria potcstate, nec de peculio praefatae Ecclesiae Herbaticum, nec de annona et peculio hominum ipsius Ecclesiae Decimain, nec ab eis mansionaticos ac foderas penitus accipere vel oxigere praesuinat : nisi forte quando noster ac alicujus filii nostri illic fuerit adventus; vel quando praesidium illic positum fuerit ad iniinicorum infestationein propellendam. Sed et nullus ex Fidelibus nostris, vel judex publicus, in monasteria praefatae Ecclesiae subjecta, et Xenodochia et Ecclesias parochiales, et Titulos earum vel caeteras possessiones, quas moderno tempore juste et rationabiliter in quibuslibet Pagis et Territoriis infra ditionem Imperii nostri memorata tenet vel possidet Ecclesia, tam ex munere Regum seu Imperatorum vel Ducuin ; quam quae ex collarone Albuini, et Teotpurge, Pauli Die, et Rotcausi seu Luponis in Carone; et sicut Luttinga reliquit beatae memoriae Humfredo res in Racenna et in Carone; quae olfersit in Ecclesia Beatae Mariae, seu quod in ante de ipsis rebus Humfredi legaliter illue acquirere poterat sive quicquid in ipsa Racenna ex Regia pertinet potestate in praedicta Ecclesia, sino alicujus contradictione concedimus habendi po- testatem. Nec non ex oblationibus, emptionibus, et cominutationibus, vel in.....deinceps a catholicis Viris collatae fuerint Ecclesiae, ad causas audiendas, vel freda aut tributa exigenda aut man-siones vel paratas faciendas, aut fidejussores tollendos, nec homines ipsius Ecclesiae Kam ingenuos quam servos super terram ejusdem commanentes vel residentes dìstringendos, nec ullas redibitiones aut inclitas occasiones requirendas, ullo unquam tempore ingredi audeat vel ea quae supra memorata sunt penitus exigere praesumat. Sed liceat praefato Pontifici suisque Successoribus res praedictae Ecclesiae sub immunitatis tuitione quieto ordine possidere, et nostro fideliter parere imperio; et quicquid de rebus praefatae Ecclesiae fiscus exigere poterit, in integrum praefatae concessimus Ecclesiae; ut nostri, futurisque temporibus in eodem loco ibidem famulantibus ad Dei servitium peragendum, aug-mentum, et supplementum fiat. Hanc ergo auctoritatem ut pleniorem in Dei Omnipotentes nomine obtineat vigorem, manu propria subter firmavimus, et annulo nostro sigillari jussimus. Dat. Vili Idus Marcii Christo propitio Anno III Regni Karlomanni Serenissimi Regis in Bajoaria et in Italia II Indictione XII. CODICE DIPLOMATICO ISTRIANO. ' ; ~ . •.. ■■■■'} •:• ':.. : > i. • • ' ''' ' .*(r*I|i> Sf^js.M Anno 1102. Aquileja 17 Novembre Indiz. X. Wodalrico figlio del Marchese d' Istria Wodalrico dona alla chiesa d'Aquileja molti beni in Istria♦ (Trailo dall'Hormayer : Archiv fur Sud Deutschland II p. 241.) In Nomine Domini Dei et Saluatoris Nostri Jesu Ckristi anno ab incarnationis ejusdem nostri redemptoris millesimo secundo XV Kal. Decembris indiclione X. ecclesia sancte Marie Virginis et sancti Hermacliore martiris Christi patriarchatus sancte aquilensis. vbi nunc Dominus Wodalricus uir uenerabilis patriarcha praeordinatus esse uidetur. Nos Wodalricus lllius quondam item Wodalricus Marchionis et Adeleita iugales, qui professi sumus ex natione nostra lege uiuere boioariorum, ipso namque uiro meo mihi qui supra Adeleita consentientem et subter confirmantem offertur et ofFertrix donatur et donatrix ipsius sancte ecclesie altario proprium diximus ut quisquis in sanctis hac uenerabilibus locis ex suis a-liquid contulerint iuxta auctoris uocem in hoc seculo centuplum accipiat insuper at quod melius est uitam possidebit eternain ideoque nos qui supra .... iugales donamus et offerimus in eadem sanctae aquilensis ecclesie prò anime nostre mercedis, i sunt ex integris cunctis casis castris et capellis et monasterijs et uillis seu seruis et ancillis et omnibus rebus, iuris nostris qua s habere et tenere uisi sumus, et nobis pertinet in comitatu istriano per locis quas nominauerimus uel ubicumque invenire potueritis excepto quod ante ponimus et in nostra reseruamus potestate........... . . . . illud quod dedimus fidelibus nostris. hec enim Meginhardo dedimus. Ronz . . . cum suis per-tinenciis. Adalberto dedimus duo castella cum suis pertinenciis quorum nomina sunt Cernogradus et Bellegradus. Adalberto minori dedimus Balisedum et piscationem in Laemo cum suis pertinenciis. Et cum aliis omnibus rebus et familiis nobis pertinentibus in comitatu istriensis in eandem ecclesiam fa-cimus traditionem imprimis nominatim castrum Pinquent et castrum Cholm castrum Baniol et castrum Vrane, et castrum Letai, et castrum sancti Martini, et castrum Josilach et villa ubi dicitur cort alba inter latinos castrum veneris uillam cuculi et uillam in miliani, e uillam cisterne et uillam petre albe ei uillam Druuine et uillam maticeniga uillam cauedel castrum uuege castrum brisintina uillam castan, castrum castilione uillam sancti Petri cum monasterio sancti Petri et sancti Michalis uel per aliis qui-buscumque locis inuenire potueritis de nostris iuris rebus in eodem comitatu in ciuitatibus quamque et de foris in ipsis istis rebus i sunt tam casis cum sedeminibus castris capellis monasteriis uillis terris aratoriis, uineis, campis pratis pascuis siluis salcetis sacionibus riuis rupinis hac palludibus tam in montibus quamquo in planiciis Iocis cultis et incullis diuisis et indiuisis sortitis el insortitis una cum finibus terminibus hac cessionibus et usibus a qua rum aquarumquo ductibus et cum omni iure adia-cenciis et pertinenciis earum rerum per locas et vocabulas ad ipsis casis et omnibus rebus perti-nentibus una cum predicta familia in integrum; que autem istis ex integris cunctis casis et omnibus rebus in eodem comitatu iuris nostri superius dictis una cum accessionibus et ingressores earum seu cum superioribus et inferioribus suis qualiter superius legitur in integrum ab hac die in eadem sancte aquiliensis ecclesie donamus et olferimus et per presentem cartulam oflersionis ibidem abendum con-firmamus faciendum, exinde patriarcha Wodalricus qui nunc est uel qui prò tempore post eum in eodem patriarchatu ordinati fuerint et Deo seruierint ad eorum usutu et sumptum tam ipsi quamque suc-cessores eorum faciendum ex frugibus earum rerum uel censuin quibus exinde annue Dominus dederit quitquit uoluerint prò animo nostre nostrorumque parentum mcrcedis in super per cultellum festucam uuantonem et uuasonem terre atque ramum arboris et uestitura et nos exinde foris expelimus nuar-piuimus et absasno fecimus et ad eadam ecclesiam abendum reliquimus faciendum exinde partes ipsius ecclesie uel cui patres ipsius ecclesie dederint iure proprietario nomine quidquid uoluerint sine omni nostra et eredum ac proeredumque nostrorum contradictione uel repetitione. Si quis uero quod fu-turum esse non credimus si nos ipsi iugales quod absimus aut ullus de heredibus hac proheredibus nostris seu quislibet homo oposita persona contra hanc cartam ofersionis ire quandoque tentauerimus aut eam per quoduis ingenium infrangere quesierimus tunc adinservimus ad illiam partem uel contra quem exinde litem intulerimus multa quod ex pena auri optimi unciis quinquaginta argenti ponderas centum et quod repetierimus accin .... eamus sed presens anc cartam ofersionis eternis temporibus, firma et stabilis permaneat atque persistat inconuulsa cum stipulatione subnisca et ad nos qui supra iugales et nostris heredibus hac proheredibus suprascripta ofersio ab omni homine defensare que si defendere non potuerimus aut si aput eandem ecclesiam exinde aliquid per quoduis ingenium sub-traiere quesierimus tunc in duplum eadem ofersionis ad predictam ecclesiam restituamus, sicut prò tempore fuerit melioratam aut ualuerint sub estimatone hominum ibidem aut in consimilis locis et predicta familia in consimiles duplas personas, et nec nobis liceat ullo tempore nolle £quod uoluimus sed quod' a nobis semel factum uel conscriptum est sub iusiurandum inuiolabiliter conseruare: promit-timus et bergamena cum hano trementario desterà leuauimus me paginam wal oni, notarius iudextra— didi et scribere rogaui inqua etiam hic subter confirmans testibus que optulit roborandam actum in supra scriptam ciuitatem aquilegiam felicitar. Signum .... manuum supra scripti iugalest qui- hanc cartam ofersionis scribere rogauerunt et ipse Wodalriricus eum eadem iugale sue consensi ut supra ; Signum .... manuum Wotderici comitis et Conradte auocatus et Henricus de Gorizia, et Adeleita- de Ortempurg Poppo Rodulfi manus. Gebahardus. godolscalcus. baiuariorum rogali testes;. Signum .... manuum cadulus. berardus, Johannes, poppo Johannes isti sunt Histrienses testes. Signum . . . . manuum Adalgerus item Adalgerus torengus. isti sunt forulienses testes.. ... o dei gratia petenensis episcopus manu sua subscripsit. Ego qui. supra waltilo notarius et iudex scriptor huius cartula ofersionis posti tradita i com-pleui et dedi. ■ : ■ V; CODICE DIPLOMATICO ISTRIANO. ; - ' '■"■ d Anno 1268. 13 Agosto Indiz. XI. Capodistria. . : V: ' :' /:i V ■ i. s ! La città di Capodistria prende in protezione e difesa il Castello di Buje. ' -•'■■ - ; : ) (Carli, Antichità italiche.) In Dei Nomine. Anno ejusdem Nativitatis Millesimo Ducen- tesimo sexagesimo octavo Indici. XI die XIII exeunte Augusto. Actum Justinopoli in Majori Consilio per campanatn bis pulsatam more solito congregato. Prae-sentibus Dominis Appo Azzonis, Joanne Detalmi, Detemario Notarius: Petro quondam Facinae Milite, Aldegerio Manfredini, et aliis. Dom. Marinus Mauricinus Capitaneus Civitatis Justinopolis ad instantes preces strenui Viri Dom. Alberti Corniti» Goriciae per Dom. Cononem de Mimiglano predicti Dom. Co-mitis Ambaxatorem, ut patet Litteris Sigillo ipsius Dom. Comitis roboratis ; et de voluntate Minoris et Majoris Consilii Justinopolis, volens intendere honori et bono statui praedicti Dom. Comitis, et Com-munis Justinopolis, et omnium de tota Civitate et Districtu: praedictus Dom. Marinus Capitaneus Justinopolis vice et nomine ipsius D. Comitis et Consilii et Communis Justinopol. recepit et assumpsit D. D. Albinum de Pulchris. Joannem de Carlo. Petrum de Milisama, et Dominicum Paganum de Bulleis. Syndicos et Procuratores totius Communis de Bulleis : ut patet Instrumento manu N.......Nolani confecto, Promittentes, et facienles per se, et totum Commune de Bulleis in sua Protectione et custodia per praedictos D. D. Comites, et Marinum Capitaneum, et Communitatem Justinopolis contra quoslibet jCoinmune de Bulleis molestantes, et impugnantes, lamquain hominibus in sua custodia positis.......consilium, et auxilium impendatur: Promiltens etiam idem Dom. Marinus per se, .et Commune Justinopolis quod si per se aut suos successores, aut per Commune Justinopol. pactum confectum fuerit sine ipsis Bulliensibus cum D. Patriarcha..........qui vero praedicti Ambaxatores de Bulleis per se, et totum suurn Commune in praedicti Dom. Comitis, et D. Mazini Capitanei, et Communis Justinopol. se in Protectione et Custodia supponentes, solempni stipu-latione promiserunt. Ita ut si Commune............Justinopol. militum vel peditum exercitum facere opportebit, vel occasione Guerrae.....gravabitur; in praedicti Communis Justinopol. auxilium, et juvamen venire et concurrere statim .... peditum, juxta possibilitatem stabilem......Communis de Bulleis. Praedicti Procuratores promiserunt dare in potestatem Communis Justinopo . sex Obsides de melioribus de Bulleis in eorum expensis: quos Obsides liceat ipsis Bulliensibus prò tempore si-cut eis videbitur cambiare. Et insuper promiserunt quod omnes Vicinos de Bulleis a quatuordecim annis usque ad septuaginta jurare facient et omnia supradicta attendere et observare, sicut per ipsos Ambaxatores stipulando promissum est. Omnia igitur jam prelecta Pars Parti vicissim attendere, et observare promiserunt sub Poena trium millium librarum Venetarum a parte infragrante parti observanti componendarum. Hujus Tenoris duo sunt Instrumenta, quorum alterum devenit Communi Justinopolis, et alterum Communi de Bulleis. Ego Almericus Vicedominus subscripsi. Ego Joannes Vicedominus subscripsi. Ego Rolandinus de Padua Inclyti Gregorii Patriarchae, et Marchionis Notarius, et nunc Communis Justinopolis Cancellarius interfui, et rogatus scripsi, et roboravi. Anno 944. 13 Marzo Indiz. II Aquileja. Patriarca Lupo di Aquileja 'promette a Doge Pietro Candiano di non invadere la Città di Grado e le possessioni di questo Patriarcato. (Ughelli, che Io trasse dal Codice Trevisani.) In Nomine Domini Amen, Regnante D. nostro rege tigone an. XX, et filio ejus Lotharius an, XIIII Ind. II. mensis Martii die XIII feliciter. Notum facimus nos Lupo Palriarcha Sedis Sanctae Aqui'ojensis Ecciesiae, omnibus hoini-nibus nostrorum fìdelium Sacerdotum seu Clero et populo, quia orta fuit contentio inter nos, et Ve-neticos prò quibusdam intervenientibus causis, deinde etiam peccatis imminentibus [quidem ex nostris intra Civitatem Gradensem cum armis perrexere cupientes damna inferre;unde D. Petrus Veneticorum Dux in ira permotus, litigatio et magna discordia inter eum et nos adcreverit, et cum maluin de die in diem magis accrescerei per multorum nostrorum ac ejus fidelium legationes et deprecationes cor-ruptam pacem non valebamus ad statum proprium revocare. Tunc demum deprecantes misimus nostrum fratrem Marinum Patriarcham ut ipse ad suum seniorem de hac re se intromitteret, ut ad pacis firina-mentum nos cum suo seniore revocaret, qui et benigna mente peregit, et per ejus supplicationem prae-dictus D. Petrus Dux ad pacem et ad priorem amicitiam quam nobiscum habuit est reversus, atque secundum seriem pacti ei legem fecimus. Sed ipsa compositio per deprecationem jam dieto Marino fratri nostro Pat. reddere jussit. Quapropter promittentes promittimus nos Lupo divino juvamine vobis prenominato D. Petro Duci Venet, filio Boni Petri Ducis Candiani, et amodo in antea nostris et vestris diebus etD. Marino Patriarchae fratri nostro ullo tempore neque per nos, neque per submissas personas intra ve-stra Civitate Gradensi cum armis pergere non debeamus per nullum ingenium, aut occasionem neque in caeteris vestris finibus, quod de veslro ducatu pertinet, facere non praesumamus, et si quis facere voluerit nos D. Petro Duci, aut Marino Patriarchae fratri nostro scire faciemus absque omni tarditate; haec omnia inviolabiliter observare promittimus. Quod si non observaverimus, sicut superius legitur, lune componere promittimus vobis D. Petro Duci auro 1. 1. L. et haec promissionis carta maneat in sua firmitale. Actum in Civitate Aquileja. Ego Lupo Patriarcha in hac promissione a me facta in. in. ss. Ego Ingelfredus Diaconus atque Vicedominus in. in. s. s. Ego Albertus Diaconus. Ego Claudius Diaconus. Ego Vitalis Archip. Ego Bonaldus Diaconus. Ego Petrus Presbyter. Ego Petrus Diaconus. Ego Eribertus Diaconus. Ego Audo pres. Ego Modestus pres. Ego Giscelarius pres. Ego Lupo pres. Ego Gausperlus pres. Signum manus Cadoli filli Bonigrimaldi. Signum manus Jo. filii Rodaldi. Signum manus Arpini filii Ronchausi. Signum manus Ruperti testis. Signum manus Spemmiris filii Terdogio Radengo testis. Signum manus Stabili et Ganasio test. Ego Benedictus notarius hanc chartam promissionis rogatus scripsi; et post robur testium post tradita compievi. Anno 1150. Il comune di Cittanova giura fedeltà al Doge di Venezia, e promette ai Veneziani esenzione di dazi. (Carli Antichità Italiche — Libr. Pactorum.) Nos quidem omnes de Civitate Nova juravimus super qua-tuor Dei Evangelia fidelitatem Beato Marco Apostolo, et Evangelistae, et Domino nostro Dominico Mauroceno Inclito Duci Venetiarum, et ejus successoribus in perpetuimi similiter facere, et observare promittimus. Beato vero Marco Apostolo per unumquemque annum quadraginta libras Olei ad Luminaria dare promittimus. Et omnes Veneticos salvos, et securos sine omni datione in omnibus partibus sicut nostros Concives habere, et manutenere debemus, et stolum vobiscum facere ad Jadram, et Anconam. Nos vobiscum stolum facere promittimus, nisi per vos remanserit. Ego Vivianus Scriptor et Notarius et Judex D. Henrici Imperatoris Authenticum istud cum tribus sigillis cere sigillatum, et uno sigillo de plumbo posito per praeinemoralum Ducem, vidi et exemplavi. Anno 579* XII. Kal. Maji Romae. Papa Pelagio II concede che Grado sia metropoli della Venezia e dell' Istria♦ (Dal Cappelletti, Chiese italiane, Aquileja, che la dà per sospetta.) Pelagius Sancte Ecclesie urbis Romae Episcopus, Heliae A- quilejensi Patriarchae etc. Condecuit Apostolica moderamina, pia religione petentibus benevola compassione succur-rere, et poscentium animis congrua devotiono impertiri assensum. Ex hoc enim lucri potissimum a conditore omnium procul dubio promerebitur, si Yenerabilia loca, opportuno transmutata tempore, nostro fuerint studio ad meliorem sine dubio statum perducta. Igitur quia petisti a nobis per missa tuae venerandae Fraternitatis brevia, consentientibus in eis suffraganeis tibi episcopis, qua tenus Gradense Castrum totius Venetie fieri et Istriae Metropolim, ad regendam sanctam Ecclesiam atque cura timore Dei dispensandam, missa praeceptione concedere deberemus. Qua propter vestro compatientes moerori, necessitudinem, imo etiam rabiem furentium Longobardorum,5 inclinate pre-cibus vestris, per hujus praecepti seriem suprascriptum castrum Gradense totius Venetiae fieri cum omnibus vestrae Ecclesiae pertinentibus, etiam Istriae Metropolim perpetuo confirmamus. Statuentes eapropter Apostolica auctoritate, sub interminatione futuri judicii, nulli licere nostrorum successorum, vel alii cuilibet, haec quae a nobis decreta sunt, in quoquam destruere aut convellere : quae potius firma stabilitale inconvulsa manere definimus atque sub anathematis vinculo perpetuis temporibus ob-servanda. Quamobrem hortor te semper relevare oppressos, semper corripere inquietos, ut zizania doininicam non possint sulTocare messem. Gratia Domini nostri Jesu Christi et omnis charitas Dei sit semper vobiscum. Data XII Kal • Maji, imperante Tiberio Constatino Caesare Augusto.